di Gaetano Scariolo
blogsicilia.it, 18 agosto 2020
Protesta di circa 40 detenuti del carcere di Augusta per la carenza idrica nel penitenziario. La manifestazione, che si è concretizzata con il rifiuto a rientrare nelle celle, è stata poi contenuta dagli agenti della Polizia penitenziaria e dopo ore di trattative la situazione è tornata alla normalità. Ma si sono vissuti momenti di grande tensione nel carcere nella giornata di ieri, caratterizzata da temperature assai elevate: senza acqua con cui rinfrescarsi, i detenuti hanno deciso di organizzare la protesta ma, per fortuna, non ci sono state conseguenze. La crisi idrica potrebbe riaccendere ancora una volta gli animi, come avvertono i sindacati, in particolare a sollevare la questione è il dirigente nazionale del Sippe, Sebastiano Bongiovanni, che, in questo penitenziario ci lavora.
"La mancanza d'acqua sarebbe la causa scatenante - dice il dirigente nazionale del Sippe, Sebastiano Bongiovanni - e sicuramente i detenuti fautori della protesta cosiddetta pacifica non hanno perso l'occasione per creare una situazione a grave rischio e solo grazie al tempestivo intervento della Polizia penitenziaria si è potuto assicurare l'ordine e la sicurezza. La situazione resta, comunque, molto difficile per via dell'emergenza idrica che coinvolge il carcere di Augusta da più di 20 anni, a cui si aggiunge il problema di zanzare e insetti vari a dismisura. C'è il pericolo di nuove tensioni dietro le sbarre. Ci auguriamo un immediato intervento da parte delle autorità dirigente, del Prap e del Dap, nell'auspicio che saranno presi provvedimenti seri e risolutivi che garantiscano le minime condizioni igieniche mancanti".
Secondo il dirigente nazionale del Sippe, Sebastiano Bongiovanni, c'è anche il nodo del sovraffollamento del penitenziario. "La casa di reclusione di Augusta - avverte il dirigente nazionale del Sippe, Sebastiano Bongiovanni - oggi contiene un numero di detenuti più del doppio della sua capienza e del personale di Polizia penitenziaria inferiore almeno di 70 unità, quindi è evidente che questa situazione è insostenibile pronta ad esplodere da un momento all'altro".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 18 agosto 2020
Promessi finanziamenti per rilanciare l'economia ma intanto Tunisi deve sigillare i confini. Il sostegno all'economia della Tunisia ci sarà. La ministra dell'interno Luciana Lamorgese e quello degli Esteri Luigi Di Maio si sono impegnati in tal senso con il presidente tunisino Kais Saied, con il premier incaricato Hichem Mechichi e con la ministra degli Esteri ad interim Selma Enneifer che hanno incontrato ieri a Tunisi insieme ai commissari europei agli Affari Interni e all'Allargamento, Yilva Johannson e Oliver Varhelji.
Ma fin da subito l'Italia e l'Europa chiedono a Tunisi di impegnarsi per fermare i migranti. Impegno che sono disposti a finanziare con 21 milioni di euro, 11 sbloccati dal Viminale e frutto dei risparmi avuti dal capitolo sull'accoglienza dei migranti, e 10 messi a disposizione dall'Unione europea. Soldi che serviranno per un controllo più serrato dei confini, per la manutenzione delle motovedette e per acquistarne di nuove, ma anche per l'addestramento delle forze di sicurezza, l'acquisto di radar e la creazione di un sistema informativo che permetterà alla Guardia costiera tunisina di bloccare i barconi prima che raggiungano le acque internazionali. "L'Italia è sempre in prima linea nel sostenere la Tunisia con azioni concrete - ha spiegato Lamorgese di ritorno da Tunisi - ma per contrastare il traffico di migranti serve uno sforzo in più perché la pressione esercitata sul nostro Paese crea una situazione di seria difficoltà aggravata dall'emergenza sanitaria Covid 19".
È una Tunisia disperata quella dove è approdata ieri la missione italo-europea. Un Paese messo in ginocchio da una crisi sociale ed economica resa ancora più grave dalla pandemia e che in autunno, stando ad alcune previsioni, potrebbe portare ad un aumento della disoccupazione di 200 mila unità. Persone che, se non tutte, almeno in parte andranno ad aggiungersi a quanti già oggi cercano di arrivare in Europa. Non a caso il premier Mechichi, parlando ai ministri italiani e ai commissari europei, ha voluto sottolineato l'importanza della cooperazione "Lo sviluppo economico è prioritario per la Tunisia anche per ricreare fiducia negli investitori", ha spiegato. Insomma, un approccio securitario andrà anche bene per gli europei, ma servono progetti, investimenti nelle aree interne del Paese da dove parte la maggioranza dei migranti.
