di Giacomo Di Gennaro e Giovanni Pastore*
Il Riformista, 19 agosto 2020
La grave crisi economica genera allarme per l'usura e la capacità delle mafie di acquisire, con il prestito illegale, imprese, attività economiche, patrimoni. Sono necessarie riflessioni accurate. Innanzitutto l'usura è fortemente cambiata. È opportuno distinguere l'usura praticata verso i poveri, da quella rivolta agli impoveriti. La prima si concretizza nelle poche centinaia di euro utilizzate dall'usurato per mangiare, pagare bollette, affitti e spesso per "azzardopatia".
di Davide Ferrario
Corriere della Sera, 19 agosto 2020
Fiction e film hanno abituato il pubblico a considerare le carceri come luoghi da grandi emozioni, grandi tragedie, grandi personaggi. Chi le frequenta per lavoro o volontariato conosce una situazione molto diversa.
di Andrea Palladino
L'Espresso, 19 agosto 2020
L'Espresso ha ottenuto i rapporti inediti americani sul periodo in cui in Somalia fu uccisa la giornalista. Si parla di un'azienda molto pericolosa e di trafficanti italiani.
Trentadue pagine, dodici documenti classificati "Secret" e "Top Secret". Report in grado, dopo ventisei anni, di riportarci nelle strade di Mogadiscio poco prima del 20 marzo 1994, la data dell'agguato mortale contro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Carte oggi declassificate dalla principale agenzia dell'intelligence statunitense, la Cia, dopo una richiesta dell'Espresso in base al Freedom of Information Act (Foia). Un anno e mezzo di istruttoria, una risposta per ora parziale, ma in grado di aggiungere elementi importanti al contesto somalo oggetto dell'ultimo reportage di Ilaria Alpi. Doveva andare in onda la sera di quel 20 marzo, non arrivò mai in Italia, se non per frammenti, filmati incompleti. I report Usa aprono una porta sul mondo che Ilaria seguiva durante il suo ultimo viaggio. Traffici di armi, società della cooperazione italiana, alleanze segrete.
Mogadiscio, 1994. La sconfitta della missione Onu per riappacificare la Somalia era compiuta. È la storia di un fallimento lo scenario che ha visto l'agguato mortale contro Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Roma, 2020. Le indagini per capire chi ha armato il commando di sei uomini sono ancora aperte. Movente, mandanti, esecutori: un foglio bianco.
Mogadiscio era il crocevia di tante storie. Traffico di armi, prima di tutto. Razzi Rpg, Kalashnikov, munizioni di ogni tipo, un flusso inarrestabile che alimentava la guerra tra le due principali fazioni. Ali Mahdi, alleato con le forze Onu. Mohammed Farah Hassan, detto Aidid, il "vittorioso", a capo delle forze islamiste. Quel mondo Ilaria lo conosceva come pochi suoi colleghi; si era laureata in lingua e cultura araba, con una lunga gavetta, prima di approdare alla Rai, raccontando il nord Africa, spesso in maniera rocambolesca. Delicata e profonda, nelle sue cronache. In grado di capire le sfumature, le alleanze che si nascondevano dietro l'apparenza. La giornalista giusta, per raccontare l'inferno. Un target per chi alimentava il caos.
La rotta delle armi - Mohammed Aidid era il nemico numero uno della coalizione Onu quando la missione Unosom inizia, con lo spettacolare sbarco dei Marines a Mogadiscio. Almeno in apparenza. Il 3 ottobre del 1993 i Rangers erano sulle sue tracce. Preparano una missione nel cuore di Mogadiscio, un'incursione che doveva durare pochi minuti, giusto il tempo per permettere a reparti speciali di catturare il signore della guerra. Tutto andò storto, i miliziani colpirono uno dei quattro elicotteri Black Hawk, uccidendo 19 soldati americani. Un'azione divenuta famosa con il film di Ridley Scott ("Black Hawk Down") del 2001, icona cinematografica della sconfitta in Somalia.
