di Massimo Marino
Corriere di Bologna, 30 agosto 2020
Il Teatro del Pratello torna nel carcere minorile con "Le orme dei figli", uno spettacolo già presentato in gennaio all'Arena del Sole, quasi completamente rinnovato. A inizio anno in scena c'erano ragazzi affidati ai servizi della giustizia minorile esterni al carcere, giovani attrici e una coppia di anziani che rappresentavano i padri orchi, i Chronos che divorano i figli.
Gli attori si incontravano e si toccavano scivolando su un piano inclinato. Ma il contatto non è più possibile in scena ora, dopo l'emergenza sanitaria, e non è stato possibile far entrare in carcere estranei. Quindi sarà formato interamente da ragazzi reclusi il cast di questa nuova edizione, in scena nell'istituto di via del Pratello da domani al 3 settembre alle 21, con accesso al cortile dove sarà costruito lo spazio scenico da via de Marchi 5/2 (info:
"Persa gran parte della cornice, rimane una memoria della storia, che si appoggia sulla favola di Pollicino e dei suoi fratelli abbandonati dai genitori" spiega il regista Paolo Billi. "Abbiamo anche modificato la scenografia di Irene Ferrari e le strutture sceniche di Gazmend Llanaj, realizzate in un laboratorio con i ragazzi reclusi" continua Billi.
"Non sarà più un unico piano inclinato, ma un pendio frantumato in tante sezioni che si incastrano l'una nell'altra, consentendo agli interpreti un distanziamento che eviti i contatti. L'idea che dà la scena è quella di un grande sommovimento, un caos".
Diventa ancor più importante che nella prima versione il video di Simone Tacconelli e Elide Blind, che fa risaltare immagini e voci da una foresta di foglie, da sentieri di fango segnati da orme per seguire strade, per perderle, per inventarle. Questa edizione ancora di più della prima sgretola la trama e si affida agli archetipi, alle visioni, a voci giovanissime che emergono da una scena arsa, rocciosa.
Chi entrerà nel cortile del carcere vedrà una scatola magica chiusa da un tulle lattiginoso che rivelerà volti e visioni illuminato dal di dentro, in emersione e contrappunto con le immagini del video. In scena 11 ragazzi del Pratello, Adam, Anas, Andrea, Andrea, Daniel, Jonathan, Ionut, Larry, Manuel, Mehdi e Kevin. "Ci sono molti italiani e molti ragazzi di famiglia straniera nati in Italia" precisa Billi.
"Alcuni di loro seguono i nostri lavori da vari anni e stanno diventando bravi. Quasi tutti parlano un ottimo italiano e hanno un livello di scolarizzazione alto. Siamo usciti da una fase in cui i ragazzi si esprimevano stentatamente e negli spettacoli a volte apparivano spersi. Ci sono giovani soggetti a detenzioni lunghe: con loro si può impostare un lavoro più costante".
Il direttore dell'istituto Alfonso Paggiarino alla presentazione dello spettacolo racconta come il teatro sia stata una delle prime attività a riprendere dopo il lockdown. All'inizio con qualche incontro da remoto, poi con i primi incontri in presenza all'aperto e in piccoli gruppi, infine con la ripresa delle attività quotidiane, seppure con varie limitazioni che hanno anche influito sulla forma finale. E rivela: "Un ragazzo si è tanto appassionato che vuole continuare il percorso nel teatro iscrivendosi al Dams". Commenta Billi: "Sarebbe molto positivo: per la prima volta si accenderebbe un percorso universitario nel Pratello".
L'Osservatore Romano, 30 agosto 2020
Contro il sovraffollamento delle carceri, divenuto ancora più drammatico con il diffondersi del coronavirus, Caritas ambrosiana e arcidiocesi di Milano hanno elaborato un progetto destinato ai detenuti nei penitenziari del territorio: la possibilità, per coloro che possono scontare gli ultimi ventiquattro mesi di detenzione all'esterno del carcere ma non hanno un domicilio, di trovare alloggio in una delle strutture individuate dall'organismo assistenziale. Il numero dei reclusi ammessi al programma, non più di venti e indicati dal magistrato di sorveglianza, vedrà un aumento di pari passo con l'individuazione di nuovi locali.
"La pandemia sta facendo venire al pettine tanti nodi", ha commentato il direttore di Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti. "Tra questi, quello del sovraffollamento del carcere, che a causa dell'epidemia in corso, potrebbe assumere caratteristiche tragiche. Con tale iniziativa vogliamo dare ai detenuti la possibilità di scontare la pena al di fuori dei penitenziari, misura già prevista dal nostro ordinamento, ma ancora troppo poco praticata".
di Donatella Di Cesare
La Stampa, 30 agosto 2020
Un'onda di oscura inquietudine pervade in queste ore l'Europa. La tensione aumenta, l'incertezza sembra prevalere. Le immagini che giungono da Londra, ma soprattutto da Berlino ne sono quasi l'emblema.
