di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 agosto 2020
Nell'audizione al Csm, del 29 luglio 1992, del magistrato Domenico Gozzo alcuni particolari inediti delle richieste di Borsellino su mafia-appalti. Cinque giorni prima di finire stritolato a Via D'Amelio, in riunione Paolo Borsellino ha chiesto davanti a tutti i magistrati della Procura di Palermo che si approfondisse l'indagine sul dossier mafia appalti.
Non solo. Oltre a fare degli appunti ben circoscritti, ha anche chiesto il rinvio della riunione per approfondire ulteriormente il tema. Purtroppo non fece in tempo. In esclusiva Il Dubbio mette in luce nuovi particolari che potrebbero essere utili per i magistrati nisseni. Sì, perché la procura di Caltanissetta è l'unica titolata per competenza territoriale a fare luce sul movente della strage di Via D'Amelio.
Lo stesso avvocato Fabio Trizzino, legale di parte civile della famiglia di Borsellino, durante il processo contro Matteo Messina Denaro - accusato di essere uno dei mandanti delle stragi di Capaci e di via D'Amelio - ha ribadito che bisogna cercare le risposte nei 57 giorni tra le due stragi. "Dobbiamo capire quali informazioni possano essere finite a Borsellino, potremmo iniziare a vedere la finalità preventiva di bloccarlo sul fronte del dossier mafia e appalti", ha osservato Trizzino.A questo punto vale la pena aggiungere l'ennesimo tassello. Siamo nel 14 luglio 1992. Data dell'ultima riunione in Procura a cui ha partecipato Paolo Borsellino.
Il vertice a Palermo voluto dall'allora capo procuratore Pietro Giammanco è attestato nelle testimonianze rese al Csm, a fine luglio '92, da altri magistrati all'epoca in servizio nel capoluogo. Tra di loro c'è Domenico Gozzo, all'epoca sostituto procuratore presso la procura di Palermo da un mese e mezzo. Tra i vari magistrati, Gozzo è stato uno dei pochi a spiegare con dovizia di particolari tutto ciò che è accaduto nell'ultima riunione alla quale partecipò Borsellino.
Tensione durante la riunione del 14 luglio - Dal verbale del Csm datato 29 luglio 1992 si apprende che alla domanda sulla situazione generale dell'ufficio di Palermo, il dottor Gozzo specifica che era arrivato il 2 giugno del 1992 trovando una atmosfera abbastanza tesa e ha assistito a delle assemblee perché "alla Procura di Palermo c'è questa consuetudine di fare delle assemblee in cui si discutono di vari temi".
A quel punto un membro del Csm gli pone una domanda più specifica, ovvero se questa atmosfera di tensione l'avesse colta anche prima della strage di Via D'Amelio. Risponde affermativamente e dopo aver spiegato i problemi che si sono verificati nelle riunioni precedenti e dei problemi organizzativi nella procura, Gozzo va al dunque e parla della riunione del 14 luglio. "È stata l'ultima a cui ha partecipato Paolo Borsellino, era seduto due sedie dopo di me - spiega l'allora sostituto procuratore -, era una riunione che era stata convocata per i saluti prefestivi e per parlare anche di tutta una serie di problemi che dopo la morte di Falcone erano apparsi sui giornali (in questo momento non mi ricordo la scaletta, mi ricordo, tra gli altri, i processi mafia e appalti), cioè i vari colleghi erano chiamati a riferire sui processi che avevano gestito".
Gozzo sottolinea che "su mafia e appalti, quindi, c'era il collega Pignatone (se non ricordo male) e doveva esserci anche il collega Scarpinato che però non poté venire per problemi di famiglia". Il magistrato Gozzo prosegue: "Ho visto proprio questo contrasto più che latente, visibile, perché proprio Borsellino chiese e ottenne che fosse rinviata - perché al momento aveva dei problemi -, la discussione su questo processo e fece degli appunti molto precisi: come mai non fossero inserite all'interno del processo determinate carte che erano state mandate".
Gozzo specifica che il processo è quello relativo a mafia-appalti e, alla domanda di che carte si trattassero, risponde: "Si trattava di carte che erano state inviate (quello che ho sentito là, chiaramente, posso riferire) alla procura di Marsala - e nella fattispecie dal collega Ingroia, che adesso è anche lui alla Procura di Palermo - che era lo stesso processo però a Marsala.