Da mesi la Cia era sulle tracce di Aidid, monitorando ogni suo spostamento. L'obiettivo fondamentale, per l'Onu e gli Stati Uniti, era individuarlo, ma anche capire chi finanziasse il capo della fazione islamista e da dove provenissero le armi utilizzate dalle sue milizie. In una nota del 18 settembre 1993, declassificata su richiesta dell'Espresso, gli analisti della Cia scrivono: "L'abilità del signore della guerra nel reperire nuove armi ha senza dubbio contribuito alle recenti indicazioni che Aidid si sente sicuro di vincere contro gli Stati Uniti e le Nazioni Unite". Dal mese di agosto del 1993 gli agenti statunitensi segnalavano un aumento di flussi di armi dirette alla fazione islamista. In realtà la Somalia fin dall'inizio della guerra civile era una vera e propria Santabarbara. Per anni il governo di Siad Barre - stretto alleato dell'Italia - aveva acquistato armi, creando magazzini letali nell'intero paese.
L'Italia era stato uno dei principali fornitori, fin dai primi anni 80. L'ex generale del Sismi Giuseppe Santovito - iscritto alla P2 - in un interrogatorio davanti all'allora giudice istruttore di Trento Carlo Palermo aveva raccontato delle ingenti forniture di armamenti al paese da sempre ritenuto come una e propria estensione geopolitica dell'Italia. Pochi mesi prima della morte di Ilaria Alpi e Miran Horvatin c'è una accelerazione. Aidid ha l'obiettivo - che ritiene raggiungibile - di far fallire la missione Onu, rimandando a casa i paesi della coalizione. Acquisire armi aveva un doppio scopo, spiegano le note Cia: essere pronti al combattimento, ma soprattutto convincere gli altri signori della guerra ad allearsi con gli islamisti.
L'aiuto segreto italiano - Il primo ottobre 1993, due giorni prima di Black Hawk Down, a Washington arriva una nota dalla capitale somala: "Le rotte per la fornitura di armamenti, nascondigli e legami operativi delle forze di Aidid". Dal mese di settembre gli Usa avevano iniziato a monitorare le carovane che partivano dal lungo confine con l'Etiopia dirette nell'area di Mogadiscio, dove la situazione era divenuta estremamente critica: "Gli armamenti - che includono mortai e Rpg - sono trasportati lungo le strade che collegano Mogadiscio con Belet Weyne, Tigielo e Afgoi". L'obiettivo era chiaro: "Stanno pianificando di usare i mortai e gli Rpg contro Unosom".
Nella stessa nota la Cia fornisce, per la prima volta, un'indicazione sulla rete logistica di appoggio alla fazione degli islamisti: "I supporter di Aidid stanno utilizzando la società Sitt, che è situata dall'altra parte della strada rispetto al compound Unosom. La società Sitt appartiene a Ahmed Duale "Hef". (omissis) Commento: questa presenza è una minaccia per il personale Unosom e per chiunque entri nel compound". Duale e Sitt, due nomi da appuntare.
Quando mancano quattro mesi all'ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin la situazione a Mogadiscio diventa ancora più critica: "I compratori pro-Aidid stanno acquistando una inusuale grande quantità di munizioni", segnala la Cia in una nota del 23 novembre 1993. Un secondo report, con la stessa data, aggiunge un altro dettaglio: "C'è una consegna di armi e munizioni in una casa nel distretto Halilua'a di Mogadiscio, trasportata da un unico camion di produzione italiana, con sei casse di Ak-47, fucili di assalto Fal, quattro lanciatori di granata russi. L'origine del carico è ignota".
20 marzo 1994: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono uccisi in un agguato a Mogadiscio. Un colpevole di comodo, depistaggi e tante bugie: dopo due decenni ancora non sappiamo chi ha voluto la morte dei due giornalisti. Ma conosciamo il movente: le loro ricerche sui traffici di armi e rifiuti.
