di Giorgio Ferrari
Avvenire, 20 agosto 2020
Un solo colpevole, diverse riflessioni da fare. Non ci sono prove del coinvolgimento di Hezbollah né della Siria nel brutale assassinio di Rafiq Hariri e della sua scorta. Non c'è un mandante e non ci sono colpevoli punibili, visto che tre dei quattro imputati cui il Tribunale speciale per il Libano attribuiva la responsabilità materiale dell'attentato del giorno di San Valentino del 2005 sono stati assolti per insufficienza di prove e il quarto, Salim Ayyash, l'unico ritenuto responsabile di tutte le accuse, è rimasto come gli altri al sicuro nell'impenetrabile hezbollahland che si estende dalla periferia meridionale di Beirut fino al confine con la Galilea. La sentenza, resa nota ieri pomeriggio e per la quale si sono spesi 15 anni di indagini e quasi ottocento milioni di dollari, ha quanto di più filisteo e farisaico si potesse immaginare.
Ma proprio per quel suo vacuo possibilismo ("La Siria e Hezbollah potrebbero aver avuto motivi per uccidere il premier") ha il pregio politico di criogenizzare la vicenda amputandola di quel capro espiatorio - il Partito di Dio guidato dallo sceicco Nasrallah - che avrebbe finito per incendiare il Paese, già in ginocchio per la terribile esplosione di quindici giorni fa (casualmente, alla vigilia della sentenza...) e per il default politico ed economico.
Preso alla lettera, il dispositivo del Tribunale (2.500 pagine) vorrebbe convincerci che un unico cittadino di credo sciita e di militanza hezbollah avrebbe organizzato da solo e senza alcuna copertura da parte dei meglio attrezzati servizi di intelligence siriani e iraniani un sofisticatissimo attentato alla vita del premier libanese, laddove due dei tre coimputati si sarebbero limitati a sviare le indagini. Nessuno ci crede e tutti fanno finta di crederci, anche se rimpianti, rancori e polemiche non mancheranno.
Eppure dietro il sudario della sentenza di ieri s'intravede la progressiva smobilizzazione dell'influenza iraniana nella regione. Gli hezbollah, lo sappiamo bene, sono emanazione diretta di Teheran e hanno agito da sempre sia come braccio armato degli ayatollah sia come domestico cane da guardia in Libano, allestendo una sorta di anti-Stato all'interno del Paese dei Cedri. Anche la Siria faceva parte di quella mezzaluna sciita che si stendeva da Teheran al Mar Mediterraneo passando per Baghdad, Deir ez-Zor, Palmira, Damasco, Latakia garantendo all'Iran una fascia di controllo che tagliava in due la vecchia carta geografica del Medio Oriente, un cuneo che (grazie anche al fattivo apporto russo e alla protezione assicurata da Putin al regime di Bashar al-Assad) penetrava nel mondo sunnita annodando i propri rapporti anche con Hamas a Gaza fino a spingersi nello Yemen.
Questo mosaico ora è in crisi, e lo era anche prima dell'arrivo del Covid, del default libanese e della fatale esplosione del porto di Beirut. La crisi sciita ha due facce, quella interna e quella regionale. È in crisi il mondo hezbollah in Libano e la popolarità di Nasrallah è in vistoso calo, suffragata anche dal sospetto che il materiale esplosivo stivato per anni nei magazzini portuali fosse parte integrante dell'arsenale del Partito di Dio.
Ma in particolar modo è in crisi la Mezzaluna iraniana, colpita al cuore del recentissimo accordo fra Israele e gli Emirati del Golfo, che con il sodalizio già in atto con l'Arabia Saudita serra il cerchio intorno alle mire di Teheran, ridimensionandone l'influenza regionale e costringendo i vertici politici e religiosi iraniani a un totale ripensamento della propria strategia.
La mancata accusa diretta a Nasrallah e agli ayatollah non cambia assolutamente nulla. Il Libano, così come la questione palestinese (fatalmente passata in secondo piano dopo le intese fra Netanyahu, gli emiri e Riad) appaiono due entità bisognose di urgente rifondazione. Il ridisegno stesso del risiko regionale lo impone. La sentenza dell'Aja, pur nella sua elusiva ambiguità, non fa che confermarlo.
