di Francesca de Carolis
remocontro.it, 7 settembre 2020
La guerra, il dolore, la morte... se sempre sono immagini che straziano, c'è qualcosa di tremendo in più che si rapprende nell'animo quando arrivano attraverso i disegni dei bambini, qualcosa di tremendo che le tinte dei pastelli non attenuano... anzi ancor più angosciano, al pensiero dell'incerta mano che ha disegnato profili, che ha dato colore alla polvere.
Le avevo messe da parte, alcune immagini di disegni dei bambini di Gaza, che nel tempo a tratti arrivano. Case in fiamme, alberi sradicati, carri armati in terra e sagome nere su strisce di cielo e tanti tanti soldatini. Nei tratti infantili sembrano quelli dei giochi dei nostri bambini che la guerra, quella vera, non conoscono.
Un disegno fra tutti mi aveva più di altri colpito: in primo piano una casa dalle finestre ferite che piangono e, appena più indietro, un bambino come inchiodato alla soglia di un muro, che allarga le braccia e spalanca la bocca come per chiedere aiuto mentre ombre di uccelli neri si abbassano su uno stretto cielo... Disegno di bambino molto molto piccolo, suggeriscono i tratti. Eppure è tutta lì, in pochi elementari segni, che pure sono potenti simboli, la risposta alla domanda: come si cresce, come si vive in una prigione a cielo aperto...
Come si cresce, come si vive e come, sempre più, si muore... risfogliando quei disegni, mentre rileggo un comunicato di Save the Children. "I bambini di Gaza stanno morendo perché viene negata loro la possibilità di accedere all'assistenza sanitaria necessaria fuori dalla Striscia e altri moriranno se non verranno curati presto". La denuncia è di fine luglio. Notizia a cui poco si è prestato attenzione, presi come siamo dalle nostre più o meno urgenti emergenze... e cosa volete che siano un pugno di bambini ostaggio di una delle tante guerre dalle quali a tratti sembra meglio distogliere lo sguardo...
Save the Children - Cosa può succedere, d'altra parte, nella vita ordinaria di Gaza, di più e di peggio di quanto non stia accadendo da tempo, e che raramente "fa notizia"?
Ma le cose peggiorano e come... È accaduto, si spiega, che dopo l'annuncio dei piani di Israele di annettere parti della Cisgiordania si è interrotto il coordinamento tra funzionari israeliani e palestinesi, "riducendo le possibilità, già estremamente limitate, di ottenere l'autorizzazione per lasciare Gaza per chi ha bisogno di cure salvavita". Le cure salvavita che è impossibile ricevere a Gaza, con un sistema sanitario sull'orlo del collasso dopo tredici anni di blocco a cui si aggiungono paure e tensioni causati dalla pandemia con cui come tutti si è alle prese...
"Mesi di trattative e contatti dietro le quinte, mediati dall'Egitto, tra Israele e Hamas non hanno portato a nulla. Resta inalterata la condizione insopportabile degli oltre due milioni di palestinesi che vivono nei 400 kmq della 'prigione a cielo aperto' di Gaza. Di giorno l'erogazione della corrente elettrica è ridotta a tre ore, perché il combustibile dell'unica centrale si è esaurito dopo la decisione delle autorità israeliane di bloccare l'ingresso a Gaza del gasolio", leggo dai puntuali report di Michele Giorgio... Non arrivano carburanti né altri beni essenziali, mentre oggi arriva, quella sì, un'ondata coronavirus. Sì, anche lì, in quei 400 chilometri quadrati a noi così vicini e così lontani. Si rischia, la denuncia è dell'Onu, la catastrofe umanitaria...
Morire prima del coronavirus - Ma i bambini... i bambini di Gaza non hanno bisogno di aspettare il coronavirus per morire. Save the Children a fine luglio ha denunciato la morte di due piccoli, piccolissimi, uno di otto mesi e l'altro di nove giorni, che per problemi cardiaci avevano bisogno di un urgente intervento chirurgico impossibile a Gaza, ma non hanno ricevuto in tempo il permesso per le cure. E cosa è successo, nel frattempo, a quei cinquanta bambini malati di cancro per i quali (ancora la denuncia dell'organizzazione che dall'inizio dell'altro secolo si occupa della condizione dei bambini nel mondo) a causa delle restrizioni israeliane ai farmaci che entrano a Gaza "non c'è chemioterapia né trattamenti di radiologia"?
