sorrisi.com, 15 settembre 2020
La sigla "Ipm" sta per "Istituto Penale Minorile". Dietro questa sigla e dietro quelle sbarre ci sono ragazzi che hanno commesso errori, hanno ucciso, rubato, truffato. E adulti che cercano di punirli, aiutarli o redimerli. Una realtà complessa, come quella che descrive la nuova serie tv "Mare fuori", su Raidue dal 23 settembre per sei serate.
Coprodotta da Rai Fiction e Picomedia, si snoda di puntata in puntata raccontando "cosa succede quando finisci in carcere e c'è qualcuno che si occupa di restituirti uno sguardo positivo sulla vita, di darti un'alternativa" spiega Cristiana Farina, ideatrice e poi autrice (con Maurizio Careddu) del soggetto della serie. "La nostra storia parla dei ragazzi di un Istituto penale e fondamentalmente di come cerchino di trovare una strada per comunicare con gli adulti, un contatto profondo che non sia solo autorevolezza e autorità.
A volte, per fortuna, ci riescono". Da una parte, quindi, c'è il mondo degli adulti. Questo fa capo alla direttrice del carcere (l'attrice Carolina Crescentini), rigida e dura almeno all'inizio, quando arriva a Napoli, dove la serie è ambientata, con un passato pesante sulle spalle. Dall'altra c'è il mondo dei ragazzi: il giovane di buona famiglia (Nicolas Maupas), il camorrista pentito (Massimiliano Caiazzo), il piccolo boss (Giacomo Giorgio), lo spacciatore spavaldo (Matteo Paolillo), la rom truffaldina (Valentina Romani) e la fredda assassina (Serena De Ferrari).
"Mi ha sempre colpito l'idea di vedere dei giovani dietro le sbarre nell'età più virulenta e potente" ammette Cristiana Farina. "La direttrice del carcere è un personaggio più drammatico e cerebrale, una donna con un bagaglio di sofferenze non risolte: serve a rendere la storia più universale". L'universale della serie è, non da ultimo, dato dal protagonista del titolo, ossia dal mare: "Quando stai lì dentro quello che vedi è il mare, quello che desideri è la libertà. Il mare ce l'hai a venti metri, ma non lo puoi raggiungere".
Mare fuori - Raidue da mercoledì 23 ore 21.20.
recensione di Frank Cimini
Il Riformista, 15 settembre 2020
La lettera critica di una figlia che non rinnega. Arrestata nel 1985 e condannata a sei ergastoli legati al caso Moro, è tornata libera nel 2011. Dopo la morte del padre, che non aveva capito le ragioni della sua scelta politica estrema, da figlia cerca la riconciliazione.
"La rivoluzione si fa a Cuba o in Cina, non in un paese come il nostro, dove un popolo osannante non aveva aspettato neanche che il cadavere del Duce fosse diventato freddo per rinnegarlo. Tutti democristiani e comunisti del giorno dopo sotto le bandiere dell'antifascismo di parata e a baciare le mani caritatevoli del notabile di turno che distribuiva case ai più bisognosi". Questo disse papà Balzerani alla figlia Barbara durante il primo colloquio in carcere.
Lei lo ricorda nel suo ultimo lavoro, "Lettera a mio padre", uscito in questi giorni con Derive e approdi (12 euro, 122 pagine). "Lettera a mio padre" è un colloquio immaginario con il padre nel racconto di chi ha perso, come parte di una generazione che diede l'assalto al cielo. Balzerani dirigente delle Brigate Rosse, sei ergastoli legati al caso Moro, arrestata nel 1985 e tornata libera dopo 26 anni, nel 2011. Ora si confronta con il genitore che non c'è più, spiegando le ragioni di una storia politica che non viene rinnegata, ma guardata con spirito critico, ricordando che le ingiustizie sociali all'origine di quella scelta non solo non sono scomparse, ma si sono aggravate.
Balzerani lo precisa con uno sguardo all'attualità e lo sforzo di ricercare nuovi sentieri di lotta per uscire finalmente dal '900, perché la rivoluzione è un fiore che non muore. E non muore perché a tenerlo in vita sono le diseguaglianze, le oppressioni e le negazioni dei diritti degli ultimi e dei penultimi. Per una di quelle case papà Balzerani, che pure votava i repubblicani "perché non fanno né bene né male", non fece domanda al notabile di turno. E l'autrice chiosa: "Conoscendoti non è strano, perché tu eri un lavoratore, non un pezzente al quale fare elemosine. Mai ti saresti fatto umiliare tanto neanche per quattro mura che un giorno, dopo averle pagate per mezza vita, sarebbero state di tua proprietà".
Il papà non aveva capito le ragioni delle scelte politiche e di vita di sua figlia. "Ti sei solo preoccupato che non mi rompessi l'osso del collo, che non finissi così spesso sui giornali che non si dicesse che ero una criminale... Mi hai chiesto se era vero tutto quello che scrivevano di me. E io non ho avuto cuore di rassicurarti. Ostinatamente cercavo la tua complicità. Tu eri mio padre... che mi regalava biciclette e bambole costose in tempi di calze della Befana appese alla stufa piena di mandarini".
