di Davide Maniaci
Corriere della Sera, 23 agosto 2020
Su disposizione dei magistrati la Pediatria dell'ospedale di Pavia ospita madri e figli vittime di maltrattamenti. Un "rifugio" per bambini in difficoltà in attesa di conoscere il proprio destino. È diventato anche questo il reparto di Pediatria del policlinico San Matteo di Pavia. Quest'anno una decina di piccoli sono rimasti protetti nelle sue stanze anche se la loro salute è ottima.
Mai così tanti come nel 2020. L'ultimo caso riguarda una bimba di sette anni. Lo ha riportato ieri il quotidiano La Provincia Pavese. Sia la mamma sia la figlia stanno bene. Il San Matteo è, semplicemente, il luogo più sicuro per loro. Per decisione del magistrato entrambe si trovano lì da oltre una settimana, dopo una denuncia per aggressioni e minacce che la donna, 43 anni, ha sporto verso il convivente.
Lui, 47enne, non è il padre. I due, originari del Milanese, vivevano insieme da qualche mese nel quartiere Città Giardino, dopo che la signora era rimasta vedova. A Ferragosto nella loro casa di Pavia lui l'avrebbe minacciata, spintonata e ferita a una mano nel tentativo di impossessarsi delle chiavi di casa. Non era il primo episodio violento. La donna finalmente ha detto "basta" e ha richiesto l'intervento della polizia locale, le cui pattuglie sono arrivate due volte.
Poi è stata curata al pronto soccorso del San Matteo e dimessa con 15 giorni di prognosi. Anziché tornare a casa, ha semplicemente cambiato reparto su disposizione del magistrato. La vicenda infatti è in mano all'autorità giudiziaria. Spetterà ai giudici del Tribunale dei minori di Milano decidere le sorti della bimba, e alla procura della Repubblica di Pavia valutare la condotta del partner.
Non è la prima volta che al policlinico trovano rifugio bambini vittime di violenze e disagi familiari, insieme a un genitore, quando tornare a casa sarebbe troppo pericoloso. Sono i magistrati a disporre il loro collocamento temporaneo nel reparto di pediatria, diretto dal professor Gian Luigi Marseglia. Il personale si distingue per l'umanità e la delicatezza.
Lo stesso era accaduto anche ad una bimba di 3 anni che si era sentita male per aver ingerito una dose di hashish, lasciata incustodita sul tavolo dai suoi genitori. Dopo molte settimane di "degenza" era diventata la mascotte del reparto, prima di essere destinata ad una casa famiglia.
di Marco Revelli
La Stampa, 23 agosto 2020
Indecorosa è la povertà, non i poveri. È una verità che andrebbe sempre ricordata. Ma che (quasi) sempre viene dimenticata. O rovesciata. Lo testimoniano le tante ordinanze comunali sul "decoro urbano", regolarmente destinate a tenere a distanza dai luoghi della nostra vita sociale le figure del limite, i poveri estremi, i barboni, i questuanti e i senza fissa dimora, a maggior ragione se "migranti".
Da ultimo è toccato alla paciosa Cuneo, emettere i propri interdetti, con la minaccia di ammende da 500 euro per chi bivacchi negli spazi pubblici cittadini e la possibilità di arrivare al "daspo" (al divieto di ingresso nel territorio comunale, come per gli ultras del calcio) per i recidivi. Ma la pratica della "messa al bando" del povero considerato in sé "molesto" ha una storia affollata e condivisa in modo politicamente trasversale: aveva incominciato nel 2008 Graziano Cioni, assessore alla Sicurezza nella giunta fiorentina del sindaco Domenici (l'ultima di "sinistra-sinistra"), a dare battaglia ai mendicanti che, "causando pericoli per i pedoni", si sdraiavano sui marciapiedi del centro storico.
Era seguito poi uno sciame di 788 ordinanze emanate tra il 2008 e il 2009 da 445 sindaci in prevalenza del nord e in buona parte leghisti, sulla scia del Pacchetto Sicurezza del neo-ministro dell'Interno Maroni, prevalentemente mirate a tutelare il decoro urbano sterilizzando le città dalla presenza visibile degli indigenti. E carsicamente la cosa si ripete, ogniqualvolta segnali di crisi si affaccino all'orizzonte, e il timore dell'impoverimento dei più suggerisce a chi ha responsabilità di amministrazione di togliere dalla vista l'immagine di chi in povertà già c'è.
Beninteso: il moltiplicarsi negli spazi della vita cittadina di "ombre della strada", portatrici delle stimmate della miseria e del bisogno estremo, è di per sé cosa perturbante. L'immagine di una società fragile e a rischio di sfaldamento. Ed è sicuramente più facile rispondere all'inquietudine dei cittadini tentando di "farle sparire" per decreto, magari spostandole di qualche decina di chilometri, che non tentare di contrastare le radici del fenomeno – combattere, appunto, la povertà anziché i poveri -, e predisporre strutture di sostegno e di accoglienza, posti letto e mense, sportelli e regole di avviamento al lavoro. Ma è questa seconda via quella da seguire per una "buona amministrazione", che non si limiti a nascondere la polvere sotto il tappeto, ma sappia rispondere tanto alla domanda di decoro dei propri amministrati, quanto a quella di rispetto della dignità di tutte le persone, non solo di quelle che stanno dalla parte giusta della vetrina.
Ogni volta che questa storia si ripete, mi torna in mente un brano di Baudelaire, dai "Fiori del male", intitolato "Gli occhi dei poveri": in esso il poeta, seduto all'interno di un caffè parigino, vede, sul marciapiedi, tre figure cenciose, un padre con i due figlioletti, gli occhi spalancati ad ammirare l'interno lussuoso e, commosso, si rivolge all'amata, certo di veder ricambiato il proprio sentimento, ma al contrario si sente dire: "Questa gente, con quegli occhi spalancati come portoni, mi è insopportabile! Non potreste chiedere al maître di allontanarli da qui?".