E come va avanti la vita di D., 12 anni, che ha la leucemia e da quando il coordinamento si è interrotto non può ricevere cure e non riesce a camminare sulle gambe... "Ho pregato che mi amputassero gli arti. Israele dovrebbe revocare il blocco così da avere buone scuole e buoni ospedali e poter avere cure e posti carini dove giocare. E poter vivere come gli altri bambini nel mondo...". E cosa sente, ancora, H., 13 anni, colpito dalle schegge di un proiettile esploso, che avrebbe bisogno di un intervento ai nervi, ma che non può lasciare Gaza e la sua gamba sta peggiorando, lui che... "quando sono uscito dall'operazione mi avevano preparato una sedia a rotelle. Mi chiedevo a cosa servisse la sedia. Mi hanno detto: -Ci siederai sopra e ci vivrai tutta la tua vita-. Ho pianto, dal profondo del mio cuore ...".
Impotenza da troppa prepotenza
Dina, Ahmed... e tutti gli altri che possiamo immaginare, che senza proprio morire muoiono un po' ogni giorno... bambini, "tristemente prigionieri del conflitto più politicizzato del mondo e la comunità internazionale non ha saputo reagire adeguatamente alle loro sofferenze".
Col cuore coperto di neve. Viene in mente il titolo di un libro di Silvestro Montanaro. Parla di altre storie, quel libro, parla della terribile vita cui sono costretti bambini di tutto il mondo sfruttati sessualmente (e gli orchi perlopiù siamo noi). Bambini cui è stata rubata la libertà e la gioia. Altra questione, direte..., ma la libertà e la gioia possono essere rubati, e lo sono, rubati, in tanti modi... e tutti insieme compongono il terribile scenario della guerra contro i bambini.
Di questa settimana è l'ultimo rapporto di Save the Children, a cinque anni dalla morte di Alan Kurdi (come dimenticarlo, il corpicino del bambino dalla maglietta rossa sulla riva del mare...). Parla dei bambini che, a differenza di quelli di Gaza, dalle loro guerre possono almeno provare a fuggire. Ma in questi cinque anni, si legge nel rapporto, 700 minori sono morti nel tentativo di arrivare in Europa, e se sono più di 200.000 i minorenni che hanno chiesto asilo, si pensa che molto più alto sia il numero di quelli arrivati, e che "vivono nell'ombra a rischio di sfruttamento e abuso". Per tutti, rimane questo cuore coperto di neve... che i colori dei disegni che a tratti ci arrivano, di bambini che i disegni ancora possono farli, non riescono a sciogliere.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2020
Cassazione - Sezione V penale - Sentenza 11 giugno 2020 n. 17935. Il reato di atti persecutori assorbe la contravvenzione per reato di molestie, sempre che i singoli comportamenti molesti costituiscano segmenti di un'unitaria condotta, sorretta dal medesimo coefficiente psichico, consistente nella volontà di porre in essere più condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell'abitualità del proprio agire. Principio espresso dalla Cassazione con la sentenza 11 giugno 2020 n. 17935.
Secondo la Cassazione il reato di stalking assorbe il reato di molestie quando le medesime costituiscano segmenti di una condotta unitaria, causalmente orientata alla produzione di uno almeno degli eventi previsti dall'articolo 612-bis del Cp. Tale conclusione è in linea con l'assunto pacifico secondo cui quello di cui all'articolo 612-bis del Cp ha natura di reato abituale di evento, qualificato dal dolo generico, il cui contenuto richiede la volontà di porre in essere più condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice e dell'abitualità del proprio agire, ma non postula la preordinazione di tali condotte - elemento non previsto sul fronte della tipicità normativa - potendo queste ultime, invece, essere in tutto o in parte anche meramente casuali e realizzate qualora se ne presenti l'occasione (tra le tante, sezione V, 24 settembre 2015, PM in proc. A.).
