di Marina Catucci
Il Manifesto, 27 agosto 2020
Kyle Rittenhouse, un 17 enne dell'Illinois, è stato arrestato per aver sparato uccidendo due persone e ferendone una, durante un'altra caotica notte di manifestazioni a Kenosha, Wisconsin, dove non c'è pace dopo il tentato omicidio di Jacob Blake da parte della polizia. Rittenhouse è stato arrestato a Antiochia, Illinois, mercoledì mattina dopo essere stato accusato di omicidio intenzionale di primo grado per la sparatoria avvenuta solo poche ore prima. Antiochia è a circa 30 minuti a sud-ovest di Kenosha, appena oltre la linea di confine dell'Illinois, da lì, come da altre zone limitrofe sono arrivati civili armati appartenenti alle sedicenti milizie di difesa del territorio.
La sparatoria è avvenuta durante la terza notte di proteste e dopo che i manifestanti si erano scontrati con le forze dell'ordine vicino al tribunale della contea, luogo iconico di questa rivolta in quanto i poliziotti che hanno sparato a Blake non sono ancora stati incriminati. La serata di martedì era stata una replica delle due precedenti con un alto livello di tensione tra polizia e manifestanti riuniti davanti alla barriera di metallo appena eretta a protezione del tribunale. C'erano stati lanci di bottiglie, pietre e fumogeni verso la polizia che aveva risposto con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, avvertendo ripetutamente la folla che la manifestazione a quel punto rappresentava una violazione del coprifuoco stabilito per le 20, e che tutti i presenti stavano rischiando l'arresto. La folla alla fine era stata costretta a lasciare il parco, respinta per le strade della città dai gas lacrimogeni. A quel punto la maggior parte dei manifestanti aveva lasciato l'area e un piccolo gruppo si era diretto verso una stazione di servizio a diversi isolati di distanza, dove aveva trovato un gruppo di uomini armati accorsi per "proteggere la proprietà".
Con il passare delle ore, la stazione di servizio era diventata il vero luogo di tensione, con spettatori che guardavano dalle macchine parcheggiate e persone che si aggiravano per la strada, litigando e spingendosi a vicenda. La polizia, a botdo di blindati, si era avvicinata intimando alla folla di disperdersi, ma verso mezzanotte si sono sentiti gli spari. Una delle vittime è stata colpita alla testa e l'altra al petto, ha detto lo sceriffo David Beth al Milwaukee Journal Sentinel. Una terza persona ha subito ferite da arma da fuoco gravi ma ritenute non mortali. "Stavamo tutti scandendo "Black Lives Matter" - ha detto alla Associated Press un manifestante che era sul luogo, Devin Scott, 29 anni - e poi abbiamo sentito, boom, boom, e ho detto al mio amico, "Questi non sono fuochi d'artificio". Ho visto questo tizio correre verso di noi con in mano una pistola enorme mentre tutto intorno la gente urlava e lo inseguiva, e lui ha ricominciato a sparare".
Il governatore democratico del Wisconsin Tony Evers ha autorizzato 500 membri della Guardia Nazionale ad intervenire in appoggio alle forze dell'ordine locali di Kenosha, raddoppiando così il numero di truppe inviate, mentre l'ufficio del governatore ha dichiarato di star lavorando con altri Stati per portare rinforzi, e di aver anticipato l'orario del coprifuoco alle 19. Il duplice omicidio è avvenuto il giorno dopo la presenza alla convention repubblicana dei coniugi McCloskey, finiti sotto inchiesta per aver puntato un fucile AR-14 e una pistola contro i manifestanti pacifici di Black Lives Matter che passavano davanti alla loro casa, a St Louis, Missouri.
"Se ti difendi e cerchi di difendere i valori in cui credi, quelli fondanti di questo Paese, la mafia democratica alleata coi media cercherà di distruggerti. Come è successo a noi - hanno detto alla convention. La nostra proprietà privata era minacciata da marxisti liberal che marciavano urlando: "Non ci potete fermare". Siamo usciti armi in pugno per difenderci. È un nostro sacrosanto diritto civile". Informato degli eventi Trump ha subito scritto su Twitter : "NON sosterremo saccheggi, incendi dolosi, violenza e illegalità nelle strade americane".
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 27 agosto 2020
Un cittadino su tre si dice pronto a votare per il partito che si ispira al vecchio regime spazzato via dalla primavera araba. Non convince più l'islam politico di Ennahdha, tentato ora da un'alleanza con Erdogan che però non si sposa con la tradizione laica riemersa con forza.
