di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 agosto 2020
Parla Giacomo Iaria, difensore dell'ex dirigente del carcere di Reggio Calabria. "Nel caso porterò a testimoniare i passati dirigenti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - a partire dall'ex consigliere Ardita, Piscitello e l'ex capo del Dap Basentini - che hanno avuto a che fare con lei e hanno sempre approvato il suo approccio nella gestione dell'istituto".
Così spiega a Il Dubbio il penalista Giacomo Iaria del foro di Reggio Calabria, avvocato che assiste l'ex direttrice del carcere reggino di lungo corso Maria Carmela Longo con la pesante accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L'avvocato Iaria ha appena assistito la Longo durante l'interrogatorio di garanzia durato ben cinque ore.
L'accusa, ricordiamo, è grave. Ha scritto infatti il gip Domenico Armaleo: "L'indagata Longo non ha lesinato durante il periodo della sua reggenza di intrattenere rapporti quanto mai inopportuni con i parenti di alcuni detenuti, per non dire che ella con il suo inqualificabile comportamento ha sistematicamente violato le norme dell'ordinamento penitenziario così agevolando, ed alleggerendo, il periodo di detenzione dei maggiori esponenti della ' ndrangheta cittadina e non solo".
Ma davvero ha agevolato le consorterie 'ndranghetiste concedendo "inqualificabili" favori? L'avvocato Iaria è chiaro su questo punto. "Verissimo che non ha rispettato alla lettera la normativa o l'ultima circolare che arriva, ma ritenere che questo si sia verificato con l'intento di favorire qualcuno ci passa il mondo". L'avvocato spiega che la Longo ha per tantissimi anni diretto il penitenziario reggino (dal 2016 si è aggiunto un secondo, quello di Arghillà) senza mai aver ricevuto lamentele da parte dei provveditorati e dal Dap.
Non solo. Durante le innumerevoli visite ispettive, la direttrice ha sempre apertamente detto come gestiva i detenuti, favorendo - quando era possibile - il benessere di tutti i reclusi. "La dottoressa Longo ha gestito un carcere sovraffollato - spiega l'avvocato Ilaria - prevalentemente costituito da soggetti di caratura mafiosa e che si trova immerso in un contesto ambientale dove determinate relazioni sono state inquinate e prontamente denunciate da lei stessa". L'avvocato sottolinea che la gestione di una realtà carceraria del genere non può essere fatta sotto un punto di vista formale. "Le circolari che dettano determinate regole non possono ad esempio essere univoche per tutte le carceri, per questo - continua l'avvocato Iaria - una persona come la dottoressa Longo che ha diretto quel penitenziario per 16 anni, ovviamente non ha potuto rispettarle alla lettera".
L'avvocato, però, dice qualcosa di più. "Peraltro - aggiunge il penalista - determinate cose non sono state fatte senza che i superiori non ne siano informati, quindi se dovessimo credere alle accuse, dovremmo estendere il concorso esterno anche nei confronti di tutti i dirigenti dell'amministrazione penitenziaria fino ai massimi livelli".
L'avvocato sottolinea che i vertici non solo hanno appreso le modalità della Longo, ma addirittura hanno approvato questo suo modus operandi. Il legale Ilaria spiega che ha ricevuto così tanti apprezzamenti per la sua gestione, tanto che a fine anno del 2018, alla ex direttrice è stato inizialmente anche offerto un posto come vicecapo del Dap.
Per l'avvocato non c'è nessuna condotta di favoritismo, "semmai si può parlare di una gestione di un carcere con delle problematiche difficili e dove non si può gestirlo solo dal punto di vista formale". Dalle accuse sembrerebbe che l'ex direttrice facesse di tutto per far stare i detenuti legati dallo stesso sangue insieme.
"L'accusa è che l'avrebbe fatto per farli comunicare, ma - spiega l'avvocato - lo sanno tutti che nelle carceri anche di alta sicurezza non serve stare nella sezione cella per comunicare. Esiste l'ora d'aria, i luoghi di socialità o di culto come durante la messa". L'ex direttrice, in sostanza, ha dato questa possibilità semplicemente per facilitare i colloqui durante le visite dei familiari. Tutto qui. "Viene stigmatizzata anche la disponibilità che la direttrice ha dato nell'avere colloqui con i familiari dei detenuti - denuncia il legale -, davvero vogliamo anche in questo caso parlare di connivenza con la mafia. Ma quale sarebbe il reato qui? Per i magistrati evidentemente è uno scandalo che i familiari possano andare a parlare con la direttrice del carcere".
