di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 10 settembre 2020
Il caso di Colleferro come altri in Italia. E le ultime parole del ragazzo ucciso come quelle di George Floyd negli Usa. "Vi prego, basta, non respiro più". Sono le ultime parole di Willy mentre dei ragazzi poco più grandi di lui lo stavano pestando a morte. Perché era meno forte di loro, perché aveva un colore della pelle diverso dal loro. Sono le stesse parole, proprio le stesse, di George Floyd mentre un poliziotto gli teneva il collo sotto il suo ginocchio per un numero interminabile di minuti. Due episodi molto diversi tra loro, che sarebbe sbagliato accostare, ma uniti dalle stesse parole delle vittime.
Non respiriamo più. Ci toglie il fiato un'onda di violenza e di odio che sembra impossibile da frenare. L'odio non è un virus. È una terribile malattia sociale. La storia ci ammonisce a capirne le ragioni, prima di essere travolti dallo tsunami. Nasce, in primo luogo, dalla diseguaglianza sociale, dalla insicurezza del futuro, dalla sensazione che la vita sia un rischio, persino una minaccia, e non una possibilità. L'odio sociale è figlio delle crisi economiche e porta a individuare nell'altro il pericolo per la propria serenità e stabilità. E "l'altro" è chi ti viene indicato come colui che ti sta sottraendo ricchezza, come un intruso che viene a mangiare nel tuo piatto. È il "nemico" del quale hanno bisogno le idee autoritarie che si fondano sulla negazione delle differenze.
Le parole sono importanti. Ed è importante selezionarle: scartarle non meno di sceglierle. Ci sono parole che determinano comportamenti, che sdoganano e legittimano veleni che la fatica, il sangue e il sacrificio del novecento avevano riposto in un cassetto. Il loro riemergere toglie il respiro. Mi ha colpito, tra i messaggi dei social citati da un bel servizio del tg di Enrico Mentana, il tweet di un essere umano che, pubblicando il volto di una donna nera, la chiamava "scimpanzè". Mi ha fatto venire alla mente un'immagine della Difesa della razza, il giornale che costruì le condizioni del consenso alle leggi razziali del fascismo.
È la fotografia di un vero gorilla, pubblicata nel novembre del 1942, proprio mentre i nostri soldati, trattati come bestie dal fascismo, morivano in Russia. La didascalia dell'immagine recita: "No: le cure del parrucchiere lo lasceranno scimmione come prima. Così un ebreo non potrà mai diventare ariano, malgrado tutti i virtuosismi anagrafici". Gli ebrei furono demonizzati. Furono descritti come un pericolo sociale, economico e un attentato alla purezza della cosiddetta "razza ariana". Si cominciò con le parole dell'odio e si finì ad Auschwitz.
Se è vero che uno dei parenti degli aggressori ha detto ai giornalisti "In fin dei conti cosa hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un immigrato", non è difficile capire che quel pregiudizio, quell'idea che non tutte le vite umane siano uguali, è tornato tra noi, come un demone difficile da governare. Al fondo di quella vicenda - per la parte penale saranno i magistrati a chiarire - c'è in ogni caso questo substrato: il corpo di un immigrato, che venga lasciato affogare in mare o venga pestato a sangue, vale meno degli altri.
Per i segni che possiamo trarre dalle vicende di cronaca, spesso utili per decifrare il proprio tempo, il pestaggio di Willy mi ha fatto pensare a quello che significò, alla metà degli anni settanta, la notte del Circeo, quando un gruppo di giovani dell'estrema destra seviziò e uccise Rosaria Lopez e ferì, ledendole la vita, Donatella Colasanti.
L'odio corre veloce, oggi. È alimentato dall'anonimato dei social e dall'impunibilità di parole che, se pronunciate in pubblico, sarebbero inammissibili. I social sembrano una stanza chiusa, invece che una maglia di una rete. Lì tutto è possibile, per minoranze che usano le parole come randelli, come l'olio di ricino del duemila. Persino nelle reazioni all'uccisione di Willy si sono conosciuti orrori. Coloro che volevano condannare l'odio e il razzismo hanno scritto alla moglie di uno degli arrestati che aspetta un bambino dicendo: "Ti meriti di abortire", oppure "Spero che tuo figlio muoia come Willy". Si pensa ormai che l'unica forma di reazione all'odio sia altro, contrapposto, odio. È la stessa spirale degli anni settanta.
Sono minoranze. Non bisogna mai dimenticarlo, per non sbagliare. Non si deve pensare che le parole del veleno appartengano alla grande maggioranza degli italiani che invece oggi soffrono per la morte di quel ragazzo che voleva solo mettere pace, difendere un suo amico. Ed è inutile prendersela con i tatuaggi o con le palestre. Significa guardare il dito invece della luna.
Il vero problema è che esiste un profondo malessere sociale, educativo, culturale nel nostro Paese. La pandemia, precipitando l'Italia nella crisi più profonda dal dopoguerra, sta accelerando i rischi di scollamento. E personalmente temo molto, in assenza di segni di ripresa, gli effetti dei licenziamenti che arriveranno al termine della moratoria. Sul campo rischiano di restare solamente le parole violente che giocano furbescamente con questo malessere, lo esasperano, lo indirizzano verso qualcuno. Chi, nel discorso pubblico, le usa spregiudicatamente si assume una grave responsabilità. E rischia di essere l'apprendista stregone di fenomeni che non riuscirà poi a controllare. Non sembri un paradosso, ma un antidoto all'odio è il conflitto. Quel sano, collettivo strumento di ogni vita democratica. Quello che nel passato ha tradotto la rabbia in energia ed è stato potente strumento di cambiamento.