"Tanto difficile è capirsi, caro angelo mio! – sarà la conclusione. E il pensiero è a tal punto incomunicabile, anche fra coloro che si amano!".
santannatoday.it, 23 agosto 2020
Pizza, cultura e solidarietà. La Casa Circondariale di Piazza Armerina, in occasione della conclusione di un corso di formazione di Pizzaiolo, che si è tenuto all'interno dell'istituto, a cura del Cisi di Enna, organizza l'evento "Pizza Galeotta. Metti una Pizza a Piazza", che si terrà il prossimo 3 agosto. Un'occasione per fare gustare le pizze, realizzate dai detenuti allievi del corso, con la guida dei maestri pizzaioli, ad autorità, sarà presente, tra gli altri, il sindaco della città dei mosaici, Nino Cammarata, ed amici.
L'idea, messa a punto dalla direzione del carcere, con il contributo di idee della collaboratrice culturale, Samantha Intelisano, prevede la consegna degli attestati, una degustazione, letture scelte a cura di Roberta Battista e musiche dal giradischi ed avrà come location la biblioteca, attualmente in via di allestimento. Si tratta di uno dei primi eventi realizzati in un istituto penitenziario dopo la fase di maggiore emergenza Covid.
Teatro della manifestazione la biblioteca, la cui implementazione è stata in questi mesi obiettivo primario della direzione. In particolare per l'arredamento è stato privilegiato il materiale artigianale riciclato, quali le cassette di vino. Una prima dotazione è stata offerta dal ristorante siracusano Don Camillo mentre nel corso della manifestazione di lunedì prossimo 3 agosto sarà Mirko Costa, delle cantine Planeta, a consegnare una dotazione di cassette da vino che saranno utilizzate per ampliare la biblioteca del carcere.
"Ambiente che vuole essere, non mero luogo di di smistamento di libri, ma centro di cultura dell'istituto, luogo di riunioni e di diffusione del sapere e di incontri come quello di giorno 3 - dice il direttore della Casa Circondariale, Antonio Gelardi - Per questo siamo fra l'altro grati alle cantine Planeta, a cui va il ringraziamento ed il plauso della direzione, che ha risposto alla nostra richiesta con grande generosità e lungimiranza".
L'evento sarà replicato nei giorni successivi per i familiari dei detenuti che hanno preso parte al corso, che avranno la possibilità di gustare le pizze confezionate dai familiari e di trascorrere, pur nel rispetto delle misure precauzionali, delle ore diverse da quelle dei normali colloqui.
La Nazione, 23 agosto 2020
Offrire ai detenuti un'esperienza fondata sulla comunicazione sociale attraverso i linguaggi della scena: questo l'obbiettivo del laboratorio di teatro e musica "Il teatro del mare", che dallo scorso settembre coinvolge i detenuti/attori della Casa di reclusione dell'isola di Gorgona, nell'arcipelago toscano.
Il primo spettacolo s'intitola "Ulisse o i colori della mente" e andrà in scena sabato 5 e domenica 6 settembre a Gorgona. I due appuntamenti sono aperti al pubblico. Prenotazione obbligatoria entro venerdì 28 agosto via mail all'indirizzo
Costo 25 euro comprensivo di viaggio, spettacolo e pranzo a buffet. Lo spettacolo si svolgerà sotto forma di corteo itinerante e avrà il suo finale nel porticciolo dell'isola. Il laboratorio "Il teatro del mare" è condotto da Gianfranco Pedullà, Francesco Giorgi e Chiara Migliorini all'interno del progetto Teatro in Carcere della Regione Toscana in collaborazione con la Casa di Reclusione di Gorgona. Informazioni per il pubblico: Compagnia Teatro Popolare d'Arte - Tel. 055 8720058.
di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 23 agosto 2020
Mi sento come l'asino di Buridano. Mi trovo davanti a due sacchi di fieno e due secchi d'acqua uguali e a identica distanza. Su uno c'è un bel Sì e sull'altro un bel No.
Pensandoci e ripensandoci mi sento un asino, ma non un asino qualunque: l'asino che occupa un posto di rilievo nelle dotte discussioni medievali sul libero arbitrio: l'asino di Buridano. Quell'asino, che sono io, si trova davanti a due sacchi di fieno e due secchi d'acqua fresca, perfettamente uguali e a identica distanza da lui. Su uno c'è un bel SÌ e sull'altro un bel NO. Come decidersi per l'uno o per l'altro?
Per un momento, mi ricordo che, in tempi non sospetti, condividevo l'opinione di coloro che pensavano che il nostro Parlamento fosse pletorico. Avevo argomenti che mi sembravano buoni. Innanzitutto, nelle assemblee troppo numerose i talenti si confondono in masse senza qualità. Le masse senza qualità, non agiscono ma sono chiamate a reagire, cioè per far qualcosa devono essere eterodirette. Dipendere da altri, tutti sono capaci. Nei grandi numeri, i singoli si confondono e possono nascondersi, non si considerano responsabili di ciò che avviene, sviluppano spiriti gregari, sono numeri. I numeri, nei consessi collettivi, sono direttamente proporzionali alla irrilevanza.
Mi sembrava che, se avessero chiesto a qualcuno che ne sa di dinamiche collettive, come fare per umiliare un organo quale un Parlamento, una delle prime cose che avrebbe suggerito, magari pensando alla massa compatta e grigia dell'Assemblea popolare cinese o del Congresso dei deputati del popolo dell'Unione sovietica (migliaia di persone), sarebbe stata di moltiplicare i numeri. Così, l'asino si sarebbe incamminato verso il fieno e l'acqua fresca del SÌ.
