di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 25 agosto 2020
Il giudice per le indagini preliminari - se la persona offesa dal reato di abuso d'ufficio si oppone alla richiesta di archiviazione del Pubblico ministero - ha l'obbligo, prima di procedere, di instaurare il contraddittorio e fissare l'udienza camerale.
La Corte di cassazione, con la sentenza 24030, accoglie il ricorso contro la decisione del Gip di dare seguito alla richiesta della pubblica accusa di archiviare un procedimento per abuso d'ufficio, considerando inammissibile l'opposizione della parte offesa e irrilevanti le indagini suppletive che questa richiedeva.
La Suprema precisa, come prima cosa, la possibilità di fare ricorso in cassazione, perché il decreto di archiviazione era stato disposto prima dell'entrata in vigore delle modifiche apportate al nuovo codice di rito penale (legge 103/2017), con le quali è stato introdotto l'articolo 410bis che disciplina il nuovo mezzo di impugnazione attribuendo la decisione al tribunale, in composizione monocratica. Detto questo, gli ermellini annullano il decreto impugnato, e rinviano gli atti all'ufficio del gip. Per la Cassazione, infatti, non ci sono dubbi sulla legittimità a proporre opposizione da parte della persona offesa dal reato di abuso d'ufficio, se l'abuso contestato è diretto a danneggiarla. È invece da escludere "nel diverso caso in cui l'agente persegua esclusivamente un diverso vantaggio altrui".
di Stefano Pasta
La Repubblica, 25 agosto 2020
Antonio Salvati ha appena pubblicato "La penna e la forca. Scrittori e pena di morte, suggestioni letterarie per il rifiuto della pena capitale" (Intrecci Edizioni, 2020), antologia di 46 autori abolizionisti.
Dall'ambizioso Julien Sorel de "Il rosso e il nero" di Stendhal a Mersault, il modesto impiegato di Algeri protagonista de "Lo straniero" di Camus. Da Balzac a Dickens, da Manzoni a Vittorini, passando per Nabokov, Dostoevskij, Hugo, Koestler, fino ai contemporanei Yu Hua, Khaled Hosseini e Idanna Pucci. "La penna e la forca" è una ricognizione, criticamente orientata, di posizioni sulla pena di morte espresse da letterati dagli inizi dell'Ottocento ai giorni nostri. 46 autori che Antonio Salvati, insegnante di scuola superiore, contestualizza nel periodo storico-culturale, presenta le opere in cui trattano dell'"omicidio di Stato" e ne riporta dei brani.
Generi letterari diversi per interrogare sul sistema penale. Gli sguardi di alcuni autori riguardano il sistema penale generalmente inteso. Il criterio di selezione - l'ordine è quello cronologico - è l'assunzione verso la pena e le istituzioni giuridiche di un atteggiamento quanto meno critico: un approccio che va da forme di diffidenza e scetticismo a modalità più decise di condanna radicale (è il caso, ad esempio, di Tolstoj). Una deroga cronologica è fatta per Shakespeare e la sua opera "Misura per misura", in cui Salvati seleziona il dialogo tra il boia Asborrito e il futuro aspirante aiutante Pompeo. Scorrendo le pagine si torna al XIX e XX secolo, incontrando i grandi romanzieri dell'Ottocento, ma anche la "letteratura impegnata" di scrittori "engagès" come Sartre, Camus, Malraux e Bernanos, che si preoccupavano della loro epoca e combattevano a colpi di pamphlet e manifesti. Quest'ultimo filone, che segna l'impegno espresso dai letterati francesi nel periodo che immediatamente precede e segue la seconda guerra mondiale, è il risultato di un lungo percorso, che ha avuto le sue figure tutelari (filosofi e scrittori che vanno da Pascal a Victor Hugo) e i suoi momenti fondatori.
La coscienza abolizionista come sviluppo del pensiero europeo. Infatti, attraverso la letteratura, Salvati ci accompagna nel pensiero europeo, aiutando il lettore a coglierne lo sviluppo e l'evoluzione. Oggi in Europa l'"omicidio legalizzato" resiste solo in Bielorussia, che proprio in queste settimane mostra come diritti umani, giustizia e democrazia siano ancora lontani nel regime di Lukashenko; qui lo scorso gennaio due fratelli di 19 e 21 anni, Stanislaw e Illya Kostsew, sono stati condannati alla fucilazione alla nuca. Eppure, rimarremmo delusi se ci attendessimo un sicuro e forte messaggio abolizionista dalla storia del pensiero politico e filosofico dell'Occidente, considerata nel suo complesso. In essa è assai più costante e insistito il richiamo alla legittimità e all'utilità della pena di morte che non l'appello alla sua abolizione.
Quando i filosofi sostenevano l'omicidio legalizzato. In particolar modo, il pensiero filosofico sulla pena di morte è purtroppo desolante. Le opinioni dei grandi classici della filosofia sono prevalentemente, monotonamente, a favore. Da Platone e Aristotele fino a Kant e Benedetto Croce, si registra una lugubre continuità nel sostegno filosofico alla pena di morte, che accomuna trasversalmente filosofi cattolici (Sant'Agostino, San Tommaso, Bellarmino) e pensatori protestanti (Lutero, Calvino), utopisti (Tommaso Moro, Campanella) e giusnaturalisti (Hobbes, Locke, Rousseau), illuministi (Diderot, Montesquieu) e idealisti (Fichte, Hegel), pensatori liberali (Feuerbach, Romagnosi, Constant, Mill) e penalisti moralisti (Pellegrino Rossi, Giuseppe Bettiol). La morte come pena è insomma profondamente, durevolmente connessa con l'intera storia dell'Occidente. È nel Settecento, con l'uscita di opere come quelle di Beccaria e Voltaire, che si apre un serio e ampio dibattito sulla liceità della pena capitale.
