di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 agosto 2020
Si è tolto la vita nel carcere di Caltagirone, dove era detenuto dal 13 agosto scorso, Giuseppe Randazzo, il ceramista di 50 anni arrestato dalla polizia per l'uccisione della moglie 46 enne, Catya Di Stefano, dalla quale si stava separando. L'uomo si è impiccato nella sua cella.
Il Gip di Caltagirone aveva convalidato il suo arresto ed emesso nei suoi confronti un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sulla morte dell'uomo ha aperto un'inchiesta la Procura di Caltagirone. "Stiamo svolgendo tutti gli accertamenti necessari - ha reso noto il procuratore Giuseppe Verzera - per verificare se ci siano state responsabilità da parte dell'amministrazione penitenziaria".
Il legale dell'uomo, l'avvocato Christian Parisi, parla di "suicidio annunciato", spiegando che Randazzo "più volte durante la permanenza in carcere aveva detto di voler morire". "Per questo - rivela il penalista - era stato trasferito in una cella senza suppellettili all'interno, per evitare che si potesse fare del male. Invece, c'è riuscito lo stesso".
Il detenuto si è tolto la vita impiccandosi alla finestra della cella. Della morte della moglie, ricostruisce l'avvocato Parisi, "non aveva alcun ricordo, Randazzo aveva rimosso tutto quello che gli era accaduto quel giorno; non ricordava neppure se fosse andato a lavorare, un vero e proprio blackout mentale...". L'uomo era accusato di avere ucciso, al culmine di una lite, la donna davanti la porta d'ingresso della sua casa. La vittima aveva avviato le pratiche per la richiesta della separazione, ma il marito non si era rassegnato. Randazzo voleva riallacciare la relazione, ma la ex era determinata ad andare avanti.
Il pomeriggio di cinque giorni fa Randazzo era andato ad attenderla davanti casa per l'ennesimo tentativo di riappacificazione. Ne è nato, invece, un violento alterco, finito in tragedia. Lui è stato trovato dalla polizia accanto alla moglie, sotto choc, in lacrime e in evidente stato confusionale. Agli agenti non ha saputo fornire alcuna spiegazione sull'accaduto.
La vittima, un'operatrice socio sanitaria che lavorava nell'assistenza di disabili del Calatino, presentava delle lesioni e l'uomo aveva dei segni di colluttazione. Dopo un lungo interrogatorio la Procura di Caltagirone aveva deciso di disporne l'arresto, poi convalidato del Gip. Sarà l'autopsia a chiarire l'esatta causa della morte di Catya Di Stefano. Esame medico legale al quale è probabile possa essere sottoposto anche il marito.
bolognatoday.it, 20 agosto 2020
Positivo al Covid-19 un detenuto campano recluso nel carcere di Bologna. Lo rende noto il segretario generale del sindacato Spp Aldo Di Giacomo. "Siamo molto preoccupati per un eventuale propagarsi del virus in considerazione dell'imminente riapertura dei processi e delle relative traduzioni ma soprattutto dai colloqui con i familiari. Siamo dell'opinione - dice - che non bisogna abbassare la guardia perché l'eventuale contagio creerebbe problemi non solo di natura sanitaria ma soprattutto di ordine e sicurezza".
"Auspichiamo che vengano forniti a tutti i poliziotti penitenziari i presidi indispensabili come mascherine e guanti che attualmente risultano inesistenti in gran parte degli istituti della nazione. Dal canto nostro abbiamo già sentito il ministro della Giustizia ed il capo del Dap per renderli parteci delle nostre preoccupazioni".
di Giovanni Meola
Il Mattino, 20 agosto 2020
Il problema del sovraffollamento delle carceri. Un problema spesso rimosso, troppo spesso sottovalutato. Rimosso perché tutti noi in realtà non riteniamo affatto che il sovraffollamento sia un chissà quale grande problema, alle prese come siamo con mille altre questioni (tra cui il sovraffollamento della città e dei quartieri), ingigantite dall'arrivo improvvido e imprevisto di mr. Covid; sottovalutato perché quando anche vi poniamo mente lo derubrichiamo a problema di seconda o terza fascia.