Ora, però, si sostiene tutto il contrario, cioè che la diminuzione del numero dei parlamentari coincide con l'umiliazione del Parlamento. In fondo, nel non detto, ci sarebbe il perenne virus antiparlamentare del popolo italiano, che galleggia nel fondo di ogni tentazione autoritaria o, versione aggiornata, nel plebiscitarismo che si nasconde in certa democrazia diretta. Il taglio parziale dei parlamentari, così, sarebbe solo un rimedio momentaneo, in vista di un taglio ben più radicale. Se fosse così, l'asino avrebbe invertito la marcia verso il NO.
Il quale NO si appoggia su quest'altra considerazione circa le numerose funzioni che il Parlamento deve adempiere: legiferare, indirizzare, controllare nei campi più diversi, corrispondenti alle sempre più numerose presenze dello Stato nella vita civile.
Chi potrà esercitarle convenientemente, se non ci saranno abbastanza persone a occuparsene, a partecipare alle sedute dell'Aula, alle riunioni delle Commissioni, eccetera? Sarà il governo con suoi atti che sfuggiranno ai controlli che, in democrazia, sono necessari. In breve, diminuire il numero dei parlamentari significa aumentare i già cospicui poteri del governo: democrazia a rischio. L'asino si rafforza ancor di più nella sua convinzione per il NO.
Come tutti gli asini, anche questo è testardo. Ma non lo è, però, fino al punto dal non pensare che ciò su cui deve decidersi è un taglio quantitativo, non una abolizione, e che il resto è solo un processo alle intenzioni. Non si decide su questioni costituzionali in base a processi alle intenzioni, ma considerando la realtà che sta al di là, tanto più che le intenzioni passano e le riforme restano. Questo asino ha la memoria lunga e si ricorda che il Parlamento, fino alla riforma costituzionale del 1963 era meno numeroso (la Camera dei deputati, nella I legislatura, ad esempio, era di 572) e ciò non ha mai fatto lamentare difficoltà nell'esercizio delle funzioni dei parlamentari.
Ma, soprattutto, non gli è difficile prendere atto dell'assenteismo, dell'incompetenza, dell'anonimato, alla fine dell'irrilevanza di molti. Chi è fuori del Parlamento si stupisce spesso di apprendere che dentro ci stanno Tizio, Caio o Sempronio le cui opere sono totalmente assenti e sconosciute. Prende corpo l'idea di diminuire i numeri degli oziosi, valorizzando gli operosi. Questa è altra questione che si risolve non parlando di numeri, ma di qualità: una questione che bisognerà pur porre, prima o poi. In ogni caso, ciò che è chiaro è che l'argomento del carico di lavoro è specioso. E così la propensione per il SI' si rafforza.
C'è poi la questione del rapporto tra gli eletti e gli elettori, la questione della rappresentanza democratica. Qualunque asino sa che tanto più elevato è tale rapporto, tanto più evanescente è il rapporto tra i primi e i secondi. Uno a uno sarebbe l'optimum; uno a quaranta milioni (quanti siano gli elettori) sarebbe il pessimum. L'uno e l'altro sarebbe assurdo: il primo sarebbe il contrario della rappresentanza, il secondo coinciderebbe con il dispotismo elettivo. Ma la cura di questo rapporto è essenziale in democrazia e, perciò, il NO si manifesta preferibile.
Tuttavia, il rapporto di rappresentanza è flessibile, non esiste un rapporto "giusto". Può variare a seconda dell'impegno dell'eletto, degli strumenti di comunicazione che gli si mettono a disposizione e, dall'altra parte, dalla capacità degli elettori, singoli e organizzati attraverso associazioni, partiti, sindacati, di far sentire la propria voce. Il deputato che percorre in carrozza le strade polverose del suo collegio per incontrare la sua gente è l'immagine romantica d'un passato perduto. Se poi per rappresentanza s'intende il deputato che richiede, per esempio, nel question time, a cui il ministro o chi per esso risponde leggendo un foglio preparato dagli uffici, si capisce che la "rappresentanza" può essere cosa assai più seria di così. Le ragioni del no in nome del sacro principio della rappresentanza non sono allora così evidenti e avanzano di nuovo quelle del SI'.
Insomma, alla fine questo asino al quale ho imprestato la mia asinità, a forza di girare di qua e di là è sconcertato, non sa dove rivolgersi e, forse, concluderà perfino di non avere né fame né sete e, così, preferirà voltarsi e andarsene altrove, mettendo fine al rovello al quale lo si è voluto sottoporre per saggiare in che consista il suo libero arbitrio.
Ultima considerazione: alla fine si deciderà per ragioni che hanno poco a che fare con quelle propriamente costituzionali: fare un favore a questo o un dispetto a quello; rafforzare un partito rispetto ad altri; consolidare la maggioranza o indebolirla; mettere in difficoltà una dirigenza di partito per indurla a cambiare rotta e, magari, a cambiare governo o formula di governo. Ma, allora, quell'asino, per quanto asino sia, avrà un'ulteriore ragione per starsene costituzionalmente sulle sue.
di Michela Allevi
Il Messaggero, 23 agosto 2020
Lo aveva già detto nei giorni scorsi e ora l'annuncio sembra ufficiale: "La Sicilia non può continuare a subire questa invasione di migranti. Tra poche ore sarà sul mio tavolo l'ordinanza con cui dispongo lo sgombero di tutti gli Hotspot e dei Centri di accoglienza esistenti".
A parlare, ieri in serata, è stato il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, che è pronto a prendere decisioni drastiche di fronte al mancato supporto dell'Europa e dopo avere denunciato di essere stato praticamente abbandonato dal Governo: "Si attivi un ponte-aereo immediatamente e si liberi la Sicilia da queste vergognose strutture, iniziando da Lampedusa", dice.