Inutile indignarsi dunque per questo verdetto. Era già pronto da mesi (e in questo Nasrallah e gli hezbollah avevano ragione) e chi contava su un lancinante atto d'accusa nei confronti della Siria e dei suoi manovratori iraniani peccava di troppo ottimismo, per non dire che era un illuso. Alla fine la Realpolitik ha avuto la meglio sulla giustizia. Ma questo in fondo accade quasi sempre
Corriere della Sera, 20 agosto 2020
Il leader dell'opposizione stava andando a Mosca. Improvvisamente si è sentito male. Ora è ricoverato in terapia intensiva ed è incosciente. Il leader dell'opposizione russa Alexei Navalny è incosciente ed è ricoverato in terapia intensiva in ospedale dopo essere stato apparentemente avvelenato, ha detto oggi la sua portavoce. Kira Yarmysh spiega che Navalny stava volando dalla Siberia verso Mosca e il suo aereo ha effettuato un atterraggio di emergenza quando si è sentito male.
"Pensiamo che Alexei sia stato avvelenato con qualcosa mescolato nel suo tè - afferma Yarmysh -. Quella era l'unica cosa che ha bevuto la mattina. I medici dicono che il veleno è stato rapidamente assorbito mediante il liquido caldo", ha aggiunto. Navalny è nell'unità di terapia intensiva per pazienti tossicologici nell'Ospedale di emergenza n.1 di Omsk, ha confermato l'agenzia di stampa statale Tass. Il 44enne, noto per le sue campagne anti-corruzione contro alti funzionari e per le critiche esplicite al presidente Vladimir Putin, ha subito attacchi fisici in passato.
di Susanna Ronconi*
Il Manifesto, 20 agosto 2020
Che le politiche sulle droghe facciano parte del "pacchetto sicurezza" delle politiche globali, e che il consumo sia letto come fenomeno criminale si sa, e si sa anche che la Commissione europea non fa eccezione. E tuttavia a livello comunitario la ricerca di un "bilanciamento" tra interventi sull'offerta e sulla domanda, e tra politiche repressive e politiche sociali, educative e sanitarie, ha caratterizzato una strategia aperta, che può giocarsi a livello globale come (moderatamente) progressiva contro gli eccessi della war on drugs. Una mediazione che nell'ultimo Piano d'azione 2017-2020 si era concretizzata in una crescente attenzione alla Riduzione del danno (RdD), ai diritti umani, alle alternative al carcere, allo sviluppo della ricerca, fino ad arrivare a una promettente lista di indicatori che avrebbero potuto gettare luce su successi e insuccessi delle politiche comunitarie e dunque su un loro possibile aggiornamento.
Era stato, questo, anche un successo del Civil Society Forum on Drugs (Csfd), che aveva fornito valutazioni e input in parte ascoltati. Ben poco di tutto questo è stato accolto dalla nuova Commissione nella Agenda sulle droghe 21-25 (si chiama così, ora) e tanto meno nell'allegato, laconico Action Plan e nell'anche più misera lista di indicatori.
Varato nell'ambito della Security Union Strategy, insieme ai piani contro gli abusi sui bambini e il traffico di armi, il documento presenta una nuova enfasi, fin dal linguaggio, sull'approccio law & order sulle droghe, mostra di investire soprattutto sulla repressione, tenendo in poco conto quanto emerso dalla valutazione indipendente che essa stessa aveva promosso (qui il Report) e dal fitto dialogo con il Csfd: la precedente Strategia non aveva raggiunto gli obiettivi né di riduzione dell'offerta né della domanda, l'approccio andava ripensato, la "bilancia" delle politiche europee doveva pendere meno a favore delle politiche repressive, che tra l'altro si mangiano la quota maggioritaria delle risorse, lasciando gli ambiti sociale e sanitario scoperti in molti stati membri.
La nuova Strategia riproduce l'immagine impresentabile di un consumo di droghe che è gesto criminale o condizione patologica e non fenomeno sociale complesso e normalizzato; rilancia, è vero, la RdD - e in questo può essere appiglio per i paesi più arretrati- ma come misura di seconda linea in attesa di una Europa drug free, del tutto ancillare all'approccio repressivo, e non una strategia di governo di un fenomeno sociale per come è via via andata configurandosi.
