di Paolo Lambruschi
Avvenire, 29 agosto 2020
Un breve video ne mostra alcuni. Magrissimi e smarriti dopo la liberazione. Molti con problemi di salute. Ma per loro si sono subito riaperte le porte di un centro di detenzione governativo.
Il breve filmato mostra facce scavate, corpi scheletrici seduti sui talloni perché non hanno la forza di reggersi in piedi dopo essere sopravvissuti a tre anni di torture a Bani Walid. Li hanno rilasciati da un lager, dove sono stati torturati e affamati da miliziani perché non fuggissero e, dopo che hanno pagato 15 mila dollari di riscatto, cacciati in un altro gestito sempre da miliziani, ma in divisa da poliziotti.
È una testimonianza dall'inferno, racconta la sorte che attende molti di quelli ripresi o salvati dal mare dalla cosiddetta guardia costiera libica. Vengono portati in un centro di detenzione governativo e tenuti in condizioni insopportabili e repressi selvaggiamente se si ribellano. Da lì, con la complicità di poliziotti al servizio dei trafficanti, chi non è registrato nelle liste dell'Unhcr viene spesso venduto e sparisce in un centro informale gestito da uno dei gruppi armati fedeli a Tripoli che hanno avviato da anni un florido mercato di esseri umani.
Il video è stato girato da Adam - chiamiamolo così per salvaguardarne l'identità perché è ancora in Libia - un africano occidentale che, dopo aver provato a raggiungere in mare l'Europa, è stato riportato in quello che qualcuno si ostina a ritenere "porto sicuro" e rinchiuso a Khoms, uno dei centri di detenzione governativo dove vengono imprigionate le persone salvate nel Mediterraneo. E dove sono arrivati anche alcuni reduci scheletrici di Bani Walid, la "fabbrica delle torture", rinchiusi di nuovo, senza pietà. Khoms fotografa su piccola scala la situazione attuale dei migranti detenuti in Libia nei centri statali e in quelli delle milizie.
Nel lager, 90 km a est di Tripoli, al momento sono chiusi 170 prigionieri, perlopiù eritrei, 100 dei quali registrati dall'Unchr e 70 provenienti dai salvataggi in mare. Adam vi è stato detenuto alcuni mesi e ha scritto anche un diario per non impazzire. Inizia così: "I prigionieri provano sempre a scappare, ma le guardie sparano per fermarli e quando li riprendono li picchiano con spranghe".
Ai primi di agosto è fuggito e ha consegnato via whatsapp il testo a Giulia Tranchina, avvocato italiano che si occupa a Londra di diritti umani. Abbiamo potuto visionare alcuni estratti del diario dove Adam racconta i continui tentativi di fuga e le proteste quotidiane nel centro per la mancanza di cibo e acqua, le condizioni igienico-sanitarie insopportabili nonostante la pandemia e le brutali violenze della polizia costituita da miliziani fedeli al governo tripolino.
Repressioni crudeli cui hanno assistito anche operatori di agenzie umanitarie senza poter intervenire. Il direttore del centro è Mustafa Gamra mentre da gennaio l'Unhcr, sostiene Adam, non visita la struttura. Entrano settimanalmente solo i medici di Msf e l'Oim, organizzazione internazionale per le migrazioni.
La sua testimonianza inizia il 19 luglio con l'arrivo di 100 persone. Adam scrive: "Chiedono cibo e la polizia li picchia con crudeltà. Tra loro ci sono 6 donne. Non c'è acqua e qui fa troppo caldo". Poi nei giorni successivi descrive un tentativo di fuga di massa di giovanissimi sudanesi intercettati in mare. "Ieri 74 prigionieri sono scappati. Ma le guardie li hanno inseguiti. Hanno sparato ammazzando tre minorenni e ferendone due. Ne hanno catturati 25 circa, tra cui 8 bambini. I più grandi sono stati massacrati nel cortile davanti a tutti, con le spranghe gli hanno spezzato gambe e mani". Il racconto è stato confermato da una denuncia di Medici senza frontiere ai primi di agosto.
Una sera di fine luglio varcano la soglia di Khoms altre 30 persone salvate in mare. "Alcuni sono feriti, l'Oim ne ha trasportati alcuni in ospedale. A quelli rimasti le guardie non hanno portato il cibo, mancano acqua e corrente". Poi un'altra rivolta domata nel sangue dopo l'arrivo di 55 uomini e 5 donne, due delle quali incinte, anche questi salvati da una barca alla deriva. "Picchiavano sulle porte per avere cibo e acqua. Le guardie hanno cominciato a tirare pietre, allora i detenuti hanno cercato di sfondare le porte con pali. La polizia prima ha minacciato le donne incinte, poi ha usato lacrimogeni e spranghe".