Resta il fatto che le accuse rimangono pensanti, eppure si trattano di violazioni di regole scritte che teoricamente sarebbero infrazioni punite con una sanzione disciplinare. Nulla più. "Si dà il caso - ribadisce l'avvocato Iaria - che quando la Longo non rispettava le circolari, scriveva al Dap motivando perché non le osservava. Come mai non c'è stato nessun procedimento disciplinare?". Per questo l'avvocato, nel caso, porterà in aula come testimoni tutti i dirigenti del Dap che conoscevano molto bene il modus operandi della Longo.
di Roberto Almonti
emmelle.it, 28 agosto 2020
Dante Di Silvestre era in semilibertà: si è impiccato in un cortile. Tragedia nel carcere di Castrogno nel tardo pomeriggio di ieri, quando un detenuto si è tolto la vita impiccandosi. A trovare il corpo di Dante Di Silvestre, 63enne caldaista di Mosciano Sant'Angelo, è stato un altro detenuto che, come lui, godeva del regime della semilibertà per buona condotta. I soccorsi sono stati inutili: il corpo era ormai senza vita e al medico di guardia del reparto sanitario interno alla casa circondariale non è rimasto altro che constatarne il decesso.
Dante Di Silvestre era in carcere dal novembre 2018, quando era rientrato a seguito della condanna definitiva emessa dai giudici della Corte d'Appello dell'Aquila a 12 anni, due mesi e 20 giorni (in riduzione dai 14 inflitti in primo grado), per l'omicidio volontario dell'imprenditore giuliese di Giulianova Paolo Cialini, 41 anni, al termine di un diverbio scoppiato per motivi stradali. La Cassazione aveva rigettato il ricorso con cui la difesa dell'artigiano tendeva a trasformare l'omicidio da volontario in preterintenzionale.
Il delitto, nel giugno del 2016, fece scalpore. Di Silvestre colpì la vittima con una coltellata al cuore, sotto gli occhi della figlioletta di 6, rimasta nell'auto del papà, all'incrocio tra viale Orsini e via Verdi. Di Silvestre dopo la condanna di primo grado era agli arresti domiciliari.
Si è sempre detto pentito di quanto accaduto, non volendo uccidere Cialini, bensì difendersi nel corso della discussione per futili motivi di traffico. In questi quasi due anni di detenzione si era mostrato un detenuto-modello, al punto da ottenere la semilibertà: poteva uscire dai padiglioni di detenzione ma non dall'area del carcere e lavorava in attività di manutenzione, con l'obbligo di rientro in cella attorno alle 23.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 28 agosto 2020
Che cosa avrà mai in comune la vicenda dell'oggi di una direttrice di carcere con quella di due avvocati calabresi, e con quelle di ieri che riguardavano un ex alto dirigente della polizia, un altrettanto famoso giudice di cassazione, oltre a un ministro democristiano e a un dirigente di Publitalia poi entrato in politica, tutti siciliani? La laurea in giurisprudenza? Il fatto che - lo possiamo dire persino sulla base di atti processuali - nessuno di loro abbia mai partecipato ad alcuna associazione criminale di tipo mafioso?
No, sono accomunati dal fatto di aver commesso il reato che non c'è. Il concorso esterno in associazione mafiosa. Inesistente nel codice penale.
Di loro sappiamo per certo che hanno svolto o svolgono (o svolgerebbero, se non fossero in carcere) ruoli e professioni di una certa delicatezza. Come la dottoressa Maria Carmela Longo, illuminata e stimatissima direttrice della sezione femminile di Rebibbia, a lungo con lo stesso ruolo nell'istituto di pena di Reggio Calabria, portata a esempio in convegni e trasmissioni tv per la sua visione di un carcere moderno in cui sia applicabile il principio costituzionale del reinserimento del detenuto.
Una dirigente la cui cultura giuridica e riformistica non poteva che apparire sospetta al nuovo corso del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, all'interno del quale è nata non a caso l'inchiesta che l'ha portata agli arresti domiciliari.
Un orientamento di stretta sulle carceri, proprio nel momento in cui il mondo medico e scientifico sta mettendo in guardia per il rischio di nuovi contagi da Covid-19, e che pare persino un messaggio nei confronti del ministro Alfonso Bonafede e del suo decreto "Cura Italia" che aveva sollecitato a svuotare le prigioni e a ricorrere alle misure alternative.
L'arresto della dottoressa Longo, accusata di eccessiva benevolenza e confidenza con i detenuti calabresi, in particolare con quelli indagati o condannati per i reati più gravi, manda come prima indicazione il fatto che con il nuovo corso del Dap sono più importanti i lucchetti e le porte sprangate che non la Costituzione, la presunzione di non colpevolezza e la funzione rieducativa della pena.
Del resto il trattamento riservato all'avvocato Giancarlo Pittelli, sbattuto in un angolo della Sardegna e privato del diritto a essere interrogato dal "suo" pm, quello che ha sollecitato e ottenuto il suo arresto, è perfettamente in linea con la nuova filosofia Dap del dottor Petralia. E non parliamo dell'altro avvocato calabrese, pure messo in ceppi nell'inchiesta Rinascita-Scott, fiore all'occhiello del procuratore Gratteri, cioè Francesco Stilo, che ancora non riesce a vedere il proprio difensore.