Migliaia di manifestanti alla Porta di Brandeburgo urlano "aprite i cancelli". Denunciano la "follia del virus", pretendono lo stop immediato alle misure anti-Covid. E passano già alle vie di fatto: non rispettano le distanze e sono senza mascherina. Sì, perché la mascherina non sarebbe che una museruola buona solo per gli schiavi. E così i No-Mask arrivano alla dimostrazione. L'ha organizzata un ambiguo gruppo che si chiama non per caso Querdenken 711 (pensiero trasversale 711). Ma al corteo spuntano bandiere del Reich ed è ormai chiaro che i gruppi di estrema destra, radicati e agguerriti, tentano di cavalcare la protesta. È qui che occorre vedere per tempo il pericolo.
La situazione sta precipitando anche da noi. Ormai si dà del "terrorista" a chi osi parlare del coronavirus con la serietà che richiede la situazione. Tutto sarebbe falso o comunque sopravvalutato. Un'emergenza inventata dai "politici", gonfiata e ingigantita dai media. Tra spavalderia menefreghista e complottismo dell'ultima ora i negazionisti aumentano, spalleggiati da personaggi pubblici che giocano a proporsi come novelli capi-popolo dei sovranisti anti-virus. Non bastavano Salvini e poi Briatore. Adesso Vittorio Sgarbi, sindaco di Sutri nel Viterbese, ha vietato l'uso all'aperto della mascherina. "Solo ladri e terroristi si mascherano il volto". Ordinanza sfrontata che, oltre alla sfida evidente, indica l'assoluta mancanza di rispetto verso i cittadini che ogni giorno, pur tra tante difficoltà, portano la mascherina. D'altronde Sgarbi già da tempo si presenta nei talk show che lo ospitano facendosi apertamente beffe di ogni senso civico - e questo in un momento delicato, dove ogni gesto minimo conta nella comunicazione e chi ha influenza dovrebbe dare prova di responsabilità.
Non si prenda questo per l'ennesima volta come folklore. Non lo è. Piuttosto è un atteggiamento antidemocratico, che diffonde il sospetto, trasmette paura, semina rancore, propaga l'ossessione del complotto. Ecco: il coronavirus sarebbe lo strumento nelle mani di forze occulte che vorrebbero sottrarre al popolo la sua sovranità. Ma la semplificazione, le scorciatoie esplicative non favoriscono - si sa - la democrazia. I negazionisti del virus aumentano per la facile tendenza alla rimozione e per quella fraintesa libertà che non guarda in faccia a nessuno e si traduce nel "faccio quello che mi pare". Ma non si può sottovalutare quell'individualismo italico condito spesso di gretto localismo, terreno fertile per i sovranisti nostrani. La sovranità dell'io fa tutt'uno con la sovranità territoriale, anzi regionale. La vera (nascosta) epidemia sarebbe infatti portata dagli immigrati.
Sarebbe un errore sottovalutare i fiancheggiatori dei No-Mask, i capipopolo che fiutano il disagio, annusano la stanchezza. E si ripropongono di trarne tutto il vantaggio possibile. Che cosa c'è di più facile di una crociata contro la mascherina-museruola, di una guerra contro il virus sopravvalutato o addirittura inventato? Il preteso capopopolo alla Sgarbi non si limita ad articolare il malessere; fornisce già direttive. In Spagna, in Inghilterra e soprattutto in Francia i contagi aumentano e la possibilità del lockdown è alle porte. Nel nostro Paese la tensione è palpabile e cresce l'attesa per la riapertura della scuola e dell'università. Qui non si può fallire. Non sono più lecite confusioni, incertezze, indicazioni contraddittorie. È invece assolutamente indispensabile che la politica dia messaggi chiari e si rivolga direttamente ai cittadini per affrontare questa prova che ha ormai assunto un alto valore simbolico.
di Valentino Maimone
L'Osservatore Romano, 30 agosto 2020
Progetto dell'arcidiocesi di Napoli a Poggioreale. Quella che vi stiamo per raccontare è la storia di un progetto di rinascita e ricatto, in un contesto troppo spesso legato a dolorose vicende umane di costrizione, tristezza e assenza di prospettive.
