di Luca D'Auria*
ilfattoquotidiano.it, 14 settembre 2020
Sono naturali e comprensibili le doglianze dei parenti delle vittime di Cesare Battisti alla notizia che al terrorista ed ex latitante sia stata concessa la liberazione anticipata. Ma quanto è accaduto dal punto di vista giuridico, e cioè il riconoscimento della "buona condotta" con conseguente riduzione, nel computo finale, della pena da scontare, è non solamente un fatto preveduto dalla legge e dunque perfettamente in linea con l'ordinamento, ma anche umanamente giusto.
Non ha nulla a che vedere con il concetto abusato di "certezza della pena" e una sua presunta violazione.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 14 settembre 2020
Cassazione - Sezione III penale - Sentenza 3 luglio 2020 n. 19987. Per la configurabilità del delitto di violenza sessuale di gruppo e per l'affermazione della partecipazione allo stesso non è necessario che tutti i partecipi abbiano preso parte a tutti i segmenti della condotta, né che tutti i componenti del gruppo compiano atti di violenza sessuale, essendo sufficiente che dal compartecipe sia comunque fornito un contributo causale alla commissione del reato, anche nel senso del rafforzamento della volontà criminosa dell'autore dei comportamenti tipici di cui all'articolo 609-bis del Cp. Lo ribadisce la Suprema corte con la sentenza 19987/2020.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 14 settembre 2020
Cassazione - Sezione V penale - Sentenza 26 giugno 2020 n. 19368. Integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale la condotta di colui che, per sottrarsi alle forze di polizia, non si limiti alla fuga alla guida di un'autovettura, ma proceda a una serie di manovre finalizzate a impedire l'inseguimento, così ostacolando concretamente l'esercizio della funzione pubblica e inducendo negli inseguitori una percezione di pericolo per la propria incolumità. Nella specie (sentenza della Cassazione penale 19368/2020) il reato è stato ravvisato rispetto alla condotta dell'imputato che si era sottratto all'identificazione degli operanti attraverso una complessa manovra di guida nel corso della quale, alla simulazione di resa, era seguita una proditoria fuga dal parcheggio di un centro commerciale, con concreta esposizione a rischi per le persone, conclusasi - dopo un inseguimento da parte delle forze dell'ordine- solo con l'impatto dell'auto sulla barriera di un casello autostradale.
agi.it, 14 settembre 2020
Nonostante sia passato quasi un anno dal primo via libera unanime, i senatori della Commissione Giustizia, ora, sembrerebbero avere tutta l'intenzione di iniziare l'indagine conoscitiva sulla situazione delle carceri italiane. E lo conferma l'esito di una delle ultime sedute della 2a Commissione, in cui il presidente Andrea Ostellari (leghista, confermato dopo un voto un po' rocambolesco durante il rinnovo delle presidenze) ha riferito ai presenti le proposte avanzate dai gruppi parlamentari durante un ufficio di presidenza.
Il Centro, 14 settembre 2020
Giulio Petrilli (Comitato per il diritto al risarcimento per ingiusta detenzione a tutti gli assolti) manifesterà mercoledì 7 ottobre alle 10 a Roma. "La manifestazione", informa Petrilli, "è stata autorizzata dalla questura di Roma. Sarò nuovamente davanti a Montecitorio a manifestare per chiedere al parlamento di abrogare un comma anticostituzionale che vieta il risarcimento per ingiusta detenzione a coloro i quali, pur se assolti con sentenze definitive, avrebbero contribuito, con il loro comportamento, a favorire il proprio arresto.
Ma può una persona favorire il proprio arresto? Io credo di no, è contro natura. Ma per la legge italiana è possibile. Abrogare un comma del genere, palesemente anticostituzionale, il primo dell'articolo 314 del codice di procedura penale, è quello che chiederemo.
Invito tutti a partecipare. L'ingiusta privazione della libertà personale va risarcita sempre. La commissione petizioni del parlamento europeo mi ha detto che ho ragione, impegnandosi a creare una legge che sancisca il diritto al risarcimento per tutti gli assolti".
di Stefania Mistichelli
cronachepicene.it, 14 settembre 2020
L'associazione di promozione sociale lavora per favore il reale reinserimento sociale di persone con difficoltà: detenuti in regime di misura alternativa alla detenzione, ex-tossicodipendenti, ex alcolisti. Flammini: "Perché il passato di ciascuno è importante, ma il futuro non può però essere pensato solo in termini di utopia".