C'erano degli sviluppi e, quindi, erano stati mandati a Palermo e lui (Borsellino, ndr.) si chiedeva come mai non fosse stata seguita la stessa linea". Gozzo prosegue nel racconto indicando un particolare non da poco: "E, poi, diceva che c'erano dei nuovi sviluppi (in particolare un pentito di questi che ultimamente aveva parlato), e sono rimasto sorpreso perché dall'altra parte si rispose: "ma vedremo". Gozzo sottolinea questo passaggio del racconto mostrando le sue perplessità in merito alla risposta data a Borsellino: "Cioè, di fronte ad una offerta così importante (io riferisco i fatti): "Ma vedremo se è possibile, ma è il caso di acquisirlo".
Aveva studiato il dossier dei Ros - Dopo il racconto sulle altre problematiche relative alla procura di Palermo, più avanti un membro del Csm ritorna sulla questione mafia-appalti e chiede a Gozzo di dire qualcosa di più specifico sulla richiesta di chiarimenti da parte di Borsellino. "Probabilmente potete chiedere anche qualcosa di più interessante su questo famoso rapporto dei Ros su mafia- appalti anche a mia moglie Antonella Consiglio - risponde Gozzo - perché mia moglie ha avuto modo di consultare queste carte proprio per il processo che ha fatto a Termini Imerese che si riferiva a Angelo Siino (l'ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra, ndr) che orbita in quell'area di Termini Imerese e della Madone".
E aggiunge: "Lei mi riferiva che probabilmente in un primo momento questo rapporto poteva non sembrare significativo, ma che in effetti offriva notevoli spunti di attività investigativa". Quello che sappiamo è che dopo la strage di Capaci, Borsellino (all'epoca procuratore capo a Marsala e dal marzo 1992 di nuovo alla procura di Palermo come procuratore aggiunto) decise - pur non essendo titolare dell'indagine - di approfondire l'inchiesta riguardante gli appalti, ovvero il coinvolgimento della politica e delle imprese nazionali con la mafia, perché - come disse al giornalista Mario Rossi - la ritenne la causa della morte del suo amico Giovanni Falcone.
Ciò è confermato sia da un incontro che Borsellino volle tenere il 25 giugno 1992, presso la Caserma dei Carabinieri Carini di Palermo, con gli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, ai quali chiese di sviluppare le indagini riferendo esclusivamente a lui, sia dalle conversazioni avute dallo stesso Borsellino con Antonio Di Pietro, che all'epoca stava conducendo le indagini sugli appalti al centro di Mani pulite.
A questo si aggiunge il fatto che Borsellino sentii anche il pentito Leonardo Messina, il quale gli riferì che la Calcestruzzi Spa (all'epoca del gruppo Ferruzzi - Gardini) sarebbe stata in mano a Totò Riina. Ora, grazie alle audizioni rese al Csm tra il 28 e il 31 luglio 1992, sappiamo che Borsellino aveva una conoscenza approfondita del dossier mafia-appalti tanto da avanzare rilievi importanti e ottenere una nuova riunione in Procura per approfondire il tema.
Non fece in tempo. Dopo pochi giorni il tritolo esplose sotto la casa della mamma e che massacrò, oltre a lui, i ragazzi della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.Il 14 agosto del 1992, in pieno periodo ferragostano, il gip Sergio La Commare archivia il dossier mafia-appalti. La richiesta di archiviazione viene stilata il 13 luglio e depositata il 22 luglio, solamente tre giorni dopo l'assassinio di Borsellino.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 22 agosto 2020
La figlia di una delle vittime della strage chiedeva l'accesso ai documenti. Ma Palazzo Chigi non svela i misteri. Quarant'anni sono trascorsi, ma non sono ancora sufficienti per considerare inoffensivi certi documenti del 1980 che raccontano quel che l'Italia faceva in Medio Oriente. Perciò deve permanere il segreto sui documenti del Sismi che venivano da Beirut.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 agosto 2020
Cinquecento milioni di euro è la cifra che lo Stato potrebbe risparmiare se investisse sulle misure alternative. Nel momento in cui i numeri della popolazione carceraria tornano lentamente a salire (sono entrate persone per finire di scontare cinque mesi di carcere) è degno di nota rievocare un passaggio del recente pre rapporto dell'associazione Antigone.
di Roberto Puglisi
livesicilia.it, 22 agosto 2020
La notizia, tra le paure e i desideri di un anno difficile, è passata sotto silenzio, ma, forse, sarebbe accaduto lo stesso in tempi più normali. Eppure, l'agenzia Ansa l'ha diligentemente riportata giovedì scorso.
