La Repubblica, 19 agosto 2020
La rivolta è partita da una caserma alla periferia della capitale Bamako. Condanna internazionale, convocata una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Il presidente maliano Ibrahim Boubacar Keïta e il suo primo ministro, Boubou Cissè, sono stati arrestati nel tardo pomeriggio a Bamako da soldati in rivolta. Ad annunciarlo per primo è stato uno dei leader dell'ammutinamento: "Possiamo dirvi che il presidente e il primo ministro sono sotto il nostro controllo. Li abbiamo arrestati a casa del presidente". Ma in serata è stato lo stesso portavoce del governo a confermare gli arresti, denunciando il golpe in corso.
Poche ore dopo il presidente ha annunciato le sue dimissioni e lo scioglimento del Parlamento e del Governo, poche ore dopo l'ammutinamento dei soldati che lo hanno arrestato. "Non voglio che venga versato sangue per restare al potere", ha detto in un breve discorso trasmesso dalla televisione di Stato.
Il presidente e il premier erano stati trasferiti su un veicolo blindato a Kati, la base militare alla periferia di Bamako dove in mattinata è iniziato l'ammutinamento, ha detto un'altra fonte militare. Secondo l'agenzia Ap, poco prima di questo annuncio testimoni avevano visto mezzi militari circondare la residenza presidenziale mentre alcuni soldati sparavano colpi in aria. Il portavoce dei ribelli ha poi affermato che l'arresto del presidente e del premier "non è un golpe, ma un'insurrezione popolare".
Il colpo di mano è stato subito denunciato dal segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, che ha annunciato per oggi una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza. Guterres ha chiesto la "liberazione immediata e senza condizioni" del presidente e il ristabilimento dell'ordine costituzionale. Anche l'Unione europea "condanna con forza" il golpe e rifiuta "ogni cambiamento anti-costituzionale" che "non può essere in nessun caso una risposta alla profonda crisi socio-politica che sta spaccando il Paese". Lo ha scritto su Twitter l'Alto rappresentante per la politica estera europea Josep Borrell.
Nella capitale del Mali regna la confusione dall'alba, quando sono stati sentiti spari nel campo militare di Soundiata-Keita a Kati, che si trova a 15 chilometri a nord di Bamako. Uomini armati su pick-up hanno fatto irruzione nel campo. "Pick-up pesantemente armati sono entrati nel campo di Soundiata-Keita e gli uomini a bordo hanno sparato in aria. C'è stata una risposta da parte dei soldati presenti che credevano in un attacco", ha detto un ufficiale del Mali a Jeune Afrique, a condizione di restare anonimo.
Lo scambio di artiglieria si è poi fermato. Al primo gruppo si sarebbero poi aggiunti "altri dieci pick-up", sempre secondo la fonte di Jeune Afrique interna al ministero della Sicurezza del Mali. "I depositi di armi sono stati aperti e le armi distribuite ai soldati presenti nel campo", ha detto la fonte. Secondo voci non confermate, sarebbero stati fermati dai militari i ministri degli Esteri e delle Finanze e il presidente del Parlamento. A tarda sera, la situazione veniva descritta da diverse fonti come estremamente confusa: aeroporto e tv di Stato sarebbero in mano ai governativi, mentre la guardia nazionale e reparti del Ministero dell'Interno sono passati dalla parte dei ribelli.
Jeune Afrique riporta che il personale non essenziale di diverse amministrazioni pubbliche, inclusi diversi ministeri, è stato evacuato, in particolare il personale dell'Ufficio radiotelevisivo del Mali (Ortm). A mezzogiorno, inoltre, decine di giovani si sono riuniti in Piazza Indipendenza, intonando slogan favorevoli ai militari di Kati. Alcuni di loro hanno chiesto moderazione e ordinato di evitare il saccheggio.
La Comunità degli Stati dell'Africa occidentale, mediatrice in Mali, ha detto di seguire "con grande preoccupazione" la situazione, "con un ammutinamento sviluppatosi in un contesto sociopolitico già molto complesso". L'organizzazione chiede "ai militari di rientrare nelle loro caserme" e ricorda "la sua ferma opposizione a qualsiasi cambiamento politico anticostituzionale". Nel corso della giornata, il presidente francese Emmanuel Macron si è messo in contatto con tutti i capi di Stato della regione, ha espresso "il suo pieno sostegno agli sforzi di mediazione in corso da parte degli Stati dell'Africa occidentale" e ha condannato il tentativo di golpe.