Per l'intelligence Usa, dunque, era la società Sitt lo snodo logistico utilizzato dai supporter di Aidid. "Una minaccia per l'Onu", scrivevano. Il nome era ben noto negli ambienti del contingente italiano. Appena due mesi prima della nota della Cia, la Sitt aveva inviato una serie di fatture per migliaia di dollari al comando Italfor relative alla fornitura di materiale di ogni tipo. Prima del conflitto la stessa società aveva operato come supporto logistico per la cooperazione italiana. A capo di quell'impresa, oltre all'imprenditore somalo Ahmed Duale, citato nella nota Usa, c'era Giancarlo Marocchino, trasportatore originario del Piemonte che operava in Somalia da anni. Fu lui ad intervenire per primo sul luogo dell'attentato mortale contro Alpi e Hrovatin.
"Marocchino è stato un collaboratore che ho ritenuto affidabile fino a quando ho trovato le armi nel suo compound diffidandolo ufficialmente", racconta all'Espresso il generale Bruno Loi, a capo del contingente italiano fino al settembre 1993. "Ma per quanto riguarda la nota della Cia - prosegue Loi - mi stupisce che abbiano trovato questa minaccia senza fare nulla per eliminarla; c'è qualcosa che non quadra".
L'inchiesta - Sull'agguato del 20 marzo 1994 la Cia sostiene di non avere nessun record in archivio. Eppure l'ultima inchiesta di Ilaria Alpi si intreccia strettamente con quel traffico di armi diretto alla fazione di Aidid. Il 14 marzo 1994 i due reporter di Rai 3 arrivano a Bosaso, nel nord della Somalia. C'era un nome appuntato sul quaderno di Ilaria, la compagnia di pesca italo-somala Shifco. Una nave della società era ferma al largo della costa migiurtina, sequestrata dalle milizie locali. In un appunto del Sismi declassificato nel 2014 dall'allora presidente della Camera Laura Boldrini l'intelligence italiana racconta come quella compagnia, diretta da Said Omar Mugne - imprenditore somalo che aveva vissuto a lungo in Italia - proprio in quei mesi stava preparando il trasporto di un carico di armi "acquistato in Ucraina da tale Osman Ato, cittadino somalo naturalizzato statunitense, per conto del generale Aidid". Sulla Shifco e su Osman Ato la Cia ha risposto con la consueta formula: "Non possiamo confermare o smentire l'esistenza o la non esistenza di record". La questione, in questo caso, sembra avere ombre di segreto ancora oggi.
"Crogiolo di menzogne" - Per il generale Bruno Loi la Somalia è ancora una ferita aperta: "Eravamo pronti a catturare Aidid nel giugno 1993 - racconta - avevamo il consenso del governo italiano, ma Unosom ci bloccò". Il fallimento di quella missione, spiega, va cercata nelle stesse regole di ingaggio delle Nazioni Unite: "L'Onu non ha capito che la democrazia non si esporta, ma si costruisce con anni di supporto", commenta Loi. E forse il caso Alpi rimane una ferita aperta perché è bene non entrare in quel labirinto senza fine della missione nel corno d'Africa: "La Somalia è stata un crogiolo di bugie, menzogne, disinformazione", spiega Loi, ventisei anni dopo. E di segreti che durano ancora oggi.
di Giuseppe Di Federico
Il Riformista, 19 agosto 2020
Una ricostruzione diversa da quella che fa Calogero Mannino. Il giudice non venne nella capitale al Ministero per scappare dalla procura di Palermo. E non voleva che il suo trasferimento fosse mal interpretato. Vi racconto cosa mi suggerì Cossiga e cosa.
Ristretti Orizzonti, 19 agosto 2020
Seppure in forma ridotta, anche quest'anno si svolge quel Ferragosto radicale che nel 2019 si trascinò dal 14 al 20 del mese per coprire tutte le carceri interessate. Nel 2020 la tradizione pannelliana subisce un drastico ridimensionamento coi nuovi vertici del Dap, dipartimento amm.ne penitenziaria: visitabili non più di 5 istituti su 198, con delegazioni di 2 sole persone.