Anche i detenuti del carcere "Poggioreale - Giuseppe Salvia" di Napoli potranno mangiare una vera pizza napoletana, preparata all'interno del penitenziario da loro compagni di sventura aspiranti pizzaioli, che impareranno un mestiere, studieranno per ottenere il relativo diploma, e avranno un'opportunità in più, una volta tornati liberi, per reinserirsi nel mondo del, lavoro. È questa l'idea totalmente innovativa venuta in mente ad Antonio Mattone, direttore dell'Ufficio di pastorale sociale e del lavoro dell'arcidiocesi di Napoli e da circa quindici anni volontario nelle carceri.
"Tutto nasce circa cinque anni fa, in occasione di un convegno che organizzai a Poggioreale sul tema della salute dei detenuti", racconta Mattone. "Avevo invitato l'allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che a margine di quell'evento mi spiegò che, grazie ai fondi del ministero, avrebbe preso in considerazione un progetto per far lavorare i detenuti. Fu a quel punto che mi si accese la lampadina: qual era il settore più logico e adatto a creare uno sbocco lavorativo nella nostra città? Quello delle pizzerie, che sono tante, lavorano molto e assicurano un buon ricambio di dipendenti".
Tutto il resto venne quasi di conseguenza. C'è voluto molto tempo, cinque anni in tutto, ma alla fine il progetto ha preso corpo fino all'inaugurazione avvenuta nelle scorse settimane. La chiave del successo è stata il coinvolgimento di quanti più soggetti istituzionali possibili: "Università, Regione Campania, le associazioni dei pizzaioli, il ministero della Giustizia, per citarne solo alcuni. Tutti insieme per cercare di dare un futuro a queste persone che hanno fatto degli errori, ma che vogliono rimettersi in gioco. Insomma, un bel progetto di riscatto e di rinascita", sottolinea Mattone.
"Gli atenei Federico II e Suor Orsola Benincasa si occuperanno delle selezioni per individuare i detenuti più adatti e motivati, quelli che davvero vogliono cambiare vita - precisa il responsabile - mentre le tre associazioni che riuniscono tutti i pizzaioli della città si preoccuperanno invece di favorire la collocazione degli aspiranti maestri della pizza presso i locali dei propri associati, una volta che saranno pronti".
Già, perché il progetto non vuole limitarsi a fornire attestati, ma punta ad accompagnare i detenuti anche lungo un percorso lavorativo. I finanziamenti arriveranno per la maggior parte dalla Cassa delle ammende, i cui fondi sono destinati a migliorie delle strutture carcerarie o a progetti per i detenuti, e per il resto da fondi della Regione.
Ogni anno verranno individuati quindici detenuti, più tre cosiddette "riserve" nel caso di eventuali forfeit o liberazioni anticipate, che seguiranno un corso da 65o ore per apprendere il mestiere, ma anche imparare gli elementi di base per mettersi in proprio: "Ci piacerebbe formare non solo futuri pizzaioli in grado di lavorare nelle pizzerie di Napoli, ma anche piccoli imprenditori di sé stessi", osserva Mattone.
All'interno del carcere è stato allestito un laboratorio attrezzato con due forni a legna da cui escono ogni giorno almeno cento pizze, in due o tre varietà diverse, tra cui ovviamente l'immortale "Margherita": "Appena sfornate, una piccola squadra di corrieri comincia a fare su e giù per i bracci in modo da esaudire le ordinazioni in pochissimi minuti, perché le pizze devono arrivare nelle celle ancora calde", racconta. "Abbiamo fissato un prezzo molto basso, 2,5-3 euro per ciascuna, e i detenuti fino a oggi sembrano gradire moltissimo la novità, se è vero che le ordinazioni sono in continuo aumento".
Tra circa un anno potrà scattare la seconda fase del progetto: "Una seconda pizzeria, gemellata con quella di Poggioreale, ma all'esterno del carcere e quindi accessibile a tutti. Qui gli ex detenuti pizzaioli potranno effettuare il proprio tirocinio o lavorare regolarmente retribuiti, finché non saranno in grado di entrare a titolo definitivo nel mercato del lavoro.
Grazie all'intervento della diocesi di Napoli, che è stata decisiva sia come spinta propulsiva sia per la tenacia con cui ci ha aiutato a risolvere i mille intoppi burocratici, abbiamo ottenuto la possibilità di utilizzare i locali di una chiesa non più adibita per il culto. Si tratta dell'ex chiesa di Santa Caterina al Pallonetto di Santa Chiara, in pieno centro storico. Ed è proprio da qui che prende il nome l'intero progetto, "Brigata Caterina", conclude il direttore dell'Ufficio di pastorale sociale e del lavoro dell'arcidiocesi di Napoli.
di Giampiero Rossi
Corriere della Sera, 30 agosto 2020
Crescono i disoccupati. Dalla Caritas aiuti a oltre 19 mila persone. Emergency: stessa paura del futuro che vediamo lontano da qui. Arca: richieste raddoppiate. Il lockdown non è praticamente mai finito per una popolazione quasi invisibile, dispersa tra quartieri della cintura periferica e condomini semicentrali, storicamente fuori degli schermi radar di qualsiasi servizio sociale.
