di Alberto Infelise e Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 21 agosto 2020
Dalla Libia si continua a partire, anche se in questo caso i migranti oltre che in Italia possono finire pure a Malta. Un flusso che, tra alti e bassi, va avanti ininterrottamente da anni ma che in questi ultimi mesi è meno intenso: secondo molti osservatori a causa dell'emergenza Covid, secondo altri proprio perché, come hanno accertato i pm, alcuni trafficanti hanno trasferito oltre il confine con la Tunisia i loro affari.
In Libia ci sono le organizzazioni criminali di trafficanti più pericolose, i sovraffollati centri di detenzione dello Stato e le terribili "connection house" degli organizzatori delle traversate, uomini senza scrupoli spesso annidati nell'organizzazione del Paese, milizie guidate da persone ricercate in mezza Europa che in Libia agiscono indisturbate, a volte dall'interno della stessa Guardia costiera: uomini che prima mettono in mare su barche e gommoni decine di migranti e poi li vanno a riprendere al largo con le motovedette donate dall'Italia, con le buone o, molto più spesso, con le cattive.
Almeno settemila le persone riportate indietro solo quest'anno, secondo l'Oim. A volte, come accaduto lunedì 17, le imbarcazioni in avaria non vengono soccorse in tempo e i migranti muoiono annegati: l'altro giorno hanno perso la vita 45 delle 82 persone, 5 erano bambini, che erano su un gommone. Per le associazioni umanitarie è il naufragio più grave avvenuto nel 2020. Da inizio anno l'Oim calcola almeno 302 morti su questa pericolosa rotta.
Se poi le barche di disperati riescono ad allontanarsi dalle coste libiche, ben più distanti da quelle dell'Europa di quanto non siano quelle tunisine, e a finire nelle zone Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) di competenza di Paesi europei, Italia e Malta anzitutto, può accadere anche l'inverosimile. È della scorsa primavera la denuncia di alcune associazioni umanitarie che hanno documentato alcune azioni di "respingimento" da parte delle autorità maltesi, con i migranti riportati in Libia, agevolando l'attività della Guardia costiera libica e perfino mettendo su una piccola flotta di finti pescherecci che, una volta presi a bordo i migranti, li ha riportati in Libia invece di sbarcarli a Malta. Rivelazione che ha messo in seria difficoltà il governo della Valletta e ha determinato l'apertura di una inchiesta della magistratura.
Quella dei respingimenti è una pratica vietata dalle norme internazionali e più volte denunciata dall'Unhcr e anche dall'Oim, l'organizzazione per le migrazioni delle Nazioni unite che nei giorni scorsi ha calcolato quanti migranti quest'anno sono stati intercettati in mare e riportati indietro dalla Guardia costiera libica, 6989: "La maggior parte di questi migranti finisce in stato di detenzione. Alcuni sono dispersi. È urgentemente necessaria un'azione europea per porre fine ai rimpatri in Libia", ha detto l'Oim.
Anche l'Italia, stando a diverse denunce, non sarebbe immune da certe pratiche; non è più da tempo un mistero che ai numeri di telefono della Guardia costiera libica per anni abbiano risposto militari della Marina italiana a bordo di una nave ancorata a Tripoli. E d'altronde, di fondi italiani alla Libia ne arrivano tanti, proprio per contrastare l'immigrazione clandestina.
Appena un mese fa, il 16 luglio, la Camera ha approvato il rifinanziamento delle missioni internazionali, compresa quella in Libia, che il 7 luglio aveva già avuto il sì del Senato. Alla Libia arriveranno 58 milioni di euro: 10 milioni, tre in più dello scorso anno, sono proprio per la missione bilaterale di formazione, addestramento e assistenza alla Guardia costiera libica, una cifra che porta a 22 i milioni la spesa affrontata da Roma per questo delicato settore da quando, nel 2017, fu firmato il memorandum Italia-Libia.
La "rotta balcanica" - Da qualche mese a questa parte, gli arrivi in Italia - meglio sarebbe dire i "transiti" per l'Italia - avvengono anche dalla "rotta balcanica", quella via terra che parte da Siria, Turchia e Grecia e arriva fino al confine di Gorizia. Nulla a che vedere con i numeri molto alti del 2015 ma le continue "restituzioni" alla frontiera friulana con la Slovenia, queste sì ammesse dai trattati Ue (in particolare, lo prevede quello di Dublino), dicono che quella rotta si è rianimata.