La rivoluzione è un sogno interrotto, l'islam politico una delusione, insomma: si stava meglio quando c'era Ben Ali. La Tunisia si risveglia nostalgica e sempre più laica: almeno un cittadino su tre, dicono gli ultimi sondaggi, è pronto a votare per il Partito desturiano (da dustur, Costituzione, ndr) libero di Abir Moussi, apertamente ispirato al vecchio regime, mentre poco più di uno su cinque insiste a volere un Paese governato in chiave religiosa da Ennahdha.
La parabola del partito islamico sembra arrivata a compimento. La scelta del 2016 ha dato un esito fallimentare: in quella data il movimento musulmano si è trasformato in un partito vero e proprio, sganciandosi dalla tradizionale strategia dei Fratelli musulmani, che parla di islamizzazione della società. Con tutta probabilità a spingere la leadership del partito verso un inquadramento più politico e meno confessionale è stata l'enorme impressione del colpo di Stato in Egitto. Ma la "nuova identità" sembra aver convinto pochi, mentre ha indebolito il tradizionale messaggio "anti-sistema". E ora Ennahdha è diviso nel suo interno, isolato al suo esterno, mentre persino i collegamenti internazionali si sono dimostrate più difficili del previsto.
La prova definitiva del declino era arrivata nelle ultime settimane del governo Fakhfakh, quando è emersa del tutto la spaccatura fra il partito e il presidente della Repubblica, Kais Saied. Il capo dello Stato è un musulmano tradizionalista: è stato eletto anche grazie ai molti voti islamici sfuggiti al controllo del partito, e politicamente è considerato "vicino" alle posizioni dell'organizzazione. Ma quando l'esecutivo "tecnico" guidato da Elies Fakhfakh ha mostrato le prime difficoltà, Saied prima ha respinto la richiesta di un rimpasto, poi ha imposto le dimissioni al premier: in questo modo ha gestito la crisi scegliendo lui a chi dare l'incarico, senza l'obbligo di affidare il compito di formare un nuovo governo al partito di maggioranza. Ennahdha ha persino dato disponibilità per un governo di unità nazionale, ma per ora senza risposta.
Le ombre sull'apparato segreto del partito, considerato responsabile per gli assassinii dei due politici di sinistra Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, con presunti collegamenti fra il capo della cellula Mustapha Kheder e il leader storico di Ennahdha, Rached Ghannouchi, hanno allontanato molti consensi, sia fra la popolazione che dentro il Parlamento. L'isolamento del partito islamico è arrivato al suo apice quando i deputati hanno votato la destituzione di Ghannouchi, presidente del Parlamento: gli islamici si sono allontanati durante il voto e l'anziano leader ha salvato la sua carica con un margine di 12 voti, e con appena 16 deputati a sostenerlo apertamente.
Ora Ghannouchi è stretto fra le strategie di moderazione e la pressione dei giovani di Ennahdha, poco soddisfatti della svolta "laica" e pronti a menar le mani. Parla di ricostruire l'unità del partito, apre a prospettive di unità nazionale. Poi però si sbilancia oltrepassando i limiti del suo ruolo istituzionale, per esprimere sostegno al governo di Tripoli che aveva respinto l'offensiva del generale Haftar.
Una mossa forse dovuta, visto che nel turbolento scenario delle rivalità fra Paesi sunniti il governo di Serraj è sostenuto da uno schieramento ispirato ai Fratelli musulmani, con la Turchia in prima fila. E per Ghannouchi, sempre più isolato, è evidente la tentazione di avvicinarsi ad Ankara accogliendo anche su questa sponda del Mediterraneo le strategie espansioniste di Erdogan. Ma Tunisi è lontana dal Bosforo, e qui la tradizione laica è riemersa senza timidezze. Se in Turchia il messaggio di Ataturk si può manipolare, quello di Bourghiba per la Tunisia resta la bussola indiscutibile.
di Xavier Colás
Corriere della Sera, 27 agosto 2020
Intervista alla leader dell'opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya. "Il popolo si fida di me, perché non sono una politica". Prima che ai bielorussi la paura entrasse dagli occhi, vedendo i colpi della polizia, a Svetlana Tikhanovskaya la paura era entrata da un orecchio. Il telefono ha squillato nello strano silenzio della sua casa. Aveva appena preso la decisione di presentarsi come candidato alla presidenza al posto del marito, Serghei Tikhanovsky, arrestato dal regime di Alexander Lukashenko. Una voce le ha comunicato che, se continuava su quella strada, avrebbero colpito sia lei che i suoi figli.