È soprattutto lì, dietro le porte chiuse di appartamenti insospettabili, che abitano alcuni tra i nuovi poveri di Milano, da quasi sei mesi precipitati in una battaglia quotidiana con i conti e con le bollette. Il "loro" mercato del lavoro è come un lago prosciugato.
Perché anche nella metropoli del business, nelle acque dell'economia informale, per quanto torbide, fino all'8 marzo scorso decine di migliaia di persone hanno trovato occasioni di reddito. Poi è arrivata la paralisi totale per l'emergenza sanitaria, e col passare dei giorni, a gruppi, a fasce, a categorie, hanno iniziato a bussare alle porte della rete di solidarietà. Dalle prostitute ai parcheggiatori abusivi, dai facchini in nero alle colf, e poi camerieri e commessi dai contratti a chiamata e tante altre persone che hanno sempre lavorato, ma senza tutele.
Soltanto la Caritas Ambrosiana è entrata in contatto complessivamente con più di 19 mila persone. E sulla scena milanese, oltre al Comune e al volontariato cattolico, si sono impegnati anche soggetti abituati a muoversi in ben altri contesti. Come Emergency: "Non eravamo abituati a ricevere qualcuno che aveva bisogno di una mano direttamente negli uffici dove progettiamo i nostri interventi - spiega Marco Latrecchina, responsabile del progetto "Nessuno escluso".
E nemmeno loro erano abituati a chiedere". Lo sguardo di chi è abituato a operare in Paesi come l'Afghanistan, il Sudan o la Sierra Leone, aiuta a capire cosa sia accaduto a Milano: "È una povertà che l'aiuto tradizionale fatica a raggiungere, perché è eterogenea e spesso non possiede nemmeno i requisiti formali per accedere a misure di sostegno pubbliche. Magari il loro ultimo Isee non è così basso, perché l'anno scorso lavoravano in modo precario ma continuativo. Altri hanno diritto alla cassa integrazione ma in attesa di riceverla si sono ritrovati senza un euro. E poi ci sono le partite Iva, i giovani che lavoravano per gli eventi, per la ristorazione, i precari... Oggi molte di queste persone si sono di colpo scoperte vulnerabili e nei loro occhi vediamo lo stesso smarrimento e la stessa paura del futuro che purtroppo abbiamo visto tante altre volte lontano da qui". Ma anche chi è impegnato da anni sul terreno milanese ricava la stessa impressione: "Registriamo un raddoppio, da mille a duemila, delle famiglie in difficoltà che si sono rivolte a noi - osserva Alberto Sinigallia, presidente di Fondazione Progetto Arca.
Hanno bisogno, anche per la prima volta, di un sostegno economico per pagare l'affitto o di un sostegno alimentare perché i soldi non sono più sufficienti per fare la spesa. E dal Social market di Rozzano e dagli assistenti sociali con cui siamo in contatto le richieste di aiuto continuano ad arrivare. Alcune sono da considerare temporanee, cioè provengono da famiglie in cui gli adulti sono in cassa integrazione ma dove la speranza è di una ripresa; altre invece entreranno in povertà, in particolare a causa della perdita del lavoro".
Le nuove povertà, tuttavia, si sommano a quelle già individuate. Secondo stime elaborate un paio di anni fa dalla Fondazione Cariplo, a Milano ci sarebbero oltre 33 mila famiglie (più di oltre centomila persone) in povertà assoluta. E tra loro 21 mila bambini privi di "un'alimentazione regolare ed equilibrata, una casa adeguata e riscaldata, cure mediche e l'accesso ad attività di svago".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 30 agosto 2020
Cpr. Il 34enne marocchino rimarrà a Ponte Galeria probabilmente fino al 9 settembre, nonostante il 12 agosto la procura di Piacenza gli ha rilasciato un nulla osta per motivi di giustizia relativo alla vicenda della caserma Levante. Il 12 agosto la procura di Piacenza gli ha rilasciato un nulla osta per motivi di giustizia, ma fino al 9 settembre probabilmente rimarrà nel Cpr di Ponte Galeria (Roma). L'odissea di Hachim Hikim sembra senza epilogo. Il 34enne marocchino era finito in carcere a Piacenza nell'autunno scorso, condannato per spaccio.