Migliaia di migranti sono segnalati ammassati a Bihac e Velika Kladusa, due località all'estremo Nord Ovest della Bosnia-Erzegovina al confine con la Croazia, da sempre considerate "terminal" per chi vuole entrare in Europa. E in Macedonia del Nord è stato imposto lo stato di emergenza per un mese nelle regioni a Nord e a Sud del Paese, ai confini con Grecia e Serbia. In Italia, governatori e sindaci del Nord Ovest da settimane lamentano una situazione che va peggiorando. E d'altronde, basta andare dall'altra parte del Nord Italia, al confine italo-francese di Ventimiglia, per avere le conferme. "La maggior parte di chi arriva qui e vuole andare in Francia - dice Simone Alterisio, che lì coordina un progetto migranti per la chiesa valdese - e che resta in attesa sotto i ponti del fiume Roja, arriva dalla rotta balcanica".
Anche i tunisini che sbarcano a Lampedusa hanno in mente la Francia, o un altro Paese francofono. Ma prima devono poterci arrivare, al confine di Ventimiglia: la crisi sanitaria del Covid li costringe a restare chiusi sulle navi noleggiate dal governo o nelle strutture di accoglienza, per trascorrere la quarantena. Poi, legalmente, dovrebbero chiedere asilo (che quasi certamente verrebbe respinto dato che sono migranti economici) ma non lo fanno proprio perché vogliono andare altrove.
Il risultato è che in tanti si aggirano per il Paese in clandestinità e che, se anche poi riescono ad attraversare il confine grazie a "passeur" a pagamento o a qualche ora di distrazione della polizia francese, spesso vengono bloccati a Mentone, e perfino nella più lontana Nizza, come accaduto qualche settimana fa a una famiglia, e restituiti all'Italia attraverso il varco di Ponte San Luigi.
Da un mese, il numero giornaliero di chi è rispedito in Italia è aumentato dai "soliti" 40-50 ad oltre cento. Loro, poi, ci riproveranno ancora e ancora, ma l'effetto è che restano clandestini e dunque più difficilmente controllabili. Molti rimangono in attesa a Ventimiglia, in condizioni molto disagiate e senza assistenza se non quella della Caritas, dei Valdesi e di qualche altra associazione, soprattutto da quando lo scorso luglio, complice l'emergenza Covid, il campo della Croce Rossa attivo da anni è stato smobilitato e chiuso.
I decreti Salvini e la sanatoria - Quello della clandestinità di molti migranti arrivati in Italia nell'ultimo anno è un problema che si è aggravato. "I decreti Salvini hanno reso tutto più difficile - dice l'avvocato Rosa Emanuela Lo Faro che a Catania assiste legalmente decine di migranti e anche alcune Ong. Di fatto non c'è più l'accoglienza perchè non ci sono più i permessi di soggiorno. Allo scadere, i migranti si sono ritrovati nella situazione o di dover chiedere un permesso umanitario che quasi sempre le Commissioni rifiutano o un permesso di lavoro, ostacolato spesso dagli stessi datori di lavoro.
Ci sarebbe anche il permesso di un anno per cure mediche e pure quello per calamità, come per il Covid, ma nonostante le richieste è stato applicato davvero molto poco". L'avvocato Lo Faro cita poi un caso limite, come quello della chiusura del Cara di Mineo: "In molti sono finiti nelle baraccopoli della Puglia e sono in mano ai caporali".
La sanatoria varata dal governo durante l'emergenza pandemia non sembra incidere più di tanto. Delle 600 mila domande che ci si attendeva, al 31 luglio scorso ne sono state presentate 148.594, solo una minima parte (19.875) riguarda lavoratori dell'agricoltura e della pesca, il resto (128.179) sono lavoratori domestici anche se, analizzando i Paesi di provenienza, probabilmente molti sono finti colf e badanti. La sanatoria sembra aver attirato anche migranti da oltre confine, spesso proprio dalla Francia, se è vero che l'ufficio immigrazione della polizia di Ventimiglia da alcune settimane registra un fenomeno relativamente nuovo: l'aumento delle "restituzioni" dall'Italia alla Francia, secondo quanto previsto dal Trattato di Dublino sul Paese di primo ingresso.
Chi arriva e chiede asilo, va nei centri di accoglienza e nei centri della rete Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati, gli ex Sprar) sparsi per il Paese in attesa che la propria posizione venga esaminata. Al momento sono 86 mila (fonte Viminale).
A differenza degli hotspot, dove i migranti vengono identificati e dove restano solo il tempo necessario al loro trasferimento e sono quasi tutti in Sicilia, le altre strutture si trovano principalmente al Centro-Nord. La Regione che ospita più richiedenti asilo è la Lombardia, con 11 mila persone, il 13 per cento del totale, seguita dall'Emilia Romagna con 8691 (10%) e da Lazio e Piemonte rispettivamente con 8112 e 7864, ciascuna con il 9% del totale.
