ternitoday.it, 21 agosto 2020
Niente scambi di oggetti fra detenuti sottoposti al regime del 41bis, possono essere usati per lanciare messaggi all'esterno. Esponente della mafia presenta ricorso e vince. Secondo il ministero della giustizia, la regola introdotta nel 2009 che vieta lo scambio di oggetti - anche di natura alimentare - fra detenuti sottoposti al regime del 41bis, risponde alla ratio di "impedire posizioni di predominio tra i detenuti, evitando in modo assoluto che vengano occultati oggetti, beni o messaggi diretti a mantenere i contatti con il sodalizio criminoso".
Un provvedimento contro il quale il boss Carmelo Giambò, esponente della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto e pluripregiudicato, condannato per estorsione e omicidio e detenuto nella casa circondariale di Terni, ha presentato ricorso al tribunale di sorveglianza di Spoleto che a marzo del 2018 gli ha dato ragione.
L'ordinanza è stata impugnata dal ministero attraverso l'avvocatura di Stato sul presupposto che "lo scambio di generi alimentari infragruppo non realizzasse alcuna lesione del diritto dei detenuti sottoposti al regime del 41bis a fruire di una minima socialità con i compagni", ma anzi rispondesse proprio ai criteri per i quali il regolamento era stato introdotto.
A settembre del 2018, il tribunale di sorveglianza di Perugia ha rigettato il reclamo del ministero, sostenendo che "lo scambio di oggetti di modico valore, quali i generi alimentari pervenuti attraverso il circuito interno dell'istituto o con il cosiddetto pacco famiglia, non avrebbe potuto recare alcun vulnus alle esigenze sottese al regime differenziato; tanto più che gli scambi, quando erano ancora autorizzati secondo la normativa precedente, non avevano mai previsto la traditio diretta del bene tra un detenuto e l'altro, essendo inibito ai reclusi di portare con sé degli oggetti all'uscita della stanza detentiva; e sussistendo, in ogni caso, il filtro del controllo visivo quale ulteriore meccanismo a presidio di eventuali comunicazioni fraudolente".
corrieresalentino.it, 21 agosto 2020
Ieri mattina si è verificato l'ennesimo suicidio nel carcere leccese di Borgo San Nicola: un anziano detenuto, secondo alcune indiscrezioni che circolano, si sarebbe tolto la vita con un lenzuolo all'interno del bagno. "La perdita di una vita umana è la sconfitta di tutto il sistema carcerario-spiega il vicesegretario regionale e segretario provinciale Osapp, Ruggiero Damato-Ormai i problemi del carcere si incancreniscono sempre di più perché da troppi anni invece di affrontarli chi dovrebbe intervenire li ignora.
I suicidi sono anche un problema nelle file della polizia penitenziaria perché manca il supporto di figure professionali da affiancare ai poliziotti, uomini e donne, padri madri, mariti che vivono per tante ore della giornata (visto il ricorso continuo agli straordinari) la vita da reclusi. La carenza di personale sta facendo molti danni collaterali: la polizia penitenziaria non può tenere sotto controllo un carcere così grande e così popolato senza un numero ragionevole di agenti.
Ci trasciniamo dietro gli stessi problemi ormai da oltre un decennio, incluso quello della differenziazione dei detenuti (gente con reati minori mischiata a mafiosi: il risultato è che il carcere diventa fucina di nuovi criminali).
Tra rivolte e criminalità in crescita il sistema rischia di esplodere. Il sistema carcerario dev'essere riformato prima che sia troppo tardi, iniziando dalla custodia cautelare che dovrebbe essere strutturata sul modello americano (oggi, invece, gli innocenti finiscono nei giri dei criminali): bisogna differenziare per età e reati e prevedere di figure professionali tra la polizia penitenziaria per il trattamento dei detenuti".
L'Osapp combatte anche la battaglia per la nomina di un capo della polizia autonomo e coordinato con i direttori del carcere (che sono civili). "Il carcere per alcune personalità può essere devastante bisogna puntare sull'applicazione reale delle misure alternative alla detenzione - scrive Damato. Inoltre, la polizia penitenziaria deve avere voce nei comitati di ordine e sicurezza con un suo rappresentante.