Ad arrestarlo i carabinieri della caserma Levante, finiti a loro volta in carcere il 22 luglio con accuse gravissime. Esploso il caso e riconosciuto in tv l'appuntato Montella, presunto capo del sodalizio criminale, Hikim ha deciso di raccontare la sua versione: l'imputazione contro di lui era state una ritorsione dopo il rifiuto a vendere droga per conto dei militari.
Nel frattempo, scontata la condanna, l'uomo era stato portato nel Cpr di Gradisca d'Isonzo, perché senza documenti. L'11 agosto è stato trasferito a Ponte Galeria. Rischiava il rimpatrio, ma il giorno seguente la procura di Piacenza ha comunicato all'avv. Barbara Citterio, che lo difende, di aver disposto il nulla osta: Hikim deve rimanere in Italia perché persona informata sui fatti (nonché presumibilmente offesa). Il 17 la legale ha presentato una richiesta di riesame al giudice di pace. Ancora nessuna risposta. Per il rilascio l'uomo dovrà attendere verosimilmente il 9 settembre, giorno delle udienze di convalida. "In carcere ci sono più garanzie e un soggetto viene liberato quando finisce la pena", afferma Citterio.
di Matteo Marcelli
Avvenire, 30 agosto 2020
Cinque eritrei "riportati" in Libia nel 2009, oggi atterrano a Roma: una "sentenza storica" condanna il governo per il respingimento senza verifica alcuna. Una sentenza "di portata storica", per usare le parole di Amnesty International, che oggi troverà piena applicazione con il rientro in Italia di 5 migranti respinti dalle nostre autorità nel 2009, e che potrebbe avere ripercussioni rilevanti in tema di politiche di immigrazione.
Si tratta della condanna ai danni del governo italiano emessa nel novembre del 2019 dal Tribunale civile di Roma, che ha ordinato il rilascio di un visto di ingresso nel nostro Paese per accedere alla procedura di richiesta di asilo in favore di 14 profughi eritrei e ha imposto all'esecutivo di Roma il risarcimento dei danni materiali causati per quel respingimento.
Una vicenda complessa, iniziata più di dieci anni fa. È il 29 giugno 2009, a palazzo Chigi c'è Berlusconi e il Viminale è in mano a Roberto Maroni. 89 persone in fuga da gravi persecuzioni e violazioni dei diritti umani partono dalle coste libiche a bordo di un'imbarcazione fatiscente con l'obiettivo di arrivare in Italia. Come da prassi tristemente consolidata, i trafficanti che hanno organizzato il viaggio abbandonano al proprio il destino il gommone carico di disperati a poche ora dalla partenza. Il motore va in avaria dopo tre giorni di navigazione e i migranti lanciano un primo Sos. A bordo la situazione è estremamente critica: l'acqua scarseggia, la fatica del viaggio si fa sentire e le condizioni igieniche e di salute sono pessime.
Solo nel tardo pomeriggio del 1 luglio, arrivarono i soccorsi: prima un elicottero e poi alcune motovedette, seguite da un'imbarcazione della Marina militare italiana. Il personale della nave rassicura i profughi: presto saranno arrivati in Italia. Alle prime luci dell'alba del giorno seguente, però, qualcuno si accorge che l'imbarcazione sta per raggiungere nuovamente le coste della Libia.
Senza che a nessuno sia stato consegnato un provvedimento di respingimento né consentito di esprimere o lasciare una traccia legale della propria volontà di richiedere asilo in Italia, le 89 persone vengono ammanettate e riconsegnate alle autorità di Tripoli, anche mediante l'uso della forza.
Particolare non di poco conto: a bordo delle motovedette libiche è presente anche personale della Guardia di finanza italiana. Alcune delle persone, a causa della violenza subita, hanno bisogno di cure mediche e vengono portate in ospedale, tutte le altre tornano nei "lager", nei centri di detenzione per gli immigrati irregolari. Dopo mesi di prigionia, alcune delle 89 persone ritentano la traversata in mare. Qualcuno riesce ad arrivare in Italia, qualcun altro muore durante il viaggio o in naufragi successivi. Sedici di loro, tutti cittadini eritrei, decidono invece di raggiungere l'Europa via terra. Dopo aver attraversato l'Egitto e il deserto del Sinai, arrivano in Israele.
Per anni rimangono bloccati nello Stato ebraico e viene negato loro il diritto a richiedere asilo. Passa ancora molto tempo prima che Asgi (l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione) e Amnesty International riescono a rintracciarli e a promuovere un'azione legale presso il Tribunale civile di Roma nei confronti della presidenza del Consiglio e dei ministeri degli Affari esteri, della Difesa e dell'Interno.