Le Ong - Al momento, comunque, di navi Ong nel Mediterraneo centrale non ce n'è nessuna, o perché in manutenzione o perché sotto sequestro. Per ultima è toccato alla Ocean Viking di Sos Mediterranee che, come la Sea Watch 3, è a Porto Empedocle; entrambe le navi sono state fermate dalla Guardia costiera per "gravi irregolarità" a bordo, dopo una missione di salvataggio e i 14 giorni di quarantena. La nave Mare Jonio della Ong italiana Mediteranea saving humans è ad Augusta, dissequestrata già da sei mesi ma in attesa di completare dei lavori e di imbarcare un nuovo equipaggio.
Le navi Open Arms, dell'omonima Ong catalana, Aita Mari della basca Salvamento maritimo humanitario e Alan Kurdi della tedesca Sea-eye sono ferme in Spagna. Le prime due hanno potuto raggiungere il loro porto di destinazione grazie a una sorta di salvacondotto delle autorità italiane che, dopo averle fermate a Palermo, lo scorso giugno hanno consentito il solo trasferimento in Spagna. Nel giorno di Ferragosto è partita dal porto spagnolo di Burriana, ormai divenuto il rifugio principale delle Ong, la Sea Watch 4, nave molto più grande della "3" e per la quale la Ong tedesca ha appena raggiunto un accordo di collaborazione con Medici senza frontiere che, fatti scendere i suoi team dalla Ocean Viking all'inizio dell'estate, adesso li fa salire sulla nuova nave tedesca; arriverà nel mare davanti alla Libia entro domani.
Il 18 agosto è salpato da Badalona, a nord di Barcellona, anche Astral, il veliero di Open Arms che naviga a supporto della nave principale. C'è infine la Iuventa, della Ong di Berlino Jugend Rettet, sotto sequestro a Trapani da tre anni, al centro di una delle più clamorose inchieste sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina che però sembra ormai ferma.
Come ferme o quasi risultano anche le altre inchieste, a partire da quella di Catania che tanto scalpore fece nel 2017: "Dei 18 filoni d'inchiesta aperti nei confronti delle Ong tra aprile 2017 e oggi - scrive l'Ispi nel suo rapporto - cinque sono stati archiviati, mentre dei 13 rimanenti nessuno è ancora giunto in tribunale (quelli attivi sono dunque tutti ancora fermi alle indagini preliminari)".
di Cosimo Damiano De Matteis
gnewsonline.it, 21 agosto 2020
Il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha annunciato nei giorni scorsi sul suo profilo Facebook il rinnovo della Convenzione per l'impiego dei detenuti in lavori socialmente utili, stipulata con il Tribunale Ordinario di Roma. In base all'accordo 57 detenuti potranno essere impiegati nella manutenzione delle zone verdi della Capitale e, soprattutto, in compiti di archiviazione, accoglienza e promozione all'interno delle Biblioteche di Roma.
Questo tipo di iniziative permette al detenuto-lavoratore di acquisire competenze che potranno essere utili in vista del suo reinserimento sociale al termine della pena. E, tra gli esempi più virtuosi di protocolli tra amministrazioni locali e il Ministero, va segnalato tra gli altri l'accordo tra il Comune di Verona e il Tribunale locale in cui i detenuti vengono impiegati in attività all'interno di musei, biblioteche e nel settore sportivo. Iniziative analoghe si registrano anche a Genova, Livorno, Napoli, Padova, Palermo, Potenza, Siena e Torino.
A Roma da anni ai detenuti del carcere di Rebibbia è data la possibilità di impegnarsi in attività di giardinaggio, manutenzione del verde (lo hanno fatto anche nei giardini accanto al Quirinale per poi essere ricevuti dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella) e del manto stradale in diverse aree della periferia. Nel giugno dell'anno scorso, come primo consuntivo del progetto "Mi riscatto per... ", diversi sindaci - tra questi Virginia Raggi e Leoluca Orlando - avevano espresso giudizi estremamente positivi sulla valenza sociale di queste attività.
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 21 agosto 2020
L'obbligo di quarantena dovuto alla pandemia complica l'accoglienza dei migranti, sempre più giovani, che continuano ad entrare in Friuli Venezia Giulia, ora più a nord, nell'udinese, per evitare il respingimento immediato in Slovenia che scatta inevitabile al confine di Trieste o Gorizia.
Non si può dire che non sia un problema. Difficile affermare, però, che non esistano spazi per gestire almeno il periodo di quarantena. La scorsa settimana il sindaco di centro-destra di un paesino in provincia di Udine, Gonars, si è fatto vedere in parecchie televisioni mentre contestava con toni drammatici l'assenza del governo: nella sua cittadina erano stati rintracciati dieci ragazzi, registrati come minori dalla polizia, e lui non sapeva dove metterli. Dieci degli 800 entrati in regione dall'inizio dell'anno.
