di Mirella Serri
La Stampa, 16 settembre 2020
"Verrà il momento della giustizia che ha già cominciato il suo corso. Ma verrà anche il momento della riflessione su quello che succede nella nostra città, nel nostro territorio... Abbiamo gli anticorpi per reagire, per pensare un altro modello di società? Pensiamo di sì e lavoriamo e lavoreremo per questo. Dipende da ognuno di noi e dal nostro impegno": così scrive l'Anpi di Colleferro.
Hanno perfettamente ragione gli iscritti all'associazione dei partigiani del luogo dove ha perso la vita il generoso e coraggioso Willy Monteiro Duarte. Bisogna sviluppare gli anticorpi politici e culturali. Ma forse è necessario iniettarli in una direzione precisa: bisogna cioè lavorare contro il revival storico della violenza fascista intesa come sistema educativo, l'ultimo escamotage dei gruppi criminali per conquistare i più giovani con la dimostrazione di autorità e di potere.
Da qualche anno nella vasta zona alle spalle dei Castelli Romani, Artena, Colleferro, Lariano, fino a Giulianello e Cori, in provincia di Latina è in atto una vera e propria pedagogia della violenza. A giugno è stato eseguito dai carabinieri l'arresto dei componenti di un gruppo criminale attivo a Cisterna di Latina. Ne faceva parte il padre di Desirée Mariottini, Gianluca Zuncheddu. Una storia tragica quella di Desirée, la 16enne trovata senza vita per un mix di farmaci e droga, dopo esser stata ripetutamente stuprata in uno squallido ritrovo per drogati del quartiere San Lorenzo di Roma il 19 novembre 2018. Zuncheddu, fino a poco prima delle manette, sulla sua pagina Facebook continuava a dirsi tremendamente addolorato e a evocare il sacrificio della figlia che dichiarava di amare moltissimo. Questa gang, come emerso dalle indagini dei carabinieri, era dedita non solo allo smercio di sostanze stupefacenti, soprattutto di cocaina, ma aveva come specializzazione il recupero crediti a carattere estorsivo.
Guarda caso è proprio la stessa attività a cui si sono applicati con la loro eccellenza nelle arti marziali, i fratelli Bianchi. Questi gruppi mettono in atto il loro sporco "lavoro" alzando il tiro della violenza in maniera esemplare, con un'ostentazione di forza e di virilismo fascista e machista: quando sono stati convocati sulla piazza di Colleferro per pestare Willy, i Bianchi sono arrivati in pochi minuti ma stavano "scopando" al cimitero con delle ragazze; Zuncheddu quando era stato informato che Desirèe si drogava, ha cercato di educarla insieme alla mamma con le maniere forti tanto da ricevere un'ingiunzione di polizia che gli vietava di avvicinarsi alla casa.
Con l'esibizione muscolare, con la brutale sopraffazione gli esponenti più in vista di questi gruppi hanno acquisito fama, notorietà e rispetto soprattutto presso i ragazzi. Per comandare sul territorio il violento deve essere sempre un passo più avanti del proprio antagonista. Così è capitato con Willy che andava vessato per essersi permesso di infilarsi in una storia che non gli apparteneva. La punizione doveva essere esemplare e lo è stata fino alla morte.
Questo modello culturale della violenza come esempio "didattico" non nasce con "Gomorra" di Roberto Saviano. Non è infatti nuovo nella Penisola ma affonda le radici nella nostra storia e venne impiegato in maniera sistematica dal fascismo sin dagli esordi. Così, per esempio, quando Giuseppe Bottai guidò la colonna dei fascisti marsicani a Roma, il 28 ottobre 1922, fu messo in guardia: era meglio non passare per il quartiere comunista di San Lorenzo. Di fronte agli spari provenienti da alcuni stabili di quel covo rosso il futuro gerarca rispose a schioppettate.
Questo scontro fu voluto da Bottai come un monito pedagogico: doveva valere sia per i suoi giovani accoliti sia per l'Italia intera. Vennero uccisi 13 comunisti, alcuni dei quali, esemplarmente, furono buttati giù dalle finestre. In territori e cittadine come Latina e il loro vasto hinterland questo insegnamento ha attecchito anche perché per decenni vi hanno avuto ampio spazio Casa Pound e Forza Nuova. Solo nel 2017 il parco comunale della cittadina laziale dedicato ad Arnaldo Mussolini, detto dagli abitanti semplicemente parco Mussolini, ha cambiato nome per diventare Parco Falcone e Borsellino. L'Anpi ha colto nel segno quando sollecita modelli culturali alternativi e l'immissione di anticorpi in questa pedagogia malata che viene da lontano e che coinvolge tutta la Penisola.
coe.int, 16 settembre 2020
La Repubblica di Moldova deve agire con determinazione per porre fine alle violenze e agli atti d'intimidazione tra i detenuti, un fenomeno legato in gran parte al sistema di gerarchie informali nelle carceri del paese, ha dichiarato il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) in un nuovo rapporto (vedere il riepilogo).