Ora misura le parole. Sorride quando le si ricorda il soprannome di "Giovanna d'Arco" bielorussa. Serra i denti al pensiero che non vede da tre mesi il marito, che si trova in una cella di una prigione di Minsk. Lottando contro la paura, Tikhanovskaya ha presentato ricorso contro i risultati elettorali, rimanendo di sasso quando si è ritrovata faccia a faccia con due funzionari del Kgb bielorusso che la stavano aspettando in ufficio. Non vuole svelare cos'è accaduto in quelle sei ore di pressioni e minacce che l'hanno costretta a fuggire in Lituania. Dalla capitale Vilnius parla del suo ritorno in "una Bielorussia libera".
Lei sostiene che Lukashenko non è più il presidente. Ma che ne sarà di lui e della sua struttura di potere?
"Noi bielorussi non cerchiamo vendetta, pur conoscendo i crimini commessi, che saranno giudicati da un tribunale. Il nostro è un popolo generoso, pertanto se Lukashenko si ferma e rinuncia al potere adesso, sono sicura che i bielorussi lo lasceranno partire".
Però resterà un sistema da smantellare...
"Il nostro popolo è pronto. Non sarà difficile. Lo trasformeremo in qualcosa di diverso. Ci abitueremo a vivere in un Paese diverso".
Lei sostiene che la Bielorussia nel 2020 non è paragonabile all'Ucraina nel 2014. Perché?
"Primo, perché il nostro è un popolo pacifico. Non vogliamo nessun tipo di conflitto nel territorio della Bielorussia. Per questo chiediamo al resto del mondo di rispettare la nostra sovranità. Non accetteremo nessun tipo di intervento sul nostro territorio. Non siamo né pro-europei né anti-russi".
È rimasta delusa dall'appoggio russo a Lukashenko?
"Non parlerei di delusione. Nel caso di Putin, anche lui ha il diritto, come un qualsiasi capo di Stato, di riconoscere i risultati del 9 agosto, come ha fatto. Però so per certo che la gente in Russia ci sta appoggiando. Ben altra cosa è il gioco politico tra i leader, ma in fin dei conti la Russia non è nemmeno l'unico Paese che ha riconosciuto la vittoria a Lukashenko. In ogni caso, questo non dovrebbe influenzare i bielorussi, perché è un problema nostro".
Ma il governo russo ad oggi resta il principale sostenitore di Lukashenko...
(con un profondo sospiro, ndr) "Ma anche se i russi dovessero accettare il risultato elettorale, la realtà è che i bielorussi non accettano questo presidente".
La Bielorussia resta un Paese molto maschilista, proprio Lukashenko l'ha insultata, assieme alle sue compagne, dicendo che "fate pena" e che il Paese non è pronto ad accogliere un presidente donna. Come sono riuscite, tre donne, a scrivere la storia in campagna elettorale?
"Il merito va al popolo. Non si trattava tanto di appoggiare noi, quanto di lottare contro Lukashenko".
Inizialmente Lukashenko si era offerto di modificare la costituzione, ma subito dopo ha afferrato il fucile davanti alle telecamere. Quali sono i suoi obiettivi?
"Così facendo ha dimostrato di aver paura. Non sa più che cosa fare. Capisce che la gente non lo vuole più e che non si lascerà convincere a cambiare opinione. Per la prima volta, non sa come uscire da questa situazione".
Lei è stata insegnante di lingue, e poi casalinga. Ha pochissima esperienza politica. Perché mai la gente dovrebbe darle fiducia?
"La gente ha fiducia in me proprio perché non appartengo alla classe politica. Sono una persona normale, come tanti dei miei sostenitori. Io li capisco. In me ritrovano sé stessi, uniti per lottare contro lo stesso individuo".
Quando è stato il momento in cui ha avuto più paura?
"La verità è che non ho avuto scelta. Ho passato giorni difficilissimi. Ho avuto paura durante la campagna elettorale. Se dovessi individuare un momento, direi che è stato quando ho ricevuto la telefonata da qualcuno che ha minacciato me e i miei figli".
Quando tornerà?
"Quando riusciremo ad avere un dialogo con le autorità, in vista di una transizione. Quando capiremo che ci sono trattative in corso per garantire elezioni trasparenti, giuste e libere. Allora il Paese sarà abbastanza sicuro per tornare a vivere in Bielorussia".
Lei sostiene di aver ottenuto la maggioranza dei voti. Come lo sa?
"Non conosceremo mai le cifre reali, ma l'appoggio che la popolazione mi ha dimostrato è sotto gli occhi di tutti. Sappiamo di essere la maggioranza. È chiaro chi ha vinto e chi ha perso".