Non si è né si nasce contro la pena di morte, lo si diventa. Leggendo "La penna e la forca" si capisce come la letteratura ha accompagnato l'emersione di una coscienza abolizionista, con il conseguente passaggio da una pena che ha il carattere del supplizio ad una pena rieducativa. "Più che certezze da svelare", così riassume Salvati, "ponendo domande ed esprimendo in tal modo la sua forma di resistenza civile e al male".
E aggiunge: "La letteratura non vale nulla se non è, fondamentalmente, esperienza etica, rapporto col mondo e intensificazione dell'esistenza, riflessione continua sui valori che ci conservano umani". Il testo, pubblicato da Intrecci Edizioni, è stato terminato nei mesi dell'emergenza sanitaria e della didattica a distanza, Salvati è un docente delle superiori.
Il profondo obiettivo educativo. Ecco che capiamo come questa antologia contenga un profondo obiettivo educativo. Lo riassume Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, nella Prefazione: "L'istinto a rispondere male per male è innato, si direbbe parte inevitabile di un pensiero primitivo che, davanti al pericolo della violenza, fa scattare immediata la reazione ad eliminare il pericolo. Non si è né si nasce contro la pena di morte, lo si diventa. La vera giustizia non è uccidere l'altro. Giustizia è educare al senso del male e del bene, è togliere aria e terreno alla violenza tra simili".
di Massimo Filipponi
gnewsonline.it, 25 agosto 2020
Il laboratorio teatrale interno alla casa circondariale di Frosinone, curato dall'educatrice Laura Mariottini, è andato avanti - sempre con tutti gli accorgimenti imposti dalle regole anti-contagio - anche durante i mesi più duri segnalati dall'emergenza Covid-19. "Saremmo dovuti andare in scena con lo spettacolo Ossigeno ad aprile 2020 - dichiara Mariottini - ma, ovviamente, non è stato possibile. Così abbiamo lavorato con gruppi ristretti alla costruzione di un video promozionale dello spettacolo, che speriamo sia solo rimandato".
Il 30 luglio il video è stato proiettato. "Abbiamo potuto presentare un video - aggiunge l'educatrice - a un pubblico, ristretto e distanziato, composto dal Magistrato di Sorveglianza, da una parte dei detenuti, dal personale in servizio della Polizia Penitenziaria e alcuni volontari. In questo modo abbiamo potuto far conoscere il lavoro che abbiamo svolto prima e durante l'emergenza sanitaria".
Non solo. La rappresentazione teatrale si è andata modificando in corso d'opera inglobando all'interno della storia anche l'emergenza Coronavirus. "Dato che l'ambientazione della scena si prestava - conclude Mariottini - abbiamo fatto in modo che i personaggi (un gruppo di operai e ricercatori, in missione sulla Luna per renderne l'atmosfera respirabile attraverso la librazione di ossigeno), apprendano proprio durante la loro reclusione lavorativa sulla Luna la notizia di una pandemia mondiale". Al termine della presentazione del video dal titolo "Ossigeno-Lavori in corso" ha fatto seguito un dibattito molto partecipato che è stato guidato dai detenuti-attori.
di Fulvio Cerutti
La Stampa, 25 agosto 2020
"La sofferenza non può essere rieducativa". "Da quando sono arrivato qui, tre anni fa, mi occupo dei suini. Li accudisco, do loro da mangiare, li pulisco. Un anno e mezzo fa ho chiesto che venisse risparmiato. Gli ho anche dato un nome, si chiama Ciccio".
A parlare è un detenuto del carcere di Gorgona. La sua sensibilità per gli animali è nata da bambino, in Calabria, a casa dei nonni che allevavano polli, capre, maiali. Un'inclinazione che a Gorgona lo ha spinto a salvare un maialino destinato alla macellazione: "Quando l'ho incontrato per la prima volta era piccolissimo, potevo prenderlo in braccio, ora è diventato enorme! Mi ascolta, arriva quando lo chiamo, mi riconosce: come un cane. Spesso sottovalutiamo la sensibilità e l'espressività degli animali: sono molto più profondi di quanto pensiamo".
Ora quel detenuto non dovrà più chiedere che il suo Ciccio o altri animali vengano "graziati". Perché a inizio giugno il mattatoio dell'isola ha chiuso. Il penitenziario sull'isola, a un'ora di nave dal porto di Livorno, ha sempre avuto una fattoria dove i detenuti allevavano maiali, mucche, pecore e capre. E come in altre realtà agricole questi animali finivano poi macellati per diventare cibo.
Per anni le associazioni animaliste hanno chiesto che questo ciclo si interrompesse e che i centinaia di animali venissero trasferiti altrove. L'obiettivo è stato raggiunto a fine giugno quando, grazie a un accordo fra la Lega Antivivisezione (Lav), il ministero di Giustizia - con particolare interessamento del sottosegretario Vittorio Ferraresi - e il carcere stesso si è trovato il modo di trasferire 588 animali dall'isola in un rifugio. Ma non tutti gli animali sono stati portati via: circa 180 sono rimasti nella fattoria, ma questa volta con un destino diverso: il mattatoio è stato chiuso e i detenuti possono finalmente prendersi cura di loro senza poi dovergli togliere la vita.