"Progetti che possano creare posti di lavoro ai giovani e dare loro la possibilità di rimanere nel proprio Paese", ha detto. E soprattutto, ha insistito Mechichi, occorre semplificare la burocrazia che oggi rallenta i finanziamenti europei al Paese. Bruxelles impegna qualcosa come 300 milioni di euro l'anno per la cooperazione in Tunisia, ma solo un terzo di quei soldi arriva davvero a destinazione a causa delle lungaggini burocratiche.
I due commissari si sarebbero impegnati a velocizzare le pratiche, ma va da sé che la contropartita che l'Italia e l'Ue chiedono a Tunisi è di chiudere i suoi confini e di accettare un numero maggiore di suoi cittadini rimandati indietro dall'Europa. Insieme a Egitto, Marocco e Nigeria, la Tunisia è uno dei quattro paesi con cui l'Italia ha un accordo bilaterale che oggi, dopo lo stop dei mesi scorsi imposto dal coronavirus, prevede al massimo 80 rimpatri a settimana. Numero che adesso il governo giallorosso vorrebbe aumentare visto che quella tunisina rappresenta la nazionalità più numerosa tra quanti sono sbarcati nel nostro Paese dall'inizio dell'anno: 6.500 su 15 mila circa, quasi tutti arrivati autonomamente con piccole imbarcazioni. "Voglio essere chiaro: chi arriva in Italia in modo irregolare non potrà usufruire di alcuna opportunità di regolarizzazione.
L'unico esito di un arrivo irregolare è un rimpatrio", ha affermato ieri il ministro Di Maio, che però a fine luglio ha chiesto di bloccare 6,5 milioni di euro di fondi della cooperazione in favore di Tunisi. Intanto c'è paura per la sorte di 65 migranti a bordo di un'imbarcazione al largo della Libia e della quale non si hanno più notizie. "Abbiamo chiesto un intervento di soccorso, ma tutte le autorità hanno rifiutato di assumersi le responsabilità", ha denunciato la piattaforma Alarm Phone dopo aver dato l'allarme.
di Massimo Franco
Il Manifesto, 18 agosto 2020
Chiusi i due mesi e mezzo di "finestra". Se ne attendevano almeno il 50 per cento in più. Non un flop, ma numeri molto ridotti - 200 mila - rispetto alle attese iniziali - 600 mila - o già riviste - 300 mila. Con grandissima prevalenza di badanti e pochi braccianti. Si è conclusa ieri la procedura di regolarizzazione dei rapporti di lavoro avviata lo scorso 1 giugno dopo un lungo e difficoltoso compromesso all'interno della maggioranza per agricoltura, lavoro domestico e assistenza alla persona: 207.542 le domande ricevute dal portale del ministero dell'Interno, in prevalenza da colf e badanti (85%); il resto ha riguardato il lavoro subordinato.
La Lombardia è la regione da cui sono state inviate il maggior numero di richieste per il settore del lavoro domestico e di assistenza alla persona (47.357) mentre al primo posto per il lavoro subordinato si trova la Campania (6.962). Sui 176.848 datori di lavoro che hanno presentato domanda di emersione per il settore domestico, 136.138 sono italiani mentre, per il lavoro subordinato, sono italiani 28.013 datori su 30.694 richiedenti. Quanto al paese di provenienza, ai primi posti risultano l'Ucraina, il Bangladesh e il Pakistan per il lavoro domestico e di assistenza alla persona; l'Albania, il Marocco e l'India per il lavoro subordinato, in buona parte agricolo. Le richieste di permesso di soggiorno temporaneo presentate agli sportelli postali da cittadini stranieri sono state 12.986, poche a conferma della difficoltà dei migranti ad avere i documenti che dovevano comprovare la loro presenza in Italia almeno per 6 mesi. Questa tipologia di domande è stata più utilizzata a Verona (675), Cuneo (466) e Cosenza (423), seguite da Milano (406).
"Numeri importanti che confermano ancora una volta di più la bontà della norma, la sua necessità, la giustezza del percorso avviato che adesso dovrà necessariamente proseguire anche con il Piano Triennale contro il caporalato, con la piattaforma che agevola l'incrocio trasparente domanda e offerta di lavoro, e l'offerta integrata di servizi a partire dal trasporto", commenta la ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova, convintasi del provvedimento dopo mesi di meli. "L'incremento delle domande da fine di luglio dice quanto fosse necessario sostenere la norma con una comunicazione capillare rivolta ai beneficiari. Il nostro obiettivo è sottrarre al lavoro nero e al caporalato, che non è solo in agricoltura, le persone. Le migliaia che hanno riguadagnato visibilità e dignità sono ci spingono a rafforzare il nostro lavoro", conclude.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 18 agosto 2020
Parla il generale italiano Del Col, a capo del contingente Unifil impegnato subito dopo l'esplosione al porto di Beirut. Il generale Stefano Del Col è stato tra i primi ufficiali internazionali a sapere che, "secondo le stime iniziali", l'esplosione al porto di Beirut nel pomeriggio del 4 agosto era stata un "incidente e non un'azione militare". Per il 59enne comandante in capo dall'agosto 2018 dei circa 10.500 soldati (tra cui quasi 1.100 italiani) provenienti da 45 Paesi, che formano il contingente Unifil lungo il confine tra il Libano meridionale e Israele, era una questione vitale.