Come ha potuto Lukashenko a restare al potere per 26 anni?
"Tutta la sua politica è fondata sul terrore. Incute timore al suo popolo, che vive oppresso e avvilito".
Ma qualcosa è cambiato...
"Le nuove generazioni hanno viaggiato molto, hanno visto come si vive nei Paesi dove le autorità rispettano i cittadini. Il Covid-19, che Lukashenko ha negato a più riprese, ha stimolato la consapevolezza della gente. Non è successo all'improvviso, ma abbiamo capito di essere cittadini e di avere diritti. Non è normale finire in galera per difendere le proprie idee".
Come immagina il suo Paese tra cinque anni?
"Un paese più stabile sotto il profilo economico. Libero, ma anche con buoni salari. Un Paese dove le autorità non minacciano, ma collaborano con la gente. Come accade negli altri Paesi europei".
In Bielorussia tante persone si chiedono se è il caso di scendere ancora in strada o se forse non è meglio restarsene al sicuro chiusi in casa. Che cosa direbbe oggi a queste persone?
(in silenzio per alcuni secondi) "Dipende dal singolo individuo. Capisco benissimo che tanti hanno paura, perché hanno sofferto troppo. Ma capisco anche quelli che la pensano diversamente, che hanno subìto torture e sono terrorizzati, ma che non possono accettare di essere stati trattati così. Non siamo schiavi".
di Gennaro Migliore
Il Riformista, 26 agosto 2020
La sollecitazione che fa l'avvocato Riccardo Polidoro sulle pagine del Riformista è sacrosanta. La politica italiana, in larga misura, si è per troppo tempo tenuta a distanza dal tema dell'esecuzione penale e del rispetto dello Stato di diritto nelle carceri.
di Maurizio Stefanini
Il Foglio, 26 agosto 2020
Le campagne elettorali spesso battono sulla percezione opposta, ma la verità è che in Europa la criminalità sta riducendosi sempre di più, e anche il numero dei detenuti è sceso a livelli record. Lo attestano i dati Eurostat appena resi noti, secondo cui i 495.000 "ospiti" delle carceri dell'Unione europea nel 2018, 111 per ogni 100.000 abitanti, rappresentavano la più bassa proporzione "dall'inizio del secolo".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 26 agosto 2020
Ogni anno in Italia sono circa 8.000 le persone che chiedono il risarcimento per ingiusta detenzione. A 6.000 di queste persone viene risposto: "Niet". Uso la lingua russa perché, nell'immaginario, la Russia è il paese europeo più autoritario che c'è. E dove lo Stato vessa i cittadini e calpesta i loro diritti. Qui però parlo dell'Italia. Non solo il magistrato italiano che commette l'errore e rovina la vita a una persona non risponde in nessun modo della sua mancanza di professionalità.
Tre suicidi in un mese tra gli agenti penitenziari. Il Garante: "Assicurare la dignità dei lavorator
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 agosto 2020
Ad oggi la Polizia penitenziaria non ha ancora un riferimento stabile per il supporto psicologico. Un'attenzione di questo tipo ridurrebbe la conflittualità nella relazione con il detenuto ed eviterebbe il fenomeno di burnout tra i lavoratori all'interno dell'istituto.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 26 agosto 2020
La riforma libera i funzionari dalla cosiddetta "paura della firma". "Eliminando la colpa grave non si accelera nulla", fa sapere l'Associazione magistrati della Corte dei Conti, secondo cui la cosiddetta "paura della firma" da parte dei dirigenti pubblici andrebbe combattuta "rendendo più chiare le leggi". "Invece proseguono le toghe - si preferisce lasciare in piedi una legislazione oscura e contraddittoria ma si assicura la totale irresponsabilità di chi deve attuarla".
di Iuri Maria Prado
Libero, 26 agosto 2020
Non ci sono giornali né televisioni che si incaricano di proteggere queste altre vittime, perché giornali e televisioni sono occupati a dar spazio ai magistrati che reclamano il dovere dello Stato di proteggere le vittime: tutte, tranne quelle che fanno loro. Tra le tante stupidaggini che adornano la retorica forcaiola c'è, notoriamente, questa: che nell'amministrazione della giustizia occorrerebbe innanzitutto prestare attenzione ai diritti "delle vittime". Quest'idea, che purtroppo si accredita tanto facilmente a destra e a manca, è propugnata non solo dai demagoghi di una parte e dell'altra (pazienza), ma con perfetta serietà anche - direi soprattutto - dalle star della magistratura da telecamera.