Ok per le delegazioni ristrette, ma sfugge alla logica la limitazione del numero di istituti. Evidentemente i nuovi dirigenti del Dap han deciso di tagliare le visite col pretesto della pandemia. Detto in modo più diplomatico, suona così: Particolare attenzione sarà posta al sovraffollamento e alle condizioni sanitarie, visto il protrarsi dell'emergenza Covid che ancora non permette una piena ripresa dei colloqui e dell'attività interna e impone cautele anche per le visite, autorizzate in forma ridotta e rese possibili in pochi casi solo grazie alla presenza dei consiglieri regionali [come avvenuto a Genova, importante collegio elettorale degli aspiranti consiglieri].
Tuttavia Ferragosto Radicale non è un brand esclusivo del Pr, come un tempo non lo era di radicali.it, tant'è vero che ieri perfino la Lega ha visitato il carcere di Sanremo, occupandosi però più dei controllori [guardie carcerarie interessate dal prossimo voto regionale] che dei controllati. Pertanto il Graf, Associazione radicale di Imperia, sarà presente a partire dalle ore 14 in Valle Armea, con l'ormai solita valigia di fumetti destinati alla biblioteca interna.
33 detenuti suicidi da gennaio a luglio; nell'anno horribilis 2009 si giunse al picco di 72 suicidi, ma quelli che si erano tolti la vita al 31/7 furono 31, 2 in meno; il conto dei 33 non comprende i 13 morti nelle rivolte di marzo, deceduti per overdose da medicinali sottratti alle farmacie delle carceri: il che somiglia molto al volerla far finita con la vita. Il modo scelto dai 33 detenuti per uccidersi è il cappio attorno al collo; ma 4 si sono suicidati col gas delle bombolette per cucinare in cella. Grave la condizione dei detenuti tossicodipendenti nelle patrie galere.
È stato l'anno del coronavirus, che ha stravolto la vita di tutti, ancora angosciati dalla possibile ripresa della pandemia e dalle conseguenze future: economiche, sociali, democratiche e messa in discussione delle libertà personali. Ma nel microcosmo carcerario c'è un di più da considerare: come ha ben spiegato il Garante Nazionale Mauro Palma, se è vero che il lockdown ha messo tutti nella stessa situazione di privazione della libertà, là dove la libertà era già prima negata come le carceri, l'ansia per il rischio di un contagio da cui sarebbe stato impossibile difendersi s'è aggiunta a quella che tali spazi chiusi di per sé generano, una doppia ansia sfociata in angoscia.
Mentre bene o male la vita "di fuori" è ripresa, in carcere è ancora tutto chiuso: i colloqui dei detenuti coi familiari e figli minori, oltre a esser ridotti nel numero e nel tempo, sono limitati alla presenza di 1 adulto e 1 minore; gli incontri si svolgono con vetro divisorio e citofono come nel 41bis; le attività trattamentali, già scarse in precedenza, sono azzerate quanto a lavori un minimo qualificanti e a possibilità di studio.
La presenza della società esterna, cioè volontari e associazioni che prestano la loro opera in carcere, è ridotta all'osso; tutto ciò al netto dell'esasperazione quotidiana di detenuti che non vengono curati anche se gravemente malati, casi psichiatrici e tossicodipendenti che dovrebbero stare altrove per esser seguiti e invece stanno in sezione, impossibilitati a aver contatti costanti con educatori, psicologi, assistenti sociali. Per non parlare dei Magistrati di Sorveglianza, ancor più lontani che in passato dal seguire quel percorso mirato che il codice penitenziario prevede a proposito della rieducazione del detenuto e del suo reinserimento in società.
Ciò che non manca sono le Circolari del Dap: l'ultima prevede punizioni più severe, come isolamento e trasferimento* dei detenuti aggressivi (!) verso le guardie o che abbiano atteggiamenti "anti-doverosi" (si dice così); il tutto togliendo potere ai Direttori*, sempre più relegati nell'angolo per cedere spazio a impostazioni muscolose di vita penitenziaria.
