di Cesare Mirabelli
Quotidiano del Sud, 20 agosto 2020
La modifica della legge elettorale e il divieto di costituire gruppi consiliari al centro del testo per l'organo dei magistrati. Alla crisi della giustizia si intende dare una prima e parziale risposta con il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri per la riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario. Tuttavia è da prevedere che i tempi per portare a conclusione questo percorso non saranno brevi.
di Giacomo Puletti e Giulia Ciancaglini
Il Dubbio, 20 agosto 2020
Un'indagine di data journalism analizza il rapporto tra sovraffollamento e suicidi. Dal 2010 al 2019 il numero "ufficiale" di suicidi nelle carceri italiane è 499, ma a questa cifra vanno aggiunti i 52 casi "non riconosciuti" dallo Stato. Cinquantadue detenuti che probabilmente hanno deciso di togliersi la vita ma che il ministero della Giustizia non considera suicidi. Oltre a questi, una serie di decessi classificati come "da accertare", sui quali anche dopo anni non si è fatta ancora chiarezza. Nomi e cognomi sono inseriti in un report dalla rivista Ristretti Orizzonti, accanto a data e modalità di morte.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 agosto 2020
Il magistrato di Sorveglianza di Spoleto ha ritenuto ancora fondata la illegittimità. Il mese scorso la Corte costituzionale ha rinviato gli atti al magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi, chiedendogli se il decreto legge sulle scarcerazioni lo ritenesse ancora incostituzionale. Detto, fatto. Il magistrato ha ritenuto ancora fondata la questione di legittimità costituzionale e ha rinviato gli atti alla Consulta.
Ma cosa è accaduto? Ricordiamo che dopo le polemiche, secondo molti giuristi del tutto strumentali, sulla cosiddetta "scarcerazione" (in realtà detenzione domiciliare per gravi motivi di salute) di circa 500 reclusi per reati di mafia, il ministro della Giustizia - in maniera frettolosa sull'onda emotiva dello "scandalo" - ha varato due decreti legge.
In sostanza prevedono che quando un condannato per uno dei delitti indicati (mafia e terrorismo) è ammesso alla detenzione domiciliare o usufruisce del differimento pena per motivi connessi all'emergenza Covid-19, il magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorveglianza che ha adottato tale provvedimento, acquisito il parere del procuratore distrettuale antimafia del luogo in cui è stato commesso il reato, valuta la permanenza dei motivi legati all'emergenza sanitaria entro il termine dei quindici giorni dall'adozione del provvedimento e, successivamente, con cadenza mensile.
La valutazione è effettuata immediatamente, anche prima della decorrenza dei termini sopra indicati, nel caso in cui il Dap comunica la disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta adeguati alle condizioni di salute del detenuto o dell'internato ammesso alla detenzione domiciliare. In quel caso il magistrato di sorveglianza può decidere di revocare la misura e il provvedimento è immediatamente esecutivo.
Ma qui c'è il problema della lesione del diritto alla difesa. Perché? Il procedimento avviene senza spazi di adeguato formale coinvolgimento della difesa tecnica dell'interessato, senza alcuna comunicazione formale dell'apertura del procedimento e con una conseguente carenza assoluta di contraddittorio, rispetto alla parte pubblica. Ma non solo. Nel decreto Bonafede non è previsto che alla difesa sia data contezza dei risultati istruttori e la stessa è privata della facoltà di confrontarsi con i contenuti delle note pervenute: non può ad esempio sapere dove il Dap ritenga che cure adeguate possano essere svolte in favore dell'assistito e in quale modo.
Non può verificare se queste cure siano le stesse che i medici dell'interessato considerano efficaci e risolutive. Non può confrontarle con quelle che, in ipotesi, abbia già intrapreso durante il periodo trascorso in detenzione domiciliare. Non può, soprattutto, prendere atto dei contenuti del parere della parte pubblica, che invece ha potuto leggere l'intera istruttoria pervenuta e svolgere autonomi approfondimenti istruttori, e quindi la difesa non può fornire al magistrato di sorveglianza le proprie repliche.