"Si affezionano agli umani che se ne prendono cura, hanno un'ottima memoria e si ricordano di quello che fai per loro - racconta l'uomo che ha fatto amicizia con Ciccio. Ma anche lui dà molto a me: serenità, affetto. Con lo sguardo ti fanno capire ciò che provano e se sai cogliere questa profondità, non puoi che rispettarli".
Una serenità che spesso veniva interrotta quando gli animali dovevano diventare cibo: "Quando sono arrivato qui avevo il compito di portare gli animali al mattatoio dopo averli cresciuti e curati, e mi si spezzava il cuore: loro si fidavano di me e io li tradivo. Interrompere la macellazione è stato un bene. Qui a Gorgona sto imparando un mestiere. Continuare a lavorare prendendomi cura degli animali può rappresentare una prospettiva per il futuro, una volta scontata la pena".
La chiusura del mattatoio ha reso felice anche persone come S. un detenuto indiano che per motivi religiosi è vegetariano e non ha mai voluto lavorare dove gli animali venivano uccisi: "Da sei mesi mi occupo delle galline, do loro da mangiare, cambio l'acqua, pulisco il pollaio.
Quando apro il cancello del recinto mi riconoscono e mi vengono tutte incontro - spiega S. Quando sono arrivato a Gorgona avevo un'altra occupazione, poi in un secondo momento sono passato al lavoro con gli animali, che mi aiuta sicuramente a passare delle giornate più vivibili.
"Un'attività che crea sofferenza non può avere una valenza rieducativa, la cessazione dell'attività del macello è un grande passo avanti, il punto più alto di un cambiamento di prospettiva cominciato circa dieci anni fa", così Giuseppe Fedele, educatore che opera nel carcere analizza i benefici di questo importante cambiamento che ha avuto proprio una spinta da ciò che i detenuti provavano nel dover abbattere quegli animali che spesso erano l'unico quotidiano diverso dalla vita penitenziaria: "Abbiamo acquisito una maggiore sensibilità, ci siamo avvicinati a una prospettiva più solidale, al rispetto per la natura, a considerare gli animali come esseri capaci di provare e mostrare sentimenti. Così abbiamo iniziato a "graziarli".
Alcuni detenuti, nel corso degli anni - spiega ancora Fedele - si rifiutavano di lavorare nel mattatoio e chiedevano svolgere altre mansioni, manovalanza o lavori agricoli: non volevano compiere una attività violenta. Da un lato erano gratificati nell'allevare polli, galline, capre, pecore, maiali, per via del rapporto empatico che si creava curandoli giorno dopo giorno e dava loro consolazione e conforto. Poi, però, la relazione veniva spezzata dal tradimento dell'uomo che, una volta conquistata la fiducia dell'animale, lo accompagnava al macello".
La chiusura del mattatoio si accompagna a progetti più interessanti e professionalizzanti che vanno oltre al mero guadagno economico: "Le nuove attività di cura degli animali, lavori agricoli, cura del patrimonio boschivo, che andranno ad aumentare e a diversificarsi ulteriormente con l'attivarsi dei nuovi progetti, vengono svolte con più entusiasmo rispetto alla macellazione di animali, e rendono i detenuti più sereni, consentono loro di imparare nuovi mestieri e di occuparsi del bene comune - spiega ancora Fedele.
Tutto questo dà loro una rinnovata fiducia nella società e nel mondo e li terrà lontani da ulteriori reati, una volta usciti dal carcere. Questo è il senso della rieducazione. A tali benefici immediati se ne aggiungeranno altri che vedremo nel lungo periodo, questo è l'inizio di un progetto dalla visione molto ampia".
di Donatella Di Cesare
L'Espresso, 25 agosto 2020
La realtà non mi piace, quindi fingo che non esista. Un'Apoteosi di inconscio e di ottusità. "Qui non c'è virus!". Un sorriso sfacciato e uno sguardo spavaldo accompagnano le parole del no-mask. "Qui non c'è virus! Dov'è? Dov'è? Tu l'hai visto?". Infatti, no - nessuno l'ha visto. Perciò si è detto che il coronavirus, così invisibile, impalpabile, quasi astratto, avrebbe rappresentato un pericolo ulteriore, potenziato. Perché sarebbe stato la fonte inesauribile di fantasie complottistiche.
Ma chi avrebbe potuto immaginare una rimozione così massiccia dopo più di trentacinquemila morti e un drammatico problema sanitario? Una rimozione esibita senza nessun pudore, ostentata fino a diventare la bandiera del nuovo partito trasversale No-Mask?
La parola d'ordine "post-covid", che ha chiuso il lockdown, è stata interpretata non come l'inizio della coabitazione con il virus, bensì come il ritorno alla normalità. Faciloneria, frenesia vacanziera, semplice voglia di lasciarsi alle spalle quel che è accaduto. Certo, capita a tutti, ormai, di vivere una schizofrenia quotidiana: si dimentica il virus, come se non esistesse, per rammentarsene d'un tratto, in una sorta di ripetuto, amaro risveglio. Ecco la difficoltà. Ma non si può far nulla, se non indossare la mascherina e compiere quei gesti necessari per gli altri prima ancora che per sé stessi.