E ancora: "Le regole europee e nazionali sono state stracciate. L'Europa fa finta di niente e il governo nazionale ha deciso, malgrado i nostri appelli, di non attuare i decreti vigenti e di non chiudere i porti, come invece ha fatto lo scorso anno con il decreto interministeriale Interno-Difesa-Trasporti". Secondo il presidente Musumeci "c'è una colpevole sottovalutazione del fenomeno senza precedenti. E non capiscono quanto stia crescendo la tensione. Vogliono far diventare razzisti i siciliani, che sono il popolo più accogliente di tutto il mondo? Adesso se vogliono a Roma impugnino pure la mia ordinanza. Basta: abbiamo avuto fin troppo rispetto istituzionale su questa emergenza, ricambiato da silenzi, indifferenza e omissioni".
Dichiarazioni che, ovviamente, vengono accolte con entusiasmo dal leader della Lega, Matteo Salvini: "Musumeci ha detto basta all'arrivo di immigrati nell'isola, ordinando la chiusura di centri d'accoglienza e hotspot. Stop invasione!". La decisione del presidente della Regione Siciliana è arrivata dopo diverse giornate di sbarchi, in una situazione resa ancora più difficile dall'emergenza sanitaria che sta attraversando il Paese, con il numero di contagi in incremento anche sull'isola. Ieri 65 dei 220 migranti sbarcati a Lampedusa tre giorni fa sono stati trasferiti a Pozzallo. Tutti sono stati sottoposti a tampone e, successivamente, trasferiti nel centro di accoglienza dell'ex azienda agricola Don Pietro, contrada Cifali, tra Ragusa e Comiso.
Mentre altri 167 profughi - tutti negativi al Covid - sono sbarcati nel porto di Augusta dalla nave quarantena Aurelia e sono stati trasferiti fuori dalla provincia. A Lampedusa l'aria che si respira è pesante, con il centro di accoglienza al collasso e alcuni casi di positività registrati: in Sicilia su 48 nuovi contagiati 16 sono migranti. Un clima che potrebbe sfociare in tensioni, come è successo a Massa, dove sono scoppiati disordini per la presenza in strada di alcuni' stranieri residenti in un centro di accoglienza dove si è sviluppato un focolaio Covid.
Per alleggerire il Centro di Lampedusa, la prefettura di Agrigento, assieme al dipartimento delle Libertà civili e Immigrazione del ministero dell'Interno, ha disposto per oggi il trasferimento di altri 45 migranti a Caltanissetta. Nell'hotspot resteranno circa mille stranieri. Intanto è previsto l'arrivo sull'isola di personale della Croce Rossa che, su invito del capo dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione, fornirà supporto nelle attività di accoglienza.
Ma i problemi sono anche altri. Il sindaco Totò Martello sottolinea che "l'emergenza migranti a Lampedusa è legata anche alle loro imbarcazioni che una volta arrivate vengono, sequestrate ed affidate all'ufficio della Dogana in attesa della rimozione e demolizione. Ma quanto tempo dura questa attesa?". Il primo cittadino parla di "rischi di inquinamento ambientale e per la sicurezza all'interno dell'area portuale".
di Simone Alliva
L'Espresso, 23 agosto 2020
Studenti. Professionisti. Famiglie. Dentro la "prigione dei bambini" in fuga dalle guerre, la Comunità di Sant'Egidio ha deciso di organizzare delle ferie alternative per dare un sollievo ai profughi bloccati sull'isola. È così. C'è un'Italia che ostinatamente non vuole dare retta a Salvini, Meloni e simili. Un'Italia che dopo aver sofferto i mesi del lockdown, dopo aver attraversato dolori e perdite, decide di usare le proprie ferie per andare a Lesbo, al campo profughi di Moira.
E stare qui, dove la situazione sanitaria era già precaria prima del Covid-19, in un campo creato per ospitare 2.800 persone ma oggi ce ne sono 15 mila e novecento. Migranti bloccati in attesa che la loro richiesta di asilo sia valutata. Tra detriti, topi, mosche e ruscelli di escrementi che circondano le tendopoli del campo.
Dentro la "prigione dei bambini" in fuga dalle guerre, la Comunità di Sant'Egidio ha deciso di organizzare quella che chiama "vacanza alternativa" per dare un sollievo ai profughi bloccati sull'isola. Entro fine mese si stima arriveranno circa trecento volontari da tutta Europa, moltissimi gli italiani: insegnano lingue, organizzano cene, giocano con i minori non accompagnati, portano una luce di speranza ai richiedenti asilo oppure in attesa di ricollocamento.
Lo fanno gratis, è ovvio. Lo fanno perché non c'è bisogno di parlare in certi momenti, c'è bisogno di fare, allontanarsi dallo schermo, di "spegnere i social e andare nel mondo reale", come spiega la responsabile del settore migranti della Comunità di Sant'Egidio, Daniela Pompei: "È una missione composta da diversi paesi europei che si alternano, un'esperienza che vuole dare voce a un'Europa un'alternativa portata avanti non solo da italiani ma anche da polacchi, ungheresi, cechi, spagnoli, francesi, tedeschi...".