Eccola: "Roberto Faraci, detenuto di 45 anni, ieri si è tolto la vita impiccandosi con le lenzuola nella cella del carcere Lorusso di Pagliarelli di Palermo. Faraci era stato arrestato per maltrattamenti in famiglia. L'uomo ha approfittato dell'assenza del compagno di cella per togliersi la vita. Le guardie penitenziarie sono intervenute insieme ai medici, ma non c'è stato alcunché da fare. La Procura ha disposto l'autopsia. È il secondo detenuto che si toglie la vita in una settimana: Emanuele Riggio era stato arrestato agli inizi di giugno accusato di stalking e violenze nei confronti della moglie. Anche lui lo scorso 11 agosto si è suicidato, impiccandosi, nella sua cella del carcere Pagliarelli di Palermo".
Non se n'è accorto quasi nessuno. Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia, che da anni si batte affinché i detenuti siano riconosciuti quali esseri umani nei pensieri di tutti, si è ribellato all'ineluttabile. E ha scritto una nota. "Due suicidi in una settimana al carcere palermitano di Pagliarelli ed uno al carcere di Caltagirone - si legge. Tre detenuti in attesa di giudizio. Siamo al mare o in vacanze e siamo 'disturbati' da queste notizie. A chi può interessare la morte di tre persone che sono finite in galera, 'se la sono voluta' è la frase più elegante. Il disagio nelle carceri non è solo 'un problema loro', è un problema di tutta la società che ha la responsabilità di tutelare la vita di tutti. I detenuti riconosciuti colpevoli devono scontare la pena in condizioni di vita dignitose. La detenzione non deve trasformarsi in tortura psicologica come in un girone dell'inferno dantesco".
E ancora: "Detenuti e popolazione carceraria, compresa la Polizia Penitenziaria, fra l'altro, hanno sopportato più degli altri l'isolamento anche dai propri familiari durante il periodo dei divieti per evitare i contagi, ma il Covid-19 è entrato in molte carceri mietendo vittime non solo fra i detenuti, ma anche fra la Polizia Penitenziaria e qualche medico. Va istituito il garante comunale in ogni territorio dove esiste un carcere. A Palermo, il Comitato "Esistono i Diritti" con il suo presidente Gaetano D'Amico, già da tempo, lo chiede e in Consiglio Comunale presto ne approverà il regolamento".
"Un muro di indifferenza"
Pino Apprendi, Gaetano D'Amico, con la sua lunga militanza radicale: sono tra i pochi che si occupano della questione. Gli altri voltano la testa dall'altra parte. Il carcere è considerato un non luogo, dove ci sono non persone. Anche i più illuminati non se ne curano. Con il suo carico di sofferenze, speranze e umanità, è il tappeto che copre la polvere. Pino, raggiunto al telefono, è stanco. È arrabbiato: "No, questi morti non raggiungono l'attenzione. La società considera il detenuto un morto, anche se è vivo. Ma quanto lavoro si fa per recuperare chi è dentro, con fatica, con impegno. C'è un muro di indifferenza difficile da scalare".
Il racconto del prof - Eppure, chi ha conosciuto le ombre che abitano nelle celle sa quanto sia preziosa l'esistenza che scorre. Raccontava il professore Giovanni Mancino che ha insegnato nel non luogo: "Cosa mi chiedevano questi alunni così particolari? Di essere i loro occhi. 'Professò, è estate. Come è Mondello?'. 'Professò, Ballarò sempre la stessa è? Lì c'è casa mia'. Una volta ho prestato un libro a uno studente. Dopo un mese me l'ha ridato e mi ha mostrato il quadernone dove, capitolo per capitolo, aveva ricopiato tutto". Ma questi sono solo i racconti di una minoranza di anime sensibili. È estate, dopotutto. In carcere si continua a morire, talvolta, anche se sei vivo.
di Riccardo Polidoro*
Il Riformista, 22 agosto 2020
La condizione dei detenuti in Campania è drammatica, ma la politica di casa nostra continua a fare spallucce. La Regione deve contribuire a rendere dignitose le prigioni: c'è spazio, per questo tema, nei programmi elettorali?
