di Alan David Scifo e Rosario Sardella
L'Espresso, 13 settembre 2020
Caporalato, estorsioni, prostituzione, sequestri. L'omicidio di un bracciante a Caltanissetta squarcia il velo su una cosca sconosciuta ma collegata a quelle italiane. "Justice for Adnan": con gli occhi pieni di lacrime e rabbia, decine di ragazzi pakistani chiedono che venga fatta luce sulla morte di un loro amico.
Non lo gridano tra i palazzi di Islamabad ma in corso Umberto I, nel cuore di Caltanissetta, a pochi passi da via San Cataldo. Dove, tra le vecchie case malconce del centro storico, alcune occupate abusivamente, abitava Adnan Siddique, giovane pakistano ucciso a coltellate, lo scorso 3 giugno, per aver squarciato il velo su una nuova realtà criminale che ha il suo centro nella città nissena.
Per il suo omicidio sono stati finora arrestati quattro pakistani (e altri due sono stati fermati per favoreggiamento). "Ma il resto dell'organizzazione è ancora a piede libero", ci spiega Alì, amico di Adnan, 35 anni, uno dei pochi nel gruppo che parla bene l'italiano: "Abbiamo un po' di paura, ma siamo qui perché lo dobbiamo ad Adnan e alla sua famiglia. Vogliamo la verità su quanto sta succedendo ai migranti che lavorano nelle campagne tra Caltanissetta e Agrigento".
"Caporalato", si è detto dopo quel delitto, deciso dalla banda perché Adnan aveva accompagnato due suoi connazionali a denunciare il lato oscuro della comunità pakistana. Ma quell'omicidio rivela qualcosa di più: un'organizzazione criminale radicata, responsabile anche di molti altri reati, una sorta di mafia pakistana con un filo diretto con il Paese d'origine e le cui vittime sono il più delle volte altri pakistani, ma anche afghani e africani.
Di questa organizzazione il caporalato è solo uno dei settori d'attività: "Chi arriva a Caltanissetta per trovare lavoro si rivolge a questi personaggi", spiega il colonnello dei carabinieri Baldo Daidone, in prima linea per scoprire cosa si nasconde dietro la morte di Adnan. "Si tratta di una intermediazione lavorativa diversa dal classico caporalato, su cui stavamo già lavorando e su cui continuiamo ad indagare".
"Justice for Alì", con gli occhi pieni di rabbia decine di ragazzi pakistani gridano che venga fatta giustizia per l'uccisione del loro connazionale, Adnan Siddique, avvenuta lo scorso 3 giugno. L'omicidio squarcia il buio di una vera e propria organizzazione criminale che ha il proprio centro a Caltanissetta e con un filo diretto con il Pakistan. Il caporalato è solo uno dei settori su cui i criminali hanno puntato gli occhi, poi ci sarebbe un presunto giro di estorsioni che la stessa banda criminale opererebbe nei confronti di coloro che vendono la frutta al dettaglio.
E i sequestri di persona. Come racconta Adu, picchiato e prelevato dalla sua abitazione a Sommatino, paesino della provincia di Caltanissetta, e portato a casa di italiani a Canicattì, in provincia di Agrigento. "Mi hanno picchiato con il bastone e volevano parlare con mio padre in Pakistan per chiedergli cinquemila euro. Mi ha aiutato Dio se sono ancora vivo, perché loro mi volevano ammazzare".
Uno dei ragazzi che dopo il delitto continua a lavorare nei campi, non vuole dire il proprio nome ma mostra la chat Telegram in cui i "capi" cercano persone da sfruttare. Non c'è ancora il sole quando su automobili e pulmini, nel cuore della "Strata 'a Foglia", decine di pakistani vengono prelevati e trasportati nelle campagne di Delia e Sommatino per la raccolta degli agrumi e della celebre "uva Italia" tipica di queste terre. "Anche il viaggio si paga", racconta il ragazzo, "dobbiamo dare 5 euro e alla fine non ci rimane quasi nulla".