Elementi essenziali dello stalking quindi sono la reiterazione delle condotte (minacciose o moleste) e la realizzazione di uno degli "eventi" alternativi presi in considerazione dalla norma. Sotto il primo profilo, il termine "reiterare" denota ovviamente la ripetizione di una condotta una seconda volta ovvero più volte con insistenza, dovendosene trarre la conclusione che anche due sole condotte sono sufficienti a concretare quella reiterazione cui la norma subordina la configurazione della materialità del fatto (in termini, di recente, cfr. sezione V, 21 gennaio 2010, O.; nonché sezione III, 23 maggio 2013, U.). Mentre, sotto l'altro profilo, trattandosi di reato "di evento", la condotta materiale (reiterati episodi di minacce o molestie) deve avere determinato, in forma alternativa, la realizzazione di uno tra tre tipi di evento: un perdurante e grave stato di ansia o di paura nella vittima ovvero ingenerare nella stessa un fondato timore per la propria incolumità o per quella di persone a lei vicine o, infine, costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita. È proprio la realizzazione di uno o più di questi eventi che fissa il momento consumativo.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2020
La condotta tipica del delitto di furto con strappo si realizza quando la violenza è immediatamente rivolta verso la cosa e solo in via indiretta verso la persona che la detiene, anche se, a causa della relazione fisica intercorrente tra cosa sottratta e possessore, può derivare una ripercussione indiretta e involontaria sulla vittima. Nel caso esaminato dalla Suprema corte con la sentenza 17953/2020, il reato, nella fattispecie tentato, è stato ravvisato nei confronti dell'imputata, la quale aveva tentato di impossessassi della collanina d'oro della persona offesa strappandogliela dal collo ma non riuscendo nell'intento per cause indipendenti dalla propria volontà.
Secondo la Corte, ai fini della configurabilità del furto con strappo, lo "strappo", pur connotato da un qualche grado di violenza è comunque un'azione esercitata sulla cosa e non sulla persona, con la conseguenza che per la sua configurazione si prescinde dalla violenza che ne è conseguita sulla persona che in ipotesi potrebbe anche mancare, mentre ove la violenza non si eserciti esclusivamente sulla cosa, ma si estenda anche, in via accessoria, al soggetto passivo, al fine di vincerne la resistenza a fargli subire lo spossessamento, si configura il ben diverso delitto di rapina (cfr. sezione II, 21 febbraio 2019, Melegari, secondo la quale ricorre il delitto di rapina quando la condotta violenta sia stata esercitata per vincere la resistenza della persona offesa, anche ove la res sia particolarmente aderente al corpo del possessore e la violenza si estenda necessariamente alla persona, dovendo il soggetto attivo superarne la resistenza e non solo la forza di coesione inerente alla normale relazione fisica tra possessore e cosa sottratta, giacché in tal caso è la violenza stessa - e non lo strappo - a costituire il mezzo attraverso il quale si realizza la sottrazione; si configura, invece, il delitto di furto con strappo quando la violenza sia immediatamente rivolta verso la cosa, seppur possa avere ricadute sulla persona che la detiene).
La ratio del più grave trattamento sanzionatorio del furto con strappo, rispetto al furto semplice, risiede così nella insidiosità della condotta tipica che si realizza attraverso un atto violento esercitato su di un oggetto, improvvisamente strappato di dosso o di mano alla vittima. Il furto con strappo, qualificato appunto dalla violenza per sottrarre la cosa "di mano o di dosso" alla persona, si distingue, invece, dal furto aggravato dalla violenza sulle cose, che si ravvisa tutte le volte in cui il soggetto, per commettere il fatto, fa uso di energia fisica, provocando la rottura, il guasto, il danneggiamento, la trasformazione della cosa altrui o determinandone il mutamento nella destinazione, non essendo neppure necessario che la violenza (da intendersi come alterazione dello stato delle cose mediante impiego di energia fisica) sia esercitata con danno alla cosa oggetto del comportamento rilevante ex articolo 624 del codice penale(cfr. su tale ipotesi aggravata, sezione V, 10 gennaio 2011, Raiola).
di Stela Xhunga
peopleforplanet.it, 7 settembre 2020
"La vita sotto il turbante" è il frutto della collaborazione tra l'associazione "Go5-per mano con le donne", Onlus che si dedica alle pazienti del reparto di Ginecologia Oncologica dell'Istituto dei Tumori di Milano, e il brand Sartoria San Vittore nato dall'esperienza della Cooperativa sociale Alice nel carcere di San Vittore a Milano dove ai detenuti viene data la possibilità di un riscatto sociale attraverso il lavoro.
Obiettivo di "La vita sotto il turbante"? Creare turbanti e copricapi sartoriali per le donne che si sottopongono a cure oncologiche. Tutto nasce quando nel 2018 la stilista Rosita Onofri disegna un modello di copricapo pensato per le pazienti del reparto di Ginecologia oncologica dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Sulla base del modello disegnato, le detenute di San Vittore si sono poi messe all'opera realizzandolo in tessuti naturali declinati in stoffe pregiate e tinte provenienti da Marocco, India e Mauritania, il tutto nel pieno rispetto dell'artigianato locale e internazionale.