Diverse rappresentanze diplomatiche in Mali hanno diffuso messaggi ai loro connazionali. L'ambasciata francese ha "sollecitato" i propri connazionali a restare a casa "viste le tensioni a Kati e Bamako". L'ambasciata norvegese ha chiesto ai suoi connazionali di "prestare cautela" poiché "è stata informata di un ammutinamento nelle forze armate e delle truppe che sono in viaggio verso Bamako". "In considerazione degli sviluppi odierni della situazione, si raccomanda a tutti coloro che si trovino a Kati e a Bamako di rimanere in casa", consiglia ai nostri connazionali l'ambasciata italiana a Dakar. L'Italia non ha un'ambasciata in Mali e gli italiani presenti nel Paese devono fare riferimento a quella in Senegal.
La sezione sicurezza di Minusma da parte sua ha lanciato un messaggio raccomandando al personale delle Nazioni Unite di "evitare l'area di Kati e tutti i movimenti stradali non necessari a Bamako fino a nuovo avviso". La missione Onu "ha sospeso tutti i movimenti del personale a Bamako e Kati" e ha convocato una riunione del gruppo di gestione delle crisi, prima di un "incontro speciale del gruppo di gestione della sicurezza".
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 18 agosto 2020
Impedire il voto di scambio e frantumare la logica delle correnti è molto difficile, sia tecnicamente che in termini politici. Nel 2006, quando stavo al Consiglio Superiore della Magistratura, si tenevano le elezioni dei nuovi componenti togati per il periodo 2006-2010. Le previsioni erano orientate ad una certa stabilità della rappresentanza delle varie correnti: tuttavia, in qualche modo "ballava", un seggio, il che non è poco in una rappresentanza di 16 membri.
di Riccardo Rosa
napolimonitor.it, 18 agosto 2020
L'ultimo pomeriggio prima della quarantena l'ho passato fuori le mura del carcere di Poggioreale. Era l'8 marzo e i messaggi ricevuti sulle chat, insieme alle immagini delle rivolte che cominciavano a circolare, erano stati decisivi, per me e per altri, per rompere gli indugi dovuti alla paura del virus che cominciava a diffondersi anche nel sud Italia. Dopo quel pomeriggio ho smesso di fare paragoni tra la quarantena e il carcere. Qualche giorno ancora e ho cominciato a provare fastidio ogni volta in cui sentivo qualcuno confrontare la propria condizione di isolamento con quella dei detenuti agli arresti domiciliari.
di Giorgio Beretta*
Il Manifesto, 18 agosto 2020
Dossier Viminale. I dati del ministero: nell'ultimo anno (agosto 2019-luglio 2020) sono calati tutti i delitti in generale (-18,2%). Più della metà degli omicidi avviene nel contesto familiare-affettivo
Una manifestazione contro i femminicidi. L'Italia non è mai stata così sicura negli spazi della vita pubblica. Ma è sempre più pericolosa nella sfera privata e familiare, soprattutto per le donne. Il "Dossier Viminale", presentato a Milano in occasione della tradizionale riunione di Ferragosto del "Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica" presieduto dalla ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, sconfessa innanzitutto, dati alla mano, "l'allarme sicurezza" costantemente agitato dalle forze politiche di destra e dai gruppi di informazione che li spalleggiano. Ed offre informazioni preziose per porre maggior attenzione ad alcuni fenomeni che stanno emergendo, spesso sottovalutati.
di Paola Severino*
La Stampa, 18 agosto 2020
Anche quest'anno, nell'atmosfera di vacanza nonostante il Covid, è passato inosservato un evento che tutti gli anni a Ferragosto ci ricorda che il ministro dell'Interno vigila sulla nostra sicurezza anche nei giorni di festa. Si tratta della riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, nel corso della quale la ministro Lamorgese ha presentato il quadro riassuntivo delle attività e delle iniziative del Viminale. Un quadro che, in un anno così pesantemente investito dalla pandemia e dalle sue conseguenze sull'economia, presenta aspetti di particolare interesse, sia per la verifica delle conseguenze sull'andamento della criminalità nel periodo luglio 2019-luglio 2020, sia per la predisposizione di adeguati mezzi di prevenzione per il prossimo futuro.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 18 agosto 2020
Poggioreale continua a scoppiare: nel Padiglione Roma 14 persone in una sola cella. A Santa Maria Capua Vetere manca l'acqua corrente. Tra caldo, solitudine e stop alle attività formative, la vita in tutti i penitenziari regionali si trasforma in un autentico inferno.