È improcrastinabile una riforma strutturale della polizia penitenziaria sulla falsa riga di quella scritta da Gratteri quando era candidato alla guida del Ministero della giustizia". La polizia penitenziaria chiede una svolta da molto tempo e sottolinea anche il fallimento della sorveglianza dinamica, che si traduce in sorveglianza a distanza con meno personale, "quindi nel dominio di alcuni gruppi criminali interni al carcere e nell'incapacità di monitorare soggetti più fragili, che poi finiscono per suicidarsi".
di Riccardo Campolo
palermotoday.it, 21 agosto 2020
Un uomo di 45 anni si è tolto la vita approfittando del momento in cui il suo compagno di cella si trovava fuori per l'ora d'aria. Inutili i tentativi di rianimarlo da parte dei medici e dei sanitari del 118. Un altro suicidio in carcere. Un detenuto di 45 anni, Roberto Faraci, ieri si è tolto la vita impiccandosi all'interno della sua cella al Pagliarelli, l'istituto penitenziario di piazza Cerulli in cui era entrato da pochi giorni. A nulla è servito l'intervento dei medici e del personale del 118 che hanno tentato una serie di manovre per rianimarlo.
Ad accorgersi della tragedia che si stava consumando sarebbero stati altri detenuti lavoranti che hanno lanciato l'allarme. Secondo una prima ricostruzione il 45enne, originario della Provincia e coinvolto in una vicenda di maltrattamenti, avrebbe approfittato di un momento in cui si trovava da solo. Il suo compagno di cella infatti si trovava fuori per l'ora d'aria.
Appena una settimana fa un altro detenuto del Pagliarelli, dentro per stalking e maltrattamenti, si era suicidato. L'uomo già in passato aveva avuto problemi con la giustizia e per questo era finito precedentemente in carcere. Tornando a casa con la moglie e i figli sarebbero iniziati i problemi. Una storia di violenza domestica, con liti frequenti e minacce.
tusciaweb.eu, 21 agosto 2020
Impossibile che possa scontare la pena detentiva agli arresti domiciliari "posto che tutti i diretti familiari del detenuto, ivi compresi padre, madre e fratelli, risultano ristretti in carcere". Protagonista un esponente di spicco della criminalità pontina, Giuseppe Pasquale di Silvio, tra i 36 reclusi, 11 italiani e gli altri romeni, coinvolti nella maxirissa di Capodanno del 2014 nel carcere di Mammagialla, il cui bilancio fu di 12 feriti a coltellate, tra i quali uno degli agenti intervenuti, trasferiti a Belcolle a scaglioni, a bordo di altrettante ambulanze, il cui passaggio a sirene spiegate tra la Teverina e la Sammartinese non passò inosservato.
"Posto che tutti i diretti familiari del detenuto, ivi compresi padre, madre e fratelli, risultano ristretti in carcere", si legge nelle motivazioni della sentenza con cui la cassazione, lo scorso 17 luglio, ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza di Roma, il 21 gennaio 2020, ha rigettato la richiesta avanzata "per gravi motivi di salute psichiatrica" dai difensori.
Oltre a Giuseppe Pasquale Di Silvio, 32 anni, fu coinvolto nei disordini di Mammagialla anche il fratello Ferdinando alias "Pupetto", anche lui personaggio di spicco della malavita pontina. La posizione di Pupetto, giudicato "troppo pericoloso" per presenziare al processo assieme agli altri, come avrebbe voluto fare, è stata stralciata il 4 ottobre 2019, affinché possa essere giudicato a parte in collegamento video. Entrambi facevano parte della "banda" degli 11 detenuti italiani.
Giuseppe Pasquale Di Silvio, chiamato a scontare un cumulo di condanne dal tribunale di Latina e nel frattempo trasferito in un carcere capitolino, ha chiesto il differimento facoltativo della esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare da eseguirsi presso una struttura per trattamenti psichiatrici intensivi, ovvero presso il domicilio paterno con obbligo Dsm.
Ma lo scorso 5 ottobre - il giorno successivo all'apertura del processo di Viterbo per la maxirissa a Mammagialla - il tribunale di sorveglianza di Roma ha rigettato la richiesta. "Le sue condizioni di salute - si legge nell'ordinanza - risultano adeguatamente fronteggiabili nella sezione detentiva dei minorati psichici in cui si trova attualmente ristretto". Il magistrato di sorveglianza, con l'occasione, sottolinea il notevole profilo di pericolosità del condannato, richiamato nelle motivazioni della sentenza della cassazione.
