di Antonello Giannelli
Il Sole 24 Ore, 25 agosto 2020
Alla tutela antinfortunistica dei lavoratori concorrono varie misure tra cui quella inerente all'assicurazione Inail, l'articolo 2087 del Codice civile e gli articoli 589, comma 2, e 590, comma 3, del codice penale che configurano aggravanti in caso di violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro. A seguito dell'emergenza epidemiologica, il legislatore delegato è intervenuto dapprima sull'aspetto assicurativo, assimilando l'accertata infezione da coronavirus in occasione di lavoro a infortunio sul lavoro, mediante l'articolo 42 del decreto-legge 18/2020.
di Roberto Saviano
La Repubblica, 25 agosto 2020
La Covid Economy offre l'occasione perfetta al denaro sporco, l'Unione europea con i suoi aiuti deve impedire che le aziende finiscano nelle mani dei clan. L'emergenza è l'alleata migliore degli affari che hanno bisogno di velocità e ombra per procedere. L'Europa si scopre in ritardo sulla gestione di quella che non sembra una seconda ondata del virus ma ancora la curva della prima onda che non ha finito di abbattersi sul mondo. L'Europa (ma in questo gli Stati Uniti non hanno dato una risposta migliore) non ha un piano per fermare il flusso di riciclaggio e usura che la pandemia ha generato.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 25 agosto 2020
Interrogazione di Giachetti al ministro. Solidarietà anche da Costa (Azione): "Bene così, solo in Italia esistono carcerazioni preventive così lunghe". Mancini: "Il Pd si muova". La denuncia del Riformista mette in moto la politica.
Il caso dell'ex parlamentare di FI, Giancarlo Pittelli, in galera da otto mesi senza neppure poter interloquire con il pm che ne ha decretato l'arresto nell'ambito dell'inchiesta Rinascita-Scott, ha allertato il deputato di Iv, Roberto Giachetti. Che ha presentato un'interrogazione al ministro Bonafede. Ma la vicenda suscita anche l'interesse di Azione. "È una vicenda che merita grande attenzione, va rimessa in discussione la carcerazione preventiva, che solo in Italia può durare così a lungo senza garanzie per la difesa", commenta Enrico Costa. E Giacomo Mancini: "Si muova anche il Pd"
La politica si muove per accendere i riflettori sulle anomalie del caso Pittelli. Perché quel che capita a Giancarlo Pittelli, e che è successo ad altri nel passato, rivela qualcosa di più di una vicenda di malagiustizia. E racconta di quell'insieme di umiliazioni, vessazioni e angherie che lambiscono la tortura psicologica e stracciano lo stato di diritto.
Pittelli, avvocato cassazionista prestato alla politica, con Forza Italia per due volte alla Camera e una al Senato, lo scorso 19 dicembre alle 3:30 del mattino viene raggiunto nella sua casa di Catanzaro da un ordine di arresto nell'ambito della spettacolosa inchiesta Rinascita-Scott, coordinata dal procuratore anti-mafia Nicola Gratteri. Mezzo migliaio di agenti armati, autoblindo nelle strade, elicotteri in volo. L'alto numero degli arresti rende impossibile, in un primo tempo, l'analisi puntuale di quanto accade.
Oggi sappiamo che dopo una perquisizione nel suo studio di avvocato, iniziata all'alba e durata fino alle 17:30, e dopo 18 ore durante le quali non gli viene consentito di bere né di mangiare (chissà perché) l'ex parlamentare viene tradotto in carcere. La mattina successiva viene disposto l'interrogatorio di garanzia al quale Pittelli arriva prostrato, stravolto e senza avere minimamente contezza degli atti e degli addebiti a suo carico; si avvale dunque della facoltà di non rispondere. È allora che lo caricano in ceppi su un aereo militare che solca il mare - come nell'Argentina di Videla - e lo stesso 20 dicembre è trasferito nel carcere sardo di Badu e Carros, a Nuoro, dove è attualmente recluso. Una operazione tanto spettacolosa quanto kafkiana: l'indagato è finito in un buco nero, inizialmente non riesce a parlare con i suoi avvocati.
