di Massimo Ammaniti
Corriere della Sera, 6 settembre 2020
Con i social network le altre persone diventano immagini spersonalizzate per le quali non si prova coinvolgimento. Se ricostruiamo il contesto ambientale dei primi uomini sapiens la loro sopravvivenza e la loro affermazione evoluzionistica era legata alla speciale ipersocialità che li caratterizzava, come ci ha spiegato lo psicobiologo Michael Tomasello. Infatti quando gli uomini si avventuravano nella savana erano in grado di coordinare i loro sforzi e addirittura di cacciare prede molto più grandi e pericolose con una strategia di gruppo, comunicando soprattutto con le espressioni del viso e coi gesti, molto più rapidi ed efficaci del linguaggio.
Questo contesto comunicativo si è venuto modificando negli ultimi anni con le tecnologie digitali e ancora di più con le restrizioni legate al Covid 19, che hanno amplificato gli scambi on line attraverso le chat, Skype o Zoom.
Si tratta di comunicazioni che potremmo definire disincarnate, in cui la fisicità espressiva del corpo viene sostituita da forme digitali di relazione. Non a caso gli emoticon usati nei messaggi e nelle chat semplificano le emozioni, venendo meno i coinvolgimenti e le risonanze personali, espresse nel viso, nelle posture e nelle sensazioni corporee. E queste forme digitali di comunicazione stanno prendendo il sopravvento, dal momento che le relazioni quotidiane si stanno trasformando, distanze di sicurezza e mancanza di vicinanza fisica, come sta succedendo nella vita sociale, ma anche a scuola e nei posti di lavoro. Quando si incontra una persona non ci si dà più la mano, non si abbraccia più l'amico quasi il corpo sia diventato un compagno imbarazzante, che deve essere tenuto a freno e addirittura relegato a un ruolo marginale.
Anche la stessa grammatica degli scambi visivi si sta trasformando, nonostante il contatto occhio ad occhio sia fondamentale nella crescita umana, i lattanti infatti si rivolgono al volto della madre per stabilire la vicinanza affettiva con lei. Ma anche negli anni successivi ogni volta che si incontra una persona si guarda negli occhi per capire le sue intenzioni. E questo scambio visivo rispetta alcune regole, ci si può avvicinare al volto dell'altro ma senza entrare nel suo spazio personale.
E che succede nello scambio digitale? Gli scambi attraverso lo schermo inevitabilmente provocano distorsioni e ritardi nella percezione proprio perché la stessa codifica digitale comporta alterazioni, adattamenti e sintetizzazioni complesse che creano artificiosità relazionali. Congelamenti delle immagini, nebulosità, blocchi e scatti, ridotta sincronia fra video e audio sono fenomeni più che frequenti che generano confusioni nella percezione e negli stessi codici sociali.
Per non parlare dell'inquadramento del viso e degli occhi nello schermo, a volte a una distanza troppo ravvicinata o troppo lontana, oppure una visione parziale o di profilo, che creano difficoltà di concentrazione e scarti percettivi che lasciano un senso perlopiù inconsapevole di insoddisfazione e di disagio.
Anche il cervello deve cercare di elaborare questi stimoli contrastanti che non corrispondono ai circuiti sociali che si sono selezionati nel corso dei secoli che ci hanno aiutato e ci aiutano ad entrare in relazione con gli altri, a provare empatia e a comprendere gli stati mentali degli altri.
Probabilmente queste forme di comunicazione digitale creano un distacco emotivo perché vengono meno le trame relazionali della vita quotidiana, ma anche le narrazioni del cinema e del teatro che risuonano col nostro cervello. Ne soffre soprattutto la nostra capacità di identificarci cogli altri, di sentirli emotivamente vicini e di provare empatia.