Chi rimuove - ce lo insegna la psicanalisi - semplicemente rifiuta una realtà divenuta inaccettabile. Qui non c'è risveglio, non c'è coscienza; è l'apoteosi dell'inconscio, il trionfo degli istinti. "Il virus non c'è". Perché mi fa comodo così, perché "l'estate viene solo una volta". Ma la fenomenologia del no-mask, che ha molte facce, è molto complessa. Accanto a chi rimuove inconsciamente c'è chi si crogiola nella diffidenza, ma anche chi nega armato di certezze. I confini sono labili. Per non parlare poi di quei politici meschini, sovranisti incalliti, negazionisti del coronavirus che, un po' ovunque nel mondo (e da noi in modo eclatante), seguitando a fomentare l'odio per gli stranieri, tentano di far leva sull'insofferenza alle regole anti-covid. "Il problema non sono i ragazzi che ballano, ma quelli che sbarcano", così Salvini. Il fine non troppo recondito è la chiusura immunitaria di una comunità passiva e sempre più depoliticizzata.
Qualcuno ha scritto che la responsabilità sarebbe delle istituzioni incapaci di comunicare con gli irriducibili della movida. Eppure tutte le più alte cariche, a cominciare dal presidente Mattarella, hanno parlato con chiarezza. Semmai si dovrebbe puntare l'indice su quei media che si fermano alle porte degli ospedali, che non raccontano il dolore, che non fanno vedere l'angoscia e il tormento di chi non riesce a respirare. Troppa fatica emotiva. E così si asseconda l'equivoco della morte anonima: si muore, ma è come se nessuno morisse. Tocca agli altri, non a me. E che dire poi dei talk show dominati da personaggi pagliacceschi, magari considerati intellettuali, che disprezzando pubblicamente la mascherina si fanno beffe di ogni senso civico?
Per una volta, però, diamo la responsabilità a chi ce l'ha. A quei cittadini che si sentono vittime, della casta, del governo, del complotto, che cercano smaniosi un colpevole, che urlano a chi porta la mascherina "siete un popolo di schiavi". Pseudopaladini di una fraintesa libertà che non guarda in faccia a nessuno, schiavi - loro sì - dei propri fantasmi elevati a dogmi. Triste menefreghismo, ottusità cialtrona, minorità civica. Ecco perché la rimozione è spia del grande problema culturale.
di Jacopo Rosatelli
Il Manifesto, 25 agosto 2020
"Anche i ricchi rubano" di Elisa Pazé, magistrata della Procura di Torino, per le Edizioni Gruppo Abele. Siamo tutti uguali davanti alla legge, ma qualcuno è più uguale degli altri. A questa conclusione orwelliana, ad un tempo amara e realistica, si giunge dopo la lettura di Anche i ricchi rubano (Edizioni Gruppo Abele, pp. 189, euro 14), preziosa ricognizione nell'ordinamento giuridico italiano ad opera di Elisa Pazé, magistrata in servizio alla Procura di Torino.
L'autrice, che nel suo lavoro quotidiano si occupa di reati economici, non appartiene alla schiera dei pubblici ministeri in cerca di visibilità mediatica e consenso popolare, ma a quella degli operatori del diritto il cui rigore professionale fa il paio con l'esercizio del pensiero critico. Il suo debito nei confronti "del magistero di Luciano Gallino", dichiarato nella premessa del volume, ne è testimonianza non smentita dai capitoli successivi.
Scritto con precisione ma senza eccesso di specialismi, anzi con un apprezzabile sforzo di chiarificazione dei passaggi più ostici per i non addetti ai lavori, il testo illustra tutte le difficoltà che concretamente esistono nel fare giustizia dei reati commessi dalle classi dominanti, a fronte del populismo penale che invece colpisce senza pietà gli illeciti dei poveri, la cosiddetta microcriminalità. Evasione fiscale, bancarotta, aggiotaggio, corruzione, lottizzazioni edilizie abusive, incidenti sul lavoro, adulterazioni alimentari, rapporti fra politica e mafia: il catalogo è lungo e variegato, perché molteplici sono le situazioni nelle quali chi ha denaro e potere ne abusa ai danni della collettività o di soggetti socialmente più indifesi.
La legge, secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata, dovrebbe essere a particolare tutela di questi ultimi, ma spesso non è così, nemmeno quando le norme esistono. Anche perché queste ultime, a volte, sono scritte talmente male da rendere difficile e controversa la loro applicazione - come ad esempio nel caso del nuovo reato di inquinamento ambientale.
L'ordinamento giuridico è figlio della società di cui è espressione. "Nelle società di capitalismo avanzato - argomenta Pazé - c'è una tolleranza ideologica per certi reati, giustificati con la necessità di non inceppare l'economia". A ciò contribuisce anche la maggioranza dei mezzi di informazione mainstream: a fronte della grancassa sulla cronaca nera, "dedicano spazi marginali a morti e infortuni sul lavoro, distorcendo in tal modo la percezione della criminalità".
