adnkronos.com, 24 agosto 2020
Si intitola "Il viaggio della speranza" ed è il racconto dell'VIII congresso di Nessuno tocchi Caino, la lega internazionale di cittadini e di parlamentari per l'abolizione della pena di morte nel mondo, che si è tenuto a Milano, nel carcere di Opera, lo scorso dicembre.
Il volume (ed. Reality Book) è stato distribuito agli iscritti dell'associazione ed è anche acquistabile sul sito: è un viaggio ideale che esplora la traversata dal dolore al cambiamento, che va a fondo nel sistema carcerario alla luce delle sentenze dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo.
Immagini, parole (una sessantina di interventi) e atti che raccontano le carceri italiane e le loro contraddizioni, una sorta di "non luogo" in cui "finiscono i diritti", nonostante il dettato dell'articolo 27 della Costituzione ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"). E sono testimonianze nelle quali ricorrono due motti: "nessuno tocchi Caino", che dà il nome all'associazione, e "spes contra spem".
Il primo, dice Sergio D'Elia, segretario dell'associazione, "è rivolto allo Stato, al Potere che cede, degrada alla aberrante, violenta logica dell'emergenza per la quale, nel nome di Abele, per difendere Abele, diventa esso stesso Caino, uno Stato-Caino che pratica la pena di morte, la pena fino alla morte e la morte per pena".
Il secondo, aggiunge D'Elia, "è rivolto a Caino, al condannato che decide di cambiare sé stesso, convertire la sua vita dal male al bene, dalla violenza alla non violenza, perché sia appunto il cambiamento del suo modo d'essere profetico del cambiamento del mondo in cui vive, dell'ambiente in cui vive, del carcere in cui vive, del magistrato da cui dipende".
Si dibatte sul futuro del sistema carcerario, nella speranza che un giorno si arrivi ad avere "non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale", come auspicava Aldo Moro. "Io sono profondamente convinto che il carcere non abbia nessuna ragione di esistere - dice nel suo intervento Roberto Rampi, senatore del Pd - ne sono profondamente convinto, sono convinto che il carcere sia un'invenzione degli uomini e che nasce in un tempo e che, come è nata in quel tempo, ci sarà un tempo in cui finirà. Verrà un giorno in cui guarderemo al fatto che delle persone tenevano altre in un carcere esattamente come potremmo guardare oggi a certe forme di tortura, a certe forme di schiavitù. Come qualcosa di lontano che appartiene al passato e che è incomprensibile".
Immaginare uno Stato senza carcere è già possibile. Ne è convinto Giuseppe Morganti, parlamentare di San Marino che ha proposto di fare della piccola repubblica il primo Stato che abolisce la prigione: "L'obiettivo di uno Stato senza carcere prevede l'attivazione di politiche che richiedono investimenti in posti di lavoro, istruzione, alloggi, assistenza psicologica e sanitaria, tutti elementi indispensabili in una normale società che intende liberarsi dalla violenza".
Si va poi dall'intervento di Gherardo Colombo, che solleva dubbi sulla compatibilità di un diritto penale sorto durante il fascismo con i principi costituzionali, fino a quello di Francesca Mambro: "Uno Stato che riaccoglie e pacifica è uno Stato che non ha bisogno di dimostrare la sua forza perché è Giusto e Libero e in tal modo questo esercita la sua Signoria, tanto che può permettersi di non abbandonare nessuno. Un concetto a me molto chiaro, sia per esperienza personale che per la mia attività con Nessuno tocchi Caino, è che ogni essere umano se trattato male e lasciato senza speranza non può che peggiorare.
Noi tutti, e non solo antropologicamente, siamo trasmissione di valori che si sono sedimentati nel tempo. Riconoscere la dignità della persona vuol dire riconoscere l'altro ed essere in una forma continua di dialogo come esseri umani. Questo dialogo fa sì che il mondo sia umano non perché la voce degli uomini risuona in esso, ma per esserne divenuto l'oggetto. Essere speranza, migliorare le condizioni di detenzione, non diminuisce la gravità della colpa, la pena comminata e quella espiata".
"La vendetta che sembra incantarci - ha aggiunto Mambro - è una punizione eterna per chi la riceve e per chi la pratica e non c'è difesa che possa mettere al riparo l'individuo e la comunità da una sorte che fa rivivere il male e cristallizza il dolore, come non vi è riparo dalle tetragone certezze che nemmeno per un attimo fanno balenare l'esistenza del dubbio".
Ai contributi di questo fronte trasversale che si interroga su un carcere in cui possa entrare "il diritto umano alla speranza" si alternano le testimonianze dei detenuti di Opera, artefici del proprio cambiamento, e di altri ex detenuti. Emozionante è l'incontro tra Stefano Castellino, sindaco del comune siciliano di Palma di Montechiaro, che a 18 anni perse lo zio assassinato dalla criminalità organizzata, con quattro concittadini in carcere a Opera per delitti mafiosi.