"Se fosse stata un'azione di guerra avremmo rischiato di pagarne presto le conseguenze. Alcuni social media locali avevano già denunciato l'eventualità di un missile israeliano. Invece sia le autorità israeliane che quelle libanesi ci confermarono rapidamente che si era trattato di un incidente industriale e infatti la regione è rimasta tranquilla", spiega nel suo ufficio nella base del contingente internazionale a Naqoura.
L''esplosione avrebbe potuto condurre a un nuovo scontro aperto tra Israele e la milizia sciita dell'Hezbollah come nell'estate 2006?
"C'era il rischio di degenerazioni violente. Era fondamentale che israeliani e libanesi dichiarassero pubblicamente che non c'era stata azione militare. Cosa che fecero dopo poche ore. L'ennesima prova che la nostra azione di dialogo-ponte come forza Onu presente sul campo resta molto utile. Ora le cause dello scoppio saranno appurate da una commissione d'inchiesta".
Come valuta gli effetti?
"È stato un evento drammatico, che ha aggravato la crisi economica libanese già appesantita dal coronavirus, rilanciato le proteste di piazza e portato alle dimissioni del governo. Speriamo ne formino un altro al più presto per gestire la transizione. Il Paese è letteralmente in ginocchio. Unifil cerca di aiutare".
Il porto di Beirut è usato anche da Unifil. Problemi?
"Una delle nostre sei navi era ancorata a 400 metri dall'epicentro dello scoppio. Almeno 23 marinai del Bangladesh sono rimasti feriti, di cui due in modo grave. Altri due italiani del sostegno logistico sono feriti leggermente. Nella tragedia posso dire che siamo stati relativamente fortunati. Un'altra nave Unifil era salpata poche ore prima e quella colpita è stata protetta dai grandi silos di grano che hanno funzionato da scudi. Subito dopo ho mobilitato la nostra forza aerea, che è composta dagli elicotteri del contingente italiano. Loro hanno fatto la spola per evacuare le vittime e portare i primi soccorsi. Quindi la nostra intera struttura si è azionata per sostenere l'azione delle organizzazioni umanitarie dell'Onu. Adesso il porto funziona al 50%".
Le manifestazioni di Beirut chiedono il disarmo di Hezbollah. Crede che ciò possa condurre a scontri gravi?
"Qui nel Sud per ora non vedo conseguenze rilevanti. Unifil ha continuato a operare come sempre. Non abbiamo diminuito le nostre 450 pattuglie e attività di monitoraggio quotidiane, di cui circa il 20 per cento assieme all'esercito regolare libanese".
Come ogni anno, a fine agosto il Consiglio di Sicurezza dell'Onu deve votare il rinnovo del vostro mandato. E come sempre Israele chiede un'azione più determinata contro Hezbollah. Cosa risponde?
"Sono temi che si accendono puntuali dal 2006, quando la risoluzione 1701 ampliò le dimensioni e il mandato della forza Unifil presente dal 1978. La differenza quest'anno è stata che se ne parla da più mesi. Il Sud Libano costituisce oggi uno dei temi caldi del Medio Oriente, condizionato anche dal braccio di ferro tra Washington e Teheran. Noi rispettiamo le regole e i loro limiti. Monitoriamo, non possiamo irrompere nelle proprietà private, ma sta all'esercito libanese disarmare Hezbollah. Lo scorso primo settembre Hezbollah sparò tre missili anticarro, poi però la zona è rimasta calma, tranne alcune tensioni registrate a luglio nelle zone contese di Sheba e Gajar. Del resto, Israele viola quotidianamente lo spazio aereo libanese. Quelle violazioni sono sottolineate nei nostri rapporti quadrimestrali al segretario generale".
Costate 480 milioni di dollari all'anno. Valuta che potreste ridurvi un poco?
"Credo che Unifil debba continuare a operare con queste forze. Ha garantito 14 anni di pace. Il Sud Libano grazie a noi da decenni non era mai stato così prospero e sicuro".
di Alberto Infelise e Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 18 agosto 2020
Centosettantamila nel 2014, 154 mila nel 2015, 181 mila nel 2016, 119 mila nel 2017. Per capire se i quasi seimila migranti arrivati a Lampedusa nello scorso luglio siano da considerare un segnale di "invasione", bisogna partire da questi numeri. Che sono quelli della "grande migrazione", sia attraverso le rotte del Mediterraneo sia attraverso la rotta balcanica, in anni in cui le forti tensioni nel Medio Oriente e in Nord Africa avevano un immediato riflesso nelle partenze verso l'Europa. Gli anni delle grandi stragi in mare, delle navi della Marina militare che si spingevano fin quasi davanti alle acque territoriali della Libia, con la Guardia costiera impegnata ben oltre le dodici miglia nautiche delle acque italiane, con le navi umanitarie delle Ong tutte in mare.