"Come hai fatto a non riconoscerti in quel pezzo di paese che aveva rotto il patto dì fedeltà con la fabbrica, in quegli operai che si sono sottratti al comando di quello che tu identificavi come "il padrone"?" chiede ancora la figlia al padre. Balzerani cerca il padre fino alla fine. "Se tu ci fossi ancora sapresti spiegare l'inganno malcelato dietro le motivazioni industriali che dovrebbero ripulire l'aria dai gas venefici. Potresti spiegare come funziona un motore e di che si alimentano le tanto magnificate macchine elettriche ultima trovata dell'affarismo verde. Come se sotto il cavolo delle fiabe si trovassero le batterie che tutto hanno tranne la capacità di non inquinare".
Balzerani denuncia: "Stiamo morendo sull'altare del Dio consumo". Il padre non avrebbe mai potuto crederci nei suoi anni di lotta per l'indispensabile.
"Adesso che la furia della produzione capitalistica ha diradato tante nebbie, possiamo vedere quanto gli Stati con i loro confini le proprietà della terra con le loro recinzioni, la produzione con lo sfruttamento del lavoro e dei territori le biotecnologie abbiano messo in forse alla vita di continuare. Forse è il tempo di celebrare il fallimento di questa macchina di morte che nessuna versione ecologica è in grado di riesumare, di incepparne il funzionamento.
Anche senza tutte le rifiniture di programma è questo il tempo. Per gli irregolari, gli scarti, gli indios, i comunardi. L'impasto che ci metta all'altezza di un'altra storia interamente umana". L'autrice come si vede parla del presente e soprattutto del futuro. Parla di una speranza che non viene meno. Insiste sulla possibilità di trovare altre e nuove chiavi di interpretazioni della realtà perché quelle vecchie ormai non possono più funzionare.
Ma si tratta sempre di reinventare un conflitto, di non rassegnarsi e quindi di non disperarsi, anche prendendo atto che da tempo i proprietari dei mezzi di produzione si sono rivelati gli unici in grado di praticare la lotta di classe, a differenza del tempo in cui temettero di perdere il potere.
Attraverso l'immaginario colloquio col padre, sulla base della sua esperienza politica e umana, 26 anni in cella, sei Olimpiadi e qualche spicciolo, Balzerani ci ripete che un altro mondo è possibile. Dimostra a suo modo di avere ancora fiducia negli italiani, marcando la differenza dal papà, che non ne aveva e nella saletta di una galera indicava solo Cuba e Cina
telecitynews24.it, 15 settembre 2020
Per questa occasione Solidal per la Ricerca e Fuga di Sapori tornano a manifestare apertamente la loro collaborazione attiva nel presentare alla cittadinanza la crema spalmabile che fa del bene. La Bottega Solidale Social Wood di Corso Roma 52 porterà infatti all'esterno i suoi prodotti artigianali di economia carceraria tra cui sarà possibile scoprire anche La Brigantella. Realizzata con nocciole Piemontesi, presenta il caratteristico cuore di caffè Lazzarelle, torrefatto nel Carcere femminile di Pozzuoli e viene prodotta artigianalmente solo con ingredienti naturali, senza zuccheri aggiunti né olio di palma o altri grassi vegetali.
"Di creme spalmabili alle nocciole ne esistono davvero tante, più o meno famose, ma una in grado di rubare il cuore a chi la assaggia e, allo stesso tempo di essere solidale, non esisteva. - afferma Andrea Ferrari presidente di Associazione Ises - Siamo molto contenti di poter presentare questo prodotto anche all'interno di Gagliaudo: noi ci adoperiamo perché esca il più possibile tutto quanto di buono viene fatto all'interno delle Carceri italiane e vogliamo che queste bontà abbiano anche un'utilità sociale. Per ogni barattolo di La Brigantella venduto, infatti, una parte dell'incasso sarà destinato alla Fondazione Solidal: un aiuto concreto per una fondazione a cui vogliamo bene e che vogliamo aiutare stabilmente".
"Nella convinzione che lo sviluppo della conoscenza sia un valore fondamentale per lo sviluppo dell'intero territorio - ricorda Antonio Maconi, Presidente della Fondazione Solidal - Solidal per la Ricerca sostiene numerose iniziative di valorizzazione dei patrimoni locali artistici, culturali, storici ed enogastronomici con l'obiettivo di dare vita a una preziosa sinergia tra le realtà territoriali". "Siamo davvero felici di partecipare a Gagliaudo - aggiunge Marinella Bertolotti, membro del Comitato Solidal per la Ricerca - con la presentazione di un prodotto che è due volte solidale poiché attraverso la sua vendita sostiene sia progetti di economia carceraria sia progetti di ricerca, come quelli relativi al Covid-19 e al Mesotelioma che Solidal per la Ricerca promuove a partire dalle indicazioni dell'Azienda Ospedaliera di Alessandria".
