di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 settembre 2020
In più di un'occasione gli agenti penitenziari hanno letto le corrispondenze dei detenuti inviate al Garante nazionale delle persone private della libertà. In più di un'occasione gli agenti penitenziari hanno letto le corrispondenze dei detenuti inviate al Garante nazionale delle persone private della libertà. Sono atti che violano non solo l'articolo 20 del Protocollo opzionale alla convenzione contro la tortura, ma anche l'istruzione applicativa data con la circolare del 18 maggio 2016. Un fatto, grave, tanto che si è mosso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) inviando una missiva a tutte le direzioni delle carceri per stigmatizzare l'accaduto e affinché non si ripeta più.
di Errico Novi
Il Dubbio, 16 settembre 2020
Inizia oggi pomeriggio davanti alla sezione disciplinare del Csm il processo dell'anno alla magistratura. Anzi, come scriveva ieri la Stampa, la "Norimberga" togata. Sul banco degli imputati Luca Palamara, ex presidente Anm e per anni potente leader della corrente di centro Unicost.
di Angela Stella
Il Riformista, 16 settembre 2020
L'inchiesta sui presunti affidi illeciti, nota anche come "Caso di Bibbiano", torna a far parlare di sé per un provvedimento del Presidente del Tribunale di Reggio Emilia che ha suscitato la critica della Giunta dell'Unione delle Camere Penali Italiani. La premessa è che l'udienza preliminare è fissata per il prossimo 30 ottobre e il Gup di Reggio Emilia dovrà decidere se rinviare a giudizio le 24 persone coinvolte nell'indagine "Angeli e Demoni" - altro nome con cui è stata ribattezzata l'indagine - per le quali il pm Valentina Salvi ha chiesto il processo. Secondo l'Ucpi il provvedimento organizzativo del Presidente del Tribunale di Reggio Emilia darebbe per scontato l'esito dell'udienza preliminare. Vediamo perché: il provvedimento che abbiamo avuto modo di leggere è datato 7 settembre e firmato dalla Presidente del Tribunale Cristina Beretti.
Con esso sono state disposte alcune variazioni tabellari al fine di redistribuire il carico di lavoro tra i giudici. La peculiarità di tale provvedimento consisterebbe, secondo l'Ucpi, nel fatto di essere motivato, tra l'altro, dalla circostanza per cui "nei prossimi mesi inizierà la celebrazione del complesso procedimento riguardante i noti fatti di Bibbiano". Invece al momento è ovvio che nessuno degli indagati è ancora stato rinviato a giudizio. "Infatti - dice la Giunta - non è nemmeno iniziata l'udienza preliminare, il cui giudice, come è noto, dovrà (rectius, dovrebbe) stabilire chi può subire il processo richiesto dall'accusa e chi, invece, merita di essere prosciolto".
Come leggere da entrambi le parti - accusa e difesa - tutto questo? "Certamente - sottolineano gli avvocati dell'Ucpi - si tratta di una previsione che, nel tranquillizzare la Procura, getta nello sconforto le difese, ma soprattutto pone in una situazione di grave imbarazzo il giudice dell'udienza preliminare, il quale ora conosce quali siano le aspettative del capo dell'ufficio giudiziario al quale appartiene.
I difensori sapranno valutare adeguatamente quali conseguenze processuali abbia un simile provvedimento, anche sotto il profilo della precostituzione del futuro giudice dibattimentale". Abbiamo chiesto anche una replica alla dottoressa Cristina Beretti, Presidente del Tribunale di Reggio Emilia che ci ha inviato una nota di due pagine; per questione di spazio estraiamo quanto segue: "Questo Presidente non ha "preparato quanto necessario perché ci siano i giudici del caso", come si legge nel documento dell'Unione Camere Penali per chissà quali illegittimi scopi, né ha ritenuto che il procedimento debba necessariamente sfociare in un decreto che dispone il giudizio.
La data e il giorno dell'udienza dibattimentale è già stata richiesta ed indicata da tempo, come impone la legge, per il caso in cui debba essere celebrato il dibattimento.