Una società in crisi, con una vita pubblica di marmellata, con l'indistinto che prevale sulla nettezza delle magnifiche differenze del pensiero è esposta a potenti rischi di involuzione. L'odio può generare, con il consenso popolare, risposte autoritarie che, nel nostro tempo, possono convivere con garanzie formali. Ma Navalny, gli intellettuali turchi, il dissenso ad Hong Kong ci raccontano come, per slittamenti progressivi, la democrazia, sotto sistemi autocratici, sia destinata a consumarsi. La morte di quel ragazzo sorridente, che voleva fare il cuoco e tifava per la Roma, che si sentiva italiano perché era italiano, richiede che si depongano i guantoni e si usi il cervello.
Colleferro, Alatri, Macerata sono Italia. Quei casi ci hanno detto qualcosa di grande e di inquietante. Ma rischia per tutti noi di valere il titolo di un film di Eduardo De Filippo tratto da "Le voci di dentro". Si chiamava "Spara forte, più forte, non capisco!". Nella commedia un personaggio, lo zio Nicola, aveva smesso di parlare per sempre perché deluso dal mondo e comunicava con gli altri in un solo modo: attraverso i "botti". Odiatori e indifferenti stanno lastricando il nostro futuro di intolleranza, razzismo e violenza. Se vogliamo evitare che anche noi, delusi dal nostro tempo, ci si riduca ad esprimerci con "botti" violenti, dobbiamo sempre ricordare le parole che Martin Luther King, uno che ha cambiato il mondo, disse nel 1963 a Washington: "Le nostre vite iniziano a finire il giorno in cui taciamo sulle cose che contano".
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 10 settembre 2020
Ci sono delitti più orribili di altri. O almeno che suscitano maggior rabbia indignazione per la loro efferatezza, ferocia e stupidità. L'assassinio di Willy Monteiro a Colleferro è uno di quelli. Come l'atroce massacro del Circeo, che dopo 45 anni non è ancora stato dimenticato e segna ancora un spartiacque nella storia sociale e culturale di questo Paese.
È normale che sia così, ed è anche giusto. Emozioni del genere, per quanto comprensibili e giustificate, non dovrebbero tuttavia assumere il comando e far velo a tutto il resto. Bisogna per esempio pesare le parole e aspettare che siano noti parecchi elementi oggi oscuri prima di azzardare, ad esempio, paragoni con il delitto del Circeo.
Gli assassini di Willy devono essere puniti. Ma a farlo deve essere una giustizia capace di pesare con attenzione fatti e responsabilità individuali, non influenzata da un'opinione pubblica furente che trova nei social un potentissimo megafono e neppure da luoghi comuni e demonizzazioni o, peggio, da un paio di fotografie. In questi giorni, sui social, migliaia di persone hanno chiesto di ' buttare la chiave'. Come se il rispetto delle garanzie e del dettato costituzionale che finalizza la pena alla risocializzazione fosse una variabile dipendente dall'efferatezza del crimine invece che dal percorso di recupero e da una valutazione non vendicativa e non emotiva del delitto.
Questa visione dei diritti e della natura della pena come variabili dipendenti è la regola, non l'eccezione. In questi giorni Cesare Battisti chiede appunto il rispetto dei suoi diritti sanciti per legge, la fine di un isolamento che non potrebbe superare i sei mesi e dura da un anno e mezzo, il potersi cucinare cibi adeguati al suo stato di salute. Nessuno se ne occupa perché, insomma, è pur sempre Cesare Battisti, diventato per una parte sostanziosa dell'opinione pubblica una delle tante personificazioni del male che i media si dilettano a costruire, rispetto alle quali diritti e persino la Carta si possono ignorare. La chiave, bisognerebbe dire forte e chiaro, non si butta mai. Non si butta per nessuno.
La tentazione di rispondere alla richiesta di punizione esemplare lavorando sul capo d'accusa rischia di essere forte. Specialmente se uno dei primi quotidiani italiani strilla nel titolo che "il pestaggio è durato 20 minuti". Dovrebbe andare da sé che un pestaggio di 20 minuti non è plausibile neppure alla lontana e, nell'irrealistico caso, andrebbe incriminato per complicità l'intero paese. La differenza tra come si sono svolti i fatti, una rissa con feroce pestaggio durata una manciata di secondi, e lo strillo di Repubblica si misura in anni di galera: è quella che passa tra l'omicidio volontario e preterintenzionale.
Dovrebbe essere una banalità anche affermare che non si sbatte mai il mostro in prima pagina, per ragioni di civiltà che prescindono dalla gravità del crimine. Anche qui, però, il rischio di viziare le indagini è concreto. Per due giorni abbiamo visto campeggiare le foto di due fratelli palestrati, accompagnate da articoli sensazionalistici e passaggi a effetto. In quella rissa qualcuno ha certamente tirato il calcio fatale. I quattro picchiatori coinvolti, almeno tre dei quali tra cui i fratelli Bianchi esperti in arti marziali, si accusano a vicenda.
Sarebbe ingenuo pensare che la guerra lampo mediatica contro i due palestrati sbattuti in prima pagina non incida sulla valenza delle diverse deposizioni e non giochi a sfavore dei Bianchi. Inevitabilmente la tragica e tristissima vicenda ha innescato un vortice di sociologismi che non dicono nulla sulla vicenda di Colleferro ma raccontano moltissimo sul mondo in cui viviamo e sullo sguardo miope quando non apertamente fazioso degli opinion makers di turno.
Qualcuno e l'è presa con le palestre, anche se le medesime sono frequentate da decine di migliaia di persone che non tirano calci omicidi, qualcun altro, molti altri per la verità, con ' il fascismo', anche se non risulta alcuna appartenenza a formazioni di estrema destra dei quattro arrestati. Non importa. Il fascismo ha smesso da un pezzo di essere un'appartenenza politica. È diventato una specie di categoria antropologica che permette sillogismi a manetta: chi picchia è per ciò stesso fascista. Da cui deriva anche il sillogismo inverso. Chi si dichiara fascista è per ciò stesso picchiatore e carogna.
