di Piero Melati
La Repubblica, 22 agosto 2020
Tranne nobili eccezioni, il cinema italiano (a differenza di quello Usa) ha raccontato Cosa nostra con schematismi e cliché. Ora un libro mette settant'anni di finzioni sotto maxiprocesso.
Oggi il fenomeno della "mafia immaginaria", come vedremo, è stato finalmente codificato in un libro. Ma non sapevamo ancora cosa fosse quando, un bel mattino del 1984, fece la sua prima apparizione dentro la redazione palermitana del realissimo quotidiano L'Ora. Era un anno siciliano orribile tra i tanti. Lo scrittore Giuseppe Fava era stato ucciso a Catania in gennaio. Il pentito Tommaso Buscetta stava iniziando a "cantare": le sue rivelazioni avrebbero portato prima, in settembre, all'emissione di 366 mandati di cattura e poi alla terribile estate dell'85 e al successivo Maxiprocesso a Cosa Nostra. La guerra di mafia, iniziata nel 1979, era ancora in corso. I cronisti lavoravano su tre, quattro ammazzati al giorno.
Eppure quel mattino la troupe del regista Giuseppe Ferrara, affiancato da un giovanissimo Peppuccio Tornatore, decise di fare irruzione nella sede del giornale, pretendendo di girare alcune scene di Cento giorni a Palermo, il film dedicato alla tragedia del generale Dalla Chiesa. E, mentre le macchine da scrivere fibrillavano per chiudere il numero del giorno (L'Ora era un quotidiano del pomeriggio) la troupe aspirava a imbarcare la redazione in una macchina del tempo, per tornare indietro ai fatti narrati dalla pellicola. Fu una scena surreale. Ancora non lo sapevamo, ma dopo il boom del cinema "civile", che fu seguito da un omertoso silenzio, quel giorno era destinato ad aprire un'era nuova. In una manciata d'anni quella sparuta troupe sarebbe diventata lo sterminato esercito del mafia-movie. Da allora l'immaginario, in tema di mafia, avrebbe sostituito la realtà. I simboli avrebbero schiacciato i fatti.
La pellicola Cento giorni a Palermo sarebbe uscita nella primavera successiva ma ricostruiva gli avvenimenti di due anni prima. Dentro la sede del giornale L'Ora il regista voleva mettere in scena le telefonate che nella vita reale avevano rivendicato, da parte di Cosa Nostra, "l'operazione Carlo Alberto", condotta appunto nell'82, con cento morti in pochi mesi, e culminata, il 3 settembre, nella strage di via Isidoro Carini, dove caddero il prefetto, la moglie Emanuela Setti Carraro, l'agente Domenico Russo. Le telefonate, che all'epoca erano state realmente raccolte dai cronisti, dovevano essere sceneggiate per entrare nel film, che aveva come protagonisti Lino Ventura e Giuliana De Sio.
Una volta confezionato il numero del giornale - con le notizie vere, o almeno verosimili - si dovette inscenare la finzione. Ciak, si gira la mafia in redazione. L'umore, da parte dei giornalisti, non era collaborativo: "Qui si muore veramente e questi fanno cinema". Si verificò anche un incidente diplomatico: i cronisti palermitani, si scoprì, non parlavano con i cliché dialettali. Pessima cosa, per i rigidi canoni di un film girato in Sicilia, stabiliti da lunga tradizione (dal Sasso in bocca a Confessioni di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica): i siciliani devono parlare siciliano. E così si dovette doppiare il parlato, per introdurvi le inflessioni usate nelle commedie erotiche di Lando Buzzanca.
Il dettaglio del doppiaggio, come la stessa discrasia temporale, rivelano bene il cuore del problema. Una cosa è la vita reale, ben altra la sua rappresentazione. Farle specchiare genera sempre garbugli. Per questo il critico cinematografico Emiliano Morreale ha deciso di titolare La mafia immaginaria le sue 311 pagine edite da Donzelli su Settant'anni di Cosa Nostra al cinema, dal 1949 al 2019. Si tratta di un lavoro importante su un genere popolarissimo che, pur avendo prodotto chilometri di pellicola, non aveva inspiegabilmente una sua "summa".
Ma attenzione, avverte l'autore: in questa lunga avventura che è stata il mafia-movie è di cinema che si sta parlando. La mafia, quella vera, ci sta semmai per quel che non si è detto, oppure non si è riusciti mai a rappresentare. Spiega Morreale: "I lapsus di questo genere cinematografico ci diranno di più - sul cinema italiano e su come ci rappresentiamo la storia del Paese - di quanto questo genere ci racconti davvero della mafia". Il libro, peraltro, rilegge anche lo stesso Cento giorni a Palermo: al di là degli equivoci sul set, il prodotto fu un'assoluta opera prima. Con quel film venne lanciato il sottogenere che si rivelerà poi il più sfruttato, quello degli "eroi antimafia".
Tutta questa storia inizia con un paradosso. Nel 1949 il regista Pietro Germi fa scoprire all'Italia la Sicilia, girando nell'isola In nome della legge. L'opera solleva un vespaio: da sinistra la si accusa di fare l'occhiolino ai boss, dal fronte moderato il futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone invoca la censura, sostenendo che "la mafia non è più di attualità" e quindi non va trattata. Il 9 maggio di quell'anno il Parlamento è quasi costretto ad interrompere la maratona per approvare il Patto Atlantico, pur di occuparsi del caso. Prende la parola il sottosegretario allo Spettacolo, il giovane Giulio Andreotti, che 44 anni dopo sarà processato a Palermo per concorso esterno alla mafia. Andreotti difende il film a spada tratta: "È un atto di fantasia, non un'opera documentaria". In aula scoppia il pandemonio. Andreotti, il futuro Divo del film di Paolo Sorrentino, l'uomo che verrà accusato di avere vasato il carnefice di Cosa Nostra Totò Riina, viene contestato alla Camera come "calunniatore della Sicilia".
Da allora sarà sempre commedia degli equivoci. Fino ai giorni nostri. Nel 2003 il Comune siciliano di Villabate decide di conferire la cittadinanza onoraria all'attore Raoul Bova, volto televisivo di un altro "eroe antimafia", il Capitano Ultimo, che vive tuttora mascherato per avere arrestato Totò Riina. Ma premiare l'attore che l'ha interpretato non sarà anche celebrare il suo alter ego reale? Quesito inquietante.
Il presidente del Consiglio comunale Francesco Campanella non ci dorme la notte. Non volendosi accollare responsabilità si rivolge al capomafia di zona, "il signor Mandalà". Quest'ultimo, a sua volta inquieto, vista la delicatezza della camurria, preferisce far giungere un messaggio fin nel covo segretissimo del superlatitante Bernardo Provenzano, divenuto allora il capo indiscusso di Cosa Nostra (neanche a farlo apposta) in virtù dell'arresto di Riina da parte di Capitano Ultimo-Bova. Lo zio "Binnu" emette una sconcertante sentenza: questa "sceneggiata" s'ha da fare.
Come cambiano i tempi. Il libro di Morreale rivela che a un certo punto la mafia decise di autoprodurre il suo kolossal. Altro che Padrino di Coppola. A firmarlo è Giuseppe Greco, il figlio del capo della Commissione di Cosa Nostra don Michele, inteso "il Papa". Greco junior, in verità, di film ne ha fatti tre, con lo pseudonimo di Giorgio Castellani. Il primo dell'81, dove fu sceneggiatore, è finito dentro gli atti del Maxiprocesso di Palermo, per via di una Mercedes prestata al set direttamente dal potente esattore andreottiano Nino Salvo. Si intitolava Crema, cioccolata e... paprika, con Renzo Montagnani, Barbara Bouchet, Giorgio Bracardi, Franchi e Ingrassia. Il secondo, Vite perdute, lo ha girato con gli attori di Mery per sempre e Ragazzi fuori. Ma il terzo, approvato direttamente dal padre-Papa della mafia, è il più importante: I Grimaldi, saga familiare girata in quell'ex feudo Favarella, dove don Michele invitava effettivamente magistrati, politici e aristocratici per battute di caccia a cavallo degne della corte di Versailles.