Notevole profilo di pericolosità evidenziato dalla nota della questura di Latina del 7.6.19, che riferisce del suo inserimento con poteri sempre maggiori nell'omonima associazione di criminalità organizzata e della frequente irregolarità della sua condotta penitenziaria, caratterizzata dalla partecipazione ad una rissa aggravata con undici detenuti nel carcere di Viterbo e da due vicende durante la detenzione nel carcere di Velletri, per concorso in resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento oltreché per avere incitato i familiari durante un colloquio a commettere un attentato per dimostrare il potere criminale del clan di riferimento".
Il magistrato di sorveglianza concludeva definendo "impraticabile" anche l'ipotesi di detenzione domiciliare: "Posto che tutti i diretti familiari del detenuto, ivi compresi padre, madre e fratelli, risultano ristretti in carcere". Concorda la cassazione che, giudicando inammissibile il ricorso, ha condannato Di Silvio al pagamento delle spese processuali nonché a una sanzione pecuniaria di tremila euro.
di Orlando Bonserio
aostasera.it, 21 agosto 2020
La missione di Serenella con i volontari del carcere. Quella di Serenella Brunello, insegnante di lettere in pensione, con l'Associazione Valdostana Volontariato Carcerario è "un'esperienza eccezionale, incredibile" per combattere l'ignoranza. La racconta per la rubrica "Straordinaria quotidianità".
"Il loro desiderio è sempre stato quello di far arrivare fuori dal carcere le proprie parole e le proprie riflessioni sul loro vissuto, per una necessità umana ed esistenziale di comunicazione ma anche perché questo possa servire agli altri". Quella di Serenella Brunello, insegnante di lettere in pensione, con l'Associazione Valdostana Volontariato Carcerario (Avvc) è "un'esperienza eccezionale, incredibile".
Serenella fa parte della redazione di Pagine Speciali, un inserto del Corriere della Valle che dà voce ai detenuti, che riflettono sulla loro vita "prima", su quello che vivono in carcere, ma anche su temi più ampi. I volontari che hanno partecipato alla redazione sono, insieme a lei, Vilma Jacquin (deceduta a febbraio), Ettore Jaccod e Luciana Pramotton. La redazione ha interagito col gruppo lettura coordinato da Dina Squarzino.
"Essere messa di fronte alle loro problematiche di vita ma soprattutto alla loro umanità ha fatto saltare le mie presunte sicurezze iniziali. Stai lì a sentirli, e ti senti piccola piccola rispetto alla loro esperienza, all'elaborazione mentale e sentimentale alla quale sono arrivati e che ti arriva diretta al cuore".
"Ho iniziato a lavorare con l'Avvc nel 2012, sono arrivata un po' indirettamente per dare una mano ad un'amica che faceva con loro attività manuali artistiche", racconta. "L'esperienza mi interessava, ma quando ho saputo dell'esistenza della redazione ho capito che lì avrei avuto un ruolo più consono alle mie capacità. Ho conosciuto bene Vilma Jacquin, colonna portante della redazione e mancata a febbraio, e mi si è aperto un mondo: pensavo di arrivare lì per fare l'insegnante, spiegando ai detenuti come scrivere e come riordinare le idee per trasformarle poi in un articolo, ma in realtà c'è subito stato uno scambio molto ricco che mi ha fatto scoprire un'umanità ricchissima e capire tante cose. Ho a che fare con persone di estrazioni e provenienze diversissime, ma è impossibile spiegare la ricchezza della loro esperienza umana che sono in grado di esprimere, anche superando le barriere linguistiche".
Non sono solo gli episodi che raccontano, ma anche la modalità, tanto che se ne potrebbero creare dei racconti (ed a breve uscirà il libro Storie di marginalità e riscatto, a cura di Lindo Ferrari ed edito da END Edizioni). Serenella Brunello ha sempre lavorato nel sociale, facendo l'insegnante "di strada" nella Milano degli anni 70 fatta di (allora) nuove migrazioni dal Sud Italia, con mentalità, culture ed abitudini nuove. Proprio il suo ruolo nella scuola - "combattere l'ignoranza" è la sua missione, e durante l'incontro lo ripete più volte - l'ha portata a capire molte cose: "L'istituzione rischia di tenere i ragazzi in una bolla, ma confrontati con la vita reale riescono anche loro a tirare fuori delle parti di sé insospettabili. Le principali reazioni a Pagine Speciali si sono avute, oltre che con gli anziani, anche tra i giovani, così in varie scuole superiori e medie della media e bassa Valle abbiamo avviato dei progetti di incontri ma soprattutto uno scambio di corrispondenza tra studenti e detenuti, con dei risultati incredibili in termini di riflessioni".
