di Alessia Candito
La Repubblica, 27 agosto 2020
Maria Carmela Longo, da ieri ai domiciliari, è accusata di concorso esterno in associazione mafiosa. Per 19 anni ha di fatto delegato la gestione della prigione reggina ai detenuti esponenti dei clan. Nelle intercettazioni affermava: "Il problema da noi non è la 'ndrangheta, sono gli zingari".
"Il problema non è la 'ndrangheta da noi, che 'ndrangheta non è... Se parlo la stessa lingua con tutti, non mi fa niente. A me (i problemi) li danno gli zingari, non la 'ndrangheta". Parola di Maria Carmela Longo, per 19 anni onnipotente direttrice del carcere di Reggio Calabria e fino a qualche giorno fa alla guida della sezione femminile di Rebibbia, da ieri ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa. Motivo? Aver di fatto delegato la gestione dell'istituto penitenziario di Reggio Calabria a boss e luogotenenti dei clan che lì erano detenuti. Anzi, specificano i pentiti e confermano le indagini della procura di Reggio Calabria, l'amministrazione era affidata ai "riggitani", gli uomini dei clan della città calabrese dello Stretto.
Il patto non scritto fra i detenuti di 'Ndrangheta e la direttrice del carcere
"I detenuti reggini - spiega il pentito Francesco Trunfio, che dietro le sbarre a Reggio c'è stato e anche per parecchio tempo - hanno contatti con l'amministrazione del carcere e condividono con loro le regole di gestione di cui sto parlando. È un fatto notorio tra detenuti, tutti lo sappiamo". Veri e propri padroni del carcere di san Pietro, in grado di riservarsi in via esclusiva un'intera sezione dell'istituto, erano gli 'ndranghetisti reggini - è emerso dall'indagine dei pm Stefano Musolino e Sabrina Fornaro, coordinati dal procuratore capo Giovanni Bombardieri - a decidere dove dovessero essere collocati i detenuti, loro a disporre che parenti e affiliati condividessero la medesima cella, loro a stabilire chi potesse fare domanda per lavorare".
E c'erano anche delle prassi ormai consolidate di distribuzione degli incarichi. "In cucina lavorano i reggini, è il lavoro dove si guadagna di più. Poi danno dei posti residuali ad uno della Piana e ad uno della Ionica". Anche in carcere la 'Ndrangheta si dimostra unitaria e con il beneplacito dell'amministrazione, capace di replicare dietro le sbarre meccanismi e logiche che diventano legge fuori. "I detenuti reggini e le loro famiglie ottengono quello che vogliono dalle istituzioni che comandano nel carcere - dice quasi con disincanto il pentito Trunfio - È un patto non scritto". Ma che vale come legge.
Whisky, dolci, profumi e salmone per i boss - Garantisce a boss e gregari una permanenza comoda dietro le sbarre e pochi problemi alla direzione del carcere. "Ci facevano entrare il salmone, portava per esempio il Creed (profumo), le cremine. Del whisky mi è entrato in cella, voglio dire, dei dolci mi sono entrati, la cioccolata quella spessa là... quella bianca, nera, voglio dire fondente, perché io facevo sport, delle medicine" racconta il boss pentito Stefano Liuzzo. A distribuirle ci pensavano gli agenti della penitenziaria - "veniva con il sacco nero e mi portava le cose" racconta il collaboratore - oppure i detenuti autorizzati a lavorare in carcere. Tutti selezionati in base alle indicazioni dei clan, tutti arruolati per raccogliere e trasmettere informazioni, portare messaggi, riferire notizie, recapitare regali. Negli anni in cui a governarlo era la Longo "Reggio non era un carcere come gli altri", concordano i pentiti. Non era "Vibo, che è un carcere duro perché non si può fare nulla e si rispettano le regole".
Per questo in riva allo Stretto puntavano ad essere trasferiti tutti. E Longo cercava di accontentarli. Del resto, con i familiari di boss e gregari dei clan di rango aveva un rapporto diretto. Messaggi, chiamate, incontri. Senza timore, né pudore l'ex direttrice del carcere ascoltava tutti e tutti provava ad assecondare. Aiuta Ivana Murina, parente di più e meno noti uomini di 'Ndrangheta, che per il compagno, condannato per violenza sessuale su minorenne, chiede prima il trasferimento a Reggio, poi la detenzione domiciliare.
Distribuisce encomi a detenuti altrove sanzionati per il pessimo comportamento, pur di farli accedere alla semilibertà o alla detenzione domiciliare. Finge di non vedere i finti referti medici che hanno permesso ai coniugi-boss Pina Franco e Carmelo Murina, secondo le carte in fin di vita in ospedale, di incontrarsi più e più volte. "È resuscitato" si limita a commentare ridendo con l'agente della penitenziaria che le dice di aver visto l'uomo vivo, vegeto, lucido e in forma. Ai suoi uomini poi, più volte Longo ordina di non far troppo caso a parenti, amici e conoscenti che, in occasione di non sempre necessarie visite mediche, si avvicinavano ai detenuti per chiacchiere non consentite.
Boss, gregari e lo stratega della 'Ndrangheta, ecco i "favoriti" della Longo - Per alcuni detenuti però l'ex direttrice Longo si spendeva più che per altri. Soggetti pericolosi, ranghi alti nella gerarchia dei clan, per questo spediti in carceri lontane dalla Calabria, dove erano autorizzati a tornare solo ed esclusivamente per presenziare ai processi. E che lei faceva di tutto per trattenere.
È successo anche con l'avvocato ed ex parlamentare del Psdi Paolo Romeo, eminenza grigia e stratega della 'Ndrangheta di Reggio Calabria, già condannato definitivamente per concorso esterno e oggi imputato come elemento di vertice della direzione strategica dei clan.
Insomma, un capo vero, in grado di creare politici in vitro e aggiustare processi, di scrivere leggi che arrivano fino in Parlamento e confezionare appalti, anche grazie a contatti e legami maturati nel mondo massonico. Un burattinaio, per i pentiti legato a Gladio e ai servizi, che per decenni ha definito e dettato strategie senza sporcarsi le mani, piegando al proprio volere la politica, l'economia, le istituzioni persino la società civile di Reggio Calabria.
Per questo, a quasi vent'anni dalla condanna per concorso esterno, nel 2016 è stato nuovamente arrestato. Per il suo potere e la sua capacità di influenza, era stato spedito a Tolmezzo, carcere di massima sicurezza in provincia di Udine. Ma nel giro di poco, ci ha pensato la Longo ad assicurargli una lunga permanenza a Reggio Calabria. Gli investigatori l'hanno ascoltata per settimane mentre accampava scuse, inventava inesistenti impegni o interrogatori dello stratega dei clan pur di eliminare Romeo dalla lista dei detenuti da ritrasferire nel carcere di provenienza. È arrivata persino a dire chiaramente al suo avvocato come e quando presentare l'istanza che avrebbe giustificato la permanenza di Romeo a Reggio Calabria.
