di Viviana Lanza
Il Riformista, 26 agosto 2020
Parla Pietro Ioia: "Così la reclusione non potrà mai funzionare, necessarie strutture per non più di 300 ospiti". Viaggio nel degrado del padiglione Milano, a Poggioreale, tra muri che si sbriciolano e stanze piene fino all'inverosimile.
Padiglione Milano, carcere di Poggioreale. L'intonaco si stacca dal soffitto rovinato da muffa e umidità e finisce sul fornello che i detenuti usano per cucinare un pasto caldo. Se non si sta attenti, finisce anche nella pentola e il cibo è da buttar via. In una cella hanno usato delle buste di plastica per creare una sorta di rete in modo da contenere la caduta dell'intonaco, ma non durerà molto. Poco distante ci sono celle con i letti a castello a tre piani.
Chi dorme più in alto è a pochi centimetri dal soffitto e la muffa ha la sensazione di averla addosso. Sulle pareti c'è muschio, l'odore alla lunga è nauseabondo. Qualche rubinetto perde acqua e il rumore della goccia che cade ripetutamente, sempre sullo stesso punto del lavandino ingiallito, riesce a diventare un rumore assordante.
La sveglia suona alle 7,30 per la conta. Dalle 9 alle 11 si può passeggiare all'aperto, ma di questi tempi vuol dire passeggiare sotto il solleone su un pavimento di cemento rovente. Chi vi rinuncia non ha molte alternative. Le attività trattamentali non sono disponibili per tutti. Anzi, vista la sproporzione tra numero di detenuti reclusi nelle celle e numero di educatori in servizio nel carcere, le attività di formazione o rieducazione sono un'opportunità solo per un piccolo numero di detenuti. Stare in cella vuol dire vivere in una sorta di perenne penombra.
Nelle camere di detenzione la luce del sole fa fatica a entrare, le sbarre agevolano le zone d'ombra. E per gran parte della giornata l'unica luce che illumina celle e corridoi è la luce fredda dei neon. È un tipo di luce a cui l'occhio può anche abituarsi, ma la mente no, fa fatica ad accettarlo. La luce fredda scandisce i ritmi di giorni tutti uguali.
E dopo la passeggiata del primo pomeriggio la giornata in carcere può dirsi finita. Si sta in cella a far nulla, aspettando il sonno e la notte. C'è chi in queste condizioni vive qualche mese, chi un anno, chi molti anni. Che persone si diventa dopo tanto tempo passato in queste condizioni? Le statistiche dicono che nel 68% dei casi chi esce dal carcere torna a delinquere. Non è una percentuale incoraggiante. "Il problema è che il carcere, così come è strutturato, non può funzionare, si è rivelato un fallimento", commenta Pietro Ioia.
Ioia è il Garante dei detenuti di Napoli. In passato è stato in carcere, ha conosciuto cosa significa la reclusione in un carcere grande e sovraffollato. È stato un anno in un carcere a Barcellona e diverso tempo nel carcere di Poggioreale. "Dopo una circolare europea il carcere spagnolo fu chiuso, Poggioreale invece ancora ospita 2mila detenuti a fronte di una capienza di poco più di mille e 600 - dice Ioia. Non dovrebbero più esistere carceri da migliaia di detenuti ma da 300, solo così è possibile intraprendere seri percorsi di rieducazione".
La sua è una storia di riscatto, è la storia di chi ritrova la via della legalità e la persegue. "Nessuno mi ha aiutato, qualcosa in me è scattato e ce l'ho fatta - racconta. Ma non va così per tutti. Dare una seconda opportunità a chi è stato in carcere è l'unico modo per sottrarre braccia al crimine. La politica dovrebbe impegnarsi per questo.
Si potrebbero, per esempio, prevedere incentivi fiscali per le aziende che assumono ex detenuti. Serve creare un circolo virtuoso", aggiunge Ioia descrivendo l'inferno di molte carceri campane e italiane, i drammi che crea il sovraffollamento, l'invivibilità di celle in strutture vecchie e fatiscenti, il vuoto della pena fine a sé stessa e il vuoto sociale in cui si precipita quando si esce dal carcere. Due giorni fa gli è arrivato un messaggio vocale. "Mi hanno preso di nuovo... non ce l'ho fatta a stare senza soldi... mi dispiace".