Il sindaco aveva fatto sapere che li aveva rifocillati a spese sue, che era "diventato matto" un'intera notte per trovare dove farli stare confinati e che li avrebbe portati personalmente a Roma se qualcuno non li portava immediatamente via dal suo paese. Lo stesso giorno, una telefonata dal ministero dell'Interno gli aveva fatto sapere che c'era disponibilità ad accoglierli a Bologna e lui aveva dichiarato tutta la propria soddisfazione sui social. Poi, questo dettaglio gli è evidentemente uscito di mente.
Tant'è che ha preso il pulmino del comune, ci ha fatto salire il capo della polizia locale e cinque migranti e ha dichiarato al mondo che li avrebbe scaricati a Palazzo Chigi perché "sto meno a fare la strada fino a lì che a trovare un luogo di accoglienza in Friuli". Ed è partito, infatti, pieno di determinato furore, per poi invertire la rotta a Sasso Marconi: "Ho avuto assicurazione dal ministero che saranno alloggiati a Bologna. La mia protesta è servita! Ora bisogna ripristinare le frontiere".
Tutto contro il governo romano incapace, assente, colluso. Ma non sono forse le regioni titolate a intervenire per supportare i comuni nella gestione dei minori migranti? Risulta così, tant'è che ventotto sindaci di centro-sinistra hanno voluto sottoscrivere una dichiarazione pubblica: "Basta utilizzare l'immigrazione come tema elettorale di scontro con il governo. La Regione lascia soli i comuni nell'emergenza e così aumentano il malcontento ed il rischio sanitario". "L'Amministrazione regionale - scrivono i 28 sindaci- non si occupa in alcun modo di fare la sua parte nel reperire strutture in cui i minori non accompagnati possano fare la quarantena. Questa Regione ha smantellato il sistema di accoglienza diffusa, togliendo tutte le risorse, dopo che l'allora ministro Salvini aveva posto paletti economici e operativi insostenibili per gli enti gestori. Ammassare un numero spropositato di persone nei grandi centri, sapendo che prima o poi sorgeranno problemi, favorisce il malcontento della popolazione e diventa funzionale ad un clima di paura". Bastano le detenzioni bestiali all'ex caserma Cavarzerani a Udine o al Cpr di Gradisca, per capire quanto è vero.
I 28 ne hanno anche per il sindaco di Gonars: "L'irresponsabilità di manifestazioni carnevalesche che non rispondono al rispetto delle istituzioni è molto rischioso e un'azione come quella compiuta da un singolo sindaco friulano, di esclusivo impatto mediatico, non ha portato a nessun risultato concreto creando solo un inutile polverone".
L'assessore regionale leghista alla sicurezza ha subito dichiarato che la cosa più urgente da fare è modificare la legge che impedisce il rimpatrio dei minori non accompagnati. Nessun commento dal presidente Fedriga, mentre lunedì è prevista la visita a Trieste della ministra Lamorgese che incontrerà anche alcuni sindaci. Sarà un bel dibattito, chissà.
di Enrico Franceschini
La Repubblica, 21 agosto 2020
La Russia ha usato il veleno a più riprese negli ultimi anni. Se vi ha fatto di nuovo ricorso ora è per cautelarsi da proteste simili a quelle di Minsk. L'avvelenamento è un metodo di assassinio che evoca tempi lontani come le congiure dei Borgia, ma la Russia lo ha riportato d'attualità usandolo almeno due volte in poco più di un decennio, in particolare per cercare di eliminare all'estero, in Inghilterra, dissidenti o "traditori", così li ha chiamati Vladimir Putin, in entrambi i casi ricorrendo spregiudicatamente ad armi non convenzionali: polonio radioattivo e gas nervino.
È possibile che ora vi abbia fatto di nuovo ricorso, stavolta in patria, per colpire il più noto leader dell'opposizione, Aleksej Navalnyj, in coma dopo avere bevuto una tazza di tè all'aeroporto prima di un volo interno dalla Siberia a Mosca. Le circostanze restano da chiarire, ammesso che ci sia la volontà di farlo. Ma un elemento rappresenta come minimo una coincidenza sospetta: la crisi in Bielorussia.
Le massicce manifestazioni di protesta e gli scioperi nelle fabbriche a Minsk, come risposta alla rielezione chiaramente fraudolenta di Aleksandr Lukashenko nelle presidenziali che lo opponevano a Svetlana Tikhanovskaja, rappresentano per Putin un dilemma di non facile soluzione. Rispondere con la forza, inviando l'esercito russo a ristabilire l'ordine, come fece l'Armata Rossa sovietica a Budapest e a Praga all'epoca della guerra fredda, è rischioso: non solo per le ripercussioni internazionali da parte dell'Occidente, ma per l'incertezza sull'esito di una repressione militare di fronte a una nazione intera che si ribella contro un tiranno.