Quello scenario non esiste più. Cancellato dalle mutate situazioni geo-politiche, da accordi più o meno limpidi, dal cambio di missione per le navi militari, dalla istituzione di una Guardia costiera libica - la "cosiddetta Guardia costiera libica" la definiscono le organizzazioni umanitarie -, da flussi di denaro più o meno tracciabili perché qualcuno facesse, faccia, quel "lavoro sporco" che uno stato democratico non può permettersi di fare. Il resto è propaganda, a favore o contro che sia. Basti pensare alla teoria dei "porti chiusi": chiusi alle navi Ong e a volte anche a quelle militari, aperti come sempre agli arrivi alla spicciolata di decine, centinaia di barchini, quelli dei cosiddetti "sbarchi autonomi".
Secondo Frontex, l'agenzia dell'Ue per le frontiere, quest'anno sono finora due le rotte dei migranti che hanno registrato importanti incrementi: quella balcanica e quella del Mediterraneo centrale, cioè la rotta via mare che da Libia e Tunisia arriva in Sicilia o a Malta. Con dati al 30 giugno scorso, la "balcanica" registra un +73% rispetto all'anno scorso (9256 persone, i due terzi sono siriani), quella del Mediterraneo centrale un + 86% anche se il numero assoluto, 7186 persone soprattutto tunisine e bangladesi, è più basso. In calo, invece, le altre due rotte via mare: -56% (4451 persone) per quella del Mediterraneo occidentale (Marocco e Algeria verso la Spagna), -47% (11.912 persone, afgani e siriani soprattutto) quella del Mediterraneo orientale (Turchia-Grecia).
La "profezia" - Anche in questa estate che già agli inizi di giugno il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella, il pm che indaga da anni sugli sbarchi a Lampedusa e sulle coste dell'Agrigentino, previde sarebbe stata "calda" e non certo per le temperature, gli sbarchi autonomi attraverso la rotta del Mediterraneo centrale hanno rappresentato la parte più consistente degli arrivi di migranti in Italia. Estate calda, diceva il pm Vella, aggiungendo che i migranti sarebbero stati quasi tutti tunisini e sarebbero arrivati "quasi tutti a Lampedusa". Non essendo un preveggente ma solo un magistrato che studia il fenomeno sulla base delle informazioni che acquisisce, l'aumento di arrivi che ha fatto schizzare in alto la statistica del 2020, per gli addetti ai lavori non deve essere stata una grande sorpresa. Basta guardare il "cruscotto statistico" del ministero dell'Interno dove più di un terzo di tutti gli arrivi del 2020 è composto da tunisini: 6727 su 16.031 arrivati (dato al 17 agosto). La seconda comunità più numerosa, quella dei bangladesi, non arriva a 2400 persone mentre tutte le altre nazionalità sono sotto il migliaio (873 Costa d'Avorio, 793 Algeria, 568 Pakistan, 559 Sudan, 505 Marocco).
La Tunisia - Dunque, il centro delle partenze di questa estate "calda" non è più la Libia, da dove pure continuano a partire barconi e gommoni ma con la Guardia costiera libica sempre più impegnata nel riportare indietro con le buone e con le cattive chi è in mare, bensì la Tunisia. Perché? "Anzitutto la crisi economica di quel Paese - dice Carlotta Sami, portavoce dell'Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati - poi c'è anche la situazione del Covid. Ma bisogna guardare i numeri con un orizzonte temporale più ampio. In luglio sono arrivati quasi solo tunisini, da inizio anno i tunisini rappresentano il 39 per cento di tutti gli arrivi via mare, ma va sottolineato come in queste settimane siano arrivate pure famiglie con bambini anche appena nati, donne e madri sole, un segnale da tenere sott'occhio e che ha a che fare con la crisi che sta vivendo quel Paese".
Nei giorni scorsi c'è stato chi si è affrettato a far notare che le partenze dalla Tunisia erano calate drasticamente nella prima settimana di agosto, fino ad azzerarsi per cinque giorni. Frutto dei rinnovati accordi con la Tunisia, si era detto. Ma le ragioni per rallentare e, anche a fermare, i flussi di migranti le dicono le dinamiche rilevate in questi anni, con il fattore più potente, quello del meteo: con il mare grosso non si parte. E questo è quanto è accaduto in quei giorni. E infatti, con precisione cronometrica, tornato calmo il mare, dal 10 agosto sono ripresi gli arrivi di barchini a Lampedusa.