Gli sfruttati non solo pakistani, si diceva: gli ultimi a essere finiti nel gorgo, ad esempio, sono i somali. Roba facile, il procacciamento dei migranti, vista la presenza del centro di accoglienza appena più in là, in contrada Pian del Lago. Secondo Ignazio Giudice, segretario provinciale della Cgil di Caltanissetta, "esiste un caporalato variegato, fatto di contratti e buste paga finte, assenza di copertura infortunistica, evasione fiscale, criminalità organizzata che gestisce i braccianti.
Bisognerebbe intervenire, fare i controlli nelle aziende agricole del territorio provinciale. Nelle campagne spesso si consumano reati non solo legati allo sfruttamento del lavoro, ma anche al procacciamento di documenti, di affitti delle case in nero dove vanno ad abitare i loro connazionali e altro ancora".
E proprio questo aveva denunciato Adnan, per aiutare i suoi amici, come raccontano al bar dove lui andava ogni giorno e in cui oggi, nonostante la paura di ritorsioni, i proprietari ancora chiedono giustizia perché "Adnan era buono". In quella stradina, dove ogni giorno si tiene il mercato della frutta, con le insegne in doppia lingua, c'è la foto di Adnan, diventata un simbolo. Ma anche prima lui era un punto di riferimento per molti suoi connazionali, circa 1.300, oggi, nel territorio nisseno.
Per capirne di più andiamo a parlare con Filippo Maritato, barba bianca e pipa in bocca, presidente della Casa delle Culture e del Volontariato, creata a Caltanissetta durante il periodo della grande immigrazione dei siriani. Tramite un finanziamento Maritato ha fatto ristrutturare un'ex scuola e ne ha fatto la sede della sua associazione, dove i volontari si riuniscono e provano a produrre "nuova linfa vitale per questa città che sembra assopita": dall'assistenza sanitaria a quella carceraria per i circa 200 migranti detenuti al Malaspina, fino al banco alimentare, nello sforzo di creare le condizioni per una vera accoglienza fatta di integrazione e legalità.
Dopo l'omicidio di Adnan Siddique, Maritato ha riunito i pakistani e con loro ha cercato di capire cosa si nascondesse dietro quell'agguato - e quanto il fenomeno del caporalato sia in mano a questa banda di criminali. "Così abbiamo scoperto che da almeno due anni Adnan era stato minacciato", ci spiega. "E non era il caporalato la sola attività di questo gruppo di pakistani. C'era stato, ad esempio, anche il tentativo di avvicinare delle ragazze dominicane per costringerle alla prostituzione. E dell'altro ancora".
"L'altro ancora" è un giro di estorsioni che la stessa banda criminale opererebbe nei confronti di coloro che vendono la frutta al dettaglio, perlopiù giovani, nello storico mercato "Strata 'a foglia" di Caltanissetta. E se i ragazzi delle bancarelle non versano il pizzo o si ribellano, vengono picchiati e minacciati direttamente i loro parenti in Pakistan.
La squadra mobile della questura di Caltanissetta, subito dopo l'omicidio di Adnan, ha intercettato il telefono di Bilal Muhammed (uno degli arrestati) a colloquio con un certo Chery, diminutivo di Sharyeal: "Fammi sapere quanti nomi mettono nella denuncia", chiede Bilal al suo interlocutore, e poi aggiunge: "Fratello, digli a Dani Rana di non fare il testimone perché altrimenti non diamo pace alla sua famiglia (in Pakistan, ndr) e gliela mettiamo nel culo. Abbiamo fatto sapere a Rana che abbiamo minacciato la sua famiglia".
Un sistema di ricatti e intimidazioni che costringeva al silenzio i pakistani, come racconta uno di loro all'Espresso: "Questa banda era nota, qui in zona, però nessuno aveva il coraggio di denunciarli. A me dovevano pagare una giornata di lavoro ma quando ho chiesto i soldi, Bilal mi ha detto di non lamentarmi, sennò finivo nei guai".