Questo prodotto nasce dalla collaborazione tra Solidal per la Ricerca - che rappresenta lo strumento operativo che persegue gli obiettivi della Fondazione Solidal e dell'Azienda Ospedaliera di Alessandria, in termini di promozione della ricerca e fundraising, con il fine ultimo di generare innovazione e trasferire i risultati scientifici nella pratica clinica a favore dei pazienti - e Fuga di Sapori - un marchio di Associazione Ises nato per diffondere il "buono che viene da dentro" e tramite la Cooperativa Sociale Idee in fuga, finanziare e promuovere inserimenti lavorativi all'interno degli Istituti Penitenziari di Alessandria, utilizzando principalmente ingredienti di economia carceraria e, insieme ad artigiani attenti al sociale, crea prodotti di qualità e socialmente responsabili. Il weekend del 19 e del 20 Settembre sarà quindi un'ottima occasione per lasciarsi tentare dalla golosità, contribuendo così a sostenere l'economia locale, l'economia carceraria e la ricerca scientifica.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 15 settembre 2020
Il premier Al Thinni nel mirino dei contestatori, mentre il generale Haftar sembra rimanere defilato dopo la sconfitta militare a Tripoli. Sempre incerto il destino dei marinai arrestati al largo di Bengasi: i libici chiedono il rilascio di 4 loro connazionali condannati in Italia a 30 anni per traffico di migranti.
Un nuovo segnale di caos politico dalla Libia, che questa volte rischia di rallentare anche gli sforzi per liberare i 18 pescatori siciliani arrestati al largo di Bengasi il 1° settembre. Domenica sera, dopo giorni di proteste di piazza e anche di attacchi a sedi istituzionali, si è dimesso il governo "parallelo" dell'Est presieduto da Abdullah al Thinni. Sul sito del Parlamento della Cirenaica viene confermato che il governo Al Thinni, non riconosciuto dalla comunità internazionale, "ha presentato le proprie dimissioni al presidente della Camera dei Rappresentanti, Agila Saleh, dopo le proteste popolari dei giorni scorsi per chiedere migliori condizioni di vita e la fine della corruzione. Le dimissioni "saranno presentate al Parlamento per il voto".
Le dimissioni sono state presentate durante una riunione di emergenza, convocata domenica da Saleh per discutere delle cause del deterioramento dei servizi pubblici e delle condizioni di vita dei cittadini, in primis la mancanza di elettricità e la situazione sanitaria dovuta al coronavirus. Il tutto mentre ormai da settimane, dopo la sconfitta militare che lo ha costretto a rinunciare all'assedio di Tripoli, il generale Khalifa Haftar rimane in disparte, silenzioso: molti segnali indicano che il generale non ha rinunciato all'idea di riprendere le operazioni militari, ma per il momento si tiene lontano dalla gestione degli affari civili in Cirenaica.
La crisi politica sicuramente avrà un impatto sulla vicenda dei 18 pescatori siciliani bloccati al largo di Bengasi il 1° settembre mentre pescavano il gambero rosso in acque che da anni la Libia considera sue. I marinai dei pescherecci "Antartide" e "Medina" sono al centro di una crisi con risvolti giudiziari e politici complicati. La Marina libica legata all'esercito del generale Khalifa Haftar che controlla la zona di Bengasi ha avuto ordine dal "Comando generale", cioè dal generale Haftar, di non rilasciare i pescatori "fino a quando i calciatori libici imprigionati in Italia non saranno liberati". I libici chiedono il rilascio di 4 giovani libici detenuti in Italia, condannati a 30 anni di carcere per traffico di migranti. Per mesi le loro famiglie in Libia hanno chiesto la libertà, sostenendo che erano soltanto calciatori, atleti che volevano fuggire in Europa. Adesso che si sono trovati 18 siciliani bloccati in Libia, le famiglie chiedono di non liberare gli italiani. Giovedì scorso donne, uomini, bambine e bambini hanno organizzato una manifestazione al porto di Bengasi con fotografie e cartelloni: "Liberate gli atleti libici: sono calciatori, non trafficanti". Le autorità di Bengasi hanno accettato: propongono all'Italia uno "scambio", i pescatori contro i "calciatori".
I 4 giovani libici furono arrestati in Sicilia nel 2015: vennero condannati dalla Corte d'assise di Catania e poi dalla Corte d'appello, con l'accusa di aver fatto parte del gruppo di scafisti responsabili della cosiddetta "Strage di Ferragosto" in cui morirono 49 migranti. Si chiamano Joma Tarek Laamami, di 24 anni, Abdelkarim Al Hamad di 23 anni, Mohannad Jarkess, di 25 anni, Abd Arahman Abd Al Monsiff di 23 anni. Secondo i migranti con cui viaggiavano, la notte della "Strage" con "calci, bastonate e cinghiate" avrebbero bloccato molti nella stiva dell'imbarcazione.
La versione dei 4 era diversa: Al Monsiff disse per esempio di "giocare a calcio nella serie A libica" e che aveva deciso "di andare in Germania per avere un futuro, impossibile in Libia a causa della guerra". La loro versione era che si erano imbarcati anche loro per fuggire dalla Libia, e che i veri trafficanti avevano ridotto loro il prezzo del passaggio purché si occupassero di pilotare le barche.
In un'intervista alla Agenzia Nova, il colonnello Ahmed Jumaa, un comandante delle forze navali libiche dell'Est, ha confermato che la loro pattuglia marittima "Ikrima" il 1° settembre ha bloccato due pescherecci italiani. "Durante un regolare pattugliamento, nove obiettivi sono stati avvistati a 30 miglia nautiche a nord di Daryana, erano pescherecci italiani. Li abbiamo contattati via radio, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta da loro, quindi abbiamo usato i gommoni e abbiamo cercato di assaltarli con la forza e siamo riusciti a prendere il controllo di due. Sfortunatamente, gli altri sono fuggiti, mentre cercavano di ostruirci gettando delle corde dietro di loro in mare".