Il paragone con la mattanza del Circeo è utile, più per le differenze che per le somiglianze tra i due casi. Nel 1975 tre giovani di estrema destra abituati a esercitare violenze efferate torturarono per una notte due ragazze, le stuprarono e poi cercarono a freddo di ucciderle entrambe, riuscendo a finire per caso solo una delle due, Rosaria Lopez mentre l'altra, Donatella Colasanti ne uscì miracolosamente viva. Il disprezzo per la vita umana era palese. La convinzione di una superiorità quasi razziale su due vittime femmine e "borgatare" facilmente intuibile. Il sadismo e la ferocia conclamati. Da quel che è per ora emerso, la vicenda di Colleferro ha tratti diversi.
C'è la rissa tra ragazzi di due paesi diversi, c'è parecchio odioso bullismo, c'è la tracotanza dettata della superiorità fisica, c'è il culto discutibile per la prestanza ostentata, c'è la superficialità di chi picchia avvalendosi di quell'addestramento, forse senza rendersi conto delle possibili conseguenze. Forse c'è anche di più. Forse c'è davvero un accanimento che denota una ben maggiore efferatezza. Forse c'è una componente razziale che è difficile non sospettare ma che è tutt'altro che certa. Questo saranno le indagini e gli approfondimenti a dirlo.
Non possono essere due foto e una raffica di articoli che cercano più l'effetto forte che la verità fredda. Solo che anche il giornalismo italiano è probabilmente, a propria volta, conseguenza di una temperie sociale e culturale che poi, certo, amplifica e porta alle estreme conseguenze ma che non determina. È il bisogno diffuso di trovare il male assoluto, qualcuno di compiutamente perfido, di totalmente "cattivo", con cui prendersela.
Può essere Johnny lo Zingaro, un disadattato trasformato "nell'essenza del male". Può essere Cesare Battisti, uno dei tantissimi che negli anni 70 fecero scelte sbagliate e omicide, elevato a simbolo del male, dunque privo anche dei diritti garantiti a tutti gli altri.
Può essere il nemico politico, visto non come sostenitore di idee o ideologie opposte ma come un'etnia antropologicamente criminale. Tra i tanti problemi che la notte feroce di Colleferro indica questo, pervasivo com'è, tale da condizionare ogni dimensione dalla socialità alla politica, non figura in fondo alla lista.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 10 settembre 2020
L'incendio nella notte distrugge le baracche dove vivevano in condizioni disumane quasi 13 mila richiedenti asilo. "Ho sentito il grido di disperazione dei rifugiati" raccontava ai primi di agosto Armin Laschet, candidato alla presidenza della Cdu, il partito della cancelliera Angela Merkel, appena tornato da un viaggio al campo di Moria, sull'isola greca di Lesbo.
Tra martedì e mercoledì notte quel grido ha preso la forma di un incendio che ha devastato il campo profughi più grande d'Europa. I vigili del fuoco hanno combattuto a lungo per spegnere le fiamme e alla fine quello che si è presentato agli occhi di tutti è stato uno scenario di totale distruzione.
Per fortuna non si registrano né vittime né feriti, ma tutto il resto è finito in cenere. Bruciate le tende e le baracche all'interno della quali sopravvivevano a stento, secondo i dati aggiornati al 7 settembre dal governo greco, 12.767 richiedenti asilo (la capienza massima del campo è di 2.967 posti). Bruciato il Ric, il Centro di registrazione e identificazione dell'Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati. E sono finiti in cenere anche i locali gestiti all'esterno del campo da una ong internazionale e adibiti alla quarantena delle 35 perone risultate positive al Covid. "Il paradosso è che è andato distrutto anche il container ospedale donato dal governo olandese e mai utilizzato" racconta Andrea Contenta, responsabile diritti umani di Medici senza frontiere in Grecia.
Il risultato è che almeno 6.000 persone non hanno più nemmeno quel misero rifugio sul quale potevano contare fino a ieri, mentre alcune migliaia di migranti sarebbero riuscite a fuggire nonostante il cordone di poliziotti in assetto antisommossa subito schierato dal governo di destra guidato da Kyriakos Mitsotakis intorno al campo.
"L'incendio è stato appiccato da alcuni richiedenti asilo come forma di protesta" per le misure imposte per contenere l'emergenza Covid, ha spiegato il ministro per l'Immigrazione Notis Mitarachi nonostante non ci siano prove certe della responsabilità dei migranti. "La combinazione di migrazione e pandemia in queste condizioni sta creando una situazione eccezionalmente impegnativa", ha poi ammesso Mitarachi.
Di sicuro al momento sembrano esserci solo due cose: la prima è che l'incendio sarebbe scoppiato in almeno tre punti diversi del campo, come hanno stabilito i vigili del fuoco che hanno anche raccontato di aver incontrato la resistenza di alcuni migranti agli sforzi per spegnere le fiamme. La seconda è che dietro quanto accaduto c'è l'esasperazione di migliaia di uomini, donne e bambini abbandonati da Atene. "Da tempo avevano chiesto al governo un piano organico per fronteggiare l'emergenza Covid ma non è mai stato fatto, e questi sono i risultati", spiega ancora Contenta.
Da quando la pandemia è arrivata in Grecia, i circa 70 mila richiedenti asilo presenti nel Paese sono tra coloro che hanno pagato il prezzo più alto non per numero di contagi ma per le continue limitazioni alla loro libertà di movimento. E a pagare più di tutti sono stati proprio i 27 mila che si trovano sulle isole dell'Egeo. Cominciato il 21 marzo, per i rifugiati il lockdown è stato infatti prorogato prima fino all'11 maggio, poi fino al 21, per essere in seguito allungato fino al 7 giugno e di nuovo fino al 19 luglio per finire con una nuova scadenza fissata per il 15 settembre prossimo.