L'impopolarità di Lukashenko è talmente evidente che il capo del Cremlino si è finora astenuto dall'esprimergli personalmente sostegno. E la Bielorussia non è l'Ucraina, dove il 40 per cento della popolazione è russofona, la Crimea fu regalata a Kiev da Kruscev come gesto simbolico di fratellanza fra popoli socialisti e le sirene della Ue facevano temere un passaggio formale nello scacchiere occidentale.
Ma anche lasciare che gli eventi facciano il loro corso, assistendo senza reagire a un'eventuale caduta di Lukashenko, comporta dei rischi per Putin: l'esempio venuto dal proprio vicino di casa, con il quale sperava di ricomporre, insieme a una parte dell'Ucraina, quella "unione slava" che costituiva il cuore dell'Urss, potrebbe contagiare la Russia. Se una pacifica rivolta popolare può fare crollare un regime quasi trentennale a Minsk, lo stesso potrebbe accadere a Mosca a un regime in carica da vent'anni e avviato a rimanerci, dopo la recente riforma costituzionale, per altri sedici.
Nell'incertezza su come comportarsi in Bielorussia, dove il braccio di ferro continua, la priorità per Putin potrebbe essere cautelarsi in Russia, distruggendo il potenziale oppositore in grado di apprendere e imitare la lezione di Minsk. Un'azione preventiva, per disfarsi di Navalnyj e ammonire i suoi seguaci che a fare cadere Vladimir Vladimirovic non basterebbe una "rivoluzione di velluto". In modo che, qualunque sia la sorte di Lukashenko, a condizione di una "non ingerenza" occidentale già richiesta a Merkel e Macron, il capo del Cremlino salvi almeno la faccia e, cosa che più conta, il posto. Neanche questo è tuttavia garantito.
Proprio quando credeva di avere vinto, Putin si trova davanti a un bivio pericoloso. I prossimi giorni diranno se Navalnyj si riprenderà, se è stato avvelenato e se c'entra la crisi bielorussa. Un indizio è un indizio, insegna Agatha Christie, due sono una coincidenza, ma tre fanno una prova. In un caso come questo il polonio nel tè o il gas nervino nel profumo potrebbero davvero diventare la versione russa del famoso "arsenico e vecchi merletti".
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 21 agosto 2020
In Mali il primo golpe dell'era Covid. La pandemia ha messo in evidenza disuguaglianze sociali e fallimenti dei governi, alimentando la rabbia popolare. Ma è più facile rimuovere vecchi regimi corrotti che sostituirli con qualcosa di nuovo.
In Mali si è consumato il primo colpo di stato al tempo del coronavirus. Certo le ragioni che hanno portato a estromettere il presidente Keïta e il suo governo precedevano di gran lunga l'arrivo della pandemia. Il Paese ai piedi del Sahara, tra i più poveri al mondo, è noto da anni per la sua instabilità politica e la grave insicurezza per i frequenti attacchi terroristici e i conflitti intercomunitari. Il virus ha quindi piuttosto fatto da detonatore di una crisi già in atto, come del resto accaduto in altre zone del mondo: dal Libano, dove il premier si è dimesso su pressioni della piazza dopo la tragica esplosione al porto di Beirut, alla Bielorussia dove i manifestanti chiedono il passo indietro del presidente-dittatore. La paura dei contagi non ha fermato le proteste nemmeno in Tailandia e negli Stati Uniti, con migliaia e migliaia di persone mobilitate.
In Mali era da mesi che montava lo scontento popolare verso un presidente che si era insediato dopo un golpe, nel 2012, con la promessa di liberare il Paese dalla morsa degli estremisti islamici, dare pace e rimettere in sesto l'economia. La tensione è salita lo scorso marzo quando, nonostante il lockdown, Keïta ha voluto comunque che si svolgessero le elezioni parlamentari.
Il rapimento del leader dell'opposizione durante la campagna elettorale prima e poi l'annullamento del risultato in una trentina di collegi da parte della Corte costituzionale hanno acceso rabbia e proteste, poi degenerate a luglio negli attacchi al Parlamento e alla tv nazionale: tre giorni di disordini civili con una decina di morti. Le restrizioni imposte per la prima volta a marzo hanno portato a un'ulteriore devastazione economica di quello che era già uno dei paesi più poveri al mondo. Senza peraltro arginare la crescente ondata di violenza di matrice jihadista e intercomunitaria, nonostante la presenza di oltre 4500 militari francesi e circa 13 mila peacekeepers dell'Onu.
Non stupisce così che molti dei manifestanti che da mesi scendono in piazza a Bamako chiedendo la cacciata di Keïta in nome di un maggior benessere e la fine delle violenze abbiano dato il benvenuto al colpo di stato militare. In realtà, avverte anche il Washington Post, questo golpe potrebbe ostacolare il raggiungimento di entrambi gli obiettivi nel breve periodo.