In queste poche parole c'è la sintesi di un destino che si ripete, dell'alternativa che non c'è, di alibi e omissioni, di un carcere che non rieduca e di una società che non riesce a occuparsi di quelli ai margini. È la storia di un 37enne napoletano, finito di nuovo in cella per reati di droga. Ma potrebbe essere la storia di chiunque.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 26 agosto 2020
Cos'è lo spazio del carcere? Dovrebbe essere la missione e la pena, ma finisce sempre più spesso per essere solo la pena, se non addirittura una pena aggiuntiva rispetto alla condanna stabilita dalla giustizia. E la missione rieducativa passa in secondo piano, se non addirittura scompare. Lo spazio del carcere, quindi, andrebbe rivisto, sia in quanto forma che sostanza, sia esso espressione della funzione di rieducazione o espressione della limitazione della libertà. Andrebbe rivisto anche come spazio fisico, nonché come spazio sociale perché segna la distanza tra il carcere e la città in cui ha sede, tra il popolo dei reclusi e i cittadini che sono fuori.
La Campania è tra le regioni italiane con il più alto numero di carceri: ben 15 sparse su tutto il territorio regionale, tra le quali Poggioreale che è indicato come il più grande penitenziario d'Italia, forse anche d'Europa, e sicuramente il più affollato. La Campania, dunque, è una sorta di fortino detentivo e si colloca al secondo posto in Italia per l'alto livello di sovraffollamento nelle celle. Lo spazio delle carceri campane, a leggere statistiche e report, è uno spazio che risponde a logiche architettoniche antiche e genera per questo grossi limiti fisici e culturali. Basti pensare che la casa di reclusione di Aversa fu la sede del primo manicomio giudiziario d'Italia e sorge in un edificio dell'Ottocento, antico convento di san Francesco.
Il carcere di Eboli, che attualmente è una struttura a custodia attenuata per il trattamento delle dipendenze da alcol e droghe, trova spazio in un castello medievale. Vallo della Lucania è un carcere piccolissimo, di sole dieci celle in un edificio vetusto. Pozzuoli, che è il carcere femminile di Napoli, sorge in un edificio del Quattrocento che un tempo ospitava un convento di frati. Il carcere di Santa Maria Capua Vetere risale al 1996, ma da allora ha problemi idrici.
Per il resto, tra i penitenziari di Napoli e delle altre città campane ci sono problemi di riscaldamento, acqua calda e bagno nelle camere detentive. Il 22% delle strutture campane non ha docce nelle celle, il 37% delle carceri non prevede il bidet in camera, e nel 16% delle celle non c'è acqua calda. Ci sono, inoltre, carceri che non hanno aree verdi, altri senza laboratori e officine di lavorazione, e altri ancora che non hanno una ludoteca né spazi per gli incontri dei detenuti con i figli minori. Quanto a Poggioreale, il carcere più grande e più affollato, sorge nella prima cinta della periferia, a poca distanza dal centro di Napoli, a ridosso della zona della Stazione centrale e della city con gli uffici ma, per certi versi, sembra un mondo a parte. La struttura risale al 1918 e, nonostante alcuni lavori di ammodernamento e ristrutturazione eseguiti negli anni, è un carcere vecchio. I 12 milioni di euro stanziati per rimettere a nuovo quattro padiglioni dovrebbero essere sbloccati nei prossimi mesi dopo uno stallo durato anni e denunciato dal garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello.
Gli spazi, nel complesso, per come furono concepiti oltre un secolo fa e ancora resistono, non rispondono alle moderne concezioni di carcere e di pena, che sono poi quelle più rispondenti ai principi della Costituzione e alla linea indicata dall'Europa che più volte ha bacchettato l'Italia per la questione carceri. "Poggioreale andrebbe chiuso, dovrebbe diventare un museo - osserva Luigi Romano, presidente di Antigone Campania - L'architettura carceraria fa molto e l'attuale edilizia penitenziaria è un problema perché abbiamo carceri vecchissime. L'architettura di un penitenziario testimonia il modo con cui si concepisce la pena e la maggior parte delle strutture non è pensata per favorire attività trattamentali, oltre ad avere carenze che richiederebbero importanti interventi di manutenzione e ristrutturazione".