In pellicola, l'attore Adriano Chiaramida, che interpreta "il Patriarca", ha la voce di Peppino Rinaldi, il doppiatore italiano di don Vito Corleone. Senza rimpianti, stermina una gang di novelli narcos, in nome degli "antichi valori", dinanzi ai quali anche il giudice del film deve capitolare: "È gente coriacea, questa, di stampo antico". La stoffa del Patriarca è tutta in una battuta rivolta al nipote: "E tu pensi che tuo nonno si lasci intimorire da quattro stiddari di merda?".
La Rai, al contrario, nel '62 si era lasciata intimorire da Dario Fo e Franca Rame: la coppia venne cacciata alla quinta puntata di Canzonissima, per una scenetta ironica sui sindacalisti siciliani uccisi dalla mafia. Lo stesso anno uscì l'epocale Salvatore Giuliano di Francesco Rosi. Sullo sfondo, la strage di Portella della Ginestra. L'intento del regista era quello di denunciare le oscure trame annidate dietro la figura del mitico bandito. Ma lo scrittore Leonardo Sciascia resterà perplesso. Casualmente vede il film in mezzo a una platea di contadini siciliani e si accorge, con sgomento, che questi si commuovono alle gesta del leggendario bandito.
Non basta. Poco dopo lo stesso Sciascia andrà a vedere Il mafioso di Alberto Lattuada con Alberto Sordi. "Di fronte a questo film" scrive amareggiato l'anno dopo "siamo presi dal dubbio se il continuare a parlare di mafia non finirà col renderle quell'utile stesso che prima le rendeva il silenzio". Sciascia stesso sarà vittima di analogo garbuglio. Quando Damiano Damiani, nel 1968, manderà nelle sale il lavoro tratto dal suo Il giorno della civetta, gli spettatori acclameranno con grida di approvazione il famoso discorso del mafioso don Mariano Arena sulle categorie umane (uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo, quaquaraquà) dimenticandone completamente gli efferati delitti.
Il boss diventa icona. Ma presto verrà soppiantato dagli "eroi" e il cinema sulla mafia vivrà la sua stagione d'oro (Gian Maria Volonté ne sarà la star). La televisione di Stato, invece, dopo l'incidente di Canzonissima, ha battuto in ritirata. Ma fermenti nuovi, come quello del citato Cento giorni a Palermo, stanno già aprendo autentiche autostrade.
E così, l'11 marzo del 1984, stesso anno del film di Ferrara su Dalla Chiesa, arriva in tv a firma di Damiano Damiani la prima puntata di La piovra. Nulla sarà più come prima. Il male assoluto avrà finalmente un volto, quello dell'attore Remo Girone, che interpreta il mefistofelico Tano Cariddi. Alla fine della settima stagione, il satanico Cariddi getterà in un vulcano gli incartamenti segreti della Repubblica, negandoci per sempre ogni verità.
Seguiranno centinaia di fiction. Ma l'analisi di Morreale, a questo punto, si fa spietata. L'Italia, scrive, ha battezzato la Sicilia come suo personale scenario western; alle pale di ficodindia e alle lupare del passato sono stati sostituiti i nuovi archetipi della strage di Capaci e del pianto della vedova Schifani al funerale; il groviglio dei misteri italiani viene spedito nell'Isola per farne non più un affare inestricabile ma una più semplice lotta tra buoni e cattivi, eroi e malavitosi; si parla sempre e solo del passato, trasformando la mafia in un prodotto vintage; la sinistra si è ricostruita una genealogia accettabile nell'antimafia; buoni sentimenti, nostalgia a basso costo, innocua ironia - da Benigni a Pif - hanno occupato il posto che, al contrario, negli Stati Uniti hanno avuto prodotti importanti come i film di Martin Scorsese o la serie I Soprano. Infine, nessun film o serie tv di rilievo sui casi in cui la mafia tocca la grande finanza (Sindona, Calvi, Gardini). E per raccontare la vita dello stesso "scabroso" Buscetta, bisognerà attendere il 2019, con Il traditore di Marco Bellocchio.
Un fallimento? Prodotti come Gomorra e Romanzo criminale, film come I cento passi di Giordana, Placido Rizzotto di Scimeca, Segreti di Stato di Benvenuti, i lavori di Roberta Torre o il recente Sicilian Ghost Story riapriranno in qualche modo i giochi di questa infinita materia. Così come faranno scuola il Cinico Tv di Ciprì e Maresco (coppia separatasi nel 2008) e i loro successivi lavori. Qui non ci sono più la Conca d'Oro da cartolina e i pittoreschi mercati stile Vucciria. Nei dintorni del fiume Oreto, tra i quartieri Brancaccio, Bandita, Acqua dei Corsari, famiglie normali virate in chiave horror tagliano droga come nella serie americana Breaking Bad. Conclude Morreale: "La violenza del loro sarcasmo smaschera la malafede di un sistema di immagini che è prevalso nell'informazione e nella fiction".
di Michele Ainis
La Repubblica, 22 agosto 2020
La rottura delle garanzie formali genera sempre una lesione sostanziale dei nostri diritti. Le prove? A osservare l'esperienza più recente, segnata dall'epidemia di Covid 19, si contano almeno quattro casi.
La democrazia è forma, protocollo, procedura. Ma la democrazia italiana è una creatura informe. Sfregiata da prassi truffaldine, da scelte che fingono il rispetto delle regole e invece le aggirano, v'usano violenza. Noi, per lo più, non ci facciamo caso. Andiamo dritto al sodo, magari litighiamo sui contenuti di questa o quella legge, disinteressandoci del suo abito esteriore, del metodo con cui è stata generata. È un errore, anzi un inganno. La corruzione delle forme precede quella dei costumi. La rottura delle garanzie formali genera sempre una lesione sostanziale dei nostri diritti. Le prove? A osservare l'esperienza più recente, si contano almeno quattro casi.
Primo: il referendum costituzionale. Svilito dalla contemporaneità con le amministrative, dato che il governo ha deciso d'abbinare le due consultazioni. Sicché in settembre, nello stesso seggio elettorale, verrà scelto il nuovo governatore della Puglia, il sindaco di Voghera o di Milazzo, e insieme l'assetto permanente della Repubblica italiana. Non va bene, non va affatto bene. Perché in questa vigilia ci sarà spazio soltanto per la campagna elettorale di partiti e candidati. Perché l'election day finirà per provocare un'alterazione territoriale nell'afflusso dei votanti (più basso dove manca un'elezione locale). Perché imprime un sapore plebiscitario al referendum. Perché infine calpesta la libertà degli elettori. Non a caso l'abbinamento è vietato dalla legge rispetto ai referendum abrogativi. E non a caso la Costituzione non ha previsto alcun quorum di partecipazione per la validità del referendum costituzionale. I nostri padri fondatori volevano che gli elettori fossero pienamente consapevoli, liberi di scegliere. I loro pronipoti, viceversa, ci hanno apparecchiato un piatto di cavoli e cavalli: mangiare o digiunare.
Secondo: i famosi (o famigerati) Dpcm. Quelli che ci hanno rinchiuso dentro casa, comprimendo un po' tutte le libertà costituzionali. Misure necessarie, come no; ma il problema sta nella riserva di legge, con cui la Carta del 1947 protegge le nostre libertà. Quindi un decreto legge può restringerle, un decreto individuale del premier invece non può farlo, anche perché scavalca del tutto il Parlamento. Per aggirare l'ostacolo, il decreto legge n. 6 del 2020 ha usato un trucchetto da prestigiatore: una delega in bianco all'uso dei Dpcm, senza delimitarne affatto i contenuti. Così violando il principio di legalità "sostanziale", anzi di legalità tout court. E forgiando un precedente che in futuro può autorizzare nuovi e più gravi abusi.