Ci si può chiedere perché siano aumentati a dismisura gli episodi di cyberbullismo e le fake news che inondano i social network. Non dipende forse dal fatto che con i social network le altre persone perdono la fisionomia e la stessa carnalità umana divenendo immagini spersonalizzate, che si possono insultare e attaccare perché non si prova nessuna commiserazione e nessun coinvolgimento emotivo nei loro confronti. In altri termini quando l'empatia viene meno l'aggressività e la violenza possono prendere il sopravvento.
di Antonio Averaimo
Il Mattino, 6 settembre 2020
Nella città, piegata dal lockdown e dalla crisi, si fa largo il ricorso alla criminalità per ricevere aiuti. L'allarme per l'impennata dell'usura e per il fenomeno delle truffe agli anziani: vulnerabili a rischio.
procura e forze dell'ordine sono d'accordo, e lo hanno sottolineato recentemente in sede di Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica: a Napoli, nei mesi successivi al lockdown, mentre la pandemia sociale piegava le famiglie, il reato che più è aumentato sono le truffe agli anziani. A lanciare l'allarme per primo è stato il comandante provinciale dei carabinieri, il generale Canio Giuseppe La Gala.
"Si tratta di un reato in realtà sempre esistito - spiega il generale. Ma negli ultimi mesi ne abbiamo riscontrato una crescita e - sponenziale. Un crimine peraltro particolarmente odioso, in quanto colpisce una fascia di persone estremamente vulnerabile". E così, mentre la povertà stritola i più fragili e le code in strada per chiedere cibo e aiuti si allungano, finti corrieri, avvocati e carabinieri chiamano l'anziano di turno con la solita scusa del problema capitato al familiare stretto - un figlio, un nipote - passando in seguito all'incasso presso la sua abitazione. Questo, grossomodo, lo schema classico della truffa: il truffatore simula un incidente o un fermo ai danni del figlio o del nipote.
Questo genera panico nel malcapitato, che inavvertitamente fa il nome del congiunto. Segue la richiesta di soldi per sbloccare la situazione e la consegna del denaro, presso il domicilio della vittima. Sono stati tanti, molti più del solito, gli arresti per questo genere di reati nei mesi della pandemia. "Purtroppo, dopo aver arrestato uno di loro, i truffatori rimasti in libertà cambiano zona" dice il comandante provinciale dei carabinieri.
Ciò ha convinto il generale a lanciare una campagna di informazione, che vede in prima linea anche le parrocchie napoletane: "Un reato, questo, che colpisce il candore degli anziani e che spesso lascia tracce anche sulla loro psiche, spalancando la strada a episodi di depressione". L'altra faccia - più nascosta - della "pandemia sociale" di Napoli è l'usura. A nessuno sfugge quanto gli strozzini siano attivi in questa fase, in città e in tutta la regione. Mancano però le denunce, sempre molto rare per questo tipo di reato.
I clan e i piccoli usurai puntano ad approfittare delle ristrettezze economiche portate dal Covid-19 alle famiglie e alle imprese. Parroci, fondazioni antiusura e associazioni dei commercianti lo denunciano da mesi. I delinquenti mirano a impadronirsi delle aziende e dei negozi degli imprenditori e dei commercianti in difficoltà, sfruttando le perdite del lockdown e le difficoltà della ripartenza. L'altro fronte su cui si è mossa la camorra è quello degli aiuti. In diversi quartieri napoletani, i camorristi hanno aiutato le famiglie in difficoltà. In alcuni casi, si sono persino appropriati dei pacchi distribuiti dalle parrocchie, distribuendoli poi a loro piacimento, stando a quanto denunciato da alcuni parroci.
Passeranno all'incasso più in là. Non chiederanno soldi, ma di nascondere un latitante o la droga. Senza contare l'effetto, a livello di consenso, che questa strategia porterà nelle aree più povere della città. Da queste parti lo chiamano "welfare di camorra", che si affianca a quello dello Stato, percepito come insufficiente.
Uno studio della Cisl di Napoli ha reso noto che, durante il lockdown, sono state ben 71mila le domande di buoni spesa su tutto il territorio metropolitano. Altro segnale di una povertà parecchio diffusa nel tessuto sociale napoletano. "Contrariamente a quanto si pensa - spiega il direttore della Caritas diocesana di Napoli, don Enzo Cozzolino assistiamo più italiani che stranieri. Un dato in aumento nei mesi della pandemia. Abbiamo visto e vediamo facce che non avevamo mai visto prima. Persone che prima riuscivano in qualche modo a sbarcare il lunario e ora devono chiederci il pacco o addirittura recarsi presso una delle nostre venti mense...". D'altronde, i dati in possesso della Caritas dicono che in questi mesi c'è stato un aumento del 100% delle richieste di aiuto su scala nazionale.