Non è l'unico uomo di rango dei clan per cui la Longo si sia spesa. Battendo la medesima pista, gli investigatori hanno scoperto che 76 detenuti hanno beneficiato di trattamenti di favore e strappato la possibilità di rimanere nel carcere in cui tutto - colloqui, contatti, lussi, agevolazioni ed encomi - era possibile. Un "modus operandi consolidato" commenta il giudice che ha autorizzato l'arresto della funzionaria, sempre sensibile - emerge dall'inchiesta - alle istanze degli uomini di potere e dei loro familiari.
Il "regalo d'addio" all'ex governatore - Anche quando alla sua corte si sono presentati i familiari dell'ex sindaco di Reggio Calabria e governatore di Reggio Calabria, Peppe Scopelliti, non si è tirata indietro. Condannato a 4 anni e 7 mesi per aver coperto un cratere finanziario da centinaia di milioni di euro falsificando il bilancio della città, Scopelliti aveva fretta di uscire di cella, quanto meno per qualche ora al giorno. E Longo si è mostrata assai sensibile alle richieste del fratello del politico, Tino, e del suo storico braccio destro, Giuseppe Agliano.
Durante incontri, riunioni, chiacchierate telefoniche ha concordato tutti i passi da fare, ne ha dettato tempi e modi, ha seguito da vicino la pratica. "Sono quelle cose che sto facendo di corsa perché forse sono trasferita" confida al fratello dell'ex governatore, Tino. Ma ci teneva - si legge nelle carte - "a lasciare la città di Reggio Calabria facendo l'ennesimo favore ad un detenuto d'eccellenza". Per questo, quando il magistrato di sorveglianza autorizza Scopelliti al lavorare all'esterno ma gli nega la possibilità di passare il sabato a casa, è sempre la Longo a farsi carico della questione. E la affronta persino con il detenuto interessato. "Abbiamo chiacchierato un paio d'orette e abbiamo elaborato una strategia" riferisce lei al fratello del politico dietro le sbarre.
Solo riguardo le istanze che arrivavano dai detenuti di etnia rom, la direttrice si mostrava quasi insofferente. "Ma posso avere una preclusione, una? Scusate, eh! Avrò diritto" dice per liquidare un agente della penitenziaria che le chiede di garantire comunque un lavoro ad un detenuto rom allontanato dalle cucine perché forse affetto da epatite. Per la Longo non è idoneo, ma solo - commenta sarcastico il giudice - "in quanto zingaro. Certo, il vero problema per la donna sono proprio i detenuti di etnia Rom, non certo gli 'ndranghetisti della sezione Cariddi a cui ha consegnato le chiavi del (carcere) Panzera".
affaritaliani.it, 27 agosto 2020
Si indaga sugli agenti che dovevano sorvegliare la stanza in cui si trovava il 42enne che domenica si è ucciso nella Questura in via Fatebenefratelli. Due agenti sono indagati per il suicidio nella Questura di Milano un uomo di 42 anni domenica scorsa. Si era tolto la vita nei locali di via Fatebenefratelli, dopo essere stato fermato. Il pm Paola Pirotta indaga sugli agenti che avevano il compito di sorvegliare la stanza in cui si trovava il 42nne che, a quanto si è appreso, sarebbe stato lasciato in una delle stanze per i fermati e lasciato in isolamento. Durante questo arco di tempo, avrebbe trasformato la maglietta in un cappio da legare alle grate della finestra. Una
di Stefania Carnevale*
cronacacomune.it, 27 agosto 2020
Molti passi avanti sono stati riscontrati nel periodo coperto da questa Relazione nella situazione della Casa circondariale di Ferrara. A livello di amministrazione penitenziaria locale si sono registrati sforzi costanti per il miglioramento delle condizioni detentive, per l'incremento delle attività di risocializzazione, per l'apertura del carcere alla comunità esterna. Sul piano nazionale, al contrario, appaiono insufficienti gli interventi attuati sul sistema penitenziario, in termini di risorse, disciplina normativa, obiettivi perseguiti.
Una grande parte dei problemi riscontrati a livello locale deriva non tanto dalla gestione dell'istituto, bensì dalla cornice generale in cui gli operatori sono chiamati a svolgere la loro attività e i compiti loro assegnati dalla Costituzione: l'umanità della pena e la sua finalità di reinserimento sociale (art. 27 comma 3), la tutela dei diritti inviolabili delle persone a qualunque titolo private della libertà personale (art. 13 e art. 2 Cost.).
Nel novembre del 2018 (D. Lgs. 121, 123 e 124/2018) è entrata in vigore una limitata porzione dell'ampio disegno riformatore del sistema penitenziario preparato dagli Stati generali dell'esecuzione penale nel corso del 2015 e 2016 e delineato dalla legge delega del giugno 2017. Si trattava di una riforma ampia, preparata da anni di discussioni, studi preliminari, comparazione con altri paesi europei, dialoghi con tutte le componenti dello sfaccettato universo penitenziario.
Il Governo ha ritenuto di dare attuazione solo a un frammento della attesa riforma, limitando gli interventi innovatori alle parti della legge delega che erano dedicati alla vita detentiva e al lavoro. Sono state invece accantonate molte altre rilevanti novità elaborate dalle Commissioni ministeriali e in particolare quelle in materia di esecuzione penale esterna, ambito nel quale si è prescelto di mantenere pressoché inalterate le norme vigenti. Le novità previste dai decreti legislativi 123 e 124 del 2018 riguardanti alcuni aspetti della vita detentiva e del lavoro dei condannati sono peraltro rimaste in larga parte inattuate.
Così come il 2018 è stato un anno di aspettative per le sperate riforme che avrebbero dovuto ammodernare e migliorare il sistema dell'esecuzione penale, sotto i profili dell'umanità della pena e del suo finalismo risocializzativo (e dunque del miglioramento sia delle condizioni di detenzione che della sicurezza collettiva), il 2019 è stato un anno caratterizzato da una intensa e diffusa delusione per i mancati progressi nella situazione delle carceri.
Le presenze hanno continuato a crescere mentre le condizioni per un graduale e positivo reinserimento dei detenuti in società si sono dimostrate ancora largamente insufficienti. Per questa ragione, sul piano locale, particolare cura è stata dedicata nel periodo di riferimento ai detenuti "dimittendi", ossia alle persone prossime al termine della pena di cui va adeguatamente preparato il ritorno in libertà. La difficile sfida verso la positiva risocializzazione dei detenuti coinvolge infatti profili che riguardano la sicurezza dell'intera collettività, benché spesso non venga percepito dall'opinione pubblica quanto sia importante pervenire a percorsi di reinserimento graduali, consapevoli e guidati: a questo compito sono chiamati a partecipare con particolare intensità gli enti territoriali, il terzo settore e l'intera comunità civile.
A fronte dell'immobilismo legislativo, va segnalato come nel 2018 e 2019 siano stati particolarmente significativi i ripetuti interventi della Corte costituzionale nelle materie del diritto dell'esecuzione penale e del diritto penitenziario. La frequenza delle declaratorie di illegittimità costituzionale pronunciate negli ultimi anni dimostra come il nostro sistema di esecuzione delle pene presenti ancora numerosi profili di vistosa tensione con la Carta costituzionale.