Prima lo hanno messo in isolamento nel carcere di Opera dopo che il suo compagno di cella era risultato positivo al test sierologico, poi, benché il suo tampone sia negativo, hanno fatto sapere ai suoi difensori che risiedono in Calabria che, se pure si metteranno in viaggio, sapranno solo sulla soglia del carcere se potranno vedere o meno il proprio assistito.
Ma perché abbiamo accomunato due avvocati e una direttrice di carcere calabresi con i siciliani Bruno Contrada, Corrado Carnevale, Marcello dell'Utri e Calogero Mannino? Perché identico è lo strumento usato nei loro confronti che è servito per colpire, per arrestare, per processare, per annientare. Non è un reato, è un po' come l'isola che non c'è, quella che non può esistere se non nella nostra fantasia o nelle nostre speranze.
Analogamente, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, dal 1994 prodotto di fantasia e di giurisprudenza, non fa sognare, come nella canzone di Bennato, un'oasi senza guerre e senza violenza, ma al contrario, un mondo dove si possa qualificare come mafioso chi mafioso non è, ma lo è un pochettino, perché i suoi comportamenti comunque aiutano le organizzazioni criminali.
Oddio, nel codice esisterebbe già il reato di favoreggiamento, ma è troppo poco. Vuoi mettere con un bel reato associativo, che ti consente di intercettare, arrestare e sputtanare. Era già successo, con esiti drammatici, ad altre persone celebri, come Mannino, Dell'Utri, Cuffaro, Contrada, Carnevale. Quando ti infilzano così puoi solo lottare per sopravvivere, il diritto devi dimenticarlo.
Del resto, mentre nel mondo giuridico, dopo la prima clamorosa sentenza Demitry, che nel 1994 per la prima volta distinse l'associato alla criminalità dal concorrente esterno, scoppiavano critiche e contestazioni, e una successiva sentenza Villecco sostenne il contrario, fu la Cassazione a sezioni riunite a dare con la propria giurisprudenza il sigillo di autenticità al reato che non c'è. Quasi per un capriccio della storia, la prima di queste sentenze riguardava il caso Carnevale e la seconda quello di Mannino. E agli effetti del risultato dottrinale, poco rileva il fatto che poi ambedue siano stati poi assolti dal reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
A poco è valso, finora, se non per il condannato, il fatto che la Corte Europea dei diritti dell'uomo abbia aperto la strada all'annullamento della sentenza nei confronti di Bruno Contrada, in quanto condannato per reati degli anni precedenti alla famosa sentenza del 1994. La Cassazione a sezioni riunite non ha ritenuto applicabile a Marcello Dell'Utri né a nessun altro dei "fratelli minori" di Contrada quel provvedimento il quale "non costituisce sentenza pilota e neppure può ritenersi espressivo di un orientamento consolidato della giurisprudenza europea". Tombale.
Una bella mitraglietta nelle mani di pubblici ministeri e giudici. Soprattutto perché, senza bisogno di sporcarsi le mani con la ricerca di fatti specifici che si configurino come reati concreti, si può arrestare con facilità senza dover dimostrare che la persona indagata abbia dato all'organizzazione criminale un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario.
Basta invece il fatto che "oggettivamente", come nei processi staliniani, l'abbia sostenuta dall'esterno. Il reato non c'è. Ma le manette, che scattano ogni giorno nei confronti di persone che, proprio come Mannino e Carnevale, poi verranno assolte, oppure, come nel caso di Contrada e Dell'Utri, condannate senza fondamento, quelle ci sono e sono molto concrete. E oggi riguardano gli avvocati Pittelli e Stilo e la direttrice Longo.
fondazionedelmonte.it, 28 agosto 2020
Le orme dei figli, regia di Paolo Billi, torna in scena dal 31 agosto al 3 settembre, dopo il debutto di gennaio 2020. La nuova versione vede in scena una compagnia formata esclusivamente da giovani in carico all'Istituto Penale Minorile di Bologna: Adam, Anas, Andrea, Andrea, Daniel, Jonathan, Ionut, Larry, Manuel, Mehdi e Kevin. La struttura è in via De Marchi 5/2.
Le orme dei figli, prodotto da Teatro del Pratello, s'inserisce infatti nel progetto Stanze di teatro carcere del Coordinamento Teatro Carcere Emilia-Romagna, che vede per il triennio 2019-2021 sei registi impegnati in sette carceri della regione. Lo spettacolo nasce tra difficoltà e limitazioni imposte per la pandemia. Il laboratorio teatrale di PraT è iniziato a maggio online per poi proseguire con incontri all'aperto. Le orme dei figli rappresenta una condizione in cui non esistono più tracce di padri da seguire.