Il 13 febbraio di quest'anno sul Corriere della Valle è uscito un numero speciale della rubrica, con la pubblicazione di questi scambi epistolari: "Un numero molto bello e ricco, senza frasi fatte o pregiudizi, ma con un confronto aperto su tanti argomenti. Detenuti, giovani e anziani hanno delle reazioni quasi "miracolose" se stimolati nella giusta maniera, dall'analfabeta che scrive un racconto presentato ad un concorso letterario, al vecchietto quasi in stato vegetativo che esprime riflessioni filosofiche, al ragazzino che dimostra una sensibilità ed un'umanità mai esternate. Queste esperienze mi hanno confermato che la lotta all'ignoranza non è fatta solo di proclami e programmi di intervento nelle scuole.
Certo, bisogna lavorare bene e coinvolgere ragazzi, ma non emergono le stesse reazioni che hanno quando sono confrontati con situazioni di vita reale". Questa missione ha orientato la vita di Serenella Brunello, come evidente dalle sue esperienze con gli anziani nelle case di cura, nel Gruppo Cultura di Chatillon o come attuale presidentessa del Circolo del Cardo: "Questo è il mio modo di intendere il volontariato. Come si lotta contro l'ignoranza? Intervenendo in situazioni in cui puoi trovare ascolto, collaborazione, voglia di fare. Bisogna stimolare la gente nel modo giusto per arrivare ad un cambio di mentalità".
Quello di dare voce ai detenuti è solo uno dei tanti campi d'intervento dell'Associazione Valdostana Volontariato Carcerario. "Tra soci sostenitori e persone operative siamo in molti, una cinquantina, e ci muoviamo su tantissimi fronti", illustra Serenella Brunello.
"C'è chi fornisce abiti e beni di prima necessità ai detenuti, chi si occupa della biblioteca con consigli di lettura, chi fa un gruppo di lettura collegato alla redazione, ma anche gruppi e cooperative che coinvolgono i carcerati nella lavorazione dell'orto, nell'apicoltura, nella produzione di biscotti, nel lavaggio delle lenzuola, nell'alfabetizzazione, nei corsi d'intaglio con opere vendute alla Fiera di Sant'Orso e alla Foire d'Eté". "In carcere ho capito che non sali in cattedra ad insegnare ai detenuti a vivere o pensare", conclude la sua riflessione. "Un conto è la cultura legata ai libri, un conto quella legata alle esperienze ed alle persone, alla vita vera, vissuta".
ansa.it, 21 agosto 2020
Il vice capo Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria Roberto Tartaglia ha visitato nel pomeriggio la Casa circondariale di Latina dove è stato accolto dalla direttrice Nadia Fontana e dal comandante di Reparto Pierluigi Rizzo. Tartaglia si è soffermato a parlare con il personale dell'Istituto, profondamente scosso dalla recente e traumatica perdita di due colleghi molto amati e di grande esperienza. Il personale ha anche rappresentato in maniera diretta e informale le condizioni di lavoro all'interno dell'Istituto.
"Viviamo in un momento in cui alle conseguenze, anche emotive, del lockdown, si aggiungono i problemi di sempre, ai quali tutti noi proviamo a dedicare ogni giorno il massimo impegno - ha dichiarato Tartaglia al termine della visita nel carcere di Latina - Ritengo importante, per questo, portare la vicinanza dell'Amministrazione al personale degli istituti, soprattutto di quelli, per vari motivi, più in sofferenza. Ho apprezzato molto il fortissimo senso di comunità trasmesso oggi dal personale di polizia penitenziaria in servizio nella casa circondariale di Latina, a maggior ragione in questo momento doloroso. Ed è lodevole che anche in una giornata come questa siano arrivati rilievi e indicazioni che ne confermano la grande competenza e la determinazione a superare questo difficile momento con la consueta professionalità".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 agosto 2020
Dopo il rigetto dell'istanza per i domiciliari ha attuato lo sciopero della fame e della sete il caso segnalato dall'associazione Yairaiha Onlus. C'è un detenuto, in attesa di giudizio, che ha la salute gravemente compromessa. Ha molte patologie e aveva chiesto i domiciliari in piena emergenza Covid-19, vista l'incompatibilità con il carcere riconosciuta dai medici.