Il tutto accompagnato da misure sempre più stringenti: "A partire da oggi i movimenti di coloro che si trovano nei campi delle isole sono drasticamente ridotti", annunciò a marzo Mitarachi. Per i migranti questo ha significato poter uscire dai campi solo "in piccoli gruppi" tra le 7 e le 19 e con solo una persona per famiglia presente nei gruppi. Inoltre i movimenti sui trasporti pubblici vengono regolati dalla polizia. Anche le ordinazioni di cibo e altri generi essenziali "quando possibile", vanno fatte attraverso il telefono.
Restrizioni che sono andate ad aggiungersi a una situazione di sovraffollante già pesantissime specie a Moria dove quasi 13 mila persone possono avere l'acqua solo per 5-6 ore al giorno, dove in 160 devono dividersi lo stesso bagno e in 500 la stessa doccia. "Le misure sempre più severe imposte ai migranti sulle isole si stanno trasformando in vere e proprie misure di detenzione de facto, del tutto inadeguate peraltro a contenere il diffondersi della pandemia", denunciava solo pochi giorni fa Oxfam. Mentre per Msf "il governo greco sta imponendo una quarantena sconsiderata e potenzialmente molto pericolosa per i migranti e richiedenti asilo del campo di Moria". In serata il ministro dell'Interno Takis Theodorikaks ha annunciato che 3.500 profughi rimasti senza un tetto verranno trasferiti a bordo di un traghetto e di due navi militari, mentre altri 3.500 verranno trasferiti in aree non colpiti dalle fiamme o in centri reperiti dal governo. 400 minori non accompagnati verranno invece trasferiti nell'entroterra.
di Dimitri Deliolanes
Il Manifesto, 10 settembre 2020
L'isola sarà in "stato di emergenza" per quattro mesi. Quanto basta per trasferire tutti gli ex ospiti di Moria nei campi situati nel continente, recintati e sotto il controllo della polizia. La vera notizia non è che l'incendio sia scoppiato ma che non sia scoppiato prima. In questi cinque anni la vecchia caserma abbandonata di Moria è diventata un enorme ammasso di anime con più di 15 mila ospiti, con punte di 20 mila. Gli incidenti erano all'ordine del giorno: risse per l'acqua, scontri tra bande, attacchi alle donne sole, violenze sui bambini, suicidi. Ma anche tende andate a fuoco da fornelli rovesciati, rivolte di chi aspetta da anni, assalti disperati alle barche, attacchi e incendi di fascisti greci e d'importazione. Da tempo la catastrofe era all'ordine del giorno. Alla fine è arrivata.
Moria era un inferno senza colpevoli. Le domande di asilo vanno a rilento perché la burocrazia greca ed europea non regge alla pressione. I migranti sono costretti a stare a Lesbo a causa del famigerato accordo tra Merkel ed Erdogan. Il presidente turco vede nei flussi migratori un'occasione in più per espandere il suo potere e ricattare gli europei. Nell'ultimo anno ha giocato pesantemente questa carta. A marzo ha mandato migliaia di immigrati a sfondare il confine greco sul fiume Evros, ma gli è andata male. Più tardi ha intensificato gli sbarchi sulle isole dell'Egeo. Malgrado i ripetuti respingimenti della Guardia Costiera greca (sempre negati), nell'ultimo anno ci sono stati più di 20 mila nuovi arrivi, facendo crescere il numero dei migranti in Grecia a poco meno di cento mila persone.
Il premier greco Kyriakos Mitsotakis è il principe di una delle dinastie politiche del paese, si interessa di economia e vive della comunicazione (propaganda) che gli assicurano in maniera corale tutte le emittenti tv del paese. L'acutizzarsi del problema migratorio è l'ultima delle sue preoccupazioni. Appena il suo partito di destra (con punte di estrema destra) Nuova Democrazia ha vinto le elezioni nel luglio 2019 ha subito abolito il ministero dell'Immigrazione fondato a suo tempo da Tsipras.
Salvo poi tornare sui suoi passi e rifondarlo pochi mesi dopo, collocandovi a capo un cortigiano non brillante, Notis Mitarakis e come vice un ex diplomatico, Giorgos Koumoutsakos, uomo capace ma poco ascoltato a palazzo Maximou, sede del capo del governo.
Il fatto è che questi immigrati non interessano proprio a Mitsotakis, espongono il suo governo alle critiche dell'opinione pubblica internazionale e fanno anche perdere elettori. È indicativo il fatto che in un anno di governo il premier non ha mai voluto visitare alcuna struttura di accoglienza per farsi un'idea del problema.
In compenso, aveva visitato Moria il ministro dell'Ordine Pubblico Michalis Chrisochoidis, tanto per fare capire che l'immigrazione era cosa sua. Il premier si è accontentato di essere prima notizia nei telegiornali per giorni interi per aver "convinto" Merkel ad accogliere 50 minori non accompagnati.
Ieri mattina, mentre non era stato ancora spento l'incendio di Moria, Mitsotakis si è messo la cravatta e si è piazzato davanti alla sua telecamera preferita. Ha alzato il dito verso le vittime, sostenendo che l'incendio era il risultato della loro "violenta reazione" ai controlli sull'epidemia che avrebbero provocato "disordini di grande ampiezza", sposando così la versione secondo cui l'incendio sarebbe stato provocato dallo scontro tra 35 profughi trovati positivi e gli altri, diffusa dai poliziotti in un primo momento ma non confermata in seguito.
Ora si trasferiscono a Lesbo navi in disarmo per ospitare più di 13 mila anime disperse in tutta l'isola, inclusi 408 minori non accompagnati. Per rastrellarle sono state trasferite tre compagnie di celerini, mentre l'isola sarà in "stato di emergenza" per quattro mesi.