Ma lo choc più forte è provocato dall'arrivo di 34 detenuti scheletrici liberati da Bani Walid, ampio centro non ufficiale noto per le efferate torture inflitte ai detenuti divisi per nazionalità. Chi può lavorare diventa schiavo fino a pagarsi la libertà gli altri sono torturati fino a che la famiglia o gli amici non pagano il riscatto. Oppure fino alla morte.
"Secondo le testimonianze di molti detenuti - spiega Giulia Tranchina - alcuni poliziotti di Khoms cercano i migranti riportati dal mare non registrati dall'Unhcr e li rivendono ai trafficanti. E chi non ha i soldi per pagare il riscatto finisce a Bani Walid". Dove comanda il libico Abdallah e gli aguzzini sono l'egiziano Hamza e il somalo Hassen Gali.
"Sono scioccato - scrive descrivendo i sopravvissuti a quella che chiama "casa della morte" - sono magrissimi, in condizioni terribili. Mangiavano pochissimo, hanno raccontato di essere stati torturati, le donne venivano spogliate e stuprate davanti a tutti. Sono eritrei e somali, hanno pagato 15 mila dollari a testa per il riscatto dopo tre anni di torture. Mi hanno detto che hanno visto 72 persone morire in 2 mesi. Perché li hanno portati qui? Qualcuno è stato ricoverato in ospedale, ma gli altri non si reggono in piedi".
Adam evade ai primi di agosto. La sua voce dal nulla invoca pietà e rende urgente l'evacuazione umanitaria in Paesi europei e africani almeno dei circa 2.500 prigionieri dei centri di detenzione ufficiali.
La Sicilia, 29 agosto 2020
"Con la stessa logica dovrebbe chiudere le carceri". L'ex presidente della Regione critica aspramente l'ordinanza del suo successore: "Un inutile manifesto di propaganda". "Quell'ordinanza di Musumeci sui migranti è un inutile manifesto di propaganda, perché il presidente di una regione non può intervenire nelle aree di sicurezza che sono di competenza esclusiva dello Stato, creando un allarme inutile che non esiste. Insomma, è fatto solo per avere qualche titolo di giornale". Dalla Tunisia, dove vive ormai da qualche anno, l'ex presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta non risparmia critiche all'ordinanza "bocciata" dal Tar Sicilia dopo il ricorso presentato dal Viminale e da Palazzo Chigi.
"Con la stessa logica Musumeci potrebbe chiudere le Carceri per via del Covid", dice in una intervista all'Adnkronos. "Un provvedimento sanitario non può essere efficace, dentro i luoghi deputati alla sicurezza dello Stato". "La politica non c'entra un accidenti - dice ancora l'ex governatore- è vero che il Presidente della Regione ha competenze su materia di Sanità, ma il tema che diventa assorbente è un provvedimento sanitario e può essere fatto dal Presidente della Regione in un luogo che è deputato dalla sicurezza dello Stato? Con questa stessa logica potrebbe liberare tutti i detenuti dell'Ucciardone per l'emergenza sanitaria".
"Ma poi - dice ancora Crocetta - questi migranti dove vanno? Nelle altre regioni che fanno, e parlo di quelli che sono positivi al Covid? Se passasse un principio del genere significherebbe che qualsiasi sindaco potrebbe chiudere un carcere - spiega - è inutile fare questi manifesti di propaganda, perché sono solo una cosa inefficace sul piano politico". "Un'altra questione riguarda l'intera gestione - dice ancora Crocetta - un immigrato positivo è più sicuro in un hotspot oppure in giro? È chiaro che un hotspot non c'è nessun pericolo di contagio, mentre all'esterno è pericoloso". E ribadisce che "sono più pericolosi i turisti che sono andati a Malta".
"Io al posto di Musumeci mi sarei concentrato su altri provvedimenti, per esempio i test sierologici fatti in aeroporto. Io, ad esempio, sono stato 4 giorni in Italia e sono stato un responsabile perché ho fatto il test sierologico in Italia lo stesso giorno che sono arrivato".
"Non si esce dal Covid in una sola regione - dice ancora - bisogna tutti collaborare, a nessuno fa piacere l'immigrazione irregolare. Nel momento in cui una persona è positiva ha diritto a tutte le tutele. Poche centinaia di migranti non rappresentano un rischio, lo sono le decine di migliaia di siciliani che sono andati in discoteca in vacanza. E poi la Sicilia è stata la prima regione incosciente ad aprire le discoteche". E conclude: "Se l'ordinanza avesse efficacia sarebbe un precedente pericoloso, il tar l'ha sospesa perché non c'era il carattere d'urgenza".