"Un dato che va sicuramente maggiorato per quanto riguarda Napoli e il Sud Italia...", precisa don Enzo. Anche la Chiesa di Napoli, come le altre nel resto d'Italia, in questi mesi è stata chiamata a un maggiore sforzo sul fronte dell'assistenza ai poveri. Sono state aperte due case per i senzatetto, l'attività delle mense e di alcune strutture - come "La Tenda" - si è intensificata parecchio rispetto al passato.
"Ciò che va assolutamente detto - tiene a sottolineare il direttore della Caritas diocesana di Napoli - è che tanta gente è venuta da noi a chiedere di poter donare ai più poveri, a riprova del grande cuore dei napoletani. Un dato ben simboleggiato dal panaro ripreso dalle tv, nel quale chi aveva poteva lasciare qualcosa e chi non aveva poteva prendere".
A Napoli, come nelle altre città italiane, "non è più solamente il senzatetto o l'immigrato che vive di espedienti l'assistito-tipo della Caritas, ma anche il padre separato, il funzionario, il ragioniere...". La pandemia non ha fatto altro che confermarlo.
ilsitodifirenze.it, 6 settembre 2020
Ieri, sabato 5 settembre, e oggi, sull'isola di Gorgona, va in scena "Ulisse o i colori della mente", primo spettacolo del laboratorio di teatro e musica "Il teatro del mare" che coinvolge i detenuti/attori della Casa di reclusione dell'isola di Gorgona, nell'arcipelago toscano.
"Ulisse o i colori della mente" è un testo inedito scritto dal regista e drammaturgo Gianfranco Pedullà insieme ai partecipanti al laboratorio: lo spettacolo non è un'Odissea tradizionale legata alla nota vicenda del ritorno di Ulisse dalla guerra di Troia ma - pur mantenendo richiami al poema epico - un'odissea contemporanea, di un uomo di oggi nel mondo di oggi.
"È qualcosa che parla a tutti noi - spiega Gianfranco Pedullà - in questo momento naufraghi di una civiltà. Uno spettacolo gioioso, ricco di culture, poesie corali, danze e musiche, composte ed eseguite dal vivo da Francesco Giorgi. Un testo da me molto amato, costruito con i detenuti/attori, tutti rigorosamente debuttanti, e che inaugura questa trilogia sul mare. È uno spettacolo che non parla solo del carcere ma di tutti, della nostra ricerca di un'isola, di una identità, di una casa accogliente".
Il laboratorio "Il teatro del mare" è condotto da Gianfranco Pedullà, Francesco Giorgi e Chiara Migliorini all'interno del progetto Teatro in Carcere della Regione Toscana in collaborazione con la Casa di Reclusione di Gorgona. Agli spettacoli, in scena oggi e domani alle ore 11, partecipa un pubblico ridotto che nei giorni scorsi si è prenotato, ottemperando a tutte le procedure di accesso a una Casa circondariale.
Gazzetta di Siena, 6 settembre 2020
Sarà aperta al pubblico fino al 14 settembre, con il simbolico titolo "La Ripartenza". Il Gruppo Volontariato Penitenziario della Misericordia di Siena ha organizzato assieme ai detenuti del carcere di Ranza l'iniziativa "La Ripartenza": l'edizione 2020 della Mostra di Pittura ed Elaborati dei detenuti della casa di Reclusione.
Il titolo scelto per questo anno, "La Ripartenza", vuole ricordare sia il nuovo cammino dei detenuti dopo aver scontato la pena, sia per tutti noi, un nuovo modo di vita dopo la chiusura dovuta alla pandemia. Questo anno, nel rispetto della normativa vigente, la mostra si svolgerà nel Chiostro di San Martino, a cui si accede direttamente dalla sede storica della Misericordia di Siena (via del Porrione, 49). La mostra sarà aperta al pubblico con ingresso libero dall'1 al 14 settembre, dalle ore 10 alle 18 e l'inaugurazione della mostra si terrà il 9 settembre alle ore 10.30. Per maggiori informazioni è possibile consultare il sito www.misericordiadisiena.it.