Nel rapporto, basato su una visita effettuata nel paese dal 28 gennaio al 7 febbraio 2020, il Cpt riconosce che sono stati compiuti progressi concreti in alcuni ambiti, ma esprime rammarico per il fatto che diverse raccomandazioni formulate da tempo, in particolare quelle sulle violenze tra detenuti, sul regime applicato sia alle persone in custodia preventiva sia a quelle condannate e sulla scarsità di personale nelle carceri, non siano state prese in considerazione.
Il problema delle violenze e degli atti di intimidazione tra detenuti, legato alle gerarchie informali, è risultato grave come quanto descritto nei precedenti rapporti del Cpt. Il Cpt nota che i detenuti sono stati regolarmente trovati con ferite che indicavano violenze tra di loro; tuttavia, le vittime non segnalavano queste aggressioni, a causa del clima di paura e di intimidazione instaurato dai detenuti nei ranghi più alti della gerarchia informale del carcere e dalla mancanza di fiducia nella capacità del personale di garantire la sicurezza della popolazione carceraria.
Il Cpt ritiene che la continua incapacità delle autorità di affrontare questo problema sia dovuta in particolar modo a una carenza cronica di personale di sorveglianza e al fatto che si faccia affidamento sui capi della gerarchia informale delle carceri per mantenere sotto controllo la popolazione carceraria. Altri fattori rilevanti sono l'esistenza di dormitori di grande capacità e il fatto che i detenuti non vengono sottoposti a una valutazione individuale dei rischi, il che impedisce la sistemazione negli istituti, nei settori o nelle celle più appropriate.
Il Cpt ha espresso preoccupazione anche per l'insufficienza di personale sanitario nelle carceri e per la durata delle misure disciplinari di isolamento, che può andare fino a venti giorni per alcune categorie di detenuti e tre giorni per i minori condannati. Il Cpt raccomanda di ridurre il periodo massimo di confinamento a meno di 14 giorni e di abolire questa pratica per i minori. Quanto al trattamento dei detenuti da parte della polizia, la delegazione del Cpt non ha praticamente raccolto accuse di maltrattamento, ma il Comitato rileva che un numero elevato di reclami per maltrattamento da parte della polizia è stato depositato presso l'Ufficio del Procuratore generale. In relazione alle garanzie nel periodo che segue l'arresto, il Cpt chiede alle autorità moldave di modificare la legislazione in modo che i detenuti abbiano effettivamente accesso a un avvocato fin dall'inizio della privazione della libertà, tenuto conto in particolare delle accuse raccolte dalla delegazione secondo le quali questo diritto talvolta sarebbe riconosciuto nella pratica solo dopo un primo interrogatorio di polizia.
La Repubblica, 16 settembre 2020
Viene impedito loro di portare con sé telefoni cellulari, rasoi e lacci per le scarpe e collane, appunto, come in una galera. Sono in corso le operazioni di trasferimento di migliaia di persone rimaste in strada dopo l'incendio che ha distrutto gran parte del campo di Moria. "Non è una risposta all'emergenza - si legge in una nota diffusa da Intersos - ma la creazione di un nuovo campo di detenzione, allestito nei giorni immediatamente successivi all'incendio: al momento è in grado di accogliere 5.000 persone, ma entro la prossima settimana la capienza dovrebbe aumentare a 7.000. Per quanto urgente sia intervenire per togliere le persone dalla strada, non è possibile accettare una soluzione che non assicura una risposta adeguata ai bisogni di base di queste persone".
Ai migranti confiscati telefoni, rasoi, lacci per le scarpe. Nel campo non vengono forniti materassi, le tende non state posizionate a una distanza di sicurezza sufficiente e, al momento dell'ingresso, alle persone vengono confiscati telefoni, rasoi, lacci per le scarpe e collane, esattamente come in un carcere. "Più di tutto però - si legge ancora nel comunicato di INTERSOS - non è possibile accettare che l'Unione Europea reiteri le stesse politiche di contenimento che hanno ampiamente dimostrato la loro inadeguatezza sulla pelle di migliaia di persone. Politiche fondate sugli hot spot, sulla militarizzazione dei confini, sulla esternalizzazione del controllo dei flussi migratori. Non si può continuare a intrappolare esseri umani in condizioni disumane, senza diritti e senza certezze sul proprio futuro, condannandoli ad aspettare una risposta che spesso impiega anni ad arrivare", concluse la nota.