Quanto basta per trasferire tutti gli ex ospiti di Moria nei campi situati nel continente, recintati e sotto il controllo della polizia, di cui Mitsotakis vorrebbe aumentare il numero ma le reazioni xenofobe dei suoi elettori glie lo impediscono. In quelli già aperti e funzionanti sono stati già rinchiusi in questi giorni i profughi che hanno ottenuto asilo politico ed erano stati costretti a dormire per terra in Piazza Viktoria di Atene. La strada o il filo spinato, sotto l'ombra del manganello, ecco la politica migratoria della destra greca.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 10 settembre 2020
Una cosa è sicura: le carceri francesi hanno un grosso problema con gli elicotteri. Pascal Payet c'è riuscito due volte, a evadere. Anzi, per la verità, sono tre le fughe in elicottero che portano la sua firma. Era stato arrestato a Parigi nel 1999 dopo una rapina a un furgone blindato in Provenza in cui c'era scappato il morto.
Nel 2001, poco prima del processo, riuscì a evadere dalla prigione di Luynes a bordo di un elicottero che era stato sequestrato da alcuni suoi complici. Nel 2003 è lui a organizzare la fuga di alcuni detenuti "pesanti" sempre dal carcere di Luynes e sempre per mezzo di un elicottero. Lo arrestano nel 2005, lo condannano a trent'anni. Cominciano a spostarlo da una prigione all'altra, trenta in nove mesi, per non dargli il tempo di pensare una fuga e per non dare modo ai suoi complici all'esterno di organizzarla.
Eppure, il 14 luglio 2007, approfittando della festa nazionale francese, quattro uomini mascherati e armati di tutto punto arrivano alla prigione di Grasse con un elicottero sequestrato all'aeroporto di Cannes-Mandelieu, tirano fuori Payet dall'area di isolamento dove si trovava, e se lo portano via. Fu nuovamente arrestato il 21 settembre 2007 a Mataró, nella periferia nord di Barcellona e da allora, per motivi di sicurezza, nessuno sa dove sia.
La fuga più recente in elicottero è una fotocopia. Il primo luglio 2018, tre uomini incappucciati e armati di fucili d'assalto arrivano in elicottero al centro penitenziario dell'Ile-de-France meridionale a Réau, si fanno strada fino al parlatorio dove un detenuto sta incontrando suo fratello, lo prendono e se lo portano via. Stavolta, insieme all'elicottero hanno sequestrato anche il pilota. Elicottero e auto della fuga saranno poi abbandonati bruciati nell'Oise. Il detenuto in fuga - peraltro già evaso da un'altra prigione nel 2013 dopo aver fatto saltare una serie di porte blindate e preso quattro ostaggi - si chiama Rédoine Faïd e verrà catturato definitivamente nell'ottobre.
Ma la pioniera di queste fughe in elicottero è una sposa devota, Nadine, moglie di Michel Vaujour, un rapinatore. È la mattina del 26 maggio 1986. Una donna arriva all'aeroporto di Saint-Cyr-l'Ecole. Sta affittando un elicottero, il che non è insolito: nei mesi precedenti, la giovane donna ha preso lezioni di volo e ora è un pilota regolare e esperto.
Decolla alle 10: 27. Direzione: prigione La Santé, nel cuore di Parigi, è lì che è incarcerato suo marito Michel. L'elicottero sorvola la circonvallazione, arriva alla prigione, si posiziona sopra un cortile e resta in volo stazionario. Nadine lancia un gancio al marito, per mezzo di una canna da pesca telescopica; Michel afferra il gancio, si fa tirare fin sul tetto, si allunga ai pattini dell'elicottero - è fatta. L'elicottero decolla di nuovo e si dirige a sud della capitale. Atterreranno nel parco della Cité Universitaire e scompariranno. Quattro mesi più tardi Michel verrà colpito alla testa durante una rapina e rimarrà paraplegico. Nadine sarà condannata a 18 mesi di prigione e in carcere partorirà la sua bambina.
Ma il vero grosso problema le carceri francesi hanno dovuto affrontarlo con l'emergenza Covid-19. Scrive la Section française dell'O. I.P., Observatoire International des Prisons: "Nelle carceri, lo scoppio della crisi sanitaria ha sorpreso le autorità".
Una cosa è certa: a marzo, lo stato delle prigioni francesi non consentiva loro di affrontarlo. Il paese ha un nuovo record di detenzione, con 72.650 persone detenute. Come rispetti le regole del distanziamento fisico quando, nei centri di custodia, che hanno un tasso di occupazione medio del 140%, tre o addirittura quattro detenuti sono rinchiusi in una cella di nove metri quadrati? Come proteggere, pulire, disinfettare, ventilare quando gran parte dell'infrastruttura è fatiscente e antigienica? Come prendersi cura dei malati quando le unità sanitarie soffrono di una mancanza cronica di risorse e personale? In realtà, ogni prigione costituisce un potenziale focus epidemiologico.
Per anni, la situazione carceraria è stata lasciata peggiorare e la crisi ha gettato una cruda luce su un sistema già malato. I primi annunci del governo non sono all'altezza della situazione e si concentrano sulla riduzione dei movimenti di detenzione e degli scambi con il mondo esterno. Il ministero della Giustizia decide, il 17 marzo, di sospendere le visite, nonché tutte le attività (lavoro, formazione, attività socioculturali e istruzione).
Cresce la richiesta di prendere in considerazione un'altra opzione, l'unica che sarebbe appropriata: ridurre la pressione carceraria.
Più di un migliaio di avvocati, magistrati, operatori sanitari chiedono una riduzione urgente e significativa del numero di persone incarcerate e di evacuare le persone più vulnerabili alla salute: "Non domani. Non la prossima settimana. Oggi". Anche i detenuti, spinti dalla preoccupazione, si stanno mobilitando.