Dato questo approccio, non vi è traccia, nemmeno la più timida, di ipotesi di decriminalizzazione delle condotte personali, e si è persa anche quella piccola conquista del CSFD sulla cannabis, quando nel precedente Piano era stato inserito l'obiettivo di documentare e analizzare le proposte di politiche alternative, come la legalizzazione, aprendo per la prima volta un varco in un documento programmatico comunitario. La ricerca stessa, poi, appare molto ridimensionata, e gli indicatori continuano a essere di processo e non di risultato: come dire, una Strategia e un Piano che non vogliono essere valutati davvero. Tra l'altro, è in corso l'aggiornamento di obiettivi e compiti dell'Emcdda da parte della Commissione, c'è da augurarsi che anche qui non vi siano passi indietro. Adesso, dovrebbe svegliarsi la politica, Consiglio e Parlamento europei devono dire la loro, almeno per ridurre il danno di questa deludente Agenda.
*Forum Droghe, delegata Csfd
di Alberto Negri
Il Manifesto, 20 agosto 2020
Golpe in Mali, fallimento atlantico. Il mondo cambia ma ce ne accorgiamo sempre con un impercettibile ritardo. Se è vero che i militari giunti al potere a Bamako hanno confermato con il loro portavoce, il colonnello Ismail Wagué, gli impegni internazionali del Paese, è evidente che sono saltati i rapporti fiduciari tra la Francia e l'ex presidente Ibrahim Boubakar Keita.
D'estate quando gli altri generali fanno i golpe come in Mali i nostri politici e loro capi di stato maggiore probabilmente sonnecchiano nell'afa. Hanno appena deciso in Parlamento di inviare un contingente di 200 militari italiani in Mali per combattere jihadismo e terrorismo nell'ambito della missione Takuba nel Sahel e c'è da augurarsi che si siano accorti che il presidente Ibrahim Boubakar Keita è stato appena defenestrato, il governo dimesso e disciolta l'Assemblea parlamentare, con allegata promessa, da parte dei golpisti, di prossime elezioni. Il tutto, per ora, senza spargimento di sangue ma con grave imbarazzo occidentale.
Takuba sarebbe - il condizionale è d'obbligo - la terza missione italiana in Africa dopo quella in Libia (400 militari) e in Niger (290), tutte dimostratesi finora discretamente inutili. Quella libica, con un ospedale da campo a Misurata, poi sta diventando quasi ridicola: è come se fossimo affacciati al pertugio di una finestra a osservare di sguincio Erdogan che sta impiantando la sua base militare nel porto più strategico del Paese.
Il putsch di Bamako è un brutto colpo per la Francia che considera il Mali e questa regione la sua riserva di caccia, per l'Europa e l'Italia che finanziano le missioni militari, per l'Onu che qui ha una missione di peacekeeping di 12mila uomini tra forze militari e di polizia, e in generale per un Occidente che si vede sfuggire oltre a "Francafrique" un sistema un tempo imperniato sull'influenza di Parigi e sull'ordine imposto da Gheddafi fino al 2011, quando i francesi decisero, insieme ad americani e inglesi, di sbarazzarsi di un pericoloso concorrente.
Le frontiere africane e del Sahel allora sono sprofondate nel deserto di oltre mille chilometri, i Paesi della regione sono precipitati nell'instabilità, il jihadismo si è impadronito con gli attori locali, come i Tuareg ribelli, delle vie commerciali e del narcotraffico, lo Stato Islamico ha sequestrato intere provincie mentre in Libia, ormai è certo, l'alleanza tra Sarraj, la Turchia e il Qatar ha portato due basi militari ad Ankara e sull'altro fonte è schierata la Russia alleata in questo caso di un Paese Nato, la Francia, nel sostegno al declinante generale Haftar. Insomma un successone per gli strateghi atlantisti.