Adesso a Caltanissetta Alì e i suoi amici pakistani hanno dato vita a un comitato permanente, portando alla luce nuovi elementi: ad esempio, hanno trovato una specie di libro mastro in cui la banda segnava le giornate lavorative e alcuni nomi dei caporali e dei padroni italiani. Una volta al mese i ragazzi del comitato si incontrano con Filippo Maritato e i volontari italiani. Sono loro che hanno rinvenuto a casa di Adnan la copia originale dell'ultima denuncia. Due giorni prima di essere ammazzato, Adnan aveva accompagnato un suo connazionale a denunciare quello che gli era successo, cioè un rapimento: era stato prelevato con forza dalla banda nella sua abitazione di Caltanissetta e portato in macchina a Canicattì, in una casa di italiani. "Mi hanno obbligato a chiamare mio fratello in Pakistan per dirgli di pagare tremila euro. Quando lui ha pagato (con un money transfer), mi hanno lasciato andare, minacciandomi di uccidermi se avessi denunciato l'accaduto", si legge nella denuncia dell'amico di Adnan.
Un altro sequestro porta invece a Sommatino, nell'entroterra nisseno. Un rapimento con la richiesta di un riscatto di cinquemila euro, dietro la minaccia di uccidere il padre della vittima, in Pakistan. Il ragazzo era stato portato anche lui sempre in quella stessa casa di italiani a Canicattì. Sì, perché la mafia pakistana lavora per conto di italiani, ci racconta anche Adu (nome di fantasia per tutelare l'identità della nostra fonte), il quale a sua volta dice di essere stato picchiato selvaggiamente da 12 pakistani che erano arrivati in tutta calma a casa sua, attraversando l'intero paesino. Gli chiedevano dei soldi, di quelli che guadagnava come bracciante.
Uno dei pakistani che lo hanno picchiato, un mese dopo sarà arrestato nella vicenda Adnan. "Perché nessuno ha fatto dei controlli dopo la mia denuncia? Ora hanno arrestato sei di loro, ma tutti gli altri sono ancora fuori. Io e gli altri abbiamo paura", dice. Ma l'anello mancante è rappresentato proprio dagli italiani: piccoli e grandi proprietari terrieri delle aziende locali a cui fa comodo la manodopera a basso costo. Ora le indagini dovranno scoprire per chi lavora la mala pakistana, chi c'è in quel "secondo livello" sopra i kapò che sfruttano, minacciano, picchiano e rapiscono i loro connazionali.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 13 settembre 2020
Eseguita la condanna per omicidio nonostante la mobilitazione del mondo dello sport e di Trump. Navid Afkari aveva 27 anni, era cresciuto con la passione per il wrestling, era diventato un lottatore professionista: è stato giustiziato per omicidio ieri mattina nel carcere di Adelabad, a Shiraz, nel Sud dell'Iran, dopo un processo che le organizzazioni per i diritti umani e gli avvocati hanno definito ingiusto e senza prove, e dopo che Navid stesso ha ritrattato la sua confessione denunciando di essere stato torturato.
A nulla sono valsi gli appelli del comitato olimpico internazionale e della Fifa, della United World Wrestling Scientific Commission, di wrestler iraniani, americani, europei, del presidente americano Donald Trump. Afkari era stato arrestato nel 2018 dopo avere partecipato alle manifestazioni anti-governative che da Shiraz, considerata roccaforte liberale, si erano diffuse ad altre città del Paese, ed era stato condannato a due pene di morte: una per moharebeh, "guerra a Dio", ovvero alla Repubblica islamica e l'altra per il presunto omicidio di Hassan Torkaman, un dipendente della società idrica locale che secondo i manifestanti e Human Rights Watch era anche un basij, collaborava con i Guardiani della rivoluzione responsabili della repressione della piazza. Fu trovato morto davanti casa, ucciso con un coltello.