Qusta domenica, finalmente, le prime 5 persone del gruppo faranno ingresso in Italia e saranno accolti dai rappresentanti di Asgi e Amnesty International. Rimangono ancora bloccati sul territorio israeliano 3 dei respinti, che nel frattempo si sono costruiti una famiglia e hanno fatto richiesta di poter entrare in Italia con moglie e figli minori a causa della situazione di pericolo in cui si trovano. Al momento sono in attesa della decisione dell'autorità consolare.
Intanto continuano ad essere assistiti da Amnesty International e dall'organizzazione non governativa israeliana Assaf (Aid Organization for Refugees and Asylum Seekers) che ha fornito sostegno materiale.
"La portata storica della sentenza è evidente - commenta con Avvenire Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia - il dispositivo stabilisce che hanno titolo a chiedere asilo anche persone che non sono sul territorio italiano. Ciò comporta un'enorme espansione nel campo di applicazione della protezione internazionale".
Le autorità italiane, insomma, hanno commesso un fatto illecito e "se questo è vero, sulla base della sentenza, in teoria, tutti coloro che sono stati vittime di respingimenti devono poter usufruire di queste disposizioni". Non è ancora chiaro il destino degli altri nove ricorrenti, perché le singole situazioni vanno ancora valutate. Certamente, mentre Asgi offrirà il supporto legale necessario, Amnesty International Italia continuerà a dare il proprio contributo, fornendo materiale e continuando le ricerche.
di Fausta Chiesa
Corriere della Sera, 30 agosto 2020
Donazioni record, ma non basteranno. Con la pandemia le richieste di cibo sono aumentate del 40 per cento. Risorse aggiuntive da parte del governo e della Ue. Rimangono attive le iniziative di Spesa Sospesa. Poveri e indigenti in aumento e previsioni preoccupanti per l'autunno. L'emergenza del Paese è spiegata dai numeri e dalle previsioni del Banco Alimentare, fondazione nata nel 1989 per contribuire a dare una soluzione al problema della fame nel nostro Paese.
Dall'inizio della pandemia al 24 giugno 2020 il Banco Alimentare ha assistito 2,1 milioni di persone in Italia, rispetto ai 1,5 milioni prima dell'arrivo del Covid-19. Un incremento di quasi il 40 per cento. Le richieste di prodotti da parte delle strutture sono aumentate del 40% con picchi del 70% in alcune regioni del Sud. Da metà marzo è aumentato anche il numero di strutture accreditate, +320 su un totale di 7.994.
Per quanto riguarda il recuperato, nei primi 6 mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno sono saliti sia i quantitativi (oltre 2.700 tonnellate in più) sia il numero di donatori, con circa 500 nuove aziende in più. "Sono nuovi contatti da stabilizzare - spiega presidente della Fondazione Giovanni Bruno - ed è un lavoro che devono svolgere soprattutto i singoli banchi locali (in totale sono 21 sul territorio nazionale) perché molti sono operatori locali e i quantitativi anche se relativamente piccoli sono importantissimi per il sostegno agli indigenti".
Numeri che raccontano la realtà di un bisogno cresciuto con lo scoppio dell'emergenza sanitaria e che sono attesi in ulteriore crescita nei prossimi mesi. "Si sa che il peggio arriverà da settembre in poi - analizza Bruno - e in autunno ci aspettiamo un peggioramento della situazione dal punto di vista economico e sociale. La cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti non dureranno in eterno, tante attività e Pmi che hanno provato a riaprire probabilmente non ce la faranno e i risparmi di molte famiglie non saranno sufficienti".
Il Paese si sta preparando per fronteggiare la situazione. "Già in marzo attraverso un decreto legge - spiega Bruno - il governo ha aumentato di 50 milioni di euro il fondo destinato all'acquisto di cibo attraverso bandi per assicurare la distribuzione delle derrate alimentari". In agosto il decreto Rilancio ha incrementato di altri 250 milioni di euro le risorse destinate alla distribuzione di alimenti agli indigenti. Anche la Commissione Ue ha deciso di dare risorse aggiuntive al Fondo di aiuti europei agli indigenti (Fead) che sostiene gli interventi promossi dai singoli Paesi. Risorse che sono già entrate nel sistema e il Banco Alimentare conferma che, per quanto riguarda gli alimenti, hanno cominciato ad affluire nei magazzini molti dei prodotti provenienti dagli stanziamenti aggiuntivi sia per il sostegno alla filiera agroalimentare sia per l'aiuto agli indigenti: sono arrivati o arriveranno nelle prossime settimane tonno, olio di semi, farina, omogeneizzati, prosciutto, succhi frutta, polpa di pomodoro, carne in scatola.