*Carlo Carpi non è aggressivo ma il trasferimento punitivo è arrivato lo stesso, improvviso. Rita Bernardini ha appurato che la Direttrice di Marassi ha preso come pretesto l'incompatibilità fra Carpi e uno psicologo che voleva a tutti i costi farlo passare per matto contro il parere degli stessi psichiatri. Carpi chiese d'esser affidato ad altro perito, ma le direttrici di Marassi e Sanremo se lo sono scaricato come un pacco.
di Mauro Mazza
Il Dubbio, 19 agosto 2020
Gli animali nel processo penale svizzero: quali spunti comparativi per la riforma del diritto italiano? La Svizzera infatti è da tempo all'avanguardia nella tutela degli animali, ed è anzi leader mondiale in questo settore dell'ordinamento giuridico, tanto è vero che si potrebbe affermare che se sei un animale non- umano, il miglior Paese nel quale vivere è la Confederazione elvetica.
Il Difensore degli animali, ovvero l'Animal Protection Lawyer (APL)/Rechtsanwalt für Tierschutz in Strafsachen, che rappresenta gli animali nel processo penale secondo il diritto del Cantone di Zurigo, è stato un buon esempio. Il Difensore, creato nel 1992, poteva agire davanti ai tribunali in rappresentanza degli animali, rappresentarli, proporre appello, difenderli nei processi penali come vittime de facto. Tuttavia, il discorso è da svolgere al passato, in quanto dal 1° gennaio 2011, con l'entrata in vigore delle nuove leggi federali sul processo penale, l'ALP è scomparso dal sistema legale svizzero.
Un'altra significativa innovazione del diritto elvetico, vale a dire il Dachverband Berner Tierschutzorganisationen (DBT) istituito nel 1997 dalle autorità del Cantone di Berna, con legittimazione processuale non dissimile da quella attribuita all'APL del Cantone di Zurigo, è stato a sua volta soppresso con decisione del Tribunale federale svizzero del 2018, che ha confermato la precedente pronuncia della Corte d'appello di Berna del 2017. Il DBT si distingueva parzialmente dall'APL, potendo agire in rappresentanza degli interessi degli animali non soltanto nel processo penale, ma anche nell'ambito dei procedimenti amministrativi.
Gli insuccessi del diritto penale animale svizzero possono offrire spunti comparativi per la riforma in subiecta materia del diritto italiano? Esistono valide alternative per la rappresentanza degli animali nel processo penale, per garantire l'attuazione del diritto animale, rispetto alle sperimentazioni costituite da ALP e DBT?
Una prima alternativa può consistere nella attribuzione del compito istituzionale di attuale il diritto animale e di rappresentare gli interessi degli animali agli uffici del Pubblico ministero. L'azione penale potrebbe in questi casi esercitarsi ex officio, a tutela del pubblico interesse non diversamente da ciò che avviene per la protezione dell'ambiente, in assenza ovviamente della parte civile, come accade per le vittime umane, in quanto le vittime animali non vengono riconosciute dalla legge come tali.
Un'altra possibilità sarebbe la creazione di sezioni specializzate presso gli uffici del Pubblico ministero. Il vantaggio, in questo caso, è rappresentato dalla maggiore conoscenza ed esperienza del diritto animale che avrebbero i procuratori speciali. Ancora una volta, soccorre l'esempio del diritto svizzero, poiché il Cantone di San Gallo ha istituito - unico tra gli Stati federati svizzeri - il procuratore speciale per l'attuazione della legge federale sul benessere degli animali del 2005. Una ulteriore alternativa consiste nel conferimento di alcuni poteri processuali ai Servizi veterinari, che si occupano di benessere e salute animale. Così ha fatto il Cantone di Zurigo, a seguito della soppressione dell'ALP, con l'attribuzione di poteri ad hoc al Veterinario cantonale.
Se, poi, si volesse sostenere che le autorità pubbliche non sono molto efficienti nell'attuare il diritto animale, poiché la loro funzione istituzionale non è tanto quella di rappresentare gli interessi degli animali, quanto piuttosto quella di bilanciare gli interessi degli animali con (o, meglio, contro) gli interessi degli umani, si aprirebbe una ulteriore possibilità.