Quelli di prima fascia sono ben altri: ordine sociale, servizi pubblici efficienti, stato di manutenzione delle strade e così via. E invece... Invece, questo è un problema che dovrebbe occupare stabilmente le menti dell'intera città e riguardare incessantemente proposte e risoluzioni. Proposte e risoluzioni indirizzate a risolvere la questione non per motivi banalmente buonisti ma per quello che mi piace immaginare, e chiamare, l'altruismo dell'egoismo.
Riusciamo, con uno sforzo, ad immaginarci in una cella con sei posti (e già la convivenza con altre cinque persone in uno spazio ristretto e con un solo bagno non è proprio cosa agevole) in... dodici? Sì, perché mediamente è questa la realtà della Casa circondariale di Poggioreale, una struttura enorme con un sovraffollamento abnorme.
È disumano immaginarsi con altri undici corpi, come ammassati, senza uno spicchio di aria tutto per sé, senza uno spicchio di spazio tutto per sé. Una realtà in cui, di argomenti dei quali parlare o con i quali impegnare le proprie lunghe e sempre uguali giornate, ce ne sono pochi, a parte le proprie vicende personali, ovvero criminali o malavitose.
Quando si dice che il carcere è l'università del crimine mica lo si dice per fare una battuta? E come entrare in un girone infernale e, in cerchi concentrici sempre più stretti, venire risucchiati giù verso l'apice inferiore della piramide conica capovolta (Dante immaginava così il suo Inferno) che è il malaffare. Senza alternative (valoriali, effettuali, pratiche), non resta che quello: imparare a fare meglio ciò per cui si è stati arrestati e condannati, per poterlo rifare cercando' di non correre di nuovo il rischio di essere reincarcerati e ricondannati.
Si tratta di una coazione a ripetere che in tanti, in troppi, vivono in maniera automatica appena varcata la soglia di quell'edificio. Ho avuto modo di condurre un laboratorio di scrittura e recitazione con i detenuti del reparto Napoli, nel quale vengono concentrati quelli con lo stigma della "pericolosità sociale". Un laboratorio molto intenso, come sanno tutti gli operatori teatrali e culturali che si sono ritrovati a lavorare nel chiuso di un istituto carcerario in qualunque parte d'Italia. Ma qui lo è ancora di più.
I motivi? L'irrevocabilità della loro condizione, che li condanna ad un'incapacità di distanziare la mente, occupandola quindi in potenziali attività migliorative sul lungo periodo, da quelli che sono i loro perenni problemi quotidiani, ovvero lo spazio e le relazioni, lo spazio vitale e le relazioni umane. Non uno solo, tra quelli con cui sono venuto in contatto durante i mesi di incontri e lavoro, è riuscito ad evitare di sottolineare la mancanza di spazio vitale e la mancanza di ascolto.
Se sono anche solo minimamente riuscito a stabilire una connessione profonda con queste persone è stato perché la mia innata curiosità (personale e professionale) all'ascolto altrui li ha fatti sentire prima di ogni cosa esseri umani senza alcun aggettivo ulteriore (malavitoso, incriminato, incarcerato, ecc.) a denotarli. Queste persone, che hanno sbagliato, che devono pagare, che stanno pagando, vengono così private delle uniche due cose che potrebbero permettere loro di rimarginare ferite e buchi neri.
Vengono private del presente e del futuro. Del presente perché vivere in condizioni di sovraffollamento li fa incarognire e, ancor di più, impedisce loro di potere anche solo immaginare una strada diversa che consenta loro di rientrare nell'alveo della società civile. Del futuro perché, in assenza di ascolto, inaridiscono a loro volta la loro capacità di ascolto, chiudendosi quindi alla possibilità del dialogo e, di conseguenza, della comprensione concreta e profonda di ciò che significa società civile. Insomma, un corto circuito esiziale che li priva di chance reali di risalita: una volta cominciata la china verso il basso, quella piramide conica capovolta è peggio delle sabbie mobili.