Vive un incubo senza fine. E benché siano trascorsi ormai 8 mesi dall'arresto e pur avendone fatto più volte richiesta, l'ex parlamentare non è mai stato ascoltato dal Pm di Catanzaro titolare dell'inchiesta. Pittelli al momento dell'arresto è accusato di associazione mafiosa e di altri due reati specifici, l'abuso d'ufficio e la rivelazione di segreti d'ufficio commessi, secondo l'accusa, in concorso con il colonnello dei carabinieri Naselli; ma le accuse contro quest'ultimo sono decadute e di conseguenza cadono anche quelle di abuso d'ufficio e di rivelazione del segreto d'ufficio rivolte a Pittelli in concorso con Naselli che, infatti, è stato prontamente scarcerato. Pittelli resta in carcere con la sola accusa di concorso esterno.
Mentre scriviamo non risulta che sia stato disposto il rinvio a giudizio e neppure che sia stata fissata l'udienza preliminare. E qui interviene l'onorevole Roberto Giachetti, Italia Viva, con la sua storia di militanza radicale che lo porta a proseguire la battaglia per una giustizia giusta che Marco Pannella incarnò per tutta la vita.
Il parlamentare renziano ha presentato una interrogazione a risposta scritta al ministro della Giustizia, Bonafede. "Secondo quanto riferiscono gli avvocati di Pittelli, le sue condizioni psichiche ed emotive destano particolare preoccupazione in ragione anche dell'isolamento totale a cui è costretto in carcere e dal fatto che sia in cura con pesanti psicofarmaci; si richiede se il ministro interrogato sia già a conoscenza della vicenda esposta in premessa; se il ministro non ritenga di dover procedere, nell'ambito delle sue prerogative e competenze, ad acquisire ulteriori elementi in riferimento alla vicenda in esame ed eventualmente ad attivare i propri poteri ispettivi al fine di verificare se vi siano state irregolarità o anomalie nell'iter dell'intero procedimento; quali iniziative, per quanto di competenza, intenda porre in essere al fine di tutelare i diritti dell'indagato e in particolare per assicurare la pienezza dell'esercizio del diritto di difesa costituzionalmente garantito".
Si muovono anche in Azione, la formazione guidata da Calenda, dove il deputato Enrico Costa - responsabile della Giustizia - plaude all'iniziativa di Giachetti. "La vicenda Pittelli merita grande attenzione, e più in generale va rimesso in discussione l'istituto della carcerazione preventiva, che solo in Italia può durare così a lungo senza garanzie per la difesa". "Non entro nel merito delle contestazioni: ci sarà un processo - aggiunge Costa - e saranno vagliate da un giudice. Detto questo, il diritto di difesa e la presunzione di innocenza implicano per chiunque il diritto di esporre la propria versione dei fatti davanti al Pm che ha chiesto la custodia cautelare, ed il dovere di chi indaga di ascoltare e verificare".
Anche nel Pd c'è chi vuole vederci chiaro, come l'ex parlamentare socialista Giacomo Mancini, un nome che in Calabria ha un peso storico. "Ha fatto bene Giachetti a presentare questa interrogazione", dichiara Mancini al Riformista. "Mi auguro possa raccogliere tante adesioni ad iniziare dai parlamentari di centrosinistra. Le battaglie per una giustizia giusta devono tornare patrimonio della nostra parte. La carcerazione preventiva deve essere un'eccezione comminata soltanto in presenza di specifici requisiti.
Nel nostro ordinamento è diventata, purtroppo, la regola. Non conosco in profondità la vicenda giudiziaria ma ho conosciuto Giancarlo Pittelli come un parlamentare serio e competente e come avvocato capace e preparato. Come una brava persona. Mi auguro possa difendersi dalle accuse mosse contro di lui da cittadino libero e in uno stato di serenità tale da consentirgli di battersi al meglio per tutelare la sua onorabilità".