Ristretti Orizzonti, 6 settembre 2020
Il Senatore Franco Mirabelli (Vicepresidente del Gruppo PD al Senato, Capogruppo PD nella Commissione Parlamentare Antimafia e Capogruppo PD in Commissione Giustizia del Senato) sarà alla Festa Nazionale dell'Unità a Modena Ponte Alto nelle giornate di domenica 6 e lunedì 7 settembre.
Domenica 6 settembre alle ore 18.30 il Senatore Franco Mirabelli parteciperà all'incontro "Carceri e Costituzione: umanità, sicurezza, pene alternative" presso la Sala Dibattiti. Oltre al sen. Franco Mirabelli, interverranno Lucia Castellano, Ornella Favero, Andrea Giorgis, Mauro Palma. Il dibattito sarà coordinato dal giornalista Giovanni Bianconi. Lunedì 7 settembre alle ore 18.30 il Senatore Franco Mirabelli parteciperà all'incontro "Combattere le mafie in tempo di crisi" presso la Sala Dibattiti. Oltre al sen. Franco Mirabelli, interverranno il magistrato Alessandra Dolci, il Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, l'on. Carmelo Miceli. Coordina l'incontro: Francesco Grignetti. Entrambi i dibattiti saranno trasmessi in diretta sulla pagina Facebook www.facebook.com/partitodemocratico.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 6 settembre 2020
Intervista allo storico attivista Bahey el-Din Hassan dopo la condanna a 15 anni di carcere: "Il primo dei tweet citati come prove è quello in cui chiedo giustizia per Regeni e i 5 uccisi per insabbiare l'omicidio. Le armi italiane servono ad al-Sisi per soddisfare l'esercito".
Quindici anni di carcere per qualche tweet. È questa l'assurda condanna (in contumacia) che il 25 agosto ha colpito Bahey el-Din Hassan, cofondatore e direttore del Cairo Institute for Human Rights Studies, tra le più antiche e prestigiose organizzazioni per i diritti umani del mondo arabo.
Una sentenza durissima, senza precedenti per una figura di primo piano come Hassan che nei suoi 50 anni di militanza ha attraversato quasi tutte le stagioni politiche dell'Egitto repubblicano, ma non aveva mai subito il livello di vessazioni degli ultimi anni.
"Si tratta di un'escalation - dice Hassan al manifesto - anche se va nella stessa direzione delle minacce di morte ricevute nel 2014, della sentenza che ha congelato i miei beni e quelli della nostra organizzazione, e della condanna a tre anni di pochi mesi fa con le stesse accuse di oggi".
Insulti alla magistratura e diffusione di notizie false sono i reati che avrebbe commesso, gli stessi usati praticamente contro tutti i dissidenti nell'Egitto di al-Sisi. Ad 'incastrarlo' i suoi post sui social media: "Mi ha colpito - osserva Hassan - che il primo dei tweet citati come prove nel fascicolo fosse quello in cui chiedevo giustizia per Regeni e per i cinque innocenti uccisi per insabbiare il suo omicidio".
Figlio del movimento studentesco del '68 egiziano, dopo una lunga attività nel sindacato dei giornalisti, Hassan è stato tra i pionieri del movimento dei diritti umani nella regione, contribuendo alla formazione di numerose generazioni di attivisti. Da sei anni vive all'estero, dove continua instancabilmente il suo lavoro, da un lato facendo pressioni sui governi occidentali e dall'altro tentando di connettere e coordinare la vivace diaspora egiziana in Europa e in Nord America.
La condanna, oltre a mandare un messaggio diretto a lui, serve "a spaventare altri difensori dei diritti umani, soprattutto quelli che sono in Egitto", anche se oggi "il regime si sente più minacciato da chi è all'estero", spiega rispondendo alle nostre domande.
Non è un caso che negli ultimi tempi gli apparati di sicurezza abbiano preso di mira i parenti di alcuni attivisti in esilio, persone spesso totalmente slegate dalla politica. Appena un anno fa, a seguito di un'intervista a questo giornale, lo stesso Hassan era stato oggetto di una vasta campagna diffamatoria sulla stampa egiziana, che arrivava persino a chiederne la revoca della cittadinanza, accusandolo di essere una "spia" e un "agente straniero".