Nel frattempo, rimangono attive le varie iniziative di Spesa Sospesa, molte locali e partite spontaneamente nella prima metà di marzo. "La spesa sospesa - spiegano dal banco Alimentare - può anche virtuale: anziché lasciare in cassa un chilo di zucchero, si possono lasciare due euro trasformati in gift card". Le richieste principali restano per gli alimenti in genere più "costosi" e più difficili da recuperare, in particolare prodotti per l'infanzia, tonno, olio d'oliva, carne in scatola.
L'Osservatore Romano, 30 agosto 2020
La Chiesa austriaca ha denunciato il trattamento "spietato" dei detenuti permesso dal mondo politico e mediatico nel paese, ritenendo invece che si dovrebbe privilegiare un "approccio più umano".
Incoraggiando "punizioni più dure", ha accusato il vescovo ausiliare di Vienna, monsignor Franz Scharl, responsabile della pastorale penitenziaria dell'arcidiocesi, in un'intervista all'agenzia di stampa "Kathpress", si rende sempre più difficile la riabilitazione dei criminali. Oggi, ha affermato il presule, che partecipava a un webinar organizzato dalla Coalition of faith based organizations - un'associazione di rappresentanti religiosi, accademici e professionisti nel campo della giustizia penale fondata dalle Nazioni Unite a Vienna nel 2019 - le prigioni sono spesso "fabbriche di criminalità" che non preparano i detenuti a reintegrarsi nella società dopo il loro rilascio e a non ricadere più in una spirale negativa.
Per il vescovo, bisogna invece "preferire la grazia alla severità e la prevenzione alla reclusione", promuovendo per esempio un uso più frequente della cavigliera elettronica. "Piuttosto che un "ricovero" delle persone in carcere", ritiene monsignor Scharl, si potrebbe indirizzarle verso lo svolgimento, sotto controllo, di un'attività lavorativa, il che eviterebbe un'umiliazione.
Mediante le cappellanie carcerarie, le comunità religiose in Austria, tra le quali la Chiesa cattolica, sono testimoni di queste tragedie umane causate dal sistema attuale e negli ultimi anni il loro lavoro è diventato sempre più difficile, ha aggiunto il vescovo ausiliare di Vienna, ritenendo necessario un processo di ripensamento all'interno della Chiesa su questo tema: "Siamo ancora troppo egocentrici nei confronti dei gruppi sociali emarginati e dobbiamo diventare più pratici per difenderli in modo credibile.
La cooperazione e il buon esempio sono più importanti dei grandi discorsi". Durante il webinar è intervenuto anche don Brian Gowans, presidente dell'International commission of catholic prison pastoral care (Iccppc), che ha ricordato il sostegno di Papa Francesco agli sforzi di reintegrazione dei prigionieri, citando in particolare le parole rivolte dal Pontefice 1'8 novembre 2019 ai partecipanti all'Incontro internazionale per i responsabili regionali e nazionali della pastorale penitenziaria, promosso dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale sul tema "Lo sviluppo umano integrale e la pastorale penitenziaria cattolica".
In quell'occasione, ha ricordato il sacerdote scozzese, il Papa aveva ribadito che spesso i luoghi di detenzione falliscono nell'obiettivo di promuovere processi di reinserimento, in parte perché mancano di risorse sufficienti per affrontare i problemi sociali, psicologici e familiari vissuti dai detenuti. Anche monsignor Franz Scharl ha citato le parole del Pontefice nella sua intervista a "Kathpress".
Impedendo alle persone di riacquistare il pieno esercizio della loro dignità, ha affermato Francesco l'8 novembre dell'anno scorso, appena scarcerate "sono nuovamente esposte ai pericoli che accompagnano la mancanza di opportunità di sviluppo, tra violenza e insicurezza". All'incontro online hanno partecipato esperti di tutto il mondo e di ogni religione, tra i quali gli avvocati penalisti Karin Bruckmiiller, dall'Austria, e Yitzhak Ben Yair, da Israele, l'imam Sheikh Mohammad Ismail, dalla Gran Bretagna, e suor Alison McCrary, avvocato statunitense. L'evento si sarebbe dovuto svolgere a Kyoto in primavera ma le esigenze sanitarie dovute alla pandemia di coronavirus hanno costretto a rimandarlo e a ricorrere alla modalità webinar.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 30 agosto 2020
"Non siamo riusciti a far vivere Ebru, ora speriamo di salvare Aytaç ma il tempo sta scadendo". Çigdem Akbulut ha 33 anni e un peso enorme sulle spalle. È lei l'avvocata di Ebru Timtik, la collega, condannata nel 2018 a 13 anni di reclusione per appartenenza a un'organizzazione criminale, morta giovedì scorso dopo uno sciopero della fame durato 238 giorni. "Le abbiamo tentate tutte. Ma quello che è accaduto non ha nulla a che fare con la giustizia, è stata una decisione politica".