Partono dalle isole Kerkennah o da altri porti come quelli di Sfax e Mahdia e percorrono con poca difficoltà il centinaio di miglia marine che separa la costa tunisina da quella lampedusana. Da soli o, ha scoperto recentemente la procura di Agrigento, con l'aiuto di veri pescherecci che fanno da "navi madre": i pescatori imbarcano i migranti che pagano il viaggio o prestano in cambio il loro lavoro a bordo; poi, in vista della costa di Lampedusa, li fanno salire sui barchini che hanno al seguito e che sono utilizzati per la pesca al "cianciolo" e li fanno arrivare in poco tempo a destinazione. Ma il "destino" di questi migranti, che spesso vorrebbero solo attraversare il Paese per andare altrove, è in qualche modo segnato.
Perché, mentre chi arriva dalla Libia è da considerarsi quasi sempre profugo dato che quel Paese, come pure molti degli altri Paesi di provenienza dei migranti, è teatro di guerra, lo stesso non può dirsi per chi arriva dalla Tunisia, anche se da indagini della procura di Agrigento si sa che alcuni trafficanti libici hanno spostato in quel Paese confinante i loro "affari". Perché i tunisini non si possono considerare rifugiati ma solo "migranti economici" e dunque il loro immediato futuro, se non riescono a fuggire e a far perdere le loro tracce, sarebbe quello del rimpatrio; anche se poi gli accordi tra Italia e Tunisia prevedono la "restituzione" di poche decine di persone alla settimana. Le "fughe" dai centri di accoglienza, nei numeri un fenomeno recente, vanno visti in questa ottica: in questo Paese sono clandestino, la quarantena mi fa perdere tempo, cerco di andare via da qui per raggiungere la mia destinazione il prima possibile. Di recente, più di qualcuno prova anche a fare il furbo, dichiarandosi omosessuale e come tale persona perseguitata in Tunisia e dunque meritevole di protezione umanitaria; ma difficilmente la ottiene.
A Lampedusa, comunque, la situazione resta sotto controllo da parte di forze dell'ordine e prefettura di Agrigento ma desta invece qualche ulteriore preoccupazione sull'isola, già piegata dall'emergenza coronavirus e dalla conseguente crisi del turismo che per le Pelagie è, e resta, la principale fonte economica: "Lampedusa è cambiata", ha detto l'altro il giorno il pm Vella. Un'amara constatazione, dopo tanti anni di generosa disponibilità all'accoglienza.
Ma a farla cambiare, più che i migranti e quella catasta di barchini abbandonati, ammassati al molo Favaloro in attesa di essere smaltiti, è la crisi economica che sta mettendo in ginocchio operatori turistici, albergatori, ristoratori, perfino gli stessi pescatori, come più volte ripetuto dal sindaco Totò Martello che questi problemi, assieme a quello dei pescatori di altri Paesi che gettano indisturbati le reti davanti all'isola, li ha elencati al ministro dell'Interno Lamorgese, ottenendo la promessa che saranno portarli al tavolo del governo. Gli sbarchi, dunque, sono solo l'ulteriore elemento che fa abbassare l'umore degli isolani.
Migranti e Covid - Nella narrazione sulla paura dei migranti, quest'anno si aggiunge anche la paura del Covid e la paura che a portarlo siano proprio loro: "Dall'inizio della pandemia a oggi - spiega Carlotta Sami dell'Unhcr - i migranti arrivati via mare risultati contagiati sono appena il 2 per cento, e peraltro sono tutte persone testate, ora anche con i tamponi". Dello stesso avviso uno studio dell'Ispi, l'Istituto di studi di politica internazionale, firmato dal ricercatore Matteo Villa: "Negli ultimi 31 giorni sono sbarcati 99 migranti positivi al Covid - ha twittato qualche giorno fa Villa -. Nello stesso periodo di tempo, i nuovi contagi in Italia sono stati 199 al giorno. Facciamo che basta?".
Ma ogni giorno arrivano notizie di migranti positivi, anche se si trovano in quarantena all'interno degli hotspot e dei centri di accoglienza. Notizie che allarmano la popolazione locale e che inducono i sindaci a protestare. Dopo gli ultimi casi, ad esempio, il primo cittadino di Pozzallo (Ragusa) ha chiesto, e ottenuto, l'invio dell'esercito per controllare la struttura ed evitare fughe, "altrimenti saremo noi stessi a presidiare l'hotspot". Lo stesso capo della polizia, Franco Gabrielli, qualche giorno fa ha detto che "non c'è un'emergenza sui numeri ma il tema emergenziale serio è quello della quarantena, per garantire una cornice di salute pubblica che questo Paese ha diritto di avere".