In un testo che circola in vari istituti penitenziari, scrivono: "Noi, prigionieri, accusiamo il sistema giudiziario e carcerario di metterci in pericolo di morte e chiediamo immediatamente lo sblocco di tutte le prigioni". Il governo annuncia il 23 marzo che avrebbe autorizzato il rilascio di 5.000 detenuti a cui manca poco per il fine-pena. Una buona cosa, ma in ritardo e soprattutto ritenuto insufficiente sia dagli osservatori che da alcuni magistrati. Mentre, nei tribunali, i giudici responsabili dell'applicazione delle sentenze, i pubblici ministeri, i funzionari della prigione e gli operatori sanitari lavorano fianco a fianco per far uscire il maggior numero possibile di persone dalla prigione, l'amministrazione cerca di limitare la diffusione del virus in detenzione.
Le logiche di sicurezza - a volte assurde - si oppongono agli imperativi della prevenzione sanitaria: il gel idroalcolico, per dire, è vietato durante la detenzione, poiché l'alcol è vietato; la promiscuità è la regola, che si tratti di passeggiate o di avere accesso a cabine telefoniche, le interazioni sono numerose e i gesti di barriera al virus a volte impossibili; le docce sono condivise e non c'è disinfezione; non c'è alcun involucro di plastica sui cibi, e sono ancora serviti in ciotole di acciaio aperte e la ciotola passa di mano in mano.
Tuttavia, dobbiamo riconoscerlo: il peggio è stato evitato: il virus non si è diffuso come un incendio, come si sarebbe potuto temere - anche se due persone sono morte dopo aver contratto la malattia, un detenuto e una guardia. Ma la trasformazione principale è che sotto l'effetto combinato della politica di rilascio anticipato delle persone alla fine della loro pena, il declino dell'attività giudiziaria e la diminuzione della delinquenza durante il contagio, le carceri francesi ospitavano, il 24 maggio, 13.649 detenuti meno che all'inizio della crisi.
Mentre la Francia ha registrato un'inflazione carceraria continua negli ultimi vent'anni, questa situazione senza precedenti dimostra che è possibile un'altra strada. L'esperienza degli ultimi mesi mette in discussione le pratiche: ' La pena detentiva deve rimanere al centro delle nostre richieste?', si chiede un pubblico ministero".
Uno sguardo sullo stato delle prigioni francesi è desolante. All'inizio del 2020, 35 penitenziari sono stati considerati dalla giustizia francese come luoghi in cui le persone sono esposte a condizioni non dignitose. La dilagante inflazione di carcerizzazione ha ulteriormente peggiorato il deterioramento delle condizioni e portato all'invecchiamento precoce delle infrastrutture: addirittura, un terzo del "parco prigioni" è oggi considerato fatiscente. Sovraffollamento cronico, fatiscenza, insalubrità, scarsa igiene, mancanza di privacy che genera violenza e tensione, mancanza di attività - questi sono i punti salienti messi in evidenza da inchieste e indagini. Anche da parte di organismi internazionali, come le Nazioni Unite che, nel loro ultimo rapporto, deplorano "le condizioni materiali di detenzione inadeguate che prevalgono in questi stabilimenti, in particolare le condizioni fatiscenti e la mancanza di igiene e pulizia".
La Francia è stata condannata 18 volte dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, per le condizioni di detenzione che violano l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (Cedu) che vieta la tortura e un trattamento disumano o degradante, e è stata "sollecitata" a adottare misure strutturali per porre fine al sovraffollamento delle carceri. Due anni fa, Les Echos, il più autorevole quotidiano economico-finanziario francese, aveva sintetizzato la situazione delle carceri francesi in cinque cifre:
1) il 52% delle pene riguarda la prigione, più di una sentenza su due. Solamente nell'11% dei casi, il giudice ha richiesto una pena alternativa come il braccialetto elettronico.
2) 80.000 detenuti in Francia, e solo 11.000 scontano la pena fuori dalle mura della prigione. Tra gli altri 69.000 distribuiti in circa 188 istituti penali, ci sono 20.000 imputati, vale a dire persone imprigionate in attesa di processo. La stragrande maggioranza dei detenuti (97%) sono uomini. Solo 2.500 donne sono in prigione.
3) Prigioni piene al 116%. Con 69.000 prigionieri per 59.765 posti di detenzione, la Francia è tra i peggiori in Europa in termini di sovraffollamento carcerario. Solo il Belgio (127%) e l'Ungheria (129,4%) fanno peggio, mentre la media dell'Unione europea si attesta al 94%.
4) Budget di 2,8 miliardi di euro. Dei quasi 7 miliardi di budget assegnati alla Giustizia nel 2018, quasi il 40% è dedicato all'amministrazione carceraria. Come sono distribuiti? La costruzione di nuovi stabilimenti e la rimessa a norma di carceri malsane da sole arrivano a quasi un miliardo di euro, mentre le spese relative alla sicurezza degli stabilimenti (videosorveglianza, recinzioni, eccetera) continuano a crescere. Al contrario, per il reinserimento dei detenuti, un fattore decisivo nella prevenzione, sono destinati solo 25 milioni di euro, pari allo 0,8% del budget dell'amministrazione penitenziaria.
5) 28.000 agenti. Con un sorvegliante per 2,5 detenuti, la Francia ha uno dei peggiori tassi di rapporto in Europa. Alcuni paesi, come Svezia, Danimarca o Paesi Bassi, hanno persino più agenti dei prigionieri. Il reclutamento di nuovi agenti è stato una delle prime richieste dei sindacati. Ma secondo i dati ufficiali, 2.500 posti di sorvegliante sono attualmente vacanti per mancanza di candidati.