La Repubblica, 29 agosto 2020
L'accusa: "Incoraggia la prostituzione". In carcere già altre due volte, è un'importante voce underground nella scena musicale: "Vogliono soffocare la mia voce". A processo per aver collaborato con cantanti donne e ballerine. Il musicista iraniano Mehdi Rajabian, 30 anni, è stato arrestato, di nuovo. Già incarcerato altre due volte, Rajabian è stato riportato in prigione a causa del suo ultimo progetto. Un album ancora incompleto che include anche cantanti donne, cosa vietata in Iran. Secondo l'accusa, la sua musica incoraggia la prostituzione.
Il ministero della Cultura iraniano non ha ancora risposto a una richiesta di commento della Bbc che ha intervistato Rajabian e raccontato la sua storia: "Questo regime vuole soffocare la mia voce", ha detto, "premono perché smetta di fare musica". Mehdi Rajabian è un'importante voce underground nella scena musicale iraniana. Vive a Sari, nel nord dell'Iran, ha spiegato di essere stato convocato dalla polizia il 10 agosto, arrestato e portato in tribunale dopo l'uscita, sempre sulla Bbc, di un'intervista sull'album ancora in lavorazione e la pubblicazione di un video con la famosa ballerina classica persiana Helia Bandeh che si esibisce sulla sua musica. È stato rilasciato perché la sua famiglia ha potuto pagare la cauzione: "Se continuo a fare musica, mi riporteranno in carcere, per ora devo aspettare il giorno del processo". Ma Rajabian non si arrende.
Secondo il codice penale iraniano, cantanti e ballerini possono essere perseguiti se le autorità ritengono i loro atti "indecenti" o "immorali". Le donne sono teoricamente autorizzate a esibirsi in un coro o come cantante solista per un pubblico solo femminile, ma il permesso è raramente concesso. Dal momento del rilascio, le attività di Rajabian sono monitorate dal regime e lui vive quasi in isolamento.
"I giorni del coronavirus sono la normalità per me perché sono stato completamente solo a casa per anni", ha detto, "è come se fossi stato trasferito da una prigione più piccola a una più grande". Gli altri artisti hanno paura di sostenerlo e all'inizio di questo mese, un giornalista che si occupa di musica è stato arrestato e detenuto a Evin per diversi giorni dopo aver menzionato Rajabian in un articolo. "In generale, il loro piano è la mia completa distruzione". Ma la pressione non lo ha scoraggiato.
L'anno scorso, ha pubblicato un nuovo album, Middle Eastern, con Sony Music in Turchia. Registrato in segreto, ha contributi di quasi 100 artisti di 12 Paesi, tra i quali Siria, Yemen, Giordania, Libano e Iraq. Una delle canzoni è stata registrata durante un attacco aereo, un'altra da un rifugiato in fuga su una barca. Ma è stata la decisione di lavorare con "un certo numero di cantanti donne di vari paesi del Medio Oriente" (anche se nessuna di loro si trova in Iran) ad aver attirato di nuovo le autorità iraniane. "Perché il governo iraniano è così spaventato?" Forse, ha aggiunto, perché ogni arte che fa pensare è considerata pericolosa.
Dopo la rivoluzione del 1979, l'ayatollah Ruhollah Khomeini vietò la trasmissione di musica in Tv o alla radio, sostenendo che rendeva il cervello umano "inattivo e frivolo". Solo la musica della rivoluzione e le canzoni religiose restarono ammissibili e quasi tutti i cantanti pop iraniani partirono per gli Stati Uniti. Ma negli anni 90, nel sottobosco delle grandi città, i giovani ricominciarono a suonare costruendo da soli i propri strumenti e componendo canzoni che venivano trasmesse solo su un programma a richiesta persiano della Bbc). All'inizio del 2000, dopo un allentamento sulle leggi, il mercato del pop iraniano si è riaperto e, attraverso Internet, ha cominciato a diffondersi. Le band suonano rock, fusion, rap e folk alternativo.
progettoitalianews.net, 29 agosto 2020
Sono quasi 50 i giornalisti detenuti ieri durante le proteste a Minsk contro il presidente Aleksander Lukashenko. La maggior parte dei reporter sarebbe nel frattempo rilasciata. Lo riferisce l'associazione bielorussa dei giornalisti.
"In tutto sono circa 50 i giornalisti fermati. Praticamente tutti di loro sono stati liberati dopo un controllo dei loro documenti di identità", si afferma sul sito dell'associazione. A detta della quale quattro dei reporter fermati - Katerina Andreyeva, Maxim Gorchanok, Alexander Vasyukovich e Andrei Yaroshevich - sono stati accusati per partecipazione ad una manifestazione illegale. "Questi giornalisti si sono rifiutati di permettere alla polizia di controllare i loro smartphone e saranno detenuti in una struttura apposita fino all'udienza in tribunale", continua l'associazione.