La Consulta però, nel frattempo, ha preso atto che la norma - durante la conversione in legge - è stata parzialmente modificata con l'obbligo da parte del tribunale di sorveglianza di pronunciarsi sulla revoca del provvedimento, ove emessa dal magistrato di sorveglianza, entro il termine di 30 giorni. Tutto nell'ambito di un procedimento in cui la difesa ha pieno accesso agli atti. Per questo motivo ha chiesto al magistrato Gianfilippi una nuova valutazione.
Quest'ultimo però ritiene ancora rilevante e manifestamente fondata la questione di legittimità costituzionale, perché rimarrebbe intatto il vulnus del diritto alla difesa. Oltre a tutti i punti precedenti, non modificati durante la riconversione e quindi tuttora irrisolti, la questione è che se in trenta giorni, pur con un contributo della difesa, la magistratura di sorveglianza non riesce ad assumere una valutazione compiuta, viene confermata in automatico la revoca dei domiciliari nei confronti di una persona con gravi problemi di salute senza ulteriori approfondimenti.
Oppure, altra questione, quando il magistrato dispone un approfondimento, la misura di revoca scade, il detenuto nel frattempo quindi usufruisce della detenzione domiciliare e poi eventualmente ritorna dentro. Il tutto è irragionevole e non garantirebbe un contraddittorio pieno tra le parti. Quindi, di nuovo la parola alla Consulta.
di Maria Pirro
Il Mattino, 20 agosto 2020
"Con l'aumento della domanda di forniture mediche e dispositivi di protezione individuale, la pandemia ha dato nuove opportunità di business alle organizzazioni criminali. Approfittando della scarsità di beni essenziali, questi gruppi si sono infiltrati nella catena degli appalti attraverso la produzione e la distribuzione di prodotti, mettendo sul mercato prodotti spesso scadenti e, nel caso delle mascherine, per lo più inadatte a fornire alcuna protezione dal virus".
Antonia Marie De Meo, neodirettrice dell'Unicri, Istituto per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia delle Nazioni Unite, lancia l'allarme sull'aumento dei reati. E, nell'intervista esclusiva al Mattino, la prima da quando si è insediata nel suo ufficio a Torino, affronta anche le altre principali emergenze internazionali, e annuncia una visita a Napoli. Da qui, la sua famiglia paterna è emigrata negli Stati Uniti ("Cento anni fa, oggi non conosco i miei parenti. Ma mi piacerebbe approfondirne la storia").
Con il Covid-19, i clan mettono a repentaglio la salute dei più deboli. Come riescono ad accedere al settore?
"Imprenditori, intermediari, broker e avvocati corrotti sono "punti di ingresso" nella sfera economica e politica per il reinvestimento di capitali, in aggiunta la criminalità si avvale dei canali commerciali che controlla da decenni e che coinvolgono il commercio di prodotti contraffatti".
E Napoli è la centrale del mercato illegale...
"Ha un ruolo nella rete transnazionale, come emerge da una ricerca che abbiamo condotto con la Procura di Napoli e la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo: la cooperazione tra paesi dunque è fondamentale per contrastarli. Negli ultimi tre mesi, abbiamo formato 1000 operatori in tutto il mondo sulle sfide associate alla pandemia".
Parla di sfide al plurale, perché?
"In questi mesi gruppi criminali e terroristici (inclusi i trafficanti di droga), hanno distribuito cibo e mascherine e usato i social per apparire come i Robin Hood della situazione. Alcune organizzazioni criminali hanno tentato di sostituirsi alle istituzioni governative, adottando misure come il lockdown. In Messico, i gruppi criminali hanno etichettato le cassette degli aiuti con il loro nome o logo. E, da gennaio ad aprile 2020, l'Interpol ha rilevato 907.000 messaggi di spam, correlati al Covid-19".
Un'altra emergenza è il Libano, dopo le esplosioni. È preoccupata?