Come si è visto, alcuni di questi dati sono persino peggiorati in questi anni. Che sia una questione annosa, lo dimostra il Rapporto de M. Alvaro Gil-Robles, Commissaire aux droits de l'homme, sul rispetto effettivo dei diritti umani in Francia in seguito alla sua visita negli istituti di pena dal 5 al 20 settembre del 2005. Al termine di una missione in 32 stati europei, tra cui sedici giorni trascorsi in Francia, Gil- Robles classificò le carceri francesi tra le peggiori d'Europa. In un'intervista rilasciata a Libération, descrisse in particolare la prigione di Baumettes a Marsiglia come un "luogo ripugnante".
Il livello delle prigioni francesi è dietro quello della Moldavia - sostenne Gil-Robles. "Il tasso di suicidi in detenzione (115 decessi nel 2004) è 6,4 volte superiore alla media francese, l'assistenza medica è insufficiente o addirittura inesistente, mentre dal 70 all' 80% dei detenuti soffre di disturbi psichiatrici e un terzo è tossicodipendente quando entra in prigione - sottolinea il rapporto.
Il numero di lavori penitenziari è diminuito del 30% dal 2000. Solo un terzo dei detenuti è retribuito. Il tasso di formazione è al minimo da dieci anni". Nel 2013, Marie Crétenot e Barbara Liaras dell'European Prison Observatory, hanno rilasciato un paper, pubblicato dall'associazione Antigone, sulle Prison conditions in France. Tra le altre cose, si cercava di capire quale impatto potesse avere avuto la crisi economica del 2008 sullo stato delle prigioni e sulla condizione dei detenuti. Vi si legge: "La crisi economica non ha avuto alcun impatto sul bilancio annuale dell'amministrazione carceraria. È in costante aumento dal 2008 (1,9 miliardi di euro nel 2008, 2,51 nel 2013).
Tuttavia, la maggior parte dei fondi aggiuntivi è stata assegnata per aumentare il "parco carcerario" (costruzione di nuove prigioni nell'ambito di partenariati pubblico-privato) piuttosto che per iniziative di riabilitazione come lo sviluppo di attività di detenzione.
Malgrado ciò, la crisi ha inasprito il declino dell'offerta di lavoro fornita dai partner privati. Gran parte del lavoro disponibile per i prigionieri è lavoro industriale, un settore in declino in Francia, colpito dalla crisi. Il numero di detenuti impiegati nel settore industriale è diminuito del 9% dal 2008. Inoltre, alcune organizzazioni di formazione o associazioni coinvolte in attività socioculturali e istruzione per la salute o attività di pre-rilascio hanno subito un taglio dei sussidi". Forse, gli elicotteri non sono il più grosso problema delle carceri francesi.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 10 settembre 2020
Secondo il marito, la donna arrestata nel 2016 per sedizione sarebbe vittima di uno scontro diplomatico: il Regno Unito ha un vecchio debito di 400mila sterline con l'Iran, ma non lo paga senza l'avvallo degli Usa. Domenica prossima Nazanin Zaghari-Ratcliffe, che da quattro anni è prigioniera in Iran con l'accusa di aver tentato di sovvertire il regime iraniano, dovrà comparire di nuovo di fronte a un giudice: nei suoi confronti sono state mosse nuova accuse, ma non si sa bene quali, nemmeno i suoi legali ne sono a conoscenza. Quello che da giorni vanno ripetendo è che Nazanin sia vittima di uno scontro diplomatico tra il Regno Unito e l'Iran per il pagamento di un vecchio debito che Londra ha nei confronti di Teheran.
Zaghari-Ratcliffe, cittadina anglo-iraniana, lavorava come responsabile di progetto per la Thomson Reuters Foundation: nel 2016 fu arrestata in Iran mentre andava a fare visita alla sua famiglia con la figlia piccola e condannata a cinque anni per sedizione, accusa che ha sempre respinto. L'Iran non riconosce la doppia cittadinanza. Lo scorso marzo Nazanin Zaghari-Ratcliffe è stata trasferita dal famigerato carcere di Evin, il penitenziario alla periferia di Teheran dove sono rinchiusi molto detenuti politici, agli arresti domiciliari sotto il controllo di un bracciale elettronico per via dell'emergenza Covid19.
Ma due giorni fa gli addetti del tribunale rivoluzionario le hanno notificato un nuovo mandato che la obbliga a comparire davanti al giudice domenica, per difendersi in un processo da nuove accuse indefinite, che il portavoce del ministero degli Esteri britannico ha definito "indifendibili e inaccettabili" chiedendo che la donna non torni in prigione. Il marito di Nazanin, Richard Ratcliffe, ora chiede al governo inglese di "fare di tutto per proteggerla" convinto che la vita di sua moglie sia ostaggio di uno scontro diplomatico di difficile soluzione.
Gli avvocati di Nazanin ripetono da tempo che la detenzione della donna è un mezzo di pressione che Teheran usa per riscuotere da Londra il pagamento di un vecchio debito che ammonta a circa 400 milioni di sterline per una fornitura militare che risale ai tempi dello Shah. L'Inghilterra di recente ha riconosciuto il debito, ma secondo il marito di Nazanin e gli avvocati della donna il governo non ha fatto i passi necessari per ripagarlo per timore di creare tensioni con l'amministrazione Trump.
Il 25 agosto gli avvocati hanno scritto una lettera al ministro della Difesa Ben Wallace accusando il governo di "procrastinare" il pagamento e di avere un approccio meno efficace degli Usa per la liberazione dei cittadini britannici con doppia nazionalità detenuti in Iran. Nella lettera, gli avvocati accusano l'International Military Services (Ims), un'agenzia governativa del Regno Unito, di continuare "a sollevare ogni possibile obiezione legale al pagamento del debito" e di non aver ingaggiato "un dialogo costruttivo con Teheran".