Terzo: i decreti legge approvati in Consiglio dei ministri "salvo intese". Escamotage inaugurato dai governi Berlusconi, che nei governi Conte (1 e 2) ha generato un'abitudine, una pratica normale. Serve per dare in pasto all'opinione pubblica il miraggio d'una decisione, quando in realtà non si è deciso un piffero. I ministri approvano il titolo d'un film, senza però vedere la pellicola. Del resto all'epoca del governo Renzi votavano sulle slide, evidentemente una nuova fonte del diritto. Così l'autorità di ogni ministro si degrada, ogni voto diventa una finzione. E infatti il Decreto Agosto è stato pubblicato con 24 articoli in più, usciti come Minerva dalla testa di Giove. Per rispettare le forme (e la sostanza) sarebbe stata necessaria una nuova delibera del Consiglio, ha osservato Salvatore Sfrecola, e con lui molti giuristi. Ma lavorare stanca, specie poi d'estate.
Quarto: il lago di norme varate per decreto. "Le caratteristiche distintive della legge sono la generalità e la durata illimitata", stabiliva la Costituzione girondina del 1793. Il nostro ordinamento, viceversa, è intasato da regole minute, e giocoforza effimere come farfalle. Succede per l'incapacità di fare sintesi, per la fragilità della politica. Spezzando così il pane in mille briciole, che non tolgono la fame. Tolgono però alla legge la sua forma, la sua stessa dignità.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 22 agosto 2020
Per poter girare "Il padrino" (1972) a Little Italy si dovette raggiungere un accordo: non sarebbero mai state pronunciate le parole "mafia" e "Cosa Nostra". In passato Cosa Nostra era infastidita che solo si pronunciasse il suo nome. Ora invece le cosche hanno imparato a muoversi nel mondo dominato dall'immagine.
La cinematografia Italiana non si è mai davvero occupata di mafia. Mi piace che dalle pagine di Morreale sia possibile trarre questa veloce sintesi. È contro-intuitiva, vi sarà sembrato di vedere soltanto film di crimine e mafia negli ultimi anni. In realtà, la trasformazione velocissima in genere, il nostro genere western - suggerisce Morreale - ha come depotenziato l'analisi, smarrito il racconto, edulcorato le storie. Non credo sia proprio così, o quantomeno non credo si possa farne principio su cui fondare tutta l'ermeneutica del cinema di mafia italiano. Ma sento di sottoscrivere che il film che si occupa di mafia non è un film anti-mafioso, né un film sulla mafia. È un film in cui i protagonisti (spesso eroi antimafia) sono dentro un teatro di pistole, strategie, cospirazioni, omicidi, coraggio, slealtà. Potrebbe essere mafia come qualsiasi altra organizzazione o contesto, non ci si pone l'obiettivo primo di raccontare quel mondo ma solo di immergere dei personaggi in quel mondo. È un sapore.
In nome della legge di Germi del '49, Salvatore Giuliano di Rosi del '62, ma anche Mafioso di Lattuada, sempre del '62, aprirono una narrazione inedita, profondissima, importante. Nel Parlamento italiano si parlava allora di mafia come fenomeno residuale e finito, la politica ne negava l'esistenza. Questi film misero al centro un tema altrimenti marginalizzato e banalizzato. Anche se in questi film sulla mafia c'è già la traccia del mafia-western, ossia dell'archetipo di genere in cui far muovere le vite dei protagonisti, non si possono paragonare alle fiction delle tv generaliste degli ultimi anni, in cui il crimine e l'anticrimine sono irreali costruzioni (lontanamente ispirate a fatti accaduti) che fanno da sfondo a storie sentimentali o veloci avventure che nulla hanno davvero a che fare con lo spazio in cui sono ambientate. Non è un caso che quei primi film abbiano subito censure politiche, mentre queste fiction, al contrario, spesso vengono premiate dalle amministrazioni locali e applaudite da qualsiasi governo. Ma la domanda è: il cinema e la tv devono porsi obiettivi pedagogici? Un film sulla mafia deve contrastarla o solo raccontarla? E ancora: un film che ha solo un'ambientazione siciliana e criminale si può definire un film sulla mafia? Sono decine i libri magnifici (e centinaia quelli orrendi) che hanno uno sfondo criminale ma non descrivono né territorio né dinamiche: alla fine non si esce da quelle pagine con una maggiore conoscenza del fenomeno o con una più profonda comprensione del potere. Nulla.
C'era una volta in America, il capolavoro di Leone tratto da uno dei libri più belli mai scritti sulla mafia ebraica a New York (Mano armata di Harry Grey), non mostra davvero le dinamiche della yiddish mafia, ne dà solo il contesto, il sapore, un'iconografia di pistole e contrabbando di alcolici. Prevale il magnifico racconto umano e le mafie sono solo una quinta. Una quinta che appassiona perché ci sono intrighi, lotte, la violenza che premia e punisce. La quinta della mafia è perfetta per raccontare velocemente il mondo: il salire, lo scendere, il coraggio, l'inciampo, il tradimento ne costituiscono la sintassi, ed è anche per questo che si producono tanti film criminali. Spesso, però, prodotti che potrebbero sembrarci di intrattenimento realista, come Mery per sempre di Marco Risi o persino la serie tv La piovra, sono riusciti a far presa sull'opinione pubblica e a spostare l'asse del dibattito politico sul tema trattato molto più di quanto abbiano fatto film artisticamente più celebrati come Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese o Bronx di Robert De Niro.
Ma Cosa Nostra ha mai temuto i film che l'hanno raccontata? La risposta non è scontata. Ci sono state fasi in cui Cosa Nostra era nell'assoluta negazione di sé. Si dimentica che le organizzazioni mafiose sono società segrete, anche se scriverlo fa sorridere e correre subito la mente a James Bond, dalla setta dei Beati Paoli del XII secolo al clan di Nitto Santapaola stiamo parlando di organizzazioni segrete: tutti sul territorio devono conoscere il loro potere, ma nessuno deve in concreto mai dimostrarne l'esistenza. C'è stata una fase in cui le mafie erano infastidite che solo si pronunciasse il loro nome - non tanto il termine "mafia", mai davvero temuto perché in uso solo a giornalisti e politici, bensì "Cosa Nostra".
Quando Francis Ford Coppola iniziò a lavorare al Padrino nei primi anni 70, le cinque famiglie di Cosa Nostra a New York entrarono in ansia: conoscevano il libro di Puzo da cui il film era tratto e ne avevano vissuto con apprensione il successo, ma non essendoci né nomi veri né dinamiche riconoscibili (se non ad esperti) lo avevano tollerato senza ritorsioni sull'autore. Quando, invece, Coppola montò per la prima volta il set a Little Italy, durante la pausa pranzo gli rubarono tutto: camion, luci, apparecchiature. Tutto.
Minacciarono più volte il produttore Robert Evans (arrivarono a minacciargli anche il figlio) per costringerlo a bloccare il film, finché non si arrivò a un accordo. Il mediatore fu Joseph Colombo, membro della potente famiglia Colombo (seconda all'epoca solo ai Gambino), che egemonizzava l'Italian-American Civil Rights League, l'associazione che si preoccupava di combattere gli stereotipi sugli italiani negli Stati Uniti e non voleva che si parlasse di mafia italoamericana. L'accordo prevedeva che la parola "mafia" e la parola "Cosa Nostra" non venissero pronunciate in nessuna parte del film. E così fu. Il successo mondiale della pellicola, però, non produsse solo incassi miliardari e una sorta di fascino per Don Vito e Michael Corleone, ma portò l'attenzione al tema con una velocissima trasformazione nell'approccio culturale alle mafie. Aumentarono così le inchieste giornalistiche e, quindi, le indagini giudiziarie. Joseph Colombo fu considerato responsabile in quanto garante per il film e fu massacrato per ordine delle famiglie Genovese e Gambino, entrambe contrarie alla realizzazione di The Godfather.
Totò Riina, l'unico monarca totalitario di Cosa Nostra - che invece è sempre stata un'organizzazione costruita su un equilibrio interno di molteplici voci - portò avanti una campagna di assoluta censura su Cosa Nostra. Arrivò a realizzare un attentato contro Maurizio Costanzo, che nella sua trasmissione dava ampio spazio alla lotta antimafia. Era il 1993, 17 anni dopo Salvatore Cuffaro, condannato a 7 anni di carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, dichiarò in aula: "La mafia mi fa schifo".