Fino all'esperienza di Antonio Aparo, che è stato in regime di 41-bis per 28 anni, il carcere duro che finisce per creare altre vittime, i familiari dei detenuti: "In trent'anni il trattamento nel regime penitenziario per me che mi trovavo al 41-bis è stato di poter usufruire di 15 giorni, che significa 360 ore, con i familiari. Visto che spesso si è detenuti a mille chilometri, non tutti possono usufruire di un'ora di colloquio mensile, quindi al massimo si fanno due o tre ore di colloquio all'anno.
Quindi da 360 scendiamo a circa 90 ore di colloquio in 30 anni, pari a circa 4 giorni di colloquio in trent'anni. Qui ci viene in soccorso il telefono: dal 1986 fino al 2000 erano 6 minuti al mese che sostituivano il colloquio impossibile. Così si baratta un po' la situazione. Poi sono diventati 10 minuti al mese. In un anno si raggiunge la famiglia per un'ora e mezzo. Quindici ore di telefonate, dieci anni. In trent'anni più o meno 45 ore perché se non si fa colloquio, c'è la telefonata. Quindi in trent'anni ci viene concesso di avere i contatti con gli affetti circa 6 giorni. Cos'è la rieducazione in questo senso? Mi chiedo come ex 41-bis".
Poi ha concluso: "Quando sono stato arrestato avevo vivi alcuni miei familiari - si commuove - anche qualche mia sorella. Oggi non ci sono più - fatica a parlare per l'emozione - non mi hanno dato nemmeno il permesso per andarli a vedere. Sarà una mia colpa, è vero, io ho sbagliato, l'ho sempre ammesso e sono qua. Però che c'entra trattare i familiari in modo disumano?".
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 24 agosto 2020
Durante la resistenza Franco Basaglia aveva conosciuto il carcere come prigioniero politico. La sua prima impressione era stata quella di "entrare in un'enorme sala anatomica, dove la vita aveva l'aspetto e l'odore della morte". Dopo più di quindici anni, Basaglia varca la soglia di un'altra istituzione totale, il manicomio, anche se questa volta come direttore: "Ero dalla parte del carceriere, ma la realtà che vedevo non era diversa: anche qui l'uomo aveva perso ogni dignità umana; anche il manicomio era un'enorme letamaio".
Una scandalosa radicalità - Nei libri sempre si cerca ciò su cui la propria mente continua a interrogarsi... così, leggendo la monografia su Franco Basaglia ("Franco Basaglia", di Mario Colucci e Pierangelo di Vittorio, riedito da Alpha Beta Verlag a quarant'anni dalla scomparsa dello psichiatra), non posso che ripensare continuamente a quanto il carcere svolga oggi la funzione che avevano una volta i manicomi... E sfogliando le pagine di questo densissimo lavoro, non posso non pensare a come potrebbe essere guida, e che guida!, per un percorso che, sulle tracce di quello che ha portato ad aprire le porte del manicomio, arrivi in futuro ad abbattere anche le mura delle prigioni... un percorso che, come ha radicalmente cambiato il rapporto con la follia, possa portare a cambiare anche il nostro rapporto con la devianza e il crimine e quindi con il concetto di pena.
E questo perché "fra le istituzioni della violenza, il manicomio costituisce un punto tragicamente privilegiato, a partire dal quale si può osservare la continuità e l'implacabilità del funzionamento di un meccanismo istituzionale di controllo della devianza dalla norma, che attraversa trasversalmente la nostra società".
Non prendetela come provocazione, piuttosto come offerta di spunti di riflessione. Azzardo dunque alcuni punti...
La dignità per chi veniva scartato - Intanto, una parola sul libro, che ricostruisce, insieme alle tappe del cammino per il ritorno alla dignità di chi dalla società veniva "scartato", il complesso profilo umano e intellettuale di Basaglia, la sua passione filosofica, l'impegno politico, le riflessioni e la sperimentazione medica e istituzionale, che matura anche nel confronto con grandi pensatori come Sartre, Fanon, Goffman, Foucault... percorso di altissimo livello, ricchissimo e complessissimo che mi è impossibile riassumere, ma che una prima cosa a tutti può insegnare: il coraggio di far esplodere le contraddizioni. Che è quello che Basaglia (che pure quando arrivò a Gorizia ebbe col manicomio un impatto così violento che, racconta Terzian, pensò di dimettersi "perché gli appariva insopportabile una realtà del genere") è riuscito a fare con la psichiatria, nel nostro paese, allora, una delle più reazionarie d'Europa...
E quanto è ancora importante e utile il suo pensiero, oggi, "davanti alle nuove forme di segregazione, alla biopolitica, alla tendenza a nascondere le forme sociali del disagio...", alla tendenza a negare la complessità delle cose. Che è ciò che facciamo con tutto ciò che non ci piace e non vogliamo riconoscere parte della società: matti, malati, clandestini, devianti, delinquenti...