Alle agenzie governative possono affiancarsi, infatti, le organizzazioni non governative (ONG), e specialmente le associazioni, sul modello di quanto avviene ormai da tempo per la protezione dell'ambiente. Del resto, anche nel diritto italiano le associazioni possono costituirsi parte civile in caso di reati commessi a danno di animali (Cass. Sez. III, n. 10164 del 6 marzo 2018; Cass., Sez. III, n. 38596 del 18 settembre 2019).
In Germania, la legittimazione processuale delle associazioni animaliste è riconosciuta nei Länder di Brema, Bassa Sassonia, Renania settentrionale- Vestfalia, Amburgo, Renania- Palatinato, Schleswig-Holstein, Baden-Württemberg e Saarland. Sullo sfondo, rimane la questione delle questioni, ossia la considerazione degli animali come le reali vittime dei reati, e non come meri accessori nel processo penale. Ciò si rende necessario per evitare la c. d. vittimizzazione secondaria. Tale impostazione, nel panorama comparatistico, è stata adottata nelle sentenze della Oregon Supreme Court nel 2014 (vertenza State v. Nix), seguita dalla Colorado Court of Appeals nel 2016 (caso State v. Hess), ma è stata successivamente disattesa dalla Washington County Circuit Court nel 2018 (causa Justice v. Vercher). Si tratta di una serie di suggestioni, alcune delle quali potrebbe essere accolte, mutatis mutandis, nell'ordinamento italiano.
ilgerme.it, 19 agosto 2020
Ma non c'è ancora la firma sulla convenzione. Al carcere di via Lamaccio si aspetta con ansia la restituzione dello schema di convenzione firmato e stipulato con il comune di Sulmona. Detenuti pronti a dare il loro contributo e giovarne sarebbe la cura dell'area sulmonese. Mauro Nardella Uil invita l'amministrazione a velocizzare l'iter e a procedere con le attività.
"La macchina operativa costituita da detenuti in stato avanzato di riabilitazione e deputati a svolgere, seppur in attività di volontariato, lavori di sfalcio e bonifica del verde è pronta a mettersi in moto e ad evitare così, una volta per tutte, l'annoso problema dell'abbondante vegetazione che ogni estate e soprattutto in questo periodo attanaglia l'intero percorso che da via Lamaccio conduce al carcere cittadino" spiega Nardella che ricorda come la condizione renda pericolosa un'arteria che oltre al collegare la città al carcere attrae molti residenti dediti al podismo e che non poche volte hanno dovuto armarsi di elevata precauzione per non rischiare di essere investiti dalle auto. "Invitiamo per questo motivo il Sindaco - conclude - a far presto anche perché un ulteriore ritardo sarebbe oltre che inspiegabile assolutamente non auspicabile stante il pericolo incombente".
aspbologna.it, 19 agosto 2020
Il fine principale del carcere, lo abbiamo sempre detto, è quello di far sì che i detenuti possano essere reinseriti a pieno in società e che possano quindi diventare una preziosa risorsa per la città. Nel carcere della Dozza ci sono diverse figure che si adoperano ogni giorno per raggiungere questo obiettivo. Alcune le avevamo già illustrate negli scorsi articoli, ma c'è una figura di cui ancora non vi avevamo parlato: l'operatore Cefal. In questo post, dunque, vogliamo fare chiarezza sul suo ruolo in carcere e far capire quali sono le difficoltà che si possono riscontrare durante il reinserimento in società dei detenuti.
Di cosa si occupano gli operatori Cefal - Cefal Emilia-Romagna nasce con l'intento di coniugare l'esperienza nella formazione, nella consulenza e nell'orientamento al lavoro con lo sviluppo di servizi diretti al territorio e alle dinamiche sociali che lo interessano. Gli operatori Cefal sono coloro che in carcere si occupano principalmente di detenuti, in particolare della loro inclusione lavorativa in alcuni progetti finalizzati ad un reinserimento corretto e graduale nella società. Si tratta di un percorso per il recluso che può prevedere sia la formazione in aula sia tre mesi di tirocinio, ma che in alcuni casi può prevedere solo il tirocinio.
