di Gianni Santucci
Corriere della Sera, 12 settembre 2020
Prima dell'epidemia, negli uffici dei giudici di pace si lavorava al ritmo di cinque udienze e 60 fascicoli circa alla settimana. Lo stesso volume di attività che i magistrati onorari avevano ripreso da martedì. Ma dal pomeriggio è subentrata la drastica limitazione che era stata studiata come massima cautela nei mesi di giugno e luglio: una sola udienza a settimana, e cinque fascicoli. Non accade al tribunale ordinario e non avviene neppure in nessun altro ufficio del giudice di pace d'Italia, fatta esclusione per Napoli. Così adesso la maggior parte dei magistrati si chiede: "Perché il tribunale riprende a pieno regime, sui trasporti pubblici non ci sono quasi più limitazioni, le scuole riaprono, e solo il nostro lavoro deve restare a "regime minimo"?".
Alle 9 del mattino, la ripresa. A metà pomeriggio, il (nuovo) blocco. Accade tutto nel giro di poche ore, martedì scorso, quando i giudici di pace di Milano (non avendo ricevuto indicazioni contrarie) riprendono la loro attività giudiziaria regolare, pur con tutte le precauzioni anti-Covid. Lastra di plexiglass di fronte ai tavoli dei giudici, gel sulle scrivanie per pulire le mani prima di toccare qualsiasi carta, mascherine per tutti, distanziamento nelle stanze, pur piccole, e nei corridoi. Al pomeriggio però, negli uffici di via Francesco Sforza, la "Fase 3" della gestione dell'epidemia (la completa ripresa con precauzioni) viene bloccata da un provvedimento del presidente del Tribunale ordinario Roberto Bichi: e fa una capriola all'indietro col ritorno immediato alla "Fase 2", quella con pesanti limitazioni che era stata stabilita alla fine del lockdown.
In numeri, cosa significa? Prima dell'epidemia, nel Civile, ognuno dei quaranta giudici di pace di Milano teneva in media due o tre udienze a settimana, in cui trattava circa 15/20 fascicoli per udienza. Dunque, in totale, una media di almeno 50/60 fascicoli a settimana. E questo è il volume di attività che i magistrati onorari della Guastalla avevano ripreso da martedì mattina. Dal pomeriggio, però, la drastica limitazione che era stata studiata come massima cautela nei mesi di giugno e luglio: dunque, una sola udienza a settimana, con soli 5 fascicoli. Non accade al Tribunale ordinario (pur con tutte le difficoltà della situazione), e non avviene neppure in nessun altro ufficio del giudice di pace d'Italia, ad esclusione di Napoli. E la maggior parte dei magistrati oggi si chiede: "Perché? Perché il Tribunale riprende a pieno regime, sui trasporti pubblici non ci sono quasi più limitazioni, le scuole riaprono, e solo il nostro lavoro deve restare a "regime minimo"?".
La decisione ha due pesanti ricadute. La prima, generale, su tutte le persone che attendono una decisione su questioni spesso decisive per la propria esistenza: cartelle esattoriali da decine di migliaia di euro, sospensioni della patente, ricorsi contro le multe, sinistri stradali sotto i 25 mila euro, mancati rimborsi per "vacanze rovinate".
Molte di queste cause in programma da marzo a maggio scorsi (l'attività è rimasta del tutto azzerata per l'emergenza sanitaria dal 6 marzo all'8 giugno), e che già all'epoca erano state rimandate a settembre e ottobre, in questi giorni vengono rinviate di nuovo, e slittano a dicembre o gennaio 2021, in alcuni casi anche oltre, fino alla prossima primavera inoltrata.
Per avere un quadro complessivo, nel trimestre del lockdown l'ufficio del giudice di pace nel settore civile ha definito solo 1.019 processi, a fronte dei 3.724 dei primi tre mesi dell'anno. I processi pendenti sono 15.868, rispetto ai 14.854 del trimestre precedente. Nel penale, tra marzo e maggio, sono stati chiusi solo 9 processi contro i 160 di febbraio (quelli accumulati oggi sono 1.869 contro i 1.400 di febbraio).
Ripartire (davvero) significava recuperare, e tenere il "servizio" al consueto livello. Il secondo aspetto critico riguarda invece i giudici di pace, che sono magistrati, ma senza alcuna stabilità di lavoro, senza previdenza, senza maternità, senza malattia, senza ferie, una professione al servizio dello Stato senza alcun riconoscimento dei diritti del lavoro: e pagato "a cottimo".