C'è un altro commento che il colonnello affida all'Agenzia Nova, ed è importante per capire cosa ha in mente la parte libica: il colonnello dice che "questa non è la prima volta che barche simili violano le acque libiche, ma i nostri uomini pattugliano le acque per proteggerle dai ladri e da chiunque cerchi di minare la nostra sovranità e rubare la nostra ricchezza marina". I pescatori, quindi, sarebbero dei criminali, che potrebbero essere scambiati con dei carcerati libici in Italia.
di Gianpaolo Contestabile
Il Manifesto, 15 settembre 2020
Due mesi dopo. I fatti emersi finora sulla morte di Mario Paciolla, avvenuta in circostanze ancora misteriose. Le inchieste della giornalista Duque restituiscono un quadro complesso che coinvolge la politica colombiana. Sulla prima pagina del quotidiano nazionale colombiano El Espectador, è apparsa l'ultima parte dell'inchiesta della giornalista investigativa Claudia Duque che aggiunge nuovi dettagli rispetto al caso di Mario Paciolla e ricostruisce alcune dinamiche interne alla Missione di Verifica delle Nazioni Unite che lo avrebbero messo in pericolo nei mesi precedenti alla sua morte. Sulla scena del crimine secondo la Procura è stato ritrovato il mouse del computer di Mario impregnato di sangue e secondo le informazioni raccolte dalla giornalista lo stesso mouse è stato ripulito e prelevato dall'Onu per poi ricomparire nella sede centrale delle Nazioni Unite a Bogotá.
Questa nuova incongruenza si aggiunge alle già tante ambiguità che sono state segnalate dai familiari e dalle inchieste che si stanno occupando del caso. Seguendo il filo dell'articolo di Claudia Duque, le ragioni che hanno esposto Mario si intrecciano con le trame della politica colombiana e in particolare con uno scandalo che ha sancito l'inizio di una crisi di governo che continua a protrarsi tutt'oggi.
Il 29 agosto 2019, alle 23.03, i caccia delle Forze Aeree colombiane bombardano l'accampamento di Rogelio Bolivár Córdova, conosciuto come el Cucho, nei pressi di Aguas Claras alle soglie del municipio di San Vicente del Caguán. El Cucho era un comandante delle cellule dissidenti delle Farc, i gruppi armati che non hanno accettato il disarmo sancito dagli Accordi di pace del 2016. Nell'accampamento si trovavano per lo piú minorenni tra i 12 e i 17 anni, alcuni dei quali reclutati contro la loro volontà. In un primo momento la notizia del massacro di adolescenti è stata mantenuta segreta, la Dijin, la polizia criminale, ha compilato un inventario di cadaveri e di resti di corpi umani senza specificare l'etá delle vittime. Si parla di almeno 17 morti. L'operazione portata avanti dai piloti dell'esercito è stata classificata come 'beta', aveva cioè avuto bisogno dell'autorizzazione delle più alte autorità del governo colombiano ed è stata definita dal presidente della repubblica Ivan Duque un'operazione "meticolosa" e "impeccabile".
Il 5 novembre 2019, il senatore del Partito Sociale di Unità Nazionale Roy Barreras chiede spiegazioni all'allora ministro della Difesa Guillermo Botero sull'uccisione dei minori e sul perché tale informazione di interesse nazionale non fosse stata comunicata al popolo colombiano. Scoppia lo scandalo e il ministro è costretto a dimettersi, un evento cruciale per la democrazia colombiana dove la cupola del potere militare è abituata all'impunità.
Qualche settimana più tardi, il 21 novembre, il malcontento della popolazione verso il presidente Ivan Duque e gli scandali che continuano a travolgere il suo governo, porta allo sciopero nazionale indetto da decine di sigle sindacali a cui hanno aderito anche organizzazioni studentesche, indigene, ambientaliste, femministe e LGBTQI. Un movimento trasversale composto da milioni di giovani ha riempito le strade chiedendo pace e diritti e subendo per settimane la repressione delle forze di polizia e dell'esercito schierato durante il coprifuoco indetto in diverse città del Paese. Un'ondata di proteste che continua tutt'oggi con i cacerolazos che accompagnano le inchieste e gli scandali giudiziari che continuano a indebolire la leadership di Duque e che hanno portato agli arresti domiciliari il suo padrino politico ed ex-presidente Alvaro Uribe Veléz.
Secondo la ricostruzione di Claudia Duque il senatore Barreras ha ottenuto le informazioni riguardanti il bombardamento e le vittime minorenni da un report delle Nazioni Unite filtrato proprio dalla Missione di Verifica di San Vicente del Caguán dove lavorava Mario Paciolla. Secondo le fonti anonime consultate dalla giornalista, Mario aveva partecipato in prima persona nella costruzione del report che ha poi portato alle dimissioni del ministro della Difesa.
Il passaggio di queste informazioni riservate che hanno esposto i lavoratori delle Nazioni Unite, tra cui appunto Mario Paciolla, sembra sia avvenuto nel contesto di una lotta di potere interna all'Onu. Sempre secondo le rivelazioni pubblicate sul El Espectador, a favore della diffusione delle informazioni c'erano i funzionari coordinati da Raúl Rosende, direttore dell'area di Verificazione della Missione Onu in Colombia. Rosende avrebbe avallato la diffusione delle informazioni riguardanti il bombardamento bypassando l'autorizzazione del suo superiore Carlos Rúiz Massieu, capo della Missione in Colombia perché sembrerebbe vicino all'attuale governo di Ivan Duque, una pratica che a quanto pare non era nuova e che aveva già permesso altre fughe di notizie riguardanti altri scandali legati alle operazioni militari.