E così muta la considerazione di cosa sia la "sicurezza", che ormai evoca, nel senso comune, la pubblica sicurezza e non più la sicurezza sociale, la protezione dell'incolumità personale e non più il diritto a un'esistenza libera e dignitosa grazie a un lavoro stabile e a un welfare efficiente. La profondità teorico-critica e l'orizzonte culturale trasformativo mettono questo libro al riparo dal rischio di confondersi con altre voci del mondo giudiziario italiano che calcano le scene mediatiche autorappresentandosi come la salvezza della patria contro "i politici" indistintamente corrotti.
Ciò non toglie che anche nelle pagine di Pazé si trovi una rigorosa - e sacrosanta - rivendicazione dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura come condizione necessaria, anche se non sufficiente, dell'uguaglianza dei cittadini. Uguaglianza che sarebbe ulteriormente compromessa dalla rimozione dell'obbligatorietà dell'azione penale e dalla separazione delle carriere fra pm e giudici, progetti che tornano periodicamente in auge quando, come di questi tempi con il "caso Palamara", la magistratura, o per meglio dire una parte di essa, dà cattiva prova di sé.
di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 25 agosto 2020
Far emergere i lavoratori stranieri dall'irregolarità è sempre positivo: specie in questo periodo di rischio di contagio per chi è ai margini dei circuiti istituzionali. Un bene per loro e per le aree dove abitano. È stato anche un segnale alle mafie e al caporalato nelle campagne, che spadroneggiano su "uomini ombra" fuori dal sistema, bonificando "terre di nessuno" ai margini della legge. Ma è avvenuta pure la legalizzazione di rapporti di fatto, cui molte famiglie aspiravano da anni per il personale domestico, senza possibilità dal 2012.
La domanda è più larga di quanti hanno potuto accedere alla regolarizzazione. L'alto costo per il datore di lavoro (500 euro) ha creato problemi specie nel mondo agricolo. Sono stati disseminati tanti "paletti" nel provvedimento che rendono il percorso più difficile. Purtroppo sono stati lasciati fuori i lavoratori dell'edilizia, ristorazione, logistica e altri. Alcuni loro servizi sono stati fondamentali durante il lockdown.
Non che si volesse un "libera tutti", ma era necessario un provvedimento serio, teso a bonificare una situazione che si protraeva da anni. Tuttavia non si capisce perché simili processi siano cosparsi di ostacoli per renderli meno fruibili. Il provvedimento era nato per i lavoratori della terra, per l'agricoltura. Quindi molto restrittivo. Ma, subito dopo, anche su questo giornale, è stata notata un'altra vasta area non coperta: quella del lavoro domestico. Un'area sensibile, durante il Covid-19, anche per la gravità della situazione degli anziani a casa e negli istituti. Allargare a questa platea è stato difficile, perché ritorna un fantasma: gli italiani grideranno all'invasione o alla politica facilona. Nel timore di regalare argomenti e voti ai sovranisti, si rinuncia a una politica costruttiva su queste tematiche. E non da oggi.
Gli italiani non hanno "gridato" contro l'invasione. Sono state le famiglie, gli anziani, i singoli datori di lavoro che, da soli, hanno avviato la regolarizzazione: hanno presentato quasi il 70% delle domande. Solo il 25% è passata per i patronati: ci dice qualcosa della scarsa mobilitazione delle organizzazioni o della ristrettezza delle reti sociali, specie in aree marginali. In realtà, il grande elemento di integrazione degli stranieri in Italia è la famiglia.
Il ministero dell'interno e quello dell'agricoltura hanno presidiato il provvedimento che, nonostante i limiti, è una svolta. Al 15 agosto sono state presentate poco più di 30.000 domande per i lavoratori della terra e della pesca. In Campania e Sicilia si sono regolarizzati rispettivamente 6962 e 3584 lavoratori agricoli, mentre in regioni fortemente agricole come Emilia, Lombardia e Puglia ne sono emersi rispettivamente solo 2101, 1526 e 2871. Le differenze fanno riflettere su come la regolarizzazione abbia effetto, se sostenuta da reti sociali in azione e dal contrasto all'illegalità. La sorpresa positiva sono state le 170.848 domande per i lavoratori domestici. Era una domanda cui nessuno dava voce in politica. In totale 225.528 stranieri hanno fatto domanda di emergere dall'illegalità.
Chi sono? In testa le ucraine, per lo più badanti. Seguono i pakistani, i bangladesi, i georgiani e gli albanesi (si equivalgono con numeri che sfiorano i 20.000 per ciascuna nazionalità). Si segnalano nuovi gruppi come indiani (indiane) e peruviane: entrambi oltre i 13.000. Gli altri si dividono tra le più varie nazionalità. Quasi l'80% dei regolarizzatori sono datori di lavoro italiani; il resto 20% stranieri.
È stato un provvedimento di civiltà e legalità. Se non vogliamo allargare di nuovo le aree "in nero" dei lavoratori (che la nostra società di fatto richiede e richiama), è ora di procedere a regolare i "flussi" di lavoratori stranieri con processi regolari, rilevando i bisogni di lavoro che si stanno delineando. Siamo in un tempo di crisi, ma paradossalmente domande di lavoro in alcuni settori ce ne sono sempre, anzi sono in crescita.
di Fausto Melluso* e Filippo Miraglia**
Il Manifesto, 25 agosto 2020
I tunisini trattenuti per 20 giorni sulla nave quarantena, dopo essere stati abbandonati sul territorio, come succede in queste ore, diventano la preda più appetibile per i Musumeci e i Salvini. Niente di meglio, nell'estate calda dell'emergenza, con i contagi che crescono, di un bel capro espiatorio, del classico untore, rappresentato dagli stranieri che arrivano in Sicilia. Facendo finta di non vedere i cadaveri che affiorano sulle spiagge della Libia e nella striscia di mare che separa l'Africa dall'Europa, ai quali le istituzioni non dedicano neanche un pensiero.