Tuttavia, spesso dimentichiamo l'altro lato della medaglia. Ed è davvero strano che questo accada, perché l'altro lato della medaglia... siamo noi. Ma sì, noi, cittadini ed istituzioni della Cosiddetta società civile, per di più di una città-mondo quale è Napoli, nella quale siamo sempre tutti, perennemente, in bilico su un terreno scivoloso e melmoso, nel quale si confondono i piani, nel quale non sappiamo mai davvero stabilire se le nostre singole piccole devianze siano la summa delle devianze della città e le rappresentino o se invece siano figlie della devianza irredimibile della città-leviatano stessa.
Sì, noi cittadini ed istituzioni, e suoi corpi intermedi, incapaci di capire che un carcere in buona salute, in grado di ripartorire persone pronte non già più a delinquere di nuovo e alle stesse condizioni di prima (perché alle prese con la stessa realtà che le ha generate e le ha rese devianti), ma pronte a cercare di reinserirsi nuovamente nel tessuto connettivo civile della città, non fa bene solo a loro ma fa bene, e tanto, anche e soprattutto a noi.
Quindi, non solo perché è anche ciò che prevede la nostra eccezionale Costituzione (all'art. 27, comma 3, recita appunto che: "...le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"), ma soprattutto per un nostro profondo, univoco, insopprimibile tornaconto, dovremmo adoperarci con diabolica costanza affinché queste persone escano dal carcere migliori di come ci sono entrate, meno incattivite, meno incarognite, meno vendicative.
Bando al buonismo, bando all'ipocrisia: queste persone sono da recuperare alla società civile affinché la società civile non si ritrovi ad essere, tra qualche decennio, in una imbarazzante inferiorità numerica, al centro di una tragica contrapposizione tra "noi" e "loro". E se i "loro" saranno diventati molto più dei "noi", allora non sapremo che farcene del finto buonismo ma rischieremo un'esplosione sociale dalle inimmaginabili conseguenze.
di Manuela Marziani
Il Giorno, 20 agosto 2020
Comune e ministero insieme per il sostegno psicologico ai condannati e alle donne che hanno subito violenza. Promuovere l'adozione della giustizia riparativa come modello di giustizia che coinvolga la donna vittima di violenza e il recupero del colpevole alla ricerca di soluzioni che consentano un'effettiva riparazione del torto. È questo l'obiettivo che si pone il progetto "Ri-parando si impara", al quale il Comune ha partecipato, in qualità di ente capofila, di concerto con i servizi dell'amministrazione della giustizia e con la collaborazione del centro servizi formazione e della Cooperativa Liberamente.
L'iniziativa, finanziata dalla Regione, prevede la presa in carico degli autori di reato, con finalità di trattamento psico-socioeducativo, laboratori e gruppi per gli autori di reato, altri per le vittime e condivisione di informazioni specifiche che agevolino l'autonomia personale. Inoltre, si dovranno predisporre percorsi formativi all'interno degli istituti scolastici in modo da sensibilizzare gli studenti sul tema della violenza di genere e il potenziamento dei servizi legali a favore di donne vittime di violenza.
Per le famiglie degli autori di reato dovrà nascere uno spazio d'ascolto e confronto, oltre a un percorso formativo rivolto a operatori sociali o dei Servizi dell'amministrazione della giustizia. Nel progetto, inoltre, è stato inserito un potenziamento del servizio di reperibilità telefonica del Centro antiviolenza in situazioni di "codice rosso", con la possibilità che vi possano ricorrere anche gli operatori di Torre del Gallo.
"L'obiettivo numero uno è quello di fornire un sostegno più efficace a chi è già stato vittima di violenza e prevenire violenze future, anche con percorsi di recupero degli autori, soprattutto quando si tratta di minori - ha detto l'assessore ai servizi sociali del Comune, Anna Zucconi (nella foto) - Per farlo, è necessario affiancare agli strumenti tradizionali della giustizia penale nuove forme di intervento. Come amministratrice e come donna, mi sono spesa per l'adesione a questo progetto, di cui seguirò anche l'attuazione. La violenza, in ogni sua forma, è un male da estirpare, e scelte innovative possono fare la differenza. Non lascerò nulla di intentato per aiutare chi l'ha sofferta e per impedire che altri debbano subirla".
siracusapost.it, 20 agosto 2020
La carenza idrica e conseguentemente di igiene alla base della protesta di ieri al carcere di Augusta. Per quanto i detenuti abbiano espresso il loro malcontento in forma pacifica, non sono mancati i momenti di tensione, subito sedati dall'intervento degli agenti di Polizia penitenziaria.