Giovani, adulti, nuclei familiari interi composti da marito, figli, nipoti, dedicano la loro estate a turni (stancanti) per aiutare gli altri. Si svegliano la mattina presto e poi vanno a regalare un sorriso a chi ne ha bisogno: "E aiutare gli altri ti restituisce un senso diverso della vita...", aggiunge Pompei. Sovraffollamento. Bagni intasati. E cure solo per i pochi che hanno i documenti in regola. Nell'isola greca non c'è un'unità di crisi per l'emergenza sanitaria. E senza un'evacuazione umanitaria, l'ecatombe è solo questione di tempo
È un sentimento trasversale questo bisogno di ritrovarsi qui dopo i mesi del lockdown e tendere una mano agli altri: attraversa diverse generazioni, dai più giovani agli anziani. Come racconta Francesco, 17 anni, studente del liceo classico, arrivato a Lesbo con i genitori: "Non è proprio volontariato", spiega, "la vedo più come un'esperienza che mi aiuta a empatizzare con la gente. Un modo di "vedere oltre". E poi: "Ho fatto amicizie, ho conosciuto storie terribili e altre che arrivano quasi a un lieto fine. Dico "quasi" perché il lieto fine è arrivare in un posto veramente sicuro, qui continuano a rischiare la vita".
Fare un'immersione dentro la realtà "puzza", aggiunge Francesco. "Entrare in un campo è una cosa totalmente diversa dal guardarlo in tivù. C'è la disperazione, c'è la gente ammassata e vestita di stracci. Poi ci sono questi ruscelli di feci che attraversano le tende dove vivono queste persone. Gente che prima non "vedevo" veramente, adesso sì. C'è una storia dietro ognuno di loro, adesso posso ascoltarle. Tristezza, disperazione, a volte odio. Ma anche bisogno di salvezza".
Francesco, come altri, qui sente che sta cambiando: "Questo viaggio non era programmato, ma quando in casa se n'è parlato ho pensato che forse era una buona idea per staccarmi dalla vita quotidiana. Sai cosa? Negli ultimi tempi avevo pensato troppo ai miei problemi, a me stesso. E invece guarda, c'è un mondo fuori con problemi seri e reali. Io ho capito solo adesso che siamo parte di una comunità. Che siamo tutti dentro la stessa situazione. E che dividerci non ha senso".
Insieme ad altri volontari, Francesco ha aiutato a risistemare un frantoio decadente vicino al campo. Lo hanno trasformato in un ristorante (si chiama "Il ristorante della solidarietà"): tavoli, tovaglie, una cucina. Poi Francesco ha iniziato a servire ai tavoli e a compilare le schede con il profilo delle persone che arrivano per cenare. Le regole sono quelle del distanziamento sociale applicate in tutta Europa: un metro e mezzo di distanza tra i tavoli, mascherine, gel igienizzante all'ingresso: "Diamo la possibilità alle persone di sedersi intorno a un tavolo. Buon cibo. Sorrisi. Restituisce un po' di umanità".
Circa 350 persone - per lo più famiglie con bambini molto piccoli provenienti dall'Afghanistan, dall'Iran, dalla Siria - hanno ricevuto il permesso di uscire dal campo profughi di Moria per partecipare a queste cene. Ed è una festa, sempre.
Di giorno invece Francesco va alla "scuola della pace": un campo di calcio pieno di bambini, "circa 400", che studiano, giocano, cantano in coro accompagnati dal suono della sua chitarra: "Sembra una piccola cosa ma è davvero speciale: questi ragazzini prima del nostro arrivo non facevano nulla. Vivono quella noia che uccide un po' l'infanzia.
Ti fa diventare grande subito, questo non fare nulla. Ti ammazza la gioia. Guardo le facce dei miei coetanei e li vedo: sembrano più adulti di me, più vecchi". E aggiunge: "Sai, prima di venire qui avevo letto "Se questo è un uomo" e molte cose di questo campo mi hanno ricordato un lager. Penso sia un po' il nostro Olocausto. Ma non lo vediamo. È l'Olocausto di un'Europa che non riesce neanche ad accogliere 15 mila persone. Non vede, non ascolta, non empatizza. Non è la mia Europa. Questo è un inferno. Come si fa a non capire che siamo tutti responsabili?".
Responsabilità, solidarietà, empatia, ascolto, consapevolezza sono le parole d'ordine di questi turisti dell'umanità. Parole che maneggiano con cura per spiegare il processo che li ha spinti ad arrivare qui: "Ho camminato per giorni dentro queste strade ed è l'inferno", racconta Antonella, ingegnere gestionale romana di 28 anni, "ma non potevo fare altrimenti. Durante il lockdown ho sentito davvero il bisogno di riconnettermi con il mondo. Ho sempre pensato, in quei mesi: e se una cosa del genere fosse arrivata in un posto come Lesbo? Eccomi qui, a distanza di tempo: preparo i pasti per centinaia di persone, distribuisco gli alimenti. Sono arrivata la mattina di lunedì, ho lasciato la valigia in albergo e siamo andati ad allestire la cucina".
L'incontro che le cambia la "prospettiva di vita", dice, è stato quello con il sorriso di Amir, un bambino afghano di dieci anni: "Dopo essere venuto alla Scuola della pace mi ha scritto un biglietto: era un invito nella tenda dove vive insieme ai genitori. C'era scritto come raggiungerlo e tra parentesi ha aggiunto: "we never have mask". Insomma sanno che è in corso una pandemia, ma nessuno li protegge. Sono arrivata lì con altri volontari. Quello che ho visto non lo scorderò mai. Erano tre tende minuscole, una attaccata all'altra. Loro sono in quattro, dentro questo spazio angusto, da più di un anno. La madre insegna inglese a lui e agli altri bambini, un segno di speranza per dire che la vita non finisce".
Il tempo su quest'isola cambia lo sguardo sul mondo, cambia la vita di chi lo attraversa. Interpella le coscienze: "Questi bambini sperano ancora", dice Antonella. "Noi siamo giovani adulti di un Europa diventata globale e ci sentiamo un popolo a tutti gli effetti. Ed è una responsabilità nostra far vedere un'Europa che ha un'anima. Ho visto cose disumane. Cose che sembrano di un altro mondo eppure così vicine e così terribili. Come si fa?".