I giudici di pace fanno un lavoro "stabile", al servizio della cittadinanza, ma se non lavorano o lavorano in misura ridotta (per qualsiasi causa) non vengono retribuiti. Ma a volte capita, come in questo periodo, che non vengono retribuiti neppure se hanno lavorato: lo stipendio di agosto (relativo a giugno) non è stato versato. Disguidi. Problemi organizzativi dal ministero. I magistrati hanno scritto al premier Giuseppe Conte e al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Nessuno ha risposto.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 12 settembre 2020
Moria. Dieci paesi Ue si distribuiranno i profughi. Altri inviano materiale, che l'isola non vuole. La popolazione locale cerca di bloccare la costruzione di un nuovo campo a qualche chilometro dal porto di Mytilene. Di fronte alla catastrofe di Lesbo, ieri sono saliti a dieci i paesi Ue che si sono uniti all'iniziativa franco-tedesca della vigilia, per accogliere 406 minori non accompagnati, già evacuati e trasferiti dall'isola nella Grecia continentale: oltre a Francia e Germania, che ne accoglieranno 100-150 ciascuno, l'Olanda si è detta disposta ad accogliere un centinaio di persone (il 50% minorenni), mentre Finlandia, Belgio, Lussemburgo, Slovenia, Croazia e Portogallo hanno dato la loro disponibilità. A questa lista si aggiunge la Svizzera (mercoledì la Norvegia aveva proposto di accogliere una cinquantina di persone).
I 10 Paesi Ue comprendono gli 8 che già partecipano al programma a favore dei minorenni rifugiati, sulla carta destinato a 2mila persone, nei fatti realizzato soltanto per 640 finora. Altri paesi si limitano ad aiuti materiali: la Polonia ha annunciato ieri l'invio di 156 unità di abitazione attraverso il meccanismo di protezione civile della Ue. La commissione ha deciso ieri di inviare aiuti supplementari alla Grecia, rafforzando un programma lanciato nel marzo scorso, a cui hanno risposto 17 paesi, e che si è tradotto nell'invio di materiale come tende, materassi, coperte. Inoltre, da aprile Austria, Repubblica ceca, Danimarca, Olanda e Francia hanno inviato a Lesbo 4 container di medicine e una postazione medica mobile. Molti paesi rifiutano l'accoglienza e optano per l'aiuto economico, per ragioni di politica interna. È il caso dell'Austria, per esempio, dove in queste ore il dramma di Moria sta creando forti tensioni nell'alleanza di governo tra i popolari di Sebastian Kurz e i Verdi.
La Ue manda materiale, ma a Lesbo non lo vogliono, la popolazione locale cerca di bloccare la costruzione di un nuovo campo a qualche chilometro dal porto di Mytilene, la situazione è sempre più violenta. L'obiettivo dei poteri locali di Lesbo e di molti abitanti è impedire che i rifugiati possano restare nell'isola: da 5 anni conviviamo con questa situazione, dicono, adesso tocca ad altri nella Ue far fronte alla presenza dei migranti. Il commissario alle Migrazioni, il greco Margaritis Schinas, ha sottolineato ieri che "Moria è un richiamo severo a tutti i paesi membri, abbiamo bisogno di solidarietà nelle politiche migratorie". Ha l'ardire di dirlo anche il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, accusato di aver intasato e bloccato i rifugiati nel campo di Moria e di sbandierare "legge e ordine" inumani: "L'Europa deve passare dalle parole agli atti di solidarietà". Per Angela Merkel, la "catastrofe" di Moria può permettere "infine" di arrivare a una politica comune delle migrazioni, dopo "un primo passo" con l'iniziativa franco-tedesca "a cui altri dovranno seguire".
Cinque anni dopo la crisi dei rifugiati dalla Siria, dopo anni di blocco della riforma del sistema di Dublino II, dopo aver più volte rimandato la scadenza, a fine mese la Commissione dovrebbe presentare un nuovo Patto per la migrazione e l'asilo, per un coordinamento delle politiche e un diritto d'asilo comune. Nella Ue la pressione migratoria è diminuita drasticamente con la crisi del Covid, anche se i ritorni forzati nei paesi d'origine sono stati praticamente bloccati. Nell'Unione ci sono oggi 878mila procedure in corso in seguito a domande d'asilo. La Brexit aprirà un altro fronte. Dal 1° gennaio 2021 la Gran Bretagna non sarà più tenuta a rispettare le regole di Dublino e si apre quindi un baratro, in particolare con la Francia, che diventerà "paese periferico". La questione dei migranti non è menzionata nell'accordo di divorzio tra Ue e Gran Bretagna, ma Londra, che vuole riprendere il controllo delle proprie frontiere, ha già fatto sapere che estenderà la politica dei charter, per respingere e rimandare nella Ue i clandestini arrestati sul suo territorio. Quest'anno, 5.400 persone sono riuscite a passare la Manica sulle small boats (ieri una cinquantina di migranti sono stati soccorsi dai gendarmi su due imbarcazioni di fortuna e riportai in Francia). Nel 2019, 24mila erano state intercettate su camion in coda per il tunnel sotto la Manica.