Gli interventi di Intersos. È dunque evidente l'urgenza di smantellare queste vere e proprie carceri a cielo aperto e avviare un processo di ridistribuzione dei richiedenti asilo nei singoli Stati membri dell'Unione Europea, ma con intenti di protezione e integrazione. L'intero "sistema umanitario" è unanime nel ritenere che con queste politiche di confinamento significa voltare ancora una volta sguardo, fino al prossimo incidente. Un team di Intersos è a Lesbo per rispondere all'emergenza, secondo modalità indipendenti e rispettose dei principi umanitari. Gli operatori sono impegnati ad accertare i bisogni e fornire l'assistenza necessaria alle persone più vulnerabili. I bisogni più urgenti sono la distribuzione di generi di prima necessità, in particolare per donne e bambini, l'accesso all'acqua e ai servizi igienici, l'accesso ai servizi sanitari.
di Simona Musco
Il Dubbio, 16 settembre 2020
"C'è un confine fra ciò che è opinione e ciò che è istigazione all'odio. Fatti come quello di Caivano ci dicono che siamo di fronte ad un'emergenza e chi oggi chiede pene severe deve dimostrare di non essere ipocrita". Alessandro Zan, il deputato dem autore della legge contro le discriminazioni legate all'orientamento sessuale, non ci sta. E alle opposizioni di destra rivolge l'accusa di istigare all'odio, di confonderlo, volutamente, con un principio costituzionale che non può essere esercitato sacrificando la dignità delle persone. Il suo obiettivo polemico è soprattutto Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, che ha chiesto una punizione esemplare per la morte di Maria Paola Gaglione, che affonda le radici proprio nell'omotransfobia. "Se Meloni vuole davvero pene severe - spiega Zan al Dubbio - allora ritiri le pregiudiziali di costituzionalità sulla mia legge. In fondo prevede proprio quello che ora sta chiedendo allo Stato".
Il caso di Caivano è la conferma che una legge contro l'omotransfobia è necessaria?
Una ragazza è morta perché la famiglia non accettava il suo amore per un ragazzo transgender, definendola addirittura "infetta", come se l'essere trans, gay o lesbica fosse una malattia. Purtroppo c'è ancora un forte pregiudizio e tanta ignoranza nella nostra società e dunque bisogna agire con una legge che condanni tutte le forme di violenza e di discriminazione da un lato, e dall'altro creare le condizioni per proteggere le vittime, con centri antidiscriminazione e case rifugio come, appunto, la mia legge prevede.
Il problema è però soprattutto culturale: gli stessi organi d'informazione hanno in alcuni casi usato un linguaggio che ha alimentato ulteriori discriminazioni. Introdurre pene più severe come risolve questo aspetto?
È vero, una legge da sola non risolve i problemi ma ha un impatto culturale notevole per il Paese, anche a partire dal vocabolario, che manca: si parla ancora di scelta sessuale, come se essere gay o trans fosse una scelta e non una condizione dalla nascita. Nessuno sceglie di essere etero o omosessuale. Usare le parole appropriate è il primo passo per dare valore alla dignità delle persone. E poi una legge approvata dal Parlamento è un chiaro segnale che le Istituzioni danno al Paese, evidenziando che è odioso discriminare o usare violenza verso una persona per ciò che è, per il colore della pelle, per il suo orientamento sessuale, la nazionalità. La legge Mancino, che già esiste per le fattispecie di religione, nazionalità ed etnia, viene semplicemente allargata all'omotransfobia e alla misoginia.
Le opposizioni di destra contestano il tentativo di imporre il pensiero unico e di censurare la libertà d'espressione. Come interpreta questo dissenso?
Vogliono continuare ad esprimere concetti legati ad omofobia e razzismo. La legge Mancino è già collaudata e dunque se ci fosse stato un problema relativo alla libertà d'espressione ci sarebbe stato anche prima. Non vedo quali problemi porterebbe allargare le maglie di una legge ad altre forme di discriminazione, visto che la giurisprudenza ha già chiarito che la libertà d'espressione non è un valore assoluto, ma deve trovare un bilanciamento costituzionale nella dignità della persona. C'è dunque un confine fra ciò che è opinione e ciò che è istigazione all'odio. Loro vogliono continuare ad istigare all'odio, scambiandolo per libertà d'opinione. Ma non sono la stessa cosa.