La settimana di Ferragosto, per chi è in carcere, è la più dura dell'anno. Per giorni non si riceve posta, corsi di formazione e attività che servono a impegnare le giornate e a impegnarsi in qualcosa di costruttivo che serva a dare senso alla funzione educativa che dovrebbe avere il carcere sono sospese. Si fermano anche molti lavori all'interno degli istituti di pena. Il tempo, di contro, si dilata. Alcune volte fino a sfiorare drammi, qualche volta invece arrivando proprio al dramma, al gesto più estremo e disperato.
Il tempo finisce per diventare quasi l'unica componente di giornate vuote, di ore passate a guardare alla tv i telegiornali che raccontano di gente in ferie o al mare, di pensieri che oscillano dai ricordi ai sensi di colpa nei confronti di familiari e persone care che fuori provano a proseguire la vita di tutti i giorni, oppure devono rinunciarvi. La solitudine è uno dei grandi drammi per i detenuti, soprattutto d'estate. Ferragosto è il periodo cruciale.
Il personale del carcere, già generalmente sotto organico, va in ferie e i volontari sono molto meno numerosi del solito. Il carcere si svuota di tutti, tranne che di detenuti. Loro restano nelle celle, stipati in otto o in dieci o in qualche caso anche di più. Addirittura in 14 in una cella del padiglione Roma di Poggioreale. Chi studia e chi lavora deve fermarsi, perché le attività sono sospese. La noia copre i tanti spazi lasciati vuoti da un sistema che ancora fatica a fare delle carceri un vero luogo di rieducazione.
E non è una questione legata a quello o a quell'altro istituto perché è il sistema nel suo complesso che presenta carenze e criticità. Poi, certo, ci sono strutture dove la gestione è più efficace o più semplice e altre dove i problemi sono maggiori. Quest'anno, poi, ci si è messa anche la pandemia. Per l'emergenza Covid le tradizionali visite nelle carceri dei Radicali e avvocati sono state limitate a soli cinque istituti di pena in tutta Italia. Poggioreale tra questi. Lì il sovraffollamento resta un problema. L'ora d'aria è limitata a due fasce orarie: dalle 9 alle 11 del mattino e dalle 13 alle 15. Se fa troppo caldo in molti rinunciano. E l'alternativa è noia e solitudine.
A Poggioreale d'estate i detenuti sembrano morti viventi", dice Pietro Ioia, garante cittadino dei detenuti di Napoli. Non ricevono posta per giorni, non possono svolgere attività. Tutto fermo, tutto sospeso. Anche le visite mediche specialistiche", racconta. La settimana di Ferragosto è la più difficile di tutte. In quei giorni il cuore ti arriva in gola", dice. Poi aggiunge un ricordo personale: Quel Ferragosto era di giovedì", ricorda. "Alle nove del mattino, in cella erano già tutti svegli. Ognuno degli otto detenuti che dividevano lo spazio della stanza trovava nella routine di piccoli gesti come farsi la barba il senso di una nuova giornata. D'un tratto la porta si spalanca, un gruppo di agenti della Polizia penitenziaria entra e con le maniere forti cerca una pistola perché era stato trovato un proiettile in un pantaloncino arrivato con i pacchi portati dai familiari. Ricordo ogni dettaglio" - racconta Ioia.
"Il proiettile era stato trovato nel pantalone di un detenuto arrivato tre giorni prima nella nostra cella, noi nemmeno avevamo avuto il tempo di conoscerlo. Per fortuna il mio avvocato venne a trovarmi in carcere, andò subito dall'allora comandante della penitenziaria e la vicenda fu chiarita. Era il 1985, a quel tempo il carcere era diverso ma le difficoltà erano le stesse di adesso".
Poggioreale. Stipati nei locali riservati ai sex offender
Il sovraffollamento resta uno dei problemi del grande penitenziario cittadino. A Poggioreale si sta in media in otto o nove detenuti in una cella, ce ne sono alcune in cui si sta in cinque e sembra quasi un lusso, ma ci sono molte camere in cui si arrivano a contare anche dieci e più reclusi. Il record è nel padiglione Roma. Lo ha segnalato il garante cittadino dei detenuti Pietro Ioia.