"Sì, molto. Con le autorità libanesi e l'Ue, stiamo lavorando per mitigare i rischi chimici, biologici, radiologici e nucleari. Qui, e in altri 61 Paesi, cerchiamo di dare forma a nuovi modelli e standard di cooperazione internazionale basati su una percezione comune delle minacce, proprio per prevenire incidenti dovuti all'uso improprio di materiali pericolosi".
La Libia è un'altra polveriera, anche per la questione dei migranti...
"La migrazione di per sé non è un problema e dovrebbe essere gestita nel rispetto dei di ritti umani e delle leggi umanitarie internazionali. Nella mia precedente veste di rappresentante dell'Ohchr mi sono occupata del fenomeno dovuto a povertà, disoccupazione e violenza diffusa. Ma incide anche la proliferazione di informazioni imprecise sui social, che evidenziano solo le rare storie di successo, nullificando le campagne di sensibilizzazione nei paesi di origine".
Le nuove tecnologie possono essere un valido alleato nella lotta al crimine?
"Con il sostegno del Cern e la Dda, abbiamo dimostrato come i Big Data possano consentire di individuare correlazioni criminali nascoste". C'è un nesso tra migrazione irregolare, criminalità organizzata e terrorismo? "Sì, ma il problema non sono i migranti e i rifugiati. In Libia, ad esempio, criminalità e conflitti sono spinti da gruppi armati. Anche il terrorismo non è direttamente collegato al fenomeno, ma i migranti sono esposti al reclutamento a causa della loro vulnerabilità".
Ritiene siano efficaci le sanzioni contro la violazione dell'embargo sulle armi in Libia annunciate da Italia, Francia e Germania?
"Non è sufficiente nemmeno il sostegno finanziario e tecnico in Libia per contrastare i flussi migratori, soprattutto di fronte a violazioni e abusi dei diritti umani contro i migranti e i rifugiati da parte degli enti governativi. È essenziale affrontare le cause profonde delle vulnerabilità dei paesi di origine, promuovere il rafforzamento economico e l'integrazione dei migranti nelle comunità locali".
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 20 agosto 2020
Le novità della riforma voluta dal ministro Bonafede. All'indomani dello scandalo legato all'ex Presidente di Anm, Luca Palamara, la Magistratura ha vissuto - e tutt'ora vive - un delicato momento che necessita profonde riflessioni. Come si legge in alcune intercettazioni effettuate sul telefono del PM succitato, si è appreso, in maniera del tutto casuale, un vero e proprio sistema avente ad oggetto gli incarichi dirigenziali delle Procure italiane, secondo una spartizione fra le varie correnti interne al Consiglio Superiore della Magistratura.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 20 agosto 2020
"Io da sedici mesi, diciassette mesi isolato da tutti e da tutto. Ogni tanto mi si attacca una televisione e poi mi si stacca sette mesi, otto mesi perché mi debbo pentire. Io non ho niente da pentire, è inutile che mi trattano così".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 20 agosto 2020
Nel carcere di Poggioreale si contano 18 funzionari giuridico-pedagogici, 11 psicologi, un mediatore culturale e 100 volontari a fronte di una popolazione carceraria di 1.975 detenuti. Nel carcere di Secondigliano ci sono 12 funzionari che accompagnano i detenuti nel percorso riabilitativo, 7 psicologi, 56 volontari tra educatori e assistenti sociali e 17 mediatori culturali. A Pozzuoli ci sono 2 psicologi, 2 funzionari, 278 volontari e nessun mediatore. A Santa Maria Capua Vetere 4 psicologi, 5 funzionari, 80 volontari, nessun mediatore.
Questi sono i dati relativi ai principali istituti di pena della Campania, ma la situazione non cambia di molto se si guarda anche alle altre strutture che ospitano detenuti sul territorio regionale. A fronte di reclusi che sono migliaia, il personale addetto alla rieducazione, all'assistenza psicologica e al sostegno dei reclusi è esiguo.