È sempre la retorica della lotta al terrorismo e della stabilità a giustificare le politiche del regime di al-Sisi, salito al potere nel luglio 2013 con un cruento colpo di stato contro gli islamisti. Ma dietro gli slogan la realtà è un'altra. "Non vedo alcun nesso tra le misure draconiane in atto e la sicurezza - afferma Hassan, che è stato condannato proprio da una corte speciale anti-terrorismo - La gran parte delle vittime sono attivisti pacifici, giornalisti, personale sanitario e difensori dei diritti umani".
Nel nuovo autoritarismo del presidente al-Sisi l'apparato giudiziario gioca un ruolo chiave. "Se con Mubarak la magistratura era relativamente indipendente, oggi il suo scopo principale è garantire una copertura legale alla lampante repressione quotidiana dei cittadini". Senza alcun rimpianto per il vecchio dittatore rovesciato dalla rivolta popolare nel 2011, secondo Hassan"sotto Mubarak le linee rosse da non superare erano chiare. Ora nessuno sa quali siano queste linee rosse. Non c'è paragone, oggi la repressione è di gran lunga più forte".
E la crisi del Covid-19 anziché indebolire il regime sembra averlo consolidato: "Per al-Sisi l'epidemia è un'opportunità, non un rischio. Il presidente si è armato di ulteriori strumenti politici e legali per reprimere. Oggi abbiamo una nuova categoria di vittime: i medici che hanno criticato le politiche del ministero della sanità e la carenza di attrezzature".
E mentre la sanità pubblica vive di stenti, l'unico settore statale a non conoscere crisi è quello militare, che di anno in anno è sempre più foraggiato a colpi di massicci acquisti di armamenti da miliardi di dollari (il più recente e sostanzioso dei quali è rigorosamente Made in Italy). "Questi accordi non hanno niente a che fare con la stabilità dell'Egitto e dell'area - commenta Hassan - Eppure gravano sul debito pubblico (già oltre 120 miliardi di dollari), peggiorando le condizioni del 30% di egiziani che vive in povertà". Il loro vero scopo? "Aiutano al-Sisi a soddisfare l'orgoglio dell'esercito di cui lui ha bisogno perché è il garante della sua permanenza al potere".
di Francesca Caferri
La Repubblica, 6 settembre 2020
Lo studente egiziano dell'università di Bologna arrestato al Cairo a febbraio ha potuto parlare con la mamma per la prima volta da marzo e ha voluto rassicurarla. L'incontro è avvenuto una settimana fa: padre e sorella lo hanno salutato da lontano. Nei giorni successivi è riuscito a far arrivare alla famiglia anche un biglietto: "Sto bene".
Dopo mesi di attesa, la famiglia di Patrick Zaky ha potuto incontrarlo in carcere la settimana scorsa. La mamma dello studente dell'università di Bologna arrestato al Cairo a febbraio è stata ammessa a colloquio con il figlio nel carcere di massima sicurezza di Tora, alle porte del Cairo. La sorella Marise e il padre hanno solo potuto salutarlo da lontano. L'ultimo incontro con i familiari risaliva a marzo, quando Patrick era detenuto a Mansoura, città di origine della famiglia dove era stato portato nei primi giorni dopo l'arresto.
La visita della scorsa settimana non fuga tutte le preoccupazioni sul ragazzo, 29 anni: i familiari hanno infatti scoperto che nessuna delle lettere degli amici che avevano consegnato al carcere è arrivata al giovane, e che solo due di quelle scritte dai familiari gli sono state recapitate. Ma complessivamente Patrick, per quanto dimagrito e provato, è apparso in buona salute e determinato a restare lucido in una situazione che, ha capito, potrà durare più a lungo di quanto non si temesse all'inizio.
Dopo la visita, qualche giorno fa Patrick è anche riuscito a far avere alla famiglia un biglietto: "Sono in buona salute e spero che tu sia in buona salute". La notizia del biglietto - riprodotto in questa pagina - è stata comunicata sui social dagli attivisti di 'Patrick Libero'. Gli amici si sono preoccupati "per la sua salute mentale" a causa delle brevi parole della nota e del suo tono formale, ma chi segue la situazione da vicino spiega che usare questi termini è l'unica maniera per far passare qualcosa dalle maglie della censura.