Si fa metafora di questa condizione la scenografia di Irene Ferrari. Le strutture di scena sono di Gazmend Llanaj, realizzate nel percorso di formazione professionale per l'inclusione socio lavorativa a cura di Iiple con i ragazzi dell'Ipm di Bologna.
Il video che completa la scenografia è di Simone Tacconelli e Elide Blind ed è stato realizzato con i ragazzi dell'Area Penale Esterna nell'ambito del progetto I.C.E. - Incubatore di comunità educante. Per info
ilrestodelcarlino.it, 28 agosto 2020
Ampliamento degli spazi al Marino: ieri sono state consegnate e messe a dimora le piante invernali che verranno coltivate. L'orto sociale per il recupero dei detenuti: una realtà già presente al carcere del Marino del Tronto, che adesso raddoppia con un ampliamento degli spazi dedicati a questa iniziativa.
Dopo la positiva esperienza avviata dalla Regione e dall'amministrazione penitenziaria nel 2019, con la piantumazione di alberi di olivo, essenze ornamentali e l'avvio dell'orto, l'attività ricreativa dei detenuti può contare ora su una superficie orticola ampliata dall'Assam, l'agenzia regionale per i servizi agricoli, e irrigata grazie alla collaborazione del Consorzio idrico Piceno, coinvolti nel progetto.
Nella struttura penitenziaria ascolana, ieri sono state consegnate e messe a dimora le piantine invernali (cavolfiori, broccoli, verze, cavoli cappucci, finocchi e insalata) che verranno coltivate nei nuovi spazi. Erano presenti la vicepresidente della Regione, Anna Casini, e la direttrice del carcere, Eleonora Consoli.
Tutti i presenti hanno evidenziato come l'iniziativa dell'orto sociale in carcere abbia una finalità educativa, consentendo ai detenuti la gestione autonoma di uno spazio da coltivare e poi il consumo dei prodotti ottenuti con questo lavoro: l'attività agricola si presta bene a responsabilizzare e a riabilitare i detenuti grazie a un impegno lavorativo creativo e non ripetitivo. La vicepresidente regionale ha detto che il progetto avviato rientra nel contesto dell'agricoltura sociale che vede le Marche all'avanguardia in Europa, con l'assegnazione del coordinamento delle Regioni impegnate nell'innovazione dello sviluppo rurale.
La direttrice Consoli, dal canto suo, ha auspicato una continuità del programma che consenta all'attività agricola di andare avanti all'interno dell'istituto di Ascoli. L'orto sociale in carcere è stato realizzato con un protocollo siglato insieme all'Amministrazione penitenziaria Emilia Romagna-Marche: il progetto è in corso nelle strutture di Ascoli e Ancona Barcaglione, con l'obiettivo di estenderlo anche ad Ancona Montacuto e Pesaro.
A Marino del Tronto gli interventi realizzati hanno riguardato la predisposizione dell'orto, la realizzazione di un impianto irriguo autonomo (con riciclo e sanificazione delle acque reflue), interventi formativi per i detenuti sui temi dell'orticoltura. Il prossimo obiettivo sarà quello di completare le attività con un corso sull'utilizzo culinario degli ortaggi autoprodotti dai detenuti e dal personale dell'amministrazione penitenziaria coinvolto.
Gazzetta del Mezzogiorno, 28 agosto 2020
Questa la denuncia del legale di un detenuto con problemi psichiatrici. "Il mio assistito doveva essere scarcerato 10 giorni fa, il 17 agosto, e riportato in un centro di recupero del Gargano, avendo ottenuto la detenzione domiciliare per gravi problemi psichiatrici; invece è ancora detenuto nel carcere di Foggia e per questo mi sono rivolto anche alla Gazzetta, oltre a segnalare il caso al procuratore capo di Foggia, al presidente del Tribunale di sorveglianza di Bari, al magistrato di sorveglianza, al direttore della casa circondariale del capoluogo dauno".
A parlare è l'avvocato Ettore Censano, noto penalista di San Severo, difensore di Leonardo Cicilano, quarantenne che sconta una condanna per l'omicidio di un cognato ucciso a pistolettate nel giugno del 2008 (l'arresto avvenne qualche giorno dopo) nella città dell'alto Tavoliere.
"Fino al 9 giugno scorso Cicilano era detenuto a Lecce: quel giorno" racconta l'avv. Censano "ha ottenuto la detenzione domiciliare dal Tribunale di sorveglianza di Lecce che ha riscontrato le gravi patologie psichiatriche da cui è affetto, disponendo la detenzione domiciliare presso una "crap" (comunità riabilitativa assistenziale psichiatrica) del Gargano dove il mio assistito fu trasferito. Cicilano dopo qualche giorno si allontanò per raggiungere la casa di un parente e venne arrestato per evasione dai carabinieri, che peraltro diedero atto dello stato di confusione in cui si trovava il paziente".