Bisogna investire sul personale, ribadisce chi conosce bene il mondo del carcere. Dal recente rapporto Antigone è emerso che un detenuto costa in media circa 150 euro al giorno (il costo comprende la retribuzione dello staff), mentre una persona in misura alternativa costa dieci volte di meno. A livello nazionale il ricorso a misure alternative al carcere farebbe risparmiare almeno 500 milioni di euro, oltre ad avere ritorni positivi per la sicurezza collettiva visto che una persona in misura alternativa ha un tasso di recidiva tre volte inferiore rispetto a una persona che sconta per intero la pena in carcere, sempre secondo dati Antigone.
In Campania si stima una percentuale pari a circa il 10% del dato nazionale, per cui si avrebbe un risparmio in termini di spesa per detenuto che potrebbe consentire di utilizzare quei soldi per assumere più educatori e potenziare le attività trattamentali in carcere. Nel corso del 2019, in Campania, sono stati attivati 23 corsi di formazione professionale che hanno coinvolto 236 iscritti con un incremento rispetto al 2018 di 134 soggetti coinvolti, secondo dati del garante regionale. Di questi corsi 16 sono stati promossi dalla Regione Campania e altri sette sono stati realizzati da organizzazioni no profit e soggetti del terzo settore.
Le attività formative interessano attualmente appena il 2% della popolazione detenuta, troppo pochi. Diverso è il discorso per i minori, settore in cui nel 2019, in Campania, si è registrata una percentuale di partecipazione ai corsi di formazione professionale pari al 73% dei soggetti sottoposti a misure restrittive.
Un dato ritenuto positivo tenuto conto che su scala nazionale in passato veniva conclusa in media meno della metà dei corsi di formazione, mentre negli ultimi anni questa percentuale è salita fino a raggiungere e superare anche l'80%. In tutti gli istituti di pena, inoltre, non solo in quelli minorili, nel tempo è aumentata anche la domanda di istruzione in cella: se fino ad alcuni anni fa interessava i detenuti già studenti che proseguivano il percorso di formazione avviato prima di finire in carcere, in questi ultimi tempi le attività di formazione hanno coinvolto sempre più anche detenuti con condanne medio-lunghe, ed è correlativamente cresciuta l'attenzione nei confronti dell'istruzione nel mondo carcerario.
Gli incrementi di iscrizione più significativi sono stati registrati nelle strutture di Poggioreale, Secondigliano, Avellino e nell'istituto minorile di Nisida. Un trend al quale dovrebbe accompagnarsi un adeguato investimento in mezzi e risorse, in educatori e figure formative, ma anche in spazi culturali e aree destinate ad attività sportive per risolvere e superare i ritardi di ristrutturazione e di allestimento segnalati in varie carceri.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 20 agosto 2020
Da marzo solo 920 su 6.400 detenuti hanno beneficiato di misure alternative alla detenzione. Più di 100 attendono ancora l'ok della Sorveglianza. Intanto, d'estate, il clima in cella si fa rovente.
Sono stati 920, in Campania, i detenuti che hanno beneficiato di misure alternative al carcere per effetto delle iniziative governative adottate a seguito dell'emergenza Covid. Su un totale di 6.400, perché tanti sono gli uomini e le donne reclusi nei penitenziari della regione, 920 non è un grande numero. All'indomani dell'adozione delle misure governative, i risultati in termini di riduzione degli indici di sovraffollamento e di contenimento del rischio sanitario sono stati, come previsto, assai modesti", si legge nella relazione firmata dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello per tirare le somme degli ultimi mesi di vita negli istituti di pena della Campania.
Le misure emergenziali sono scadute il 30 giugno, ma ancora in Campania c'è oltre un centinaio di casi pendenti per i quali si attende la decisione dei giudici della Sorveglianza. Per analizzare gli effetti del decreto sulle carceri, bisogna partire dalla fase del lockdown. Aprile scorso: la pandemia era in corso, l'emergenza sanitaria era ancora a livelli allarmanti.