Se poi il governo, anziché trovare soluzioni ragionevoli, piccoli gruppi diffusi sul territorio affidati a personale competente collegato al Ssn, persegue nell'errore di ricercare soluzioni concentrazionarie, come hotspot e navi quarantena, alimentando la sindrome da invasione, e servendo in un piatto d'argento un argomento da campagna elettorale alle destre xenofobe, ecco che sindaci e presidenti delle regioni non perdono occasione per interventi a gamba tesa, come ha fatto Musumeci. Interventi che ricorrono anche a argomentazioni giuste, magari per trarne conseguenze sbagliate e indicare soluzioni illegittime e razziste. L'ordinanza di Nello Musumeci può certamente annoverarsi fra i nuovi traguardi del populismo razzista. Tra le altre cose dice, ad esempio: "è fatto divieto di ingresso, transito e sosta nel territorio della Regione Siciliana da parte di ogni migrante che raggiunga le coste siciliane". Ordina poi il trasferimento immediato fuori regione di tutti i migranti presenti negli hotspot e nei centri d'accoglienza.
Naturalmente il Presidente sa che, nonostante l'autonomia di cui la Sicilia "gode", non ha alcun potere di intervenire sulle vicende oggetto dell'ordinanza. Il tentativo è quello di animare la solita propaganda becera ma anche di mascherare gli scadenti risultati della Regione Sicilia sia sotto al profilo dell'organizzazione sanitaria, la Sicilia è ultima per numero di tamponi, che del sostegno al tessuto sociale e produttivo.
È stato proprio Musumeci, poche settimane fa, ad invocare le navi come luogo di quarantena per tutti i migranti. Il presidente della Regione Sicilia fa finta di non sapere che, se le persone fossero distribuite fra i Comuni, ci sarebbe la gara fra gli amministratori locali, purtroppo non solo di destra, alla strumentalizzazione e alle barricate contro "gli invasori". Vogliamo ribadirlo: i numeri degli arrivi dell'estate del covid 19 non hanno nulla di straordinario. Sono molto al di sotto della capacità, di accoglienza nel nostro Paese, e possono ancora essere gestiti con intelligenza e in sicurezza.
Se centinaia di giovani sono trattenuti in grandi centri e sanno, per le dichiarazioni davvero improvvide fatte dal governo, che non avranno mai un permesso di soggiorno, e che insieme a loro (sulla nave come negli hotspot o nei grandi centri straordinari) possono esserci persone positive al Covid-19, è comprensibile che provino a scappare e che la situazione diventi molto complicata da gestire.
Quando si ricercano soluzioni impraticabili, per paura di perdere consenso o di regalare argomenti all'avversario, di fatto si finisce per commettere errori e per creare problemi, ai quali la destra, ricorre per allargare ancora il suo spazio nel dibattito pubblico. I tunisini trattenuti per 20 giorni sulla nave quarantena, dopo essere stati abbandonati sul territorio, come succede in queste ore, diventano la preda più appetibile per i Musumeci e i Salvini.
Con un respingimento differito, rilasciato in maniera del tutto illegittima, come è prassi da anni, e un certificato di negatività al tampone Covid, andranno a cercare soluzioni di fortuna nelle grandi città, un lavoro nelle campagne o proveranno ad attraversare la frontiera di Como o di Ventimiglia.
Sarebbe stato più facile, e si può ancora fare, utilizzare le strutture già esistenti, in gran parte appartamenti, con operatori in grado di gestire una relazione giusta con il territorio, affidare il monitoraggio e il controllo al Ssn e evitare di aumentare il numero di persone rese invisibili per legge. Da una parte si mette una toppa, con la regolarizzazione, e dall'altra si apre un buco, con i respingimenti differiti e l'aumento degli irregolari.
* Arci Sicilia
**Arci Nazionale
Il Dubbio, 25 agosto 2020
Fino al 30 agosto in quattro diversi territori: nel nord Italia, in Sicilia, a Bilbao e a Valencia. Partiranno domani da Torino, per spostarsi verso il confine del nordest, raggiungere Trieste, Udine e il Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr) di Gradisca finito al centro delle cronache. Ritorneranno poi in Piemonte, in provincia di Novara, per denunciare la guerra e il traffico d'armi di fronte alla Leonardo-Finmeccanica. Si sposterà poi a Saluzzo, territorio tristemente famoso per lo sfruttamento lavorativo dei migranti, e infine sui passi del popolo migrante in movimento tra Oulx e Briancon, per finire con un presidio di fronte al Cpr di Corso Brunelleschi a Torino.
Parliamo di una iniziativa promossa dalla Carovana Europea 2020 e che nasce da due esperienze collettive attive in due territori differenti: Caravana Abriendo Fronteras e Carovane migranti. È un evento di denuncia e testimonianza che a causa dell'emergenza sanitaria si è strutturato in modo diverso rispetto la proposta iniziale, ma che si svolgerà ugualmente da domani 26 al 30 agosto in quattro diversi territori: nel nord Italia, in Sicilia, a Bilbao e a Valencia.