Basaglia procede chiedendo, a sé e agli altri intorno a lui, il coraggio di andare sempre oltre. Non gli basta il tentativo di umanizzare il manicomio, perché presto comprende, ad esempio, che la comunità terapeutica "rimane ugualmente un mezzo di controllo sociale". Non gli basta la lotta contro l'istituzionalizzazione interna del malato, è necessaria anche quella contro l'istituzionalizzazione esterna...
Pensando dunque all'istituzione carcere, che nonostante l'impegno e la buona volontà di tanti che pure vi lavorano, rimane sostanzialmente la negazione della persona, dell'uomo... area di sospensione del diritto...
Chiuso il manicomio, rimane il carcere - "Credo che ognuno di noi sorrida quando si dice che la prigione e il manicomio hanno come obiettivi la riabilitazione dei loro ospiti, in realtà, tanto il manicomio come il carcere servono a confinare le devianze dei poveri, a emarginare chi è già escluso dalla società", parole quanto mai attuali che Basaglia pronunciò in una delle conferenze che tenne in Brasile nel 1979.
Chiuso l'uno, il manicomio, rimane l'altro, il carcere, carico dello stesso odore di morte, che chi l'ha sentito anche solo una volta non può dimenticare. Che è cosa che sempre sconvolge, perché anche se molto già sai, c'è sempre qualcosa che mai riusciresti a immaginare. A cominciare dalle tante malattie del corpo e della mente che sono le condizioni stesse del carcere a determinare.
E davvero le carceri sono contemporanei "manicomi", non solo in senso "figurato", dove la malattia mentale è molto più presente di quanto si pensi. Qualche dato: il 4 per cento dei detenuti affetto da disturbi psicotici, il 10 per cento colpito da depressione, il 65 per cento convive con un disturbo della personalità. Senza parlare del grande uso di psicofarmaci, di fatto una sorta di contenimento chimico... e c'è una sindrome precisa che si riferisce al "complesso dei danni che nascono dal prolungato soggiorno in luoghi chiusi, dominati dall'autoritarismo e dalla coercizione". Ma che volete, anche qui a prevalere sono le esigenze dell'istituzione, e del compito di controllo sociale che all'istituzione abbiamo consegnato...
Aree di sospensione del diritto - Certo, non è argomento che si possa risolvere in poche righe... ma sono convinta che in molti punti il percorso del pensiero di Basaglia sia applicabile a ogni altra forma di istituzionalizzazione. Il margine di libertà, insegna ad esempio, è condizione indispensabile per qualsiasi incontro terapeutico. Aggiungendo, o sottraendo..., il margine di libertà, credo, è condizione indispensabile per qualsiasi incontro, perché "soltanto sulla base di un rapporto con uomini liberi si può costruire qualcosa". E questo vale sempre e comunque. Come "nulla può accadere in una logica istituzionale che continua a seppellire il malato sotto la malattia", così nulla di buono può accadere se si seppellisce il "colpevole" in un sistema che in sé produce violenza...
Il filosofo Basaglia ricorre alla "sospensione del giudizio": mettere tra parentesi le certezze del positivismo scientifico, l'accettazione acritica del dato... per incontrare l'uomo e non la diagnosi... Così bisognerebbe mettere tra parentesi anche tutte le "certezze" che portano al carcere, a un sistema che non risolve la violenza. Sapendo che la soluzione all'inferno che abbiamo creato è già tutta nella Carta Costituzionale, che mai, parlando di pena, rimanda al carcere.
Basaglia, Tina Anselmi, Aldo Moro - Certo ci vorrebbero politici della levatura di quelli che compresero la necessità della riforma da Basaglia proposta, una Tina Anselmi, un Aldo Moro...
Certo il prezzo da pagare è alto, ci vorrebbe il coraggio di una visione implacabile delle nostre contraddizioni... la capacità di mettere in discussione ruoli, rapporti di potere... ci vuole coraggio, come quello dimostrato da tutta l'equipe medica di Gorizia che nell'ottobre del 1972, non accettando mediazioni accomodanti, rassegnò in blocco le dimissioni contro un'amministrazione provinciale che ostacolava la creazione dei centri territoriali di cura pure già da tempo programmati...
E proprio leggendo delle ultime tremende notizie dal carcere, delle denunce di torture e illeciti di cui pure avrete sentito, del numero delle persone che in carcere muoiono, mala cura, suicidi o "overdose" che sia (tutte cose che nulla hanno a che fare con la lotta ai mali endemici del nostro paese, dalla criminalità alla corruzione...), Vittorio da Rios, con cui spesso si ragiona del mondo, si è chiesto e mi ha chiesto: ma se si dimettessero i direttori, i magistrati di sorveglianza, gli educatori... a far scoppiare questa contraddizione di un sistema che produce la violenza che dichiara di combattere?