Cosa Nostra non vuole più che ci sia il silenzio su di essa, ma una rumorosa confusione. Con le mafie accade esattamente quello che accade con l'informazione. Come racconta Peter Pomerantsev nel libro Questa non è propaganda, l'eccesso di informazione è la nuova forma di censura: un tempo si impediva che un argomento potesse essere conosciuto togliendo informazione, ora invece si fa censura sommergendo di informazioni spesso in contrasto l'una con l'altra, creando confusione, aggiungendo notizie su notizie e impendendo così di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Le mafie hanno compreso questo meccanismo e quindi non impongono più la censura ma "mischiano le carte" per impedire di capire come stanno realmente le cose.
Come mai, però, nella maggior parte dei film di mafia raramente l'attenzione è posta sui flussi di denaro sporco e sul riciclaggio? Condivido il pensiero di Morreale, che lamenta un'assenza colpevole dell'aspetto borghese mafioso, se non una presenza collaterale rispetto al lato violento, più fisico. Dietro questa scelta non vedo complicità, ma una motivazione terribilmente semplice: nulla è meno d'azione del denaro.
È la regola letteraria di Robert Graves: "Non v'è denaro nella poesia, ma del resto non v'è nemmeno poesia nel denaro". Stilisticamente si preferisce l'azione del cattivo e del buono, della sparatoria e della fuga, proprio perché è azione. Solo i documentari recentemente possono dare in qualche modo una visione completa della questione mafiosa rinunciando all'aspetto dell'intrattenimento: lo hanno fatto, senza dubbio, il documentario Scacco al re (2007), le docufiction Doppio gioco (2008) trasmessi da Rai 3, ma anche il potente documentario Our Godfather. La vera storia di Tommaso Buscetta (2019) disponibile su Netflix. Sono opere godibili esteticamente e narrativamente e in grado di affrontare il tema del potere criminale, perle rarissime di comprensione dei meccanismi.
Rimane solo una domanda a cui rispondere: perché i mafia-movie sono così amati? Il tema trattato da questi film è come una lente di ingrandimento attraverso cui ognuno riesce a vedere meglio il mondo, questo è il grande segreto. Non si vuole capire la mafia, ma il mondo attraverso la mafia. Il cinema che si occupa di mafia è talmente variegato e complesso che non è pensabile arrivare a una uniformità nemmeno di giudizio. C'è il buon cinema e c'è il cattivo cinema. Ci sono le storie e ci sono le orride messe in scena. Null'altro.
di collettivo Lorem Ipsum*
L'Espresso, 22 agosto 2020
La norma che avrebbe dovuto regolarizzare migliaia di stranieri sul nostro territorio si è trasformata in un affare per i caporali diventati intermediari. E molti migranti pagano migliaia di euro per un pezzo di carta fasullo ad aguzzini e imprenditori senza scrupoli così da ottenere il permesso di soggiorno.
Ficou guarda davanti a sé con lo sguardo fisso, la voce bassa che incespica sull'italiano a ripetere come una preghiera vergognosa quello che è successo. "Ho dato a Massimo mille euro e lui è sparito". Viene dal Senegal, ha 24 anni e da quattro è arrivato in Italia. "Sulla barca, dalla Libia". Poi un anno in Francia, a cercare una fortuna che qua in Italia non aveva trovato e che nemmeno lì troverà.
A Roma, però, si apriva la prospettiva, per un irregolare come lui, di potersi finalmente mettere a posto. Uno spiraglio chiamato sanatoria, figlia della pandemia e di un apparente moto di giustizia sociale per i migranti, che è diventata per Ficou e per altri 600 mila uno dei pochissimi accessi al permesso di soggiorno. Il problema, però, è che per attivare la procedura - introdotta con il decreto Rilancio e accessibile dal 1 giugno al 15 agosto 2020 - bisognava lavorare in uno di questi tre settori: agricoltura, lavoro domestico e assistenza alla persona.
Chi si guadagnava da vivere in altri campi, come l'edilizia e la ristorazione, è rimasto escluso. E così si è creato un mercato di contratti falsi, venduti da datori di lavoro italiani a cifre che arrivano fino a 8 mila euro, grazie all'aiuto di intermediari stranieri che hanno approfittato delle difficoltà dei connazionali per raggirarli. Una vera e propria "compravendita delle indulgenze", in cui si è promesso il paradiso a costi altissimi per centinaia di migliaia di lavoratori. Le lacrime commosse della ministra del Lavoro Teresa Bellanova sembrano lontanissime da quello che è successo in strada e online, dove si sono moltiplicati i datori di lavoro disposti a spacciare contratti falsi a prezzi esorbitanti.
"Quando scegli solo tre settori costringi le persone a fingere di lavorare in quelle categorie: in tantissimi per poter inoltrare la domanda hanno dovuto trovare finti contratti, che costano cifre assurde. Chi può permetterselo? Deve essere uno che ha le spalle coperte o che opera nella criminalità", denuncia Stephen Ogongo, coordinatore nazionale dell'associazione di avvocati immigrazionisti Cara Italia.
Le storie si ripetono tutte uguali: chi aveva un contratto regolare in un settore diverso dai tre indicati dalla legge è corso a cercarne uno nel campo dell'agricoltura o del domestico. Peggio ancora il caso di M., che nel giugno del 2019 ha firmato un contratto come "operaio addetto alla raccolta di prodotti orticoli" e un anno dopo si è ritrovato a spedire una richiesta per la sanatoria con un contratto falso, comprato, sempre nel settore dell'agricoltura. Questo perché la sanatoria prevede che non ci sia un contratto in corso, ma deve essere siglato nel periodo previsto dalla legge o, se in nero, regolarizzato.
I numeri delle richieste di regolarizzazione certificano che la sanatoria, chiusa il 15 agosto dopo una proroga di un mese, non ha funzionato come si sperava. Secondo una stima iniziale del ministero dell'Interno, la misura avrebbe dovuto interessare circa 220 mila persone. I numeri delle richieste hanno rispettato le aspettative del Viminale, con 207 mila domande presentate. Di queste, però, l'85 per cento riguarda il lavoro domestico (176.848) e solo il restante 15 per cento il settore agricolo, con appena 30.694 domande.
Il fallimento più grande è rappresentato proprio da questa sproporzione. Un provvedimento inizialmente pensato per sopperire alla mancanza di braccianti provocata dalla chiusura delle frontiere a causa del coronavirus e per combattere lo sfruttamento e il caporalato nei campi, solo marginalmente ha interessato questi lavoratori, sfociando in un mercato illegale a spese degli ultimi.
Basti pensare che solo il 20 per cento dei migranti irregolari che lavorano nei campi ha fatto la domanda per la sanatoria. A pesare su questo fallimento il ruolo giocato dai datori di lavoro. Si moltiplicano le segnalazioni di "padroni" che hanno scelto a chi concedere il contratto, ancora una volta dietro lauto compenso. "Una quarantina di ragazzi da Terracina, Anzio, Nettuno e Civitavecchia sono venuti da noi per denunciare che il loro datore di lavoro ha concesso loro il contratto, a patto che lavorino gratis tutta la stagione", racconta Nure Alam Siddique detto Bachu, portavoce dell'Associazione bengalese Dhuumcatu. Sei mesi di lavoro nei campi, non retribuiti.
Nell'Agro pontino è successo invece che ad accedere alla sanatoria sono stati soprattutto i caporali, che già godono di un occhio di riguardo dei datori di lavoro, ma, soprattutto, hanno la possibilità economica di comprarsi quei contratti. Al contrario, i braccianti più poveri si sono rivolti proprio a loro: i caporali continuano a fare da intermediari, ma stavolta invece di procurare il lavoro, procacciano contratti. Sono diverse le storie di caporali che hanno "prestato" il denaro per comprarsi l'accesso alla sanatoria. E così lo sfruttato tra i campi diventa vittima due volte: di caporalato e di usura.