Pittelli ha intanto chiesto di essere giudicato con il giudizio immediato, decisione motivata dalle preoccupanti condizioni di salute del detenuto in attesa di giudizio. L'11 settembre prossimo, nell'aula bunker di Rebibbia a Roma, si svolgerà l'udienza preliminare che interessa 456 imputati. Un secondo troncone dell'inchiesta - che ha portato il numero degli indagati complessivi a 479 di cui 23 posizioni sono state stralciate - è scattato il 18 giugno scorso all'atto della conclusione delle indagini preliminari. Sui troppi eccessi di questa operazione si attendono ora le risposte di Alfonso Bonafede, nero su bianco.
di Paolo Guzzanti
Il Riformista, 25 agosto 2020
Intervistai subito dopo la sciagura il tenente colonnello Lippolis, che era arrivato sul posto poco dopo la tragedia, e aveva visto i cadaveri bruciacchiati, i sedili, e il resto dell'aereo. Non poté testimoniare su questo. Il premier Conte ha rimesso il segreto di Stato sulla tragedia di Ustica (27 giugno 1980, cade vicino a Ustica un DC9 dell'Itavia: 81 morti).
Così Ustica si carica di nuove menzogne e tradimenti. Chi scrive ne è sicuro per aver ben studiato tutta la materia. L'aereo di Ustica partito da Bologna e diretto a Palermo cadde dopo essere esploso per una bomba nascosta dietro la toletta. La sentenza penale dichiara che quell'aereo non è stato abbattuto da un missile di una inesistente battaglia aerea per colpire un inesistente aereo Mig con dentro Gheddafi, nascosto sotto la pancia del volo di linea I-Tigi dell'Itavia.
I pubblici ministeri concordarono che la causa più probabile del disastro era la bomba. Ma la bomba richiedeva un attentato premeditato e un movente. Una immaginaria battaglia aerea mai accaduta, poteva invece passare come uno storiaccia buona per un film. La sentenza civile - che diverge totalmente da quella penale - dice il contrario, e condanna gli ufficiali dell'aeronautica militare dell'epoca a risarcire le vittime, sostenendo che se tragedia c'è stata, è dipesa dalle mascalzonate dell'aeronautica militare italiana che avrebbe nascosto le prove dell'avvenuta battaglia aerea.
I fatti che conosco direttamente li ho pubblicato venti anni fa in "Ustica verità rivelata" con tutti i documenti contro cui nessuno ha mai avito da obiettare. Il segreto di Stato imposto da Conte riguarda le attività del colonnello Giovannone dei nostri servizi segreti, il quale ai tempi di Ustica e della strage di Bologna (35 giorni dopo) lavorava presso la nostra ambasciata di Beirut e da lì informava con fonogrammi cifrati il ministero degli esteri italiano dei piani e delle attività sul suolo italiano degli arabi in generale e in particolare delle varie fazioni dell'Olp di Yasser Arafat, di cui la più aggressiva era l'Fpdp del medico cristiano George Habbash.
Libici e palestinesi erano convinti - e certo non se l'erano inventato - di avere mano libera sul nostro territorio per compiere le azioni che ritenessero necessarie. Così ad esempio ci fu la stagione durante la quale Gheddafi spedì in Italia un plotone di killer che si dedicarono allo sterminio sistematico degli oppositori del suo regime, senza incontrare resistenza da parte di polizia e magistratura che guardavano altrove. Ma non sempre andava tutto liscio perché capitava ogni tanto il giudice (ricordiamo il giudice Carlo Mastelloni quando inseguiva Arafat con un mandato di cattura) o il poliziotto che non sentivano il dovere di rispettare il patto. Quel patto ricevette un nome probabilmente abusivo: "Lodo Moro", nel senso che la politica estera fortemente filopalestinese e filoaraba seguita da Aldo Moro avrebbe ispirato una sorta di codice di comportamento non ufficiale ma ufficioso che di fatto garantiva l'impunità a chi fosse stato trovato in Italia mentre commetteva o tramava un attentato purché non contro l'Italia.
Accadde che alcuni missili aria terra destinati ad abbattere aerei di linea israeliani furono trovati dai magistrati nelle mani di Daniele Pifano, leader "autonomo" degli infermieri del Policlinico Umberto Primo a Roma. Ci furono arresti e sequestri. George Habbash si infuriò e chiese a vivissima voce il rispetto dei patti: rivoleva i suoi missili e i suoi uomini arrestati, ma trovò una strenua resistenza nelle forze dell'ordine su cui pensava di poter comandare.