Aggiunge Stefania, 63 anni festeggiati proprio qui a Lesbo, assistente sociale piena di energie e carica di sorrisi: "La cura dovrebbe riguardare ciascuno di noi, nessuno escluso". E poi: "Ho preso delle ferie e sono venuta qui. Mi sono ritrovata a cucinare per 600 persone, io che in Italia vivo da sola", sorride. Tra i fornelli e i tavoli dice: "C'è un grande bisogno di stare in comunità, di normalità. Soprattutto di non sentirsi abbandonati".
La comunità è anche quella che si riunisce tra i volontari di Sant'Egidio: "Ho condiviso questa esperienza con persone che vengono dalla Spagna, dalla Germania, dalla Polonia, persone di tutte l'età. Questo è il volto dell'Europa, diverso da quello dei porti chiusi: umano e solidale".
E poi ci sono i giovani migranti: "Somigliano ai nostri figli, ai nostri nipoti. Ho conosciuti ragazzi pieni di energia e forza che bivaccano qui senza fare niente". "Niente", ripete. "Ieri parlavo con un giovane congolese di 19 anni, l'età di mio nipote. È qui da un anno, cercava un futuro ed è rimasto incastrato dentro questo spazio, dove il tempo sembra non passare mai. Parla del presente, dentro questo limbo il futuro non si può immaginare. Eppure, sono persone che potrebbero dare molto".
A quest'altezza della vita, Stefania dice di essere "cresciuta" tra le tendopoli. "È così. Sono cambiata e mi pongo ogni notte una questione semplice: qui ci sono 15 mila persone. Non si potrebbero ricollocare in Europa? Davvero non ce la facciamo? Porto con me gli occhi di tanti bambini, di tanti giovani e un grande senso di ingiustizia. Anche se confesso: ho ritrovato la bellezza della speranza. Siamo tantissimi europei, parliamo lingue diverse, certo abbiamo visioni differenti ma ci siamo ritrovati dentro questo bisogno di restituire umanità. C'è una grande armonia ed è possibile stare insieme. Basta volerlo fare. Perché ci salviamo solo insieme".
È sera mentre Stefania pronuncia queste parole. Dentro il ristorante, i migranti scattano delle foto tra tavole imbandite e fiori. Sono attimi di normalità. È l'unica immagine "bella" che possono mandare ai propri familiari per dire "sto bene, me la caverò, non vi preoccupate", prima di ritornare in quella prigione putrescente e a cielo aperto di nome Moira.
di Nello Scavo
Avvenire, 23 agosto 2020
Sono morti in 45, dopo essere stati rapinati in mare da dei banditi che hanno sparato sulle taniche di carburante. I superstiti recano segni di gravi ustioni. Il ragazzo eritreo è riuscito a salvare dalle fiamme il documento con cui era stato registrato in Libia presso l'agenzia Onu per i rifugiati. Con quello in tasca sperava di ottenere in Europa la protezione che il diritto internazionale prevede per chi come lui fugge da violenze e persecuzioni. Alla partenza erano in 85, sono vivi in 40. Vivi ma non "salvi". Hanno i corpi coperti di ustioni curate con qualche fasciatura e nessun medico. Questa volta però a Zuara è accaduto qualcosa di inedito.
Quando sono stati riportati a terra da alcuni pescatori, la polizia voleva riconsegnarlo insieme agli altri superstiti al centro di detenzione di Zuara. Ma qui è accaduto quello che nessuno si aspettava. Il direttore della prigione per migranti si è rifiutato di imprigionarli. Coperti da ustioni, alcuni in ipotermia, altri con i sintomi tipici di chi è sopravvissuto all'annegamento, tutti sotto choc per quello che avevano subito e per i loro amici e familiari, in 45 non più riemersi dagli abissi, meritavano cure altrove, non in una prigione.
Non sappiamo se si sia trattata della protesta solitaria di un funzionario libico stanco di assistere alle violazioni dei diritti umani, o della decisione di un esponente delle milizie (le prigioni sono affidate a rappresentanti delle varie milizie) che si danno battaglia nel traffico degli esseri umani. Di certo la vicenda mostra ancora una volta l'inadeguatezza della gestione dei migranti in Libia da parte delle stesse autorità. Ad attaccare i migranti erano stati dei banditi a cui adesso la polizia di Zuara starebbe dando la caccia. I feriti sono stati lasciati liberi, ma senza cure. Solo l'aiuto di qualche conoscente e di qualche agenzia umanitaria ha permesso quantomeno di effettuare i bendaggi. In una prigione del Ministero dell'Interno sono invece stati portati quelli in condizione di salute migliori.
"Non abbiamo ancora visto dei medici", ha raccontato a Internazionale uno dei sopravvissuti. "Una volta ritornati a Zuara quelli che avevano ferite ed erano malati sono stati lasciati andare via dalle autorità libiche, mentre i sani - riporta Annalisa Camilli - sono stati rinchiusi nel centro di detenzione".
Intanto le navi umanitarie si preparano a tornare nell'area di ricerca e soccorso. Il veliero Astral di Open Arms è salpato nei giorni scorsi e si dirige nel Mediterraneo centrale per una missione di osservazione e raccolta di notizie. La presenza in mare di milizie libiche che compiono azioni di vera pirateria sono oramai all'ordine del giorno. Complice la pressoché totale assenza di navi militari.
La piattaforma umanitaria italiana Mediterranea sta ultimando i preparativi per tornare in acqua con la "Mare Jonio", mentre a sud di Lampedusa già si trova la "Sea Watch 4".
"Sono giorni tragici nel Mediterraneo centrale, gli ennesimi di una strage senza fine", sottolinea in una nota Mediterranea Saving Humans. Dall'Oim, l'agenzia dell'Onu per le Migrazioni, e da fonti giornalistiche "arrivano notizie di almeno tre naufragi negli ultimi cinque giorni e di un bilancio che sfiora i 200 morti tra uomini donne e bambini in fuga dalla Libia".