Ficou è la vittima ideale del sistema dei contratti falsi: senza una rete forte attorno a sé, senza un datore di lavoro in uno dei tre campi richiesti dalla sanatoria, è stato preda facile degli approfittatori. Da giugno lavora in uno stabilimento balneare del litorale laziale. È lì che un amico gli ha parlato di Massimo. "Ha un'azienda agricola, ci può aiutare", gli ha detto. Con mille euro ti assicura la garanzia di stare in Italia. Ficou è stanco e accetta la proposta di Massimo. Insieme a lui altri quattro gambiani. Sborsano mille euro a testa e si assicurano un pezzo di carta che li dovrebbe portare verso la sanatoria. Quell'italiano di mezza età, però, scompare, come quei cinquemila euro. "È un mese che lo chiamo e non mi risponde mai", dice Ficou.
La mascherina colorata alzata sul naso gli nasconde mezzo volto, ma l'insofferenza per un paese che lo relega tra gli ultimi traspare lo stesso. "In Italia c'è tanta mafia, non si può vivere così. Ci sfruttano perché sanno che non possiamo difenderci in nessun modo. Ho perso due mesi di lavoro e nel mio paese quella è una cifra esorbitante. In più non posso andare a denunciare questo Massimo, perché io qui sono irregolare. Come faccio ad andare dalla polizia?".
In tanti provano a rivolgersi ad avvocati immigrazionisti, proprio come ha fatto lui, che davanti a un Caf (Centro assistenza fiscale) della periferia romana aspetta il suo turno, sperando in una soluzione che difficilmente arriverà.
Pierluigi Franchitto, avvocato immigrazionista che opera nel basso Lazio, parla di subalternità tra connazionali. Nella comunità bengalese romana - la più organizzata e la più cospicua in termini di numeri - si sono ripetuti episodi in cui alcuni personaggi si sono proposti di "aiutare" chi è nel Paese da meno tempo ed è alle prese con la sanatoria. Alcuni sono arrivati dai Caf che costellano i quartieri più multietnici della capitale, presentandosi come facilitatori nell'ottenimento del nuovo contratto di lavoro falso. E lo hanno fatto sapendo che alla fine una fetta di quella torta sarebbe andata anche a loro.
L'avvocato Franchitto racconta di intermediari che da Roma si sono spinti fuori provincia, nelle zone in cui di aziende agricole ce ne sono di più, in cerca di imprenditori pronti a vendere posti di lavoro fittizi. "Un bengalese è arrivato a Cassino perché aveva così tante richieste che voleva coprirne il più possibile. Il lucro in comunità come quella bengalese c'è perché si creano dei rapporti di dipendenza tra forti e deboli. I più furbi, i famosi "zii", parlano perfettamente l'italiano, sono qui ormai da anni e per ogni domanda di sanatoria arrivano a mettersi in tasca fino a 800 euro".
A parlare di questo meccanismo perverso è un membro stesso della comunità bengalese. "Un mio amico ha comprato un contratto di lavoro, c'è uno che fa da intermediario tra il migrante e il datore di lavoro italiano. L'intermediario ha detto che a suo cugino serviva il contratto e il datore di lavoro ha detto "va bene, se lo paga". Gli ha chiesto quasi 7-8 mila euro. Deve dare metà prima, poi quando prende il permesso di soggiorno dà l'altra metà".
A facilitare il tutto arrivano i social: su Facebook, un gruppo nato per l'auto mutuo aiuto tra i membri bengalesi in città si è trasformato negli ultimissimi mesi in un vero e proprio mercato. "Gli intermediari scrivono che sono disposti ad aiutare gli altri. Non tutti i bengalesi capiscono l'italiano, e così queste persone promettono di aiutarli, ma in realtà li sfruttano.
Quando si incontrano di persona, se vedono che la persona capisce poco di burocrazia, allora possono raggirarla". Vittime di italiani e vittime dei loro connazionali, i migranti in cerca di regolarizzazione in Italia finiscono nel tritacarne del malaffare più facilmente di quanto immagini chi ha scritto la legge sulla sanatoria.
"Gli immigrati la chiamano "satanaria", perché dentro ci sono gli impicci di Satana", spiega Bachu mentre osserva la pila di pratiche sulla scrivania da smaltire nelle ultime ore disponibili. Tutte le problematiche legate ai requisiti venute a galla sono rimaste insolute e ci si aspetta che molte delle domande inviate vengano respinte. Bachu spiega bene che il problema sta anche nel modo confuso in cui la legge è scritta.
Districarsi nel groviglio di parole della norma è difficile già per un addetto ai lavori, per un migrante che non conosce bene la lingua diventa inaccessibile.
Una legge che è un cortocircuito continuo. Se la modalità principale di regolarizzazione prevedeva che a presentare la domanda fosse il datore di lavoro, una seconda opzione permetteva al cittadino straniero, titolare in passato di un permesso di soggiorno, di ottenerne uno nuovo. Era però necessario che il vecchio permesso di soggiorno fosse scaduto dalla data del 31 ottobre 2019 - una data giudicata "illogica" da molte associazioni - senza essere rinnovato, che il cittadino straniero risultasse presente sul territorio nazionale dall'8 marzo 2020 e che avesse lavorato prima del 31 ottobre 2019 in uno dei tre comparti lavorativi a cui è vincolata la regolarizzazione.
Costo totale a carico del migrante: circa 180 euro. Il permesso di soggiorno temporaneo ottenuto è valido solo nel territorio nazionale e consente di svolgere attività lavorativa solo ed esclusivamente nei comparti lavorativi a cui è vincolata la regolarizzazione. Se ad attivarsi era invece il datore di lavoro, quest'ultimo doveva versare un contributo forfettario da 500 euro per ogni lavoratore: poteva presentare una domanda per assumere un lavoratore straniero già presente in Italia prima dell'8 marzo, oppure per regolarizzare un rapporto di lavoro già in essere, instaurato irregolarmente.
Parla di ostruzionismo, Bachu, e a fargli eco è anche un altro membro della comunità bengalese romana, Mohamed Taifur Rahman Shah, presidente dell'associazione Italbangla e operatore in un Caf di Torpignattara. "Ogni giorno vengono centinaia di persone a chiederci come funziona. Non puoi concedere a una persona di regolarizzarsi e a un'altra non solo perché fa un lavoro diverso. È una legge contraddittoria: mette una persona nella condizione di diventare irregolare, non il contrario".
Rhaman denuncia poi il problema dei richiedenti asilo, in attesa della lunga trafila burocratica per ottenere lo status di rifugiati. Tecnicamente anche loro hanno diritto a richiedere la sanatoria, ma il decreto su questo punto non è chiaro. E così ogni ente dà una diversa interpretazione del provvedimento, creando un effetto discriminatorio. "Alcune questure chiedevano addirittura di rinunciare alla domanda di asilo per presentare richiesta. Come fai a rinunciare senza sapere se questa domanda andrà a buon fine o no?", si chiede Ogongo.
Il mercato non si è fermato ai contratti falsi, però. Per accedere alla domanda di sanatoria il migrante doveva presentare anche un certificato di idoneità alloggiativa, una difficoltà addizionale che non ha fatto altro che alimentare un altro giro d'affari, quello della compravendita degli indirizzi falsi. In quel caso il migrante ha dovuto sborsare 2-3 mila euro, per una via da indicare sulla domanda, in cui, ovviamente, non vive.
La ciliegina sulla torta è stata la data di scadenza per presentare la domanda: il 15 luglio prima, il 15 agosto poi. Nel giorno di Ferragosto tutti i servizi erano chiusi, Poste comprese. Commenta Bachu: "Siccome noi negri siamo cittadini di terza classe, siamo uno strumento usa e getta. Per questo abbiamo presentato una denuncia contro ignoti: io ho diritto di presentare la domanda fino all'ultimo giorno, ma se il Paese è chiuso diventa impossibile".
Il fallimento della sanatoria presentata dal governo come soluzione alla condizione di irregolarità dei migranti in Italia è palese. Lo dicono i dati sul sito del ministero e lo raccontano, soprattutto, le storie dei migranti. Questa sanatoria ha regalato la possibilità ad alcune persone di arricchirsi, mentre i lavoratori irregolari, a parte alcune nel settore del lavoro domestico, restano tali e più poveri e indifesi di prima.
"Abbiamo mandato migliaia e migliaia di mail alle caselle postali dei ministri, ci hanno ignorato", conclude Bachu. "Non possiamo parlare, non possiamo urlare, non possiamo scrivere. Viva la discriminazione, viva la schiavitù".