Il gip del tribunale di Brescia, però, ha ritenuto che fosse compatibile e che il pericolo era evocato "solo in termini astratti". Il recluso, in attesa di giudizio, per protesta ha attuato lo sciopero della fame e sete e ora è in coma.
A portare alla luce questa grave situazione è l'Associazione Yairaiha Onlus che nella giornata di ieri ha segnalato il caso ai ministeri della Giustizia e della Salute, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, al garante regionale dei detenuti della Sicilia e a quello nazionale. Parliamo di Carmelo Caminiti, detenuto in attesa di giudizio presso la casa circondariale di Messina ed attualmente in coma presso l'ospedale Papardo nel reparto di rianimazione.
"Premesso che il sig. Carmelo Caminiti è stato arrestato dalla procura di Firenze a novembre 2017 - si legge nella segnalazione dell'associazione Yairaiha - a maggio 2018 gli vengono concessi gli arresti domiciliari per varie patologie (tra cui diabete, stenosi, canali atrofizzati e altre) per le quali gli è già stata riconosciuta invalidità civile; a novembre del 2018 viene arrestato nuovamente dalla procura di Reggio Calabria.
L'11 marzo 2019 gli arriva un mandato di cattura dalla procura di Brescia con le stesse accuse di Firenze. Viene trasferito al carcere di Messina al centro clinico". Durante l'emergenza Covid 19 gli avvocati presentano istanza in quanto soggetto a rischio. I tribunali di Firenze e Reggio Calabria, vedendo la relazione medica del dirigente sanitario del carcere di Messina riconoscono l'incompatibilità carceraria, ma il gip di Brescia - pur riconoscendo le sue gravi patologie - rigetta l'istanza, non concede gli arresti essendo un "soggetto pericoloso" ai sensi dell'articolo 7.
Ma la situazione si aggrava. I legali fanno ulteriori istanze per la concessione dei domiciliari. Il 30 maggio Caminiti inizia a fare lo sciopero della fame e sete perché si sente vittima di un sopruso. "I familiari erano molto preoccupati - scrive l'associazione Yairaiha Onlus - in videochiamata lo vedevano sempre più debole e malconcio. Il 27 luglio la direzione del carcere avvisano i familiari che il sig. Carmelo è stato ricoverato al reparto detenuti dell'ospedale Papardo di Messina. Il primo agosto al colloquio viene portato in carrozzina con un secchiello in mano per il vomito e faceva fatica a stare seduto".
I famigliari rifanno colloquio l'8 agosto e le condizioni risultano sempre più gravi: lo hanno visto che non si reggeva nemmeno da seduto, non ci vedeva più, la testa accasciata sul tavolo e vomitava. "Da premettere - segnala sempre l'associazione che i familiari avevano fatto richiesta alla Direttrice, informando anche il garante regionale, di poter fare colloquio in camera anziché nella sala colloqui per evitare di farlo alzare dal letto, ovviamente con tutte le precauzioni del regime carcerario ma non hanno ricevuto nessuna risposta. Nei giorni a seguire chiamavano in ospedale per avere notizie ma nessuno dava informazioni dicendo che non era un loro diritto".
L'11 agosto i familiari si recano a colloquio ma quando arrivano al reparto detenuti, la polizia penitenziaria comunica loro che Caminiti durante notte era peggiorato: entra solo il figlio e lo trova privo di conoscenza e con l'ossigeno. Sono rimasti fuori dal reparto fino alle 22 di sera senza poterlo vedere. Al ritorno a casa (vivono a Reggio Calabria), verso le 23, arriva la telefonata dalla dottoressa della rianimazione: comunica che Carmelo è entrato in coma.
L'avvocato ha presentato quindi un'altra istanza urgente, ricordando il rigetto delle istanze precedenti nonostante le documentate gravissime patologie che già presentava il detenuto. Ha ricordato come il Gup, motivando il mancato accoglimento dei domiciliari, scrisse che "il pericolo per la salute del detenuto in relazione all'emergenza sanitaria in atto è evocato solo in termini astratti". L'avvocato Italo Palmara del foro di Reggio Calabria, nell'istanza, ha anche fatto presente di aver conferito con la dottoressa, la quale ha definito la situazione "gravemente compromessa". Sono passati giorni e ancora non si conosce l'esito dell'istanza.