L'iniziativa si è meritata il patrocinio della Camera penale di Milano e del Comune: il primo cittadino della città, Beppe Sala, era infatti presente alla cerimonia di debutto di Una vita sotto il turbante tenutasi a metà giugno nella Sala Alessi di Palazzo Marino. Una solidarietà, quella tra pazienti oncologiche e donne detenute, sancita da un mutuo scambio: le donne detenute contribuiscono a far sentire sicure e belle le pazienti, le quali, a loro volta, acquistando i turbanti, sostengono la ricerca scientifica per la diagnosi precoce del tumore ovarico.
Creare circoli virtuosi è del resto il tratto distintivo della cooperativa sociale Alice, che non a caso ha ricevuto il Premio Europeo Donna Terziarioindetto da Confcommercio Milano e destinato alle imprenditrici che si sono maggiormente distinte per la loro attività. La menzione speciale, però, è per Luisa Della Morte, responsabile della Cooperativa Alice. È lei che per prima ha creduto nell'importanza di formare e dare lavoro all'interno del carcere di San Vittore. E credere, ultimamente, non è impresa da poco.
di Andrea Pasqualetto
Corriere della Sera, 7 settembre 2020
Il bandito non rientra in cella dopo un permesso premio. Nel 2017 era scappato per amore. Gli avevano concesso un permesso premio, ha ringraziato e se n'è andato. E ora, per l'ennesima volta, è scattata la caccia all'uomo. Si cerca Johnny lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, figlio di giostrai sinti, sessant'anni perlopiù dedicati al crimine, omicidi, rapine, sequestri. E alle fughe dai vari penitenziari dov'è stato detenuto, dovendo scontare una condanna all'ergastolo.
L'ultima è di ieri. Avrebbe dovuto far rientro a mezzogiorno nel carcere di massima sicurezza di Sassari, dov'era detenuto dal 2017, e nessuno l'ha più rivisto. Era lì da quasi tre anni, da quando cioè fu ripreso dopo un'altra evasione, di un mese prima, dalla casa di reclusione di Fossano, in provincia di Cuneo. Anche in quell'occasione si trattò di un mancato rientro, che è un po' la sua specialità. Senza tante lenzuola da calare o tunnel da scavare, Johnny lo Zingaro riesce sempre a uscire nel modo più semplice: dalla porta principale. Era infatti riuscito a ottenere la semilibertà anche a Fossano. Avrebbe dovuto presentarsi al lavoro a Cairo Montenotte, in provincia di Savona, ma in "ufficio", quel giorno, non c'è andato. Johnny aveva preso infatti un taxi e si era fatto portare alla stazione di Genova. Comodo, indolore. Destinazione: Viareggio, dove ad attenderlo c'era sua vecchia fiamma, Giovanna, pure lei fuggita quel giorno dagli arresti domiciliari. Poi naturalmente l'hanno ripreso, anche perché non è facile la fuga quando non hai un euro in tasca. Anzi, il rischio è che l'uomo commetta qualche altro reato ed è la ragione per cui nel Sassarese è scattato un preoccupato allarme.
D'altra parte Johnny lo Zingaro ha alle spalle una lunga scia di sangue: primo omicidio ad appena undici anni. Prima fuga a 17, anno 1976, dal carcere minorile di Casal di Marmo. Poi è scappato dall'Aquila e da Pianosa. Fino al 1987, quando ha inaugurato la stagione delle evasioni "premio". Quella volta, dopo essersi allontanato, uccise un uomo, ferì la moglie, rubò un'auto e sequestrò una ragazza. E da lì, braccato dalla polizia, furono inseguimenti e scontri a fuoco, dove rimase ucciso pure un agente. Due anni dopo, la cattura. Ma il suo nome spunta anche dalle carte dell'omicidio Pasolini, come conoscente di Pino Pelosi, l'unico condannato per il delitto.
Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2020
Ordinamento penitenziario - Affidamento in prova al servizio sociale - Revoca della misura - Condizioni - Apprezzamento di fatto del giudice. In tema di misure alternative alla detenzione, la revoca dell'affidamento in prova al servizio sociale discende, per disposto normativo, non dalla mera violazione della legge penale o delle prescrizioni dettate dalla disciplina della misura, ma piuttosto dal fatto che il giudice, nel suo insindacabile apprezzamento di fatto, ritenga, con motivazione logica, adeguata e non viziata, che la violazione commessa costituisca, in concreto, sopravvenienza incompatibile con la prosecuzione della prova.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 24 luglio 2020 n. 22281.
Istituti di prevenzione e di pena (ordinamento penitenziario) - Affidamento in prova al servizio sociale - Violazione della legge o delle prescrizioni inerenti alla misura - Revoca automatica - Esclusione - Valutazione del giudice - Limiti. La revoca della misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale non consegue automaticamente al mero riscontro di violazioni della legge penale o delle prescrizioni dettate dalla disciplina della misura stessa, in quanto spetta al giudice valutare, fornendo adeguata motivazione, se tali violazioni costituiscano, in concreto, un fatto incompatibile con la prosecuzione della prova.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 27 marzo 2019 n. 13376.
Istituti di prevenzione e di pena (ordinamento penitenziario) - Affidamento in prova al servizio sociale - Revoca - Presupposti - Semplice violazione della legge o delle prescrizioni inerenti alla misura - Esclusione - Discrezionalità del giudice - Sussistenza. La revoca della misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale, pur in presenza di un comportamento del soggetto contrario alle prescrizioni, è rimessa alla discrezionalità del tribunale di sorveglianza, che ha l'obbligo di giustificare l'uso del potere conferitogli, con motivazione logica, adeguata e non viziata. (Fattispecie in tema di affidamento in prova terapeutico ai sensi dell'art. 94 quarto comma d.P.R. 10 settembre 1990, n. 309).
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 24 giugno 2013 n. 27711
Istituti di prevenzione e di pena (ordinamento penitenziario) - Affidamento in prova al servizio sociale - Revoca - Presupposti. La revoca della misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale non è dalla legge rapportata alla pura e semplice violazione della legge penale o delle prescrizioni dettate dalla disciplina della misura stessa, ma all'ipotesi che il giudice, nel suo insindacabile apprezzamento di fatto, ritenga che le predette violazioni costituiscano in concreto un fatto incompatibile con la prosecuzione della prova. Ne deriva che il giudizio sulla revoca dell'affidamento in prova, pur in presenza di un comportamento del soggetto contrario alle prescrizioni, è rimesso alla discrezionalità del tribunale di sorveglianza, che ha solo l'obbligo di giustificare l'uso del potere conferitogli, con motivazione logica, adeguata e non viziata.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 13 giugno 1998 n. 2566.
di Fulvio Bufi e Fiorenza Sarzanini
Corriere della, 7 settembre 2020
Le ferite sui polsi, i biglietti aerei: nel dossier sul trentatreenne in missione Onu i dubbi sull'indagine colombiana. In settimana i primi riscontri dai periti. La mattina del 23 luglio all'aeroporto El Dorado di Bogotà il corpo di Mario Paciolla viene imbarcato su un volo diretto a Roma. Sono presenti le autorità diplomatiche italiane e i responsabili della missione Onu per la quale lavorava il trentatreenne cooperante italiano ritrovato impiccato in casa otto giorni prima.
L'aereo giungerà a Fiumicino il giorno successivo, e quando i medici legali incaricati dalla Procura di Roma e guidati dal professor Vittorio Fineschi si troveranno davanti ciò che c'è nella bara, capiranno immediatamente di avere davanti un lavoro complicatissimo.
La salma è quasi sommersa da chili di segatura, il cadavere non è stato ricomposto dopo l'autopsia eseguita in Colombia. In quelle condizioni gli esami necroscopici rischiano di essere compromessi e capire che cosa è successo realmente al cooperante italiano può diventare molto difficile. E infatti oggi, a sette settimane dalla morte, nessuno è stato ancora in grado di dire con certezza se Paciolla si sia ucciso o sia stato assassinato, cosa di cui sono assolutamente certi i suoi familiari.
Le informative - Nelle relazioni inviate a Roma dalla nostra rappresentanza diplomatica in Colombia si accredita l'ipotesi che il giovane si sia tolto la vita. "Dai primi riscontri effettuati dalla polizia, tutto lascia supporre che si tratti di un suicidio", è scritto in un report del 22 luglio. E in un altro, datato 5 agosto, si riferisce che nel corso di una riunione il direttore generale per le relazioni internazionali della Fiscalia, Alejandro Jmenez, "ha tenuto ad evidenziare, confidenzialmente, che dalle indagini sin qui condotte, seppur con riserva del loro completamento, non sarebbero emersi elementi tali da mettere in discussione l'ipotesi del suicidio".