*Lorem Ipsum è un collettivo di giovani giornalisti freelance che collabora con L'Espresso
di Stefano Galieni
Left, 22 agosto 2020
Nella notte del 14 agosto nel Centro permanente per il rimpatrio in provincia di Gorizia, come riportano con video e foto gli attivisti di No Cpr No Frontiere Fvg, le tensioni per la situazione delle persone trattenute sono state represse in modo violento dalle forze dell'ordine. Situazione difficile anche in altri Cpr
Capita ormai regolarmente che durante i giorni più torridi dell'estate, quando il caldo diventa insopportabile, anche nei Centri permanenti per il rimpatrio, le tensioni perenni sfocino in uno stato di rivolta permanente. Il divieto di accesso ad osservatori esterni che non siano il Garante per i detenuti - che però entra solo dopo richiesta - o qualche sparuto deputato, i timori connessi alla pandemia, hanno permesso di sottacere più che in passato queste condizioni insopportabili in cui si consumano soprusi. A Gradisca D'Isonzo, provincia di Gorizia, nell'ex Caserma Polonio, il Cpr ha riaperto da gennaio e, come abbiamo già ricordato, già due persone trattenute ci hanno perso la vita.
Alla vigilia di Ferragosto c'è stata l'ennesima rivolta. "Da inizio luglio - scrivono gli attivisti del gruppo Assemblea No Cpr No Frontiere Fvg - Infatti da inizio luglio all'interno del centro i detenuti hanno dato luogo a diverse rivolte, incendiando parte delle camerate e compiendo frequenti atti di autolesionismo, talvolta anche molto gravi. A queste le forze dell'ordine presenti nella struttura hanno risposto frequentemente con una repressione violenta, che, da quanto ci è stato detto dai detenuti, ha mandato alcuni di loro all'ospedale ed è avvenuta dopo aver disattivato il sistema interno di videosorveglianza o minacciando altri reclusi di ritorsioni nel caso avessero fatto uscire video o immagini da quelle mura.
Frequenti sono state anche le denunce per danneggiamento o resistenza a pubblico ufficiale che rischiano di prolungare il trattenimento di queste persone nel centro. Così come in altre occasioni anche dopo i fatti del 14 agosto la maggior parte dei mezzi d'informazione ha riportato esclusivamente la versione della Questura di Gorizia, omettendo di citare la violenza subita dai reclusi, testimoniata anche da video e immagini che abbiamo pubblicato sul nostro blog".
Tanti gli elementi di criticità in una struttura accanto a cui sorge un Centro di accoglienza per richiedenti asilo e in una zona fortemente interessata dagli spostamenti che interessano la rotta balcanica. Ma il Cpr è il punto in cui più si sono espresse le incompatibilità fra politiche migratorie e diritti delle persone. Fra le assurdità il fatto che dopo i fatti di Piacenza, un ragazzo marocchino che aveva denunciato abusi subiti in quella caserma nel 2017 è stato trasferito nel centro. Il ragazzo, insieme ad altri 15 trattenuti, in gran parte provenienti dal Marocco, è stato poi trasferito nel centro romano di Ponte Galeria.
Uno dei 15, denunciano sempre gli attivisti della Rete friulana, è anche padre di una neonata e il suo trattenimento poteva non essere convalidato ma, utilizzando la mancanza di alcuni documenti, il giudice di pace di Gorizia competente ha negato il suo rilascio. I trasferimenti erano ovviamente congeniali anche alla ripresa dei rimpatri post Covid.
Oggi la situazione a Gradisca è ancora più assurda, oltre al Cpr e al Cara è stato creato un "campo quarantene", si tratta di due piccoli "villaggi" nei pressi dei centri, 46 persone sono distribuite in tende e 25 in moduli abitativi. Nessuna persona ancora positiva ma chi è in tali spazi sa che ha come sola prospettiva quella di tornare nei rispettivi centri.
Anche negli altri Cpr agosto si sta dimostrando insostenibile. A Ponte Galeria, sotto Ferragosto c'è stato un rocambolesco tentativo di fuga. In sei si sono introdotti nei condotti dell'aria climatizzata, sono arrivati sul tetto, hanno raggiunto il muro di cinta e sono usciti. In 5 sono stati ripresi uno è riuscito a far perdere le sue tracce. Il 17 e il 20 luglio c'erano stati altri due tentativi falliti ma non romanzeschi come questo.
Gabriella Stramaccioni, Garante del Comune per i diritti delle persone private della libertà personale, ha definito il Cpr un vulnus legale e dei diritti umani, ma anche per le condizioni sanitarie il centro presenta criticità gravi. Lo scorso anno una badante ucraina è stata fermata per strada e portata al Cpr dove ha perso la vita, sembra per problemi cardiaci.
Il centro non è attualmente sovraffollato - ci sono 43 uomini e 9 donne, potendo ospitare complessivamente 180 persone eppure resta una bomba ad orologeria. Secondo la Garante il centro deve chiudere, secondo gli agenti del Silp o cambiano le modalità di gestione e aumenta il personale o è impossibile garantire l'incolumità delle persone. Impossibile entrarvi con telecamere per poter documentare e denunciare le condizioni di invivibilità. Neanche gli ingressi "a sorpresa" sono permessi e le sole immagini che arrivano sono quelle inviate agli attivisti anti Cpr dai trattenuti.
Nel nuovo Cpr aperto a Macomer, nel nuorese, dove a giugno alcuni trattenuti erano arrivati a cucirsi la bocca per protesta ora da una parte sono nel caos gli uffici del Giudice di pace, oberati da pratiche e con scarso personale, dall'altra, con l'eccessiva militarizzazione, buona parte del paese chiede la chiusura della struttura.
Non va meglio nel Cpr di Bari dove il 19 agosto è stato sventato l'ennesimo tentativo di fuga o negli altri rimasti attivi. In periodo post Covid, dopo una fase in cui erano diminuite le persone di cui era stato convalidato il trattenimento (a maggio 2020), c'è stata una ripresa dei fermi e oggi, complessivamente sono oltre 350 le persone rinchiuse.
Il bilancio dello scorso anno, reso noto dal Viminale è dimostrazione di fallimento. Il 46,5% delle persone prese è stato effettivamente rimpatriato, gli altri o in fuga, o arrestati per le rivolte o, molto spesso liberati perché non identificati o perché il trattenimento non era stato convalidato.
A fronte di un bilancio simile le proposte di riforma in materia elaborate ad oggi dal ministro dell'Interno sono unicamente di una diminuzione dei tempi massimi di trattenimento, dagli attuali 180 giorni a 120, forse a 90 eppure, come abbiamo già avuto modo di denunciare lo scorso anno col nostro libro Mai Più, sono ormai 22 anni che queste strutture ad avviso di chi scrive, illegali esistono, provocano inutili danni e sofferenze, sono spesso causa di morte, costano milioni, di euro l'anno, cambiano nome ma non sostanza ma continuano ad essere sponsorizzate come lo strumento per combattere la clandestinità e a garantire la "sicurezza".
Ma di ragioni per farla finita con questa oscenità se ne accumulano giorno dopo giorno e la sola scelta di sinistra che potrebbe essere fatta è quella di chiudere definitivamente ogni struttura simile, favorendo realmente i percorsi di regolarizzazione. Un'utopia.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 22 agosto 2020
Dopo quello di Trapani anche il primo cittadino di Augusta vieta lo sbarco dei migranti dalla nave "Aurelia". Nuovi arrivi a Lampedusa. Il sindaco Martello scrive a Conte: "Ci avete lasciati soli".