Il procuratore della provincia di Fars, Karem Mousavi, ha detto alla televisione di Stato che la sentenza per "qesas", la legge della ritorsione, è stata eseguita "su insistenza della famiglia della vittima". Per l'avvocato di Afkari, Hassan Younes, invece la famiglia della vittima era disposta a concedere il perdono e Navid è stato impiccato poche ore prima che le due famiglie si incontrassero per trovare un accordo che avrebbe potuto evitare la condanna a morte con il carcere e un risarcimento.
"Mi stavo imbarcando su un volo per Shiraz con il fratello di Vavid, Saeed, perché la famiglia della vittima aveva accettato un incontro per parlare di perdono. Speravamo tutti che avrebbero accettato ma pochi minuti prima che l'aereo partisse ci hanno chiamato per informarci che Navid era stato giustiziato", ha raccontato il giornalista e attivista per i diritti umani Mehdi Mahmoudian, che sta seguendo il caso. Due fratelli di Navid, Vahid e Habib, che avevano partecipato alle manifestazioni, sono stati condannati a 54 e 27 anni. Navid aveva inizialmente ammesso di avere ucciso l'uomo, ma ha poi ritrattato rivelando che la confessione gli era stata estorta con la tortura.
"È sconvolgente che le richieste degli atleti di tutto il mondo e il lavoro dietro le quinte del Cio, insieme al comitato olimpico iraniano, alla United World Wrestling e alla National Iranian Wrestling Federation non abbiano raggiunto l'obiettivo sperato, i nostri pensieri vanno alla famiglia e gli amici di Navid Afkari", scrive il Cio in una nota.
Il presidente Thomas Bach si era rivolto direttamente "alla Guida suprema e al presidente iraniano" per chiedere clemenza. Sulla vicenda era intervenuto anche Donald Trump, senza esito. L'anno scorso l'Iran ha eseguito più di 280 condanne a morte secondo Amnesty International, il numero più alto al mondo dopo la Cina. A novembre, le proteste scoppiate in tutto il Paese contro l'aumento del prezzo della benzina, la crisi economica, la corruzione, sono state duramente represse: Amnesty conferma almeno 300 morti, un report della Reuters a dicembre parlò di 1.500 morti. Migliaia di persone sono state arrestate e di molti non si conosce la sorte. Per quelle proteste erano stati condannati a morte tre ventenni, Amirhossein Moradi, Mohammad Rajabi e Saeed Tamjidi, ma la sentenza è stata poi sospesa grazie a una ampia mobilitazione internazionale. Avranno un nuovo processo.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 13 settembre 2020
In questa chiave, sarebbe rilevante che gli Stati Uniti e in generale le forze del contingente internazionale, intervenuti dopo l'invasione del 2001 per stabilizzare l'Afghanistan, non lo abbandonassero troppo rapidamente al suo destino. Diciannove anni dopo gli attentati dell'11 settembre, l'Afghanistan è a una svolta. L'inizio ieri, nel Qatar, dei negoziati di pace diretti tra il governo afghano e i massimi rappresentanti del movimento radicale islamico che garantì asilo ad Al Qaeda avvia una fase delicata, la più incerta, dell'intero processo politico.
Il rischio del ritorno alla guerra guerreggiata resta minaccioso. Sebbene violenze e attentati non siano mai del tutto cessati, qualsiasi ostacolo maggiore riporterebbe allo scontro aperto. E le colonne locali di Isis, in forte crescita dal 2016, hanno tutto l'interesse a generare tensioni. Anche gli indubbi passi avanti compiuti dalla società civile locale, compresi i diritti per le donne e i minori specie nelle zone urbane, potrebbero rimanere fortemente pregiudicati. Gli stessi talebani sono stati spesso confusi in proposito negli ultimi anni. Alcuni leader più illuminati ai colloqui di Mosca l'anno scorso avevano per esempio promesso di non intendere più tornare alla chiusura delle scuole per le bambine. Ma altri dichiarano apertamente di voler reintrodurre, manu militari se necessario, la loro lettura radicale della legge islamica.