Akbulut fa parte dello studio legale del popolo (Haikin Hukuk Burosu) come Didem Baydar Ünsal, la moglie di Aytaç Ünsal, l'altro avvocato compagno di digiuno di Timtik, che ora giace nell'ospedale Kanuni Sultan Süleyman di Istanbul in condizioni disperate. Non mangia dal 2 febbraio. "Mi ha detto: "Questo potrebbe essere il nostro ultimo incontro". Sta perdendo peso molto rapidamente e non è seguito adeguatamente" dice con un filo di voce Didem, 32 anni, dopo aver incontrato il marito. "Non riesco a parlare, le parole mi si fermano in gola. Mia "sorella" Ebru è morta. Ma devo essere forte. Se cedo io perderanno tutti". I due si sono incontrati all'università e si sono sposati sei anni fa, "ma lui è in prigione da tre! - esclama lei - La lotta per i diritti e per la libertà è parte del nostro matrimonio".
A differenza di quel che si potrebbe pensare Aytaç, 32 anni, non vuole che la moglie sia al suo fianco nella stanza d'ospedale dove sta perdendo le forze: "Quando ha saputo che Ebru era morta si è infuriato. Ha detto che ora è ancora più convinto di quello che sta facendo. E vuole che io corra fuori e porti avanti la nostra battaglia. Ma io temo che muoia, il mio cuore non regge. Vorrei essere degna di loro, mi sento egoista".
Una cosa è certa. Il decesso di Timtik poteva essere evitasa to. "Le autorità turche - dice Akbulut - volevano la morte della mia assistita e stanno aspettando quella del mio collega visto che hanno ignorato il rapporto dell'Istituto di medicina legale che, lo scorso 29 luglio, aveva stabilito l'incompatibilità con la prigione. Invece di rilasciarli il 30 luglio il tribunale li ha trasferiti in un ospedale che era ed è molto peggio della prigione. Non ci è stato permesso di far seguire i miei assistiti da medici indipendenti. Così le condizioni di Ebru sono precipitate: era in una stanza gelida a caudell'aria condizionata, con la luce sempre accesa, senza la possibilità di aprire una finestra. Non le davano zucchero e l'acqua era razionata. In questo modo è morta molto prima che se fosse rimasta in cella".
Aytaç, Didem, Çigdem, Ebru fanno parte dell'Associazione contemporanea degli avvocati, un gruppo specializzato nella difesa di casi politicamente delicati. Cause perse, direbbe qualcuno: operai e minatori, contadini e donne vittime di violenza, manifestanti arrestati ingiustamente, come quelli di Gezi Park, vittime di tortura nelle carceri e nelle stazioni di polizia, imputati per reati di opinione, lavoratori e militanti politici. Alla fine sotto processo ci sono finiti loro, gli avvocati: in diciotto sono stati condannati a un totale di 159 anni, 1 mese e 30 giorni di reclusione per "appartenenza a un'organizzazione terroristica".
"È incredibile a dirsi - dice Akbulut, la voce indignata - ma tra le prove d'accusa c'è il fatto che gli avvocati abbiano parlato con i loro clienti, gli abbiano ricordato che avevano il diritto a non parlare. Quello che prevede il nostro lavoro! I testimoni, poi, erano tutti anonimi e già in carcere, quindi ricattabili. Le loro dichiarazioni non erano supportate da alcuna prova. In più, quando lo abbiamo fatto notare, ci hanno cacciato dall'aula. E poi è stato clamoroso il cambio dei giudici che, in una prima udienza, avevano decretato il rilascio. Basta questo a dimostrare che non è stato un processo equo".
Il "digiuno fino alla morte" è una forma di protesta estrema. Ad iniziarlo erano stati in otto ma sei lo hanno interrotto in primavera per motivi di salute. È veramente l'unico modo? "Sì. Ebru e Aytaç non hanno chiesto un processo equo solo per loro ma per tutti - spiega Didem -. Purtroppo non sono l'eccezione ma la regola. Persino il presidente della Corte Costituzionale dice che il 52,9 per cento delle sentenze in Turchia si basa su procedimenti ingiusti. Per questo continueremo a lottare. Ebru si aspetta questo da noi".
Può servire a qualcosa la pressione internazionale sul governo turco? L'Unione Europea ha invitato Ankara ad intervenire sulle gravi carenze del sistema giudiziario: "Purtroppo nulla viene preso in considerazione. L'unica cosa che conta per i tribunali è seguire i voleri del partito politico che è al potere. Il fatto che degli avvocati digiunino fino alla morte rivela il punto in cui l'illegalità è arrivata in questo Paese".