In seguito all'arresto per evasione, "lo scorso 15 luglio il magistrato di sorveglianza del Tribunale di Foggia" prosegue l'avv. Censano "ha disposto la temporanea sospensione dei domiciliari. Sta di fatto che il provvedimento di sospensione della misura alternativa della detenzione domiciliare ha perso efficacia dopo un mese, il 17 agosto. Il che significa che quel giorno Cicilano doveva essere scarcerato da Foggia e ricondotto presso il "crap" del Gargano, previa esecuzione del tampone faringeo per il Covid come da disposizioni della Regione Puglia".
Invece "sono passati 10 giorni e Cicilano è ancora rinchiuso in carcere a Foggia. Mi sono recato in carcere per lamentare l'inaccettabile ritardo nell'esecuzione del tampone, e mi è stato detto che sarebbe stato eseguito nel giro di poche ore.
Il dato di fatto che voglio portare all'attenzione dell'opinione pubblica" conclude l'avv. Censano "è che Cicilano a oggi" (ieri per chi legge ndr) "è in carcere a causa di evidenti e non scusabili ritardi che hanno determinato il protrarsi della situazione detentiva di una persona che ha invece bisogno di cure specialistiche e di essere sottoposta a costante monitoraggio con somministrazione di medicinali idonei a compensare la sintomatologia psicotica e delirante".
di Maria Grazia Giannichedda
Corriere della Sera, 28 agosto 2020
Quarant'anni senza Basaglia. 40 anni fa, il 29 agosto 1980, moriva Franco Basaglia. Una lontananza ora ancora maggiore: si è spenta infatti anche l'eco delle lotte e delle discussioni sulla "legge 180" del 1978. Lavorava, contro la logica dei manicomi, perché nella medicina entrassero corpi, cittadini e diritti; perché nascessero servizi di comunità nel sociale capaci di cura. Oggi siamo al contrario
Sono passati quarant'anni da quel 29 agosto 1980 in cui Franco Basaglia se n'è andato quasi all'improvviso, ma la lontananza sembra, se possibile, ancora maggiore. Si è spenta infatti anche l'eco delle discussioni non di rado feroci e delle lotte che hanno animato i primi vent'anni della riforma psichiatrica, la "legge 180" del 1978. Basaglia ha avuto il tempo di partecipare alle prime fasi: gli ultimi testi degli Scritti mostrano il suo sguardo lungo sulla portata e il futuro della "180" e della riforma sanitaria; le Conferenze brasiliane (1979) ne raccontano il nascere; interviste e articoli sui quotidiani testimoniano l'instancabile disponibilità di Basaglia al dibattito e anche alla polemica, quando i primi detrattori della "180" presero la parola mentre la maggioranza remava contro in silenzio, dai direttori di manicomio che organizzavano le "dimissioni selvagge" alle lobby di psichiatri comunisti che osteggiavano il suo incarico nella Regione Lazio.
Con la morte di Basaglia lo scontro culturale e politico si fece più duro, Basaglia stesso fu accusato delle peggior cose, in Parlamento decine di disegni di legge cercarono di disfare la "180" ma era ancora molto forte il movimento di psichiatri e amministratori locali che già prima della legge avevano cercato di organizzare alternative al manicomio, e poi c'erano quelle che all'epoca si chiamavano "esperienze esemplari", che divennero il riferimento del movimento dei familiari, anzi delle familiari, madri e sorelle di persone internate in quei manicomi che non offrivano buoni argomenti a chi si riprometteva di restaurarli.
Sarebbe certo utile ripercorrere gli anni dimenticati in cui la riforma guadagnò terreno e consistenza fino ai governi Prodi e D'Alema, che avviarono le prime e in fondo le sole politiche di salute a livello nazionale e sembrò davvero possibile una riforma sostanziale della psichiatria. Ma riandare a quella fase non aiuta a capire più di tanto l'estraneità di Basaglia ai sistemi sanitari che abbiamo sotto gli occhi e ai linguaggi attuali della psichiatria. Per capire l'oggi dobbiamo andare soprattutto ai primi dieci anni del nuovo secolo, quando dilagarono con poche resistenze i processi che hanno immiserito e pervertito i servizi di salute mentale fino al degrado attuale, evidenziato, forse accresciuto, certo non causato dalla mazzata del Covid-19.
Quei primi anni Duemila hanno segnato la vittoria e insieme la normalizzazione della riforma, e anche la compromissione, forse non definitiva, della capacità della legge "180" di orientare in senso realmente anti-manicomiale il sistema della salute mentale e le professioni "psy", psichiatri, psicologi, infermieri e affini.