Il viaggio - Tesi che però sembra stridere con quanto fatto da Paciolla nelle ultime ore di vita. Il giovane stava per lasciare la Colombia. Il giorno prima di morire aveva acquistato due biglietti per Parigi perché intendeva convincere a partire anche la sua ex fidanzata, Ilaria Izzo, anche lei impegnata in una missione Onu in Colombia. Ma soprattutto aveva pianificato per il giorno dopo di lasciare San Vicente di Caguan, dove abitava per trasferirsi a Bogotà, in attesa di imbarcarsi il 20 luglio per la Francia e da lì raggiungere Napoli, la sua città. Che cosa, quindi, potrebbe averlo spinto durante la notte a un gesto estremo?
Nella sua deposizione Ilaria Izzo ha raccontato che al telefono la supplicò di andare con lui, di averlo sentito molto agitato, preoccupato per qualcosa che era accaduto all'interno della sua missione e in preda a continue crisi di pianto.
Poi ha parlato di "qualcosa di cui Paciolla è stato testimone che gli ha fatto perdere la fiducia in due colleghi della missione". Di che cosa si trattava? E chi sono i due cooperanti? Secondo le relazioni della Farnesina "la Fiscalia conosce i loro nominativi" e adesso bisognerà capire che cosa abbiano riferito visto che le Nazioni Unite li hanno privati dell'immunità.
Le lesioni - I punti oscuri sono ancora molti e per questo si attende la consegna della prima relazione dei periti che potrebbe avvenire già questa settimana. Quando è stato ritrovato, il corpo di Mario Paciolla aveva delle ferite ai polsi, come se avesse tentato di tagliarsi le vene prima di impiccarsi. Ma in realtà erano ferite superficiali, a fronte, invece, di una quantità di tracce di sangue, ritrovate in casa, assolutamente incompatibile. E poi c'è il "solco" sul collo che secondo i primi esami non sarebbe compatibile con l'asfissia provocata dal cappio di un lenzuolo.
di Paola Maria Zerman
Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2020
Consiglio di Stato, sentenza 4582 del 15 luglio 2020. Le misure di prima accoglienza, di cui beneficiano i richiedenti asilo, cessano a seguito del rilascio del permesso di soggiorno, per raggiungimento dello scopo, e cioè assicurare l'accoglienza per il tempo necessario all'esame della domanda di protezione internazionale. E questo vale anche per chi è titolare di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, ora abrogato dal decreto-legge 113/2018, con conseguente impossibilità di inserirsi nella rete di "assistenza secondaria".
Lo ha deciso il Consiglio di Stato con la sentenza 4582 del 15 luglio scorso, accogliendo l'appello del ministero dell'Interno nei confronti di un cittadino extracomunitario che aveva impugnato il decreto prefettizio di revoca.
La normativa - La decisione ripercorre con chiarezza la complessa disciplina dell'accoglienza (decreto legislativo 142/2015) degli stranieri non comunitari giunti irregolarmente in Italia, per lo più a seguito di sbarchi, più volte modificata anche a seguito di direttive europee, da ultimo con il decreto legge 113/2018. Diverse le fasi in cui si articola il sistema, dal primo soccorso all'integrazione sociale, culturale e lavorativa.
Le operazioni di primo soccorso e di identificazione sono assicurate dai punti di crisi allestiti nei luoghi di sbarco (Hot spot immigrazione in Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto). Particolare attenzione viene prestata ai minori stranieri non accompagnati, che vengono presi in carico nelle strutture di accoglienza a loro destinate, sebbene la legge 47/2017 stabilisca in via preferenziale l'affidamento familiare (articolo 7). Esaurito l'immediato soccorso, il sistema di accoglienza di primo livello garantisce assistenza medica, vitto e alloggio ai migranti che chiedono la protezione internazionale e sono privi di mezzi di sussistenza. I pochi che non presentano domanda, sono, invece, indirizzati ai Cpr, centri di permanenza per i rimpatri.