La Repubblica, 12 settembre 2020
Un rapporto di 47 pagine, "Justice as a Weapon: Political Persecution in Bolivia", di Human Rights Watch documenta casi di accuse infondate o sproporzionate, violazione della libertà dell'attuale governo. Il governo ad interim della Bolivia sta abusando del sistema giudiziario per perseguitare soci e sostenitori dell'ex presidente Evo Morales, che a sua volta deve affrontare accuse di terrorismo, che sembrano essere politicamente motivate.
Lo riferisce Human Rights Watch in un rapporto pubblicato oggi. Un rapporto di 47 pagine, "Justice as a Weapon: Political Persecution in Bolivia", documenta casi di accuse infondate o sproporzionate, violazioni del giusto processo, violazione della libertà di espressione e uso eccessivo e arbitrario della detenzione preventiva nei casi perseguiti dal governo. Human Rights Watch ha anche trovato esempi di abuso del sistema giudiziario contro gli oppositori di Morales, durante il suo governo.
Quell'indipendenza dei PM dal potere politico che manca. "I pubblici ministeri (PM) possono e devono indagare se dispongono di informazioni credibili che qualcuno, inclusi ex funzionari governativi, ha commesso un crimine", ha detto José Miguel Vivanco, direttore per le Americhe di Human Rights Watch. "Ma è fondamentale che i funzionari della giustizia operino in modo indipendente e rispettino i diritti fondamentali" Morales è stato costretto a dimettersi nel novembre 2019 ed è fuggito dal Paese tra le proteste a livello nazionale scatenate dalle accuse di frode elettorale - ora contestate - e dopo che i comandanti delle forze armate e della polizia gli hanno chiesto di dimettersi.
Le pressioni dell'attuale governo sui pubblici ministeri. Jeanine Áñez, ex senatrice diventata presidente ad interim, ha avuto la possibilità di rompere con il passato e garantire l'indipendenza giudiziaria. Invece, il suo governo ha pubblicamente fatto pressioni su pubblici ministeri e giudici per promuovere i suoi interessi, portando a indagini penali su oltre 100 persone legate all'amministrazione Morales e ai sostenitori di Morales per presunta sedizione o terrorismo. Molti altri sono indagati per presunta appartenenza a un'organizzazione criminale, abbandono dei doveri e altri crimini. Molti dei casi sembrano essere politicamente motivati.
Accuse di terrorismo: è bastata una telefonata a Morales. Human Rights Watch ha esaminato migliaia di documenti del tribunale e rapporti di polizia in 21 di questi casi e, nel febbraio 2020, ha avuto accesso al fascicolo completo delle indagini sul terrorismo contro Morales, composto da oltre 1.500 pagine. Human Rights Watch ha anche intervistato 90 persone, tra cui il ministro dell'Interno Arturo Murillo, il difensore civico Nadia Cruz, pubblici ministeri, avvocati della difesa, partecipanti a blocchi stradali e manifestazioni - sia a favore che contro Morales - testimoni di violenza e parenti dei manifestanti uccisi. I pubblici ministeri hanno accusato alcune persone di terrorismo semplicemente per aver avuto contatti telefonici con Morales, ha rilevato Human Rights Watch. Altri sono stati accusati di crimini per aver esercitato la loro libertà di espressione criticando il governo online.
Il rapporto descrive tre casi, tra gli altri.
1) - I pubblici ministeri hanno accusato Patricia Hermosa, avvocato ed ex capo del personale di Morales, di terrorismo, finanziamento del terrorismo e sedizione basata esclusivamente sul suo contatto telefonico con Morales dopo le sue dimissioni. È stata arrestata il 31 gennaio 2020 ed è stata tenuta in custodia cautelare fino al 5 agosto senza accesso alle cure mediche durante la gravidanza. Ha avuto un aborto spontaneo a marzo.
2) - I pubblici ministeri hanno accusato un sostenitore di Morales, Mauricio Jara, di sedizione, istigazione a commettere un crimine e crimini contro la salute pubblica, apparentemente in base al suo esercizio della libertà di parola. Come prova della sua attività criminale, la polizia ha affermato che Jara aveva definito il governo "un tiranno" e "dittatoriale", aveva definito l'uccisione nel novembre 2019 di almeno 10 manifestanti a Senkata un "massacro", aveva "informato male" gli altri e aveva ha esortato le persone a protestare. Attualmente è tenuto in custodia cautelare.