C'è "almeno un caso" di ordine di espatrio, afferma ancora l'associazione bielorussa dei giornalisti. "Si tratta del reporter svedese Paul Hansen. L'ambasciatrice svedese in Bielorussia, Christina Johannesson, ha effettuato una visita del distretto di polizia di Oktyabrsky dove venivano detenuti i giornalisti", scrive ancora l'organizzazione. Che aggiunge che "Paul Hansen deve lasciare la Bielorussia e ha il divieto di tornare il nostro Paese per 5 anni". Un'altra giornalista, Tatyana Korovenkova di Belapan, è stata trasportata dalla stazione di polizia ad un ospedale in seguito ad un improvviso balzo della pressione sanguigna.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 29 agosto 2020
Il ministro della Giustizia non rispetta l'accordo trovato con i prigionieri politici, che riprendono la loro lotta in carcere. Contro di loro, in campo scendono anche i camionisti "anti-indigeni". È una corsa contro il tempo quella per salvare gli otto detenuti mapuche del carcere di Angol che, già in sciopero della fame da 117 giorni, hanno smesso da lunedì anche di ingerire liquidi. Una misura estrema - a cui si sono uniti nei giorni successivi anche otto mapuche del carcere di Lebu - adottata per protestare contro l'assenza di risposte da parte dello Stato cileno rispetto all'applicazione effettiva al codice penale della Convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro sui popoli indigeni.
Il 9 agosto il ministro della Giustizia Hernán Larraín si era impegnato a dare risposta, entro 12 giorni, alla richiesta dei mapuche di un dialogo di alto livello mirato a individuare una soluzione per i detenuti già condannati e per quelli in custodia cautelare, in cambio di un'assoluta riservatezza sui negoziati e della sospensione dello sciopero della sete che i prigionieri politici avevano appena intrapreso. Al solito, a fronte del rispetto da parte mapuche delle condizioni dell'accordo, il ministro non ha mantenuto la parola: scaduti i 12 giorni, nessuna risposta è giunta dal governo. Da qui la decisione dei detenuti, tutti in condizioni assai critiche, di riprendere lo sciopero della sete. Grande preoccupazione per la sorte dei 16 mapuche (e anche degli altri 11 in sciopero della fame) è stata espressa dal machi Celestino Córdova che il 18 agosto, dopo 107 giorni, aveva terminato lo sciopero della fame dopo aver raggiunto un accordo, benché parziale, con il governo. Esigendo dallo Stato il rispetto degli accordi, l'autorità spirituale ha ringraziato il popolo mapuche e quello non mapuche per la solidarietà espressa, invitando a promuovere marce e atti di protesta in appoggio ai prigionieri politici.
Nella crisi sono entrati a gamba tesa anche i camionisti, che giovedì hanno iniziato uno sciopero per esigere la rapida approvazione, in funzione prevalentemente anti-mapuche, dei progetti di legge repressivi varati dal governo Piñera durante le proteste dei mesi scorsi: dalla cosiddetta legge "anti-incappucciati" a quella sulla presenza di militari a guardia della "infrastruttura critica", fino a un inasprimento della già severa legge antiterrorismo promulgata durante la dittatura di Pinochet.
Uno sciopero che - malgrado la minaccia di paralizzare il paese in piena pandemia e con la disoccupazione alle stelle grazie alla contestatissima legge di "protezione" dell'impiego - ha incontrato la totale comprensione del governo che, descrivendo i potenti camionisti come vittime dei disordini provocati dai mapuche nell'Auracanía, ha già fatto sapere che lunedì "sarà trovata una soluzione". E si può star certi che in questo caso manterrà fede ai propri impegni.
È così, con minacce e pressioni a favore del pugno di ferro contro ogni dissenso, che la destra si sta preparando al plebiscito sull'elaborazione di una nuova Carta costituzionale del prossimo 25 ottobre, non risparmiando alcuno sforzo per blindare lo status quo: non solo attraverso il potere di veto garantito dalla trappola della maggioranza dei due terzi, ma anche limitando il più possibile la portata della discussione, a partire dal divieto di modificare i trattati internazionali e dalla pretesa di impedire anche il dibattito sul modello economico.