Sull'accaduto interviene Sebastiano Bongiovanni, dirigente federale nazionale del Sippe: "La mancanza d'acqua sarebbe la causa scatenante e sicuramente i detenuti fautori della protesta non hanno perso l'occasione per creare una situazione a grave rischio e solo grazie al tempestivo intervento della polizia penitenziaria si è potuto assicurare l'ordine e la sicurezza.
La situazione nel carcere resta, comunque, difficile per via dell'emergenza idrica che dura da più di 20 anni, a cui si aggiunge il problema di zanzare e insetti vari. C'è il pericolo di nuove tensioni dietro le sbarre. Ci auguriamo un immediato intervento da parte delle autorità dirigenti, del Prap e del Dap, nell'auspicio che siano presi provvedimenti seri e risolutivi che garantiscano le minime condizioni igieniche, oggi mancanti.
La Casa reclusione di Augusta - conclude Bongiovanni - oggi contiene un numero di detenuti più del doppio della sua capienza; di contro il personale penitenziario è inferiore almeno di 70 unità: è evidente che questa situazione è insostenibile, pronta ad esplodere da un momento all'altro".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 agosto 2020
La denuncia degli operatori che operano alla Dozza. I percorsi proposti danno la possibilità di percepire 150€ al mese, ma anche di essere assunti in azienda, una volta terminato il tirocinio. Il lavoro è utile per il reinserimento del detenuto nella società, ma sono poche le aziende disposte ad accoglierlo. Ancora tanti pregiudizi, poca sensibilità nell'assumersi questa responsabilità. Abbiamo l'esempio di Bologna tramite l'Asp pubblica per i servizi alla persona, un ente pubblico non economico disciplinato dall'ordinamento regionale.
La Asp progetta e gestisce servizi sociali e socio-sanitari a favore delle persone anziane, minori e famiglie, adulti in difficoltà e immigrati, in ottica di un miglioramento continuo dei servizi ai cittadini e di lavoro di rete. Tale ente collabora anche con gli operatori Cefal, figure che operano all'interno del carcere La Dozza di Bologna per attuare, appunto, percorsi di inclusione lavorativa per i detenuti. L'Asp di Bologna fa sapere che gli operatori Cefal sono coloro che in carcere si occupano principalmente di detenuti, in particolare della loro inclusione lavorativa in alcuni progetti finalizzati ad un reinserimento corretto e graduale nella società.
Si tratta di un percorso per il recluso che può prevedere sia la formazione in aula sia tre mesi di tirocinio, ma che in alcuni casi può prevedere solo il tirocinio. Gli operatori inizialmente incontrano i detenuti e propongono loro determinati percorsi, scelti in base alle capacità e alle attitudini di ciascuna persona. E la particolarità è che i percorsi che vengono proposti non solo garantiscono la possibilità di percepire 150 € al mese (ovvero l'indennità), ma prevedono inoltre la possibilità di essere assunti in azienda, una volta terminato il tirocinio.
"È chiaro che l'azienda non è mai obbligata ad assumere i tirocinanti - spiega l'Asp - ma in passato vi sono stati alcuni casi di successo che hanno trovato possibilità di assunzione dopo il percorso di tirocinio. Mediamente è un processo che si verifica una o due volte su dieci, ma quando ciò accade è naturale che sia un successo".
Ma ci sono difficoltà. Quelle più grandi che gli operatori Cefal riscontrano nel proprio lavoro è il pregiudizio, non solo dei cittadini ma delle aziende con le quali si cerca di collaborare. La Asp di Bologna sottolinea il fatto di come sia difficile trovare aziende disponibili per i tirocini e ad assumersi la responsabilità di inserire nell'organico un ex detenuto.