3) - A seguito delle leggi boliviane che scoraggiano formalmente la detenzione preventiva, il giudice Hugo Huacani ha concesso gli arresti domiciliari a Edith Chávez, una domestica di un ex funzionario dell'amministrazione Morales il cui caso è anche descritto nel rapporto. Ore dopo, due avvocati del governo hanno denunciato il giudice alla polizia per una possibile "mancanza di indipendenza". La polizia ha arrestato il giudice e lo ha trattenuto fino al giorno successivo, quando un altro giudice ha stabilito che il suo arresto era illegale. Il ministero dell'Interno ha sporto denuncia penale contro il giudice Huacani per presunta inadempienza e per aver emesso decisioni che violano la legge.
L'accusa di terrorismo allo stesso Morales. Morales, che è in esilio in Argentina, è stato accusato di terrorismo e finanziamento del terrorismo, ciascuno punibile fino a 20 anni di carcere. Morales sta anche affrontando indagini penali in altri casi, sebbene le accuse non siano state ancora presentate. Le accuse di terrorismo contro Morales si basano su una telefonata del novembre 2019, fatta pochi giorni dopo che Morales ha lasciato l'incarico, in cui una persona sospettata di essere Morales ha esortato un associato a mobilitare i manifestanti per bloccare le strade nelle città e impedire l'ingresso di cibo. La persona dice che devono "combattere, combattere, combattere" e giura di "intraprendere una dura battaglia contro la dittatura".
Il blocco delle strade. I manifestanti in Bolivia usano spesso i termini "lotta" e "battaglia" per riferirsi alle loro manifestazioni. Il blocco delle strade è anche un mezzo di protesta comune in Bolivia e in altri paesi della regione. Sia i manifestanti "anti", che quelli "pro" Morales hanno bloccato le strade durante i disordini di ottobre e novembre. Dopo le dimissioni di Morales il 10 novembre, i suoi sostenitori hanno intensificato le proteste, bloccando le strade principali e provocando carenze di carburante e cibo che hanno provocato picchi di prezzo in alcune aree.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 12 settembre 2020
Dopo l'assassinio dell'avvocato Ordóñez proteste, e altre morti, in 15 città del Paese. Julieth Ramírez, 19 anni, studentessa di psicologia, stava tornando a casa con un'amica quando, trovatasi in mezzo alle proteste, si è all'improvviso accasciata al suolo, raggiunta al cuore da uno sparo. È morta sul colpo. Cristian Camilo Hernández, 26 anni, due figlie di 2 e 7 anni, stava realizzando la sua ultima consegna a domicilio della giornata, nel quartiere di Verbenal. È allora che, secondo un testimone, sarebbe stato fermato e trascinato via da due poliziotti, che poi gli avrebbero sparato in testa.
Julieth e Cristian sono appena due delle almeno dieci vittime della violenta repressione delle proteste esplose in Colombia in seguito alla morte di Javier Ordóñez, ucciso dalle scariche elettriche e dai colpi inferti da due agenti della polizia di Bogotà. Quasi tutti giovani dai 17 ai 27 anni, come soprattutto giovani sono le vittime dei nuovi massacri che stanno insanguinando il paese, quelli che il presidente Iván Duque insiste a definire "omicidi collettivi".
La violenza poliziesca dilaga per la capitale, trasmessa in diretta attraverso i video pubblicati dai media indipendenti e rilanciati dalle reti sociali. Filmati che mostrano una donna che cade a terra ferita e una decina di poliziotti che piomba su di lei e sul suo soccorritore colpendoli selvaggiamente, o un agente che corre sparando ad altezza uomo contro i manifestanti, tra tanti esempi di uso indiscriminato di armi da fuoco da parte di membri della polizia in almeno quattro località della capitale (Verbenal, Suba, Kennedy e Bosa).
Qualcuno si ostina a chiamarle "mele marce". "Apprezziamo il lavoro della nostra forza pubblica", ha assicurato il presidente Duque, invitando a ricondurre "questi fatti" a casi individuali e mettendo in guardia dal rischio di "stigmatizzare" la polizia. E lo stesso tono ha usato il ministro della Difesa Carlos Holmes, denunciando una campagna di delegittimazione delle forze dell'ordine.
Ma non la pensano sicuramente così le migliaia di persone che giovedì, per il secondo giorno consecutivo, hanno dato vita a una quindicina di manifestazioni nella sola Bogotà, più ad altre a Cali, Medellín, Pasto e in altre città del paese, chiedendo giustizia per i morti e condanne esemplari per i responsabili degli assassinii, delle cariche violente, degli arresti arbitrari, delle aggressioni a giornalisti indipendenti e difensori dei diritti umani. Mentre le Ong esigono che vengano sospesi immediatamente tutti gli agenti operativi a Verbenal, dove la repressione è stata più brutale, oltre al comandante della polizia di Bogotà.
È una mobilitazione, quella innescata dall'omicidio di Ordóñez, che risente indubbiamente del clima di esasperazione già tradottosi nel grande sciopero nazionale proclamato a novembre dalle principali organizzazioni sindacali e studentesche contro le misure ultraliberiste del governo Duque.