Fra le decisioni più rilevanti adottate in materia vanno ricordate quella sulla possibilità di chiedere permessi premio anche per i condannati a reati "ostativi" (reati gravi, di criminalità organizzata o di elevato allarme sociale individuati dalla legge) pur in assenza di collaborazione con la giustizia e sempre che sia dimostrata l'insussistenza di legami con le associazioni criminali (sentenza 253/2019); quella che consente di applicare la detenzione domiciliare in caso di infermità psichica sopravvenuta durante l'esecuzione della pena (sentenza 99/2019); quella sulla tutela dei figli delle persone condannate affetti da handicap totalmente invalidante, il cui diritto a ricevere le cure materne non può essere, in caso di reati di criminalità organizzata, ex lege subordinato dalla necessaria collaborazione con la giustizia del genitore (sentenza 18/2020); sino alla recente sentenza in materia di reati contro la pubblica amministrazione, equiparati dalla legge "spazza-corrotti" a quelli di mafia e terrorismo e perciò assoggettati a un regime fortemente limitativo dei percorsi di esecuzione extra-muraria: la Corte ha, a questo riguardo, per la prima volta attribuito ad alcune norme della legge di ordinamento penitenziario (e in particolare quelle che disciplinano i presupposti di accesso alle misure alternative) natura di norme penali e dunque assoggettate al divieto di trattamenti peggiorativi valevoli anche per il passato (sentenza 32/2020).
La Casa circondariale di Ferrara ha proseguito e consolidato nell'ultimo anno e mezzo un percorso già avviato nel periodo precedente di forte apertura verso la società esterna, di sviluppo di progetti di recupero e di attività risocializzative. Si sono moltiplicate le iniziative, nonostante la endemica limitatezza delle risorse messe a disposizione per l'attuazione dell'art. 27 della Costituzione, che imporrebbe allo Stato di organizzarsi per offrire - obbligatoriamente - gli strumenti più adeguati per garantire il recupero sociale delle persone condannate. La Direzione, il personale di Area giuridico-pedagogica e il personale di Polizia penitenziaria hanno, ciascuno nel suo ambito di intervento, apportato rimarchevoli contributi per lo sviluppo di un grande numero di attività pur in una realtà complessa, per varietà della popolazione detenuta e delle sue ripartizioni interne, come quella dell'istituto ferrarese.
Sono stati mantenuti con tutte le componenti del personale positivi e proficui rapporti di collaborazione, scambio di informazioni, ricerca di soluzioni condivise alle questioni insorte durante il corso del mandato, che hanno - come di consueto - investito tanto posizioni individuali quanto questioni generali e progetti riguardanti l'insieme della popolazione detenuta.
La riforma penitenziaria varata nell'autunno del 2018 ha rafforzato anche il ruolo dei Garanti dei diritti dei detenuti, sottolineando in particolare l'autonomia di queste figure rispetto alle altre persone con cui le persone ristrette possono avere colloqui. I Garanti, comunque denominati, sono stati accostati ai difensori e la legge ha sancito espressamente il diritto delle persone ristrette ad avere con loro colloqui sin dall'inizio della detenzione (art. 18 ord. penit.). È pertanto continuato il progressivo rafforzamento delle prerogative di questa figura, che la legislazione statale mostra di tenere in crescente considerazione, anche grazie all'incisiva opera di tutela dei diritti, di individuazione di soluzioni extragiudiziali e di mediazione inter-istituzionale svolta in questi anni dalle figure di garanzia.
Durante il periodo coperto da questa Relazione si sono mantenuti vivi e costanti i rapporti con la rete dei garanti, che si è costituita in Conferenza nazionale nell'estate del 2018. Molteplici sono state le occasioni di scambio di informazioni e idee, le azioni intraprese congiuntamente, gli studi avviati su diversi profili relativi alla privazione della libertà. Stretti sono stati anche i rapporti di collaborazione instaurati con il Garante nazionale delle persone detenute o private della libertà personale, che ha rafforzato nell'ultimo periodo le sue funzioni di promotore del coordinamento fra i Garanti territoriali. Particolarmente intense sono state le sinergie attivate fra i Garanti della Regione Emilia-Romagna, grazie all'opera di sollecitazione e coordinamento del Garante regionale. A Marcello Marighelli va tutta la mia gratitudine per essere stato un costante e insostituibile punto di riferimento per la gestione delle questioni più complesse e delicate.
Positivi sono stati anche i rapporti intrattenuti con le altre figure professionali che prestano in carcere la loro attività. Con i referenti dell'area sanitaria è proseguito un costante scambio di informazioni e idee volto alla ricerca delle soluzioni più idonee per migliorare le criticità riscontrate nell'accesso ai servizi sanitari territoriali. La disponibilità all'ascolto della visione del Garante e al dialogo è sempre stata assicurata. Anche in questo campo si sono registrati passi avanti nel periodo di riferimento. Il dialogo si è fatto particolarmente serrato durante l'estate del 2019, quando si sono succeduti nel carcere di Ferrara eventi critici di significativa gravità, che hanno indotto tutte le amministrazioni coinvolte a compiere maggiori sforzi per la prevenzione e la cura del disagio psichico in carcere.
Per alleviare le sofferenze legate alla privazione della libertà e per attuare i percorsi di risocializzazione imposti dalla Costituzione, indispensabile è l'apporto dei volontari e delle associazioni che in carcere affiancano l'amministrazione nelle attività formative, ricreative, culturali, lavorative e di recupero sociale delle persone detenute. Senza il loro fondamentale apporto non sarebbe possibile (date le scarsissime risorse destinate a livello nazionale al mondo del carcere sotto il profilo della rieducazione) adempiere ai principi costituzionali che governano la materia dell'esecuzione penale. Il rapporto conqueste componenti vitali del mondo penitenziario è stato ricco e continuativo.
Più intenso è stato altresì il coinvolgimento dell'Università di Ferrara nella vita dei detenuti. Nel periodo di riferimento sono stati incrementati i servizi per le persone iscritte ai corsi del nostro Ateneo e si sono avviate attività dedicate a tutta la popolazione detenuta, mediante il coinvolgimento di numerosi docenti universitari.
Secondo le sollecitazioni provenienti dal Garante nazionale, durante la seconda parte del mandato è stata avviata una attività di monitoraggio e vigilanza sul rispetto dei diritti anche in contesti diversi da quello penitenziario, come il reparto detentivo ubicato presso l'ospedale di Cona e il Servizio di diagnosi e cura per i pazienti affetti da patologie psichiatriche.
L'ultimo scorcio del mandato è stato segnato dalla emergenza pandemica da Covid-19, che ha provocato anche nell'universo carcerario, e dell'esecuzione penale in generale, uno sconvolgimento della quotidianità, già alterata dalla privazione della libertà, e dall'insorgere di molteplici di nuove problematiche da affrontare con la dovuta tempestività. Sono stati numerosi i provvedimenti adottati a livello nazionale, regionale e locale per far fonte all'emergenza, che si sono succeduti dall'ultima settimana di febbraio in poi. Di essi e della situazione venutasi a creare nelle carceri sul piano nazionale e locale si dà conto nell'ultima parte di questa Relazione.