In questa chiave, sarebbe rilevante che gli Stati Uniti e in generale le forze del contingente internazionale, intervenuti dopo l'invasione del 2001 per stabilizzare il Paese, non lo abbandonassero troppo rapidamente al suo destino, come invece avvenne dopo la guerra che condusse al ritiro sovietico. Questi colloqui sono comunque parte del piano di ritiro americano elaborato dopo la firma degli accordi con i talebani lo scorso febbraio. I negoziati con le autorità di Kabul avrebbero dovuto iniziare subito. Ma incomprensioni sulla richiesta talebana di liberare parte dei loro prigionieri hanno ritardato il processo. Al cuore del problema sta il rifiuto talebano a considerare le autorità di Kabul partner legittimi e non "marionette" degli americani, come spesso ripetono.
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 settembre 2020
Con la sentenza depositata due giorni fa, e relativa al detenuto di mafia Vincenzo Bellavia (ritenuto il "messaggero" dei boss di Licata) la Cassazione ha chiarito, a chi volesse equivocare, come non esista alcun automatismo fra le "scelte normative ed amministrative" adottate dal governo sul covid e le scarcerazioni. Il recluso in questione non ha diritto alla "sostituzione della misura in carcere con i domiciliari", come già affermato dal gip lo scorso 20 marzo e dal Tribunale del Riesame il 10 aprile, con l'ordinanza impugnata da Bellavia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 settembre 2020
La Cassazione ha accolto il ricorso degli avvocati Valerio Vianello Accorretti e Piera Farina, chiedendo alla Corte di esprimersi sulla legittimità degli internati al 41bis. Sollevata la questione di legittimità costituzionale in merito all'applicazione del 41bis agli internati, ovvero coloro che hanno finito di scontare la pena ma sono stati raggiunti da una misura di sicurezza. A deciderlo è la prima sezione della Cassazione, accogliendo il ricorso presentato dagli avvocati Valerio Vianello Accorretti del Foro di Roma e Piera Farina del Foro de L'Aquila.
di Roberta Scorranese
Corriere della Sera, 12 settembre 2020
L'ex magistrato: gli anni delle inchieste, la rinuncia alla toga, le riflessioni sui giovani.
Ha mai infranto una regola?
"Eccome!"
di Caterina Maniaci
Libero, 12 settembre 2020
Dal rapinatore in fuga che investe il pedone, agli anziani che subiscono aggressioni. "Sei mediazioni su dieci vanno in porto". Pietro (nome di fantasia) ci ha messo molto a prepararsi a quell'incontro. Per settimane ci ha pensato, si è torturato al pensiero di guardare negli occhi l'uomo che è colpevole della morte della madre.
di Gaetano Zoccali
Gente, 12 settembre 2020
A 35 anni dalla nascita del progetto Exodus, riparte la carovana educativa: ragazzi che hanno avuto problemi con la giustizia attraversano a piedi l'Italia. "È un percorso di quattro mesi, alternativo al carcere minorile", dice don Mazzi.
di Simona Musco
Il Dubbio, 12 settembre 2020
Un anno fa, quando scoppiò quello scandalo che trovò la sua sintesi nella fallace espressione "Sistema Bibbiano", a risentire dello tsunami che travolse i servizi sociali e il mondo degli affidi fu anche chi, in prima linea, lavorava per salvare i più piccoli da situazioni potenzialmente pericolose. Ovvero il Tribunale dei minori di Bologna, presieduto da Giuseppe Spadaro, che a seguito dell'ispezione inviata dal ministero perse, per questione di opportunità, la poltrona da procuratore minorile a Roma.