Gli fu opposto un netto rifiuto. Secondo quello che Giovannone sapeva a Beirut, e che la presidenza del Consiglio giallo-rossa sèguita a coprire, era un piano di rappresaglia in due colpi: il primo, sarebbe stato un avvertimento: Ustica. Il secondo il castigo: Bologna. Questi cablogrammi di Giovannone e della stazione Sismi di Beirut sono stati a viva voce richiesti dall'associazione delle vittime di Ustica che non si beve la palla del missile e dell'aereo di Gheddafi e ha chiesto, con le vittime della stazione di Bologna, di tirar fuori le carte e vedere che cosa c'è scritto. Conte ha risposto, senza impelagarsi in congiuntivi: magari, forse, fra una trentina d'anni, quando saranno tecnicamente morti tutti.
Ora, diteci voi: non è geniale un governo della trasparenza? Sembra del tutto uguale agli altri, ma è molto peggio perché più d'ogni altro tratta i cittadini come sudditi. Peggio dei più fetidi governi dell'opacità democristiana. Ora ripeterò quel che io so di Ustica e che risulta dagli atti dei testimoni. Primo: subito dopo la sciagura intervistai l'allora tenente colonnello Lippolis, che per la protezione civile era arrivato sul posto mentre ancora galleggiavano i cadaveri bruciacchiati legati ai loro sedili, prima di inabissarsi definitivamente.
Mi disse Lippolis: "sono un esperto di esplosioni perché vengo da un disastro causato dai fuochi d'artificio su una barca in Sicilia. Ho visto i cadaveri e presentano ustioni crescenti quanto più sono vicini alla camera di scoppio di un ordigno che era evidentemente sistemato nella toilette centrale di quel tipo di aereo. E poi, disse, man mano che ci si allontanava dal fornello dello scoppio i cadaveri presentavano ustioni sempre più deboli e poi nulla del tutto.
Secondo: l'intero aereo - salvo piccole parti della coda - fu rintracciato e recuperato sul fondo del mare grazie all'opera di una ditta francese che si regolò con le equazioni basate sulla velocità, direzione, verso, momento dell'esplosione, conseguente disintegrazione dei diversi pezzi secondo la loro massa e le traiettorie che li fecero ammarare.
Terzo: un missile (almeno i missili del 1980) non penetra un aereo esplodendogli dentro, ma esplode di fronte all'aereo che viene polverizzato da una massa. L'aereo di Ustica non è affatto polverizzato e non ha alcun segno di missile ricevuto. Quando chiesi al tenente colonnello Lippolis se avesse detto ai giudici ciò che lui aveva visto sui cadaveri dei passeggeri, mi rispose: "No, me l'hanno impedito. Mi hanno fatto altre domande burocratiche e quando ho cercato di dire quel che ho visto mi hanno licenziato".
E poi ci fu il caso di Frank Taylor, un fisico inglese che risolse il caso dell'aereo esploso sul cielo di Lockerbie in Scozia, su cui Taylor ricostruì ogni fibra e traccia ed expertise, fino a consentire al governo di inchiodare la Libia di Gheddafi che fu costretto a scusarsi e pagare i danni. Questo Taylor fu chiamato alla sbarra e disse subito di aver già visto che il Dc9 di Ustica era stato fatto saltare con una bomba, probabilmente collegata con un altimetro. Ma lo cacciarono subito via dal processo. Lo accusarono di non so più quali malefatte e lo misero alla porta.
Accadde così che Taylor convocò una conferenza nell'aula magna del Cnr in piazzale Aldo Moro, a Roma, dove andai io e pochi esperti di giornalismo aviatorio, ma non c'era uno solo dei grandi inviati che hanno fatto carriera con la bufala del missile. E Taylor parlò per ore davanti all'enorme lavagna illustrando le modalità dell'esplosione e basandosi sui fatti, i reperti, le temperature, le fibre, i vettori, gli esplosivi, una lavagna che sembrava quella di Einstein. Non si scomodò nessuno per venire a sentire le sue parole, che erano le parole del maggior esperto del mondo in attentati sugli aerei.
Così, come accade soltanto in Italia, alla fine la giustizia ha servito due sentenze in conflitto fra loro, una civile una penale, con quella civile secondo cui ci fu una battaglia aerea come in un videogame perché gli americani - nella solita parte dei banditi arroganti e fuori legge - avevano cercato di ammazzare Gheddafi che sarebbe stato in volo su un Mig di fabbricazione sovietica, del tutto inesistente.