Con il Duemila sono stati chiusi gli ultimi ospedali psichiatrici: centomila letti smobilitati in trent'anni in un processo avviato prima della riforma e che tutti i paesi ricchi hanno poi intrapreso. Tutta la psichiatria, anche l'establishment, si intestò questo risultato, e si disse che la psichiatria entrava finalmente a pieno titolo nella medicina. Ma è proprio questo il problema. Basaglia immaginava - lo scrisse, e il lavoro di Trieste lo dimostra - che la psichiatria della riforma avrebbe potuto portare dentro la medicina corpi vivi, uomini e donne, storie di persone e di luoghi, pezzi di società, cittadini con diritti, bisogni, parola. Questo avrebbe chiesto la creazione di servizi di comunità, permeabili al contesto sociale e capaci di prendersene cura tramite la cura delle persone.
È accaduto l'esatto contrario. La medicina del posto letto e della diagnosi, interessata più alla malattia che al malato, ha continuato a riprodurre sotto le bandiere della riforma una psichiatria di ambulatori, assediati dalle liste d'attesa e gestiti da operatori che non hanno mai visto le case dei pazienti; una psichiatria di servizi ospedalieri di diagnosi e cura che comminano dure quanto per fortuna brevi esperienze di internamento, in locali chiusi dove si usano contenzione meccanica e farmacologica e le persone sono private degli oggetti personali e della possibilità di comunicare; una psichiatria che ha fatto crescere una pletora di "residenze" variamente denominate, dove il tempo passa senza progetto né senso, focolai di infelicità e talvolta di virus.
I medici, gli infermieri, gli psicologi che oggi lavorano in questo sistema, in gran parte malpagati e precari, di Basaglia non sanno nulla, né della legge "180" né della riforma sanitaria né di cosa siano un servizio di comunità e una politica pubblica di salute, o se ne sanno è per scelta propria, dal momento che le facoltà di medicina e di psicologia non si occupano di questi temi, ignorano del tutto Basaglia ed evitano ogni discorso critico su salute, malattia, medicina.
Sta qui, in questa restaurazione, la radice del degrado di oggi, nel quale hanno influito le ideologie dell'aziendalismo e della concorrenza tra pubblico e privato, il fiorire delle repubblichette sanitarie regionali, l'assenza di fondi pubblici per la ricerca, lo strapotere di "Big Pharma".
E la politica? Oggi neppure le forze politiche che difendono la sanità pubblica hanno una visione forte che consenta di negoziare in modo non subalterno con i corpi professionali e con i poteri economici che dominano il campo sanitario. Potrebbero provare a costruirla questa visione, insieme con i sistemi di servizi, i gruppi e i movimenti che resistono a lavorare in chiave di salute pubblica. Di queste cose bisognerebbe parlare ripensando a Basaglia, senza celebrarlo con necrologi che accrescono la lontananza e la tristezza.
avveniredicalabria.it, 28 agosto 2020
L'attività è voluta dall'Ufficio del Garante Metropolitano coordinato da Paolo Praticò. Nell'ambito delle attività volte a garantire il rispetto della dignità della persona, l'ufficio del Garante Metropolitano, composto dal garante dott. Paolo Praticò e dai componenti l'ufficio avv. Cristina Arfuso, avv. Giovanni Montalto, avv. Giuseppe Gentile, ha consegnato un congruo numero di film in Dvd agli Istituti "Pansera" dono del Soroptmist di Reggio Calabria.
La proiezione di film è tuttora l'unica attività rimasta all'interno degli Istituti penitenziari dopo la chiusura per Covid-19. Da sempre sosteniamo che la pena debba essere utile ad un reinserimento nella società e non può essere considerata come una "vendetta" da parte dello Stato, nei confronti di chi ha sbagliato.
Se un comportamento emotivo può essere compreso e giustificato da parte delle vittime o dei familiari, lo Stato deve applicare la legge in maniera asettica e con l'obbiettivo di recuperare chi ha sbagliato, perché se esistono delle responsabilità oggettive in chi commette un reato, tuttavia, la società non può essere esente da colpe e omissioni.
Il Dubbio, 28 agosto 2020
La professionista, assieme al collega Aytaç Ünsal, aveva trasformato lo sciopero della fame in digiuno mortale, chiedendo un processo equo. Dopo 238 giorni di sciopero della fame, è morta l'avvocata turca Ebru Timtik. Era stata arrestata insieme a altri 18 colleghi per il suo impegno nella difesa dei diritti civili in Turchia.
Il 14 agosto, la Corte costituzionale turca aveva respinto la richiesta di rilascio a scopo precauzionale sia per lei sia per il collega Aytaç Ünsal, entrambi in sciopero della fame, nonostante le loro condizioni di salute fossero già molto critiche. Per la Corte non ci sarebbero state "informazioni o reperti disponibili in merito all'emergere di un pericolo critico per la loro vita o la loro integrità morale e materiale con il rigetto della richiesta per il loro rilascio".