Il mondo cambia ma ce ne accorgiamo sempre con un impercettibile ritardo. Se è vero che i militari giunti al potere a Bamako hanno confermato con il loro portavoce, il colonnello Ismail Wagué, gli impegni internazionali del Paese, è evidente che sono saltati i rapporti fiduciari tra la Francia e l'ex presidente Ibrahim Boubakar Keita che era sostenuto non soltanto da Parigi ma anche dalle Nazioni Unite con la missione Minusma, al punto che il Palazzo di Vetro aveva appena pubblicato un rapporto in cui l'Onu si schierava decisamente con Keita e appoggiava la sua azione contro alcuni militari di alto rango corrotti.
La Francia aveva così rafforzato la sua presenza militare nella missione Barkane condotta in cooperazione con altri cinque Paesi - Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger - aumentando gli effettivi a 5.500 uomini, una forza importante ma non ancora sufficiente - in un'area vasta e ostile tra Mali, Niger, Burkina Faso - a sconfiggere diversi gruppi jihadisti, da Al Qaida nel Maghreb, che in giugno aveva perso il suo capo, l'algerino Abdelmalek Droukdel ucciso dai francesi, allo Stato Islamico, ai Boko Haram, ai Tuareg ribelli nel Nord del Mali, essenziali per controllare le vie commerciali e del narcotraffico.
Anche i più ottimisti tra gli osservatori occidentali non hanno mancato di rilevare che questa missione Barkane, affiancata adesso da Takuba e basata proprio in Mali, presenta un intricato nodo politico: gli occidentali sono pur sempre percepiti come degli impenitenti colonialisti e sta crescendo l'insofferenza da parte della popolazione del Sahel per la loro presenza anche perché i governi in carica, sostenuti dalle missioni internazionali, hanno pesanti responsabilità e nell'azione di repressione del jihadismo i loro eserciti si sono macchiati di torture e uccisioni, fino ad arrivare a indicibili accordi con i ribelli che hanno reso dilagante la corruzione e stritolato i civili nella spirale del ricatto e della paura.
Ecco perché il golpe in Mali dovrebbe risvegliare la nostra attenzione. Con una domanda ovvia: chi comanda adesso a Bamako? La mente del golpe sarebbe il colonnello Malick Diaw che ha guidato l'ammutinamento nella caserma di Kati, alle porte di Bamako, la stessa dove ebbe inizio il colpo di stato che nel 2012 portò alla destituzione dell'allora presidente Dioncounda Traoré. Un altro ufficiale che ha svolto un ruolo importante è il colonnello Sadio Camara, scuola militare in Russia, secondo alcuni simpatizzante della Turchia di Erdogan, mentre il terzo golpista eminente è considerato il generale Cheick Fanta Mady Dembele, laureato all'Accademia militare francese di Saint-Cyr.
Ma il regista, che tutti considerano il vero capo dell'opposizione, potrebbe essere l'imam salafita Mahamoud Dicko, il cui nome è stato scandito con entusiasmo dai manifestanti di Bamako. Carismatico religioso originario di Timbuctù, è considerato il vero mediatore con i jihadisti: è stato lui, togliendo il sostegno all'ex presidente, a determinare la crisi politica maliana. Non sarà probabilmente solo il potere militare a determinare la direzione che prenderà il Mali: ma non si ancora se per i nostri strateghi questa è una buona o una cattiva notizia.
ilfarosulmondo.it, 20 agosto 2020
L'organizzazione umanitaria Sam denuncia il trattamento atroce e crudele dei civili yemeniti da parte dell'Arabia Saudita, spesso per ragioni bizzarre. L'organizzazione per i diritti umani ha rivelato i dettagli della detenzione in Arabia Saudita di centinaia di reclute yemenite sul suo territorio, in condizioni disumane. Secondo l'organizzazione Sam, il regno saudita ha arrestato circa 500 reclute yemenite in una prigione di Jizan, le ha torturate con apparecchiature elettriche e ha negato loro l'accesso al mondo esterno e all'assistenza sanitaria.