Nel quadro ricostruito da Claudia Duque si aggiunge un'altra figura ambigua della Missione Onu, il capitano della Marina in pensione e consulente della Missione in Colombia dal 2016 Ómar Cortés Reyes. Secondo le fonti anonime interpellate, Reyes viene individuato come il denominatore comune di tutte le fughe di notizie. Secondo un ex-lavoratore della Missione in Colombia la gestione irresponsabile di informazioni sensibili, che Reyes ha condiviso con le alte cariche militari con la scusa di generare un clima di fiducia, ha messo a rischio la vita degli osservatori Onu con il solo scopo di consolidare la loro rete di intelligence. Il ruolo controverso di Reyes si aggiunge a quello dell'ex-sottufficiale dell'esercito colombiano Christian Thompson, il responsabile della sicurezza della Missione di Verifica a San Vicente del Caguán che era in comunicazione con Mario Paciolla prima della sua morte e che è stato il primo ad arrivare sulla scena del crimine permettendo la manomissione della stessa.
Rimangono aperti molteplici dubbi sull'omicidio di Mario Paciolla ma una pista sembra consolidarsi con le nuove rivelazioni che confermano il ruolo controverso dei militari coinvolti nella Missione di Verifica delle Nazioni Unite e le lotte intestine dentro l'organizzazione che potrebbero aver compromesso la sicurezza di Mario Paciolla che ha confidato di essersi sentito"tradito", "usato" e "sporco".
Claudia Duque aggiunge che all'indomani delle dimissioni del ministro della Difesa, Mario e i suoi colleghi avevano subito attacchi informatici che lo avevano portato a cancellare la maggior parte dei suoi account sulle reti sociali, eliminare foto di parenti e amici e fare una copia di backup del suo computer. Già a gennaio del 2020 Mario aveva richiesto di essere trasferito e aveva affermato di volersi dimenticare per sempre della Colombia: "Non è più un posto sicuro per me. Non voglio più mettere piede in questo Paese né all'Onu. Non fa per me. Ho fatto richiesta di cambio già da un po' e non me lo hanno concesso. Voglio una vita nuova, lontano da tutto".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 15 settembre 2020
Alessandro Zan (Pd). Parla il relatore della legge contro l'omotransfobia in discussione alla Camera. "Ormai siamo ripiombati nel delitto d'onore, con una cultura machista e patriarcale che vuole impedire a una donna di scegliere chi amare e di realizzare il proprio progetto di vita".
Alessandro Zan è il relatore della legge contro l'omotransfobia e la misoginia licenziata prima dell'estate dalla commissione Giustizia della Camera e che tra poche settimane - a distanza di 24 anni da quando venne presentato il primo disegno di legge a tutela delle persone Lgbt - è in attesa di essere discussa dall'aula. "Quella tra Maria Paola e Ciro era una storia consolidata, che durava da tre anni", prosegue il deputato dem. "L'amore non può avere limitazioni o confini e la frase detta dal fratello di lei, che Maria Paola era infetta perché stava con una persona trans, si commenta da sola ma richiede da parte di tutti uno sforzo per migliorare questo Paese".
A Caivano il dramma di Maria Paola e Ciro, in Puglia due ragazzi di Torino, che lei aveva sposato, a pranzo in un ristorante si ritrovano un pene disegnato nel piatto. Sugli orientamenti sessuali delle persone la cultura di questo Paese sembra incapace di fare passi in avanti...
Il fatto di avere un orientamento sessuale diverso da quello che è considerata la normalità è ancora oggi visto da molti come qualcosa di sbagliato e per questo derisa. Si va dalle risatine fino agli insulti e alle violenze. C'è bisogno di un'educazione al rispetto e all'inclusione per far capire che una persona è gay o etero non perché lo sceglie e che va rispettata per quello che è. Basterebbe insegnare questo nelle scuole per far crescere futuri cittadini più consapevoli e rispettosi delle differenze.
A che punto è la legge contro l'omotransfobia?
Arriva in aula della Camera a ottobre per l'approvazione.
Non sarà un passaggio facile...
L'onorevole Giorgia Meloni a proposito di quanto accaduto a Caivano ha detto che lo Stato deve essere presente perché nessuno deve morire per l'amore che sceglie. Sono d'accordo con lei e le chiedo di essere coerente ritirando la pregiudiziale di costituzionalità presentata dal suo partito per affossare la legge insieme a tutti gli emendamenti di natura ostruzionistica che possono ritardare o addirittura comprometterne l'approvazione.
Il presidente del Family Day Massimo Gandolfini sostiene che il codice penale offre già gli strumenti per punire aggressioni come quella di Caivano...
Nel nostro Paese esiste già una legge contro i crimini di odio e punisce la discriminane razziale, etnica e religiosa. Noi vogliamo semplicemente allargare questa legge ai reati di omotransfobia e misoginia, perché oggi insieme alle vittime di razzismo e antisemitismo sono le donne e le persone Lgbt le più colpite dai crimini di odio. Lo dice il rapporto dell'Agenzia per i diritti umani dell'Unione europea che chiede all'Italia di adeguare la propria legislazione per contrastare questi fenomeni.