Le associazioni delle vittime hanno implorato il governo di togliere il segreto di Stato sull'unica cosa che conta: qual era la vera natura delle minacce di compiere attentati in Italia da parte di organizzazioni palestinesi come l'Fplp di George Abbash che era anche sostenuto dalla Libia. Il Conte ha fatto una smorfia aristocratica e ha detto: troppo presto per dare le perle ai porci. La verità può aspettare. Si segreti tutto, e tanti saluti alla trasparenza.
di Laura Distefano
livesicilia.it, 25 agosto 2020
Una decisione che potrebbe fare giurisprudenza. Un catanese, condannato in via definitiva per reati per mafia - pena già espiata - e detenuto nel carcere di Livorno, ha ottenuto il riconoscimento al trattamento pensionistico di inabilità.
La genesi della vicenda - Il Tribunale del Lavoro di Livorno in realtà ha ripristinato il diritto all'indennità che, dopo una lunga lotta nelle aule giudiziarie, il condannato catanese aveva ottenuto nel 2014 dai giudici catanesi. Nel 2003, infatti, l'Inps aveva rigettato il riconoscimento all'invalidità. Il Tribunale di Catania aveva infatti condannato l'Istituto di previdenza a corrispondere il sussidio.
La revoca dell'Inps - Ma nel 2017 la battaglia giudiziaria del detenuto catanese, difeso dall'avvocato Elena Parietti, si è riaperta. "Tutto nasce nell'agosto 2017 - spiega a LiveSicilia il legale - quando L'Inps comunica che a partire dal marzo 2017, quindi già da mesi prima della comunicazione, revoca il pagamento del trattamento pensionistico per inabilità".
Alla base della revoca l'applicazione dell'articolo 2 della cosiddetta Legge Fornero che stabilisce che i reati associativi (e quindi anche il reato per associazione mafiosa) siano ostativi e quindi chi è stato condannato per questo tipo di reati non ha diritto all'indennità.
La battaglia legale - Per l'avvocato Parietti però il suo assistito non rientrava nell'applicazione della legge Fornero per una serie di ragioni: la condanna del catanese era precedente al riconoscimento della pensione di invalidità e nella sentenza non si faceva menzione nelle sanzioni accessorie a questo aspetto, la Legge Fornero era successiva alla sentenza di condanna per mafia e poi il detenuto aveva terminato di espiare la pena in merito a quel reato già nel 2011. Per questo prima di iniziare il giudizio l'avvocato Parietti tenta "una conciliazione bonaria" evidenziando anche che c'erano in quella decisione degli atti contrari "ai dettami costituzionali".
La conciliazione però non ha portato alcun risultato, così l'unica strada è stata quella "di iscrivere una causa al Tribunale civile di Livorno, competente per territorio chiedendo - spiega l'avvocato - che, in applicazione della sentenza del Tribunale di Catania sezione Lavoro, volesse annullare il provvedimento di revoca e per l'effetto condannare Inps ad elargire la prestazione dalla data della sospensione con interessi e rivalutazione monetaria come per legge".
Il Tribunale accoglie il ricorso - Il Tribunale di Livorno ha ritenuto che "non può trovare applicazione la disciplina" della Legge Fornero in quanto "le ipotesi di revoca delle prestazioni disposta con sentenza di condanna, intervenuta, dopo l'entrata in vigore della legge". E per questo i giudici hanno deciso di accogliere il ricorso e quindi di annullare il "provvedimento di revoca dell'Inps di Catania" condannando l'istituto al pagamento "della prestazione dalla data della sospensione".
"Una vittoria sui diritti" - "Quella ottenuta dal mio assistito è una vittoria che va letta - commenta l'avvocato Elena Parietti - sotto proprio il necessario riconoscimento che il nostro Stato rivolge a tutti i cittadini anche coloro i quali nella vita abbiano commesso errori di cui ne pagano le conseguenze. Diversamente opinando si andrebbe a creare una situazione incostituzionale che mina la sicurezza sociale del nostro Stato che non può trovare deroghe rispetto all'uniformità nell'applicazione e riconoscimento dei diritti", conclude il legale.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 25 agosto 2020
Commette il reato di stalking colui che con diverse condotte moleste, reiterate nel tempo, costringe i suoi vicini di casa a temere per la propria incolumità e a cambiare le proprie abitudini di vita. Questo è quanto emerge dalla sentenza 530/2019 del Tribunale di Campobasso.