Quindi c'è la volontà politica di propagandare l'odio?
Ne hanno fatto una bandiera ideologica. Nascondendosi dietro una finta difesa dei principi costituzionali, vogliono continuare ad avere campo libero nel diffondere messaggi, concetti, significati che sono legati all'odio nei confronti di minoranze. Giorgia Meloni ha detto che l'omicidio di Caivano è vergognoso e che lo Stato non deve permettere questo, ma dall'altra parte c'è un consigliere di Fratelli d'Italia a Potenza che dichiara che l'omosessualità è contro natura, il suo partito sottoscrive mozioni in tutta Italia per fermare la legge e ha presentato le pregiudiziali di costituzionalità ed emendamenti ostruzionistici alla norma. Allora dico che ci vuole coerenza politica: non si può prima condannare una cosa dicendo che non può esserci un atteggiamento violento contro chi è lesbica o trans e dall'altro ostacolare in tutti i modi la legge che queste violenze e queste discriminazioni le combatte. Meloni chiede pene severe e certe: bene, serve la legge con le aggravanti previste dal codice penale. Si è risposta da sola.
Cosa genera casi come quello di Caivano?
Queste tragedie sono mosse dall'odio nei confronti di ciò che le persone sono, non nei confronti di ciò che fanno. È questa la cosa per cui in tutte le sedi dell'Ue viene sempre rimarcato che le persone Lgbt e le donne sono le più discriminate. Ecco perché nasce la necessità di estendere la legge Mancino, anche con interventi di tipo positivo. Questa situazione dimostra la sfacciataggine politica di Meloni, ma io rimango positivo, spero sempre in un suo ravvedimento e che sia conseguente a quelle sue affermazioni, ritirando le pregiudiziali.
Oggi la leader di Fratelli d'Italia ha contestato l'accordo bilaterale tra Italia e Qatar, evidenziando che lì l'omosessualità è considerata un reato e contestando, dunque, una certa ipocrisia alla maggioranza...
Siamo alla follia.
L'emergenza in Italia, dunque, esiste?
Sì. I fatti di cronaca che sono sotto gli occhi di tutti dimostrano che c'è bisogno di un'azione forte da parte delle Istituzioni, dal punto di vista del contrasto alla violenza ma anche da un punto di vista culturale, con l'azione nelle scuole e l'educazione al rispetto per l'altra persona, a prescindere da chi sia.
La legge è stata calendarizzata ad ottobre. È un modo per non affrontare una questione considerata divisiva in periodo di campagna elettorale?
Sicuramente non è una legge facile, ma non la definirei divisiva. I fatti di cronaca e la diffusione dell'omofobia rappresentano la necessità di andare fino in fondo. Avevamo il decreto Semplificazioni, ora c'è la pausa per il voto, poi la legge elettorale. È solo una questione di scadenze. È chiaro che se non venisse affrontata ad ottobre allora non ci sarebbero più alibi. Ma non ho alcun motivo per pensare che la maggioranza non onori questo impegno.
di Riccardo Noury
focusonafrica.info, 16 settembre 2020
Oggi, 15 settembre, inizia il settimo mese di ingiusta detenzione per tre difensori dei diritti umani nigerini arrestati solo per aver preso parte a proteste pacifiche contro l'uso improprio di fondi pubblici da parte del ministro della Difesa. Moudi Moussa, Halidou Mounkaila e Maikoul Zodi sono stati arrestati il 15 marzo, due giorni dopo che il governo aveva disposto il divieto di manifestare con la scusa della pandemia da Covid-19. Moussa è un giornalista, Mounkaila è il segretario generale del sindacato degli insegnanti e Zodi è il coordinatore per il Niger del movimento globale Tournons La Page.
I tre difensori dei diritti umani sono accusati di "organizzazione di un raduno non autorizzato", incendio doloso, danni a proprietà pubbliche e omicidio colposo. Restano in carcere nonostante il 6 agosto un giudice avesse disposto il loro rilascio dietro il pagamento di una cauzione di cinque milioni di franchi, decisione contro la quale la pubblica accusa ha fatto ricorso, vedendosi dare ragione.
di Felice Manti
Il Giornale, 15 settembre 2020
Serve il Direttore generale dei detenuti e del trattamento, ma i nomi non piacciono al Guardasigilli. "Rischio caos ricorsi". Si può allungare il bando di un concorso se i candidati non sono graditi? Al ministero della Giustizia la pensano così. In bocca al lupo. Perché è chiaro anche ai bambini di quinta elementare tornati tra i banchi ieri che non si può fare, a meno di non rischiare una sequela di ricorsi.
di Paola D'Amico
Corriere della Sera, 15 settembre 2020
Dalle Alpi all'Appennino fino al mare: al via la "Carovana" del progetto di Fondazione Exodus di don Mazzi. Gli adolescenti sperimentano le regole di convivenza, fanno musica e teatro, imparano ad andare in barca a vela. Sono adolescenti, tutti minorenni tra i 14 i 17 anni che devono scontare una pena. Ma lo faranno in cammino.