L'associazione Yairaiha Onlus, nella segnalazione alle autorità, riferisce le diverse domande poste dai familiari. "Perché - si legge - dal 30 maggio si è aspettato così tanto per portare il loro caro in ospedale? Perché gli agenti debbono entrare nel reparto privi degli adeguati dispositivi di protezione, ovvero con la sola mascherina e la divisa d'ordinanza anziché camici sterili? Si sottolinea che il sig. Carmelo è in coma, intubato e immobilizzato al letto, di quale pericolosità si parla a questo punto?".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 agosto 2020
Lo ha stabilito l'autopsia, che non ha riscontrato segni di percosse. Per ora c'è certezza che 5 delle nove morti tra i detenuti della rivolta al carcere Sant'Anna di Modena dell'8 marzo, sono decessi dovuti dall'overdose di metadone e psicofarmaci. Questo è ciò che risulta dai recenti referti dell'autopsia condotta dal professore Enrico Silingardi.
Non sono stati invece riscontrati segni di ecchimosi o lesioni interne ed esterne quindi non ci sono segni di percosse. Ma la vicenda non si chiude qui. Adesso si tratterà di capire come procederanno i due magistrati che seguono le indagini, ovvero Francesca Graziano e Lucia De Santis che stanno indagando sui tre filoni.
Per quanto riguarda i 4 deceduti nel trasporto in altri istituti che stavano già male per via del metadone, il procuratore aggiunto Giuseppe Di Giorgio ha confermato che sono in corso indagini, e nel caso di Sasà Piscitelli, 40enne detenuto e attore di teatro che è morto ad Ascoli due giorni dopo la rivolta, ha confermato che procede la procura marchigiana.
Si tratta infatti di ricostruire il complesso iter che ha portato Piscitelli dallo star male durante la rivolta alla presa in carico del personale in carcere. Andrà accertato se ci sia stato o meno il nullaosta della visita medica prima del viaggio sul furgone fino ad Ascoli, alla sua permanenza in cella in quel carcere al ricovero nelle ore più disperate prima del decesso. Una storia che però riguarda gli altri tre deceduti durante il trasporto nelle altre carceri. Un quesito posto da Il Dubbio fin dall'inizio, ripercorrendo i viaggi e le ore annesse per lo spostamento.
Resta aperta anche la questione delle denunce per percosse successivamente alla sedazione della rivolta. Due detenuti avevano infatti presentato esposti alla Procura di Modena denunciando di essere stati picchiati brutalmente dagli agenti.
A queste due denunce si aggiunge ora la lettera trovata dall'agenzia stampa Agi che verrà probabilmente acquisita nella quale si parlava di Piscitelli che veniva picchiato poche ore prima di morire, ma anche di altre percosse subite da altri detenuti e dall'autore stesso della lettera.
A questa lettera se ne affianca un'altra - sempre resa pubblica dall'Agi - di un altro detenuto proveniente da Modena e trasferito da un altro carcere, che in modo indipendente raccontava episodi analoghi, di essere stato spogliato e picchiato davanti a tutti e che i pestaggi sarebbero continuati anche durante il tragitto verso la destinazione con delle manganellate di agenti che avevano messo un passamontagna per non farsi riconoscere.
di Luca Visentin
Il Piccolo, 21 agosto 2020
Un progetto innovativo per rivitalizzare una delle zone di Cervignano spesso oggetto di atti vandalici e di deturpamento del patrimonio architettonico. Il muro del centro civico che si affaccia nello spazio verde antistante l'edificio della biblioteca, oggi pesantemente danneggiato, rinascerà artisticamente attraverso un grande murale realizzato dall'artista trevigiano Mattia Campo dall'Orto tra il 26 e il 30 agosto prossimi.
L'iniziativa fa parte del progetto "aPIEDElibero. Strategie creative di sopravvivenza alla lettura" condotto dalla cooperativa Itaca nell'istituto penale per i minorenni di Treviso, che ha coinvolto 18 giovani detenuti, impegnati a descrivere sentimenti ed emozioni attraverso attività di lettura e scrittura creativa. Il laboratorio, svoltosi tra dicembre 2019 e febbraio 2020 e condotto da due professionisti della cooperativa Itaca, ha offerto un'opportunità ai lettori giovani detenuti che andasse in direzione di sperimentare emozioni sentimenti attraverso i libri e la lettura ad alta voce. I materiali prodotti dai giovani sono stati utilizzati da Campo dall'Orto per dare forma a un libro d'artista che sarà diffuso gratuitamente online.