Un'altra estate infernale nelle carceri italiane. Un'ennesima violazione delle regole minime da rispettare nei confronti di persone affidate allo Stato, che dovrebbe farsi carico del loro recupero. Al sovraffollamento, alle carenze igienico-sanitarie, al calore insopportabile, contro il quale non esistono rimedi, perché gli spazi sono angusti e l'aria che circola è minima, quest'anno si è aggiunta la solitudine dovuta al Covid-19, con l'eliminazione e successiva drastica riduzione dei colloqui con i familiari e delle già minime attività educative.
Una costante violazione di norme e principi costituzionali, che interessa l'intera nazione e che, in Campania, vede il 37% delle stanze dei detenuti privo dei servizi igienici essenziali; il carcere di Santa Maria Capua Vetere, costruito nel 1996, dopo 24 anni, ancora senza rete idrica; il padiglione Roma di Poggioreale, dove convivono 14 detenuti e un solo finestrino. Quanto alla funzione "rieducativa" della pena, la stessa, in epoca pre-Covid, era affidata a un educatore ogni 100 detenuti, percentuale che può far comprendere cosa è accaduto in questi anni, nei mesi scorsi e con il caldo di questi giorni.
Abbandonati e ammassati nelle loro stanze - "stanze" di pernottamento e non celle sarebbe bene ricordarlo sempre, perché luogo del riposo, mentre il resto della giornata dovrebbe vederli all'esterno impegnati - i detenuti affrontano quest'ulteriore ingiusta sofferenza a cui vengono sottomessi: l'insopportabile e invincibile afa, non prevista dal codice penale né come pena principale né accessoria.
Se ne rese conto l'anno scorso, nella simbolica visita del 15 agosto a Poggioreale, un politico locale che "scoprì" che le stanze di pernottamento erano prive di aria condizionata e di ventilatori e, evidentemente impietosito dallo spettacolo disumano che era davanti ai suoi occhi, si impegnò personalmente per far donare all'istituto un cospicuo numero di ventilatori.
Non è mai troppo tardi e quel gesto fu molto apprezzato da quei detenuti - pochi - che videro la brezza meccanica rinfrescare i loro corpi. Gli altri, giustamente indispettiti dalla disparità di trattamento, non compresero la nobiltà del gesto e patirono un'ulteriore vessazione.
Alla vigilia dell'appuntamento elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale, le carceri della Campania stanno vivendo uno dei momenti più drammatici dal punto di vista sanitario e non solo. Aumentati i detenuti con sindromi di ansia e depressione, con malattie cardiovascolari, con disturbi gastroenterologici, con infezioni. Ridotto drasticamente il personale. Situazione che ha fatto accrescere il numero dei decessi e dei suicidi.
Dinanzi a questa tragedia la politica è, come sempre, assente e ignora l'importanza che avrebbe l'impegno per un carcere finalmente "diverso" e strutturato così come previsto dalla Costituzione e dall'Ordinamento penitenziario. Sarebbe davvero civile che, nel dibattito pre-elettorale, si affrontassero anche i temi dell'esecuzione penale e della detenzione e i candidati - almeno quelli degli schieramenti che dovrebbero avere nel loro dna la tutela dei diritti dei più deboli - facessero comprendere che quei principi scolpiti nella nostra Carta sono non solo inviolabili, ma funzionali alla crescita del Paese.