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 settembre 2020
La proposta dei giovani avvocati dell'Aiga prevede una sola prova scritta, l'atto giudiziario, ed una prova orale, oltre che una doppia sessione annuale (a giugno e a dicembre). "I recenti esiti dell'esame scritto per l'abilitazione all'esercizio della professione di avvocato hanno fatto emergere tutte le contraddittorietà di un sistema che, come più volte denunciato, somiglia di più ad un concorso pubblico - che si svolge, ormai, con modalità del tutto anacronistiche ed estranee all'effettivo svolgimento della professione - piuttosto che ad una prova abilitativa da eseguire all'esito di un percorso professionalizzante di pratica".
È quanto si legge in una nota dell'Aiga, ricordando di aver consegnato a deputato Carmelo Miceli (Pd), che provvederà, quale primo firmatario, a curarne l'iter per il deposito presso la Camera, una proposta di legge avente ad oggetto la riforma dell'esame di abilitazione alla professione forense. La proposta Aiga prevede una sola prova scritta, l'atto giudiziario, ed una prova orale, oltre che una doppia sessione annuale (a giugno e a dicembre).
Nella riforma prevista dall'Aiga prevede anche la facoltà, rimessa al ministro della Giustizia, di svolgere la prova scritta con l'ausilio di strumenti informatici. "L'esame di abilitazione alla professione forense - afferma Antonio De Angelis, presidente nazionale di Aiga - deve rappresentare solo l'ultimo tassello del processo di verifica della idoneità di un giovane ad esercitare la professione di avvocato e non, invece, una lotteria in cui anche i più bravi sono costretti ad affidarsi alla sorte sperando di rientrare in una data percentuale di promossi.
Occorre assolutamente favorire l'accesso alla professione forense alle giovani generazioni, attraverso criteri di valorizzazione del merito". "Si tratta - commenta Mariella Sottile della giunta nazionale Aiga - del primo importante passaggio normativo attraverso cui puntiamo a modificare profondamente il sistema dell'accesso alla professione desideriamo sollecitare una riforma strutturata della legge professionale che valorizzi pienamente il merito e le capacità dei nostri giovani praticanti ma, soprattutto, di coloro che svolgono un percorso universitario e di tirocinio forense con profitto, impegno e passione e con l'obiettivo, primario, di diventare avvocati".
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 15 settembre 2020
Il procuratore: l'infiltrazione della criminalità nell'economia è evidente e diffusa Preoccupa la capacità di aggregazione dei clan. Subito interventi urgenti per le aziende bisognose. "Chi afferma che è un'esagerazione l'allarme che abbiamo lanciato sui rischi che le mafie facciano affari sulla ricostruzione post-Covid, evidentemente non riesce a guardare con chiarezza qual è l'attuale situazione. L'infiltrazione delle mafie nell'economia è talmente evidente, diffusa". È molto chiaro il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, alla Festa dei media cattolici. E lo è altrettanto quando esprime la preoccupazione che per rilanciare l'economia "si possa verificare l'abbassamento dei controlli e delle verifiche".
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 settembre 2020
Domani si elegge il successore di Cartabia. Dire che la Corte costituzionale ha dato lezioni al Parlamento sarebbe una sgrammaticatura. Dialettica fra istituzioni può voler dire anche conflitti, figurarsi se possono restare traumi per pronunce come quella sul caso Cappato, con cui un anno fa la Consulta ha definitivamente dovuto sostituirsi al legislatore in materia di fine vita. Però è vero che, con una parte dell'attuale maggioranza, la Corte è ormai spesso chiamata al contrappunto, in particolare su materie che vedono i 5 Stelle su posizioni "eterodosse".
- Quei politici che cercano il consenso "budellare"
- "Sparite le pagine della sentenza, che giustizia è mai questa?"
- Bettini detta la sua agenda antigiustizialista. E il Pd?
- Roma. Dovrebbe essere in una Rems: ma è da un anno a Regina Coeli
- Contrordine: lo stop retroattivo della prescrizione stabilito dal "Cura Italia" è legittimo