E ciò prima che la pandemia, con i suoi circa 700mila casi di contagio e gli oltre 22mila morti, aggravasse ulteriormente il quadro, non solo esercitando un impatto devastante sui settori più poveri della popolazione, ma anche provocando un parallelo aumento delle violenze sia paramilitari che poliziesche.
È quanto denuncia anche il rapporto "Il malgoverno dell'apprendista: autoritarismo, guerra e pandemia" diffuso il 9 settembre da più di 500 organizzazioni come bilancio del secondo anno del governo Duque. Un anno caratterizzato, secondo il rapporto, da una chiara involuzione rispetto alla difesa diritti umani, dall'aumento della violenza e delle disuguaglianze, da "una pericolosa concentrazione di potere" nell'esecutivo - 164 decreti legge in tre mesi, solo 11 dei quali relativi al sistema di salute - e da "attacchi all'indipendenza della giustizia".
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 12 settembre 2020
È l'odio per l'odio, epidemia sottovalutata, a fare da solvente a quella colla sociale che ha fatto di noi una democrazia rispettabile e rispettata. Minimizzando, si diventa complici di una mutazione di cui la notte di Colleferro è una sirena d'allarme che fingiamo di non sentire.
Forse abbiamo un problema più urgente del Recovery Fund, dell'esito del referendum o di chi vincerà alle prossime Regionali. Persino più urgente dell'onda rimontante dei contagiati dal Coronavirus. Il problema è la rabbia, che sta sradicando le protezioni sociali che la contenevano e dilaga senza freni, senza limiti. Il problema è che cosa stiamo diventando come Paese, rassegnati al peggio.
Il problema, per esempio, è Willy Monteiro Duarte, straziato di botte e lasciato lì a rantolare, rannicchiato come un feto, in una piazza di Colleferro, che è intorno a Roma ma potrebbe essere ovunque. Willy pestato a sangue e a morte da tre o quattro balordi tatuati, appena più adulti di lui, scesi da un suv nero per sistemare a modo loro un inizio di rissa. Lui che prova a rialzarsi da terra dopo ogni scarica di colpi, facendosi forza sulle braccia, fino alla botta letale.
Aveva cercato di smorzare gli animi appena si erano accesi, in soccorso di un amico finito sotto il tiro dei nuovi selvaggi. Dai, smettetela, andiamo via. "Non dimenticherò mai il rumore del suo corpo che cadeva", dirà un testimone. Sono le tre di notte, finirà di spegnersi alle cinque, squassato da una furia senza causa, senza senso. La fine tragica di un sabato italiano, ma di un'Italia brutta e cattiva che non vogliamo riconoscere, più indifferenti che allarmati.
Il funerale di Willy, oggi, è il funerale di una nazione che non sa più educare né proteggere i propri figli, dove accelerano, come ha scritto su questo giornale Walter Veltroni, i rischi di scollamento. Ed è l'odio per l'odio, epidemia sottovalutata, a fare da solvente a quella colla sociale che ha fatto di noi una democrazia rispettabile e rispettata. L'odio per chi è diverso, per chi viene da fuori, per chi è grasso, per chi è debole, per le donne, per chi ha un handicap, per chi prova ad opporsi alla legge del più forte, che non rientra, non ancora almeno, tra le leggi che come nazione ci siamo dati.
Guardatela e riguardatela, per favore, la foto di Willy Monteiro Duarte a scuola, con una camicia di jeans, la sfumatura alta dei capelli crespi, così sorridente e felice, così dolce verso la vita e i compagni che gli stavano accanto. Aveva 21 anni, lavorava come apprendista cuoco e sognava di diventare calciatore. Era un ragazzo buono, italiano di Capo Verde, che è come dire italiano di Ascoli o di Biella. Forse non c'entra nemmeno il colore ambrato della sua pelle, anche se il colore della pelle ricomincia a fare la differenza, in peggio per chi non è bianco bianco.
Cronache di questi giorni. A Lecce, alla cerimonia di consegna della cittadinanza onoraria a Yvan Sagnet, camerunense, attivista per i diritti dei braccianti, il centrodestra (centro?) ha abbandonato l'Aula comunale per protesta. In un meeting a Ostrava, Yeman Crippa, azzurro di mezzofondo, trentino nato in Etiopia, stabilisce il nuovo record nazionale sui 5 mila metri e dai social gli augurano di "fare la fine di Zanardi" (che tra l'altro, grazie al cielo, sta migliorando).
Luca Caprini, consigliere comunale della Lega a Ferrara, poliziotto e sindacalista, è indagato per aver messo un "mi piace" a un post su Facebook dove s'inneggiava a Hitler e ai forni crematori per attaccare il cantante Sergio Sylvestre, americano nero, colpevole di aver storpiato l'Inno di Mameli a una partita di calcio. La frase che ha attirato il suo like: "Ma quel signore con i baffi che adoperava i forni non c'è più?".