Gli analisti mettono in guardia che questo colpo di mano - condannato da più parti: Unione Africana, Nazioni Unite, Ue e leader europei, prima di tutti il presidente francese Macron - potrebbe danneggiare il commercio d'oro, asset dell'economia maliana, più di quanto abbia fatto finora il coronavirus: Parigi potrebbe essere riluttante a lavorare con chi ha cacciato un alleato chiave; le leggi Usa vietano espressamente di aiutare governi post golpe.
Insomma la pandemia ha messo in evidenza le disuguaglianze sociali e le inadeguatezze, i fallimenti di molti governi. Ma sembra più facile rimuovere vecchi regimi corrotti che sostituirli con qualcosa di nuovo.
focusonafrica.info, 21 agosto 2020
Stando a quanto annunciato il 15 agosto dal ministero dell'Interno egiziano, il 22 agosto dovrebbero riprendere le visite e le comunicazioni telefoniche tra le famiglie e i detenuti. Tantissime famiglie tireranno un sospiro di sollievo, dopo oltre cinque mesi trascorsi con scarse se non nulle informazioni sulla salute dei loro cari.
Le visite saranno sottoposte a una serie di restrizioni: ogni detenuto potrà incontrare un solo visitatore per 20 minuti al mese e le visite dovranno essere prenotate in anticipo. Ufficialmente, queste limitazioni sono motivate dalla necessità di contrastare la pandemia da Covid-19 ma va sottolineato che nei mesi scorsi nessuna misura particolare (se non un limitato decongestionamento, che non ha comunque risolto il problema del sovraffollamento) è stata presa per evitare che la pandemia irrompesse nelle prigioni del paese, causando morti tra i detenuti e il personale interno.
Vi è poi il forte sospetto che le visite non riprenderanno per tutti. Per prenotare le visite, il ministero dell'Interno ha pubblicato i numeri telefonici dei centralini di 44 prigioni: dall'elenco sono escluse le famigerate sezioni di massima sicurezza Tora 1 (nota come "Lo scorpione") e Tora 2, dove tantissimi difensori dei diritti umani, attivisti, dissidenti, giornalisti e avvocati sono detenuti per false accuse di terrorismo. Quando i parenti dei detenuti di Tora, recuperato il numero di telefono, hanno chiesto informazioni, la direzione del centro penitenziario ha risposto di non aver ricevuto alcuna istruzione per far riprendere le visite familiari.
Del resto, il diniego di visite ai parenti in carcere vige per molti detenuti da ben prima dello scoppio della pandemia, in molti casi da anni. Ad esempio, l'avvocata per i diritti umani Hoda Abdelmoniem non riceve visite in carcere dal 2 novembre 2018, ossia dal giorno dell'arresto. Essam el-Erian, vicepresidente del Partito giustizia e libertà affiliato alla Fratellanza musulmana, è deceduto in carcere il 13 agosto, in circostanze tutte da accertare, senza poter avere da marzo contatti telefonici o epistolari con la sua famiglia.
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 21 agosto 2020
Il ragazzino canta in inglese ed è diventato famoso su Youtube. In questi giorni i palestinesi sono senza gas e luce dopo che Hamas ha ricominciato il lancio di aquiloni con bombe incendiarie. I suoi primi giorni di vita sono stati i ventidue di guerra tra Israele e Hamas nel gennaio del 2009. Così adesso che di anni ne ha 11 canta: "Il primo suono che ho sentito è stato uno sparo. Con il mio primo respiro ho assaggiato la polvere da sparo". Abdel-Rahman Al-Shantti inanella parole alla velocità delle raffiche di mitra eppure le sue canzoni - spiega - vogliono promuovere la pace. A rappare (e a farlo in inglese) ha imparato da solo ascoltando Eminem, Tupac Shakur, Dj Khaled.
A differenza dei suoi idoli non indossa catene d'oro e giubbotti di pelle: i video che su Youtube lo hanno reso famoso fuori dalla Striscia lo riprendono con indosso la camicia azzurra e i pantaloni blu scuro, la divisa della scuola media che frequenta. Si considera il "messaggero di Gaza" - dal titolo di una sua canzone - perché "sono qui per dirvi che la nostra esistenza è dura. Abbiamo strade distrutte e bombe nei cortili".
In questi giorni anche case senza luce. Le scorte di gasolio che fanno girare l'unica centrale elettrica del corridoio di sabbia stretto tra Israele, l'Egitto e il Mediterraneo sono ridotte al minimo. L'energia distribuita è razionata a quattro ore al giorno, ben pochi dei 2 milioni di abitanti possono permettersi un generatore privato.