Il caso - Protagonista della vicenda è un uomo, denunciato per atti persecutori dai suoi vicini, in quanto per circa un anno e mezzo aveva cagionato nei confronti di costoro un perdurante stato di ansia e di paura attraverso reiterate condotte moleste e fastidiose, quali ad esempio l'appostamento notturno dietro il cancello o il parcheggiare la macchina in maniera da impedirne l'uscita. I motivi di tali comportamenti erano da rinvenire nella contesa di uno spiazzale di circa 40 metri quadri ubicato al confine delle due proprietà e in alcuni lavori edilizi in corso d'opera commissionati dai vicini. Nonostante un iniziale provvedimento di ammonimento, l'uomo continuava con la sua strategia di tensione, al punto da far divenire inevitabile un procedimento penale a suo carico.
La decisione - Tratto a giudizio per rispondere del reato ex articolo 612-bis cod. pen., l'uomo viene condannato dal Tribunale, che riconosce anche una certa gravità nella condotta da lui posta in essere. Il giudice dichiara di seguire l'orientamento giurisprudenziale più recente che segna una ulteriore evoluzione dell'ambito applicativo del reato di stalking, "non più confinato a fenomeni di degenerazione dei rapporti affettivi, ma tale da estendersi fino a ricomprendere anche quelle condizioni di prossimità di vita tipiche dei rapporti di vicinato".
Il delitto di atti persecutori, pertanto, è configurabile tutte le volte in cui le condotte reiterate di molestia e minaccia siano tali da determinare uno stato di ansia o paura, ovvero timore per l'incolumità e cambiamento delle abitudini di vita. Circostanza che si è verificata nel caso di specie con la coppia di vicini costretta a modificare la propria routine quotidiana proprio per evitare qualsiasi contatto con l'imputato molesto.
di Ilaria Carra
La Repubblica, 25 agosto 2020
Era stato fermato per un tentato furto. Il 42enne era in una stanza da solo in attesa di fotosegnalamento. Si è tolto la maglietta, l'ha legata alle grate della finestrella della stanza vuota e l'ha stretta al collo. Quando gli agenti l'hanno trovato era già troppo tardi.
È morto così un uomo di 42 anni all'interno di una delle sale d'attesa dove si aspetta per accedere al fotosegnalamento in questura. Sono in corso gli accertamenti per verificare le eventuali responsabilità degli agenti legate alla sua mancata sorveglianza.
L'uomo, A.B., senza fissa dimora con base in zona stazione Centrale, di origini algerine, senza documenti e con precedenti per furto e stupefacenti, era stato fermato ieri mattina intorno alle 10 in via Felice Casati, in Porta Venezia, mentre con un marocchino di 23 anni, "stavano rovistando tra alcune auto in sosta" spiega la questura in una nota. La volante era intervenuta su segnalazione di un cittadino. Un intervento fino a quel momento come tanti, dicono dalla questura. I due uomini sono stati portati in via Fatebenefratelli e sottoposti a un fermo per identificazione.
La procedura cioè per stabilire le generalità di chi non ha documenti o è indagato. In questo caso, i due sarebbero stati indagati per tentato furto e rilasciati dopo poche ore. Così, l'algerino e il marocchino sono stati messi in due camere differenti. In gergo nelle camere dei fermati, che in tutto sono quattro, al primo piano: sale con solo una panca in muratura dove si entra senza cintura, lacci, taglierini e qualsiasi cosa che possa essere usata contro sé stessi o gli altri e dove si attende il proprio turno per il fotosegnalamento.
Ma l'algerino non c'è mai arrivato. Nella camera è rimasto circa un'ora. Poi la scoperta intorno alle 12, il tentativo di rianimarlo, anche dei soccorritori del 118. Tutto inutile. Il gesto estremo dell'uomo ha lasciato sgomenti i poliziotti. Sarebbe stato liberato poco dopo, è difficile comprendere le ragioni di questo atto. La procura ha aperto un fascicolo per accertare la dinamica di quanto accaduto, per ora senza ipotesi di reato.