Si dirà: immondizia da social, sfogatoio di pessimi umori e peggiori istinti. E minimizzando, circoscrivendo, sminuendo i teppismi nazistoidi a goliardate o a esuberanze di una gioventù in cerca di un futuro più glorioso di quello che si prospetta, si diventa complici di una mutazione di cui la notte di Colleferro è una stazione non secondaria, una sirena d'allarme che fingiamo di non sentire.
In una delle interviste che ha gentilmente concesso per i suoi freschi novant'anni, Liliana Segre, senatrice a vita e vittima di Auschwitz, non minimizza: "La fine di quel ragazzo è un naufragio della civiltà". Poi ricorda in che modo nascono gli incubi della storia: "Io purtroppo ho visto come si comincia a odiare qualcuno e come si insegna a farlo, mettendo prima la persona in ridicolo, poi facendo del bullismo. E dalle parole violente, il passo successivo sono i fatti violenti, finché si arriva ad ammazzare". Gli ebrei nella Germania che sarà hitleriana erano lo 0,75 per cento della popolazione. Si riuscì a convincere i tedeschi che la causa principale dei loro problemi erano proprio gli appartenenti a quella minuscola percentuale.
Si è riacceso in questi giorni tristi, tra fiaccolate per Willy e frasi di circostanza dei leader politici, un dibattito ammuffito: l'esecuzione a calci e pugni di quel ragazzo buono è uno dei segni del ritorno di una certa mentalità fascista? Come se certificare in quale categoria storica rientri la notte della vergogna di Colleferro possa mettere qualche anima in pace.
Certo, l'armamentario di tante parole seminate anche in questa campagna elettorale tende ad alimentare il fuoco sempre più ardente della rabbia, piuttosto che sopirlo. Documentatissime inchieste sul campo (Paolo Berizzi le ha concentrate nel suo ultimo libro) dimostrano come molte palestre di combattimento estremo, tipo quelle frequentate dagli arrestati per la mattanza di Willy, siano incubatrici dell'ultradestra, specie giovanile. I titoli di alcuni giornali, per esempio sull'aggressione a Salvini da parte di una donna congolese che gli ha strappato camicia e rosario, scherzano anche loro col fuoco, con la responsabile dell'ingiustificabile assalto che diventa la "nera" (meglio di "negra", se ci accontentiamo).
Si prepara un nuovo fascismo? Tanti atteggiamenti e altrettante omissioni contribuiscono, e non poco, al lievitare di un fenomeno che promette strappi violenti ai sentimenti e ai valori condivisi, almeno fino a non molto tempo fa, dal nostro Paese. Questo fenomeno si potrebbe chiamare "sfascismo", parente dell'Italia in orbace, del menefrego, della presunta (molto presunta) superiorità italica, ma con una caratteristica che le masse docili al Duce non avevano: l'infedeltà a tutto e a tutti, fuorché a sé stessi, e al proprio branco.
È nutrito, lo sfascismo, da una insofferenza quasi fisica a qualsiasi regola, comprese le mascherine. Si lascia riempire da parole d'ordine che semplificano, fino a brutalizzarla, la complessità del momento che il mondo vive, e l'Italia più di altri soffre. E si nutre di sogni, lo sfascismo, tutto sommato meschini: molti soldi con poca fatica, zero senso del dovere, nessuna disponibilità al passo lento del sacrificio. Sono cuori, tanti cuori pieni di niente, che andrebbero sanificati, come gli ambienti adesso che c'è il virus. Ma troppo pochi e troppo poco ci provano.
Accanto alla fotografia di Willy, provate a mettere una di quelle dei suoi presunti carnefici, con le facce feroci su corpi scolpiti, con abiti, accessori e ambienti poco compatibili con redditi guadagnati in onestà: balza all'occhio che sono due Italie che non possono comunicare e forse nemmeno coabitare. La tragedia è che la seconda sta avanzando spavalda, ma sembra che la cosa preoccupi soltanto gli incrollabili affezionati ai rudimenti della Costituzione, alla Carta dei diritti dell'uomo e della donna. Il fatto che il premier Conte partecipi ai funerali di Willy Monteiro Duarte, indossando l'ideale camicia o maglietta bianca come richiesto da suo padre Armando, ci fa sentire meno soli, appena un po' consolati.
di Samuele Marchi
ilbuonsenso.net, 12 settembre 2020
Un progetto nato dagli operatori del carcere della Dozza di Bologna per restare in contatto con i detenuti nonostante le limitazioni di accesso dovute al lockdown e per trasformare l'unico mezzo tecnologico presente in tutte le celle, tv e radio, da mezzo generalista a strumento integrato nel progetto educativo, al servizio di insegnanti, psicologi, educatori.