Questo Presidente ha unicamente riorganizzato una sezione penale dando atto del fatto che il collegio presieduto dal collega al quale, per ben altri motivi esplicitati nel provvedimento del 7 settembre è stato riequilibrato il ruolo, sarà quello che, secondo le disposizioni tabellari, celebrerà il processo c.d. Bibbiano laddove dovessero essere disposti rinvii a giudizio": dunque secondo la Presidente si tratterebbe di una prassi consolidata di organizzazione degli uffici giudiziari. Proprio sulla prassi, si è espresso con noi Eriberto Rosso, Segretario dell'Ucpi: "Diamo volentieri atto alla dottoressa Beretti delle sue dichiarazioni, è un magistrato noto per l'attenzione ai diritti della difesa. Il problema però è che il magistrato fa riferimento ad una prassi consolidata nel richiedere la data del giudizio molti mesi prima dell'udienza preliminare. È una consuetudine sulla quale vorremmo interloquire perché è comunque una strana procedura, una anomalia che merita una riflessione. Si tratta di una prassi consolidata anche in altre sedi giudiziarie? Non abbiamo interesse ad una grossa polemica ma abbiamo ritenuto necessario evidenziare questo dato".
di Angela Stella
Il Riformista, 16 settembre 2020
Giuseppe Montanti è stato condannato all'ergastolo ostativo anche per concorso nell'assassinio del "giudice ragazzino". L'avvocato: "Sono le sue prime ore di vita fuori dal carcere dopo 20 anni". Un magistrato di sorveglianza di Padova ha concesso un permesso premio a Giuseppe Montanti, condannato all'ergastolo ostativo per reati gravissimi quali il concorso in cinque omicidi, tra cui quello del giudice Rosario Livatino di cui fu il mandante, e quattro tentati omicidi.
L'ex appartenente della Stidda ha operato nel territorio di Caltanissetta tra la fine degli anni 80 e gli inizi degli anni '90, per poi essere catturato in Messico il 12 aprile 2000. Il permesso premio di cui il 64enne ha usufruito ieri è consistito in 9 ore trascorse nella struttura Piccoli Passi dove è rimasto in regime di detenzione domiciliare: lì ha potuto incontrare i suoi familiari e parlare anche con il suo avvocato Angela Porcello, che lo assiste con la collaborazione della collega Annalisa Lentini. Proprio il suo legale ci racconta: "Il signor Montanti era molto felice perché queste sono state le prime ore di vita fuori dal carcere dopo venti anni ininterrotti di reclusione".
Facciamo subito presente all'avvocato Porcello che sono nate delle polemiche, tra cui quella del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, perché il permesso sarebbe stato concesso proprio nella settimana delle commemorazioni per il giudice Livatino, ucciso in un agguato il 20 settembre del 1990: "Sono polemiche strumentali perché la data del provvedimento del magistrato di sorveglianza è del 17 luglio e il permesso premio è stato eseguito solo ora a fronte dei numerosi decreti di permesso già emessi ma la cui esecuzione era stata sospesa a causa dell'emergenza sanitaria".
Ambra Minervini, membro dell'Associazione "Vittime del Dovere" e orfana del magistrato Girolamo Minervini, ucciso dalle Br, contesta i magistrati che hanno concesso la misura. Come si è giunti a questo permesso premio? Innanzitutto, come leggiamo dal provvedimento del magistrato, il Tribunale di Sorveglianza di Venezia nel 2016 ha accertato la cosiddetta "collaborazione impossibile" per Montanti.
Successivamente, come ci spiega sempre l'avvocato Porcello, "c'è stata la svolta con la nota sentenza 253/2019 della Corte Costituzionale che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 4-bis op che precludeva la concessione dei permessi premio a coloro che sono detenuti per i delitti di cui all'art. 416-bis c.p.".
Nel frattempo l'avvocato chiede una "rivisitazione della sintesi", ossia che venga effettuata una nuova relazione sulla condotta del detenuto. Da essa si evince che Montanti partecipa alla redazione di Ristretti Orizzonti e al progetto "Scuola carcere", presta attività di volontariato nel laboratorio di cucito, riceve un compenso per la riparazione di biancheria dell'Amministrazione, ha partecipato a corsi di formazione per recuperare nozioni di matematica, scienza e lettere.
Inoltre, come ha riferito la psicologa che lo ha seguito, "l'età ormai adulta e la lunga espiazione lo hanno costretto ad un bilancio esistenziale, condotto in piena responsabilità anche relativamente alla sfera affettiva e familiare ed ha maturato la consapevolezza del bisogno di chiedere aiuto. Ha ricostruito la storia dei primi contatti con l'organizzazione, i rapporti con i suoi coimputati, e le vicende connesse alle attività delittuose. Le ammissioni di responsabilità, dirette ed indirette sono state molteplici, così come la volontà di chiarire fatti e circostanze".
Per quanto concerne la pericolosità attuale del detenuto, scrive il magistrato di sorveglianza: "Nessuna nota trasmessa dalle competenti Autorità (talune peraltro non hanno fornito risposta, a distanza di mesi dalla richiesta, tra cui la Dna) segnala indici diretti o indiretti di permanenza attuale di legami con l'organizzazione stiddara del territorio di Agrigento cui Montanti è appartenuto sino al 1992".