Ci vuole coraggio, a far scoppiare le contraddizioni, ma è a mio parere una delle cose più importanti che insegna il pensiero di Basaglia, che proprio sul finire dell'agosto di 40 anni fa se ne è andato. Lasciandoci l'eredità della sua scandalosa radicalità dalla quale ancora tanto abbiamo da imparare.
di Siria Moschella
napoliflash24.it, 24 agosto 2020
"Marinella e gli Aquiloni" è un progetto di rieducazione e reinserimento destinata ai soggetti in esecuzione penale esterna. Il promotore dell'iniziativa è l'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna della Campania, nell'ambito del progetto formativo "La comunità da fare", ideato nel 2018 dalla scuola superiore di esecuzione penale "Piersanti Mattarella".
L'edizione 2020 comincerà lunedì 24 agosto presso la sede dell'Associazione "Obiettivo Napoli" Onlus, a Napoli in via Cosenz n. 55, con la collaborazione degli enti aggregati nella "Rete Marinella": il Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità - Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (Uiepe) per la Campania, Enti Pubblici, Enti Morali, Enti del Terzo Settore, Scuole, Municipalità 2 del Comune di Napoli e la Consulta delle Associazioni e delle Organizzazioni di Volontariato della Municipalità 2. Grazie alla collaborazione, rinnovata anche per quest'anno, della Municipalità 2, il percorso di formazione, che coinvolgerà dodici persone, si terrà non solo in aula, ma anche in cantieri esterni della zona Mercato - Pendino.
Un territorio, quest'ultimo, dalla grande tradizione storico - culturale, ma soggetto a forte degrado ambientale e sociale. Così gli organizzatori del progetto: "Siamo una rete informale composta da amministratori del territorio, educatori, insegnanti, assistenti sociali, mediatori culturali e linguistici, psicologi, sacerdoti, associazioni, enti, Istituzioni. Tutti noi abbiamo un comune vivo interesse perché il territorio in cui viviamo o viviamo lavorando sia un ambiente positivo, accogliente, nutriente. Un territorio sul quale ci siamo a lungo confrontati nel corso della precedente edizione, facendo tesoro di quanto già costruito e apportando al ragionamento la sua specifica valenza, la sua prospettiva, il suo sguardo. L'esperienza che abbiamo vissuto nel 2019 ci ha resi consapevoli di essere fortemente radicati ad un territorio che ha trascorsi storici, artistici ed economici di gran rilievo e della valenza della scelta per lo sviluppo delle persone che partecipano al progetto".
Gli enti pubblici e morali, le scuole e gli organismi del Terzo settore coinvolti nella "Rete Marinella", dunque, si impegnano in una collaborazione attiva e aspirano a diventare un punto di riferimento per i cittadini, che possono trovarvi un'opportunità di rieducazione e socializzazione, attraverso la partecipazione a pratiche di comunità.
Il Giorno, 24 agosto 2020
Paura nella Casa circondariale, un corto circuito negli scantinati ha innescato le fiamme e riempito il primo piano di fumo. Sette intossicati. Un corto circuito ha provocato un incendio negli scantinati del carcere di Bergamo.
Il denso fumo sprigionatosi ha invaso il piano terra e le sezioni del primo piano. I detenuti sono stati evacuati dalle celle e portati all'esterno. Alla fine sette agenti di custodia sono rimasti intossicati, tre dei quali sono stati portati in ospedale e successivamente dimessi con prognosi di cinque giorni. L'incendio è stato spento dai vigili del fuoco che hanno provveduto anche ripristinare l'impianto e mettere in sicurezza la struttura.
"Si è sfiorata la tragedia - spiega Alfonso Greco, segretario regionale del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) - Un grazie di cuore a tutto il personale di polizia penitenziaria che ha evitato che la situazione diventasse ancora più drammatica. Sono stati bravi i poliziotti penitenziari a intervenire tempestivamente".
"Quanto accaduto nel carcere di Bergamo - sottolinea Donato Capece, segretario generale del Sappe - è sintomatico del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti, ma è evidente che l'amministrazione penitenziaria deve trovare serie e urgenti soluzioni alla grave situazione riferita all'organico del Reparto di polizia penitenziaria del carcere di Bergamo".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 24 agosto 2020
L'ordinanza del governatore siciliano alza la tensione con Roma. Sulle competenze deciderà la magistratura. È rottura completa sull'asse Palermo-Roma. Il Governatore siciliano Nello Musumeci ha infatti aperto le ostilità contro il governo e intimato, con ordinanza a sua firma, che i centri di accoglienza per migranti siano svuotati nel giro di 24 ore, gli stranieri portati via dal ministero dell'Interno con navi o aerei, e da ora in poi nessun migrante dovrà mettere piede sull'isola. Un proclama inapplicabile e soprattutto esorbitante dalle competenze di un presidente di Regione, sia pure a statuto speciale. E così gli ha risposto il Viminale: la competenza sugli sbarchi è nazionale, non regionale. Tantomeno un Governatore può dare ordini ai prefetti. Quindi la questione nemmeno verrà presa in considerazione.