La squadra mobile sta visionando le immagini delle telecamere di sorveglianza: ogni camera ne ha una che trasmette le immagini su un monitor che si trova nell'ufficio dove gli agenti hanno un obbligo di vigilanza 24 ore su 24. Per controllare i fermati, nel corridoio ci sono anche dei vetri su queste camere. L'uomo è stato ritrovato quasi seduto per terra appoggiato al muro.
Non è escluso che tale posizione possa aver fatto pensare che stesse dormendo. Solo l'autopsia potrà chiarire se fosse ubriaco, come il presunto complice marocchino, o se fosse alterato da qualche sostanza. Da chiarire anche se avesse disturbi psichiatrici. Le sue impronte inserite nella banca dati corrispondono anche ad altri nomi: avendo precedenti, ogni volta potrebbe aver dato nomi diversi. Anche i suoi alias verranno esaminati.
di Paolo Verri
Il Giorno, 25 agosto 2020
Neanche sapeva di essere a processo, via le condanne. L'uomo ha lasciato il carcere di San Vittore, ora è in cura a Castiglione delle Stiviere. Arrestato a gennaio, quando è arrivato nel carcere di San Vittore gli sono piovute addosso due condanne precedenti per tentata rapina e resistenza. In totale, 4 anni di reclusione. Peccato che non ci fosse alcuna "prova certa" che sapesse che erano stati avviati due processi a suo carico, finiti con sentenze a lui sfavorevoli.
Abbastanza perché il protagonista di questa intricata vicenda di mala giustizia, un uomo di 48 anni che da tempo soffre di "gravi patologie psichiatriche", venisse scarcerato. A far emergere le sue precarie condizioni di salute è stata l'avvocato Alessandra Calcaterra, nominata difensore di fiducia dopo l'arresto di 8 mesi fa.
"Nel corso di quel procedimento - ha spiegato il legale - è stata disposta una perizia psichiatrica e il mio assistito è stato giudicato totalmente incapace di intendere e volere". Abbastanza perché il 48enne potesse lasciare San Vittore per essere curato. Restava però da superare l'ostacolo delle due condanne, emesse nel 2018 e ormai diventate definitive.
Entrambi i processi erano stati celebrati davanti al Tribunale di Milano senza che l'uomo ne sapesse nulla. In un caso, infatti, tutti gli atti erano stati notificati al suo difensore d'ufficio, che non lo aveva avvertito e a sua volta non aveva partecipato alle udienze. Anche il giudice aveva definito la "continua e ingiustificata assenza" del legale "veramente ignobile".
Il secondo caso è più complicato. Né l'avvocato - anche questa volta d'ufficio - né i giudici avevano rintracciato l'uomo, che negli ultimi anni ha abitato in diverse città d'Italia. A tutto questo si era aggiunto un errore di notifica: "inspiegabilmente" l'avviso di chiusura delle indagini e il decreto di citazione a giudizio erano stati mandati a un legale non era quello nominato in un primo momento. A giocare a favore dell'uomo, anche una sentenza della Cassazione (le motivazioni sono state depositate il 17 agosto) che stabilisce come non basti l'elezione di domicilio da parte di un indagato presso il difensore d'ufficio.
Ci vuole di più. Spetta al giudice "verificare" che "vi sia stata un'effettiva instaurazione di un rapporto professionale" tra l'avvocato e il suo cliente "tale da far ritenere con certezza che abbia conoscenza del procedimento" o che si sia "sottratto volontariamente" alla legge. Così la Corte d'appello ha deciso di annullare le due sentenze precedenti. Ora, in attesa dei nuovi processi a cui potrà partecipare, il 48enne verrà seguito dagli specialisti della Rems di Castiglione delle Stiviere.
livornotoday.it, 25 agosto 2020
Sughere, la denuncia del Garante dei detenuti: "Alcuni reparti versano in condizioni di precarietà". Il garante dei detenuti del Comune di Livorno, Giovanni De Peppo, ha voluto fare il punto della situazione riguardante alcuni reparti del carcere cittadino, soprattutto il "verde" e il "giallo", denunciando "una grave e intollerabile precarietà". Il raddoppio del numero dei carcerati che le Sughere potranno ospitare (da 250 a 500, ndr), secondo De Peppo, deve coincidere con la "chiusura e la ristrutturazione radicale delle sezioni gialle e verdi.