La fine del mandato (2 maggio 2020) è intervenuta quando ancora tutte le attività consuete che segnano la vita detentiva e il cammino verso la risocializzazione erano state interrotte e mentre la "fase 2" del carcere non era ancora stata delineata. L'auspicio è che la necessaria temporanea sospensione delle attività che concretano il finalismo rieducativo della pena possa preludere a un ritorno ad una "nuova normalità" in grado di coniugare, anche in carcere, le indefettibili esigenze legate alla salute con quelle, altrettanto ineludibili, di umanità della pena e di recupero sociale dei condannati.
Sul piano nazionale, la riduzione del sovraffollamento e la tutela delle persone più fragili dovuta ai meritori interventi della magistratura di sorveglianza è stata accompagnata da un acceso dibattito pubblico e politico che agli occhi di chi frequenta quotidianamente le carceri è apparso distante dalla realtà, quando non del tutto fuorviante. In questo quadro preoccupante, le Relazioni dei Garanti possono fornire un quadro preciso, meditato e trasparente dell'effettiva situazione delle carceri e delle condizioni in cui vivono le persone private della libertà.
L'Ufficio del Garante di Ferrara ha attraversato nell'ultimo periodo serie difficoltà di funzionamento per l'assenza di supporto amministrativo che mi ha costretta a svolgere da sola l'ingente e complessa entità di compiti affidati all'istituzione. Il mio ringraziamento va anche alla dott.ssa Tansini per il periodo in cui ha potuto, nonostante gli altri incarichi che le erano stati nel frattempo assegnati, supportarmi.
Se l'Amministrazione comunale crede nella figura di garanzia che ho avuto l'onore di rappresentare negli ultimi tre anni, è indispensabile che l'organo sia nuovamente dotato delle risorse necessarie ad espletare con prontezza ed efficacia i suoi numerosi e delicati compiti. L'oggettiva impossibilità di svolgerli - alle condizioni date - insieme ad un'altra attività lavorativa, è alla base della decisione di non riproporre la mia candidatura per il prossimo triennio.
*Già Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Ferrara
TESTO COMPLETO RELAZIONE DA SCARICARE:
https://www.cronacacomune.it/media/uploads/allegati/44/relazione-garante-detenuti-2020.pdf
estense.com, 27 agosto 2020
Teatro Nucleo riprende i laboratori post-Covid e ritira il Premio Nazionale Franco Enriquez nella categoria Teatro Contemporaneo di impegno sociale e civile. Dopo mesi di interruzione a causa dell'emergenza Covid-19, i laboratori di teatro in carcere ideati e condotti da Teatro Nucleo nella casa circondariale Costantino Satta sono ripresi e porteranno a ultimare la produzione dello spettacolo Album di Famiglia, che il prossimo 20 novembre sarà in scena al Teatro Comunale di Ferrara.
Una cornice prestigiosa che - come già accaduto in diverse occasioni - ospiterà lo spettacolo realizzato da Teatro Nucleo con i detenuti-attori, permettendo una connessione forte ed emozionante tra il dentro e il fuori, tra il carcere e la comunità. Una delle finalità principali dell'intevento della compagnia con le persone recluse, infatti, consiste nell'apertura di un dialogo che porti a nuove prospettive di vita al termine della pena.
Su queste basi, Teatro Nucleo dal 2005 opera nel carcere di via Arginone, dal 2011 è ideatore e fondatore del Coordinamento Teatro Carcere Emilia-Romagna - che unisce le principali realtà regionali operanti in carcere con gli strumenti del teatro, da Parma a Forlì passando per Modena, Bologna e Ravenna - ed è referente di numerosi progetti internazionali come il partenariato strategico Erasmus+ Performing New Lives attualmente in corso con Teatro del Norte (Spagna), Z3 (Germania) e Ures Ter (Ungheria).
Riconosciuto come punto di riferimento per la formazione degli adulti in relazione al teatro-carcere - Horacio Czertok è ambasciatore della piattaforma elettronica per l'apprendimento degli adulti in Europa Epale - il co-fondatore di Teatro Nucleo il prossimo 30 agosto ritirerà il Premio Nazionale Franco Enriquez nella categoria Teatro Contemporaneo di impegno sociale e civile - sezione Grandi Drammaturghi e Registi. Insieme a lui, sul palco del Teatro Comunale della Città di Sirolo (Ancona), anche il maestro Riccardo Muti e l'attrice Amanda Sandrelli a ricevere questo premio di prestigiosa notorietà, rivolto a teatro, tv, cinema, musica, arte, letteratura, comunicazione di impegno sociale e civile e ai loro aspetti di originalità e di ricerca in ambito nazionale.
Dedicato alla memoria del grande regista Rai scomparso, il premio - gestito e valorizzato dal Centro Studi Drammaturgici Internazionali Franco Enriquez - giunge nel 2020 alla sua 26° edizione. La giuria ha premiato Horacio Czertok per la sua filosofia e visione del teatro come partecipazione, incontro, comunicazione nel suo senso etimologico di "mettere in comune" in relazione all'impegno sociale e di civile di cui il teatro in carcere rappresenta una delle principali espressioni.
Con Horacio Czertok, a lavorare nella struttura detentiva della città estense, c'è anche Marco Luciano, ideatore di Esercizi di libertà, progetto epistolare che ha permesso di mantenere la relazione con i 26 detenuti-attori anche durante la chiusura della casa circondariale per l'emergenza sanitaria. Attraverso riflessioni condivise in forma di lettera è così proseguita la produzione dello spettacolo, ripresa da qualche giorno in presenza. Grande l'entusiasmo e l'impegno del gruppo che già aveva presentato Album di Famiglia in forma di studio lo scorso ottobre all'interno del Festival di Internazionale tra le mura dell'Arginone. Il 20 novembre la destinazione dello spettacolo sarà fuori, nel cuore della città, al Teatro Comunale, per continuare a costruire percorsi condivisi tra città e carcere.
isolasolidale.it, 27 agosto 2020
Si intitola "Il viaggio della speranza" ed è il racconto dell'VIII congresso di Nessuno tocchi Caino, la lega internazionale di cittadini e di parlamentari per l'abolizione della pena di morte nel mondo, che si è tenuto a Milano, nel carcere di Opera, lo scorso dicembre. Il volume (ed. Reality Book) è stato distribuito agli iscritti dell'associazione ed è anche acquistabile sul sito: è un viaggio ideale che esplora la traversata dal dolore al cambiamento, che va a fondo nel sistema carcerario alla luce delle sentenze dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e della Corte Costituzionale sull'ergastolo ostativo.
Immagini, parole (una sessantina di interventi) e atti che raccontano le carceri italiane e le loro contraddizioni, una sorta di "non luogo" in cui "finiscono i diritti", nonostante il dettato dell'articolo 27 della Costituzione ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"). E sono testimonianze nelle quali ricorrono due motti: "nessuno tocchi Caino", che dà il nome all'associazione, e "spes contra spem".