Si parla di miliziani che sparano addosso ai gommoni dei naufraghi e di natanti lasciati in mare per giorni dalle autorità europee prima del naufragio: "Una situazione di drammatica disumanità".
L'organizzazione si dice consapevole "che la Civil Fleet, cioè la flotta della società civile europea, può solo dare un aiuto parziale in una situazione di grande emergenza, su cui dovrebbero invece intervenire i governi europei organizzando corridoi umanitari per l'immediata evacuazione delle persone dalla Libia e riportando nel Mediterraneo centrale in missione di soccorso le navi delle guardie costiere e delle marine militari europee".
Alla data del 20 agosto, 7.122 rifugiati e migranti sono stati registrati come intercettati in mare e sbarcati in Libia. Il 19 agosto, 74 persone, principalmente dal Gambia e dal Camerun, sono state riportate alla base navale di Tripoli.
La scorsa settimana, Unhcr ha registrato 193 rifugiati e richiedenti asilo principalmente dal Sudan (156) ma anche da Siria (14), Eritrea (10), Somalia (4), Yemen (4), Etiopia (2), Iraq (2) e Sud Sudan (1). Attualmente, si stima che 2.267 rifugiati e migranti siano trattenuti nei campi di prigionia in Libia.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 23 agosto 2020
Tra i fattori all'origine della nuova proposta di pacificazione si trova il netto peggioramento dei rapporti tra Abdel Fattah al-Sisi e Khalifa Haftar. In sintesi, il presidente egiziano negli ultimi mesi ha trovato sempre più difficile lavorare col capo militare della Cirenaica, tanto che alla fine si è mosso per esautorarlo.
Tra i fattori all'origine della nuova proposta di pacificazione della Libia si trova il netto peggioramento dei rapporti tra Abdel Fattah al-Sisi e Khalifa Haftar. In sintesi, il presidente egiziano negli ultimi mesi ha trovato sempre più difficile lavorare col capo militare della Cirenaica, tanto che alla fine si è mosso per esautorarlo e aprire un canale diretto col presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh. La svolta è rilevante.
A logica i due uomini sono alleati naturali. Lo sono per vicende personali e visione del mondo. Entrambi militari di carriera, vicini a Washington, ma soprattutto nemici acerrimi del fronte dei Fratelli Musulmani e quindi sia del governo di Fayez al-Sarraj a Tripoli che specialmente della Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Al-Sisi e Haftar appartengono al campo dei regimi forti arabi amici dei salafiti, ma ostili al concetto politico di Califfato panislamico imperante tra le milizie della Tripolitania e nelle aspirazioni neo-ottomane del presidente turco.
La loro rottura ha dunque ragioni tattiche, non ideologiche o strategiche. Nasce dalle sconfitte militari di Haftar. Quello che veniva chiamato "l'uomo forte della Cirenaica" si è rivelato una tigre di carta. Ha imposto la logica della guerra, ma è stato battuto sul suo campo. Non solo, quando si è visto in difficoltà un anno fa, senza consultarsi con il Cairo, è corso a chiedere aiuto a Vladimir Putin, che ha inviato i mercenari della Wagner. Di fronte ai contractor russi, Tripoli ha aperto le porte ad Erdogan, che ne ha approfittato a piene mani. L'intervento turco è stato decisivo. Putin non era affatto pronto a impegnarsi in Libia come in Siria e l'Egitto non è in grado di sfidare apertamente uno dei più forti eserciti della Nato. Da qui la scelta minimalista di abbandonare Haftar e rivolgersi a Saleh. Un uomo per tutte le stagioni, che però almeno controlla le tribù libiche dell'Est e può impedire il passaggio di elementi jihadisti in Egitto. Al vertice del Cairo in luglio, Saleh era la prima donna, Haftar ha fatto scena muta. Ma le sue reazioni sono ora poco prevedibili. Solo gli Emirati continuano a sostenerlo.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 23 agosto 2020
Pochi giorni fa un colpo di Stato militare ha esautorato il governo dopo mesi di proteste popolari. A Bamako migliaia di persone stanche e affamate sperano che la svolta sia positiva.
Quattro ragazzini in mutande sguazzano felici in quella che fino a martedì scorso era la piscina del figlio del presidente del Mali. Assieme al rogo dell'ufficio del ministro della Giustizia e ai banani divelti nel giardino del capo della sicurezza, il bagno dei bambini di strada nella villa saccheggiata del rampollo presidenziale è una delle poche immagini che rimarranno del golpe incruento con cui i militari hanno deposto Ibrahim Boubacar Keita, detto Ibk.
Della sua destituzione non si rammaricano né gli ex coloni francesi grazie ai quali sette anni fa vinse le elezioni né il popolo maliano ridotto alla fame da una crisi economica senza precedenti e funestato dalla ferocia di gruppi jihadisti sempre più numerosi e agguerriti. Il putsch s'è risolto in poche ore, con una ventina di arresti tra le più alte cariche dello stato. Perfino la sua dinamica è apparsa inconsueta poiché ad annunciare il passaggio di poteri non sono stati uomini in divisa militare, com'è prassi in casi del genere, bensì la vittima stessa del complotto, ossia Ibk, che dalla caserma dov'è stato imprigionato, martedì notte ha prima annunciato le sue dimissioni, poi lo scioglimento del parlamento e del governo. Tanto che la mezza dozzina di colonnelli che adesso comanda il Paese si rifiuta di usare la parola "golpe" perché sostiene di non aver infranto nessun "ordine costituzionale".