Zaky è accusato fra le altre cose di propaganda contro il governo e istigazione alla violenza. I familiari speravano di poterlo rivedere oggi, giorno di visite a Tora: ma è stato consentito loro solo di lasciare alle guardie una busta con cibo e abiti, come ogni settimana. La speranza è comunque che ci possa essere un'altra visita presto
di Mina Welby*
L'Espresso, 6 settembre 2020
Il Parlamento continua a evitare di discutere un tema che riguarda tutti. La sentenza della Corte d' Assise di Massa, che ha assolto Marco Cappato e me per aver accompagnato in Svizzera Davide Trentini con la motivazione che "il fatto non sussiste" per l'istigazione al suicidio e che "il fatto non costituisce reato" per l'aiuto fornito, non ha fatto iscrivere all'ordine del giorno della Camera la legge sul fine vita.
A niente sono serviti gli appelli di tutti, dal Presidente Roberto Fico in giù: il Parlamento è andato in vacanza senza decidere. Nei momenti più difficili della quarantena abbiamo riscoperto l'importanza dell'aiuto, della cura, della generosità, del volontariato, del soccorso - di quello immediato come di quello "vitale" - ci siamo confrontati con la necessità di avere qualcuno al nostro fianco per respirare così come per fare la spesa. L'emergenza che ci aveva trovati impreparati ha rilanciato e rafforzato lo spirito di corpo, la solidarietà. Abbiamo ringraziato, giustamente, "eroi" e dappertutto si è scritto "niente sarà mai più come prima". Ma davvero le cose sono cambiate?
Se dovessimo prendere come metro di paragone il fine vita la risposta è no. E questa decisione va colta per riflettere su quanto abbiamo visto accadere e capire di quali e quanti di questi soccorsi continueremo ad avere bisogno per vivere degnamente e dignitosamente e di come ce li dovremo garantire. Aiutare le persone è da sempre ritenuto un valore nelle nostre società; aiutare le persone che soffrono, i malati - in qualsiasi condizione - un impegno civile, per alcuni religioso, ma soprattutto un obbligo costituzionale.
L'Associazione Luca Coscioni da anni fornisce vari tipi di soccorso civile, spesso in vera e propria supplenza istituzionale, a chi in scienza e coscienza, e disperazione, fa richieste di ogni tipo. Per certi versi anche Luca Coscioni si rivolse a Marco Pannella e ai Radicali per chiedere "soccorso" affinché anche in Italia si promuovesse la libertà di ricerca scientifica sulle blastocisti per cercare cure a malattie come la sua, la Sla, che purtroppo restano incurabili.
Da allora, grazie all'avvocato Filomena Gallo, un "soccorso legale" viene offerto non solo per favorire il progresso scientifico, ma anche per consentire il ricorso alla procreazione medicalmente assistita ostacolata da norme imposte senza alcuna motivazione scientifica. Anche mio marito Piergiorgio chiese soccorso per porre fine a una vita non più degna di esser vissuta. Prestare soccorso a chi sceglie di porre fine a sofferenze, a volte letteralmente atroci, e a chi vuole avere figli, con tutte le gioie che ne conseguono, vuol dire andare incontro a richieste espresse da persone capaci d'intendere e di volere che non per colpa loro, ma spesso per norme imposte arbitrariamente, non possono esser liberi di scegliere. Prestare soccorso è in linea con la Costituzione.
E lo è talmente tanto che quando si "disobbedisce" la Corte Costituzionale concorda con l'affermazione della necessità del soccorso. Non passa settimana che non si venga raggiunti dalla notizia del deposito di progetti di norme, preparazione di decreti legge, annunci di dpcm per regolamentare qualsiasi cosa tranne questioni che hanno a che fare con le libertà.
Non solo la libertà di scegliere - come, quando e dove morire o avere figli o fare ricerca - ma anche la libertà di poter aver accesso a terapie (come quelle con la cannabis), di studiare il genoma umano o vegetale, di liberare la salute dalle sovrastrutture della sanità, di poter vivere una vita indipendente se portatori di disabilità. Su tutti questi temi si invoca la "libertà di coscienza" ma non si procede. Contro questo disinteresse occorre la mobilitazione civica.