Mettere al centro del carcere la sua funzione riabilitativa significa, dunque, ripensare al carcere anche sotto l'aspetto architettonico. Del resto è ormai pacifico che lo spazio ha un ruolo fondamentale e lo spazio in cui si vive condiziona l'individuo. Se veramente si vuole un carcere che favorisca la rieducazione e non solo la restrizione, che riduca le recidive e aumenti il senso di sicurezza nei cittadini, servono anche strutture architettonicamente adeguate. "Attenzione - conclude Romano - Se si vogliono costruire nuove carceri bisognerà chiudere quelle vecchie, altrimenti saremo punto e daccapo".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 26 agosto 2020
L'ex consigliere Csm imputato per corruzione con altri due. La Procura di Perugia ha chiesto il rinvio a giudizio dell'ex presidente dell'Anm Luca Palamara. È accusato di corruzione nel periodo in cui fu componente del Csm. "Sette anni di lusso e vacanze pagate", confessati in una chat. Nei guai anche l'amica.
"Quel piccoletto solo guai ci ha combinato"; "Eh, però abbiamo passato sette anni di lusso"; "Pure... dillo pure!"; "Ibiza, Favignana...". Quello scambio di battute tra Luca Palamara e la sua amica Adele Attisani, registrato un anno e mezzo fa dagli investigatori della Guardia di finanza, racchiude la sintesi dell'accusa definitiva mossa dalla Procura di Perugia che il 18 agosto scorso ha chiesto il rinvio a giudizio dell'ex componente del Consiglio superiore della magistratura.
Palamara è ora imputato di corruzione per l'esercizio delle funzioni (con Attisani nel ruolo di "istigatrice delle condotte delittuose e beneficiaria in parte delle utilità") in cambio di viaggi, soggiorni e lavori di ristrutturazione e manutenzione in casa della donna per almeno 68.000 euro pagati dall'imprenditore Fabrizio Centofanti ("il piccoletto").
Sotto la richiesta di processare Palamara e gli altri due imputati dello stesso reato, firmata dai pubblici ministeri Gemma Miliani e Mario Formisano c'è il visto del neo-procuratore Raffaele Cantone; i fatti contestati vanno dal 2014 al 2017, quando l'ex pm faceva parte dell'organo di autogoverno dei giudici, e l'accusa ha indicato come "persona offesa" il ministero della Giustizia. Spetterà ora al Guardasigilli Alfonso Bonafede decidere se costituirsi parte civile contro il magistrato, nei confronti del quale aveva avviato, lo scorso anno, l'azione disciplinare.
Palamara è imputato anche di rivelazione di segreto per aver indotto l'ex componente del Csm Luigi Spina a informarlo delle indagini a suo carico, nel maggio 2019. Spina, dimessosi dal Consiglio proprio a seguito di questa inchiesta, ha proposto di chiudere la partita giudiziaria con una richiesta di "messa alla prova", in modo da sospendere il processo e arrivare alla estinzione del reato; la Procura ha ritenuto legittima la richiesta, riservandosi di esprimere il proprio parere davanti al giudice che dovrà decidere. Imputato di favoreggiamento l'agente di viaggi Giancarlo Manfredonia, per aver consegnato agli investigatori "documentazione artefatta" sulle vacanze organizzate da Centofanti, al fine di "eludere le investigazioni".
A quattro mesi dalla chiusura delle indagini, il "caso Palamara" arriva dunque a una prima conclusione. Resta ancora aperta l'altra inchiesta nella quale l'ex componente del Csm è indagato per corruzione in atti giudiziari, in favore di altri due amici imprenditori. L'imputato-indagato continua a dichiararsi estraneo ad ogni reato, soddisfatto perché rispetto alle accuse mossegli un anno fa è caduta quella di aver intascato 40.000 euro per favorire la nomina di un procuratore a Gela. Tuttavia, tra le "fonti di prova" delle contestazioni rimaste ci sono gli atti del Csm relativi all'elezione di altri due procuratori (di Trani e di Matera) e ai procedimenti disciplinari nei confronti di sei giudici, nei quali evidentemente la Procura ritiene di aver individuato un ruolo svolto dall'ex consigliere.
Ma al di là del procedimento penale, la sfida più importante per Palamara resta il processo disciplinare che s'è incardinato al Csm prima della pausa estiva. Lì il magistrato rischia la radiazione dall'ordine giudiziario per aver tentato di pilotare dall'esterno del Consiglio (assieme ai deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti), la scelta del procuratore di Roma nel 2019. E per difendersi ha chiamato a deporre 133 testimoni, allo scopo di dimostrare che gli accordi tra correnti togate e referenti politici non furono una sua manovra illegittima bensì una prassi abituale. Disdicevole quanto si vuole, ma abituale.
di Antonio Andreotti
Corriere del Veneto, 26 agosto 2020
Situazione risolta con la mediazione del magistrato di sorveglianza. Condizioni del carcere inaccettabili e richiesta di trasferimento per un egiziano sulla trentina, volontà di andare ai domiciliari per un italiano sulla cinquantina. Questi i motivi che ieri, verso le 13, hanno spinto due detenuti a Rovigo entrambi con condanna definitiva, l'italiano per reati contro il patrimonio e l'egiziano per spaccio, a salire sul tetto di una struttura interna per la prima protesta di questo tipo nella Casa circondariale inaugurata quattro anni e mezzo fa.