Il primo, dice Sergio D'Elia, segretario dell'associazione, "è rivolto allo Stato, al Potere che cede, degrada alla aberrante, violenta logica dell'emergenza per la quale, nel nome di Abele, per difendere Abele, diventa esso stesso Caino, uno Stato-Caino che pratica la pena di morte, la pena fino alla morte e la morte per pena". Il secondo, aggiunge D'Elia, "è rivolto a Caino, al condannato che decide di cambiare se stesso, convertire la sua vita dal male al bene, dalla violenza alla non violenza, perché sia appunto il cambiamento del suo modo d'essere profetico del cambiamento del mondo in cui vive, dell'ambiente in cui vive, del carcere in cui vive, del magistrato da cui dipende".
Si dibatte sul futuro del sistema carcerario, nella speranza che un giorno si arrivi ad avere "non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale", come auspicava Aldo Moro. "Io sono profondamente convinto che il carcere non abbia nessuna ragione di esistere - dice nel suo intervento Roberto Rampi, senatore del Pd - ne sono profondamente convinto, sono convinto che il carcere sia un'invenzione degli uomini e che nasce in un tempo e che, come è nata in quel tempo, ci sarà un tempo in cui finirà. Verrà un giorno in cui guarderemo al fatto che delle persone tenevano altre in un carcere esattamente come potremmo guardare oggi a certe forme di tortura, a certe forme di schiavitù. Come qualcosa di lontano che appartiene al passato e che è incomprensibile".
Immaginare uno Stato senza carcere è già possibile. Ne è convinto Giuseppe Morganti, parlamentare di San Marino che ha proposto di fare della piccola repubblica il primo Stato che abolisce la prigione: "L'obiettivo di uno Stato senza carcere prevede l'attivazione di politiche che richiedono investimenti in posti di lavoro, istruzione, alloggi, assistenza psicologica e sanitaria, tutti elementi indispensabili in una normale società che intende liberarsi dalla violenza".
Si va poi dall'intervento di Gherardo Colombo, che solleva dubbi sulla compatibilità di un diritto penale sorto durante il fascismo con i principi costituzionali, fino a quello di Francesca Mambro: "Uno Stato che riaccoglie e pacifica è uno Stato che non ha bisogno di dimostrare la sua forza perché è Giusto e Libero e in tal modo questo esercita la sua Signoria, tanto che può permettersi di non abbandonare nessuno. Un concetto a me molto chiaro, sia per esperienza personale che per la mia attività con Nessuno tocchi Caino, è che ogni essere umano se trattato male e lasciato senza speranza non può che peggiorare.
Noi tutti, e non solo antropologicamente, siamo trasmissione di valori che si sono sedimentati nel tempo. Riconoscere la dignità della persona vuol dire riconoscere l'altro ed essere in una forma continua di dialogo come esseri umani. Questo dialogo fa sì che il mondo sia umano non perché la voce degli uomini risuona in esso, ma per esserne divenuto l'oggetto. Essere speranza, migliorare le condizioni di detenzione, non diminuisce la gravità della colpa, la pena comminata e quella espiata".
"La vendetta che sembra incantarci - ha aggiunto Mambro - è una punizione eterna per chi la riceve e per chi la pratica e non c'è difesa che possa mettere al riparo l'individuo e la comunità da una sorte che fa rivivere il male e cristallizza il dolore, come non vi è riparo dalle tetragone certezze che nemmeno per un attimo fanno balenare l'esistenza del dubbio".
Ai contributi di questo fronte trasversale che si interroga su un carcere in cui possa entrare "il diritto umano alla speranza" si alternano le testimonianze dei detenuti di Opera, artefici del proprio cambiamento, e di altri ex detenuti. Emozionante è l'incontro tra Stefano Castellino, sindaco del comune siciliano di Palma di Montechiaro, che a 18 anni perse lo zio assassinato dalla criminalità organizzata, con quattro concittadini in carcere a Opera per delitti mafiosi.
Fino all'esperienza di Antonio Aparo, che è stato in regime di 41bis per 28 anni, il "carcere duro" che finisce per creare altre vittime, i familiari dei detenuti: "In trent'anni il trattamento nel regime penitenziario per me che mi trovavo al 41bis è stato di poter usufruire di 15 giorni, che significa 360 ore, con i familiari. Visto che spesso si è detenuti a mille chilometri, non tutti possono usufruire di un'ora di colloquio mensile, quindi al massimo si fanno due o tre ore di colloquio all'anno. Quindi da 360 scendiamo a circa 90 ore di colloquio in 30 anni, pari a circa 4 giorni di colloquio in trent'anni... Qui ci viene in soccorso il telefono: dal 1986 fino al 2000 erano 6 minuti al mese che sostituivano il colloquio impossibile. Così si baratta un po' la situazione. Poi sono diventati 10 minuti al mese. In un anno si raggiunge la famiglia per un'ora e mezzo. Quindici ore di telefonate, dieci anni. In trent'anni più o meno 45 ore perché se non si fa colloquio, c'è la telefonata. Quindi in trent'anni ci viene concesso di avere i contatti con gli affetti circa 6 giorni. Cos'è la rieducazione in questo senso? Mi chiedo come ex 41-bis...".
Poi ha concluso: "Quando sono stato arrestato avevo vivi alcuni miei familiari - si commuove - anche qualche mia sorella. Oggi non ci sono più - fatica a parlare per l'emozione - non mi hanno dato nemmeno il permesso per andarli a vedere. Sarà una mia colpa, è vero, io ho sbagliato, l'ho sempre ammesso e sono qua. Però che c'entra trattare i familiari in modo disumano?".
di Simona Musco
Il Dubbio, 27 agosto 2020
Marco Scarpati, avvocato: "Chi chiederà perdono ai tanti piccoli Evan?". Ci sono i "casi Bibbiano", da un lato. E poi i casi come quello dei piccoli Evan e Gioele. In mezzo un mare di approssimazione e facili deduzioni, la demonizzazione dei servizi sociali, la loro assenza sul territorio e il circo mediatico che inquina tutto. A rimetterci, in ogni caso, sono loro, i bambini.
La storia di Evan, massacrato, secondo l'accusa, dal compagno della madre, anche lei finita in manette e già in precedenza indagata dalla procura di Siracusa per i ricoveri anomali del bambino, con una denuncia ignorata fatta dal padre del piccolo in Liguria, riapre la questione e pone nuovi interrogativi. Domande pesanti, avanzate, ad esempio, da Marco Scarpati, avvocato ed esperto di protezione dei diritti dei minori, il cui nome è finito ingiustamente nel vortice dell'inchiesta "Angeli& Demoni". Criminalizzato e poi risultato innocente, oggi si chiede se la caccia alle streghe partita più di un anno fa abbia intaccato pericolosamente la tutela dei diritti. "Un anno fa le polemiche sui cosiddetti affidi facili e sul ' parlateci di Bibbiano' scrive sul suo profilo Facebook.