La tutela degli stranieri cui sia impedito nel Paese di origine l'esercizio delle libertà democratiche è sancita dall'articolo 10 della Costituzione e garantita dalla normativa europea (direttiva 2004/83/CE attuata dal decreto legislativo 251/2007), attraverso il riconoscimento, cui segue il rilascio del permesso di soggiorno di durata quinquennale, rinnovabile:
1) dello status di rifugiato, in seguito a persecuzione per motivi di razza, religione nazionalità o particolare gruppo sociale, opinioni politiche (articolo 8);
2) della protezione sussidiaria, legata al rischio di subire danni gravi (quali pena di morte o tortura) nel tornare al proprio Paese d'origine (articolo 14).
Esisteva una tutela "residuale", non tipizzata, connessa a seri motivi di carattere umanitario (prevista dall'originario articolo 5, comma 6, del decreto legislativo 286/1998, Testo unico immigrazione), ma è stata abrogata dal decreto legge 113/2018 e sostituita dalla possibilità di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo per "casi speciali" per esigenze di carattere umanitario tassativamente indicate.
Multiforme e non chiara è la costellazione dei centri di prima accoglienza (oltre 5000 sul territorio nazionale) affidata, ai cpa, o centri governativi di prima accoglienza, gestiti anche da enti locali o privati che operano nel settore dell'assistenza, affiancati dai preesistenti Cara, centri assistenza richiedenti asilo, e in caso di sovraffollamento, dai Cas, centri di accoglienza straordinaria, tutte strutture reperite dai Prefetti. Il primo livello di accoglienza è assicurato, ai richiedenti asilo, per tutta la durata del procedimento di esame della domanda di protezione internazionale da parte della Commissione territoriale competente presso le Prefetture, e, in caso di rigetto, fino alla scadenza del termine per l'impugnazione o alla sospensione del provvedimento impugnato.
Chi ottiene la protezione internazionale (vale a dire lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria o per casi speciali) può accedere alla seconda fase di accoglienza integrata (in passato Sprar, oggi Siproimi), rappresentata dalla rete di servizi istituita sul territorio, su base volontaria, nell'ambito del welfare locale e in collaborazione con organismi del privato sociale finalizzata all'inserimento lavorativo delle persone accolte, grazie a progetti finanziati dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo. In passato, la possibilità di accedere ai servizi di accoglienza integrata nell'ambito dello Sprar era offerta a tutti i richiedenti asilo privi di mezzi, una volta esaurita la prima fase di accoglienza. Il decreto legge 113/2018 ha ridotto la platea dei destinatari ai soli titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati.
La decisione - Il Consiglio di Stato ha ritenuto legittima la revoca, da parte del Prefetto, delle misure di prima accoglienza nei confronti di un migrante, avvenuta a seguito del rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari (che il migrante aveva ottenuto prima dell'abrogazione decisa dal decreto legge 113/2018). Per i giudici, si tratta infatti di una "cessazione di effetti" delle misure di prima accoglienza per il raggiungimento dello scopo, vale a dire assicurare l'accoglienza per il tempo necessario all'esame della domanda di protezione internazionale, e non di una sanzione a seguito di violazioni gravi.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 7 settembre 2020
In Francia chiude la rivista "Le Débat" perché ciò che viene enunciato dalla testata sembra appartenere tristemente al passato. La buona notizia dalla Francia è che c'è un presidente come Macron il quale, quando si apre il processo agli islamisti che hanno fatto strage dei vignettisti di Charlie Hebdo, difende strenuamente la libertà d'espressione e persino, e qui ci vuole davvero coraggio intellettuale e adesione convinta ai valori della democrazia liberale, "la libertà di blasfemia".
La pessima notizia è che chiude Le Débat, la bellissima rivista fondata nel 1980 per impulso soprattutto di Pierre Nora e che ha rivendicato tra i suoi compiti fondamentali quello di "difendere uno spazio di discussione pubblica". Chiude questa rivista perché lo "spazio di discussione pubblica" sta morendo per asfissia, perché si sta definitivamente spegnendo la civiltà del dibattito. Il fecondo conflitto delle idee si sta estinguendo perché è la stessa diversità delle idee, alimento e carburante delle società libere, a essere considerata un disvalore, perché non si riesce più a reggere la differenza d'opinioni, la lotta civile e leale tra tesi contrastanti, la battaglia condotta con la forza degli argomenti. Oggi, al posto del dibattito, dello "spazio di discussione pubblica", c'è l'apologia del bavaglio, la cultura del sospetto, il processo alle intenzioni, l'iper-semplificazone demonizzante, la caricaturizzazione delle tesi diverse, la rozzezza fanatica del "cancel culture".