Si mobilita tuttavia anche il movimento di protesta, che - pur continuando a indicare come vera soluzione la realizzazione di uno sciopero generale continuato e a oltranza per ottenere la caduta di Piñera e imporre un'Assemblea costituente libera e sovrana - è deciso a buttarsi nella mischia, prendendo parte al voto, al fine di aprire quante più crepe possibili nel muro di contenimento innalzato dalle forze politiche per bloccare ogni cambiamento reale. Magari, chissà, creando una forza politica alternativa per presentare i propri candidati al processo costituente.
di Simona Musco
Il Dubbio, 29 agosto 2020
Non c'è spazio per i dissidenti nella Turchia di Erdogan, dove le carceri ingoiano coloro che protestano per i diritti civili spuntadoli fuori, molto spesso, soltanto da morti. Giornalisti, professori, artisti, intellettuali. E, soprattutto, avvocati. Non c'è spazio per i dissidenti nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan, dove le carceri ingoiano coloro che protestano per i diritti civili spuntadoli fuori, molto spesso, soltanto da morti.
E la repressione continua, nonostante lo stato d'emergenza, durato due anni e proclamato a luglio 2018, sia ufficialmente finito. Ebru Timtik è solo l'ultima vittima: Helin Bölek, solista del gruppo musicale Grup Yorum, è morta il 3 aprile dopo essersi rifiutata di mangiare per 288 giorni in segno di protesta contro l'imprigionamento di altri membri del gruppo, al quale erano stati vietati i Abdullah Öcalan, leader dell'ala armata del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), al quale è stata vietata ogni visita con familiari e avvocati. Molti, tra coloro che hanno preso parte allo sciopero, sono stati accusati di terrorismo. Sono 101 i giornalisti attualmente in carcere e 1546 gli avvocati perseguitati dal 2016, 605 quelli arrestati e 345 quelli condannati arbitrariamente, per un totale di 2145 anni di prigione. Uomini e donne diventati il simbolo della repressione dell'opposizione politica al regime di Erdogan, che il giorno dopo il fallito golpe del 16 luglio 2016 ha licenziato 2.745 giudici, un terzo del totale.
Ma non solo: 182.247 funzionari, insegnanti e accademici statali hanno perso il lavoro, 59.987 di loro sono stati arrestati e condotti in carceri dove il diritto alla difesa è una chimera. Una situazione semplificata concerti. Dopo di lei, il 7 maggio, è morto il bassista della band, Ibrahim Gökçek, anche lui stroncato da uno sciopero della fame durato 323 giorni. E prima di loro la stessa sorte era toccata al prigioniero politico Mustafa Koçak, morto il 24 aprile dopo un digiuno di 296 giorni.
Sono migliaia, stando al rapporto di Amnesty International, le persone rimaste in custodia cautelare per tempi lunghissimi, senza che a loro carico vi fossero prove di un qualche reato riconosciuto dal diritto internazionale, in carceri dove non di rado è praticata la tortura. Tra gennaio e maggio, migliaia di prigionieri hanno avviato uno sciopero della fame, seguendo l'esempio di Leyla Güven, parlamentare dell'Hdp di Hakkari, che chiede la fine dell'isolamento totale di dal caso dei 20 legali dell'associazione degli avvocati progressisti - della quale faceva parte Timtik - arrestati nel 2017 e condannati il 20 marzo 2019 in violazione di qualsiasi elemento costitutivo del giusto processo: dal diritto alla difesa, a quello al contraddittorio, passando per il diritto ad essere giudicati da un tribunale indipendente.
Colpa degli avvocati quella di aver difeso gli oppositori politici di Erdogan, ma non solo: tra loro ci sono anche i difensori delle famiglie espropriate delle loro case a Istanbul, abbattute per far posto ai grattacieli, o di donne che sono state picchiate dai mariti perché rifiutavano di portare il velo. Tra le persone finite in carcere anche il presidente dell'associazione degli avvocati progressisti, Selçuk Kozagaçli, condannato a 19 anni per aver fondato e gestito un'organizzazione internazionale di matrice terroristica, mentre gli altri per averne fatto parte, con pene dai tre anni e un mese in su. Il capo di imputazione si regge sull'aver suggerito ai propri clienti di avvalersi della facoltà di non rispondere, con una percentuale statistica considerata superiore al dato nazionale, ma anche a colloqui con le famiglie troppo lunghi e frequenti.
La storia è iniziata con le purghe contro gli accademici, messa in atto da Erdogan dopo il mancato golpe, tra i quali Nuriye Gulmen e Semih Ozakca, imputati per "terrorismo" per presunti legami con il gruppo di estrema sinistra Dhkp. L'arresto di tutti e venti gli avvocati del collegio difensivo è avvenuto due giorni prima dell'inizio del processo a loro carico, diventato di colpo un processo politico per contrastare l'opposizione.