E ora, terminata quell'ispezione, i cui esiti non sono ancora formalmente noti, per Spadaro arriva la proposta unanime da parte della V Commissione del Csm per la nomina a Presidente del Tribunale dei minori di Trento. Il tutto mentre il mondo degli affidi cerca di tornare, lentamente, alla normalità. "La campagna mediatica su quel caso - spiega Spadaro al Dubbio - fu molto dannosa. Ma ora bisogna lavorare per migliorare il sistema e salvare i bambini in pericolo".
A un anno di distanza dall'inchiesta "Angeli e Demoni", alcuni dei partiti che fecero campagna elettorale sul tema degli affidi hanno ammesso che fu un errore. Quanto ha influito sul mondo della giustizia minorile?
Purtroppo si assistette ad una campagna mediatica, e non solo, totalmente sbilanciata in una sola direzione, poiché noi giudici abbiamo un obbligo di riserbo e non potevamo e possiamo replicare ad invettive, che hanno prodotto sentimenti di rabbia, accompagnati da una crescente sfiducia nei confronti dei giudici minorili e dei servizi sociali che venivano dipinti come i "ladri di bambini". Questo ha fatto sì che, nei mesi a seguire, tra gli operatori, specie quelli dei servizi sociali, vi fosse quasi il timore a notiziare di situazioni pregiudizievoli per la paura di essere, loro stessi, denunciati. Anche con le famiglie affidatarie è stata ed è molto dura, perché per quanto si tratti di persone straordinarie sono terrorizzate. E anche all'interno delle aule di udienza, abbiamo dedicato quanto più tempo possibile per ragionare assieme ai genitori e ai loro avvocati, adoperandoci per tentare di trasmettere loro la fiducia di essere lì solo per garantire il benessere del bambino. Sono stati mesi molto duri.
Il suo Tribunale, poi risultato parte lesa, è stato sottoposto ad una verifica da parte del ministero. Quali sono stati gli esiti?
L'avere la Procura di Reggio Emilia, correttamente, identificato il ministero della Giustizia - e dunque anche il Tribunale dei minori di Bologna - parte lesa è confermativo che qualora venga accertato, a conclusione del processo penale, che i reati contestati siano stati commessi, gli imputati ci hanno tratto in errore, rappresentandoci situazioni non vere. Se così fosse, dovranno essere puniti con pene non severissime, come molti affermano, ma "giuste" e il ministero dovrà essere risarcito per il grave danno derivato. Ciò è confermato dal fatto che, ancora, dopo un anno, sulla stampa si legge "sistema Bibbiano". In quel contesto, per l'eco mediatica e non solo, l'inchiesta ministeriale era atto dovuto. I miei giudici e io per primo - che avevo già attivato una auto- ispezione interna esaminando fascicolo per fascicolo - ci siamo messi a completa disposizione degli ispettori.
Alcune intercettazioni ancora coperte da segreto sono state rese pubbliche prima della discovery. Non sarebbe stato necessario fare delle verifiche anche in quel caso? E perché il suo Tribunale non è stato informato dell'indagine?
Questa domanda non va posta a me.
L'inchiesta ha riaperto la discussione sul tema degli affidi e portato a una proposta di modifica della legge. Quali sono gli aspetti da cambiare?
Auspico, in tempi brevi, una nuova norma che disciplini con rigore il rito minorile processuale. Più il legislatore prevede l'osservanza di regole rigide, più è garantita tutela a tutti, compresi gli stessi giudici che hanno il compito delicatissimo di prendere decisioni in materie così complesse in una primissima fase in cui gli elementi di giudizio sono ancora pochi e fumosi. Il principio del contradditorio, la presenza dell'avvocatura e una stringente procedura potranno sicuramente ridurre il margine d'errore portandolo idealmente a zero. Peraltro non dimentichiamo che tutti i protagonisti di questi procedimenti hanno l'ingrato compito di mettere in sicurezza i minori ma anche adoperarsi per consentire ai genitori inadeguati di recuperare al più presto la loro piena capacità genitoriale.
Nella proposta di legge si ipotizza anche l'abolizione dell'articolo 403 del codice civile, che consente l'allontanamento dei minori dal nucleo familiare. È d'accordo?