Nel reparto dove scontano la pena (o sono in attesa di processo) gli accusati di reati sessuali, si contano addirittura 14 detenuti in una sola cella. Immaginare la vita in quegli spazi richiama agli incubi peggiori. E con il caldo di queste settimane la situazione diventa ancora più drammatica. Poggioreale è il più grande carcere di Napoli e d'Italia.
Costruito nel 1918, ha otto padiglioni, non tutti rimodernati. I fondi stanziati per l'ammodernamento, dopo essere stati fermi per anni, potrebbero (il condizionale è ancora d'obbligo) essere sbloccati nei prossimi mesi. È un carcere dove si fanno i conti con carenze di personale e risorse sia tra la polizia penitenziaria sia tra educatori, psicologi e mediatori culturali. E dove la vita in cella può diventare difficile e drammatica tanto, in qualche caso, da portare al suicidio.
Secondigliano. Ad agosto poche attività formative per chi è in prigione
È tra le carceri più moderne delle Campania e anche quello dove, grazie a un'intesa con l'università di Napoli Federico II, sono attivi corsi di formazione e percorsi di studio universitario per i detenuti. Attivo dagli anni 90, il carcere di Secondigliano è quello dove le celle sono aperte fi no alle 18, funziona la sorveglianza dinamica e il sovraffollamento non è tra le criticità visto che si sta in due in una cella.
Resta il problema, per i detenuti, della solitudine e della mancanza di attività durante la stagione estiva, della carenza di organico soprattutto tra il personale della polizia penitenziaria che conta seicento unità a fronte delle oltre mille previste sulla carta nella pianta organica. La struttura penitenziaria, secondo dati aggiornati a inizio anno, ospita 323 detenuti in attesa di giudizio, 439 detenuti che stanno scontando una condanna definitiva e 170 detenuti in semilibertà.
C'è anche un reparto in cui sono reclusi detenuti in regime di alta sicurezza. E i detenuti stranieri sono 97, provenienti in particolare da Albania, Nigeria e Romania. Mentre, sul fronte delle risorse umane messe in campo per gestire i reclusi, si contano, tra gli altri, 12 funzionari pedagogici, 7 psicologi, 17 mediatori culturali.
Santa Maria Capua Vetere. Da 24 anni si attende una rete idrica per la struttura
Il caso più recente è quello segnalato dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, ma fa riferimento a un problema vecchio quasi quanto il carcere. Nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere l'acqua corrente è un problema e un lusso allo stesso tempo.
L'acqua è razionata, la forniscono due autobotti giornaliere. E quella che esce dai rubinetti delle celle è gialla e spesso, stando a quanto si apprende attraverso le denunce e le lamentele di tanti detenuti, causa dermatiti. Di certo non è potabile. Il problema risulta legato ai lavori per dotare la struttura penitenziaria di una rete idrica che non sono stati mai realizzati nonostante i fondi - oltre due milioni e 190mila euro - stanziati dalla Regione Campania quattro anni fa.
Risorse che il Comune casertano non spenderebbe. Eppure il progetto finalizzato alla costruzione della rete idrica a servizio del carcere risale al 1996. Nei mesi scorsi il penitenziario è finito all'attenzione delle cronache anche per il presunto pestaggio denunciato da alcuni detenuti e per il quale ci sono agenti della polizia penitenziaria indagati, finiti al centro di un'inchiesta penale coordinata Procura sammaritana. I fatti sarebbero in qualche modo conseguenza delle tensioni vissute in alcuni dei padiglioni della struttura nel periodo dell'emergenza Covid.
Pozzuoli. Servono spazi per gli incontri tra mamme e figli
Più spazi per ospitare i figli delle detenute e più occasioni di incontro tra i piccoli e le loro mamme attraverso eventi e feste che evitino ai bambini lo choc del carcere. Sono queste le priorità indicate per il carcere femminile di Pozzuoli. La struttura sorge nella sede di un convento risalente al quindicesimo secolo. Agli inizi del '900 le celle dei frati furono trasformate nelle celle di un manicomio criminale e poi in quelle dell'attuale carcere femminile.
Il sovraffollamento nell'istituto penitenziario di Pozzuoli non è un problema oggi. Secondo i dati più recenti, infatti, a fronte di una capienza di 109 detenute se ne contano attualmente 105. La struttura è composta da tre reparti, 26 celle in tutto. È garantita la sorveglianza dinamica e c'è persino un'area verde con tanto di panchine e giochi per rendere più gradevoli gli incontri domenicali mensili tra le detenute e i loro figli.