Dubbi però sono stati espressi anche dai cattolici del suo partito, il Pd...
Mi auguro che siano stati superati con il lavoro importante svolto in commissione Giustizia della Camera dove alla legge è stato aggiunto un articolo in cui si specifica che non è in discussione la libertà di opinione. Un articolo importante per tranquillizzare i parlamentari in buona fede anche se la giurisprudenza ha chiarito qual è il confine tra libertà di espressione e incitamento all'odio. Chiedo ai parlamentari della maggioranza, a partire da quelli del mio partito, di non esitare più e di andare tutti assieme verso l'obiettivo, l'approvazione di una legge che questo Paese non può più attendere.
Corriere della Sera, 15 settembre 2020
Secondo i libici uno di loro giocava nella Premier League e si era imbarcato in cerca di fortuna. Trattativa in stallo per i pescatori di Mazara del Vallo. Non vorrebbero sentir parlare di scambio di ostaggi gli armatori e i familiari dei 18 pescatori siciliani ormai segregati in una casa di Bengasi dalle milizie di Khalifa Haftar, contrapposte a quelle di Fayez al-Sarraj, il premier insediato a Tripoli con il governo riconosciuto dall'Onu. Ma questa annosa questione culminata due settimane fa con il sequestro di due pescherecci di Mazara del Vallo accusati di avere violato le acque libiche, seppur lontanissimi dalla costa, rischia di prendere una brutta piega. Per l'entrata in scena di parenti, amici e tifosi di 4 libici partiti da Bengasi nel 2015, condannati a 20 e 30 anni di carcere a Catania come assassini e trafficanti di migranti, adesso indicati come vittime di un clamoroso errore giudiziario "perché si tratta solo di calciatori in cerca di fortuna".
Tesi sostenuta non solo dall'entourage di Haftar, ma anche da ambienti vicini al premier al-Sarraj visto che a definire i 4 come innocenti attaccanti e mediani sarebbero l'ambasciata libica a Roma e il consolato di Palermo, stando a Cinzia Pecoraro, l'avvocata coinvolta per la difesa contemporaneamente da Tripoli e Bengasi. Prova che il calcio può diventare occasione di unità perfino sul fronte di una lunga guerra interna.
Mentre assistono sgomenti a questa strana partita i familiari dei 18 pescatori, privi di notizie da due settimane, l'avvocata si limita a constatare quanto accade, certa dell'innocenza dei quattro: "Io so solo che i parenti dei giocatori mi contattano attraverso i canali ufficiali. E che in questo caso l'intera Libia difende un giocatore come Abdelkarim Alla F. Hamad, indicato anche col soprannome di Abdel-Monsef. Come si evince da atti sottovalutati dai giudici italiani". E mostra l'attestato della sua formazione e le foto dell'attaccante inserito come mediano nell'"Al-Ahly Bengasi", in competizione con la "Al-Ahly Tripoli" nel campionato della Libyan Premier League. Attestato firmato per "El Alhy Club" dal direttore esecutivo Ibrahim Salem Almagribi. Nelle stesse condizioni gli altri ventenni Joma Tarek Laamami, Abd Arahman Abd Al Monsiff e Mohannad Jarkess, l'unico nato in Siria, tutti condannati anche per avere sprangato il boccaporto di un barcone affondato con 49 migranti rinchiusi in stiva. Un orrore che si ricorda come "la strage di ferragosto". Storia del 2015. Processi in due casi non ancora approdati in Cassazione.
Con i libici che sperano nella revisione. O almeno in un ribaltamento dei procedimenti non ancora passati in giudicato. È l'auspicio di Cinzia Pecoraro, su posizioni opposte a quelle del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, certo della responsabilità.
"Ma hanno letto i magistrati i messaggi telefonici agli atti?", chiede lei. "Ce ne sono di emblematici: "Non dire a mia madre che sono partito in barca...", "I miei genitori: parti con il visto, il mare no no...". Non sono scafisti, ma migranti trasformati dai trafficanti in aiutanti, come succede su tutti i barconi. Non criminali. Non un coltello, non un bastone. Ci sarà un giudice a Roma che capirà...".
A questo puntano i parenti che, intanto, invocano Haftar di non liberare i pescatori siciliani finché non accadrà lo stesso per i condannati. Richiesta che terrorizza le famiglie di Mazara, come ripete l'armatore Leonardo Gangitano: "Cancellate la parola ostaggi. Nessuno ufficialmente da Bengasi la usa. E non dobbiamo usarla noi in Italia. Occorre avere fiducia perché la Libia restituisca mariti, padri e figli partiti da qui solo per lavorare".
di Valerio Nicolosi
Il Manifesto, 15 settembre 2020
L'estate nell'isola di Lesbo non lascia spazio a giornate più fresche e, sotto al sole e a temperature di 30°C, i 12.000 sfollati del campo di Moria continuano a vivere in strada mentre il governo greco continua a dichiarare che entro domenica tutte le persone saranno nel nuovo campo, già parzialmente costruito. La realtà però è che solo poco più di 500 persone hanno lasciato gli accampamenti improvvisati in strada e hanno scelto volontariamente di andare nel nuovo campo che sorge su di un promontorio in riva al mare, dove le coste turche sono bene visibili, come se fosse un monito per i migranti: questo è il confine d'Europa e loro ci sono rimasti impantanati.