È nata con questo spirito "Liberi Dentro – Eduradio", "una voce amica e solidale" che porta in carcere - sia come radio sia come piattaforma televisiva - contenuti artistici, culturali, lezioni dei docenti, esperienze, interviste e tanto altro prodotto da volontari presenti in varie città dell'Emilia-Romagna, tra cui Faenza stessa, a supporto e fruizione dei carcerati.
Una radio per portare approfondimenti e cultura nelle carceri - Grazie infatti al contributo di tante associazioni giovanili, anche la città manfreda partecipa a pieno titolo nel progetto e ha già una puntata all'attivo e tante altre idee da mettere in campo.
Proprio per coinvolgere e presentare la realtà Eduradio a tutta la cittadinanza, sabato 12 settembre all'Arena Cinema Europa (corso Europa, 79) alle 20.30 sarà organizzato un evento pubblico e gratuito in cui sarà proiettata la una nuova puntata di Eduradio realizzata dalle associazioni faentine. Ospiti dell'evento saranno, in collegamento da Bologna, fra Ignazio De Francesco e Caterina Bombarda, promotori del progetto; e Roberto Lolli, presidente di Avoc Associazione Volontari Carcere.
Tante associazioni faentine collaborano al progetto - Per la qualità della sua proposta, il progetto Eduradio è stato presentato ufficialmente anche al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Tra le associazioni faentine partecipanti si segnalano: Fronte Comune, Ami - Amici di un mondo indiviso, Borderlain, Penny Wirton, Farsi Prossimo, Torre dell'Orologio, Asp Romagna Faentina, circolo Arci Prometeo, For Africa, Onde Radio, Occhi di un altro mondo di Radio Sonora, Acsè.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 12 settembre 2020
Sono allegri, fantasiosi e pratici i turbanti confezionati dalle detenute della Sartoria San Vittore, pensati per le donne che devono affrontare una malattia oncologica ma adatti a tutte quelle che amano i colori. Realizzati con tessuti naturali, i turbanti evocano acconciature etniche, quasi una sfida alle tinte più sobrie che spesso si associano alla malattia. Chi li acquista contribuisce a sostenere le attività dell'associazione Go5- per mano con le donne, destinate alle pazienti dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, Fondazione Irccs.
Il progetto "La vita sotto il turbante", che prende spunto dall'iniziativa Turbanti meravigliosi che lo scorso anno ha avuto il patrocinio del Comune e della Camera Penale di Milano, nasce dalla collaborazione della Onlus GO5 con la cooperativa Alice, impegnata, con la sua Sartoria San Vittore, nel reinserimento lavorativo delle detenute.
"Un tempo le donne che dovevano sottoporsi a cure si vergognavano quasi della malattia, la nascondevano sotto trucchi pesanti e parrucche. Oggi il turbante viene portato con disinvoltura - dice Francesca Brunati, tra le fondatrici di Go5 - e invia un messaggio positivo: è divenuto il simbolo della volontà di farcela". "Indossare il turbante può diventare un piccolo rito per prendersi cura di sé, anche al tempo della chemioterapia, oltre a essere una accessorio trasversale che può essere portato da tutte le donne" aggiunge Francesca che lancia anche un appello ad aziende tessili e a privati perché donino garze, cotoni, jersey o altri tessuti, purché naturali.
"La vita sotto il turbante" è una delle iniziative che saranno presentate domenica 13 settembre alle 17, a Milano, nel Giardino condiviso San Faustino, nell'ambito della manifestazione "I talenti delle donne 2020", organizzata dal Comune di Milano.
"Dalla sospensione delle attività per il lockdown la nostra associazione è uscita ampliata negli intenti e nel campo d'azione. All'inizio del progetto eravamo presenti nel solo reparto di ginecologia, oggi operiamo in tutto l'Istituto Nazionale dei Tumori e, in generale, le nostre iniziative sono pensate per tutte le donne malate. Inoltre, collaborando con la Cooperativa Alice, abbiamo creato un ulteriore e stabile canale di solidarietà che arricchisce il progetto, contribuendo a sostenere il lavoro delle detenute".
I proventi della produzione di turbanti - che si potranno trovare durante la manifestazione di domenica in cambio di una donazione minima di 25 euro, oppure acquistare in punti vendita multibrand (consorzio Viale dei Mille1 e Bottega delle Associazioni, Spazioisola, Via Confalonieri, 3) - saranno destinati a un progetto di psico-oncologia online post Covid, con il coordinamento della struttura di psicologia clinica della Fondazione Irccs Istituto Nazionale Tumori di Milano. All'evento del Giardino San Faustino, introdotto da Luca Costamagna, assessore alla cultura e alle politiche sociali del Municipio 3 di Milano, interverranno, tra gli altri, Giacinto Siciliano, direttore della casa circondariale di San Vittore, Diana De Marchi, Presidente della Commissione Cultura Pari Opportunità del Comune di Milano, e Claudia Borreani, coordinatrice della struttura di psicologia clinica dell'Irccs.