Tuttavia, il vero problema, soprattutto in queste settimane di piena estate, continuano a essere i tempi, quelli intervallati dalle sole ore di socialità perché tutte le attività formative e rieducative che normalmente tengono impegnate le detenute sono fortemente ridimensionate durante il periodo feriale, quelli lunghi delle giornate troppo vuote e tutte uguali a sé stesse.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 18 agosto 2020
Il giudice deve verificare l'effettiva instaurazione del rapporto professionale. In caso contrario diventa impossibile la dichiarazione di assenza. Non basta la semplice elezione di domicilio presso il difensore di ufficio per dedurne che l'indagato è a conoscenza del procedimento. Lo chiariscono le Sezioni unite penali della Cassazione con una sentenza, la n. 23948, depositata ieri.
Pronuncia, che ha respinto il ricorso del procuratore generale di Genova e destinata a produrre conseguenza in un numero considerevole di casi. A suo modo esemplare quello approdato alle Sezioni unite, dove, quattro giorni dopo lo sbarco, un cittadino extracomunitario era sottoposto a identificazione e, in quell'occasione, forniva false generalità.
Poi gli veniva rappresentato che sarebbe stato aperto un procedimento penale nei suoi confronti per violazione delle norme sull'ingresso illegale di stranieri e, non avendo un avvocato di fiducia, gliene veniva nominato uno di ufficio. Invitato a dichiarare domicilio, l'imputato lo eleggeva presso il difensore d'ufficio.
Atto quest'ultimo considerato dai giudici di primo grado prova sufficiente della conoscenza del procedimento e della successiva volontà di sottrarvisi. Di diverso parere però la Corte d'appello, per la quale la consapevolezza dell'imputato della pendenza a suo carico di un processo penale non può essere tratta dalla semplice elezione di domicilio presso illegale d'ufficio.
Posizione fatta ora propria dalle Sezioni unite penale che ricordano innanzitutto il cambiamento del 2014, quando, con la legge n. 67, si è superato il processo in contumacia, stabilendo che l'imputato deve essere portato personalmente a conoscenza della chiamata in giudizio, restando possibile che decida comunque di non parteciparvi. Solo in quest'ultimo caso allora il processo si svolge in sua assenza, con rappresentanza del difensore.
Processo sospeso, a differenza della contumacia (che permetteva lo svolgimento del processo con la prova della notifica regolare), nei casi di incertezza. Detto poi che le Sezioni unite mettono in evidenza come è ragionevole ritenere che l'imputato sbarcato in Italia da soli quattro giorni non fosse consapevole delle conseguenze future dell'elezione di domicilio presso un difensore d'ufficio con il quale non aveva contatti.
La sentenza avverte che l'articolo 420 bis del Codice di procedura penale al comma 2 delinea un sistema che facilita il compito del giudice individuando tre casi in cui, per la certezza della conoscenza della chiamata in giudizio, può essere valorizzata una notifica non effettuata direttamente nelle mani dell'imputato. Si tratta dell'elezione di domicilio, della soggezione a misura cautelare e della nomina di un difensore di fiducia.
Non si tratta però di presunzioni, ma di casi in cui è ragionevole ritenere che l'imputato abbia effettivamente conosciuto l'atto regolarmente notificato. Nel caso dell'elezione di domicilio presso il difensore di fiducia, le Sezioni unite ricordano anche la sentenza n. 31 del 2017 della Corte costituzionale che sollecitava la prova dell'effettiva instaurazione di un rapporto professionale tra avvocato e imputato.
Le Sezioni unite aderiscono a questa conclusione, osservando che toccherà al giudice verificare l'effettività del rapporto tra imputato e avvocato "tale da fargli ritenere con certezza che quest'ultimo abbia conoscenza del procedimento ovvero si sottratto volontariamente alla conoscenza del procedimento stesso".
di Valter Vecellio
Il Dubbio, 18 agosto 2020
L'invito di trascorrere il Ferragosto con i detenuti è stato accolto quest'anno soltanto da cinque parlamentari. E il Dap ha imposto un numero ridotto di strutture da vedere. Nei giorni di Ferragosto, pur con i limiti e le difficoltà imposte dal Dipartimento per l'Amministrazione Penitenziaria che si è fatta schermo della pandemia, il Partito Radicale è stato protagonista di un importante, sia pur "tradizionale" evento: le visite nelle carceri italiane.