Tawfiq al-Hamidi, capo dell'organizzazione Sam, ha dichiarato che più di 500 dei detenuti erano reclute che in precedenza avevano combattuto contro il governo di salvezza nazionale e al servizio saudita. 28 di loro sarebbero stati arrestati semplicemente perché avevano chiesto un giorno libero durante la festa islamica di Eid al-Fitr. Al-Hamidi ha aggiunto che le loro condizioni di detenzione non sono soggette ad alcuna forma di controllo giudiziario e tra gli arrestati vi sono pescatori yemeniti detenuti per ragioni sconosciute e consegnati all'esercito saudita.
L'organizzazione ha dettagliato alcuni dei casi di ex detenuti, che hanno confermato di essere stati torturati e picchiati con cavi elettrici, oltre a essere stati tenuti in celle individuali per mesi. Sam ha chiesto alle autorità saudite di rilasciare immediatamente tutti i detenuti, o di consegnarli alla polizia e alle istituzioni giudiziarie yemenite se responsabili di atti illegali. Non ci sono statistiche ufficiali sui detenuti yemeniti nelle carceri saudite, ma migliaia di mercenari ai confini sauditi hanno iniziato a ribellarsi circa a causa dei maltrattamenti da parte degli ufficiali sauditi. Molti di questi sono riusciti a attraversare il confine con lo Yemen, per sfuggire ad arresti e torture.
di Sharon Nizza
La Repubblica, 20 agosto 2020
La svolta diplomatica con Israele è stata preparata dal lavoro delle comunità locali. L'antico detto ebraico "due ebrei, tre opinioni" trova una sua emblematica affermazione persino in un luogo dove nell'immaginario collettivo non c'è nemmeno un ebreo, ovvero gli Emirati Arabi Uniti: anche nel Paese del Golfo che ha appena annunciato la normalizzazione dei rapporti con Israele, esistono non una, ma due comunità ebraiche.
Ed entrambe hanno un curioso legame con l'Italia.
Giacomo Arazi rappresenta la quintessenza di quell'ebraismo itinerante e cosmopolita che ha saputo reinventarsi tra una tappa e l'altra della vita. Nato a Beirut, cresciuto a Napoli, emigrato a Londra, nel 2008 si stabilisce per lavoro a Dubai. "All'inizio la mia famiglia era scioccata. La loro generazione vive ancora il grande trauma della fuga dai Paesi arabi a seguito della nascita d'Israele", ci racconta al telefono da Londra, dove è tornato a vivere dopo otto anni negli Emirati.
A Dubai, incontra qualche collega ebreo e altri li scova cercando su Linkedin i cognomi che paiono famigliari. Inizia a ospitare nella sua villa la preghiera dello Shabbat per un gruppetto di famiglie di espatriati, europei e americani, che con gli anni arriva a includere un centinaio di persone. "Con l'eccezione del Bahrain, siamo la prima comunità ebraica formatasi in un Paese arabo o musulmano dopo svariati secoli", ci spiega Alex Peterfreund, belga, a Dubai dal 2014, portavoce del Consiglio ebraico degli Emirati (JCE) - così si chiama la comunità formalizzata nel 2013, che continua a riunirsi nella ex villa di Giacomo.
Un paio di anni fa è nata un'altra comunità, il Jewish Community Center, tra i cui pilastri c'è Ilan Uzan, italo-israeliano di origine libica, a Dubai dal 2004. Anche loro hanno la loro sinagoga e qualche anno fa Ilan ha coordinato un'operazione semi-clandestina per portare a Dubai un rotolo della Torà da Roma.
L'apertura graduale verso la comunità ebraica locale è stata una sorta di banco di prova per ciò che il Paese si appresta ad affrontare con l'avvio delle relazioni con Israele. "Abbiamo rapporti con le istituzioni, in particolare con il ministero della Cultura e della Tolleranza, ma non ci occupiamo di politica. Le voci di un accordo con Israele circolavano da tempo, ma l'annuncio improvviso ci ha colti di sorpresa, pensavano che sarebbe successo tra qualche mese. È l'inizio di una nuova coesistenza", ci dice Ilan.
Non è sempre stato tutto rose e fiori. "Quando mia figlia è nata qui nel 2009, l'ho registrata come cristiana. Per anni non abbiamo rivelato quasi a nessuno la nostra religione. Quando c'è stato il caso Mabhouh (l'uccisione a Dubai di un capo di Hamas da parte del Mossad nel 2010, nrd) il clima era pessimo, abbiamo davvero temuto", ricorda Giacomo.