Percorrendo la litoranea che da Mytilene porta verso Nord, appena fuori la città si incontra un blocco stradale della polizia che sembra quasi ordinario, come se ci fossero dei lavori in corso e non più di 10.000 persone accampate lungo la strada dopo qualche centinaio di metri. Le autorità non consentono alla stampa di passare ma è possibile proseguire lungo la strada che porta davanti al vecchio campo, dove l'odore di bruciato e la cenere rendono spettrale un posto che fino a pochi giorni fa era infernale. La luce del tramonto rende per pochi minuti tutto meno brutto ma, non appena il sole scende dietro una montagna, la realtà torna ancor più tetra.
Un ragazzo afghano cammina tra quel che resta della sua tenda cercando qualcosa che possa essere salvato. "È orribile quel che è successo, vivevo qui fino a pochi giorni fa, ora ho preso un piccolo appartamento in città con degli amici, siamo stanchi di stare nei campi", racconta prima ancora di ricevere una domanda, come se fosse uno sfogo. Della sua vita nel campo non è rimasto nulla, vive con il sussidio da rifugiato ma cercare lavoro per lui è impossibile.
"Vorrei andare in Francia o in Germania ma anche se ci riuscissi verrei mandato indietro", aggiunge mentre continua a camminare tra la cenere e l'odore di plastica bruciata. Lui è tra i pochi ad avere ricevuto l'asilo negli ultimi mesi. Infatti circa il 90% delle richieste fatte nelle isole greche sono state respinte con la palese volontà di lasciare le persone in un limbo giudiziario dove non è possibile respingerli ma non hanno il diritto a restare.
Lungo la strada che collega Moria al grande accampamento, ci sono decine di persone che camminano sul ciglio della strada, tutte hanno qualche busta in mano, altri invece ne trascinano di più pesanti. I primi sono riusciti a trovare qualcosa tra le macerie del campo, i secondi invece hanno fatto spesa in un market dove vendono cibo e bevande. Hanno perso tutto e nonostante ci siano delle organizzazioni che si stanno adoperando, è difficile sfamare tutti. "Non vogliamo tornare in quelle condizioni, i nostri figli hanno già sofferto troppo in quel campo. La notte dell'incendio ci siamo svegliati per i rumori di chi urlava e correva, abbiamo paura che posso succedere di nuovo", racconta Ahmed che con la sua famiglia ha deciso di restare sulle colline intorno a Moria.
Tra i profughi la paura più grande è quella di finire in un campo che assomiglia ad una prigione. "Ci hanno detto che se entriamo non possiamo uscire, dicono che sia per il Covid ma abbiamo paura che sia per sempre", aggiunge mentre con la moglie organizza una cena con poche cose fredde, visto che non hanno nemmeno un fornello per cucinare.
I positivi al Covid nel nuovo campo sono 17 a fronte degli oltre 500 tamponi fatti ma i negativi non possono comunque uscire, nemmeno per fare la spesa. All'ingresso i giornalisti vengono fermati ma è ben visibile il via vai di mezzi dell'esercito che portano rifornimenti e truppe per continuare a costruire altre tende. La situazione dunque resta in stallo, mentre domani ad Atene arriverà Charles Michel, il presidente del Consiglio Europeo, e porterà con sé un messaggio che già è stato espresso da Bruxelles: l'Unione Europea è pronta a finanziare il nuovo campo, dando quindi pieno sostegno al governo greco. La "Fortezza Europa" è pronta a ricostruire uno dei suoi avamposti, forse il peggiore.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 15 settembre 2020
In Turchia 60 persone tra avvocati, praticanti, laureati in legge e giudici sono stati arrestati perché stavano difendendo persone accusate di reati collegati al terrorismo e sono stati a loro volta accusati di complicità con gruppi terroristi. A riferirlo l'agenzia di stampa Anadolu, secondo cui tutti avevano clienti accusati di far parte del gruppo del chierico Fetullah Gulen, oppositore del presidente Racep Tayyip Erdogan considerato la mente del fallito colpo di Stato del 2016.
Sempre secondo Anadolu, le indagini condotte dalla procura hanno portato a spiccare 60 mandati d'arresto per affiliazione al movimento, e venerdì in sette diversi comuni della provincia di Ankara la polizia ha arrestato 48 avvocati, sette praticanti, quattro giudici già precedentemente licenziati e un laureato in giurisprudenza.
Secondo Arrested Lawyers (Al), organizzazione che si batte per i diritti degli avvocati in Turchia, i professionisti sono stati arrestati come atto di "ritorsione per il lavoro che stavano svolgendo, in difesa di persone sospettate di affiliazione terroristica". Un atto che viola la Convenzione internazionale dell'Avana, secondo cui "gli avvocati non possono essere identificati con i loro clienti o con i casi dei loro clienti nello svolgimento delle proprie funzioni".
All'appello rivolto alla magistratura turca a non criminalizzare la professione hanno aderito gli ordini degli avvocati di Ankara, Istanbul, Smirne, Mardin, Sanliurfa, Gaziantep e Van, insieme alla Progressive Lawyers association e ad altri otto raggruppamenti con sede ad Istanbul.