È doverosa una riflessione che conduca ad un intervento normativo di riscrittura dell'articolo 403 cc. Si deve introdurre uno strumento di immediato controllo della decisione amministrativa dei Servizi di allontanamento del minore, ad opera dell'autorità giudiziaria, da espletare nel pieno contraddittorio con la famiglia e sentendo, con la massima celerità tutte le figure che hanno vissuto il minore. Non dico di eliminare questa possibilità per i servizi perché non va dimenticato che, purtroppo, vi sono situazioni oggettivamente gravi che impongono, per la salvaguardia del minore, il suo allontanamento immediato, ma subito una sorta di convalida da parte del giudice e in presenza dei difensori. Altra cosa introdurrei in quasi tutti i procedimenti l'avvocato del bambino.
Cosa ci dicono i casi di cronaca degli ultimi tempi?
Ci confermano che di fronte all'esistenza di una situazione che possa mettere a rischio il bambino è necessaria, senza indugio, la segnalazione alle competenti autorità giudiziarie minorili, che bisogna intervenire, anche in urgenza, mettendolo in protezione. Uno Stato civile non può girarsi dall'altra parte. Quei bambini oggi potrebbero essere ancora tra noi.
La Giustizia minorile sembra interessare solo quando fa cronaca. C'è sottovalutazione?
Sì, è considerata quasi una giurisdizione di serie B, mentre le garantisco che si tratta di funzioni delicatissime. Io ho svolto gran parte della mia esperienza in tribunali ordinari affrontando processi penali in Calabria, ma questo è il ruolo più difficile che un magistrato possa svolgere. C'è la necessità, senza dubbio, di una maggiore e più costante attenzione, per assicurare quella celerità processuale dovuta ai bambini. Occorre, in primis, aggiornare, come questo ministero sta facendo, le piante organiche degli Uffici e garantire un numero di giudici minorili togati, presso ogni Tribunale dei minori, correlato alle effettive esigenze di ogni singolo territorio. Per non dire poi del personale amministrativo, assolutamente indispensabile. Occorre attribuire più poteri al Garante nazionale per l'infanzia e l'adolescenza e a quelli regionali.
L'inchiesta sugli affidi ha fermato la sua nomina a procuratore minorile a Roma, in attesa dell'ispezione voluta dal ministero. Oggi il Csm ha proposto al plenum all'unanimità la sua nomina alla Presidenza del Tribunale Minori di Trento. È la conferma che il suo ufficio ha lavorato al meglio?
Sono sempre stato sereno, perché so di aver lavorato per 30 anni sempre con il massimo dell'impegno. E so bene che anche i miei colleghi minorili lo han fatto, sia pure in condizioni oggettivamente difficilissime. L'eco mediatico e altri interventi che si sono avuti a quel tempo, taluni davvero fuori luogo in quanto espressi da chi non aveva conoscenze in quanto non poteva averle, ha inevitabilmente - ed è comprensibile - determinato ad avere prudenza. Inoltre la collega nominata vantava giustamente una maggiore attitudine avendo svolto funzioni requirenti che io non mai svolto. L'unanimità con cui la V commissione ha condiviso la proposta del giudice relatore Pier Camillo Davigo mi onora. Qualora il Plenum dovesse decidere positivamente, dedicherò al mio nuovo ufficio tutto me stesso, portando in quella sede anche questa pesante esperienza, continuando a garantire la massima e più scrupolosa attenzione alla tutela dei minori.
di Riccardo Polidoro*
Il Riformista, 12 settembre 2020
Spesso inchieste ingigantite dai giornali si sono poi rivelate un flop. Distinguendo pm e giudici si può evitare che gli inquisiti finiscano nel tritacarne mediatico.
In questi ultimi anni i partiti hanno perso gran parte della propria identità. Soprattutto "a sinistra" abbiamo assistito all'abbandono di quei valori che rappresentano una cultura progressista, basata su una visione etica della politica. In tema di giustizia, ormai da tempo, vi è il conflitto costante tra coloro che sono definiti "giustizialisti" e i cosiddetti "garantisti".