Un individuo condannato o in custodia cautelare, a cui non viene data la possibilità di scontare la pena ovvero la misura inflitta con la dignità che gli spetta, sarà, nella maggior parte dei casi, irrecuperabile. Avrà sempre un senso di astio verso lo Stato, che vedrà come nemico, e non avrà gli strumenti per modificare la sua condotta. Un Paese, invece, ligio alle regole che si è dato e rispettoso nei confronti di tutti i suoi cittadini, ivi compresi quelli colpevoli o ritenuti colpevoli di atti illeciti, saprà costruire un futuro migliore per tutti, perché insegnerà che la "persona" è sacra, sempre e per sempre. Auguriamoci, dunque, che i candidati, oltre a stampare enormi manifesti con volti non sempre rassicuranti, oltre a partecipare a cene e banchetti "in maschera" anti-Covid, oltre a infoltire il numero dei loro elettori a qualunque costo, a volte sacrificando proprio quella dignità a noi cara, oltre a promettere segreti e indicibili accordi, possano dedicarsi anche a un programma elettorale in cui trovi spazio il tema sempre sottovalutato della illegalità degli istituti di pena.
La Regione può fare molto per il carcere, in materia di sanità, di lavoro, delle stesse condizioni di vivibilità all'interno degli istituti. Ridiamo almeno decenza alla detenzione e rispettiamo le persone, anche quelle in carcere, perché questo ci è stato insegnato.
Non è della carità di un ventilatore che vi è bisogno né di visite per conoscere quello che tutti sanno, ma di una seria politica lungimirante e colta. Da napoletano sarei orgoglioso che la mia Regione mettesse nel suo programma di governo uno dei principi fondanti della nostra Costituzione.
*Avvocato - Responsabile dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane
Il Resto del Carlino, 22 agosto 2020
Non basta l'emergenza Covid a tenere in allarme il carcere della Dozza. Dove, qualche giorno fa, a un detenuto nordafricano che da giugno si trovava ristretto nel reparto di infermeria è stata diagnosticata la Tbc, in uno stadio molto infettivo. L'uomo è stato subito isolato dagli altri detenuti: intanto però i cinquanta operatori che sono venuti a contatto con lui sono stati sottoposti a controllo e alla necessaria profilassi. La questione ha ovviamente causato preoccupazione tra il personale di polizia penitenziaria che, sull'altro fronte Covid, lamenta anche di "essere stato sottoposto, in 7 mesi, a un solo sierologico", come spiega la Cgil.
umbriajournal.com, 22 agosto 2020
La richiesta di Bori (Pd) per "migliorare il sistema detentivo. "La Regione si faccia promotrice di un accordo inter-istituzionale mirato alla realizzazione di "Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza" (Rems) da destinare alla popolazione carceraria umbra affetta da disturbi psichici": è quanto chiede alla Giunta regionale il capogruppo del Partito democratico a Palazzo Cesaroni, Tommaso Bori, annunciando un atto formale e sottolineando come "tra le criticità più sentite dagli agenti di Polizia penitenziaria, dal personale sanitario e dagli stessi detenuti e detenute che ho avuto modo di incontrare nel corso della mia recente visita alla Casa circondariale di Capanne, c'è quello della gestione e della prevenzione degli eventi collegati ai problemi psichiatrici che, a vario titolo, e in diverse forme, affliggono quasi un terzo della popolazione carceraria".
Il consigliere Tommaso Bori (capogruppo Pd) auspica che la Giunta di Palazzo Donini "si faccia promotrice di un accordo inter-istituzionale mirato alla realizzazione di 'Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza" (Rems) da destinare alla popolazione carceraria umbra affetta da disturbi psichici'. Bori, dopo la recente visita al carcere di Capanne, ritiene che "una delle criticità più sentite dagli agenti di Polizia penitenziaria, dal personale sanitario e dagli stessi detenuti" sia "la gestione e la prevenzione degli eventi collegati ai problemi psichiatrici".
"Al fine di evitare l'insorgere di acuti ed episodi che arrivano anche mettere a repentaglio la sicurezza degli operatori e degli stessi detenuti - continua Tommaso Bori - serve un intervento strutturale che porti anche l'Umbria a dotarsi di luoghi in cui dare adeguata esecuzione alle misure di sicurezza detentiva, disposte dalla magistratura, con l'assegnazione a casa di cura e custodia. Gli oltre 650 eventi critici gestiti nell'arco dell'ultimo anno - prosegue il consigliere Pd - stanno a dimostrare che serve una rinnovata attenzione a questo tema, così come sulle altre criticità che affliggono le nostre carceri.