Nata nel 2000, l'Associazione Amelia mira a sviluppare interventi a favore di un effettivo reinserimento sociale di ex-tossicodipendenti, ex alcolisti e detenuti in regime di misura alternativa alla detenzione e si configura come una struttura educativa e relazionale che interagisce con le strutture ministeriali, con il territorio e con i contesti familiari e sociali.
"Un settore nel quale o ci credi o non riesci ad andare avanti. Questo anno avremmo festeggiato il ventennale - spiega la presidente Enrica Flammini - ma ovviamente per il Covid abbiamo dovuto annullare la tradizionale festa che organizziamo di solito con tutte le istituzioni".
Enrica Flammini è stata un'educatrice, lavorando nella sua carriera in diverse comunità terapeutiche. "Stando in comunità - racconta - vedevo tanti ragazzi con problemi di dipendenza entrare ed uscire in continuazione dal carcere, e quando uscivano non avevano niente se non la strada. Allora ho deciso di trasformare Amelia, nata come nucleo operativo dedicato alla prevenzione (facevamo unità di strada, eventi in piazza con tutte le altre comunità che chiamavamo le "comuniadi" eccetera) in un'associazione che si occupasse di detenuti". Infatti, l'associazione Amelia gestisce a San Benedetto del Tronto un centro diurno, in via Carducci, e una casa alloggio in via Ceci, casa Amelia.
Il primo in condizioni normali, pre covid, poteva ospitare fino a cinquanta ospiti, mentre oggi ne accoglie undici la mattina e undici il pomeriggio. La casa alloggio dispone di otto posti, dove gli ospiti possano stare almeno tre mesi. "È il tempo minimo in modo che possano organizzarsi una volta usciti dal carcere - spiega la presidente - anche perché spesso capita che escano da un giorno all'altro, senza preavviso. In questi casi noi interveniamo e li accogliamo. In questo momento siamo pieni".
Inoltre Amelia dispone di centri di ascolto nei comuni di Cupra Marittima, Grottammare e Martinsicuro Teramo (in collaborazione con i Comuni stessi) e di sportelli di ascolto e laboratori all'interno degli Istituti penitenziari di Ascoli e Fermo. "Con un lavoro di rete - continua la Flammini - accogliamo, per un percorso riparatorio ed educativo, soggetti svantaggiati in regime di misura alternativa alla detenzione e provenienti dai vari Istituti Penitenziari di Marche ed Abruzzo e soggetti bisognosi di aiuto con condizioni economiche compromesse, tra cui ex detenuti e adulti a rischio di emarginazione. Non possiamo ospitare minori e persone con problemi psichiatrici".
La filosofia di Amelia è quella secondo cui il cambiamento deve essere teso a star bene con se stessi, con gli altri e con la società tutta, annullando quindi quell'ideale dello star bene prefigurato da modelli errati. "Il passato di ciascuno - spiega Enrica Flammini - è comunque importante, costituisce il punto di partenza per comprendere gli eventi appartenenti al proprio percorso di vita, merita una rilettura non solo cognitiva ma anche affettiva.
Allo stesso modo è importante il futuro che non può però essere pensato solo in termini di utopia, di progetto a lunghissima scadenza. Per questo, è necessario attribuire valenza positiva alla quotidianità, non già intesa come sterile ripetitività, bensì vissuta come momento privilegiato della relazione e dell'azione".
Come azione di promozione sociale, Amelia si pone, tra i suoi obiettivi, quelli di creare opportunità occupazionali ispirandosi ai principi della solidarietà e della legalità, di sviluppare competenze lavorative, culturali e sociali e potenziare le capacità attraverso la realizzazione di laboratori professionalizzanti. Per svolgere le sue attività, l'associazione conta su un staff di volontari, tutte figure professionali.
"L'equipe - illustra Enrica Flammini - è composta da due psicoterapeuti, due psicologhe, quattro educatori, quattro operatori, due maestri d'arte, due legali e volontari esterni". Ad esempio, sono diversi i laboratori e le attività organizzate all'interno delle Case Circondariali di Ascoli e Fermo. Tra questi, il laboratorio dove i detenuti imparano a realizzare oggetti in legno.