Il governo israeliano ha deciso di ridurre la quota di carburante che lascia entrare per spingere i capi di Hamas a riportare l'ordine sul confine: da qualche settimana i miliziani hanno ricominciato il lancio di aquiloni e palloncini con attaccate bombe incendiarie. Il caldo di agosto, il vento e la siccità fanno il resto: i campi dei villaggi attorno a Gaza prendono fuoco, gli interventi di esercito e pompieri sono decine al giorno.
I fondamentalisti che spadroneggiano sulla Striscia dal 2007 - ne hanno tolto il controllo con le armi all'Autorità palestinese - vogliono alzare la pressione (anche con i lanci di razzi) per ottenere concessioni dal premier Benjamin Netanyahu. Yahiya Sinwar, il leader dell'organizzazione, scommette di riuscire a ottenere il via libera a più valigie - e con più dollari dentro - che ogni mese l'ambasciatore del Qatar consegna dall'altra parte del reticolato.
L'aviazione israeliana ha risposto agli attacchi colpendo le postazioni di Hamas. Come sempre sono intervenuti gli egiziani per negoziare un ritorno alla calma. Gli analisti sono convinti che nessuno dei due contendenti sia pronto a un'altra guerra: Gaza è per ora rimasta protetta dalla pandemia e Hamas sembra più preoccupata a mantenere immuni i 365 chilometri quadrati di territorio, chiunque abbia incontrato martedì i mediatori arrivati dal Cairo è stato costretto all'isolamento. Netanyahu vuole capitalizzare i progressi diplomatici dopo l'annuncio dell'accordo con gli Emirati Arabi Uniti e un conflitto con i palestinesi di Gaza rischierebbe di far saltare le trattative con altri Paesi del Golfo.
di Yurii Colombo
Il Manifesto, 21 agosto 2020
Il blogger e politico liberal e anti-corruzione russo era in volo verso Mosca. Non si conoscono ancora i risultati dei test tossicologici. Alexey Navalny, il celebre blogger liberal-populista moscovita sta lottando tra la vita e la morte in un ospedale di Omsk - nella Siberia centrale - dopo aver perso conoscenza durante un volo di linea Tomsk-Mosca ieri mattina all'alba. Dopo che il velivolo ha effettuato un atterraggio di emergenza, il politico russo è stato ricoverato in rianimazione dove gli è stato diagnosticato uno stato di coma mentre la respirazione gli viene garantita da un ventilatore polmonare.
Secondo i medici "si sta facendo di tutto per salvargli la vita" ma sui motivi del malore tardano ad arrivare le analisi tossicologiche. La sua addetta stampa Kira Yarmysh che viaggiava con lui è convinta che si tratti di avvelenamento e sostiene che gli sarebbe stato sciolto nel tè bevuto all'aeroporto prima di decollare. Una tesi, quella del tentativo di omicidio, avvallata dal giornale più influente dell'opposizione russa Novaya Gazeta e dai giuristi del Comitato anticorruzione, una front organization del partito di Navalny che chiedono l'immediata apertura da parte della magistratura di un'inchiesta penale per tentato omicidio.
Al contrario il canale Telegram Life Shot - come anche un'anonima fonte dell'agenzia ufficiale Tass - sostiene che l'attivista moscovita avrebbe bevuto alcoolici fino a tarda notte in un locale e poi ingerito anti-depressivi che avrebbero provocato il suo crollo fisico. Un'ipotesi respinta con sdegno dalla sua addetta stampa. La mancanza dei risultati delle analisi, le difficoltà create alla moglie giunta subito a Omsk, la massiccia presenza di addetti del Fsb in ospedale stanno facendo montare tensioni e illazioni di ogni tipo. Il medico di Navalny ha chiesto l'autorizzazione a trasportarlo con urgenza in una clinica specializzata a Stoccarda.
I motivi non sono strettamente legati alle cure più sofisticate che Navalnly potrebbe ricevere in Germania ma a tutela del fatto che non possano essere inquinate le possibili prove del suo avvelenamento. Tuttavia i medici in serata hanno respinto la richiesta parlando di "non trasportabilità del paziente". Il portavoce di Putin Dmitry Peskov, in mattinata aveva affermato che "se Navalny avrà bisogno di cure all'estero, le eventuali richieste saranno prontamente prese in considerazione dal Cremlino". Allo stesso tempo Peskov aveva affermato che essendo l'ipotesi dell'avvelenamento è ancora solo un'ipotesi era necessario attendere pazientemente i risultati del test.
Il braccio destro di Putin, dopo aver fatto i migliori auguri all'avversario ha dichiarato però che se verrà accertato l'avvelenamento la magistratura "aprirà sicuramente un'inchiesta". Ricordiamo che i servizi russi sono stati accusati nell'era Putin da parte della stampa internazionale e di alcuni governi di aver avvelenato due suoi ex agenti: nel 2006 Alexander Litvinenko e nel 2018 Sergey Skripal. E nel 2015, un altro politico dell'opposizione liberale è stato freddato da un commando omicida a pochi centinaia di metri dalla Piazza rossa.