Solo sei mesi dopo l'arresto, a marzo 2018, agli avvocati è stato concesso di prendere visione dei capi d'imputazione, secondo i quali l'associazione degli avvocati progressisti costituirebbe una branca del partito rivoluzionario messo fuori legge da Erdogan.
La riforma costituzionale ha poi segnato in via ufficiale una vera e propria fusione tra potere governativo e sistema giudiziario: con la legge antiterrorismo del 25 luglio 2018 è stata infatti istituita una costola del potere che monitora gli istituti pubblici e che ha pieno e completo accesso a tutti gli elementi sensibili di tutti gli ordini degli avvocati della Turchia.
di Vittoria Romanello
La Repubblica, 29 agosto 2020
Dopo la revoca del mandato alla Commissione Onu. Un anno fa, il governo dell'ex presidente, Jimmi Morales aveva impedito alla Commissione Internazionale contro l'impunità di proseguire il suo lavoro. Oggi un Report del Global Impunity Index.
Il Guatemala è entrato quest'anno nella lista dei paesi con il più alto indice di corruzione. Esattamente un anno fa, il governo dell'ex presidente, Jimmi Morales aveva impedito alla Commissione Internazionale contro l'impunità di proseguire il suo lavoro. A 12 mesi di distanza, un Report del Global Impunity Index (Igi) - il più importante presidio accademico internazionale per misurare, comparativamente, i livelli di impunità nel mondo - ci dice che il Paese centroamericano è salito su questo speciale "podio" tutt'altro che onorevole.
Gli attacchi contro chi difende i diritti. Di sicuro non ha aiutato a cambiare le cose il fatto che, giusto un anno fa, il precedente governo del Guatemala era riuscito a chiudere definitivamente la Commissione internazionale contro l'impunità (Cicig). Del resto, da anni la Commissione era stata ostacolata, ma il governo dell'ex presidente Jimmy Morales è stato ancora più efficace, riuscendo a sbarrarle definitivamente il cammino. Nel frattempo, gli attacchi contro i difensori dei diritti umani sono aumentati in un contesto in cui s'è registrata una progressiva riduzione degli spazi di libertà per la società civile. Alla fine del 2019, ad esempio, il Guatemala non aveva ancora ratificato l'Accordo regionale sull'accesso alle informazioni, l'accesso alla giustizia in materia ambientale in America Latina e nei Caraibi (chiamato anche l'Accordo di Escazú) né tantomeno la Convenzione internazionale per la protezione contro le sparizioni forzate.
Individuati 120 casi di corruzione. Le ultime elezioni hanno eletto presidente Alejandro Giammattei, in carica da gennaio 2020. Giammattei si trova a gestire un Paese dove per anni le massime autorità hanno sistematicamente minato i risultati in materia di giustizia e diritti umani, realizzati nell'ultimo decennio. In violazione degli ordini della Corte Costituzionale, il più alto organo giudiziario del Paese, il governo ha continuato ad ostacolare il lavoro della Cicig, ha rifiutato di rinnovare il suo mandato, fino a decretarne la sua chiusura definitiva. Assieme alla magistratura inquirente, la Cicig aveva indagato e identificato più di 70 strutture criminali, in più di 120 casi di corruzione importanti, molti dei quali legati a violazioni dei diritti umani.
Il dibattito sull'amnistia. L'inadeguata risposta dei magistrati rispetto alle violazioni del governo e alle sentenze della Corte Costituzionale, oltre all'assenza di un piano di transizione per la chiusura della Cicig, hanno indebolito lo stato di diritto e la lotta contro l'impunità. Intanto continuano i dibattiti sull'eventuale un'amnistia per gli accusati e persino per coloro che sono stati condannati per crimini di guerra, durante il conflitto armato che durò dal 1960-1996.
Le tattiche dell'ex ministro latitante. Un ex ministro, Alejandro Sinibaldi, ha comunicato la decisione di arrendersi alla giustizia guatemalteca, dopo quattro anni e tre mesi di latitanza. Cresce il dubbio che l'ex ministro abbia volontariamente deciso di farsi giudicare, anche perché il sistema di giustizia guatemalteco - anche quello - è tra i più corrotti del mondo. Va infatti ricordato che il Guatemala continua ad essere uno dei Paesi dove si registra il più alto tasso di impunità, sempre secondo l'ultimo rapporto del Global Impunity Index 2020, preparato dall'Università di Las Américas Puebla. L'analisi indica che il Guatemala è regredito dopo la chiusura della Commissione internazionale contro l'impunità in Guatemala (Cicig).