I due sono saliti su una rete metallica e si sono arrampicati fino al solaio della struttura, alta circa 8 metri e poco distante dal muro di cinta che guarda la Tangenziale. L'iniziativa non ha attecchito con gli altri detenuti, rimasti nelle loro celle ma a protestare sbattendo oggetti sulle sbarre e urlando perché i due detenuti li avrebbe privati dell'ora d'aria. Sul posto personale della Questura e dei carabinieri, a presidiare ogni lato del carcere per scongiurare tentazioni di evasione.
I due avrebbero minacciato di gettarsi giù se il magistrato di Sorveglianza di Padova non fosse arrivato a Rovigo a sentirli. Richiesta esaudita con l'arrivo del giudice che ha avviato una mediazione proseguita fino alle 17.30 ovvero quando sono intervenuti con una gru i vigili del fuoco. I due detenuti hanno cessato la protesta e sono scesi, continuando a interloquire col magistrato. La loro posizione è ora al vaglio del Pm di turno Sabrina Duò, ma da parte dei due non risulterebbe violenza o di resistenza a pubblici ufficiali. Sull'accaduto il coordinatore regionale degli agenti penitenziari della Cgil, Gianpietro Pegoraro.
"L'episodio mostra il fallimento di tutto il sistema penitenziario - spiega. Bisogna ripartire da dove aveva lasciato l'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, che con la sua riforma allargava i benefici per i detenuti, ad esempio con le misure alternative al carcere".
di Alessia Candito
La Repubblica, 26 agosto 2020
Per la procura antimafia avrebbe elargito concessioni ai boss detenuti nel penitenziario di San Pietro. La conoscevano come funzionaria integerrima, scrupolosa, puntigliosa nell'osservare regole e procedure. Ma ieri mattina, della direttrice della sezione femminile di Rebibbia Maria Carmela Longo, chi con lei nell'ultimo anno ha lavorato ha scoperto un'altra storia e un'altra faccia.
Per i magistrati della procura antimafia di Reggio Calabria che la accusano di concorso esterno e per questo per lei hanno chiesto e ottenuto i domiciliari, è stata la Longo ad aver garantito favori, elargito concessioni, permesso incontri e regolari eccezioni alle regole a boss di clan storici, detenuti nel carcere di San Pietro. Il più grande della città calabrese dello Stretto, uno dei più importanti di tutta la Calabria, dove dietro le sbarre finiscono spesso i pezzi da novanta dei clan imputati nei processi che si celebrano in città. Quelli che è bene che passino direttamente dalla cella all'aula bunker che alla casa circondariale è collegata.
Maria Grazia Longo lo ha diretto per 15 anni. Un'eternità, si vantava lei negli anni scorsi, quando su sua richiesta stava per prendere servizio a Rebibbia. Nessuno dei suoi predecessori - sottolineava- aveva retto tanto alla guida del medesimo incarico. Ma per i pm Stefano Musolino e Sabrina Fornaro è proprio in quegli anni che gregari, luogotenenti e generali delle più importanti cosche cittadine hanno goduto di un regime privilegiato. Il capo di imputazione è sintetico. Quasi asettico. La procura di Reggio Calabria, guidata da Giovanni Bombardieri avrebbe scoperchiato "una sistematica violazione delle norme dell'ordinamento penitenziario e delle circolari del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria" e la Longo avrebbe contribuito "al mantenimento ed al rafforzamento delle associazioni a delinquere di tipo 'ndranghetistico".
Ma l'inchiesta parla di detenuti che avrebbero dovuto essere trasferiti rimasti in cella, di relazioni funzionali a scarcerazioni o regimi meno restrittivi garantite da certificati medici opinabili, di inspiegabili permessi e incontri garanti agli uomini dei clan. C'è tutto questo nell'ordinanza firmata dal gip di Reggio Calabria, Domenico Armaleo, ma nel fascicolo d'indagine potrebbe esserci molto di più. Secondo indiscrezioni, sotto inchiesta sarebbero finiti anche diversi agenti penitenziari che negli anni hanno lavorato alle dipendenze della Longo e avrebbero collaborato o taciuto sul regime di favore concesso a piccoli e grandi boss. Legali no, al momento non ne risultano coinvolti, ma fonti investigative suggeriscono che qualche indizio c'è. Tutto da sviluppare, da verificare.