Gli operatori inizialmente incontrano i detenuti e propongono loro determinati percorsi, scelti in base alle capacità e alle attitudini di ciascuna persona. E la particolarità è che i percorsi che vengono proposti non solo garantiscono la possibilità di percepire 150€ al mese (ovvero l'indennità), ma prevedono inoltre la possibilità di essere assunti in azienda, una volta terminato il tirocinio. È chiaro che l'azienda non è mai obbligata ad assumere i tirocinanti ma in passato vi sono stati alcuni casi di successo che hanno trovato possibilità di assunzione dopo il percorso di tirocinio. Mediamente è un processo che si verifica una o due volte su dieci, ma quando ciò accade è naturale che sia un successo.
La collaborazione con Asp Città di Bologna - L'unione con Asp Città di Bologna - Servizio Grave emarginazione adulta avviene attraverso una prassi che si è istituita nel corso degli anni, instaurando una modalità proficua per entrambe e proseguendo con la persona in questione il più possibile. Si è deciso di adottare questa modalità di lavoro perché se nell'ambito del sociale non si lavora insieme, difficilmente si raggiungono gli obiettivi preposti e il rischio di fallimento è all'ordine del giorno.
Le difficoltà che si incontrano in carcere - La difficoltà più grande che gli operatori Cefal riscontrano nel proprio lavoro è certamente il pregiudizio, non solo dei cittadini ma delle aziende con le quali si cerca di collaborare. Come abbiamo anticipato precedentemente, è difficile trovare aziende disponibili per i tirocini e ad assumersi la responsabilità di inserire nell'organico un ex detenuto. Quando gli operatori Cefal cercano un'azienda idonea per l'inserimento di un detenuto circa 1 azienda su 30 è disposta a collaborare. Molto spesso se la persona in questione è straniera la difficoltà è maggiore. Purtroppo le diffidenze sono ancora tante. L'elemento positivo è che quando gli operatori Cefal individuano un'azienda disponibile vuol dire che all'interno di questa azienda ci sono persone eccezionali. Infatti accade che diverse aziende si facciano carico del reinserimento del detenuto nella società con grande accoglienza e disponibilità.
Continueremo a parlare dei percorsi di tirocinio per i detenuti e dei settori più appetibili nei prossimi articoli, aggiungendo nuove informazioni e dettagli molto interessanti. Per cui restate sintonizzati e non perdetevi le nuove pubblicazioni. Il fine principale del carcere, lo abbiamo sempre detto, è quello di far sì che i detenuti possano essere reinseriti a pieno in società e che possano quindi diventare una preziosa #risorsa per la città.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 19 agosto 2020
Il carcere napoletano scoppia anche perché 543 detenuti attendono il giudizio. Il personale? È ridotto al lumicino. Ziccardi (Carcere Possibile Onlus): "Così le tensioni diventano inevitabili".
Si dice sia il più grande d'Europa. Di certo, è il più grande d'Italia. Ha una capienza regolamentare di 1.644 detenuti, ma negli anni dentro sono stati sempre di più, anche molti più di duemila. Attualmente ce ne sono 1.975. Che pure sono tanti. Troppi.
Numeri che possono e devono cambiare se si vuole che il carcere raggiunga l'obiettivo costituzionalmente garantito della funzione rieducativa della pena, quindi della pena finalizzata a qualcosa di costruttivo e non "la pena per la pena" come ha ribadito Maurizio Turco, il segretario del partito Radicale che ha fatto visita al carcere di Poggioreale il 14 agosto scorso. Numeri, quelli di Poggioreale, che danno anche la misura dello spreco che si consuma ogni giorno, spreco di energie, di spazi e di opportunità.
Si parte da un ragionamento che, oltre a seguire il filo del dibattito sulla necessaria riforma della giustizia e sull'eccessivo ricorso alla carcerazione preventiva che ancora si continua a fare, passa anche per un rapido calcolo matematico. Il personale della polizia penitenziaria è quello con le maggiori carenze in pianta organica (meno 25%) e per questo, invece di lavorare su quattro turni da sei ore giornaliere come previsto, deve lavorare facendo straordinari su tre turni da otto ore ogni giorno.