Da oltre un mese Maurizio Bolognetti, un dirigente dell'Associazione Luca. Coscioni, è in sciopero della fame affinché il consiglio regionale della Basilicata applichi una norma che consenta alle persone disabili di poter vivere appieno la loro vita con gli ausili necessari. Che fine hanno fatto gli appelli alla coesione sociale e alla solidarietà se, al momento di far rispettare una legge, o vederne adottata un'altra che interessa tutti, le istituzioni abbandonano i cittadini?
*Copresidente dell'Associazione Luca Coscioni
di Gilberto Corbellini
Il Sole 24 Ore, 6 settembre 2020
Fine vita. Il filosofo Giovanni Fornero prova a fare chiarezza sulle implicazioni giuridiche.
La filosofia è usata spesso per traghettare il pensiero di chi è meno accorto in qualche porto delle nebbie, dove non si distingue più niente e si ascolta la pancia illudendosi che si tratti della testa. Il filosofo Fornero usa invece idee chiare e distinte per inquadrare i termini giuridici del suicidio medicalmente assistito e dell'eutanasia volontaria.
Il fine vita è un tema di stringente attualità. La discussione in Italia si svolge quasi esclusivamente sul piano etico e con l'etica si fa bella figura, ma non si va da nessuna parte. È necessario un salto di qualità nella discussione sul diritto di disporre della propria vita nella sfera giuridica, usando la filosofia per aiutare i magistrati a uscire da schemi di ragionamento troppo intuitivi e poco analitici. In materia di fine vita la giurisprudenza sta producendo decisioni e sollevando domande interessanti, benché disomogenee, e il libro di Fomero prova a fare chiarezza sulla natura delle incertezze sul piano giusfilosofico.
La realtà del fine vita interroga quotidianamente medici e giudici. Come spiega Fornero, nei paesi dove il suicidio assistito o l'eutanasia sono legali, essere aiutati a morire non è un diritto sullo stesso piano dell'interruzione di gravidanza odi essere curati per un'infezione potenzialmente letale: si tratta di prestazioni richieste da persone che per il solo fatto di essere invita patiscono sofferenze fisiche e morali, e che sono regolamentate sulla base di criteri che servono a stabilire in modo accettabile quando la scelta di non continuare a vivere è giustificata e autentica o autonoma. È difficile capire su basi razionali l'accettazione praticamente unanime del diritto, legalmente riconosciuto anche da parte dai portatori di una filosofia della vita comunitaria o religiosa, di rifiutare, di morire attraverso il rifiuto di un trattamento (indipendentemente se è futile o terapeutico), mentre vigono riprovazioni e pesanti sanzioni per qualunque atto che aiuti a metter fine alla vita di una persona, la quale ne fa esplicita e razionale richiesta, nel momento in cui giudica quella vita non degna di essere vissuta, chiedendo l'assistenza (suicidio medicalmente assistito) o l'intervento diretto del medico (eutanasia volontaria).
La credenza che la vita abbia più valore e sia più tutelata se rimane legalmente sottratta alla disponibilità delle persone che la vivono è frutto di un sentimento non benevolo e non altruista, che solo a posteriore viene razionalizzato con argomenti poco chiari e indistinti. Nei tempi in cui determinati pregiudizi contro le libertà personali erano funzionali alla stabilità sociale, quindi socialmente prevalenti, e le persone succhiavano col latte materno il dogma che la vita sarebbe un bene indisponibile, in quanto dono divinoo a disposizione delle esigenze di rafforzamento della comunità, il diritto prevedeva pensanti sanzioni per chi trasgrediva. Inclusi coloro i quali commettevano il "reato" di suicidio.
I tempi sono cambiati, ma la psicologia umana rimane di fondo la stessa, per cui anche il diritto si muove e si adegua in modi lenti e incerti. Il che può avere senso per alcuni ambiti sociali o economici, ma non laddove cresce il numero di persone che per morire deve attraversare la valle vasta e dolorosa della morte cronico-degenerativa. In questo caso non si capisce quale genere di "diritto" applicato si possa far prevalere sul diritto alla libertà (autodeterminazione) di decidere di non soffrire, e non essere discriminati senza giusta ragione.