Queste sono le conseguenze: gli affidi extra-famigliari, l'allontanamento dai genitori non viene più svolto (per paura delle conseguenze e delle critiche) e i bambini e i loro diritti vengono calpestati. Quando un Tribunale per i Minorenni toglie un bambino a un genitore lo fa a ragion veduta, come scelta protettiva per un bambino che non trova, nei suoi genitori naturali, persone adatte (almeno in quel momento o in quella situazione) ai suoi bisogni. E nessun servizio sociale fa segnalazioni facilmente o per motivi frivoli, ma sempre dopo avere cercato una soluzione interna alla famiglia, dopo avere cercato di sostenere le possibilità autoriparative degli adulti responsabili di quella famiglia. Chi ha le colpe della vergognosa campagna di odio lanciata a suo tempo dovrebbe ragionarci e chiedere scusa ai tanti piccoli Evan".
Parole che conferma al Dubbio, denunciando quello che, personalmente, vede ogni giorno con il suo lavoro. "C'è una situazione di corposa difficoltà nella gestione della materia - spiega -. Da un anno non si trovano psicologi che si prendano la responsabilità di casi dove esistono possibili procedimenti giudiziari in corso. La iper responsabilizzazione che c'è stata rispetto agli interventi degli psicologi e dei terapeuti come possibili modificatori della prova, così come ipotizzato nel caso Bibbiano, hanno provocato ritardi e tentennamenti che mettono in secondo piano il diritto alla salute del bambino rispetto al diritto di giustizia". Insomma, senza rassicurazioni, la paura di intervenire, sbagliare e finire in un tritacarne è tanta. Il clima è incerto, le notizie inesatte o imprecise, le accuse prese per buone a prescindere. E basta un giornale che faccia da megafono ad una sofferenza magari giusta o anche solo comprensibile per far crollare tutto quanto. Al di là di cosa sia giusto fare o meno.
"Le richieste dei pm diventano automaticamente legge stampata sulle tavole di Mosè - continua Scarpati. Ovviamente si tratta di ipotesi, ma il messaggio che arriva agli operatori è che il gioco non valga la candela, considerato che si ipotizza il dolo rispetto alla terapia svolta". Ciò porta ad una maggiore difficoltà ad agire sulla base dell'articolo 403 del codice civile, secondo cui "quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell'infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione".
Scelte che espongono a responsabilità sia civile sia penale e che ora risultano molto più faticose. E ciò, per l'avvocato reggiano, è anche frutto dello strascico mediatico del caso Bibbiano. "Non ci si deve difendere dai processi, ma nei processi. E chi svolge un mestiere delicato con i bambini deve stare molto attento sottolinea -, perché va a toccare un interesse primario rispetto a qualsiasi altro interesse. Gli errori ci sono, ne ho visti tanti, ma non si può pensare che il sistema sia composto da demoni".
La soluzione, spiega, è velocizzare l'iter: "Se arriva una segnalazione su un possibile abuso o maltrattamento non può essere ignorata: la prima cosa da fare è sottrarre il bambino dal pericolo. Non si può perdere tempo. Dunque - sottolinea - bisogna riformare il 403, velocizzando tutto. Bisogna prevedere che la fase di processualizzazione arrivi molto velocemente, in pochi giorni, che le carte vengano contestualmente inviate ai genitori, che l'udienza non sia fissata tre mesi dopo, ma una settimana dopo e che la cosa venga risolta con un procedimento tra le parti e quindi con un avvocato del minore. Se immediatamente la questione viene messa in mano ad un dibattito tra gli esperti, nessuno potrà dire che la propria voce è stata ignorata".
Gli strascichi mediatici del caso Bibbiano hanno dunque fatto male ai servizi sociali. "E li abbiamo pagati tutti, a cominciare dai bambini", dice al Dubbio Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio Nazionale dell'ordine degli assistenti sociali. "Nel momento in cui distruggo la credibilità di un'intera fetta istituzionale è chiaro che il rischio è che la gente si allontani e che non si rivolga agli assistenti sociali quando ne ha bisogno. Quel che serve - aggiunge - è un investimento strutturale. Gli ultimi veri risalgono alla legge Turco del 2000".
E poi ci sono ancora molti territori sguarniti di assistenti sociali: nonostante la legge preveda la presenza di un operatore ogni 5mila abitanti, in almeno due terzi d'Italia se ne conta uno ogni 40mila. E ciò soprattutto al Sud. "Molte amministrazioni fanno bandi a titolo gratuito - aggiunge - ma ciò non è possibile. I problemi non sono solo economici, ma è più facile sborsare un assegno che investire in servizi". Ma non solo. In uno degli ultimi decreti è stato approvato un emendamento che prevede l'istituzione, da parte delle Regioni, di un piano per i servizi, proprio perché nella fase più acuta del lockdown in molti territori tutto è rimasto fermo.
Ma al momento nessuna Regione si è adeguata alla direttiva. Ma nonostante le difficoltà e le incertezze, continua Gazzi, "non voglio neanche pensare che i colleghi si ritraggano dalle loro responsabilità. Il contesto in cui si esercita si prende in considerazione, ma mai e poi mai, se c'è un intervento da fare, credo che qualcuno si tirerebbe indietro.
Non mi pare ci siano state segnalate situazioni del genere. Va detto, però, che nei mesi successivi al caso Bibbiano le minacce e le aggressioni sono aumentate. E non si può assistere a polemiche strumentali di quel tipo, né accettare battaglie ideologiche sulla pelle dei bambini".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 27 agosto 2020
Dallo scontro tra il governatore siciliano Nello Musumeci e il ministero dell'Interno chi esce più ammaccata è l'immagine delle istituzioni, centrali e locali. No, non ne stiamo uscendo migliori. Lo scontro sui migranti tra il governatore siciliano Nello Musumeci e il Viminale sembra dircelo con chiarezza. Chi ne risulta più ammaccata agli occhi degli italiani è, al solito, l'immagine delle istituzioni, centrali e locali. E gravemente menomata appare la capacità del Paese di prendere in mano il proprio destino, venendo a capo di qualche dossier.
Com'era ovvio, il Covid-19, archiviati i canti dai balconi, sta enfatizzando tutti i problemi preesistenti. Non pochi. Tra questi, sempre sul tavolo, l'immigrazione. Intendiamoci, i numeri non sono tali da giustificare gli alti lai della destra, che pare quindi volta a un tentativo di speculazione elettorale (a settembre si vota in sei Regioni) quando grida di nuovo all'emergenza: gli sbarchi da gennaio sono 17.504 con una proiezione plausibile di venti, forse 25 mila per fine dicembre, mentre durante la crisi del 2016-17 (prima dei pur vituperati accordi di Marco Minniti con i capi tribù libici) si sfioravano i duecentomila arrivi l'anno.
Siamo di fronte a un flusso ben sostenibile, sulla carta. Inoltre, le autorità sanitarie spiegano che i migranti rappresentano non oltre il 3-5% dei positivi, quando i vacanzieri di ritorno incidono dal 25 al 40%. Insomma, una discoteca pare un cluster più insidioso di un Cara. Ma, attenzione: le paure si sommano e non si elidono. E, benché sia stata smentita dalla prefettura la sortita di Matteo Salvini sui "migranti positivi a spasso per Lampedusa", la paura del virus accresce quella (atavica) degli stranieri fuori controllo. E non c'è dubbio che la terra di primo impatto per i battelli della speranza salpati da Libia e Tunisia sia proprio la Sicilia.