In verità Musumeci ci aveva provato già tre giorni fa, con un atto firmato dall'assessore regionale alla Sanità, che pretendeva informazioni dai prefetti e "vietava" l'uso di tensostrutture, in quanto inidonee al distanziamento di chi vi soggiorna. Ora è arrivato un "ordine" di sgombero.
Naturalmente la questione non finisce qui. Nei prossimi giorni il governo impugnerà l'ordinanza e il caso finirà davanti al magistrato. Nel frattempo, l'indicazione di Roma è far finta di niente. Un po' perché il governo è consapevole che la situazione della Sicilia è molto pesante e capisce gli animi accesi, un po' per non rinfocolare le polemiche politiche che puntualmente si sono scatenate. Con la sinistra a gridare contro, la destra a dargli ragione. Salvini era già saltato su: "Massima solidarietà a Musumeci, dopo che perfino sindaci del Pd o M5S si erano opposti allo sbarco dei finti profughi". Lo stesso Giorgia Meloni.
Questa strategia dell'ostentata indifferenza però, Musumeci non l'ha digerita. A metà pomeriggio, il Governatore ruggiva via Facebook: "Tutti conoscono il mio rispetto per le istituzioni. Ma pretendo lo stesso rispetto per la mia gente. Da Roma non abbiamo avuto altro che silenzi: sullo "stato di emergenza" richiesto per Lampedusa due mesi fa, sui protocolli sanitari da applicare, sulle tendopoli da scongiurare, sui rimpatri che dovevano iniziare il 10 agosto e di cui non si parla più, sul ponte aereo per i negativi. Nulla. Solo silenzio".
Il ragionamento di Musumeci è che si è atteso troppo tempo e così ora la Sicilia è satura. Ma intanto gli sbarchi non cessano. E anzi sono accorse nel Mediterraneo centrale anche diverse navi di Ong. I primi 104 raccolti al largo della Libia sono a bordo della Sea Watch 4; tra loro anche nove bambini. Si profila un braccio di ferro.
"Il governo centrale - conclude intanto Musumeci - è arrivato impreparato e non si è posto alcun problema sulla gestione di un numero enorme di sbarchi durante la pandemia. E adesso il problema è diventato la mia ordinanza? Il ministro dice che è nulla? Quindi la responsabilità è loro. Bene, sono usciti allo scoperto! Ma io, a differenza di quelli che parlano e straparlano da casa, sono entrato nell'hotspot di Lampedusa. E so bene che quelle strutture non sono adeguate sotto il profilo sanitario. Sono un rischio costante per i migranti e per chi ci lavora. Piuttosto che prendersela con me o con i siciliani, provino a fare sentire la loro voce in Europa e si diano un piano serio per tutelare gli italiani. Facciano qualcosa... O meglio facciano quello che non hanno ancora fatto! Noi andremo avanti".
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 24 agosto 2020
L'ex presidente brasiliano sul terrorista ora in carcere in Italia. Le famiglie delle vittime: troppo tardi. "Ho sbagliato a concedere l'asilo a Cesare Battisti, perché ha commesso dei crimini e ingannato molta gente, chiedo scusa alle famiglie delle vittime".
L'ex presidente brasiliano Lula per la prima volta definisce un "errore" la decisione presa nel dicembre 2010 di "ospitare" l'ex terrorista rosso. Una protezione che ha permesso all'ex ricercato speciale dei "Proletari armati per il comunismo" di rimanere lontano dalla giustizia italiana per dieci anni. Fino al 14 gennaio del 2019, quando è stato rinchiuso nel carcere di Oristano, dove tuttora sta scontando l'ergastolo per gli omicidi di Pierluigi Torregiani, Lino Sabbadin, Andrea Campagna e Antonio Santoro, commessi tra il 1978 e il 1979.
L'ex leader brasiliano, in un'intervista al canale YouTube TV Democracia, ha raccontato i retroscena della sua decisione. Ha detto che non conosceva personalmente Battisti, ma di avergli dato asilo perché il suo ministro della Giustizia, Tarso Genro, diceva che era "innocente".
"Tutta la sinistra brasiliana, i compagni e molti partiti e personalità di sinistra chiedevano che Battisti rimanesse qui", ha ricordato. In effetti fu l'ala militante del Pt, il Partito dei lavoratori da lui fondato, a mettere in difficoltà l'allora presidente spingendolo a dare protezione all'ex terrorista. Quella su Battisti, "non fu una decisione facile - ha raccontato - l'ex presidente Giorgio Napolitano e la sinistra italiana facevano pressioni perché il Brasile lo consegnasse".