Il clima è dunque favorevole per alimentare timori e paure. Da anni proprio l'Ispi fa "fact-checking" e smonta bufale sul fenomeno migratorio, a partire da quella, cavalcata per anni, delle Ong in mare come "pull factor", fattore di attrazione, per le partenze dei migranti. E ha calcolato che dal 1° gennaio 2019 al 14 luglio scorso, ultimo dato disponibile, dalla Libia sono partiti ogni giorno in media 56 persone con le navi delle Ong in mare e 55 senza: "Un dato indistinguibile", afferma il rapporto.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 18 agosto 2020
"È come l'Etiopia ma senza il Live Aid". Tre professioniste del Who raccontano l'emergenza. Dalla malnutrizione passando per la pandemia "è come se stessimo lasciando morire metà degli italiani". "L'abbiamo capito fin da gennaio che le cose si stavano mettendo davvero male".
Marina Adrianopoli, Rosa Crestani, ed Elena Vuolo svolgono lavori molto diversi tra loro. Ma hanno due cose in comune: lo Yemen e una carriera all'Oms, l'organizzazione mondiale della sanità. Impegnate in uno degli scenari più complessi del pianeta dal punto di vista sanitario, oggi sono tornate a Sana'a ed Aden per cercare di dare aiuto a un Paese martoriato da cinque anni di guerra e svariate epidemie e piaghe, tra cui il colera, la malaria, l'invasione di locuste e la malnutrizione, cui si è aggiunto il Covid-19 e non da ultime le alluvioni che stanno distruggendo gli antichi edifici su a nord. E mentre queste tre donne italiane tornano sul campo, lo Yemen sparisce definitivamente dalle pagine dei giornali, nonostante la situazione sia gravissima.
"Di base è come se la crisi yemenita fosse completamente dimenticata. Ma se la paragoniamo ad emergenze umanitarie del passato - penso alle carestie africane degli anni 80 - l'interesse dell'opinione pubblica è decisamente minore. Potremmo dire che lo Yemen è come l'Etiopia ma senza il Live Aid e Bono", spiega Vuolo, 40 anni, planning & Exr Specialist, con missioni in curriculum in Afghanistan e in Siria. Così mentre il mondo gira la testa dall'altra parte, la Fao, l'Unicef e il Pam, in un rapporto pubblicato il 22 luglio, stimano che nei prossimi sei mesi aumenteranno da 2 a 3,2 milioni le persone a rischio alimentare acuto. "E se si considera che in Yemen vivono 30 milioni di persone è come se stessimo dicendo che stiamo lasciando morire metà degli italiani".
Dal punto di vista strettamente sanitario, fin qui i casi di Covid-19 accertati ai primi di agosto sono 1.738 con 500 morti, ma il conteggio è sicuramente parziale.
"La pandemia è andata ad aggiungersi a tutti gli altri problemi", spiega Rosa Crestani Health Expertise and Operations Coordinator. Cinquant'anni, un master in epidemiologia una carriera nella cooperazione internazionale fin dal 1996 e 17 anni sul campo con Medici Senza Frontiere, Crestani spiega come le difficoltà legate alla gestione della pandemia agiscano a vari livelli. "Il primo punto è sicuramente la carenza di ventilatori polmonari e ossigeno ma assistiamo anche a problemi di tipo sociale e culturali, quali la stigmatizzazione della malattia (e dunque la resistenza di fronte al ricovero in ospedale) e infine l'hatespeech nei confronti dei migranti accusati di portare il virus".
Per Marina Adrianopoli, technical Officer for Nutrition, 43 anni, l'emergenza riguarda anche la malnutrizione infantile. "La mia ultima missione è stata in Sud Sudan, dunque un contesto non semplice. Ma quando ho letto le statistiche sullo Yemen ho capito quanto sia grave la situazione qui", spiega. Secondo le Nazioni Unite infatti 30 mila bambini potrebbero sviluppare nei prossimi sei mesi malnutrizione acuta grave, pericolosa per la vita, e il numero complessivo di bambini malnutriti al di sotto dei cinque anni potrebbe aumentare fino a un totale di 2,4 milioni - quasi la metà di tutti i bambini al di sotto dei cinque anni nel paese, un aumento di circa il 20%.
Inoltre altri 6.600 bambini sotto i cinque anni potrebbero morire entro la fine dell'anno, un aumento del 28%. Il sistema sanitario si sta avvicinando al collasso.E se di fronte ai numeri, è chiaro come i bisogni di aiuti siano sempre più urgenti "nel mentre bambini, in quella che è già la peggiore crisi umanitaria del mondo, lottano per la sopravvivenza mentre il Covid-19 prende piede".Come dire dunque che lo Yemen rimane in estremo bisogno. Il tutto mentre il 70% di tutti i programmi umanitari hanno cominciato a chiudere, ma che "grazie a partners come il governo Italiano, l'Oms riesce a mantenere in piedi il programma di lotta alla malnutrizione".
di Andrea Tarquini
La Repubblica, 18 agosto 2020
Ci sono anche Pedro Almodóvar, Margaret Atwood e Leila Slimani tra i firmatari del manifesto che chiede di rilasciare l'attivista polacca per i diritti Lgbt. La Polonia moderna, europea, occidentale da oggi non è più sola. Soprattutto nella lotta contro la politica omofoba del governo di maggioranza. Pedro Almodóvar, la Nobel polacca per la Letteratura Olga Tokarczuk, Ian McEwan e molti altri dei massimi nomi della cultura contemporanea hanno lanciato, e pubblicato con l´aiuto di Gazeta Wyborcza, un appello-lettera aperta per Margot, la transessuale leader del movimento Lgbtq arrestata arbitrariamente e brutalmente percossa dalla polizia nella capitale polacca.