Se la Longo si aspettasse di essere scoperta non è dato sapere. Ma chi la conosce e con lei ha lavorato gomito a gomito, racconta di un agosto passato in ufficio, di settimane di nervosismo e tensione e di una sempre più manifesta voglia di tornare a Reggio Calabria. Eppure era stata lei a decidere di concorrere per quel posto da direttrice della sezione femminile del carcere di Rebibbia, che con l'esperienza e le qualifiche accumulate ha ottenuto senza difficoltà.
"Ho bisogno di nuovi stimoli" spiegava a chi glielo chiedesse, quasi stupito per quella scelta che i più consideravano un passo indietro in carriera. Una decisione curiosa che adesso inizia a sembrare una fuga. Dalle indagini. O da un pantano di favori, piccoli e grandi illeciti, volute miopie magari diventate troppo rischiose. E che i magistrati hanno scoperto.
di Antonio Sabbatino
internapoli.it, 26 agosto 2020
Una visita alla Polizia penitenziaria e ai suoi delegati sindacali del carcere Pasquale Mandato di Secondigliano nel corso della quale pronuncia una frase piuttosto pesante. "I Garanti dei detenuti hanno rotto le palle". Il segretario della Lega Matteo Salvini non usa mezzi termini per definire l'opera e l'impegno dei rappresentanti napoletani e campani di chi è in carcere.
L'arrivo alla Casa Circondariale di via Roma verso Scampia dell'ex Ministro dell'Interno per incontrare gli agenti della penitenziaria, che denunciano poche unità lavorative a disposizione del servizio di controllo delle carceri e pochi strumenti di difesa in caso di rivolte (come accaduto nei mesi scorsi in alcuni istituti penitenziari italiani con i detenuti preoccupati di non essere sufficientemente tutelati dal rischio Covid) questa mattina poco dopo le 10, nell'ambito di una serie di appuntamenti in Campania per tirare la volata alla Lega in vista delle regionali del 20 e 21 settembre. Nessun contatto, invece, con gli ospiti delle celle del carcere.
Le reazioni - A diffondere le parole di Salvini, pronunciate durante il colloquio con la penitenziaria una nota stampa dell'ex sindaco di Quarto per il Movimento 5 Stelle Rosa Capuozzo, ora passata alla Lega dove è candidata alle regionali. La frase suscita immediatamente lo sdegno di Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania.
"Un ex ministro degli Interni che si esprime con questo attacco volgare e scomposto non merita alcun commento di chi nella Costituzione e nelle Istituzioni ci crede. Lui ha una concezione barbara del diritto e del garantismo". Storce il naso anche il garante dei detenuti del Comune di Napoli, Pietro Ioia. "Noi garanti conosciamo benissimo la situazione numerica degli agenti di Polizia municipale nelle carceri. Non c'è bisogno della visita di Salvini, fatta solo per mera campagna elettorale. Il senatore, oltre a dare solidarietà agli agenti, parli anche con i detenuti per comprendere le loro esigenze".
Le dichiarazioni di Salvini e dell'Uspp - Ai giornalisti assiepati all'esterno del carcere, Salvini dirà. "Qui gli unici ad avere problemi sono gli agenti, con i quali mi schiero. Non i detenuti che sono a due in una cella e si trovano in un carcere all'avanguardia dove possono svolgere diverse attività come seguire i corsi di scuola media e superiore, universitari e laboratoriali". Tra i temi trattati durante il confronto con la Polizia penitenziaria l'opportunità di dotare gli agenti del taser. Si tratta della pistola elettrica da utilizzare come deterrente alle eventuali aggressioni. "Sulla carta al carcere di Secondigliano figurano 1000 agenti penitenziari ma ne lavorano effettivi 600. I 350 del Nucleo Penitenziario dislocati altrove non sono mai tornati qui. Sono tanti anni che oramai non vediamo nuovi agenti arrivare al carcere di Secondigliano". A dirlo è Massimo Manzoni dirigente del sindacato Uspp e presente alla visita di Salvini stamane.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 26 agosto 2020
Davide Faraone, Italia Viva: "L'ordinanza del governatore è uno show di cattivo gusto: urlare che i migranti infetti sono tra i turisti, come fa il leader leghista, è falso e danneggia l'economia dell'Isola".