L'idea è sciocca (e la pratica in cui rischia di realizzarsi è barbarica), perché se dovessimo misurare le pene sull'esigenza di giustizia delle vittime finiremmo tutti molto male. Se uno mi ruba un oggetto cui tengo è ben possibile che il mio desiderio sia di caricarlo di botte; se un altro torce anche solo un capello a mia figlia, io se posso gli taglio le palle: ma, in un caso e nell'altro, lo Stato che si intitolasse il potere di fare al mio posto quel tipo di giustizia sarebbe un pessimo Stato. Il che ovviamente non significa che i delitti non debbano essere prevenuti, accertati e sanzionati: significa che nel prevenirli, accertarli e sanzionarli non è possibile fare terra bruciata di diritti altrettanto importanti.
Per capirsi: c'è caso che se rastrello a capocchia 350 persone qualche delinquente lo becco e in tal modo proteggo le vittime dei suoi traffici, ma se l'operazione implica la galera ingiusta per decine di innocenti c'è qualcosa che non va. Siamo d'accordo?
Ma quella facile retorica sui diritti delle vittime, nonché discutibilissima in sé, appare anche meno decente quando risuona nei proclami del giustizialismo togato. Perché c'è una categoria di vittime verso cui, guarda caso, manca tutto quell'interesse, tutta quella cura, tutta quell'attenzione; c'è una categoria di vittime i cui diritti, stranamente, sono estranei alle propensioni protettive della magistratura editorialista e microfonata. Sono le loro vittime, le vittime della giustizia.
Sono i padri di famiglia ammanettati all'alba e sbattuti in galera per settimane, per mesi, per anni, prima del processo che si concluderà con l'accertamento della loro innocenza. Sono le mogli e i bambini che li vedono portati via da un corteo di automobili che finirà nel telegiornale che parla di mafia, di droga, di omicidio, di truffa, di mazzette, i segni distintivi appiccicati per sempre alla vita di quella gente. Le vittime sono i titolari di crediti sfiancati nei processi infiniti, gli imprenditori con le aziende sequestrate incapaci di sollevarsi quando infine la loro ragione sarà riconosciuta, i cittadini ridotti a un nome scolorito sul frontespizio di un fascicolo ricoperto da anni di polvere.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2020
Commette il reato di diffamazione aggravata, ex articolo 595 comma 3 cod. pen., la persona che, attraverso la pubblicazione di un post su Facebook, accusa l'ex partner, in maniera non del tutto corrispondente alla realtà, di far mancare al proprio figlio i mezzi di sussistenza, facendolo così apparire a un numero indeterminato di potenziali utenti del social network come una persona incurante della vita del minore. Ad affermarlo è il Tribunale di Campobasso con la sentenza n. 574/2019.
La vicenda - La decisione si riferisce a un post pubblicato sulla propria bacheca Facebook da una donna che offendeva il suo ex compagno, accusandolo sostanzialmente di trascurare il figlio avuto da lei e di sperperare i propri soldi. A ciò aggiungeva altri commenti in cui, in sostanza, paragonava all'ex partner il suo nuovo compagno, elogiando quest'ultimo perché si prendeva cura di un figlio non suo. Il post veniva condiviso da molti utenti e riceveva tanti commenti, al punto da spingere il destinatario delle accuse a sporgere querela per diffamazione aggravata. In particolare, sotto tiro finiva l'espressione "non passi un euro a tuo figlio", che secondo il padre del minore ledeva la sua reputazione. Dinanzi al giudice la donna riteneva di avere sostanzialmente affermato la verità, mentre l'uomo riconosceva di aver saltato il pagamento di sole cinque mensilità dell'assegno di mantenimento e che aveva addirittura chiesto al Tribunale di modificare le condizioni di affidamento del minore, al fine di ottenerne l'affidamento esclusivo.
La decisione - Il Tribunale ritiene l'affermazione contenuta nel post effettivamente diffamatoria, in quanto non totalmente veritiera e rappresentativa della realtà. Il contenuto delle frasi pubblicate e visibili alla moltitudine degli utenti del web tendeva, infatti, a fornire una figura del padre come assente della vita del figlio e incurante dei suoi bisogni, con il suo ruolo che era di fatto sostituito dal nuovo compagno dalla madre del minore. Per il giudice si tratta di affermazioni non fedeli alla realtà dei fatti che, pubblicati su una piattaforma pubblica come quella di Facebook, hanno creato un pregiudizio alla reputazione del querelante, "minandone la considerazione sociale, con una condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone".
- Campania. "Vi racconto lo squallore delle carceri, dove rieducare è utopia"
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