Ristretti Orizzonti, 18 agosto 2020
La notizia pubblicata ieri, dal titolo "Piacenza. Il Garante Gromi: 'Inaccettabile che solo 40 detenuti possano lavorare'", non rappresenta affatto l'attualità del carcere di Piacenza, essendo tratta da materiali di archivio risalenti al 2013. Ci scusiamo con i rappresentanti istituzionali e con i lettori per l'errore commesso.
di Chiara Saraceno
La Repubblica, 18 agosto 2020
Il Paese non appare pronto a convivere con il Covid-19 nel lungo periodo. E a farne le spese, ancora una volta, saranno soprattutto gli scolari e le famiglie.
Impreparati. Nonostante il Covid-19 sia con noi ufficialmente ormai da molti mesi, una successione di decreti di urgenza, il prolungamento dello stato di emergenza, commissioni tecniche di vario tipo ciascuna con le proprie indicazioni, il Paese appare singolarmente impreparato a convivere con il Covid 19 non dall'oggi al domani, appunto come una emergenza di breve durata, ma come dato, se non, sperabilmente, strutturale, certo di non breve periodo. Che perciò richiede provvedimenti non emergenziali, ma che facilitino i cambiamenti - di comportamenti, di organizzazione - necessari per poter lavorare, studiare, avere una vita di relazione in condizioni di ragionevole sicurezza.
Era prevedibile che l'apertura delle frontiere avrebbe aumentato i rischi di diffusione del contagio, ma ancora oggi il sistema di controllo e somministrazione dei tamponi a chi arriva appare impreparato, colto di sorpresa sia sul piano normativo sia nella disponibilità effettiva del servizio. Analogamente era prevedibile che l'apertura delle discoteche, il "liberi tutti" negli spazi di aggregazione, le diverse autonome decisioni delle regioni su questo, come su altri temi, il diverso modo con cui sono stati regolati gli eventi culturali (molto più restrittivamente) rispetto a quelli ludici, avrebbe dato un messaggio di scarsa chiarezza e superficialità, generando sfiducia e insofferenza verso le restrizioni, senza davvero facilitare una riorganizzazione del settore ludico e del divertimento.
Al solito, la scuola è il concentrato di questa impreparazione e superficialità nell'affrontare i problemi, unita a quello che sembra quasi un'opera di sistematico scoraggiamento di chi si adopera per trovare soluzioni. Hanno ragione i presidi a lamentare il ritardo con cui arriveranno i banchi monoposto, visto che il bando è stato espletato solo in agosto, a oltre cinque mesi dalla chiusura delle scuole. Hanno ragione ad essere sconcertati dell'apparente voltafaccia del comitato tecnico scientifico che, dopo aver discettato di metri statici e dinamici e di "rime buccali", è arrivato a sostenere che si può scendere sotto il metro, purché con mascherina e finestre aperte, oltre tutto senza differenziare per età. E senza che il governo e il parlamento abbiano ancora trovato il tempo di chiarire se e chi ha responsabilità penale in caso di contagio.
Mentre presidi, amministrativi, insegnanti di buona volontà hanno passato l'estate con il metro in mano, correndo dietro ad indicazioni tardive, generiche e mutevoli, non si ha notizia di un lavoro sistematico e non affidato solo alla buona volontà e disponibilità individuale, per la formazione alla didattica digitale, nonostante questa sarà sempre più necessaria non solo in caso di temporanee chiusure, ma come integrazione della didattica " normale".
Tantomeno si ha notizia di un lavoro di messa a punto di pratiche e metodologie didattiche più adeguate di quelle che già avevano mostrato i propri limiti prima dell'emergenza. Tutti hanno diritto alle ferie e al riposo. Ma in un anno così eccezionale, in cui tanto si è tolto ai bambini e ragazzi, qualche investimento di tempo e intelligenza in più, magari anche con riconoscimento economico, sarebbe stato opportuno.
Anche i presidi da tempo avrebbero dovuto sapere di aver bisogno di spazi e gli enti locali avrebbero dovuto collaborare a questo scopo. Invece tutto sta avvenendo a macchia di leopardo. Là dove non si sono (ancora) trovate soluzioni, peggio per gli studenti (e le loro famiglie), con la ministra che se ne lava le mani scaricando la responsabilità solo sul livello locale. Come se non fosse la garante ultima del diritto all'istruzione. L'incertezza sulla ripresa non è dovuta solo alla ripresa del contagio che si sarebbe dovuto e potuto controllare meglio. Anzi c'è il rischio che si utilizzi questo per nascondere l'impreparazione.
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