"In particolare - racconta la presidente dell'associazione - ci siamo "specializzati" in oggetti sportivi. I ragazzi realizzano questi oggetti molto belli ispirati alle squadre di calcio del territorio, che poi vendiamo nei mercatini". L'Associazione Amelia, negli anni, ha stipulato importanti convenzioni e collaborazioni: dalla convenzione con il Ministero di Giustizia-Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Macerata-Ascoli Piceno-Fermo a quella con il Tribunale di Ascoli. "Inoltre - aggiunge Enrica Flammini, collaboriamo con diversi servizi, come i Sert di San Benedetto del Tronto, Ascoli, Porto Sant'Elpidio (Fermo) e Nereto (Teramo) e i Comuni di San Benedetto, Grottammare, Cupra Marittima e Martinsicuro (Teramo)". "Tutte le attività e servizi proposti dall'associazione - conclude la presidente - vengono eseguiti in volontariato. Non essendo sostenuta finanziariamente, riesce ad andare avanti grazie all'impegno dei volontari, all'attuazione di piccoli progetti, al sostegno del 5 x mille, alle offerte di privati, ai contributi di aziende, al contributo del Comune di San Benedetto e alle elargizioni nelle parrocchie".
di Alessandra Ballerini
La Repubblica, 14 settembre 2020
Obbedendo inconsciamente all'imperativo morale di Calamandrei "bisogna vedere" siamo tornati a "vedere" il carcere di Marassi con il consigliere Pastorino e il dott. Campus. Bisogna "vedere" e bisognerebbe capire. Per questo la lettura dell'ultima relazione al Parlamento del Garante dei diritti delle persone private della libertà è un ottimo strumento di comprensione anche per chi non ha la possibilità di visitare il carcere.
Mauro Palma, il garante nazionale, durante la presentazione della relazione ha pronunciato una frase che è rimbombata nella testa di ogni ascoltatore, compresi i più distratti: si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti. Il carcere, la privazione della libertà e dunque la mortificazione della dignità scippata della responsabilità personale, è già la pena, di per sé terribile. Non occorre e soprattutto non è giusto né legittimo, aggiungerne altre.
Visitando le labirintiche sezioni del carcere genovese, scambiando gli sguardi con quelli attenti e angosciati delle persone ristrette, parlando con la direttrice e la vicecomandante, si ha la chiara sensazione che chi entra in carcere sia già stato punito e non solo dal giudice. Chi ci accompagna con pazienza e competenza in questo viaggio, ci racconta le storie di tutti questi volti nascosti dalle grate e di ciascuno ricorda i nomi.
Sono storie in cui la "pena" è iniziata ben prima della carcerazione. Sono storie di povertà, migrazioni forzate, disagio sociale, dipendenza, disturbi mentali, tragedie o conflitti familiari. Sono storie di sfortune e inciampi nelle quali è mancata una mano tesa di aiuto e la caduta alla fine si è rivelata rovinosa e senza rete di protezione. Queste persone stanno rinchiuse qui dentro non solo e non tanto per gli errori commessi ma perché non si sa dove altro metterli e perché nessuno se ne è potuto o voluto prendere cura.
Il carcere non è evidentemente la soluzione, ma solo un nascondiglio. Come mettere la polvere sotto il tappeto. In assenza di un numero adeguato di assistenti sociali e psicologi, come lamenta la direttrice, queste creature non vedranno che accrescere i loro disagi e la loro rabbia. Chi il carcere lo vede, chi lo capisce, chi ci lavora, sa perfettamente che nella maggior parte dei casi la prigionia, la punizione fine a se stessa, il dolore e l'emarginazione che comporta, non solo è totalmente inutile ma quasi sempre dannosa e talvolta fatale (il sito Ristretti Orizzonti ci ricorda che nei primi 8 mesi del 2020 nelle carceri italiane sono morte 108 persone e di queste 41 si sono suicidate, ritenendo la morte più accettabile della reclusione).
A Marassi nello scorso ottobre due persone si sono impiccate. Al momento della nostra visita a fronte di una capienza massima di 546 uomini, le persone detenute sono 689. Tra loro molti hanno meno di 25 anni, a volte sono poco più che diciottenni, costretti condividere la pena con adulti. Oltre il 60% delle persone recluse sono straniere e circa un sesto dei ristretti ha problemi di tossicodipendenza.
Il Sole 24 Ore, 14 settembre 2020
Sicurezza pubblica - Misure di prevenzione - Pericolosità sociale - Giudizio - Valutazione. In tema di misure di prevenzione disposte nei confronti di soggetti c.d. pericolosi generici, e nell'ipotesi di aggravamento della misura, il giudizio di pericolosità deve essere strutturato intorno a fatti suscettibili di assumere rilievo quale indice di pericolosità del soggetto ricostruita intorno al requisito necessario, alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 2019, affinchè le condotte sintomatiche di pericolosità possano rientrare in via esclusiva nella lett. b) dell'art. 1 del d.lgs. n. 159/2011 e non su condotte di mera violazione delle prescrizioni imposte con la misura di prevenzione che appaiano riconducibili a manifestazioni delle condizioni psichiatriche del soggetto.