I nomi dei firmatari dicono tutto da soli. Troviamo tra gli altri Olga Tokarczuk, Pedro Almodóvar, Ian McEwan, Margaret Atwood, J.M. Coetzee, Ed Norton, Ed Harris, Paul Auster, Leila Slimani e molti altri grandi della cultura contemporanea. Nel loro testo chiedono alle autorità polacche la liberazione immediata di Margot e la rinuncia a ogni azione giudiziaria contro di lei, in nome della libertà di pensiero e di espressione e della libertà delle minoranze, valori costitutivi del mondo libero.
"La nostra lettera aperta ha come primo destinatario la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen", sottolineano i grandi della cultura mondiale. E aggiungono: "Esigiamo la liberazione immediata di Margot e delle sue compagne e compagni di lotta non violenta arbitrariamente detenuti e sottoposti a vessazioni d´ogni genere. La politica omofoba in Polonia, lo constatiamo, è divenuta pratica quotidiana, strumento per avere una minoranza come capro espiatorio e criminalizzare avversari politici e critici. Non occorre ricordare quali tristi precedenti storici ciò evochi". E ancora: "Margot e le sue compagne sono arrestate, intimidite, brutalizzate, perché il partito al potere ha fatto di loro il capro espiatorio e della dura campagna omofoba un suo strumento politico prioritario, ciò è incompatibile coi valori costitutivi dell'Unione europea e del mondo libero". L'appello continua: "Margot e gli altri attivisti non violenti Lgbtq detenuti sono da considerare sotto ogni aspetto detenuti politici, anche questo è inaccettabile nella Ue. La persecuzione e le violenze fisiche contro gli Lgbtq aumentano in Polonia ogni giorno".
La Repubblica, 18 agosto 2020
Il ceramista di 50 anni, Giuseppe Randazzo, era stato arrestato dalla polizia per l'uccisione della moglie Catya Di Stefano ed era detenuto nel carcere di Caltagirone. Si è tolto la vita nel carcere di Caltagirone, dove era detenuto dal 13 agosto scorso, Giuseppe Randazzo, il ceramista di 50 anni arrestato dalla polizia per l'uccisione della moglie Catya Di Stefano, di 46 anni, dalla quale si stava separando. L'uomo si è impiccato nella sua cella. Proprio ieri il gip di Caltagirone aveva convalidato il suo arresto ed emesso nei suoi confronti un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Sulla morte dell'uomo ha aperto un'inchiesta la Procura di Caltagirone.
L'uomo era accusato di avere ucciso, al culmine di una lite, la moglie davanti la porta d'ingresso dell'abitazione della donna. La vittima aveva avviato le pratiche per la richiesta della separazione. Il marito voleva riallacciare la relazione ma la moglie era determinata ad andare avanti. Il pomeriggio di cinque giorni fa Randazzo era andato ad attenderla davanti casa per l'ennesimo tentativo di riappacificazione. Ne è nato, invece, un violento alterco, finito in tragedia.
Lui è stato trovato dalla polizia accanto alla moglie, sotto choc, in lacrime e in evidente stato confusionale. Agli agenti non ha saputo fornire alcuna spiegazione sull'accaduto. La donna presentava delle lesioni e l'uomo aveva dei segni di colluttazione. Dopo un lungo interrogatorio la Procura di Caltagirone aveva deciso di disporre l'arresto. Sarà l'autopsia a chiarire l'esatta causa del decesso, che potrebbe essere un ematoma cerebrale interno o asfissia.
La vittima era un'operatrice socio sanitaria che lavorava nell'assistenza di disabili del Calatino. Era una donna forte e determinata. Come emergeva dal suo profilo Facebook, dove si definiva "solare, estroversa, amante della vita", ma allo stesso tempo: "Non mi arrendo mai, odio le persone false, ma soprattutto odio gli ipocriti e i meschini".
La Repubblica, 18 agosto 2020
Mehraveh Khandan, 20 anni, rilasciata dopo qualche ora nel carcere di Evin. Mehraveh Khandan, la figlia ventenne della nota avvocata iraniana e attivista per i diritti umani, Nasrin Sotoudeh, è stata arrestata durante un blitz di cinque uomini della sicurezza nella sua abitazione e trasferita nel carcere di Evin a Teheran: la ragazza è stata rilasciata dopo qualche ora in prigione.