Lula ha parlato pubblicamente per la prima volta anche del rammarico provato quando scoprì di essere stato ingannato: "Ho sentito una grande frustrazione quando ho saputo che aveva confessato".
Era il marzo 2019 quando Battisti, per la prima volta, ammise le sue responsabilità davanti al procuratore aggiunto di Milano, Alberto Nobili: "Fu una guerra giusta - disse - ma ora chiedo scusa alle vittime". Rispetto alle scuse tempestive di suoi ex sostenitori, tra cui Daniel Pennac, il mea culpa di Lula, a un anno e mezzo dal momento della verità, appare tardivo. "Poteva farla prima quest'ammissione di colpa, sono scuse superficiali, non le accetto", ha reagito Adriano Sabbadin, figlio di Lino, il macellaio ucciso nel 1979 a Santa Maria di Sala, in provincia di Venezia.
Il rimpatrio di Battisti non è stata soltanto una questione di politica internazionale ma una carta che si è giocata l'attuale presidente di estrema destra Jair Bolsonaro fin dalla campagna elettorale, per distinguersi dai suoi rivali politici, definiti dalla propaganda "amici dei terroristi comunisti". Ora, secondo alcuni osservatori locali sentiti dal Corriere, Lula starebbe cercando di dare un segnale di moderazione in vista delle elezioni municipali di novembre, che nel Paese sudamericano sono un po' come le Midterm americane, cascano a metà del mandato presidenziale.
Certo resta non candidabile Lula, travolto dallo scandalo Lava Jato, la Mani Pulite brasiliana, condannato per corruzione e riciclaggio e uscito di prigione a novembre dopo la sentenza della Corte Suprema che stabilisce indispensabili i tre gradi di giudizio per il carcere. Ma resta un'icona della sinistra e forse ancora l'uomo più temuto da Bolsonaro.
di Felice Cavallaro
Corriere della Sera, 24 agosto 2020
Il presidente della Sicilia: da Roma troppi silenzi, non è giusto ammassare i migranti. I siciliani non sono mai stati razzisti, ma protestano contro un governo immobile.
Sui migranti rischiamo lo scontro istituzionale fra Stato e Regione Sicilia?
"Assolutamente no. Ognuno ha le proprie competenze, si tratta solo di farle valere", replica il governatore dell'isola Nello Musumeci.
Appunto, la competenza. Lei firma una ordinanza per chiudere in 24 ore gli hot-spot, i centri d'accoglienza, e dal Viminale fanno sapere che non ha alcun valore perché la Regione non ha competenza. Ha sbagliato?
"Il dubbio viene a chi è in malafede o è ignorante. Lo Stato ha competenza sui migranti. Il presidente della Regione ce l'ha in materia sanitaria. E in tempo di epidemia è chiaro che mi sto occupando di questo".
Ma lei chiude gli hot spot che sono dello Stato...
"Se c'è un contenitore che, secondo le autorità sanitarie, non ha i requisiti per ospitare persone in tempo di coronavirus io ho il dovere di intervenire, altrimenti compio una omissione".
Sta rimproverando omissioni al Viminale?
"Questo mio provvedimento arriva solo adesso, perché abbiamo atteso per mesi che il governo nazionale si desse una strategia. Ma abbiamo capito che la risposta da Roma è fatta di silenzi e omissioni. E ho dovuto adottare l'ordinanza che tutela il diritto alla salute di chi si trova in Sicilia e degli stessi migranti".
Ma dove dovrebbero essere trasferiti?
"Questa è davvero materia dello Stato".
L'accusano comunque di sforare competenze non sue...
"Non sforo un bel niente. Non posso assistere al concentramento di centinaia e centinaia di esseri umani in squallidi locali che appartengono allo Stato, in una promiscuità assolutamente irragionevole. Così si creano focolai. Io li ho visitati gli hot-spot. Per questo li chiudo".
Compreso quello di Pozzallo dove, però, il sindaco Roberto Ammatuna la attacca perché lei chiude senza dire come e dove trasferire i migranti...
"Peccato per lui che il sindaco di Trapani, stesso partito, il Pd, non la pensi così. Peccato che la sindaca grillina di Augusta non la pensi così. Che parlamentari di diversi fronti abbiano espresso apprezzamento".
Claudio Fava la accusa di "controlli disorganizzati in porti e aeroporti, di contagi generati dalla promiscuità sui mezzi del trasporto pubblico".
"Fava ha spesso l'imprudenza di occuparsi di cose che non conosce. I mezzi di trasporto sono di competenza nazionale. Come la vigilanza sanitaria su porti, aeroporti e stazioni, devoluta agli Usmaf, gli uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera, strutture dipendenti dal ministero della Salute".
I veri complimenti le arrivano da Salvini che la definisce "uomo libero"...