Il caso di Heidi Ku, attivista di Cobán. L'indice misura anche la questione della sicurezza e dei diritti umani, nel report si ribadisce ancora una volta che lo Stato è responsabile della protezione degli operatori della giustizia da attacchi, atti di intimidazione, minacce e molestie, e che ha il dovere di indagare i casi di attacco ai difensori dei diritti umani. Avevamo già denunciato il caso di Heidi Ku, una giovane attivista di Cobán, cittadina del Dipartimento di Alta Verapaz. Una comunità dedicata alla coltivazione del caffè e che da anni è minacciata da gruppi paramilitari che vogliono impossessarsi della terra. Le minacce continuano, tra incendi dolosi e denunce inascoltate.
Il caso di Bernardo Caal, in prigione da 2 anni. Amnesty International denuncia intanto il caso di Bernardo Caal Xol, leader indigeno del popolo maya Q'eqchi e difensore dei diritti umani guatemaltechi, imprigionato da oltre due anni. Dal 2015 infatti Bernardo Caal difende i diritti delle comunità di Santa María Cahabón, colpite dalla costruzione della centrale idroelettrica OXEC sui fiumi Oxec e Cahabón nel dipartimento settentrionale, anche lui nella regione dell'Alta Verapaz. Per ritorsione, Bernardo Caal è stato accusato di aver compiuto presunti atti di violenza, e il 9 novembre 2018 un tribunale lo ha condannato a sette anni e quattro mesi di carcere per i reati di rapina. "Purtroppo in Guatemala coloro che parlano per difendere i propri diritti - ha detto Erika Guevara Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International - continuano a essere criminalizzati. Le autorità continuano a usare la giustizia penale per mettere a tacere e imprigionare i difensori dei diritti umani e questa volta è stato Bernardo".
La denuncia di Amnesty International. Un richiamo dell'organizzazione sulla situazione dei difensori dei diritti umani in Guatemala. In una lettera pubblica inviata al procuratore generale María Consuelo Porras, Amnesty International ha espresso la sua preoccupazione per le irregolarità e la negligenza nel procedimento penale contro Bernardo Caal - come l'assenza di elementi oggettivi a sostegno dell'accusa - che coincidono con i modelli di criminalizzazione preventivamente documentati dall'organizzazione nei casi di chi difende il territorio o l'ambiente.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 29 agosto 2020
Il religioso che ha guidato la rivolta popolare si schiera contro i colonnelli responsabili del golpe: "La transizione non deve durare più di sei mesi, poi serve un presidente scelto tra i civili". "Ai colonnelli che stanno scippando la vittoria al popolo del Mali dico che siamo pronti a tornare nelle piazze", avverte l'imam Mahmoud Dicko, 66 anni, autorità morale del vasto movimento di protesta che negli ultimi mesi ha organizzato numerose manifestazioni di massa contro Ibrahim Boubakar Keita, il presidente arrestato la settimana scorsa dai militari golpisti.
Predicatore carismatico, a capo dal 2008 al 2019 dell'influente Alto consiglio islamico, Dicko è stato spesso definito un faiseur de roi, un facitore di re, per via del suo forte ascendente sulla politica del Paese, mentre per i suoi reiterati appelli contro le élite c'è chi preferisce chiamarlo "l'imam populista del Sahel". "Solo Dio ha il potere di fare un re, quanto al mio populismo si confonde con la rabbia che nutro per l'ormai ex regime, che era corrotto e incapace a governare", spiega Dicko, il cui rigore religioso ispirato al wahabismo saudita gli ha conferito credito anche presso i jihadisti che occupano il 70 per cento del Paese, rendendolo un interlocutore privilegiato tra loro e le autorità di Bamako. Dopo aver atteso per ore il nostro turno dietro una lunga fila di questuanti, tra i quali politici, uomini d'affari ma anche poveri fedeli venuti a chiedergli aiuto, l'imam ci riceve finalmente nel suo salotto, quasi interamente occupato da divani solenni e dove un grosso condizionatore spara aria gelata.
Crede che il movimento contestatario riuscirà a esercitare un controllo democratico sulla giunta putschista?
"Certo, il popolo ne ha i mezzi perché mai come adesso è consapevole della sua forza. Sa bene che adesso spetta a lui decidere chi deve comandare. Non certo ai colonnelli, che si comportano come se fossero i soli ad aver rovesciato Ibrahim Boubakar Keita, riunendosi con gli inviati dei Paesi dell'Africa occidentale e ricevendo l'ambasciatore francese e il capo dell'operazione militare "Barkhane" senza mai coinvolgere l'opposizione".
Lei scarta l'ipotesi di una lunga transizione, guidata da un leader militare?