Se il problema del sovraffollamento si pone, oggi, in maniera meno emergenziale - sottolinea il capogruppo Dem - la problematica del sotto organico degli agenti di polizia penitenziaria merita di essere affrontata con tutti gli strumenti a disposizione. Così come è un dovere per le istituzioni regionali fare in modo che si promuovano maggiori occasioni e nuovi progetti di rieducazione, formazione e lavoro, interno ed esterno al carcere, anche in collaborazione con le amministrazioni comunali, perché investire nel recupero e nel reinserimento dei detenuti è un dovere, un segno di civiltà ma anche un investimento per la sicurezza".
"Negli ultimi anni - ricorda Bori - l'Umbria è stata in grado di lanciare alcuni segnali di civiltà al sistema detentivo, come nel caso degli spazi di preghiera per detenuti di fede islamica presso il carcere di Terni o con progetti di educazione e formazione a Spoleto, fino alle attività agricole svolte a Capanne. Le istituzioni regionali e provinciali hanno stanziato negli ultimi anni fondi per importanti progetti formativi, rivolti anche ai minorenni, e per il sostegno a iniziative di reinserimento lavorativo, come il progetto agricolo e l'officina creativa di produzione tessile a Capanne di Perugia, che, oggi, riuscirà a produrre maglie per la stessa Polizia penitenziaria.
Serve dunque proseguire in questa direzione - conclude il capogruppo - e l'appello che rivolgo alla Giunta è quello di portare avanti azioni concrete che migliorino la qualità del sistema detentivo perché, mutuando le parole di Voltaire, oltre che è un dovere morale, è proprio dalle nostre carceri che si misura il grado di civiltà di una nazione".
di Maddalena Berbenni
Corriere della Sera, 22 agosto 2020
Nella comunità del sacerdote morto 5 mesi fa: "Il legame col carcere continuerà". "Non c'è persona che possa sostituirlo in tutto: da subito ci siamo suddivisi i compiti con i suoi collaboratori". Da fine luglio don Dario Acquaroli ha raccolto il testimone lasciato da don Fausto Resmini (foto) alla Comunità Don Milani di Sorisole. Il sacerdote, morto cinque mesi fa di coronavirus, sarà ricordato oggi e domani con due messe. La volontà della Comunità è di portare avanti tutti i suoi progetti, anche quelli rimasti in sospeso, oltre alla collaborazione col carcere. Don Acquaroli sta anche lavorando a una tesi basata sull'esperienza di Sorisole.
E comunque don Fausto è dappertutto. Penzola, accanto all'ingresso della comunità, lo striscione che gli ha dedicato la Curva Nord. In quello che era il suo studio restano i libri, gli armadi stranamente ordinati perché lettere, relazioni e appunti accumulati negli anni sono stati subito archiviati. C'è una grande fotografia incorniciata alla parete: alle spalle del sacerdote si intravedono i volti di due migranti. Nella chiesina don Dario Acquaroli mostra la frase scolpita nel legno, una sorta di testamento spirituale. E poi indica una finestrella interna.
È una stanza che si affaccia verso l'altare, la "sua" stanza, dove don Fausto Resmini si ritirava finiti i giri in stazione e ripartiva al mattino per i colloqui in carcere. È anche il luogo degli ultimi giorni a Sorisole. Positivo al coronavirus, è morto in ospedale a 67 anni la notte del 23 marzo. Oggi alle 18, al Patronato di via Gavazzeni, e domani alle 10.30 alla comunità Don Milani saranno celebrate due messe per ricordarlo. È stato fatto ogni mese, ma per la prima volta le cerimonie sono state pubblicizzate.
"Continuavamo a ricevere telefonate, così, vista anche la coincidenza con il weekend, abbiamo pensato di segnalarlo", dice don Acquaroli, a fine luglio nominato direttore della Don Milani. A 32 anni raccoglie un testimone importante. Cappellano del carcere, prete degli ultimi, instancabile tessitore di relazioni a tutti i livelli, don Resmini teneva saldo il filo dell'accoglienza a Bergamo. "Ce ne siamo resi conto anche dalle testimonianze dopo la sua scomparsa", spiega don Acquaroli, che su questo vuoto da colmare sta costruendo una tesi di laurea.