Il Peoplès Legal Bureau (Halkın Hukuk Bürosu, Hkk) ha annunciato giovedì su Twitter che Timtik era stata sottoposta a massaggio cardiaco dopo un arresto cardiocircolatorio, chiedendo a tutti i colleghi e al personale di riunirsi davanti al Bakırköy Dr. Sadi Konuk Hospital. Ma poco dopo l'Hkk ha annunciato la morte di Timtik. Ünsal è attualmente detenuto presso il Kanunu Sultan Süleyman Training and Research Hospital di Istanbul.
Ebru Timtik e Aytaç Ünsal avevano avviato lo sciopero della fame a febbraio e non sono stati rilasciati nonostante siano stati dichiarati non idonei alla reclusione dall'Istituto di medicina legale. Nemmeno una denuncia alla Corte costituzionale turca di Ankara ha avuto successo. I due avvocati, trasferiti sotto osservazione contro la loro volontà in diversi ospedali di Istanbul, avevano deciso di trasformare lo sciopero in un "digiuno mortale" il 5 aprile - la "Giornata degli avvocati". Nel complesso dei procedimenti contro presunti membri del Dhkp-C, gli avvocati sono stati condannati a lunghe pene detentive in base alle leggi sul terrorismo, a causa delle dichiarazioni contraddittorie di un testimone chiave.
Con la loro protesta, i due avvocati invocavano un processo equo. Timtik è la quarta vittima del processo Dhkp-C: Helin Bölek, solista del gruppo musicale Grup Yorum, è morta il 3 aprile. Si era rifiutata di mangiare per 288 giorni in segno di protesta contro l'imprigionamento di altri membri della band e il divieto di concerti per i Grup Yorum. Il 7 maggio, il bassista della band, Ibrahim Gökçek, è morto dopo uno sciopero della fame durato 323 giorni. In precedenza, il prigioniero politico Mustafa Koçak era morto il 24 aprile a causa di un digiuno di 296 giorni.
Sezgin Tanrıkulu, il principale deputato all'opposizione del Partito popolare repubblicano (Chp), ha criticato la magistratura per non aver rilasciato Timtik. "È impossibile non ribellarsi a questo. Fino a quando assisteremo a queste morti? Avevamo implorato la Corte costituzionale di occuparci di questo fascicolo", ha detto Tanrıkulu in un programma in onda su Halk Tv. I presidenti di diversi ordini degli avvocati hanno criticato le autorità statali per aver ignorato il caso di Timtik e Ünsal. "Non l'hanno sentita gridare per mesi chiedendo un processo equo.
Coloro che hanno fatto orecchie da mercante e hanno voltato le spalle hanno massacrato la giustizia e la coscienza", ha detto il presidente dell'Associazione degli avvocati di Ankara, Erinç Sağkan. Il presidente dell'Ordine degli avvocati di Antalya, Polat Balkan, ha descritto la morte di Timtik come un "omicidio giudiziario", mentre il presidente dell'Associazione degli avvocati di Mersin, Bilgin Yeşilboğaz, ha sottolineato che "l'ingiustizia uccide".
di Dario Del Porto e Giuliano Foschini
La Repubblica, 28 agosto 2020
Svolta nell'inchiesta sulla morte del cooperante napoletano. Paciolla che lavorava per l'Onu il 15 luglio venne trovato impiccato nella sua casa, ma molti particolari erano poco convincenti.
Mario Paciolla è stato suicidato. Sul corpo del ragazzo italiano morto il 15 luglio scorso in Colombia, a San Vicente de Cagua, dove lavorava come osservatore per l'Organizzazione delle nazioni unite, sono stati trovati segni che fanno pensare a una messinscena, come a simulare un gesto volontario. Sono stati fatti sparire dalla scena del delitto oggetti cruciali per la ricostruzione della verità. La casa è stata lavata con la candeggina poche ore prima che la Polizia scientifica finisse di effettuare i rilievi. Mario aveva preparato la valigia, pronto a partire per l'Italia. Anzi, a scappare, perché aveva paura di restare in Colombia. Voleva tornare nella sua Napoli il prima possibile. Aveva comprato anche alcuni regali per i familiari che invece l'hanno visto tornare in una bara. Con i pacchetti chiusi nella valigia.
"Mario non si è suicidato: è stato ucciso" dicono a Repubblica i genitori, certi di non sbagliare. Le prime circostanze emerse sembrano confermare la loro certezza. Non a caso il fascicolo, aperto dalla procura di Roma, è finito sul tavolo dei carabinieri del Ros. Gli esperti di omicidi internazionali.