E così la pensano anche le migliaia di maliani scese in piazza venerdì sera per celebrare la fine del vecchio regime. Le stesse persone che da mesi chiedevano le dimissioni di Ibk e del suo governo, con enormi manifestazioni organizzate nella piazza dell'Indipendenza di Bamako, alcune represse nel sangue, come quelle del 10, 11 e 13 luglio, quando la polizia lasciò a terra ventisei dimostranti.
"Ibk ha fallito ovunque e la sua rimozione è una vittoria per tutti noi", spiega l'attivista Ahmadou Boucoum che incontriamo in uno dei tanti grin della capitale, quei luoghi dove la sera gli uomini sorseggiano il té. "Spero soltanto che i militari mantengano la promessa di organizzare elezioni in tempi brevi". Un timore legittimo il suo, perché il golpe potrebbe vanificare gli sforzi del vasto movimento di contestazione popolare che nelle ultime settimane somigliava sempre di più a una rivoluzione. "Nonostante le dichiarazioni del Comité national pour le salut du peuple appena creato dai colonnelli, com'è già accaduto in altri Paesi africani c'è il rischio che i militari s'innamorino del potere e dimentichino di restituirlo ai civili", dice ancora l'attivista.
Al momento, i putschisti sembrano consapevoli dell'incontenibile energia della coalizione di protesta, che abbraccia l'insieme dei partiti politici e dei gruppi religiosi e che è concentrata soprattutto nel Mouvement du 5 juin-Rassemblement des forces patriotiques (M5-Rft). Non a caso Ismaël Wagué, portavoce del Comité, nel ringraziare i maliani per il sostegno ricevuto ha riconosciuto l'importanza della loro lotta e spiegato che i militari non hanno fatto altro che "portare a termine un lavoro iniziato dal popolo". Adesso è necessario "nominare un presidente ad interin, sia esso un civile o un militare", si è premunito di aggiungere Wagué, perché la rapida scelta di un nuovo capo della Stato è proprio ciò che chiedono i leader del M5-Rft.
A Bamako, città di 2,5 milioni di abitanti dove miseria e opulenza sono ovunque mischiate, e dove gli ampi viali sono stati progettati tra vicoletti in cui s'aprono buche profonde come tombe, martedì mattina la popolazione ha accolto con entusiasmo i soldati ammutinati provenienti dalla vicina caserma di Kati. È stata la folla a scortarli, o addirittura a guidarli, verso il palazzo presidenziale per arrestare Ibk e il suo primo ministro Boubou Cissé. Entrambi si trovano ancora imprigionati nella caserma degli insorti, dove per i colonnelli sono "trattenuti soltanto per motivi di sicurezza".
Ieri, nella capitale aleggiava la calma di un sabato qualsiasi, con poco traffico e con le bancarelle dei mercati ricoperte di cerata per proteggere la merce dalla tanta pioggia di questa stagione. Perciò il corteo degli ambasciatori dei Paesi dell'Africa Occidentale atterrati a Bamako nel primo pomeriggio non ha trovato nessun ingorgo mentre si recava a Kati dove ha incontrato la giunta al potere e anche il presidente deposto.
Sempre ieri, però, quattro soldati sono stati uccisi e uno è rimasto gravemente ferito per un ordigno esploso al passaggio del loro veicolo, nella regione di Koro, vicino al confine con il Burkina Faso. Sono già 200 i soldati morti dall'inizio dell'anno per mano jihadista e molti temono che i terroristi possano approfittare del colpo di Stato e della confusione politica generata nella capitale per guadagnare nuovo terreno al centro e a nord del Paese, come accadde dopo il golpe del 2012.
L'uomo forte della giunta, il colonnello Assimi Goita, 37 anni, che si è formato in Francia, Germania e Stati Uniti e che era a capo delle forze speciali durante l'attacco jihadista contro il Radisson Blu di Bamako nel 2015, ha giurato che rispetterà tutti gli impegni presi con Parigi nella lotta contro il terrorismo. In Mali, con l'operazione Barkane i francesi dispiegano oltre cinquemila uomini che compiono attacchi quasi quotidiani con i droni e con i corpi speciale in un'area vasta come l'Europa, perché operano anche nei Paesi limitrofi.
Adesso i generali francesi si dicono certi che la situazione peggiorerà. In gran parte del Paese non c'è né esercito né polizia, e per migliaia di chilometri nessuno controlla le frontiere con la Mauritania, l'Algeria, il Niger e il Burkina Faso. Liberi di muoversi indisturbati perché lo Stato è totalmente assente, per estendere il loro potere i gruppi jihadisti hanno cominciato a soffiare sul fuoco dei conflitti inter-etnici, esacerbando le antiche faide tra agricoltori e allevatori, tra Peul e Dogon. "Con il nostro intervento abbiamo messo il Mali al primo posto, perché c'è una grave crisi sociopolitica e di sicurezza e non c'è spazio per fare errori", ha detto l'altro ieri il colonnello Goita, che a Bamako dovrà fare i conti anche con l'opposizione religiosa al regime appena spodestato accusato dai gruppi musulmani d'incoraggiare l'omosessualità, di vietare le mutilazioni genitali e di voler accrescere il proprio potere modificando la Costituzione.
Tanti progetti di riforma così controversi che negli ultimi anni non hanno fatto che aumentare la popolarità degli imam più radicali e contrari alla presenza francese. Tra questi spicca Mahmoud Dicko, indicato da tutti come il principale artefice della caduta di Ibk.
- Russia. Navalny curato all'ospedale di Berlino: "Hanno voluto ritardare la partenza"
- Bielorussia. Oltre cento manifestanti ancora detenuti
- Iran. Condannato a morte a neanche 15 anni: ne ha trascorsi 18 in carcere
- Francia. Dupond-Moretti: "Ho sempre difeso gli uomini, non le cause. Mi batterò per loro"
- Canada. Abbattere i muri del silenzio