di Felice Cavallaro
Corriere della Sera, 14 settembre 2020
Bengasi vuol far passare per atleti 4 scafisti, condannati per omicidio. Il sequestro dei due natanti e dei 18 pescatori siciliani bloccati a Bengasi da dieci giorni rischia di trasformarsi in una proposta indecente, "comunque irricevibile". Perché dalla Libia, non dalla Tripoli del traballante governo riconosciuto dall'Onu, ma da ambienti considerati vicini al generale della Cirenaica Khalifa Haftar rimbalza in Italia la proposta di una trattativa che trasformerebbe in ostaggi i pescatori accusati di avere violato le acque libiche. Ostaggi da scambiare con quattro libici arrestati nel 2015 a Catania, processati in Corte di assise e in Cassazione, condannati a 30 anni come trafficanti di migranti e assassini. Considerati però da amici, familiari e miliziani libici solo dei presunti "giovani calciatori".
Una tesi bizzarra sostenuta da un nugolo di parenti schierati al porto di Bengasi con cartelli rivolti ad Haftar perché non si tratterebbe di trafficanti, ma di attaccanti e terzini che avrebbero voluto raggiungere la Germania per essere arruolati come professionisti nelle grandi squadre: "Calciatori in cerca di fortuna, migranti come quelli che viaggiavano con loro, non scafisti".
Il contrario di quanto accertato dalla magistratura adesso sconcertata da questa ipotesi definita "ripugnante" dal procuratore della Repubblica di Catania Carmelo Zuccaro: "Altro che giovani calciatori. Non furono condannati solo perché al comando dell'imbarcazione, ma anche per omicidio. Avendo causato la morte di quanti trasportavano, 49 migranti tenuti in stiva. Lasciati morire in maniera spietata. Sprangando il boccaporto per non trovarseli in coperta. Un episodio fra i più brutali mai registrati".
È un quadro surreale perché la richiesta è di fare tornare gli "assassini" in Libia per riprendere a giocare nelle squadre di Bengasi e dintorni. Un quadro destinato ad alimentare polemiche politiche e ad aprire una complessa pagina diplomatica, mentre i servizi di intelligence sono al lavoro invocando riserbo. Ma a temere che il silenzio non aiuti a liberare i pescatori sono i familiari dei 18 siciliani riuniti con gli armatori dei due pescherecci, Antartide e Medinea. Tutti raccolti in un magazzino del porto di Mazara. Decisi a protestare contro "l'inefficienza del governo italiano", come dice Leonardo Gancitano, l'armatore dell'Antartide: "Ci siamo resi che con quel pezzo di Libia hanno rapporti solo Turchia e Francia. E quindi abbiamo pensato che forse è meglio rivolgerci a Macron, anziché a Conte...".
Amara considerazione echeggiata mentre molti ringraziavano solo una deputata eletta a Mazara con i Cinque Stelle, Vita Martinciglio, come affonda Gancitano: "È l'unica a darci notizie. Gli altri impegnati in campagna elettorale. Distratti da quello che diventerebbe un ricatto, se le notizie di uno scambio dovessero prendere davvero corpo". E prova a confortare donne disperate come Rosaria Giacalone, moglie del direttore di macchina di uno dei due pescherecci, o Rosa Ingargiola, madre di Pietro Marrone, il comandante del Medinea: "La notte non si dorme, il giorno si piange, voglio rivedere mio figlio...".
S'affaccia lo spettro del ricatto. Ma ogni margine di trattativa sembra svanire davanti a un processo con imputati considerati responsabili di quella che fu definita "la strage di Ferragosto". Cinque anni fa i quattro libici, tutti fra i 23 e i 25 anni, Joma Tarek Laamami, Abdel-Monsef, Mohannad Jarkess e Abd Arahman Abd Al Monsiff, con quattro marocchini, anche loro condannati e reclusi in carcere, furono accusati di non avere liberato i 49 migranti rinchiusi in stiva. Per questo il procuratore Zuccaro considera l'eventualità di "uno scambio di ostaggi" una enormità giuridica: "Non penso che verremo interpellati, ma da operatori del diritto saremmo assolutamente contrari. Sarebbe una cosa ripugnante".
di Paola Piacenza
iodonna.it, 14 settembre 2020
Sette detenute del carcere di massima sicurezza di Vigevano salgono sul palcoscenico per raccontare la loro perdita dell'innocenza. Un film, che viene presentato alla Movie Week di Milano, le ha seguite nel percorso. Sono mogli e figlie di mafiosi, camorristi, membri della 'ndrangheta. Sono rinchiuse in un carcere di massima sicurezza.