"Il governo del Regno Unito sta apparentemente aspettando il permesso implicito del governo degli Stati Uniti di pagare i debiti (...) che consentirebbe a Nazanin (e ad altri cittadini britannici innocenti) di tornare finalmente a casa", scrivono i legali. Le Nazioni Unite hanno definito la detenzione di Nazanin "arbitraria e illegale".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 10 settembre 2020
Arrestato il difensore dei diritti Maxim Znak. Una dopo l'altra, come le pedine di un domino, le figure più importanti dell'opposizione a Alexandr Lukashenko, stanno cadendo nelle mani del regime. Imprigionate o costrette all'esilio mentre nel paese si susseguono manifestazioni di protesta al momento senza che il potere del presidente ne risulti scalfito.
A sole 48 ore dall'arresto e il tentativo non riuscito di espulsione di Maria Kolesnikova (rapita e portata al confine con l'Ucraina) ieri è stata la volta di Maxim Znak, l'ultimo dei 7 membri del Consiglio di coordinamento, l'organo istituito dall'opposizione per sovrintendere a un eventuale trasferimento di potere dopo le elezioni, ufficialmente vinte da Lukashenko ma secondo la sfidante Svetlana Tsikanovskaya macchiate da pesanti brogli. Il coordinamento è sempre stato considerato dal presidente come un attentato alla sicurezza nazionale.
Il 39enne Znak è un avvocato che in precedenza ha lavorato a fianco dell'altro candidato alla presidenza costretto all'esilio, Viktor Babaryko. Le circostanze del suo arresto sono state raccontate alla stampa da un collaboratore del legale, Gleb German. Ieri Znak avrebbe dovuto prendere parte a una videoconferenza ma ben presto si è capito che non sarebbe riuscito ad intervenire.
Quando è stato chiamato dagli altri l'avvocato si è limitato ad una breve comunicazione dicendo "qualcuno è arrivato" e poi ha riattaccato. Particolare inquietante è una porzione di un messaggio che sarebbe riuscito ad inviare nel quale è stata digitata solo la parola "maschere". Si ritiene che questo sia un riferimento alle coperture per il viso indossate dai servizi di sicurezza bielorussi.
Altri testimoni hanno poi riferito di aver visto Znak essere condotto lungo una strada vicino ai suoi uffici da uomini travisati e in abiti civili. Sembra dunque essersi verificato quello che l'avvocato dell'opposizione bielorussa aveva paventato solo qualche giorno fa in un'intervista alla Bbc: "Fingo di essere rilassato. È un'abitudine professionale, ma in realtà sono molto preoccupato e spaventato".
Come in altri casi la polizia deve ancora commentare le notizie sulla detenzione e le modalità dell'arresto, lo stesso successo pochi giorni fa in occasione del tentativo d'irruzione nell'appartamento di Svetlana Alexievich, premio Nobel 2015 per la letteratura membro del Consiglio di coordinamento. Interrogata dagli uomini della polizia è considerata il capro espiatorio per un giro di vite su tutta l'opposizione.
Repressione che da quando sono iniziate le proteste è passata dalla violenza indiscriminata di piazza alle minacce personali con arresti selettivi di attivisti e oppositori. Come dimostra ciò che è successo martedì scorso quando la polizia ha disperso alcune centinaia di persone radunate a Minsk in solidarietà con la Kolesnikova, alla fine però gli arrestati sono stati "solo" 45 secondo quanto riporta il centro per i diritti umani di Viasna.
Sul piano internazionale la Ue ha minacciato sanzioni, si è schierata con l'opposizione ma non ha dato ancora seguito ai provvedimenti annunciati. Una postura tenuta in realtà anche da Washington che al di là della preoccupazione non ha espresso una volontà concreta di colpire economicamente Lukashenko. Quest'ultimo intanto potrebbe partire per Mosca da un momento all'altro, sul tavolo al Cremlino sembra esserci un piano di integrazione della Bielorussia con Mosca.
di Angela Stella
Il Riformista, 9 settembre 2020
Intervista a Fabio Gianfilippi, magistrato di sorveglianza di Spoleto: "Il nostro lavoro è molto delicato ma viene riscoperto dalla stampa solo a fronte di polemiche, mai per i dati positivi".
Stampa e fonti istituzionali vogliono far passare il messaggio che ci sarebbe una bufera sul Tribunale di Sorveglianza di Sassari: ad aprile il caso Zagaria, ora quello dell'evasione di Giuseppe Mastini. Il Fatto Quotidiano ha titolato ieri "Lo Zingaro evade: i soliti giudici di Sassari", lo stesso pensiero di qualcuno a via Arenula.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 9 settembre 2020
Cesare Battisti avvia uno sciopero della fame e delle cure per le patologie di cui soffre per chiedere che al debito che sta pagando in carcere non continui a sommarsi l'isolamento forzato che nessuna sentenza gli ha inflitto ma che, a suo parere, sa di una subdola vendetta per i gravissimi crimini che ha commesso negli anni di piombo.
di Renato Farina
Libero, 9 settembre 2020
Prima è stato lasciato libero per 25 anni, ora che è in prigione si accaniscono e lui si mette in sciopero della fame: non è il caso. Che si fa con Cesare Battisti? Ancora prima di sentire in quali condizioni stia scontando i suoi due ergastoli, sembra a tutti, destra e sinistra, sempre troppo poco quel che sta patendo, qualunque cosa stia patendo, a prescindere da qualsiasi notizia filtri dalle mura del carcere, rispetto a quattro omicidi e innumerevoli rapine commessi. Se saltasse fuori, e non è questo il caso, che una goccia d'acqua gli cade ostinatamente in testa, e nessuno intende fermarla, si direbbe: sta zitto, bestia. Soffri e taci, mostro.