Rispetto ai detenuti reclusi, i numeri di educatori e volontari sono esigui (poco più di un centinaio a Poggioreale). E la popolazione carceraria è composta per una percentuale rilevante da detenuti in attesa di giudizio. Sì, proprio così. Gran parte delle celle di Poggioreale è occupata da detenuti che ancora aspettano di essere processati in primo grado, innocenti fino a prova contraria secondo quanto prevedono le nostre leggi.
Circa il 30% sono innocenti anche per i giudici se è vero, come riportano le statistiche sugli esiti di inchieste e processi, che questa è la percentuale delle assoluzioni con cui si concludono le vicende giudiziarie. E a ciò si aggiunga che un'altra buona parte dei detenuti che sono in cella in attesa di processo sono accusati di reati per i quali, anche in caso di sentenza di condanna al termine del processo, non si prevede la reclusione necessariamente in carcere.
Il che, tradotto in cifre, vuol dire che, tra i detenuti che sono ora reclusi nel grande carcere di Poggioreale, 804 sono detenuti che stanno scontando in carcere una o più condanne definitive e 543 sono i detenuti in attesa del giudizio di primo grado. Con una gestione della giustizia più in linea con i principi costituzionali, si potrebbe evitare di affollare le celle delle carceri con persone solo indagate e sottoposte a misura cautelare per reati che nemmeno prevedono la sola condanna al carcere, e si potrebbero tutelare sicurezza dei cittadini e rispetto della legalità anche con misure alternative, comunque non certo con la diffusa carcerazione preventiva.
Questo consentirebbe di utilizzare diversamente le risorse già disponibili negli istituti di pena in termini di uomini e mezzi per rendere il carcere un luogo dove chi è accusato di reati molto gravi può scontare dignitosamente la condanna e dove la funzione riabilitativa della pena possa sempre essere una realtà e non soltanto uno slogan da usare all'occorrenza. L'avvocato Annamaria Ziccardi, presidente del Carcere Possibile, la Onlus della Camera penale di Napoli impegnata nella tutela dei diritti dei detenuti, punta l'attenzione su due fattori: uno culturale, l'altro di comunicazione.
"Bisogna cambiare approccio" - spiega. "Primi passi avanti sono stati già fatti, in Campania ci sono un provveditore e direttori illuminati e con cui si può dialogare in maniera costruttiva. È importante, però, che il rione, la città capiscano il carcere. Se cambiasse il rapporto tra chi è fuori e chi è dentro, a partire dal rapporto tra agenti della penitenziaria e detenuti, si eviterebbero tensioni che non fanno bene a nessuno", aggiunge sottolineando l'importanza del carcere come luogo dove i detenuti possono trovare un'alternativa di futuro, un'occasione di rieducazione e reinserimento sociale. E poi c'è la comunicazione: "L'opinione pubblica - conclude Ziccardi - deve sapere che anche le misure alternative come gli arresti domiciliari sono dure e stringenti. C'è dunque bisogno che cambi anche l'approccio culturale alla reclusione".
askanews.it, 19 agosto 2020
Hanno superato quota mille i decessi per coronavirus nelle carceri e negli istituti di correzione americani, registrando un aumento del 40% nelle ultime sei settimane. Secondo il database del New York Times all'interno delle strutture sono stati registrati 160mila contagi tra prigionieri e guardie. Il numero di morti è quasi certamente più alto perché le carceri eseguono test limitati sui detenuti, e molte strutture si rifiutano di testare i prigionieri nonostante mostrino tutti i sintomi legati al Covid-19. Il più grande incubatore di coronavirus si trova nella prigione di stato di San Quintino in California, dove più di 2.600 detenuti e guardie sono stati infettati e 25 detenuti sono morti. Uno studio ha dimostrato che i prigionieri si infettano per il Covid con un tasso cinque volte superiore al tasso complessivo della nazione.
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