Lo riferisce Iran Human Rights, l'ong con base a New York che segue da vicino il caso dell'avvocatessa arrestata. Mehraveh è stata arrestata senza che le venisse contestata alcuna accusa: già in passato era stata minacciata di arresto. Una forma di pressione nei confronti della madre, sostengono gli attivisti per i diritti umani. Sotoudeh è la più nota prigioniera politica in Iran oggi.
Nasrin Sotoudeh, a lungo braccio destro della Nobel per la Pace Shirin Ebadi, insignita del premio Sacharov dal Parlamento Europeo nel 2012, è stata arrestata nel giugno del 2018 e sta scontando una condanna a 12 anni nello stesso carcere di Evin, con l'accusa di "complotto contro la sicurezza" per aver difeso delle donne e la loro battaglia contro l'imposizione del velo. Sotoudeh è al settimo giorno di sciopero della fame contro le scarse condizioni sanitarie nelle prigioni per i detenuti politici. Alla figlia Mehraveh è vietato lasciare l'Iran da quando aveva 12 anni.
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2020
"Ribadiamo l'impegno a continuare a combattere i vergognosi reati che violano i principi e i valori della società". "L'Egitto proteggerà i confini dello spazio virtuale dalle forze del male". Con queste due dichiarazioni diffuse dalla procura generale il 29 aprile e il 2 maggio, le autorità egiziane hanno inaugurato una nuova fase della strategia repressiva per controllare la Rete.
Dalla fine di aprile 10 influencer di TikTok, seguite da centinaia di migliaia se non milioni di persone, sono state arrestate e sottoposte a procedimenti giudiziari per violazione della Legge sui reati informatici, "indecenza", "incitamento all'immoralità", "incitamento alla dissolutezza" e "violazione dei principi e dei valori della famiglia". Gli arresti sono scattati dopo denunce di uomini che si erano sentiti "oltraggiati" e a seguito di indagini del dipartimento del ministero dell'Interno che si occupa di questioni morali. Quattro delle 10 influencer sono state condannate: Manar Samy e Sama el-Masry a tre anni di carcere, Hanin Hossam e Mawada el-Adham a due. I processi d'appello si svolgeranno nelle prossime settimane. Le altre sei influencer sono in attesa del processo.
Amnesty International ha esaminato le vicende giudiziarie di cinque delle 10 influencer. Negli atti giudiziari si fa continuo riferimento al modo di vestire, alla "influenza" negativa sul vasto pubblico dei social media e al fatto di fare soldi online. Ad Hanin Hossam, durante il processo, è stato rinfacciato di aver ottenuto "popolarità sui social media" e di "influenzare le giovani". Lei è al centro di un'inchiesta separata, addirittura per coinvolgimento in "traffico di esseri umani", a causa di un video su Instagram in cui incoraggiava ragazze di età superiore a 18 anni a pubblicare video di sé stesse sull'app Likee, che aumenta i guadagni in relazione al numero di visitatori.
Nel processo alla danzatrice del ventre Sama el-Masry, è stata esibita come prova una fotografia che la ritraeva in costume, ritenuta sufficiente a condannarla per aver pubblicato foto e video "ammiccanti" con "espressioni e movimenti sessualmente allusivi".
Analogamente, nel processo contro Mawada el-Adham, arrestata il 15 maggio, la pubblica accusa ha esibito 17 selfie "indecenti". L'imputata si è difesa sostenendo che quelle foto erano archiviate in un telefono cellulare che le era stato rubato nel maggio 2019. Lei aveva sporto denuncia ma la polizia, anziché avviare indagini per rintracciare il ladro, le aveva chiesto perché avesse scattato e conservato quei selfie. È stata condannata per "violazione dei principi e dei valori della famiglia".
La stessa strategia processuale è stata usata nel processo all'attrice e modella Manar Samy. L'imputata aveva denunciato già nel 2018 il suo ex marito, accusandolo di averla ricattata rendendo pubbliche foto intime scattate durante il periodo in cui erano stati sposati, in modo da poter ottenere l'affidamento della loro figlia.
Ma la storia più assurda è quella che state per leggere. Il 22 maggio Menna Abdelaziz, 18 anni, ha iniziato una diretta su Instagram col volto pieno di lividi chiedendo alle autorità di arrestare l'uomo che accusava di averla violentata, picchiata e filmata senza consenso. Quattro giorni dopo è stata arrestata insieme a sei uomini accusati dell'aggressione sessuale. È stata interrogata per quasi otto ore e alla fine, grazie alle dichiarazioni degli altri imputati, accusata dei reati di di "incitamento alla dissolutezza" e "violazione dei principi e dei valori della famiglia". È emerso che si era presentata a una stazione di polizia per sporgere denuncia ma le era stato detto di andare altrove perché quella non era territorialmente competente. Menna Abdelaziz si trova attualmente in un rifugio governativo per le sopravvissute alla violenza, ma le indagini nei suoi confronti vanno avanti.
*Portavoce di Amnesty International Italia