La fretta di andare via. Mario Paciolla aveva 33 anni. Dopo una laurea in Scienze politiche all'Orientale di Napoli, girava il mondo da anni: Giordania, India, Argentina, da due anni in Colombia con una missione Onu con un programma di reinserimento per gli ex guerriglieri delle Farc. Secondo quanto è stato possibile ricostruire, Mario aveva avuto nelle ultime settimane problemi sul lavoro. Era spaventato, impaurito. "Ti ricordi quando avevo battibeccato a scuola, per un'ingiustizia, con quel professore e poi mi ha bocciato? Ecco mi è successa la stessa cosa" aveva detto alla madre pochi giorni prima di morire. La sua missione sarebbe dovuta finire il 20 agosto, questione di settimane. Ma aveva fretta di rientrare.
Dall'11 al 14 luglio Mario, ricostruiscono gli atti, si è tenuto in contatto quotidianamente con i genitori, fatto considerato molto strano in quanto di solito avevano l'abitudine di scambiarsi video chiamate una volta ogni due o tre settimane. Aveva raccontato loro di aver avuto problemi con l'organizzazione e di voler rientrare al più presto. Il 14 chiese e ottenne gli estremi di una carta di credito per comprare il biglietto aereo che lo avrebbe riportato a casa. Mario aveva già preparato la valigia. All'interno c'erano alcuni regali per amici e parenti che avrebbe consegnato loro una volta rientrato a Napoli. Al mattino del giorno 15 i genitori gli inviarono un ultimo messaggio con le raccomandazioni per il viaggio. Mario non lo ha mai letto.
La scena del delitto - Dalla sera del 14 Mario sparisce in un buco nero. L'ultima connessione Whatsapp risale alle 22.45, orario colombiano. La mattina dopo, così come d'accordi, vanno a casa sua per prenderlo e portarlo a Florentia, da dove poi si sarebbe dovuto muovere per Bogotà e Parigi. Mario non risponde al citofono. E nemmeno al telefono, raccontano i funzionari Onu. Entrano in casa grazie alle chiavi del proprietario che abitava nello stesso palazzo. Trovano Mario impiccato. Il primo a vederlo è il referente di Sicurezza della missione dell'Onu, Christian Thompson con il quale Mario aveva chattato fino alle dieci di sera del giorno precedente. Una circostanza non abituale perché Thompson non era un suo diretto superiore ma appunto l'incaricato della sicurezza. Sul luogo del delitto c'era sangue e tutto sembrava in ordine.
La Polizia viene chiamata da Thompson 30 minuti dopo l'ingresso in casa. "Quando siamo arrivati - dicono alcuni dei poliziotti - la porta era semiaperta, quindi la scena potrebbe essere stata contaminata". Sono i poliziotti a offrire anche altri particolari: Thompson dice che computer e cellulari appartenevano all'Onu e quindi non potevano essere portati via. E nonostante, dicono i poliziotti, gli fosse stato detto di non toccare nulla, nei giorni successivi porta via alcuni oggetti cruciali della scena del crimine. Che, poi racconterà, essere stati smaltiti in discarica e quindi non più disponibili. Il 17 luglio sempre Thomposn torna a casa di Mario con due donne che puliscono tutta la casa con la candeggina e riconsegnano le chiavi al proprietario.
Il giorno dopo arriva la Polizia per effettuare un sopralluogo. Ma ormai non c'era più niente. Non è chiaro se questa procedura fa parte dei protocolli Onu. Fatto sta che per non aver vigilato - come ha raccontato sull'Espectador la giornalista investigativa Claudia Julieta Duque - quattro poliziotti sono stati indagati.
L'autopsia - Secondo i documenti colombiani, Mario è morto nella notte tra il 14 e il 15 luglio alle 2. Impiccato. Prima avrebbe provato a tagliarsi i polsi, come dimostrerebbero i segni sulle braccia. E il sangue ritrovato sul luogo del delitto. La procura di Roma ha però disposto una seconda autopsia. Affidandola al professor Vittorio Fineschi, lo stesso medico legale che ha seguito i casi di Stefano Cucchi e Giulio Regeni. Anche il corpo di Mario ha raccontato molte cose. Al momento c'è il massimo riserbo, gli esiti arriveranno nelle prossime settimane.
Ma qualcosa si può già dire: quei tagli sui polsi erano superficiali, che non potevano causare certo la morte né uno spargimento di sangue. Sembrano stati fatti come per raccontare un tentativo di suicidio che invece non c'è stato. I segni sul collo, che avrebbero causato la morte, non appaiono essere così importanti, tali da provocare la morte.
Elementi che fanno dire alla famiglia Paciolla - con l'avvocato Alessandra Ballerini, che sta seguendo il caso insieme con Emanuela Motta e il collega colombiano German Romero Sanchez - quello che i fatti, le omissioni, i depistaggi, sembrano raccontare ogni giorno con più forza: Mario non si è ucciso. È stato suicidato.
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