Il murale di Cervignano segue l'esperienza di Gradisca d'Isonzo dove l'artista veneto ha già realizzato un'opera nella corte interna di casa Maccari lo scorso luglio sul tema della scuola. A Cervignano il titolo dell'opera sarà "Acqua che scorre forever" e avrà come tema l'amicizia, argomento carico di significati per tutti i giovani che vogliono riscoprire la fiducia nel prossimo. Proprio grazie agli elaborati dei detenuti di età compresa tra i 14 e i 25 anni, durante i laboratori, nascerà questo grande disegno che ridarà decoro e senso estetico a tutta l'area.
L'opera si sposa col desiderio del Comune di riqualificare lo spazio adiacente la biblioteca Zigaina. L'assessora Alessia Zambon ha lungamente caldeggiato l'intervento: "Lavoriamo per la costruzione di una città felice e confortevole e le opere d'arte urbane contribuiscono a questo nostro disegno: escono dalle gallerie per raggiungere le piazze e i giardini pubblici concorrendo alla rigenerazione sociale architettoniche della città".
di Nello Scavo
Avvenire, 21 agosto 2020
In cinque giorni tre naufragi con decine di morti. Scontro di potere tra milizie libiche mentre l'Unione europea fa finta di niente, mentre le Ong fanno quello che possono per salvare vite. Non una, ma tre stragi di migranti in cinque giorni. La peggiore delle ipotesi si è materializzata quando le testimonianze dei superstiti e la comparazione delle posizioni dei barconi ha mostrato la presenza di più gruppi di fuggiaschi caduti in mare.
E confermato che almeno in un caso qualcuno ha sparato contro un gommone con la chiara intenzione di uccidere un gran numero di persone.
Avere conferme dalle autorità libiche è impossibile. Oim, l'agenzia Onu per le migrazioni, aveva spiegato che il 17 agosto "circa 37 sopravvissuti, principalmente da Senegal, Mali, Ciad e Ghana, sono stati soccorsi da pescatori locali e in seguito detenuti dopo lo sbarco". I superstiti "hanno riferito allo staff dell'Oim che altri 45, tra cui 5 bambini hanno perso la vita". Due giorni prima Alarm Phone aveva ricevuto e registrato un'altra richiesta d'aiuto.
I volontari del servizio telefonico di emergenza dopo varie chiamate avevano ascoltato le urla disperate. Il racconto dei sopravvissuti è filtrato attraverso le carceri libiche. Hanno raccontato di essere stati avvicinati da un motoscafo con cinque uomini armati a circa 30 miglia da Zuara. Hanno chiesto la consegna del telefono satellitare e del motore, con la promessa che li avrebbero trainati in salvo. Ma al momento di sganciare il motore sarebbe nata una colluttazione. Così dal motoscafo hanno sparato contro le taniche di carburante provocando un incendio e l'affondamento del gommone. Alla fine si conteranno oltre 40 morti annegati. Non è la prima volta che a Zuara le milizie, che fungono anche da polizia marittima e sorvegliano le piattaforme petrolifere, usano motoscafi veloci per colpire i migranti che si erano affidati ai trafficanti delle cosche concorrenti. Così sarebbero partiti dei colpi in direzione del gommone, facendo finire in acqua decine di persone.
Si tratterebbe, dunque, di episodi diversi avvenuti a due giorni di distanza. A cui se ne aggiunge un terzo, segnalato il 18 agosto e del quale le autorità libiche non forniscono dettagli. In quest'ultimo caso circa 100 profughi, in gran parte eritrei e sudanesi, sono caduti in acqua dopo che un tubolare è scoppiato. Un peschereccio libico avrebbe soccorso diversi superstiti, riportandoli a terra, ma non è ancora certo il numero dei dispersi né in quale campo di prigionia siano stati condotti.
"Rimane la continua assenza di un programma di ricerca e salvataggio dedicato e guidato dall'Ue. Temiamo che senza un aumento urgente della capacità di ricerca e soccorso, si rischiano altri disastri". Lo scrivono in una nota congiunta Unhcr-Acnur e Oim.
"Le navi delle Ong hanno svolto un ruolo cruciale nel salvare vite umane in mare nel mezzo della forte riduzione degli sforzi degli stati europeo", si legge ancora. Istituzioni a cui le agenzie Onu confermano il rimprovero finora inascoltato: "L'imperativo umanitario di salvare vite umane non dovrebbe essere ostacolato".
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