"Quando gli operatori Cefal cercano un'azienda idonea per l'inserimento di un detenuto - denuncia sempre l'Asp - circa 1 azienda su 30 è disposta a collaborare". Molto spesso se la persona in questione è straniera la difficoltà è maggiore. Ma nonostante tutto c'è un elemento positivo, perché quando gli operatori Cefal individuano un'azienda disponibile vuol dire che all'interno di questa azienda ci sono persone eccezionali: riescono a farsi carico del reinserimento del detenuto nella società con grande accoglienza e disponibilità.
di Alice Facchini
Redattore Sociale, 20 agosto 2020
Un programma biennale che prevede un anno di didattica teorica e uno di tirocinio pratico, con l'accompagnamento dei registi del Coordinamento teatro carcere Emilia-Romagna. Paolo Billi (Teatro del Pratello): "Per insegnare teatro in carcere non basta essere attori: bisogna conoscere l'istituzione carceraria e sapere come muoversi al suo interno".
"Per insegnare teatro in carcere non basta essere attori: bisogna conoscere come funziona l'istituzione carceraria per sapersi muovere al suo interno, altrimenti il rischio è di rimanerne schiacciati. Non ci si può improvvisare: bisogna avere una preparazione molto specifica". Paolo Billi, regista e autore, da più di vent'anni realizza spettacoli tra le mura del carcere minorile del Pratello a Bologna. Oggi è uno degli insegnanti della Patascuola, il nuovo corso organizzato dal Coordinamento teatro carcere Emilia-Romagna, che ha tra i soci fondatori anche il Teatro del Pratello.
Il programma è biennale: il primo anno i partecipanti studieranno gli elementi teorici necessari all'insegnamento del teatro in carcere, mentre il secondo anno verranno organizzati tirocini in istituti penitenziari di tutta la regione: Bologna, Modena, Castelfranco Emilia, Ravenna, Forlì, Parma, Ferrara, e presso il carcere minorile del Pratello e i servizi della giustizia minorile dell'Emilia-Romagna.
"Il teatro in carcere non è uno strumento riabilitativo, ma un'esperienza formativa e artistica a 360 gradi, che contribuisce alla crescita della persona - afferma Paolo Billi. Tre sono gli elementi fondamentali: l'ascolto, il silenzio e lo sguardo. Nel momento in cui l'operatore entra nel contesto della prigione, deve infatti avere la capacità di ascoltare, di gestire i silenzi, ma anche saperli provocare, e di saper osservare, guardare. Fondamentale è sospendere il giudizio, altrimenti il percorso perde di senso. Il nostro obiettivo è quello di far nascere, far emergere, fare in modo che dalla persona affiori quello che dentro c'è già".
Il corso prevede incontri mensili da novembre 2020 a giugno 2021, in cui si svilupperanno i temi fondamentali per operare in carcere attraverso il teatro. Nel primo anno, i sei registi del Coordinamento teatro carcere Emilia-Romagna diventeranno le anime docenti dell'intera Patascuola: insieme a Paolo Billi anche Horacio Czertok (Teatro Nucleo - Teatro Julio Cortazar), Sabina Spazzoli (Con...tatto Forlì), Eugenio Sideri (Lady Godiva Teatro), Stefano Tè (Teatro dei Venti) e Corrado Vecchi (Le Mani Parlanti).
Oltre a loro ci saranno tecnici che svilupperanno elementi particolari: Laura Bisognin Lorenzoni parlerà di spacial dinamics, Francesca Figini farà un approfondimento sull'allenamento dell'attore, Marco Luciano si concentrerà sulla drammaturgia, mentre Filippo Milani lavorerà sulla scrittura e Elvio Pereira De Assunçao sul ritmo e sullo spazio.
Infine, ci saranno dei consulenti teorici di spicco, che contestualizzeranno il discorso teatrale all'interno dell'istituzione carceraria: Cristina Valenti (teatro sociale e carcere), Giuseppina Speltini (psicologia dei gruppi), Mariarosa Dominici (vittimologia), Paola Ziccone (giustizia riparativa), Stefania Carnevale (diritto dell'esecuzione penale) e Vittorio Iervese (sociologia dei conflitti).