A metà mese, nell'istituto di Poggioreale, a fronte di 120 istanze avanzate con riferimento al decreto "Cura Italia", solo 14 avevano ricevuto accoglimento, di cui dieci nell'interesse di detenuti già sotto i sei mesi di pena residua da scontare, mentre quattro sono rimaste sospese in attesa di dispositivo di controllo elettronico, cioè di quel braccialetto elettronico tanto necessario per quanto difficile da reperire. Calcolando altre 12 ordinanze di rigetto che non hanno consentito di accogliere le richieste, sono state solo 26, sull'iniziale totale di 120, le richieste scrutinate dal Tribunale di Sorveglianza.
Tutte respinte, invece, le 48 istanze presentate per motivi di salute: nessuna è stata accolta. Inoltre, delle 19 istanze di detenzione domiciliare per detenuti con più di 70 anni di età sono state solo quattro quelle valutate e accolte, mentre le altre 15 sono pendenti. E la situazione non è stata molto diversa nel carcere di Secondigliano, dove l'amministrazione ha avanzato 110 istanze sulla base del decreto "Cura Italia" e solo otto sono state accolte, mentre delle 233 richieste avanzate personalmente dai detenuti per motivi di salute sono state sei quelle vagliate favorevolmente.
Mentre esiguo (circa una ventina) è il numero delle scarcerazioni concesse per attenuazione della misura cautelare. A fronte di questi dati, il garante campano dei detenuti ha evidenziato l'alto numero di richieste sospese di liberazione anticipata. Richieste che, se valutate con tempismo, consentirebbero la scarcerazione immediata di un numero considerevole di detenuti.
A Napoli, Poggioreale resta un carcere sovraffollato sebbene la popolazione detenuta, nella prima metà dell'anno, sia sensibilmente diminuita rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Un dato, questo, che viene valutato assieme alla riduzione del numero di persone sottoposte a misura cautelare entrate in carcere da marzo a giugno.
Quasi che l'emergenza sanitaria avesse ricordato il ruolo di extrema ratio riservato nel nostro sistema processuale alla custodia cautelare in carcere", sottolinea il garante regionale. Meno nuovi ingressi in carcere rispetto al passato, dunque. Ma anche tempi più lunghi per le decisioni giudiziarie.
Nella relazione del garante Ciambriello si punta l'attenzione sui mancati provvedimenti di scarcerazione, sulle tante istanze pendenti (a eccezione di quelle che interessano i detenuti di Pozzuoli e Aversa per i quali i magistrati di Sorveglianza competenti hanno valutato tutti i casi). Molte restano le zone d'ombra su cui né il ministro né l'amministrazione penitenziaria hanno ancora fatto luce, impegnati probabilmente a discutere di scarcerazioni eccellenti (come se le altre vivessero una sorta di deminutio) e responsabilità da rimpallare, blindare o "murare", chiosa Ciambriello esaltando il ruolo svolto da realtà sociali e di volontariato.
Gli effetti della pandemia e di tutto quello che ha prodotto in termini di chiusure, stop delle attività, distanziamenti, sono ancora evidenti. E la sensazione - conclude il garante - è quella che si stia perdendo un'occasione per riportare il trattamento e le misure alternative alla detenzione al centro delle politiche carcerarie".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2020
In caso di rinvio il termine di 10 giorni decorre dall'arrivo degli atti in cancelleria. Fa fede il momento di arrivo in cancelleria degli atti trasmessi dalla Cassazione, in caso di annullamento di ordinanza che aveva disposto o confermato una misura cautelare personale.
In questo modo le Sezioni unite penali, con informazione provvisoria, rispondono alla domanda posta con l'ordinanza n. 4125 di quest'anno sul momento dal quale fare decorrere il termine perentorio di 10 giorni previsto dall'articolo 311 del Codice di procedura penale, per l'adozione della decisione da parte del giudice del rinvio: "se (...) dalla data in cui il fascicolo relativo al ricorso per Cassazione, comprendente la sentenza rescindente e gli atti allegati, perviene alla cancelleria generale del tribunale competente o alla cancelleria della sezione del tribunale competente per il riesame ovvero dalla data in cui il tribunale riceve "nuovamente" gli atti dall'autorità procedente richiesti ai sensi dell'articolo 309, comma 5, Codice di procedura penale".