In Sicilia lo scontro politico cede il passo alla magistratura. Il governatore Musumeci prova a bloccare l'accoglienza dei migranti tra i quali (pochi, invero) casi di positivi al virus e la battaglia diventa un conflitto istituzionale per il quale Regione Sicilia e governo centrale si fronteggiano a suon di carta bollata.
Musumeci emette un'ordinanza di sgombero dei centri di accoglienza, il governo non la impugna ma nemmeno le dà seguito. "Ci rivolgiamo alla magistratura - ha detto il governatore siciliano - ed è triste constatare come due articolazioni dello Stato, governo centrale e regionale, debbano ricorrere alla magistratura per riaffermare un principio sacrosanto che è il diritto alla salute".
Per non essere da meno, il senatore siciliano Davide Faraone, Italia Viva, gli risponde con lo stesso mezzo e va in Procura, dove denuncia Salvini - che va su tutte le furie e lo epiteta come "un poveretto" e Musumeci per procurato allarme. Una iniziativa inedita: la prima volta di un garantista che a dispetto del primato della politica, rimette la decisione all'amministrazione giudiziaria. Il Riformista gliene chiede conto.
Ha denunciato Musumeci e Salvini. Perché?
Io difendo la mia Sicilia da un'opera di sciacallaggio di Salvini a cui si sta prestando Musumeci. L'ordinanza che ha firmato il presidente della Regione è solo uno show di cattivo gusto. Le parole di Salvini secondo cui a Lampedusa i migranti passeggiano con i turisti, che poi portano il coronavirus al Nord, sono un danno incalcolabile per quell'isola bellissima, per tutta la mia terra che vive di turismo e che sta tentando di rialzarsi ed evitare che l'economia chiuda bottega per sempre. Io contesto questo. Il fatto che ordinanze farlocche e parole tipo "lazzaretto" o "campo profughi" riferite alla Sicilia creano danni economici incalcolabili e chi le pronuncia o chi utilizza la sua carica per firmare atti che non hanno alcuna forza di legge, sta facendo male ai siciliani. Non c'è politica in tutto questo.
Sì, ma come è nata l'idea di rivolgersi alla magistratura per affrontare una questione politica? Renzi era d'accordo con lei su questo iter? Lega e FI la accusano di usare i magistrati per colpire gli avversari, contraddicendo il garantismo di Italia Viva...
Voi credete che firmare una ordinanza finta o urlare in una diretta Facebook che a Lampedusa i migranti infetti passeggiano con i turisti rientri nel campo della politica? Lo credete davvero? Non pensate che tutto ciò ormai con la politica, con la gestione del bene comune, con la salvaguardia della salute dei cittadini, dei posti di lavoro non c'entri più nulla? Io lo penso. E per difendere l'economia della mia Sicilia non posso che far ricorso alla giustizia. Questo è garantismo. Perché il garantismo non funziona solo per chi ha una poltrona in Parlamento. Il garantismo è anche fare una battaglia affinché l'albergo o il ristorante di Lampedusa non chiudano la saracinesca per colpa di una becera propaganda e dell'inefficienza della Regione.
Esiste un problema di gestione dei migranti, diciamocelo. La Sicilia ne accoglie per forza di cose più di altri...
Certo che esiste. L'ho ripetuto migliaia di volte in questi giorni. A me di Musumeci, che vuole solo accattivarsi le simpatie di Salvini, fregandosene dei siciliani, non m'importa un tubo. Ciò che mi interessa è dare una mano ai sindaci di frontiera. Perché sono loro quelli che si trovano a gestire un'emergenza enorme, non possono più permettersi giochini politici e ordinanze farlocche. Hanno di fronte una realtà che è ben più grave delle dispute ideologiche e della propaganda.
Le Regioni sul Covid in ordine sparso. Un problema di riequilibrio dei poteri...
Un problema grande quanto una casa. L'avevamo detto e scritto nel 2016 e la nostra riforma, bocciata con il referendum, agiva per eliminare un federalismo sanitario che aveva provocato storture, differenze di prestazioni da Nord a Sud, 20 sistemi sanitari diversi, dove ci sono regioni che erogano dei servizi che altre non offrono.
Che giudizio dà di Musumeci?