Qui lo spazio per le persone ristrette è davvero angusto e le complessive condizioni, a causa della vetustà e della pessima qualità della costruzione, sono tali da rendere invivibile questo spazio dove lo Stato prende in custodia i cittadini".
"Se si è deciso di raddoppiare il numero dei detenuti - continua il garante - la scelta non può essere a discapito della qualità di un istituto penitenziario dove, grazie anche alla efficace e attenta direzione di Carlo Mazzerbo, viene data grande attenzione alle strategie di riabilitazione, ma che purtroppo si deve misurare con enormi difficoltà di carattere strutturale che impediscono di usufruire di aree trattamentali, di recupero, di formazione, di lavoro".
Inoltre, secondo quanto riportato da De Peppo, è arrivata anche dall'ufficio di sorveglianza di Livorno una chiara posizione nella quale si "ratifica" la grave precarietà delle sezioni sopracitate. Il magistrato di sorveglianza, nell'intervenire in merito all'istanza di un detenuto, ha fatto riferimento alla sentenza Torreggiani, emessa della Corte Europea l'8 gennaio 2013, condannando lo Stato italiano per la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (Cedu). Il caso, che risale a quell'anno, riguardava trattamenti inumani o degradanti subiti dai ricorrenti, sette persone detenute per molti mesi nelle carceri di Busto Arsizio e di Piacenza, in celle triple e con meno di quattro metri quadrati a testa a disposizione. "Tali condizioni - sottolinea De Peppo - si replicano appunto anche nei reparti 'gialli' e 'verdi' delle Sughere, destinati ai reati comuni".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 agosto 2020
È un progetto cogestito dal Comune e dal Ministero della Giustizia. "Revival" è la possibilità di ospitare in una struttura convenzionata con il comune di Palermo quei cittadini che devono scontare un periodo di detenzione domiciliare ma non hanno un domicilio oppure, per esigenze sanitarie legate al Covid-19, non possono svolgerlo presso il proprio domicilio. Si tratta del progetto coordinato dalla Unità di Mediazioni e Giustizia riparativa dell'Assessorato per la cittadinanza solidale. Il progetto è cogestito dall'Amministrazione comunale e da quella della Giustizia. La struttura, ospitata presso una Opera Pia cittadina, è gestita dall'Associazione "Cammino d'Amore" e sarà operativa in via sperimentale per tre mesi durante i quali saranno utilizzate le risorse del Fondo nazionale contro la povertà.
La struttura è pensata per un massimo di 32 utenti, ma al momento ne ospita 8. Si tratta di cittadini, italiani e stranieri, per i quali la Magistratura ha autorizzato forme alternative alla detenzione. Per ciascuno di loro l'Uepe (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) del ministero della Giustizia, elabora un piano personalizzato che, se autorizzate dal magistrato competente, può anche prevedere attività di volontariato, culturali e sociali da svolgere all'esterno della struttura. Proprio in tal senso si sta attivando l'Unità operativa del comune, che già da anni coordina e promuove attività di giustizia riparativa, mediazione penale, facilitazione dei percorsi di recupero.
Nell'ottica della responsabilizzazione e dello sviluppo di percorsi di comunità, gli ospiti del progetto "Revival" sono responsabili della co- gestione, in particolare della pulizia degli spazi comuni e del supporto alle attività. Trattandosi comunque di cittadini con provvedimenti restrittivi decisi dalla magistratura, le visite possono essere svolte solo previa autorizzazione e all'interno vigono comunque regole stringenti rispetto agli orari, alla gestione degli spazi, al divieto di utilizzo di alcol e stupefacenti.
"Si tratta di un progetto sperimentale - spiega l'assessore Mattina - che conferma la visione di una città che a trecentosessanta gradi vuole prendersi cura di tutti, anche di chi, avendo commesso errori e reati, sta facendo un percorso di reinserimento sociale concordato e monitorato dalle strutture del ministero della Giustizia". Per il sindaco Leoluca Orlando "si conferma che a Palermo tutti hanno diritti e doveri e che tutti devono avere la possibilità di rimediare ai propri errori con percorsi umani, rispettosi anche se rigorosi. Si conferma anche quanto sia importante la collaborazione fra le istituzioni pubbliche e fra queste e gli enti del privato sociale".
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