Secondo divieto di sbarco in due giorni. Per la Aurelia, nave crociera trasformata dal governo in nave quarantena per i migranti che arrivano in Sicilia, il rischio di fare la stessa fine fatta nell'ultimo anno dalle navi delle ong a questo punto si fa davvero concreto. Dopo il no allo sbarco imposto giovedì al comandante dal sindaco (Pd) di Trapani Giacomo Tranchida, ieri lo stop è arrivato da un altro primo cittadino siciliano vicino all'esecutivo giallorosso, Cettina Di Pietro, sindaco di Augusta targato 5 Stelle, che con un'ordinanza ha vietato lo sbarco nel porto dei 250 migranti provenienti da Lampedusa, tra i quali 19 risultati positivi al Covid, e dell'equipaggio della Aurelia. "Può sembrare una decisione forte - ha spiegato Di Pietro - ma nessuno dovrà scendere da quella nave, il mio compito è tutelare la salute dei miei concittadini. Siamo in una situazione di emergenza e non possiamo permetterci di abbassare la guardia".
l pericolo adesso è che, se a seguire l'esempio di Trapani e Augusta saranno altri sindaci, la Aurelia sarà destinata a rimanere al largo chissà quanto tempo. A meno che il governo non decida di accettare il consiglio di Tranchida facendo approdare le navi quarantena solo nei porti militari (ad Augusta ce n'è uno).
Sempre a Trapani, inoltre, la situazione potrebbe complicarsi lunedì prossimo quando i 602 migranti - quasi tutti tunisini - a bordo del traghetto Azzurra che si trova in rada da due settimane, avranno terminato il periodo di quarantena e dovranno scendere a terra. "Il governo pensa di poter giocare a battaglia navale", ha detto ieri Tranchida. "Trapani è una città accogliente, i trapanesi sono gente accogliente ma è bene che si sappia che qui non vive gente fessa". Parole che hanno provocato la reazione di Carmelo Miceli, responsabile sicurezza del Pd, lo stesso partito del sindaco: "Serve maggiore collaborazione istituzionale", ha detto. "Quando sarà scaduta la quarantena a bordo della nave Azzurra, saranno avviate le procedure di sbarco e quelle di ricollocamento e di rimpatrio, il tutto in piena sicurezza e senza alcun rischio per la città".
Ma a protestare - e da tempo - c'è anche il sindaco di Lampedusa Totò Martello. Anche ieri si sono succeduti una serie di sbarchi che hanno portato sull'isola più di 270 migranti con l'hotspot di contrada Imbriacola, dove sono ammassate 1.400 persone, ormai in condizioni impossibili. La prefettura di Agrigento ha disposto il trasferimento, a partire da ieri sera, di 220 migranti.
Troppo pochi, anche considerando che non dovrebbe essere impossibile per il Viminale trasferire 1.400 persone nei vari centri dislocati sulla penisola. Da parte sua Martello si è rivolto con una lettera al premier Giuseppe Conte promettendo "proteste clamorose" in caso di mancata risposta: "Lei e il suo governo non potete tacere di fronte a ciò che sta accadendo a Lampedusa", ha scritto il sindaco. "Non è più accettabile che la nostra isola sia abbandonata a sé stessa e che il peso dell'accoglienza sia scaricato tutto sulle nostre spalle".
primafirenze.it, 22 agosto 2020
Offrire ai detenuti un'esperienza fondata sulla comunicazione sociale attraverso i linguaggi della scena: questo l'obbiettivo del laboratorio di teatro e musica "Il teatro del mare", che dallo scorso settembre coinvolge i detenuti - attori della Casa di reclusione dell'isola di Gorgona, nell'arcipelago toscano. Il primo spettacolo s'intitola "Ulisse o i colori della mente" e andrà in scena sabato 5 e domenica 6 settembre a Gorgona. I due appuntamenti sono aperti al pubblico. Prenotazione obbligatoria entro venerdì 28 agosto via mail all'indirizzo
Tutti i dettagli - Partenza alle 8 di mattina dal porto di Livorno con il traghetto Superba, durata del viaggio 70 minuti, spettacolo alle ore 11, a seguire pranzo a buffet sulla terrazza dell'istituto.
Al pomeriggio incontro con gli artisti e possibilità di visitare l'isola. Ripartenza per Livorno alle ore 18. Costo 25 euro comprensivo di viaggio, spettacolo e pranzo a buffet.
Lo spettacolo si svolgerà sotto forma di corteo itinerante e avrà il suo finale nel porticciolo dell'isola. Il laboratorio "Il teatro del mare" è condotto da Gianfranco Pedullà, direttore del teatro delle Arti di Lastra a Signa, Francesco Giorgi e Chiara Migliorini all'interno del progetto Teatro in Carcere della Regione Toscana in collaborazione con la Casa di Reclusione di Gorgona. Informazioni per il pubblico: Compagnia Teatro Popolare d'Arte - Tel. 055 8720058 - 331 9002510.
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 22 agosto 2020
L'annuncio dopo quasi 10 anni di guerra. Dopo quasi un decennio di conflitti settari e di totale instabilità politica la Libia sembra di fronte a una concreta svolta di pace, mai così vicina come ora. Il presidente del Governo di accordo nazionale libico (Gna) di Tripoli, Fayez al Serraj, e il presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, hanno infatti dichiarato un cessate il fuoco su tutto il territorio libico e contemporaneamente annunciato il rilancio di processo politico che porterà a elezioni legislative e presidenziali il prossimo marzo. Nessuno poteva immaginare nelle scorse settimane una simile de- escalation in un Paese si è continuato a combattere anche durante il Covid.
I due fronti, finora in aperta guerra, lo hanno reso pubblico in simultanea con dichiarazioni separate. "Alla luce della situazione attuale del Paese, il presidente del Governo di accordo nazionale ha dato ordine a tutte le forze armate di interrompere immediatamente i combattimenti e di conseguenza rendere le città di Sirte e Giufra zone senza armi", si legge nella nota del governo di Tripoli.
"L'intento ultimo è riportare la sovranità del Paese e mandare via forze straniere e mercenari", ha aggiunto. Il consiglio presidenziale chiede inoltre di "riprendere la produzione e l'esportazione di petrolio e destinare i proventi a un conto della Banca estera libica da cui si potrà attingere solo dopo un accordo politico completo sulla scia dei risultati della conferenza di Berlino e in piena trasparenza". Infine, Serraj ha annunciato il suo invito a "elezioni legislative e presidenziali nel prossimo mese di marzo su una base costituzionale su cui siano d'accordo tutti i libici".
Dalla Cirenaica invece è arrivata la benedizione di Saleh, ritenuto braccio politico e burocratico del maresciallo Khalifa Haftar, l'uomo forte della regione sostenuto da Egitto e Francia. "Il presidente del Parlamento, Aguila Saleh, ha chiesto a tutte le parti un cessate il fuoco immediato e l'interruzione di tutte le operazioni di combattimento in tutto il Paese", si legge nella nota di Tobruk che esprime l'aspirazione che "la città di Sirte diventi un quartier generale temporaneo del nuovo Consiglio presidenziale, che riunisca tutti i libici e li avvicini".
"Il cessate il fuoco - ha aggiunto-Saleh - sbarra la strada a qualsiasi intervento militare straniero e si conclude con l'allontanamento dei mercenari e lo smantellamento delle milizie, al fine di ottenere il ripristino della piena sovranità nazionale". L'annuncio ha raccolto l'immediato sostiene degli attori internazionali, a partire dalla missione dell'Onu in Libia, Unsmil, che ha chiesto "l'immediata esecuzione delle coraggiose scelte attuate".
Anche l'Italia, che ha sostenuto in maniera costante e attiva gli sforzi dell'Onu nel quadro del processo di Berlino assieme ai principali partner Ue, "accoglie con grande favore i comunicati emessi", "a partire da una immediata cessazione delle ostilità e dalla riattivazione della produzione petrolifera", si legge in una nota diffusa ieri dalla Farnesina.
agenzianova.com, 22 agosto 2020
Il ministro della Giustizia francese, Eric Dupond-Moretti, intende lanciare un'ispezione per monitorare il fenomeno dei suicidi nelle carceri. Come riferisce il quotidiano "Le Monde", il ministro prevede un rafforzamento delle misure di prevenzione dei suicidi, a fronte dei 128 detenuti che si sono tolti la vita nel corso del 2019 e dei più recenti casi avvenuti nei penitenziari della Francia. Il dato del 2019 è stato migliore rispetto a quello dell'anno precedente, quando i suicidi erano stati 131, ma si tratta di cifre ancora troppo alte. Nell'anno in corso sono già 82 le persone che si sono tolte la vita in carcere, contro i 72 dello stesso periodo del 2019.
di Giuliano Battiston
L'Espresso, 22 agosto 2020
James K. Galbraith, docente all'Università di Texas ad Austin parla dell'effetto del Covid sull'economia Statunitense e globale. E spiega la sua ricetta per una vera ripartenza. Riaprire l'America "è un'illusione", la ripresa veloce "è una fantasia". Per James K. Galbraith, docente all'Università di Texas ad Austin e autore di libri importanti sull'economia politica ("Welcomed to the Poisoned Chalice"; "Inequality"; "The End of Normal"), la pandemia sta sgretolando l'intero sistema economico Usa. Un castello di carte che non va ricostruito con gli stessi materiali e secondo gli stessi progetti di prima. Ma rifondato a partire da un vero Green New Deal e soprattutto da un modello cooperativo. Che venga chiamato socialista, socialdemocratico o pragmatico conta poco. Perché l'alternativa, spiega Galbraith in quest'intervista all'Espresso, è "il capitalismo del disastro e la catastrofe sociale".