Qui, solo tra luglio e metà agosto gli sbarchi sono stati diecimila, quadruplicati rispetto al 2019 dalla crisi tunisina. Numeri bassi, è vero. Ma, ancora una volta, il Covid-19 ci mette lo zampino: quando quei numeri cadono nella stagione turistica che si vorrebbe in ripresa dopo il lockdown, gli animi si scaldano. Per capire quanto, basta leggere il bell'articolo di Felice Cavallaro sul Corriere dell'altro ieri da posti come Porto Empedocle, Favara e Caltanissetta, dove sindaci esasperati raccontano di essere insultati da cittadini stufi dei migranti, per pochi che siano. È poi un caso nel caso l'hotspot di Lampedusa, dove sabato scorso tunisini, nigeriani ed eritrei si sono contesi a sassate un metro d'ombra per stendere un materassino all'aperto, non trovando posto nella struttura, ciclicamente piena quattro o cinque volte oltre la propria capienza.
E qui che s'inserisce la rivolta di Musumeci. Sfidando Roma, il presidente della Regione, sostenuto da Salvini, ordina chiusura e sgombero di hotspot e centri di accoglienza siciliani, nonché blocco di qualsiasi sbarco. Materia indisponibile, spiegano i costituzionalisti: l'immigrazione è competenza esclusiva dello Stato; il ministero degli Interni ordina ai prefetti di tenere in non cale il provvedimento del ribelle. Lui allora vira sulla tutela della salute, che in effetti chiama in causa le Regioni, sommando emergenza Covid-19 e migranti. E diffida i prefetti, accusando il governo di voler addirittura mettere in piedi "campi di concentramento" travestiti da tendopoli. Sarà la magistratura, cui tutti affermano di voler ricorrere, a sciogliere il groviglio. Ma, anche a causa di dichiarazioni così sopra le righe, è difficile negare che Musumeci debordi, essendone ben consapevole.
Sarebbe tuttavia un errore derubricarne l'operato a mera azione strumentale. La mossa, che certo lo pone sugli scudi di propaganda della destra, calca l'accento su alcune verità difficili da negare: quelle che le brutte immagini dell'hotspot di Lampedusa hanno evidenziato agli occhi del mondo. Da quando s'è insediato, a settembre 2019, l'esecutivo Conte bis ha tentato di scansare in ogni modo la questione migratoria, consapevole della sua portata deflagrante per la fragile coalizione. Il Pd a guida Zingaretti chiedeva una cesura netta con la stagione di Salvini a cominciare dalla cancellazione dei molto controversi decreti Sicurezza varati dal capo leghista. I Cinque Stelle, che a quella stagione hanno collaborato a fondo con Luigi Di Maio, hanno recalcitrato sin dall'inizio, vedendo la cesura come una censura al loro stesso operato. Risultato: l'immobilismo. Se il ministro leghista aveva fatto male, il governo giallorosso non ha fatto nulla. Non un programma condiviso: solo la promessa di un maquillage, dopo le elezioni regionali, per cambiare come si può l'impianto salviniano, salvo nuovi rinvii o magari salvo intese. Non un piano complessivo per fronteggiare un problema che l'Italia vive come emergenza da trent'anni ed è invece, ovviamente, strutturale, per un Paese con settemila chilometri di coste proteso nel Mediterraneo. Non saranno "campi di concentramento" i centri per migranti in Sicilia e in giro per l'Italia (con certi paragoni bisognerebbe andarci piano per rispetto della storia). Ma sono spesso luoghi di vergogna, dove gli stranieri vivono ammassati diventando, loro sì, vittime del Covid-19: i focolai nelle ex caserme del Nord ne sono stati il primo segnale a inizio agosto. Ci vuole coraggio. Ciò che soprattutto il Pd sembra non capire è che chiudere gli occhi esorcizza gli spettri nelle stanze dei bambini, non nelle democrazie adulte. Persino lo sgombero di una sessantina di positivi dall'hotspot di Pozzallo, opportuno ma attuato soltanto dopo l'azzardo di Musumeci, porta acqua alla destra, consentendo al governatore siciliano di proclamare che "alzar la voce serve". Un bello spot per la chiusura della campagna elettorale sovranista.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 agosto 2020
Daniele Franceschi, in attesa di giudizio, fu trovato senza vita nel carcere di Grasse. Sono passati dieci anni dalla della morte di Daniele Franceschi, il 36enne carpentiere di Viareggio (Lucca) rinvenuto esanime in una cella del carcere di Grasse.
La madre Cira Antignano dichiara di non arrendersi e di voler a tornare in Francia con l'avvocato Aldo Lasagna per parlare con gli inquirenti sull'esito dell'inchiesta che coinvolgerebbe l'ospedale di Grasse dopo una lettera anonima inviata ai familiari di Franceschi in cui si ipotizzava un macabro espianto di organi dalla salma.
Ma non solo, la madre di Daniele si dice in attesa di una risposta del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, direttamente in aula, all'interrogazione del senatore Gianluca Ferrara del Movimento5Stelle proposta proprio sulla sorte degli organi del 36enne e mai restituiti. L'interrogazione parlamentare è di un anno fa, ma il ministro Di Maio ancora non risponde. Parliamo di una vicenda ancora piena di punti oscuri. Il 25 agosto 2010, mentre era detenuto da mesi nel carcere francese di Grasse, in attesa di un processo per il presunto utilizzo di una carta di credito falsa in un casinò di Cannes, veniva trovato morto Daniele Franceschi.
Secondo la versione sinora fornita dalle Autorità francesi, Daniele è morto per arresto cardiaco, ma le circostanze del decesso sono tuttora un mistero sul quale rimangono parecchi punti oscuri, nonostante un processo che è giunto al secondo grado di giudizio.
Per la morte di Daniele, infatti, è stato condannato a un anno per omicidio involontario il medico del carcere Jean Paule Estrade, ritenuto colpevole di non aver curato il giovane carpentiere. Colpevole di semplice omissione di soccorso o comunque dell'assistenza tardiva e rivelatasi poi fatale in seguito al fatidico malore, che avrebbe provocato l'inspiegabile decesso del ragazzo.
A ritrovarlo a terra con il viso verso il suolo, tutto rosso, fu il compagno di cella. Si chiama Abdel il giovane franco- algerino che due giorni dopo la tragedia scrisse una lettera a mamma Cira. "Daniele - raccontò Abdel - negli ultimi tre giorni stava molto male e nessuno era venuto a visitarlo, nonostante le continue richieste di aiuto, fatta eccezione per una volta in cui fu portato in infermeria dove gli dettero semplicemente delle pastiglie".
Nell'interrogazione parlamentare dell'anno scorso, il senatore Ferrara ha spiegato che "dopo 55 giorni, il corpo del cittadino italiano è stato riconsegnato in avanzato stato di decomposizione e senza gli organi interni della vittima". Infatti, a riprova delle circostanze in cui è avvenuta la riconsegna del cadavere, ha fatto scalpore la dichiarazione del medico- legale italiano, che nell'obitorio dell'Ospedale Versilia, tra i pochissimi a visionare quei miseri resti, ha esclamato, unitamente al sindaco di Viareggio, anche lui medico e presente all'autopsia: "I Francesi ci hanno riconsegnato un involucro orribilmente "vuoto".