Invariato rimane l'obiettivo di denunciare le politiche migratorie dei governi spagnolo, italiano ed europeo e che, anzi, nemmeno di fronte alla pandemia da Covid-19 hanno fermato le dinamiche di respingimento, discriminazione, repressione e sfruttamento nei confronti delle persone migranti. In questa situazione i collettivi ritengono quindi più che mai necessario non farsi bloccare e continuare a lottare per i diritti e a denunciare le politiche criminali rispetto alle persone che vivono, o attraversano, il territorio italiano, spagnolo o cercano di oltrepassare le frontiere.
La Carovana quest'anno assumerà perciò una forma particolare, sarà in parte in presenza e vedrà attivisti e attiviste muoversi verso alcuni territori, e in parte virtuale, con il contributo video in diretta o registrato dei testimoni che solitamente viaggiano con la Carovana e che non hanno rinunciato a far sentire le loro voci e far conoscere le loro lotte dai luoghi in cui vivono, cioè il territorio Mesoamericano, il Nord Africa, la Rotta Balcanica, le isole greche, ma anche il territorio palestinese e varie parti del Pianeta che purtroppo vedono calpestati i diritti umani delle persone migranti.
A questo punto vale la pena parlare delle realtà promotrici. Carovane Migranti è un collettivo nato nel 2014, formato da attivisti e volontari, autofinanziati, di varie età e profili, nato da persone che avevano uno sguardo sul Messico come corridoio migratorio e che si sono rese conto che anche l'Italia, in quanto paese d'approdo e di transito per raggiungere altri paesi, stava diventando un paese in cui si perpetravano discriminazioni e violazioni dei diritti umani.
L'idea che ha fatto nascere il collettivo è stata quella di viversi come un ponte per dare voce a persone che vivevano i territori in cui il fenomeno migratorio aveva un impatto evidente, e per permettere lo scambio di pratiche collettive e ricerca di verità e giustizia e dignità per i diritti di tutti e tutte. A partire dal 2014 ogni anno sono state organizzate Carovane che viaggiavano lungo i territori italiani e stranieri, insieme a testimoni provenienti da diverse parti del mondo, con l'obiettivo di denunciare e rendere note le lotte di persone che vedevano e vedono continuamente negati i loro diritti.
Caravana Abriendo Fronteras è, invece, una rete nata nel 2016 con la carovana in Grecia, formata da diverse organizzazioni e collettivi spagnoli, che rivendica pratiche di buona accoglienza e diritti di libertà di movimento per tutte le persone, denunciando le situazioni in cui questi diritti non vengono rispettati, e sensibilizzando la cittadinanza in modo che questa possa essere parte attiva nella realtà, sentendo, pensando e agendo.
Oltra al nord Italia, anche la Sicilia - in quanto Frontiera sud - parteciperà alla Carovana 2020, prendendo una posizione all'interno della rete euro-mediterranea, portando i propri corpi nei luoghi siciliani di frontiera, di sfruttamento, di violenza, di esclusione. Il contributo siciliano, in linea con i temi selezionati per la Carovana, si svolgerà ogni giorno in un luogo emblematico: a Catania, la prima giornata, per denunciare le politiche di Frontex, raccontare le prassi illecite nel confine Sicilia e il ruolo della base militare di Sigonella; a Pozzallo, la seconda giornata, per denunciare il sistema Hotspot e per raccontare le lotte contro la militarizzazione della Sicilia; a Campobello di Mazara, la giornata conclusiva, per parlare del caporalato e dello sfruttamento lavorativo dei migranti. Inoltre, verranno condivisi video che riguardano gli sbarchi di Lampedusa, il ghetto di Cassibile e le iniziative a Palermo per la regolarizzazione dei e delle migranti.
di Cécile Debarge
popoffquotidiano.it, 25 agosto 2020
Per la prima volta un tribunale italiano ha condannato imputati stranieri per atti commessi all'estero su vittime straniere. Sono stati detenuti nell'ex base militare di Zaouia, una città costiera a 45 chilometri a ovest di Tripoli. Un testimone racconta quello che ha vissuto dietro alte mura e un grande cancello blu all'ingresso: "C'erano soldati, eravamo forse più di 300 all'interno di questa prigione, nessuno poteva uscire, ci veniva dato cibo una volta al giorno e l'acqua era razionata, non era nemmeno potabile perché era acqua di rubinetto dei bagni". Nel mandato di cattura emesso dalla Procura della Repubblica di Palermo lo scorso autunno, ottenuto da Mediapart, cinque uomini e una donna raccontano in dettaglio il loro calvario nell'ex base militare trasformata in carcere per migranti.
Tutti hanno messo piede a Lampedusa all'inizio di luglio 2019. Salvati al largo della Libia dal battello Alex & Co della piattaforma civile Mediterranea Saving Humans, sono stati interrogati qualche settimana dopo dai magistrati della procura di Agrigento. L'indagine mira a scoprire se tra i migranti salvati sono presenti dei trafficanti.
Le testimonianze hanno un punto in comune: un periodo di detenzione nell'ex base militare di Zaouïa dopo essere stata venduti da intermediari o portati dalla polizia libica. Negli archivi fotografici della polizia, i testimoni riconoscono tre uomini. Il primo è arrivato il 27 giugno 2019 a Lampedusa. "Veniva dalla Guinea Conakry, era il vice-capo della prigione [...], giovane ma molto cattivo, armato di bastoni con cui ci picchiava senza pietà", ha descritto un testimone. "A causa dei colpi che mi ha dato, in diverse occasioni, ho ancora delle lesioni visibili sul mio corpo, soprattutto sul lato destro e sulla testa, era lui che aveva le chiavi della prigione".