Sono maggioranza nel mondo occidentale coloro che, lavorando per decenni e pagando le tasse grazie alle quali i magistrati ricevono gli stipendi, si aspettano di poter disporre in fine vita, rispettando chi non ne vuole disporre o quei medici che obietterebbero, della libertà di decidere se proseguire o meno, e nel caso di essere aiutati a non patire sofferenze intollerabili e lesive della loro dignità personale.
Il diritto dovrebbe servire, in un quadro liberale, a prevenire abusi e a rendere intelligibili e sensate le segnaletiche alle quali ci affidiamo nel cammino incerto delle negoziazioni sociali. Fomero smonta quasi cavillosamente ogni genere di argomento che pretenda di difendere con razionalità la tesi della indisponibilità della vita. Poco si può fare con argomenti razionali quando prevale il pensiero motivato, dalla religione o da un'etica che antepone il dovere alla libertà.
Largo spazio viene dato nel libro alle battaglie di Marco Cappato e dell'Associazione Luca Coscioni, che stanno sfidando il diritto vigente perché si interroghi sulla lettera autentica della carta costituzionale in materia di libertà personale e autodeterminazione. Ovvero su quanto effettivamente il prevalere dell'indisponibilità della vita nei codici italiani non costituisca la sopravvivenza di principi e valori arcaici, che intercettavano sentimenti tipicamente totalitari o illiberali.
di Gabriella Ceraso
vaticannews.va, 6 settembre 2020
Le suore missionarie dell'Immacolata Regina Pacis dal cuore del Mali raccontano a Vatican News le speranza di un popolo che in tanti mesi di scioperi, violenza e ora del golpe militare che ha capovolto il Paese, non smette di sperare in un futuro migliore. Le religiose affiancano la piccola e minoritaria comunità cristiana e servono le fasce più fragili nelle carceri e nelle case per giovani mamme. Intanto si lavora alla stabilizzazione politica.
Il Mali non smette di sperare: ora che il vecchio presidente Ibrahim Boubacar Keita, è ormai fuori dai giochi, ricoverato in ospedale ma libero dalla detenzione cui lo ha costretto dal 18 agosto la giunta militare al potere, la pace è l'aspirazione più grande per tutti anche se le condizioni ancora non ci sono. Grazie alla lunga mediazione della Comunità economica degli Stati dell'Africa dell'Ovest (CEDEAO), si è arrivati alla decisione di una transizione verso un sistema democratico civile che coinvolga ampie fasce della società civile. Per questo i due giorni di consultazioni previsti per il 5 e il 6 settembre.
D. - Il popolo sta vivendo un momento di speranza dopo aver vissuto tanti momenti difficili e duri. Sperano che con questa transizione che stanno preparando, si possa arrivare a vivere finalmente in pace. Quale è la condizione del Paese e quali sono i pensieri e le speranze della popolazione?
R. - In realtà è ancora tutto bloccato, non c'è sicurezza da nessuna parte, e poi c'è il grande problema dell'educazione e delle scuole, un vero disastro. Tutto è fermo, tutto è bloccato, praticamente un anno perso: prima per gli scioperi poi il resto. Questo dell'educazione è un problema grande. Ma la gente spera proprio in un futuro migliore.
D. E la vostra presenza che margini di azione ha?
R. - Noi siamo vicini alle nostre comunità cristiane che sono in minoranza. E poi facciamo servizio nelle prigioni e alle donne e ad un centro di ragazze madri.
D. Quindi è una vicinanza e un incoraggiamento soprattutto per le fasce deboli e per le nuove generazioni, perché abbiano un futuro?
R - Sì, speriamo che si riesca veramente a risolvere questa situazione. Il Mali è proprio crollato. Comunque questi nuovi capi vogliono fare le cose per bene, almeno così dicono, come tutti all'inizio; poi c'è da vedere quello che succede. Sembra che queste nuove persone al potere abbiano proprio il desiderio di lavorare col popolo, quindi stiamo a vedere cosa succede.
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