È al quinto anno del corso magistrale in Progettazione e gestione degli interventi socioeducativi all'Università salesiana di Venezia. "Una scelta maturata anche con la spinta di don Fausto, era convinto che servisse preparazione — precisa —. Per la comunità si apre una riflessione enorme. Ho pensato allora di approfondire il tema di come portare avanti un gruppo quando viene a mancare il punto di riferimento".
Per lui don Fausto lo era da 11 anni, quando da seminarista fu mandato a Sorisole a dare una mano con i compiti. "Non mi era minimamente piaciuto. Non riuscivo a spiegarmelo, perché tutti parlavano bene di questa realtà. Chiesi di tornare e don Fausto mi mise tre settimane in stazione. Eravamo agli antipodi, io e lui. Poi, ha ribaltato tutto". Sono cominciate le messe animate con la chitarra in carcere e il nodo si è stretto fino all'incarico di tre anni fa come vice e responsabile dell'area per i minori. "Per portare avanti un gruppo che ha perso il suo punto di riferimento ci si deve muovere su due linee: la gratitudine e scoprire quali sono le eredità lasciate". Per quanto riguarda la prima il sacerdote esprime "l'enorme gratitudine verso gli educatori e i coordinatori, che hanno continuato a svolgere un lavoro che si basa fondamentalmente sulla relazione anche in un periodo di paura e incertezza, quando nemmeno noi sapevamo dare risposte".
Quanto all'eredità di don Fausto, "nonostante non fosse più così operativo, non c'è persona che possa sostituirlo in tutto: da subito ci siamo suddivisi i compiti con i suoi collaboratori". Gli "storici", quelli che con don Fausto erano un trio fin fai tempi della scuola, sono Luigi Zucchinali e Oliveto Salvatore. Poi ci sono i coordinatori del Servizio Esodo in stazione, dell'accoglienza dei neo maggiorenni, oggi una quindicina, dei richiedenti asilo (30) e dei minori (18), un'ex emergenze. "Anche per via del Covid gli arrivi dei minori non accompagnati sono calati, l'ultimo è stato un somalo, 17 anni, 2 di viaggio. Ha perso il fratello in mare".
La volontà è di portare avanti anche i progetti rimasti in sospeso, come il forno a Lallio, un tempo del nonno di don Acquaroli, e la cascina di don Roberto Pennati a Redona. L'idea è realizzare progetti di reinserimento per ex detenuti: "Continueremo a metterci a disposizione del carcere", assicura don Acquaroli.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 agosto 2020
Al via Marinella e gli Aquiloni, progetto ideato per i ragazzi ammessi all'esecuzione penale esterna: fino a ottobre si dedicheranno alla zona Mercato-Pendino. Dodici giovani, con alle spalle storie difficili e problemi con la giustizia e davanti un'alternativa di futuro diversa, sono i protagonisti del progetto Marinella e gli Aquiloni che prenderà il via lunedì presso la sede della Onlus Obiettivo Napoli in via Cosenza, nel capoluogo campano.
Si tratta di giovani sottoposti al regime alternativo della esecuzione penale esterna che avranno, da lunedì, la possibilità di partecipare a un progetto di grande valore in cui la formazione tradizionale sarà affiancata da un percorso on the job che durerà fi no a ottobre con lezioni sia in aula sia in cantieri esterni nella zona Mercato-Pendino.
Una zona della città scelta non a caso. Il progetto, nato in via sperimentale lo scorso anno da un'idea dell'Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna, consente di dare una motivazione diversa a chi è sottoposto a questo regime alternativo e di migliorare aree soggette a degrado urbano", spiega Argia Di Donato, avvocato e presidente di Nomos Movimento Forense, una delle associazioni che partecipano alla realizzazione del progetto.
L'iniziativa vede impegnati, oltre all'Ufficio esecuzione penale esterna per la Campania, anche il Dipartimento per la giustizia minorile, enti pubblici, enti morali, enti del terzo settore, scuole, la seconda Municipalità di Napoli e la Consulta delle associazioni e delle organizzazioni di volontariato che insieme formano la "rete di Marinella".
L'idea di fondo è quella del reinserimento in un'ottica riparativa, anche attraverso la riqualificazione di luoghi della comunità. L'obiettivo è consentire ai dodici giovani di acquisire competenze, o rafforzare quelle possedute da ciascuno, e rendere possibile il reinserimento lavorativo e più in generale la risocializzazione. L'edizione 2020 si svolgerà, inoltre, con particolare attenzione ai protocolli di sicurezza anti-Covid.