"Per l'operatore di teatro carcere, mettersi in gioco è fondamentale - conclude Billi. Se tu non ti metti in gioco, non puoi chiedere alla persona che ti sta davanti di farlo: se non dai, non puoi ricevere. Il detenuto che è chiuso dentro vede in te la possibilità di 'curarsi', di volersi bene, di fare finalmente un'esperienza per sé stesso. È proprio quando comprende che fare teatro non serve a nulla, che il teatro serve: in prigione di solito si fanno le cose solo per averne un utile. Invece qui io faccio una cosa solo perché mi piace farla: ecco perché allora mi metto in gioco davvero. È questa la vera crescita personale".
La Nazione, 20 agosto 2020
La visita del consigliere Tinagli (Pd) e del radicale Giusti alla struttura "Serve più personale". Due interrogazioni parlamentari presentate lo scorso inverno, con il ricordo delle rivolte dei detenuti scoppiate a marzo ancora vivo. A distanza di mesi, la situazione non ha più raggiunto quei picchi di criticità, ma l'attenzione deve restare alta.
È il pensiero del consigliere di maggioranza Lorenzo Tinagli (Pd), che insieme a Matteo Giusti dei Radicali ha fatto visita al carcere della Dogaia. I due, guidati dal comandante Barbara D'Orefice e dell'ispettore Donato Nolé, hanno visitato diverse sezioni della casa circondariale e si sono confrontati sia col personale carcerario che con i detenuti. Le difficoltà maggiori restano legate alla carenza di risorse umane ed economiche: il personale è ridotto al minimo e sottoposto a pesanti turni lavorativi.
"Nell'ultimo anno abbiamo collaborato a stilare un paio di interrogazioni firmate dall'onorevole Roberto Giachetti proprio sulla Dogaia - commenta Tinagli - Abbiamo poi scritto sia al governatore Rossi che al ministro della Giustizia Bonafede". Tanti i rappresentanti delle istituzioni e della società civile che avevano dato la loro disponibilità a partecipare alla visita e garantito il loro impegno per il miglioramento del carcere pratese. La normativa di contrasto al Covid ha tuttavia costretto a ridurre a due il numero degli ingressi.
di Silvia Madiotto
Corriere Veneto, 20 agosto 2020
Il sindaco di Treviso: "Si deve continuare ad usare il pugno di ferro con chi delinque". I quattro profughi africani che avevano fomentato i disordini all'ex caserma Serena di Treviso sono stati arrestati dagli uomini della questura. Ora non possono più guidare le rivolte interne e (così sperano tutti) le tensioni andranno scemando. I giovani sono finiti in carcere al termine dell'indagine giudiziaria sulle violenze dell'11 e 12 giugno scorsi con l'accusa di sequestro di persona, devastazione e saccheggio.
"Ci auguriamo che questo possa convincere gli ospiti della necessità di mantenere dei comportamenti corretti e collaborativi per definire una situazione di rilevanza sanitaria" ha commentato il questore Vito Montaruli. Tutti avvisati. E il percorso di richiesta dell'asilo per tutti e quattro potrebbe interrompersi rapidamente. L'operazione condotta ieri mattina presto dagli agenti della Digos di Treviso con la squadra mobile, l'unità di soccorso pubblico e reparti di rinforzo è un passaggio importante nelle dinamiche interne alla Serena, oggi uno dei focolai più grandi del Veneto.
La cronaca è nota: a metà giugno un operatore della società che gestisce la Serena su incarico della Prefettura, Nova Facility, era stato trovato positivo al virus e l'Usl 2 aveva avviato uno screening sui trecento ospiti, posti in quarantena con divieto di uscire. Ne era nata una violenta protesta contro tamponi e isolamenti: tredici medici e operatori si erano dovuti chiudere in guardiola per sfuggire ai facinorosi che impedivano loro di uscire dai cancelli, fra spinte, minacce e lanci di pietre. Gli ostaggi erano stati liberati dalle forze dell'ordine e quel fatto, grave e violento, si è rivelato solo l'inizio: gli stessi rivoltosi avevano poi devastato alcune stanze e saccheggiato dei distributori di generi alimentari.