Un altro testimone racconta: "Era soprannominato Suarez [...], si occupava della sorveglianza, aveva una pistola, ci torturava, ci minacciava e decideva chi poteva uscire, perché era incaricato di raccogliere i riscatti". In un secondo allegato, quello dell'arrivo di quaranta migranti a Lampedusa il 29 giugno 2019, le testimonianze puntano alle foto 39 e 40, quelle di due giovani egiziani. Rivedendo i loro volti, i testimoni descrivono agli investigatori le torture, i pestaggi con cavi elettrici, tubi di plastica, calci e pugni, per ore e ore.
Lo scopo è sempre lo stesso: estorcere loro del denaro in cambio del loro rilascio. "Hanno chiesto 1.000, 1.500 o 2.000 euro; se non li avevamo, si trattava di pestaggi e torture", dice un camerunense. Diversi testimoni raccontano le morti sotto i colpi, a volte dopo una lunga agonia. "In diverse occasioni durante il giorno, le guardie venivano a prendere le donne per violentarle", ricorda un altro testimone.
I tre sono stati arrestati a metà settembre in un centro di accoglienza di Messina, dove sono stati trasferiti dopo il loro arrivo. A fine maggio, mentre l'Italia era ancora concentrata sulla crisi sanitaria, il tribunale di Messina, in Sicilia, ha emesso la sentenza. Accusati di "tratta di esseri umani, violenza sessuale, tortura, omicidio, rapimento a scopo di estorsione e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina", i tre uomini, di età compresa tra i 23 e i 27 anni, sono stati condannati a 20 anni di reclusione.
La decisione del tribunale è passata piuttosto inosservata. Eppure è degno di nota il fatto che i magistrati europei si pronuncino su tali fatti. "È la presenza dell'imputato sul territorio italiano che motiva il tribunale a giudicare questo caso. In questo senso, è storico", dice Antonio Marchesi, professore di diritto internazionale all'Università di Teramo.
Su richiesta di Mediapart, la Procura della Repubblica di Messina non ha voluto comunicare le ragioni di questa decisione giudiziaria. Se i magistrati hanno deciso di mantenere la giurisdizione universale del paese, è una novità assoluta. "Quel che è certo è che è la prima volta che un tribunale italiano condanna imputati stranieri per atti commessi all'estero contro vittime straniere", ha detto l'ex presidente della sezione italiana di Amnesty International. "Soprattutto, è una delle prime condanne dei tribunali italiani per atti di tortura, perché è solo dal luglio 2017 che abbiamo una legge (largamente insoddisfacente rispetto alla convenzione firmata dall'Italia, ndt) che qualifica la tortura come reato".
Nel 1984 l'Italia aveva firmato la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Ci sono voluti più di 30 anni perché l'Italia allineasse la sua legislazione a questa ratifica.
"Il fatto che la magistratura italiana riconosca la tortura in questi centri è un primo passo, potrebbe costituire un precedente", ha detto il professor Antonio Marchesi. Infatti, l'Italia fornisce assistenza diretta alla Libia per "affrontare il fenomeno dell'immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani attraverso l'addestramento dei soldati libici". Così il Memorandum d'intesa firmato tra i due Paesi definisce la collaborazione, che è stata firmata per la prima volta il 2 febbraio 2017.
A metà estate, la Camera dei deputati ha votato (401 voti a favore, 23 contrari) per rinnovare questi accordi, l'ultimo passo formale per prorogarli per tre anni. Tra qualche giorno la Guardia Costiera libica dovrebbe ricevere nuove motovedette per svolgere le sue missioni. Gli accordi prevedono anche un sostegno finanziario per la gestione dei "centri di accoglienza" per l'accoglienza dei migranti.
Tuttavia, questi accordi sono stati criticati da molte associazioni, ma anche dalle Nazioni Unite, in particolare a causa dei legami tra la criminalità organizzata e alcuni alti funzionari della Guardia Costiera libica.
Un nome già noto emerge dalle testimonianze raccolte dai magistrati siciliani e riportate nel mandato di cattura della Procura della Repubblica di Palermo: "Bija", il soprannome di Abd al-Rahman Milad. A volte presentato come direttore di un centro per migranti, a volte come capo della guardia costiera di Zaouïa, è oggi considerato uno dei maggiori trafficanti di esseri umani in Libia e investito di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'ONU.
Un testimone ha spiegato che Bija "era incaricato di trasferire i migranti sulla spiaggia, è stato lui a decidere chi doveva salire a bordo della barca". Un compito svolto per conto di un uomo noto a tutti come "Ossama", che nel mandato d'arresto viene citato decine di volte come capo del carcere. In un comunicato stampa pubblicato sul sito della sede italiana di Amnesty International, il suo Direttore Generale, Gianni Rufini, ha commentato: "Infine, una sentenza di un tribunale italiano ha confermato che i centri di detenzione libici per migranti, finanziati dall'Italia e dall'Unione Europea, sono luoghi di tortura. Siamo più che convinti che tutta la collaborazione tra Italia e Libia debba essere ripensata".
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