"Leggo apprezzamenti da Forza Italia e FdI. E mi arrivano centinaia di messaggi bipartisan dai cittadini".
Il Papa rinnova l'invito all'accoglienza e dice che "il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti, vittime della cultura dello scarto". Avverte queste parole come un rimprovero?
"No. È la migliore apologia della mia tesi. Siccome la Chiesa è universale, è giusto che anche la solidarietà e l'accoglienza siano universali. Non soltanto materia di competenza siciliana".
Non gradisce certo il "buonismo"?
"Basta. I siciliani rischiano di apparire razzisti. Ma non lo sono mai stati. Non lo siamo. Protestano semmai contro un governo immobile".
Immobile?
"Non è giusto ammassare migranti. Non è giusto vederli fuggire nelle campagne senza saperne più nulla. E nemmeno che il governo italiano intervenga in Tunisia in agosto. E non a febbraio. Quando aveva il dovere di farlo. Per bloccare quella che impropriamente chiamano "invasione". Ma che è la corsa di migliaia di disperati in una terra come la Sicilia dove la disperazione ha segnato il codice genetico dei propri abitanti".
La Repubblica, 24 agosto 2020
Gli agenti hanno fermato l'uomo di 31 anni in un parcheggio. Secondo il rapporto "era armato di coltello ed è scappato dopo essere stato colpito coi taser". Gli hanno sparato mentre cercava di entrare in un minimarket. La polizia di Stato della Louisiana sta conducendo le indagini. In un video pubblicato sui social media si riescono a sentire circa 11 colpi di arma da fuoco.
La polizia di Stato della Louisiana sta indagando sulla morte di Trayford Pellerin, afroamericano di 31 anni colpito a morte venerdì sera dopo essere stato fermato dai poliziotti del dipartimento di Lafayette.
Gli agenti sono stati chiamati in un minimarket della città di 130mila abitanti, poco dopo le 20 di venerdì in risposta a una chiamata che parlava di "una persona armata di coltello", questo secondo la dichiarazione della Polizia di Stato della Louisiana. Quando sono arrivati gli agenti, Pellerin si trovava nel parcheggio del negozio, aveva un coltello, si legge nella dichiarazione. Hanno cercato di arrestarlo ma lui si è allontanato e gli ufficiali lo hanno seguito a piedi. Hanno usato i taser per bloccarlo, si legge sempre nella dichiarazione, "ma sono stati inefficaci". A quel punto gli hanno sparato mentre cercava di entrare in un minimarket lungo la NW Evangeline Thruway.
La sparatoria di venerdì sera è stata registrata in video. Anche il testimone Rikasha Montgomery ha girato un video della sparatoria, ha detto a The Advertiser che l'afroamericano impugnava quello che sembrava un coltello e continuava a camminare lungo la strada mentre alcuni agenti gli sparavano alle spalle con pistole stordenti.
Gli ufficiali gli hanno gridato di stendersi a terra, ha detto Montgomery, 18 anni. "Hanno sparato quando l'uomo ha raggiunto la porta di una stazione di servizio Shell. Quando ho sentito gli spari, non ho potuto tenere il telefono fermo", ha detto. "Mi sono spaventato. Sono traumatizzato. Sei così abituato a sentirne parlare... ma non avrei mai pensato di sperimentarlo". Nel video pubblicato sui social media si riescono a sentire circa 11 colpi sparati dagli agenti.
Pellerin è stato portato in un ospedale dove è stato dichiarato morto. Dopo il caso di George Floyd a Minneapolis e Breonna Taylor a Louisville, Kentucky, e di tutti gli altri nomi, il suo è un altro nome morto in silenzio sul quale l'America di Black Lives Matter è tornata a urlare.
La polizia di Stato ha detto che nessun agente è rimasto ferito e che le indagini sono "attive e in corso". Il dipartimento di polizia di Lafayette non ha rilasciato commenti. La morte di Pellerin arriva verso la fine di un'estate che ha visto diffuse proteste contro l'ingiustizia razziale e la brutalità della polizia in seguito alle uccisioni di afroamericani. L'avvocato per i diritti civili Benjamin Crump ha dichiarato alla Cnn che la famiglia di Pellerin ha chiesto il licenziamento degli agenti coinvolti.
"Ci rifiutiamo di lasciare che questo caso si risolva come tanti altri: in silenzio, senza risposte e giustizia", ha detto Crump, che rappresenta anche le famiglie di Floyd e Taylor. "La famiglia e la gente di Lafayette meritano onestà e responsabilità da parte di coloro che hanno giurato di proteggerli, la polizia di Lafayette", ha aggiunto.
Da sabato, quando si è tenuta la veglia sul luogo dove Pellerin ha perso la vita, la gente è tornata in piazza, dapprima pacificamente. In serata sono cominciati gli scontri. Gli ufficiali in tenuta antisommossa hanno sparato fumogeni sabato sera per far disperdere la folla, ha detto l'agente Derek Senegal. "Nessun gas lacrimogeno", ha aggiunto.