È uno che sventola ordinanze farlocche in diretta Facebook. Fa solo demagogia, chiuso nella sua torre d'avorio.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 26 agosto 2020
Umanità, usiamo spesso il termine per contrapporre il bene al male, attribuendo bontà all'uomo. Sappiamo che è l'uomo l'essere capace di sprigionare il più male possibile, che è quello inutile, prodotto per banale malvagità. In natura si uccide, si sbrana, tutto per vivere, sopravvivere: gli animali non torturano per il gusto di farlo, per godere del dolore altrui.
Le ecatombi inutili sono un fatto residuale, imposto dalla natura, mai scelto per piacere: una faina entra in un pollaio, ammazza tutti i polli quando gliene basterebbe uno, è il killing surplus, una condanna patologica imposta. Un uomo rapina una famiglia in una casa e dopo aver preso i soldi si diverte a fare supplizi.
Umanità sta per la parte migliore dell'uomo, si contrappone alla disumanità che è la scelta del male: le patologie, i bisogni incontrollabili non sono scelte, solo costrizioni. In un mondo disumano che porta i disperati su barche senza motore per lasciarli alla deriva, che non ci perde un minuto né una lacrima su quarantacinque morti affondati, che insegue col morbo persecutorio ogni piega trascorsa di Viviana e Gioele.
L'umanità la dobbiamo cercare a lembi, negli eventi minimi. E ci sta tanta umanità al Sud, nei supermercati che chiudono dalle 13 alle 17 e mandano tutti a riunirsi a tavola e dopo scegliere tra il riposo e il mare. Ci sta tanta umanità nel Mediterraneo con le donne che tirano fuori le sedie, sui ballatoi delle rughe, e si mettono a parlare le une in faccia alle altre. C'è tanta umanità di vecchi sotto l'ombrello dei carrubi che spadroneggiano nelle piazze.
L'umanità vince perfino fra le bestemmie dei giocatori di carte che escono dal bar. C'è umanità, anche se non la si vorrebbe riconoscere, negli uomini feroci: nelle gambe di Graziano Mesina che vuole morire libero sulla sua montagna. Nel petto di Cutolo che vorrebbe smettere di sollevarsi fra i suoi cari. C'è una umanità che potrebbe affogare il mondo nella coda tranciata dall'uomo di Codamozza, la balena che con una coda ormai solo immaginata continua a nuotare per non andare a fondo. L'umanità, quella più vera, migliore, che è meglio dire animalità: è la scintilla che ci dà anima a tutti, che tutti siamo bestie e uomini.
È la fiaccola che corre nei boschi, tenuta in pugno da M49, un orso che non si rassegna al dominio dell'uomo, convinto che un Dio ci ha animato con lo stesso amore, ci ha fatto uguali, a ognuno ha dato uno spazio e non ci sia un diritto di vita e di morte che non sia un'ultima e estrema ragione. Gli ultimi, più importanti, brandelli di umanità di questa estate che non svela il disegno dell'autunno, stanno nella sua resistenza. Nella voglia di libertà di M49, un orso che sa farsi beffa delle prigioni umane, che si strappa il collare per far perdere le proprie tracce a un'umanità in affanno, prigioniera della sua arroganza smisurata.
recensione di Francesco D'Errico*
Il Dubbio, 26 agosto 2020
"Il potere dei più buoni e altre sconvenienze", edito dalla casa editrice Mimesis, con presentazione a cura di Gaetano Insolera e prefazione di Alessandro Barbano, è l'ultima fatica di Lorenzo Zilletti, avvocato penalista presso il Foro di Firenze e responsabile del Centro Studi Aldo Marongiu dell'Unione Camere Penali.
Si tratta di un libello contenuto nelle dimensioni ma ricco di inventiva e di invettiva, la cui scrittura appassionata e abrasiva e lo stile cinico e lucidamente disincantato, gli consentono di rientrare a pieno titolo nel genere del pamphlet, almeno per come lo avrebbero inteso nella Francia del XVIII secolo, unendo impegno civile e ironia.
Sullo sfondo il (mal) funzionamento del sistema penale, in particolare delle sue vicende processuali, caratterizzato da quel grottesco "rovescio comico della terribilità" che accompagna il lettore dall'inizio alla fine della lettura.