Oggi negli Emirati si contano un migliaio di ebrei, quasi tutti a Dubai, dove c'è anche una piccola scuola di studi ebraici per i bambini della comunità e persino un catering kasher, "Kosherati", che spopola anche tra i musulmani. Ad Abu Dhabi è in costruzione una sinagoga, parte di un progetto iniziato nell'Anno della Tolleranza, dichiarato nel 2019 in vista della visita di Papa Francesco.
La comunità degli expat di Dubai rievoca una storia che ha caratterizzato quest'area nel passato: di peregrinazioni di mercanti ebrei nel Golfo Persico, crocevia di commerci sulla via della seta, si ha testimonianza ancora dall'Alto Medioevo. Beniamino di Tudela, esploratore ebreo spagnolo dell'XI secolo, descrive nelle sue cronache le comunità locali. La piccola comunità del Bahrain di oggi, una trentina di persone, discende da famiglie di commercianti iracheni e iraniani stabilitesi a Manama verso la fine dell'800.
I reggenti emiratini conoscono i vantaggi di un'apertura verso il mondo ebraico e probabilmente è anche in questa chiave che vanno letti i rapporti instaurati sottobanco con Israele già dagli anni '90, con l'inizio del processo di Oslo. Non a caso il nome scelto per la nuova alleanza è "Accordo di Abramo", padre di Isacco e Ismaele, come a simboleggiare il rinnovo dell'antica fratellanza.
di Michela A.G. Iaccarino e Stefano Vergine
Il Fatto Quotidiano, 20 agosto 2020
Mani incrociate dietro la testa, seduti con ginocchia alla bocca, occhi rivolti al pavimento. È la prozedura degli Omon, la polizia anti-sommossa bielorussa che ha chiuso la gioventù ribelle di Minsk nelle sue carceri. Due hanno raccontato al Fatto cosa è accaduto loro. Ivan Makarov, 29 anni, è stato preso dalla polizia di Lukashenko il 10 agosto mentre portava acqua e cibo a chi manifestava contro la frode elettorale del presidente.
"Su Telegram i ragazzi si erano dati appuntamento nei pressi delle fermate della metro". Quando la camionetta militare dai vetri oscurati è arrivata, Ivan non è riuscito a nascondersi in una delle case che di solito danno rifugio ai manifestanti. "I militari con gli scudi dividevano la folla in piccoli gruppi che l'anti-sommossa catturava". Trascinato in caserma con altre dieci persone, Ivan è stato pestato con il manganello dagli Omon che "si vantavano e chiedevano l'uno all'altro: tu quanti punti hai fatto? Cioè: quanti ne hai catturati? Era come nel videogioco Counterstrike". Picchiati, appena smettevano di fissare il pavimento, gli camminavano addosso come fossero "sacchi di patate".
"Ho tenuto le ginocchia all'altezza della bocca per ore. Poi hanno detto: toglietevi i lacci dalle scarpe, le croci dal collo. Ci hanno fatto alzare in piedi uno per uno e ci hanno filmato mentre ripetevamo nome, cognome, luogo in cui ci avevano arrestato".
Un archivio di sguardi sbigottiti dal terrore: "Ho cercato di essere obbediente perché sentivo cosa accadeva a chi non lo era: ti denudavano, ti premevano la faccia sul pavimento". Non solo i pugni, gli arrestati hanno segni di bruciature da fili elettrici e organi interni danneggiati: "alcuni ragazzi sono stati denudati e violati con il manganello".
Memorie sonore: delle mazze sulle sbarre e poi sulle loro teste, delle porte che si aprono e chiudono. Ivan ricorda: "Non potevo alzare lo sguardo, ma sapevo che c'erano i militari perché avevano stivali e pantaloni di colori diversi rispetto agli agenti". Quando il mattino dopo lo rilasciano, Ivan rimette piede nelle strade furiose di una città che reclama i suoi figli, mariti, fidanzati. Ci sono ancora un centinaio di desaparecidos e negli ospedali alcuni manifestanti sono stati colpiti così forte da non poter essere riconosciuti e identificati. Stessi metodi e violenze le enumera su Telegram John Galt.