Lì partecipano a un progetto di teatro partecipato: Mimmo Sorrentino, regista, drammaturgo, guida, chiede loro di andare indietro nel tempo fino all'infanzia e fino in fondo a loro stesse. E poi di condividere. Dapprima, insieme. Perché Rosaria si appropri della vita e della storia di Margherita, e il padre di Teresa diventi il fratello Federica. Infine con il pubblico.
Perché a queste donne, che sono "donne di mafia", per la prima volta in Italia è stato concesso di uscire, sotto scorta, per un motivo diverso dai processi. L'incontro con spettatori, studenti e studiosi del fenomeno mafioso, le mette allora di fronte alle loro responsabilità. È difficile rinnegare la Mafia, le origini; ma se le origini sono ferali e violente e se sul palco le attrici urlano il dolore che hanno provato da bambine in quei contesti di violenza, allora ancora una speranza c'è. Anche se ancora in gabbia.
Cattività, film di Bruno Oliviero, che lo dirige, Luca Mosso e Mimmo Sorrentino, segue la preparazione di tre spettacoli del progetto "Educarsi alla libertà" e documenta il percorso di presa di consapevolezza ed emancipazione che le donne compiono insieme. Iniziato nel 2014 il progetto è diventato un caso di rilevanza nazionale non solo per la qualità dei prodotti artistici realizzati (alcune di queste detenute-attrici insegnano teatro in carcere agli studenti del lll anno della Scuola Paolo Grassi), ma soprattutto per le ricadute sociali e giuridiche che ha generato.
Il film porta a epigrafe una frase di Nando Dalla Chiesa: "Quando le sette donne tornano insieme sul palco, felici dell'accoglienza, e le si vede una accanto all'altra nei loro abiti curati, l'applauso capisce di essere giusto, non blasfemo verso le vittime di quei clan che portano quei cognomi. Se stiamo scoprendo la legalità o lo spirito della legge, non saprei. Certo queste donne stanno cercando di scoprire sé stesse. E con quelle storie alle spalle non è poco, proprio non è poco".
Nando Dalla Chiesa ha ospitato lo spettacolo nell'aula magna dell'Università Statale di Milano, e lì, come nei teatri di Milano, Torino e Roma dove le detenute hanno potuto incontrare il pubblico, è vero, molti sono stati gli applausi, ma ancora di più le domande: "Avreste potuto avere una vita diversa, considerato la realtà in cui siete nate e cresciute?" chiede una spettatrice. "Considerata quella realtà, sarebbe stato impossibile" risponde una di loro.
"Quando Mimmo Sorrentino ci ha raccontato cosa stava facendo con le donne del reparto di Alta Sicurezza del carcere di Vigevano abbiamo pensato che stava accadendo qualcosa di nuovo nel racconto della Mafia nel nostro paese" spiegano gli autori. "Nell'esperimento di scrittura partecipata si raccontava il passaggio dall'età dell'innocenza all'ingresso nella società mafiosa. Una società di privazioni emotive osservata dal punto di vista delle bambine. Quando siamo andati in carcere ci siamo resi conto che c'era anche un altro spazio di novità, una gabbia diversa da quella che rinchiudeva queste donne nel carcere. Una gabbia che, nel liberarle, le costringeva a pensarsi nel profondo, a mettersi in discussione. Le sbarre della loro realtà di bambine che cercavano di spezzare".
Cattività verrà presentato nel corso della Movie Week, al teatro Parenti di Milano dalla Civica Scuola di Cinema L. Visconti e da Filmmaker Festival martedì 15 settembre in due proiezioni, alle 18.30 e alle 21.30. Ingresso con prenotazione obbligatoria, L'incontro con il regista Bruno Oliviero, Mimmo Sorrentino, alcune delle protagoniste del film, il critico cinematografico Luca Mosso, il critico teatrale Oliviero Ponte di Pino e la giornalista e docente delle Civiche scuole di cinema e di teatro Ira Rubini si terrà in presenza e in diretta streaming su Facebook e Youtube www.facebook.com/scuoladicinema.milano e www.youtube.com/user/FondazioneMilano.
- Il Teatro in Carcere riceve il Premio Speciale "Books For Peace 2020"
- Lecce. Corsi di recitazione e spettacoli: il teatro riparte dal carcere
- Stati Uniti. "Neonazisti infiltrati nella polizia". La denuncia dell'ex suprematista
- Omofobia, in Parlamento legge al palo da 20 anni
- Odio e silenzio i veri mandanti