"È una proposta inaccettabile. Come ho spiegato l'altra sera ai colonnelli la transizione non deve durare più di sei mesi, e a traghettarci verso il futuro dovrà essere un presidente scelto tra i civili".
Che cosa ha pensato due giorni fa, quando i colonnelli hanno rimesso in libertà il presidente?
"Sono stato io a farlo eleggere nel 2013, per poi accorgermi quanto fosse incapace a governare. Lo considero un fratello, ma non posso dimenticare i dimostranti che ha fatto uccidere a luglio. Quando gliel'ho rinfacciato, mi ha risposto che non avrei dovuto incitare i giovani a scendere in strada, sebbene manifestare sia un diritto costituzionale. Prima di liberarlo avrei preferito che su quei fatti ci fosse stata almeno un'inchiesta".
Con il suo intervento militare del 2013 la Francia impedì la conquista jihadista del Mali, dove ancora oggi dispiega cinquemila soldati. Eppure i maliani sembrano sempre più ostili alla sua presenza. Perché?
"Perché la classe politica non ha fatto altro che addossare tutte le colpe della propria inettitudine sulla Francia, come se fosse la responsabile della corruzione o delle appropriazioni indebite di fondi pubblici che c'impoveriscono. Io sono davvero convinto che la rinascita del Mali si potrà fare solo con la Francia. Da secoli, i destini dei due Paesi sono legati e lo rimarranno ancora a lungo".
Com'è percepita l'operazione "Barkhane"?
"La presenza militare straniera in Mali non è mai stata discussa in Parlamento e la maggior parte dei maliani non ne sa nulla. I francesi sono tutti nella base di Gao, nel deserto, a quasi duemila chilometri da Bamako. Nessuno sa quante persone ammazzano né come le ammazzano".
Lo scorso febbraio, con la crescita esponenziale di morti nel Sahel, il presidente Keita aveva deciso di aprire un dialogo con gli emiri di Al Qaeda. Che ne sarà di quell'iniziativa?
"Ma erano soltanto parole al vento, a cui nessuno ha dato seguito. Credo che con i jihadisti maliani si possa e si debba negoziare, perché nessun Paese può sopravvivere a una guerra così lunga e così cruenta. Molti di loro li conosciamo, e alcuni hanno in passato perfino rivestito ruoli istituzionali. Gli altri, i terroristi stranieri, vanno invece combattuti. Con chi vuole imporre la religione con il kalashnikov, nessun dialogo è possibile. È gente che non serve né all'Islam né al nostro Paese".
Ma da wahabita non preferirebbe che fosse applicata la sharia e che il Mali diventasse una repubblica islamica come la vicina Mauritania?
"Sono un musulmano ma sono anche un uomo realista. Applicare la sharia nel Mali del XXI secolo, con una capitale moderna come Bamako, non avrebbe alcun senso. E poi, il 98% della nostra popolazione è musulmana. Di fatto, siamo già una repubblica islamica".
Che cosa accadrà adesso?
"La nazione si sta disintegrando per via della crisi attuale, la più grave della nostra storia recente. Con il bastone del pellegrino attraverserò il mio Paese, che è grande due volte come la Francia, per risvegliare le coscienze e per far capire che dobbiamo fermare le faide tribali e i conflitti intercomunitari. Una volta uniti riusciremo a sconfiggere il nemico jihadista, perché noi siamo venti milioni e loro poche migliaia.
Ma a contrastarlo non devono essere solo l'esercito del Mali e le potenze straniere, altrimenti, con il pretesto della guerra, i governanti continueranno a stornare miliardi. Con il rischio di rendere eterno questo conflitto".
E il golpe?
"La transizione non deve durare più di sei mesi, poi serve un presidente scelto tra i civili".
di Roberto Sensi
Il Dubbio, 28 agosto 2020
Viaggio negli istituti penitenziari della penisola: tra strutture obsolete e affettività negata, il racconto della solitudine di chi ci vive e ci lavora. Come lo immagini il carcere tra vent'anni? È questa la domanda che è stata posta alla chiusura delle interviste, nelle tappe del mio tour attraverso le carceri. A viaggio terminato, io invece mi chiedo cosa penseranno di noi le persone tra vent'anni.
di Carminantonio Esposito*
Il Mattino, 28 agosto 2020
La recente riforma contenuta nel "decreto semplificazioni" del governo ha modificato il testo originario dell'articolo 323 del Codice penale che prevede e punisce l'abuso d'ufficio. Si tratta della quarta modifica, seguita a quella che - nel 1997 - indicava nella "violazione di legge o di regolamento", o nell'inadempimento dell'obbligo di astensione le condotte tipiche del pubblico ufficiale e dell'incaricato di pubblico servizio costitutive del delitto di abuso di ufficio.
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