Professore, lei ha scritto che nelle pandemie ci sono tre fasi: l'emergenza, il contenimento e le conseguenze. Prima di affrontare quest'ultimo punto, come giudica il modo in cui il governo Usa ha gestito le prime due fasi?
"Con incompetenza, arroganza, negazione della realtà. Sabotaggio della salute pubblica. C'è stato un ritardo enorme, colpevole, da metà gennaio circa a metà marzo. Anche da qui deriva l'alto numero di contagi e morti. Molte persone potrebbero essere ancora vive. Ora ci sono invece forti pressioni affinché si consideri conclusa positivamente la fase di contenimento. Le ragioni sono politiche: le elezioni si avvicinano e la gente deve tornare a pensare normalmente, le statistiche economiche devono restituire dati incoraggianti. Ma la realtà racconta una storia diversa, drammatica".
Dal pacchetto miliardaro di "stimoli" approvato dal Congresso Usa al Recovery Fund della Ue, con il Covid gli Stati hanno ricominciato a spendere. Per qualcuno, si tratta di inversioni di rotta e cambiamenti nel pensiero economico. Lei che cosa ne pensa?
"Bisogna vedere come verranno spesi questi soldi. Il mio timore è che non si tratti di un vero cambiamento di mentalità, ma della replica di quanto fatto nel 2008, con l'obiettivo di salvare soprattutto le corporation e il settore finanziario. Il guaio è proprio questo. Osservatori come Paul Krugman, Sebastian Mallaby e Jason Furman continuano a pensare che siamo di fronte a uno shock economico-finanziario come gli altri. E che vada affrontato, al solito, con uno stimolo finanziario. Un'analogia medica ridicola: un organismo soffre, gli viene iniettata una sostanza e l'organismo torna a vivere e correre nuovamente, a "crescere". Passa per una nozione keynesiana, ma è una tesi ridicola. E oggi pericolosa".
Il "ritorno alla normalità" non ci sarà?
"Il futuro, almeno prossimo, non assomiglierà affatto al passato. Negli Stati Uniti interi settori cruciali dell'economia, dalle linee aeree alle navi da crociera, verranno fortemente ridimensionati, al di là degli aiuti che riceveranno. Un esempio: siamo tra i primi produttori di aeroplani, una delle industrie più importanti, con una lunga catena di fornitori. Oggi che le flotte sono ancora in gran parte parcheggiate, chi comprerà i nuovi aeroplani? Lo stesso per l'edilizia commerciale: se gli uffici rimangono vuoti, chi ne comprerà o affitterà di nuovi? Ciò che la gente farà con i propri soldi sarà diverso dal passato. I posti di lavoro persi non torneranno di punto in bianco, così come i redditi andati perduti, che non verranno recuperati del tutto. Ci sarà una profonda depressione economica. E questo vale anche per l'Italia".
Lei sostiene che la pandemia abbia già archiviato il vecchio sistema e che la scelta sia netta: o sottomettersi al capitalismo del disastro o rivendicare un cambiamento totale. Ma che cosa intende per "capitalismo del disastro"?
"Negli Stati Uniti gli investitori privati predatori, che hanno fondi e capitali a disposizione, cercano di accaparrarsi nuove proprietà e quegli asset il cui valore si riduce per la pandemia; in ambito commerciale ci sono già sfratti e pignoramenti e potrebbero esserci svendite generali in futuro. I grandi proprietari immobiliari replicano la strategia del 2008-2009: trasformare i piccoli proprietari di case in affittuari e gli affittuari in senza-casa. Durante la crisi finanziaria si è provato a trasferire la responsabilità dalle banche ai cittadini che avevano sottoscritto contratti fraudolenti, ma in questo caso non è possibile. La gente è stata in casa come richiesto ed è sempre più consapevole che non tutti i debiti vanno ripagati, che gli accordi possono essere rinegoziati. Vedo meno accettazione e più resistenza. Rimane il fatto che ci sono 30 milioni di disoccupati e che milioni di posti di lavoro non torneranno più, salari e redditi sono spariti. Una catastrofe sociale".
Per fronteggiarla, lei non invoca la "veloce ripresa" di cui parla Paul Krugman, ma un ripensamento dell'intero sistema economico e sociale. Di cosa si tratta?
"Occorre creare un nuovo sistema. Non c'è alternativa a un modello cooperativo, di sostegno reciproco, con uno Stato responsabile, capace di tenere a bada le spinte predatorie. Il settore pubblico e non profit va mobilitato per assicurare posti di lavori e reddito. Innanzitutto va affrontata la pandemia. Serve gente che studi e monitori la situazione, che si prenda cura dei malati, che tracci i contagi. La sanità pubblica per anni è stata negletta, smantellata: deve essere un bene universale. Servono milioni di posti di lavoro nei servizi cruciali, nelle forniture di cibo e prodotti essenziali. Poi c'è la necessità, legata ai cambiamenti climatici, di modificare tutta la struttura di produzione, trasformazione e consumo energetico. Se vogliamo evitare una catastrofe sociale vanno mobilitate ingenti risorse pubbliche".
Ritiene che questo possa risolvere la situazione e che lo Stato debba farsi "datore di lavoro di ultima istanza"?
"La garanzia del lavoro, l'idea dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza è al centro della proposta per un Green New Deal. Anziché lasciare i cittadini disoccupati e dargli un contributo per la disoccupazione, si creano le condizioni affinché chiunque lo voglia possa svolgere un lavoro socialmente utile e retribuito secondo il minimo salariale. Lavori con i quali vengono rafforzati beni comuni come salute, educazione, tutela dell'ambiente. Non si tratta di sostituire del tutto i sussidi alla disoccupazione, ma di creare un'alternativa realistica per milioni di persone. Una misura che beneficia l'intero sistema economico e che ritengo preferibile al basic income, almeno negli Stati Uniti, dove c'è una cultura più orientata al lavoro come attività produttiva".
Dal 1996 al 2016 lei ha presieduto l'associazione Economists for Peace and Security. Ritiene che la pandemia modificherà l'idea di sicurezza, finora associata a quella militare e, nel caso degli Usa, alla "proiezione" di potere all'estero?
"La sicurezza va interpretata in modo ampio, come sicurezza sociale ed economica, nel lavoro, nella casa, nel cibo, nelle prospettive future di ogni cittadino e famiglia. Abbiamo sempre ritenuto sbagliata l'idea, erede della fine della Guerra fredda, che gli Usa siano l'unica superpotenza, garante dell'ordine mondiale, perché si fonda su una premessa fallace: il potere militare come strumento per ottenere sicurezza. Difficile prevedere cosa accadrà. Ci sono ancora dinamiche politiche e potenti attori che spingono per l'avventurismo e per le spese militari. Per me, gran parte della spesa militare andrebbe indirizzata a costruire le vere difese del Paese: sanità pubblica, ospedali, lavoro e sicurezza economica e sociale per tutti e una radicale riforma progressista della struttura dell'economia. La pandemia ha dimostrato che abbiamo un'economia forse efficiente, ma estremamente fragile e ingiusta. E ora si sta sgretolando di fronte ai nostri occhi".
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