Dall'abuso sistematico delle intercettazioni telefoniche (e non) che spesso sconfina nella diffusione di materiale penalmente irrilevante sui media nazionali - fenomeno così ben descritto ricorrendo all'espediente narrativo di "dieci conversazioni che vorrebbero restare riservate" e raccontando l'episodio di un praticante inesperto convinto in buona fede che un pm non possa mai violare nella prassi la sacralità del segreto istruttorio - passando per una tragicomica riproposizione in salsa italiana del processo a Dominique Strauss-Kahn, in cui l'avvocato fiorentino ha immaginato come sarebbe andata a finire se avessero processato l'ex ministro dell'Economia francese nella penisola invece che oltreoceano. L'ironia, come già detto, non manca e d'altra parte il principio di legalità penale e processuale è definito, nel suo irresistibile "vocabolario semiserio" - a cui è dedicata una sezione della seconda parte -, come "materia di studio nei corsi di laurea in archeologia".
Non a caso è proprio a questo principio che Zilletti dedica tutta la parte finale del suo pamphlet, o meglio, ne celebra l'amaro funerale. Non solo a causa di un legislatore sempre più sciatto, incapace e schiavo del populismo penale, ma anche e soprattutto per via di chi applica, o dovrebbe applicare, le leggi: il giudice. Per l'autore l'organo giudicante è ormai divenuto un "burocrate creativo" che, abbandonata la sua naturale funzione di arbitro, e quindi di decisore terzo ed imparziale, ha deciso di sfidare il principio di legalità creando nuove norme, aggirandosi "disinvolto nel labirintico sistema multilivello delle fonti fabbricando la regola secondo le proprie preferenze politiche e culturali".
D'altronde il titolo è eloquente, non c'è spazio per le illusioni: non esistono poteri buoni. Lo disse anche De André che "certo bisogna farne di strada per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni" e lo ha scritto, seppur diversamente, anche Elias Canetti - studioso più volte citato da Zilletti, insieme ai suoi maestri Italo Mereu e Massimo Nobili, cui dedica diverse pagine all'inizio dell'opera: "solo apparentemente il giudice sta nel mezzo, sul confine che separa il bene dal male. In ogni caso, egli si annovera tra i buoni". Da non perdere.
*Presidente Associazione Extrema Ratio
di Salvatore Tuccillo
Metropolis, 26 agosto 2020
La pizza può anche cambiare la vita. Nel senso che può incidere nelle scelte personali e dare una svolta decisiva alla propria esistenza. È ovvio che stiamo parlando di pizza come lavoro, o più correttamente del mestiere di pizzaiolo.
Oggi, al pari degli chef, molti pizzaioli sono delle vere e proprie star e passano più ore a farsi intervistare in tv o a fare i consulenti, che al forno delle pizze. Ma un tempo, impastare ed infornare, era un lavoro di ripiego per chi non aveva studiato o imparato un mestiere meno pesante. Ai nostri giorni, invece, può essere anche occasione di riscatto sociale.
La lezione arriva dalla nostra terra, precisamente dalla Casa Circondariale "Giuseppe Salvia", conosciuta come carcere di Poggioreale. Qui il 14 luglio è stata inaugurata la pizzeria "Brigata Caterina" dove lavorano detenuti che preparano le pizze per gli altri reclusi e per le guardie penitenziarie.
L'iniziativa, nata dalla collaborazione tra il Ministero della Giustizia e la diocesi di Napoli come progetto sperimentale, finanziato dalla Cassa delle Ammende e coordinato da Antonio Mattone, direttore dell'Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della diocesi, oltre a dare la possibilità ai detenuti ed al personale del penitenziario di poter acquistare la pizza, ha lo scopo di formare e avviare al lavoro quei reclusi che vogliono rimettersi in gioco e fare altre scelte di vita.
In particolare, con la realizzazione di un laboratorio artigianale di pizzeria e friggitoria, dentro il carcere di Poggioreale, si vuole promuovere la formazione delle figure professionali connesse a questi mestieri per arrivare ad una qualifica professionale con relativo avviamento al lavoro. Ma questo progetto, caldeggiato dal cardinale Sepe e condiviso dal direttore del carcere Carlo Berdini, non a caso vede la firma di Antonio Mattone.
Mattone è anche il portavoce della Comunità di Sant'Egidio di Napoli ed oltre ad essere, come volontario, un frequentatore abituale di Poggioreale e autore del libro sulla condizione carceraria, "E adesso la palla passa a me", è l'organizzatore instancabile dei pranzi di Natale per i poveri e per i reclusi di tutta la Campania. Insomma uno di quei volontari di Sant'Egidio che hanno messo sempre il buon cibo in relazione alla solidarietà. Dai tempi dell'iniziativa che ha coinvolto i ristoranti della costiera, "Food for Life" che vedeva il contributo di un euro, per ogni piatto venduto, alla lotta all'aids in Africa.
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