Il senatore Ferrara ha sottolineato che "anche il medico-legale successivamente designato dai familiari, ha constatato che gli istituiti di medicina d'oltralpe o chi comunque aveva trattato il cadavere di Franceschi, aveva operato manovre manipolative ovvero (letteralmente da perizia redatta e pervenuta agli inquirenti italiani) distruttive su quel che rimaneva del cadavere".
Si aggiunge anche il giallo della lettera anonima recapitata alla madre di Daniele dove l'autore lascia intendere che gli organi, oltre 8 anni fa, potrebbero essere stati espiantati e trapiantati in altri corpi. Che fine hanno fatto gli organi? Una risposta che ancora tarda ad arrivare.
di Murat Cinar
Il Manifesto, 27 agosto 2020
Ebru Timtik e Aytaç Ünsal sono in carcere da due anni dopo un processo farsa, condannati insieme a 16 colleghi solo sulle basi delle dichiarazioni di un testimone anonimo. Puniti per il loro lavoro: hanno difeso minatori, operai, contadini, donne e i manifestanti di Gezi Park.
Ebru Timtik e Aytaç Ünsal sono due avvocati in sciopero della fame da più di 200 giorni, convertito ormai in uno sciopero della morte. Entrambi si trovano in carcere dal 12 settembre 2018 e sono iscritti all'Associazione dei Giuristi progressisti. L'accusa rivolta sia a Timtik sia a Ünsal è quella di "appartenere all'organizzazione terroristica Dhkp-c", secondo le dichiarazioni di un testimone anonimo. Per questo Ebru Timtik è stata condannata a 13 anni e 6 mesi e Aytaç Ünsal a 10 anni e 6 mesi. Gli avvocati chiedono un processo giusto basato sui principi della giurisdizione.
Timtik e Ünsal fanno parte di un maxi processo in cui sono coinvolti altri 16 avvocati, condannati in totale a 159 anni di carcere. Per tutti i casi il giudice si è basato sempre sulle dichiarazioni del testimone anonimo. Secondo il presidente dell'Albo dei Legali di Istanbul, Mehmet Durakoglu, si tratta di un processo ridicolo. "Durante le udienze era il procuratore a ricordare al testimone certe sue dichiarazioni. Inoltre si tratta di una persona che è stata utilizzata in circa 100 processi tra cui anche il maxi processo che riguarda la rivolta popolare del Parco Gezi del 2013. Questo fatto non ha nessuna base giuridica". Secondo Durakoglu, anche le domande del giudice erano inutili e maliziose. "Perché lavorate come avvocati? È una domanda fuori luogo e non riguarda l'accusa che gli è stata rivolta. Qui si mette in discussione il lavoro che fanno questi due avvocati".
Tra le persone che seguono il caso di Timtik e Ünsal c'è anche Sezgin Tanr?kulu, avvocato e parlamentare nazionale del principale partito dell'opposizione, il Partito popolare della Repubblica, Chp. "In realtà gli avvocati, che erano già in carcere, il 10 settembre 2018 sarebbero stati scarcerati ma quel gruppo di giudici è stato tolto dal processo e in poche ore la decisione di scarcerazione è stata annullata". Tanrikulu segue l'andamento del caso degli avvocati e informa i cittadini in continuazione attraverso il suo canale web tv e l'account Twitter.
Durakoglu sottolinea un punto molto importante: "Abbiamo assistito al fatto che non si tratta assolutamente di un processo accettabile dal punto di vista giuridico. Anche gli avvocati possono essere processati ma tutti i cittadini hanno diritto ad un processo giusto. Spero che il ricorso fatto presso la Cassazione sarà accolto". Intanto, a fine giugno, tramite una lettera che ha scritto il suo avvocato, il testimone anonimo si è rivolto alla Cassazione specificando che a causa dei suoi problemi psicologici le sue dichiarazioni non sarebbero da prendere in considerazione. Nella sua lettera, il testimone anonimo, in carcere da 13 anni, si definisce una persona traumatizzata per via del suo coinvolgimento nel mondo del crimine dall'età di10 anni.
Sembra evidente che si tratta di un processo fortemente politico. Ma perché? Ebru Timtik e Aytaç Ünsal sono sempre stati due avvocati "scomodi" per il disegno politico ed economico che strozza la Turchia da circa 20 anni. Hanno difeso i diritti dei minatori sfruttati, dei familiari degli operai vittime degli incidenti nei grandi cantieri edili, dei contadini che resistono contro le centrali idroelettriche che distruggono i campi agricoli e le acque dell'Anatolia, delle donne vittime di violenza maschile sempre più diffusa e non punita, e dei cittadini che hanno alzato la testa contro il governo durante la rivolta popolare di Gezi, criminalizzata dal governo e dai media main stream.
Attorno a Timtik e Ünsal è nata una rete di solidarietà in tutto il mondo. Centinaia di avvocati, associazioni, politici e semplici cittadini seguono il loro caso e cercano di fare tutto il possibile perché questi due avvocati restino in vita e siano scarcerati. Circa 15 giorni fa sono stati trasportati entrambi, con forza e contro la loro volontà, in ospedale e sono trattenuti nelle stanze senza aerazione. Quelle poche informazioni fornite sulle loro condizioni di salute confermano che siamo in una fase estremamente pericolosa. In questi giorni numerosi presidi di solidarietà sono stati dispersi dalla polizia e i manifestanti sono stati arrestati. In Turchia ancora una volta c'è il rischio di morire, non di fame per il cibo, ma per la mancata giustizia.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 agosto 2020
L'evasione del 23 agosto da parte di 88 detenuti del carcere di Farafangana, nel sudest del Madagascar, è finita in un bagno di sangue: 22 morti e almeno otto feriti in gravi condizioni. Secondo la stampa locale, gli evasi erano tutti in attesa di giudizio per reati minori: uno addirittura per aver rubato uno spazzolino da denti.
La prigione di Farafangana è, come denunciato da Amnesty International nel corso di varie visite, sovraffollata (a maggio c'erano 453 detenuti a fronte di una capienza massima di 260) e le condizioni igienico-sanitarie sono pessime. All'interno vige un radicato regime di corruzione che obbliga a pagare tangenti per avere determinati servizi o prodotti. A causa della diffusione della pandemia da Covid-19, i detenuti non vedevano i loro parenti da mesi.
Le dichiarazioni a Radio France Internationale della direttrice regionale delle prigioni, Nadege Patricia Razafindrakala, rendono bene l'idea di cosa sia accaduto: "Alcuni detenuti hanno tentato la fuga a bordo di una piroga. Quando abbiamo aperto il fuoco, la piroga è affondata". Amnesty International ha sollecitato l'immediata apertura di un'indagine su quello che è apparso in tutta evidenza un uso non necessario e illegale della forza.
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