"Siamo una rete informale composta da amministratori del territorio, educatori, insegnanti, assistenti sociali, mediatori culturali e linguistici, psicologi, sacerdoti, associazioni, enti, istituzioni - spiegano gli organizzatori - Tutti noi abbiamo un comune vivo interesse perché il territorio in cui viviamo o lavoriamo sia un ambiente positivo, accogliente, nutriente".
Il quartiere Mercato è in una zona della città ricca di scambi economici, facilitati dalla rete delle comunicazioni e dalla vicinanza al mare e su cui insistono le attenzioni di molteplici istituzioni. Una zona dalla grande tradizione storico-culturale, densamente popolata ma sprofondata in un progressivo degrado ambientale e sociale, aggravato dalla crisi-Covid e segnalato a più voci dai cittadini che, però, non sono riusciti ancora a diventare attori del cambiamento.
Anche per questo il progetto Marinella e gli Aquiloni si presenta come un progetto ambizioso, che mira a contrastare lo scollegamento degli enti e delle associazioni che operano sul territorio e promuovere la reciproca conoscenza (una mappatura attiva) e l'interazione su comuni interessi (l'ambiente, il lavoro) per favorire una fitta rete di interconnessioni che possa sviluppare azioni positive a favore dei cittadini, integrando i cittadini stessi anche avvalendosi di quelle persone in "area penale" che possono dare un forte senso di riscatto e di risarcimento al loro operato".
di Alice Ferretti
Il Mattino di Padova, 22 agosto 2020
Non è facile accettare il fatto che, da un momento all'altro, Antonella, una donna forte, solare e sportiva, se ne sia andata. Non è facile soprattutto per il marito Daniele Bellemo, i figli Gianluca e Silvia, la mamma Claudia e il fratello Giampaolo. La famiglia sta vivendo momenti di grande dolore. "Daniele e i due ragazzi sono ancora in Sardegna, non torneranno certamente prima di lunedì o martedì prossimo", dice il fratello Giampaolo, "So che hanno chiesto il permesso alla Capitaneria di porto di poter andare nel luogo della tragedia e gettare un mazzo di fiori in mare. Stanno aspettando l'ok, è un modo per salutare Antonella".
La cinquantaquattrenne che si è sentita male mentre stava facendo ciò che più le piaceva, le immersioni, era molto conosciuta in città. Oltre ad avere lo studio professionale da commercialista in piazza Eremitani, aveva insegnato per anni in diverse scuole cittadine, dal Valle, al Duca D'Aosta, all'Einaudi, al Gramsci. Ed è proprio da docente di quest'ultimo istituto che, quest'anno, era andata a insegnare Diritto in carcere.
"Era contentissima di questo nuovo incarico. La appassionava molto", ricorda il fratello. Nella casa di reclusione Antonella era ben voluta da tutti i detenuti-allievi tanto che questi, non appena hanno appreso la tragica notizia, hanno manifestato tutto il loro dispiacere. "Sono rimasti molto male per quello che è accaduto e mi hanno manifestato la volontà di ricordare in qualche modo Antonella Picello, magari con un cuscino di fiori durante il funerale oppure scrivendo una lettera da leggere in quell'occasione", dice Claudio Mazzeo, direttore del Due Palazzi.
La data dell'ultimo saluto ad Antonella non è ancora stata fissata. E, prima di organizzare il funerale, bisognerà attendere l'autopsia e il trasferimento della salma. Quasi certamente la cerimonia verrà celebrata nella chiesa parrocchiale della famiglia Picello, la chiesa di San Nicolò. Intanto, in queste ore, nella pagina Facebook della donna si susseguono messaggi di cordoglio.
"Siamo rimasti senza parole. Sei stata una persona straordinaria, hai dato forza ai detenuti che avevano perso la speranza. Resterai sempre nei nostri cuori", scrive Danilo. "Non sarà più niente come prima senza di te. Un modo lo troveremo, prima o poi, tutti noi, per rimettere insieme i pezzi. Grazie per tutto quello che mi hai dato e che mi hai insegnato Antonella. Sei speciale e sarai una stella speciale dell'universo", scrive Alessandra.
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