In una nota, Arrested Lawyers denuncia che dopo la riforma degli ordini degli avvocati che il governo ha promosso a luglio le autorità hanno accelerato la pratica di criminalizzare quei legali che seguono casi di prigionieri di coscienza finiti in manette per la loro dissidenza politica. I 60 professionisti arrestati venerdì - fa sapere Al - si occupavano di persone che avevano a loro volta denunciato torture da parte delle forze di sicurezza oppure erano state vittime di sparizioni forzate.
L'ong calcola che migliaia tra giornalisti, attivisti, oppositori, intellettuali e avvocati siano attualmente incarcerati a causa di "una legge sul terrorismo molto generica che permette di far ricadere in questa fattispecie di reato ogni atto di critica o opposizione all'autorità".
A confermare il sospetto di un processo di criminalizzazione contro giudici e avvocati, Arrested Lawyers cita parole di Erdogan pronunciate durante il suo discorso per l'apertura dell'anno giudiziario: "Quegli avvocati che difenderanno persone accusate di terrorismo non possono che essere dei terroristi. Se agiscono in questo modo, devono pagare anche loro".
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 15 settembre 2020
Coinvolta in diversi conflitti di interessi a causa dei suoi legami familiari, la giudice che decide sulle sorti di Assange è sposata con un pezzo grosso dell'industria militare e dei servizi di intelligence. Emma Arbuthnot è la giudice capo che, a Londra, ha istruito il processo per l'estradizione di Julian Assange negli Usa, dove lo attende una condanna a 175 anni di carcere per "spionaggio", ossia per aver pubblicato, quale giornalista d'inchiesta, prove dei crimini di guerra degli Stati uniti, tra cui video sulle stragi di civili in Iraq e Afghanistan. Al processo, assegnato alla giudice Vanessa Baraitser, è stata respinta ogni richiesta della difesa.
Nel 2018, dopo che è caduta l'accusa di violenza sessuale da parte della Svezia, la giudice Arbuthnot ha rifiutato di annullare il mandato di arresto, così che Assange, non potesse ottenere asilo in Ecuador.
Emma Arbuthnot ha respinto le conclusioni del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria di Assange. Inascoltate anche quelle del responsabile Onu contro la tortura: "Assange, detenuto in condizioni estreme di isolamento non giustificate, mostra i sintomi tipici di un'esposizione prolungata alla tortura psicologica". Nel 2020, mentre migliaia di detenuti sono stati trasferiti agli arresti domiciliari quale misura anti-Coronavirus, Assange è stato lasciato in carcere, esposto al contagio in condizioni fisiche compromesse. In aula Assange non può consultarsi con gli avvocati, ma viene tenuto isolato in una gabbia di vetro blindato, e minacciato di espulsione se apre bocca. Che cosa c'è dietro tale accanimento?
Arbuthnot ha il titolo di "Lady", essendo consorte di Lord James Arbuthnot, noto "falco" Tory, già ministro degli appalti della Difesa, legato al complesso militare-industriale e ai servizi segreti. Lord Arbuthnot è tra l'altro presidente del comitato consultivo britannico della Thales, multinazionale francese specializzata in sistemi militari aerospaziali, e membro di quello della Montrose Associates, specializzata in intelligence strategica (incarichi lautamente retribuiti).
Lord Arbuthnot fa parte della Henry Jackson Society (HJS), influente think tank transatlantico legato al governo e all'intelligence Usa. Lo scorso luglio, il segretario di stato Usa Mike Pompeo è intervenuto a Londra a una tavola rotonda della HJS: da quando era direttore della Cia nel 2017, egli accusa WikiLeaks, fondata da Assange, di essere "un servizio di spionaggio del nemico".
La stessa campagna conduce la Henry Jackson Society, accusando Assange di "seminare dubbi sulla posizione morale dei governi democratici occidentali, con l'appoggio di regimi autocratici". Nel consiglio politico della HJS, a fianco di Lord Arbuthnot, è stata fino a poco tempo fa Priti Patel, l'attuale segretaria agli Interni del Regno Unito, cui compete l'ordine di estradizione di Assange.
A questo gruppo di pressione che conduce una martellante campagna per l'estradizione di Assange, con la regia di Lord Arbuthnot e altri influenti personaggi, è sostanzialmente collegata Lady Arbuthnot. È stata nominata dalla Regina magistrato capo nel settembre 2016, dopo che WikiLeaks aveva pubblicato in marzo i documenti più compromettenti per gli Usa. Tra questi le email della segretaria di Stato Hillary Clinton che rivelano il vero scopo della guerra Nato alla Libia: impedire che questa usasse le sue riserve auree per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco Cfa, la moneta imposta dalla Francia a 14 ex colonie.
Il vero "reato" per cui Assange viene processato è quello di aver aperto crepe nel muro di omertà politico-mediatica che copre i reali interessi di potenti élite le quali, operando nello "Stato profondo", giocano la carta della guerra. È questo potere occulto a sottoporre Julian Assange a un processo, istruito da Lady Arbuthnot, che come trattamento dell'imputato ricorda quelli della Santa Inquisizione.
Se estradato negli Usa, Assange verrebbe sottoposto a "misure amministrative speciali" molto più dure di quelle britanniche: verrebbe isolato in una piccola cella, non potrebbe contattare la famiglia né parlare, neppure tramite gli avvocati che, se portassero un suo messaggio, verrebbero incriminati. In altre parole, sarebbe condannato a morte.
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