Se dovesse essere accertato l'avvelenamento le ricadute politiche potrebbero essere devastanti e le voci e le ipotesi sui possibili esecutori e mandanti si moltiplicherebbero. Navalny è da sempre un politico molto controverso e discusso. Asceso alle cronache come uno dei leader delle proteste contro i brogli alle presidenziali del 2012 in una prima fase si posizionò vicino alle formazioni neofasciste e xenofobe della Russky Marsh che però ben presto rinnegò. Poi, grazie al profilo liberal e populista, ottenne nelle elezioni a sindaco di Mosca il 27% dei suffragi. Fu animatore delle manifestazioni nel centro di Mosca del marzo 2018 dove più di mille giovani vennero fermati e decine arrestati. Non fu ammesso come candidato per condanne penali alle presidenziali del 2018 per condanne considerate da molti osservatori prefabbricate.
Negli ultimi giorni, Navalny aveva visitato alcune città nella Siberia centrale e incontrato i candidati in corsa per le elezioni autunnali. Un programma fitto di comizi in una zona dove il blogger ha un seguito e dove il no al referendum costituzionale voluto da Putin è stato più alto della media nazionale. Il 15 agosto era arrivato a Novosibirsk, poi aveva raggiunto Tomsk. A settembre, in queste due città si terranno le elezioni dei parlamenti cittadini, a cui partecipano i rappresentanti del suo partito. In entrambe le regioni i suoi sostenitori sono registrati come indipendenti e puntano a raccogliere quella protesta anticentralista - che in alcuni casi si colora di ambientalismo - che sta infiammando le regioni oltre gli Urali. A Novosibirsk si candida il leader locale del suo partito Sergey Boyko e a Tomsk Andrey Fateev.
agenzianova.com, 21 agosto 2020
Almeno 27 persone, tra cui 12 guardie carcerarie, sono state arrestate in Somalia con l'accusa di contrabbando di armi in un carcere della capitale Mogadiscio. Lo ha annunciato in conferenza stampa il ministro della Giustizia somalo, Hassan Hussein, dopo che una squadra investigativa speciale ha terminato un'indagine sulla sommossa avvenuta la scorsa settimana nel carcere centrale di Mogadiscio, in cui sono morte almeno 15 persone.
Le armi sequestrate, ha confermato il ministro, sono state utilizzate nella sparatoria dopo essere sono state introdotte di nascosto nella prigione. Il primo ministro ad interim della Somalia, Mahdi Mohamed Guled, ha istituito una task force di cinque persone per indagare sulla rivolta di un gruppo di detenuti, ritenuti affiliati ad al Shabaab. Secondo le prime ricostruzioni, le violenze sono scoppiate dopo che uno dei prigionieri ha sfilato una pistola ad un guardiano del carcere e che un gruppo di detenuti ha fatto irruzione nell'armeria.
Le vittime sono morte in seguito ad un violento scontro a fuoco scoppiato tra gli agenti della sicurezza ed i detenuti del carcere di massima sicurezza, che ospita alcuni leader riconosciuti del gruppo jihadista al Shabaab. Per sedare la rivolta, le autorità hanno dispiegato un'unità speciale di polizia. Il direttore della prigione, il colonnello Adan Hussein Kulmiye, e il suo vice sono stati licenziati e in seguito arrestati. Nelle ultime settimane molti detenuti di al-Shabaab sono stati arrestati e rinchiusi nella struttura con processi svolti in tribunali militari in procedura accelerata.
di Costantino Ferrara*
Il Sole 24 Ore, 20 agosto 2020
Il primo luglio scorso il governo ha deciso di dare un concreto impulso alla fase 3 del post covid, con la quasi normalizzazione nel funzionamento di ristoranti, bar, pizzerie, prima sottoposti a rigidissimi paletti. A fronte di ciò, tuttavia, la cittadinanza non ha potuto ignorare (per usare un eufemismo) il fatto che, contemporaneamente, non si sia provveduto a regolare lo svolgimento dell'attività nei Tribunali e, in generale, dell'intero sistema giustizia, rimasto praticamente al palo.
- Riforma del Csm: le due cose che non convincono
- Quando il carcere uccide. Lesioni e mancanza di dignità nei penitenziari italiani
- Legge antiscarcerazione: Gianfilippi rimanda gli atti alla Consulta
- "I trafficanti di droga ora puntano al mercato dei beni sanitari"
- Così gli avvocati entreranno nel cuore pulsante del Csm