Non è solo appannaggio dei più estremisti, è un morbo che ha conquistato anche le persone colte, che dovrebbero avere una certa familiarità con la civiltà del dibattito e invece si accodano all'andazzo aggressivo, brutale, all'impossibilità di discutere, alla mancanza di curiosità.
Proprio mentre si declama l'elogio della differenza e la santificazione del diverso, la diversità e la differenza vengono espulse dal cuore della civiltà del dibattito, che non era assenza di posizioni nette e radicali, tutt'altro, ma si fondava sull'idea che agli argomenti si risponde con gli argomenti e non con l'urlo belluino, la ridicolizzazione dell'avversario, l'incapacità di tollerare la differenza radicale di idee e di opinioni. Le Débat chiude perché ciò che viene enunciato dal nome della testata sembra appartenere tristemente al passato. E la libertà d'espressione rischia di vivere i sui momenti peggiori nelle democrazie sempre meno liberali (e sempre meno democratiche).
Ristretti Orizzonti, 7 settembre 2020
Il Garante comunale dei detenuti di Crotone Federico Ferraro ha presentato alla Direzione della Casa Circondariale di Crotone il progetto "Laboratori esperienziali" che è stato ideato e programmato dall'Associazione "Forever Young", nelle persone della Psicologa dott.ssa Pamela Liotti e del Mediatore Penale dott.ssa Assunta Trifino.
Il progetto che attende l'approvazione da parte della Amministrazione penitenziaria territorialmente competente, ha come obiettivo specifico quello di far riconoscere ai detenuti le proprie emozioni, prendere consapevolezza di queste attraverso il confronto con se stesso, elaborando il vissuto personale valorizzando la funzione rieducativa della pena.
L'articolazione del progetto prevede le seguenti strutturazioni che si potranno adattare in base alle normative e tempistiche in tempo di Covid-19:
Il "Barattolo delle emozioni" è un'attività che (causa - ed effetto) si realizza attraverso un grosso barattolo contenente dei bigliettini rappresentanti le emozioni (rabbia, disprezzo, ansia, paura e insicurezza). A ciascun partecipante viene chiesto di pescare un bigliettino e raccontare un episodio legato a quell'emozione;
"I quattro sensi" è un laboratorio che richiede l'attivazione dei quatto sensi quali olfatto, udito, tatto e gusto. I partecipanti seduti in maniera circolare verranno a rotazione bendati dal conduttore, il quale poggerà la mano sulla spalla di ognuno di loro, come messaggio di vicinanza e di accompagnamento, nel corso del viaggio emozionale interiore che ognuno è chiamato a compiere;
"Il blu e il colore della comunicazione" è un'attività che consiste nel formare delle coppie casuali, che si ritagliano un posto riservato dove l'uno si racconta all'altro. Dopodiché le coppie si staccano e l'intera attività si svolge in maniera circolare. Ogni membro racconterà la storia dell'altro narrandola in terza persona. I partecipanti si passeranno la parola lanciandosi un gomitolo blu tenendone il capo.
"L'Elettrocardiogramma delle emozioni primarie" si realizza attraverso l'utilizzo di un grande cartellone appeso alla parete, sul quale è riportato il disegno di un elettrocardiogramma. Ogni partecipante è invitato a scrivere su ogni punta dell'elettrocardiogramma la percentuale, compresa fra 1 a 100, in relazione al rapporto che ha con quella specifica emozione. La finalità di questo laboratorio è quella di capire quali emozioni prevalgono in quella persona sia esso adulto o minore, e comprendere su quali lavorare;
"Il collage del tempo" fa riferimento alle tre dimensioni del tempo, il passato, il presente e il futuro. Attraverso delle immagini, frasi, foto, ritagliate da giornali/riviste precedentemente richiesti, ogni partecipante può raccontarsi nelle tre dimensioni temporali incollando le immagini scelte, su un cartoncino. A lavoro concluso, il conduttore chiederà ad ogni partecipante quando spazio ha attribuito ad ogni dimensione, come si colloca rispetto ad ognuna di esse e quale di queste porta un peso più grande.
Le attività saranno svolte in maniera del tutto gratuita. Il Garante comunale esprime un plauso alle professioniste per la disponibilità ad offrire questo servizio a 360 gradi.
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