Usa il nome del protagonista del romanzo distopico de "La Rivolta di Atlante" il pallido ingegnere digitale di nome Rodion, 27 anni, baffi biondi a bicicletta.
"Il 9 agosto ho partecipato alla protesta: alle frodi elettorali purtroppo siamo abituati, è la tradizione bielorussa". È stato arrestato la domenica delle urne al centro commerciale Galerya quando "sono arrivati i kosmonavzy, i cosmonauti: a volte chiamiamo così i poliziotti perché sono talmente bardati da elmi e parastinchi da sembrare pronti per volare nello spazio".
Rinchiuso nella camionetta, Rodion sentiva granate ed esplosioni: "Chiedevamo cosa succedeva, se stava scoppiando la guerra". Il protokol della tortura che subisce è uguale: ginocchia in bocca, occhi a terra. Quando Rodion li alza vede lo sguardo perduto di qualche Omon troppo giovane: "Erano i più anziani a mostrare come urlarci contro, dove picchiarci, ma gli agenti, ragazzi come noi, non erano pronti per quello che stava succedendo".
A noi ripetevano: "Chiudete la bocca, se la aprite vi aspetta il servizio speciale". Un metodo che Rodion subisce tre volte. "Aprivano le porte della camionetta per spruzzare spray al peperoncino e chiuderle subito dopo mentre ci mancava il respiro. Un uomo piangeva perché era sceso in strada con suo figlio piccolo, rimasto solo. Un altro che era nella camionetta perdeva sangue dal cranio spaccato, si è accasciato come un morto, è stato portato via, non so se era ancora vivo".
Tra i detenuti c'è un ragazzo ucraino che hanno picchiato più forte degli altri: "Gli dicevano: sei venuto a portare Maidan qui e rovinare il nostro Paese? C'era anche un reporter russo a cui urlavano che i giornalisti sono spazzatura umana. Ci dicevano, se lo fate di nuovo, vi mutiliamo. O vi ammazziamo".
Una delle ragazze arrestate assieme a Rodion era incinta: "L'ho sentita piangere per mezz'ora. Le dicevano: puttana perché non sei rimasta a casa a guardare la tv?". Rinchiuso nel carcere di Okrestina, Rodion rimane cinque giorni in una cella dall'aria viziata da sudore, paura. "Il primo giorno con quatto letti eravamo in 19, il secondo giorno 25, il terzo 27. Tenevano la luce accesa giorno e notte, un perenne stordimento. Gli arrestati continuavano ad arrivare e la polizia per fortuna si è dimenticata di noi. Sentivo i poliziotti litigare perché i secondini non trovavano più posti dove stipare persone".
Quando hanno perso il conto dei detenuti, gli agenti hanno cominciato a enumerare i cellulari requisiti per contare i manifestanti stretti tra corridoi, celle, cantine e depositi. Sente dopo giorni l'ordine del comandante: fare liste dei nomi dei detenuti "altrimenti la folla fuori assalterà la prigione. Alla fine non c'è stato tempo, ci hanno rilasciato senza neppure un documento che io abbia subito quella violenza, quell' inferno, come se niente fosse accaduto".
Quando ha varcato i cancelli dell'okrestina, Rodion ha visto volontari con cibo, acqua, sorrisi, andargli incontro. In mezzo alla folla ha distinto sua moglie in lacrime che lo pensava ferito, mutilato, morto. Non ha visto uscire il ragazzo alto che aveva la schiena come un enorme cicatrice rossa e blu, quello che non stava zitto nel cortile dove li picchiavano, che diceva: "Un giorno saremo noi ad arrestarvi e arriverà il vostro turno".
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 20 agosto 2020
L'invio di un contingente di 200 uomini per sostenere Parigi nella lotta ai jihadisti rischia di saltare. Il colpo di Stato in Mali era in preparazione da troppo tempo. Era visibile a occhio nudo, da lontano perché oggi non possa essere considerato uno smacco clamoroso per la diplomazia francese. Da mesi agenti segreti e agitatori turchi e russi erano in Mali, attivissimi nel sobillare contro il governo del presidente. Nel mobilitare innanzitutto i militari e le famiglie dei soldati morti nella lunga guerra contro i jihadisti che infestano quel Paese.