"Il nostro intento non sarà quello di lasciare che le persone disturbino la nostra città e mettano in pericolo i nostri cittadini, i nostri automobilisti e i nostri quartieri", ha detto il capo della polizia ad interim Scott Morgan. Sono stati effettuati arresti, ha detto Morgan, senza specificare un numero. "Sosteniamo i diritti del Primo Emendamento delle persone", ha detto lo sceriffo della parrocchia di Lafayette Mark Garber.
"Tuttavia, quando si tratta di distruzione di proprietà, non daremo fuoco a Lafayette". "Pellerin era timido, intelligente ma soffriva di ansia e potrebbe essere stato spaventato dagli ufficiali", ha detto la madre Michelle a The Advocate. Aveva cercato un aiuto professionale all'inizio di quest'anno, ha detto: "Invece di dargli una mano, gli hanno dato dei proiettili". Secondo la famiglia Pellerin potrebbe aver avuto una crisi di nervi.
di Dario Ornaghi
tio.ch, 24 agosto 2020
L'accusa è di sequestro di persona. Tale pratica sarebbe ammessa solo per alcune ore. L'atto d'accusa chiede condanne con la condizionale da 7 a 14 mesi per sequestro di persona e complicità in sequestro di persona per aver immobilizzato l'allora 15enne "Carlos", al secolo Brian, per un periodo superiore alle poche ore consentite.
L'allora adolescente si trovava in detenzione preventiva dopo aver ferito gravemente un altro giovane con un coltello durante una lite. In prigione aveva tentato di suicidarsi, ciò che aveva spinto le autorità a trasferirlo nella clinica psichiatrica. Qui i tre psichiatri sotto accusa lo avevano immobilizzato con delle cinghie aiutandosi anche con dei farmaci per tenerlo calmo.
Le disposizioni in materia prevedono che un simile trattamento duri alcune ore. Il giovane è invece rimasto legato per 13 giorni. A partire dal nono giorno, al ragazzo è stata concessa un'ora per sgranchirsi le gambe e fare qualche passo, tuttavia con gli arti inferiori legati e in compagnia di agenti di polizia.
Stando alla procura, a parte questa parentesi giornaliera, "Carlos" è rimasto quasi "assolutamente immobilizzato" per tutto il resto del tempo. Per il procuratore si tratta chiaramente di maltrattamenti, dal momento che l'immobilizzazione va limitata al massimo. Un'odissea giudiziaria - Questa vicenda è l'ennesimo capitolo di un'odissea giudiziaria cominciata anni fa. Le penultima tappa di questa storia risale allo scorso novembre, quando un tribunale distrettuale zurighese ha ordinato una terapia psichiatrica stazionaria per l'uomo, allora 24enne, a corredo di una pena supplementare di 4 anni e nove mesi di detenzione per una serie di aggressioni ai danni di secondini, poliziotti e altri detenuti ospitati nel carcere dove stava scontando una condanna precedente.
La condanna inflitta in novembre è però stata sospesa in favore di una misura terapeutica stazionaria, conosciuta nel gergo giudiziario anche come "piccolo internamento". In pratica si tratterà di verificare ogni cinque anni se la terapia è efficace e se è necessario prolungarla. Il problema è che Brian, alias "Carlos", si è sempre opposto a qualsiasi forma di terapia. Secondo una perizia esiste tuttavia una "piccola probabilità" che una simile misura possa essere efficace.
dolcevitaonline.it, 24 agosto 2020
"Chi sbaglia paga" descrive la straordinaria esperienza di un carcere alternativo, la Comunità La Collina di Serdiana in Sardegna, fondata nel 1994 da don Ettore Cannavera: un carcere utile, umano e logico in contrapposizione a una galera segregativa, illogica e inutile. Oggi il 70 per cento dei detenuti ritorna in prigione commettendo nuovi reati, un dato più̀ che esplicativo dei limiti del nostro sistema carcerario.
"Oggi il carcere è fondamentalmente stupido, non serve a niente e costa un enorme ammontare di denaro" dice il sacerdote, mentre non si ricorda mai abbastanza, purtroppo, che la prigione deve portare anche al recupero del condannato e che, come scrive Gherardo Colombo nella prefazione del libro "Il problema non è tenere i detenuti dentro il carcere ma tenerli fuori, e come".
I risultati ottenuti dalla Comunità in venticinque anni di esperienza contano appena il 4 percento di recidiva, dimostrando così che è possibile assicurare la giustizia ai cittadini, garantendo la certezza della pena, e rieducare senza sconti i colpevoli di delitti anche gravi, riammettendoli alla fine del percorso detentivo all'interno della società̀ come elementi consapevoli e capaci di comportamento conforme alla legge, dunque senza compromettere la sicurezza collettiva.
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