"Episodi senza precedenti, i più gravi da quando è stato creato il Cas alla Serena" dicono in questura. Sono state fondamentali le denunce, le testimonianze e le immagini riprese dalle telecamere. Al momento dell'arresto due profughi si trovavano nelle loro stanze, uno era uscito volontariamente dal percorso di protezione; il quarto è già in carcere dal primo agosto per reati successivi e la devastazione dell'infermeria.
Hanno fra i 23 e i 31 anni e provengono da Gambia, Mali, Costa d'Avorio e Senegal. Dopo due mesi l'indagine della Digos, condivisa con la Pm Andreatta e il Gip Zulian, si è conclusa ma il caso Serena non è chiuso. Il 31 luglio il focolaio si è riacceso arrivando a 257 positivi fra profughi e operatori e le violenze sono ricominciate con lanci di sassi e proteste, rendendo impossibile mettere in atto il piano di prevenzione disposto dalla Prefettura e dall'Usl 2 che prevedeva la divisione di positivi e negativi.
Pare che siano sempre stati quei quattro facinorosi a impedire di attuare il piano e sono in corso ulteriori accertamenti investigativi per capire se anche gli episodi seguenti sono da imputare agli arrestati. Ora si spera almeno che le rivolte siano definitivamente concluse senza i "leader" che tenevano sotto scacco gli altri migranti e la caserma.
"Ora è necessario continuare ad usare il pugno di ferro - dice il sindaco Mario Conte - per far capire che chi delinque finisce in carcere" e ringrazia polizia e magistrati il gestore Gian Lorenzo Marinese: "Questo ci consentirà di seguire finalmente le indicazioni dell'autorità sanitaria che fino ad oggi, per la presenza di quei soggetti da noi denunciati, non siamo riusciti ad attuare".
Corriere della Sera, 20 agosto 2020
Il film del regista polacco Jan Komasa, disponibile su Netflix, si ispira a un fatto vero e ci riguarda tutti da vicino. "The Hater" del polacco Jan Komasa è un film istruttivo e ci riguarda tutti da vicino perché osserva il fenomeno degli hater, gli odiatori di professione che sui social organizzano campagne di odio e diffamazione basate su fake news ottenendo così infami scopi. La bugia primo comandamento. Tomasz, arrivato dalla campagna a Varsavia, espulso dall'università perché ha copiato la tesi, vuol fare la bella vita e si dedica, azzerando il suo comune senso del pudore, alla creazione di non casuali menzogne.
Assunto da una società che, attraverso social e falsi profili comprati in India, denuncia influencer, politici e chiunque capiti a tiro, diventa il giovane rampante che lavora in piena falsità di coscienza alla campagna elettorale contro sovranismi e populismi del sindaco Pawel Rudnicki, creando scandali e insanguinando una serata di beneficenza insieme a uno youtuber in cerca di soldi e fama: i due comunicano attraverso un videogioco, confondendo non a caso realtà e finzione. Sarà massacro morale e materiale, dal quale il peggiore vien premiato: fosco ma non inverosimile presagio che non vale solo per la Polonia. Sui social e sui backup dei computer si trova terreno fertile per ogni sorta di reato, un infernale processo di follia tecnologica che ha del "metodo".
Non è affatto difficile coniugare questo bellissimo film, che entra nelle pieghe della Polonia di oggi a quello che succede altrove, denunciando ignoranti bugie che trovano eco pericolosa sui social. Premiato al Tribeca, si ispira a un fatto vero, l'omicidio del sindaco di Danzica nel 2019 ma segue, narrativamente e moralmente, gli insegnamenti di un grande cinema realista che qui si avventura nella piovra del mondo virtuale. Il protagonista Maciej Musialowski ha la crudeltà infantile del ragazzo incosciente del mondo.