Un insuccesso della Francia per il quale nessuno in Europa può gioire: l'Italia per prima. Perché i problemi che il Mali riversa sui Paesi del Sahel e su quelli della fascia immediatamente a Nord (Algeria e Libia) sono problemi che arriveranno sulle coste italiane. E quindi di tutta l'Europa. Dal 2014 la Francia combatte in Mali e nel Sahel una guerra contro i jihadisti di vari gruppi armati. Per offrire un aiuto a Parigi in questa battaglia solitaria, in luglio il governo Conte, nella disattenzione e nel disinteresse del Parlamento, aveva approvato la partecipazione di un contingente militare alla missione "Takuba". È una missione europea parallela, a guida francese che affianca la missione "Barkhane", creata nel 2014 per agire in Mali, Burkina Faso e Niger. Parigi con il sostegno degli eserciti di questi tre Stati assieme a quelli di Mauritania e Ciad, sta provando a contrastare il terrorismo jihadista, gli autonomisti tuareg armati e le potentissime bande criminali con cui i primi si alleano.
I Paesi di questo "G5" sono tutte ex colonie francesi, da anni invischiate in quel rapporto, quell'intreccio di politica ed economia che è la Françafrique da anni criticata, innanzitutto da alleati di peso della Francia come la Germania. Anche per questo l'Italia aveva sempre risposto di "no". Negli anni più volte i governi francesi avevano chiesto all'Italia un aiuto militare nel Sahel: avvenne con Hollande che chiese soldati a Renzi dopo gli attentati del Bataclan. Una delle ultime era stata la ministra delle forze armate Florence Parly, che nel 2017, nel suo primo incontro con Roberta Pinotti, le aveva detto: "Noi vi vogliamo con noi a combattere i jihadisti: ma sia chiaro, se venite lì si va a sparare, a combattere!". L'essere stati messi di fronte ai rischi di una guerra vera e maledetta, aveva sempre convinto i governi italiani a rinunciare all'impegno. Salvo quello che è successo tra fine 2019 e inizio 2020, quando il governo Conte si è convinto che un appoggio alla Francia in Mali sarebbe stato utile anche per aiutare a stabilizzare la situazione in Libia. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, dopo il suo ultimo incontro con la ministra francese, ha dato direttive al suo Stato maggiore: gli italiani dovrebbero inviare un contingente di 200 uomini nella missione "Takuba", con alcuni elicotteri da combattimento e per evacuazioni mediche. Assieme a contingenti di truppe speciali.
Tutto questo era vero fino all'altro ieri, fino a quando il presidente Keita e il suo governo corrotto e traballante rimanevano comunque il riferimento nei contatti con il resto del mondo. Cosa diranno adesso ai francesi di "Barkhane", agli europei di "Takuba" i nuovi capi militari che si sono presi il potere a Bamako? Sui media francesi circolano i primi segnali inevitabili: i militari francesi sono pronti a ritirarsi, ad abbandonare il Mali portandosi dietro tutti i loro civili. La partita è aperta. Sarà lunga e complicata.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 agosto 2020
Sindacati e Garanti territoriali denunciano le croniche carenze degli Istituti. Altro che andare "al fresco". Nelle carceri italiane, in questo momento, il caldo è insopportabile. La struttura carceraria, di cemento e ferro, non fa altro che amplificare il calore e ne risente tutta la popolazione penitenziaria, detenuti e operatori. Ma se a questo si aggiunge la mancanza d'acqua e l'insufficienza delle docce che possono offrire sollievo, allora rasenta la tortura.
di Paolo Ramonda
interris.it, 19 agosto 2020
Il rapporto dell'associazione Antigone su salute, tecnologie, spazi e vita interna nelle carceri italiani ha evidenziato come, nonostante gli sforzi dello Stato negli scorsi mesi per decongestionarle, attraverso il ricorso alle comunità esterne, ha messo in luce come gli istituti penitenziari siano sovraffollati.