Per le Sezioni unite deve così essere smentita la lettura proposta dall'indirizzo maggioritario che, facendo decorrere il dies a quo del termine perentorio per la decisione, non dalla ricezione degli atti dalla Cassazione, ma dal ricevimento degli atti nuovamente richiesti al pubblico ministero, dunque da un adempimento, processualmente e cronologicamente, successivo alla ricezione dei primi atti, realizza inevitabilmente un'estensione temporale della limitazione della libertà personale. Interpretazione che la stessa ordinanza di rinvio alle Sezioni unite considerava di difficile compatibilità con il principio costituzionale del minimo sacrificio della libertà personale.
Corriere della Sera, 20 agosto 2020
Chiuse le indagini dopo la rivolta di marzo per le norme anti Covid. Indagini chiuse sulla rivolta di Rebibbia, 55 detenuti rischiano il processo per reati che vanno, a seconda delle posizioni, dal danneggiamento al sequestro di persona, dalla rapina alla devastazione. I pm Eugenio Albamonte e Francesco Cascini hanno notificato in questi giorni relativi avvisi agli indagati. Prossima alla chiusura anche l'indagine parallela sui fatti analoghi, ma meno gravi, avvenuti in contemporanea a Regina Coeli.
La rivolta di Rebibbia, cominciò il 9 marzo sull'onda di quanto accadeva nelle carceri di tutta Italia e andò avanti nei giorni seguenti, rinforzata anche dai disordini dei familiari dei detenuti all'esterno del penitenziario. In trecento circa vi presero parte, tra cui i 55 indagati. Tra questi figurano, come presunti capi della rivolta, due nomi di peso nella criminalità romana. Leandro Bennato, 40 anni, complice negli affari di droga di Fabrizio Piscitelli "Diabolik", nonché vicino al nipote di Carmine Fasciani, Alessandro, e già condannato per narcotraffico.
Con lui, il coetaneo Daniele Mezzatesta, una condanna definitiva nel 2017 a oltre 14 sono stati individuati dai pm: si va dal danneggiamento al sequestro di persona, dalla rapina alla devastazione anni per possesso di sei chili di tritolo, un kalashnikov, tre mitragliatori, un fucile a canne mozze, una sfilza di pistole, 71 chili di cocaina e 143 di hashish: non ha mai rivelato per conto di chi custodisse questo arsenale. Per il ruolo prominente nei giorni della rivolta i due vennero trasferiti d'urgenza nel carcere di Secondigliano (Napoli) appena tornata la calma.
La rivolta nelle carceri scoppiò col diffondersi dell'allarme tra i detenuti per l'impossibilità di rispettare le norme anti Covid nelle celle sovraffollate. A Rebibbia la sommossa partì dal "nuovo complesso". Decine di detenuti nel reparto G11 diedero fuoco a materassi e coperte.
In tanti riuscirono a uscire dalle celle riversandosi nei corridoi. Riportata a fatica la calma, due piani vennero stati dichiarati inagibili. La simultaneità con le altre rivolte fece pensare a una regia unica o a una forma di coordinamento strumentale ad ottenere scarcerazioni anche per detenuti "eccellenti". Un'ipotesi per ora non dimostrata ma non ancora tramontata.
- Caltagirone (Ct). Un "suicidio annunciato" nel carcere
- Bologna. Carcere della Dozza, detenuto positivo al coronavirus
- Napoli. Carcere di Poggioreale sovraffollato, eterno male per la città
- Pavia. Detenuti recuperati, aiuto alle vittime
- Augusta (Sr). Carcere senza acqua, protesta dei detenuti: "Nelle celle sporcizia e insetti"