Un inarrestabile scontro che trascina la discussione su temi fuorvianti, lasciando in secondo piano tutte le enormi problematiche che affliggono il mondo giudiziario. È un contraddittorio sterile, che nasce dalle modalità con cui la notizia di reato viene divulgata dai media e dalla successiva necessità di dover bilanciare i termini esplicitamente accusatori di un'informazione tesa all'immediata condanna dell'indagato.
Se i tempi del processo sono lunghi, quelli di giornali, televisioni e oggi dei canali social sono istantanei e con la loro velocità impongono un immediato giudizio, basato su quanto scritto o diffuso, che non sempre corrisponde alla verità dei fatti. Vengono così travolte vite, famiglie e carriere in un tritacarne mediatico rivolto a un'opinione pubblica pronta al linciaggio altrui, ma scandalizzata quando la vittima di turno è un familiare, un amico o un compagno di partito, ovvero trincerata nella ormai consueta formula di "fiducia nella magistratura" che nasconde tutta la preoccupazione per quello che accadrà in seguito. In Campania, volendo citare solo gli ultimi trent'anni da Tangentopoli in poi, sono moltissimi i casi di importanti indagini dall'enorme rilevanza mediatica concluse poi con sentenze di assoluzione.
Solo per citare alcuni dei casi con riflessi pubblici, seguiti per l'attività professionale, ricordo il clamore mediatico di numerose indagini nei confronti dell'allora giunta comunale Bassolino, per una delle quali un quotidiano titolò, a carattere cubitali, riferendosi al vicesindaco in quel momento con funzioni di sindaco, "sfugge agli arresti".
Ancora, l'indagine sui vertici dell'allora Atan, l'azienda di trasporti cittadina, quella sullo smaltimento dei rifiuti, tutte vicende che si sono concluse con sentenze di assoluzione, ma che hanno inciso in maniera determinante sulla storia della regione e, in particolare, della città di Napoli. La notizia "nuova", ma tardiva (le indagini durano da tre anni), pubblicata a pochi giorni dalle elezioni, del procedimento penale a carico del governatore Vincenzo De Luca, conferma che nulla è cambiato anche se, in questo caso, sarebbe opportuno apprenderne la fonte. Riconosciuto, infatti, al giornalista il diritto di pubblicare, resta da approfondire la tempistica e l'interesse alla diffusione.
Entrambe, certamente, non dell'ufficio di Procura, ma probabilmente del denunciante, avversario politico dell'indagato. È questa, invero, un'eccezione, perché è notorio - e non potrebbe essere diversamente - che le notizie provengono, nella maggior parte dei casi, dalla Procura della Repubblica, a volte con conferenze stampa, a volte con il rapporto diretto con il sostituto procuratore delegato alle indagini.
Sarà poi il giornalista a decidere se quanto appreso dovrà essere pubblicato, approfondendo la vicenda anche con altre fonti, magari in contrapposizione con quella principale. Questo non sempre avviene, sia perché è importante "uscire" subito con la notizia sia perché si ritiene utile dare spazio al filone accusatorio di origine che produrrà successivi approfondimenti e sarà poi fonte di apprendimento di altre indagini.
Sarebbe, dunque, importante che il lettore - che sia "giustizialista" ovvero "garantista" - comprenda che quanto riportato dai media altro non è che un'ipotesi accusatoria, spesso priva di contraddittorio e che ci sarà poi un giudice a valutarne la fondatezza. Separando le carriere dei magistrati, distinguendo drasticamente la fi gura dell'accusatore da quella del giudicante, come da tempo chiesto dall'Unione delle Camere Penali, sarà possibile un'informazione più chiara e obiettiva e l'irriducibile scontro tra "giustizialisti" e "garantisti" si svolgerà finalmente su territorio neutro.
*Responsabile dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane
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