Sul palcoscenico, allestito all'interno del giardino, andrà in scena il reading teatrale "Con un filo di voce. Storie di solidarietà femminile". Le attrici Livia Rossi, Noemi Radice e Josephine Capranica leggeranno appunti, riflessioni, versi delle donne detenute coinvolte nel progetto e delle pazienti dell'Istituto Tumori. Tra queste ultime Martina Cimmino, testimonial di tanti modelli di turbanti ma anche autrice e cantante di grande talento. Le attrici daranno voce alle sue ballate restate incompiute perché la malattia non ha concesso a Martina, scomparsa a diciassette anni, il tempo di comporre la musica.
"Credo che far conoscere la sofferenza di altre donne alle detenute che pure vivono una condizione dolorosa, anche se per motivi molto diversi, e offrire loro l'opportunità di creare qualcosa di utile aumenti il valore di questa iniziativa - conclude Francesca Brunati -. Dietro un turbante non c'è solo la volontà di guarire di chi lo indossa, c'è un progetto d'integrazione sociale che aggiunge la forza della solidarietà".
Avvenire, 12 settembre 2020
Il partito nazionale cristiano di Karachi ha organizzato l'iniziativa per sostenere Asif Pervaiz, il cristiano condannato a morte per blasfemia e altri 24 fedeli in prigione con la stessa accusa. Una giornata di sciopero della fame è stata organizzata il 9 settembre scorso dal National Christian Party (Ncp) di Karachi per sostenere Asif Pervaiz, il cristiano che in Pakistan è stato condannato a morte per blasfemia e per altri 24 cristiani in prigione perché accusati dello stesso crimine. Il partito cristiano, come riporta l'agenzia Asia News, chiede la revisione della legge e anche che siano previste pene per chi, per ben altre motivazioni, lancia false accuse di blasfemia.
Il presidente del Ncp, Shabbir Shafqat, ha fermamente condannato la sentenza alla pena capitale di Asif Pervaiz. Il 37enne è stato accusato di aver inviato al datore di lavoro degli Sms contenenti presunte offese all'islam e al profeta Maometto. Le accuse di blasfemia gli erano state mosse proprio dal suo capo, un musulmano, che aveva cercato invano di convincere Pervaiz a convertirsi. Shabbir Shafqat ha anche denunciato che la sentenza di morte è frutto di pressioni esercitate sulla giustizia. Il risultato sono verdetti mossi dalla discriminazione. Nel caso di Pervaiz, non è stato provato che i messaggi siano stati inviati da lui. Non c'è stata alcuna inchiesta forense per verificare il telefono da cui gli sms sono partiti. La polizia ha tratto le conclusioni esclusivamente in base alle dichiarazioni dell'accusa.
"Ho molto timore per il futuro delle minoranze in Pakistan", ha detto il presidente del Ncp. "Questi casi stanno spingendo molti membri delle minoranze a lasciare il Paese. Dobbiamo pregare per la nostra nazione, per le forze dell'ordine in Pakistan e per il sistema giudiziario", ha aggiunto. Lo scorso 8 settembre è intervenuta anche la Commissione Onu per i diritti umani chiedendo al governo pachistano di prendere misure immediate e concrete che evitino la manipolazione della legge sulla blasfemia. È stato anche chiesto che sia assicurata la protezione a giornalisti e difensori dei diritti umani soggetti a minacce. Il giorno in cui Asif Pervaiz è stato condannato a morte, il portavoce Onu per i diritti umani, Rupert Colville, ha detto di seguire con crescente preoccupazione i numerosi casi di incitamento alla violenza, online e offline, contro reporter e attivisti dei diritti umani in Pakistan, in particolare contro donne e minoranze. "Nello specifico sono preoccupanti le accuse di blasfemia che espongono gli accusati a immediati rischi di violenza", ha aggiunto il portavoce.
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 settembre 2020
Intercettazioni. Parla Santalucia, il magistrato che ha scritto il primo testo della riforma. Il giudice di Cassazione ed ex capo dell'ufficio Legislativo di via Arenula: il decreto appena entrato in vigore ha allargato troppo l'uso dei virus spia.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 11 settembre 2020
Parla il regista Marco Bellocchio. Di violenza e non violenza, di storie difficili, hanno sempre parlato i film di Marco Bellocchio. Il regista, Leone d'Oro alla carriera, è da sempre attento ai diritti degli ultimi. Una sensibilità che lo ha portato, dopo aver conosciuto Pannella, ad avvicinarsi alla galassia radicale tanto da candidarsi in parlamento con la Rosa nel Pugno.
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