A chi contesta che Montanti non hai mai ammesso il concorso nell'omicidio del giudice Livatino, è lo stesso Tribunale a rispondere indirettamente facendo riferimento ad una recente decisione della Cassazione in cui si afferma "la non necessità della confessione del reato per ottenere il permesso premio. La mera professione di innocenza non esonera il giudice da una valutazione approfondita" del condannato. Quali sono ora le prospettive ora per il detenuto?
"È l'inizio di un percorso positivo - ci spiega l'avvocato - che apre alla concessione di ulteriori permessi premio e poi la libertà condizionale e la semi detenzione per una apertura sempre maggiore verso la società".
di Roberta Polese
Corriere del Veneto, 16 settembre 2020
Ergastolano, ha avuto 9 ore di libertà dal tribunale di Sorveglianza. Nei giorni del trentennale dell'agguato. Negli ultimi cinque anni aveva partecipato alle riunioni di Ristretti Orizzonti, il giornale al quale lavorano i detenuti all'interno del carcere Due Palazzi, il comportamento era stato buono e in vent'anni non aveva mai visto nessuno della sua famiglia. Due giorni fa Giuseppe Montanti, 64 anni, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Rosario Livatino, ha usufruito di 9 ore di permesso per parlare sia al telefono che in presenza, con i suoi famigliari che vivono in parte in Messico e in parte in Germania.
Il permesso è stato concesso dal tribunale di Sorveglianza di Padova, visto che Montanti si trova al Due Palazzi a scontare la sua pena. Durante le sue nove ore libere, è andato in una struttura messa a disposizione dalla cooperativa Piccoli Passi di Padova, che gestisce una casa dove i detenuti che non dispongono di un'abitazione possono incontrare le famiglie.
Montanti ha parte dei parenti in Messico, dov'era stato arrestato nel 1999, e una parte in Germania. Il permesso premio arriva in concomitanza con il trentennale dell'uccisione del giudice Rosario Livatino, "il giudice ragazzino" barbaramente ammazzato a colpi di arma da fuoco ad Agrigento il 21 settembre del 1990, mentre con la sua auto e senza scorta si stava recando in tribunale. A commettere l'omicidio furono i sicari della "stidda", organizzazione criminale mafiosa che all'epoca si contrapponeva a Cosa Nostra. Il nome di Montanti venne fatto da un pentito, nel 1999 arrivò la condanna definitiva all'ergastolo: la giustizia italiana lo ha riconosciuto come uno dei mandanti. Venne arrestato in Messico dopo un periodo di latitanza.
A riportare il fascicolo carcerario di Montanti sul tavolo del tribunale di Sorveglianza è stata anche una sentenza della Consulta, che ha giudicato incostituzionale non concedere mai permessi premio ai condannati anche per reati efferati, o di mafia. Si chiamano reati "ostativi", perché per queste persone non c'è una rivalutazione al fine del permesso premio. O almeno non c'è mai stata fino a quando la Corte costituzionale non ha stabilito che si tratta di un divieto illegittimo.
"Anche il Papa ha detto che una pena definitiva che non conceda speranza è come una condanna a morte - spiega Ornella Favero, "anima" di Ristretti Orizzonti che conosce bene Montanti - lo Stato in questo modo dimostra di essere migliore delle persone che commettono reati atroci. Tutti noi che abbiamo lavorato in carcere abbiamo visto come le persone cambino anche con il contatto con la famiglia. Spesso lo fanno per i figli, per le mogli: è ingiusto non dare anche a loro questa possibilità".
di Paolo Comi
Il Riformista, 16 settembre 2020
L'ex leader Anm contro Bonini, che raccontò l'incontro con Lotti e Ferri a indagine in corso. Nel mirino la segretaria Pieraccini: "Ci fu un reato, ora deve riferire se fece verifiche per appurare come avvenne la fuga di notizie". È caccia alla "talpa" che informò a maggio dello scorso anno i giornali degli incontri di Luca Palamara con i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti. Tutto inizia con un articolo a firma di Carlo Bonini apparso sul quotidiano La Repubblica il 29 maggio 2019 in cui veniva raccontato con dovizia di particolari, grazie a "qualificate fonti del Csm", l'incontro di Palamara con Lotti e Ferri all'Hotel Champagne. Allora le indagini erano in corso, il trojan era stato inoculato nel telefonino dell'ex leader dell'Anm. Fu dunque violato il segreto istruttorio. Fu commesso un reato, accusa l'ex presidente dell'Anm. Chi ha passato informazioni riservate a Repubblica e agli altri giornali?, chiede in udienza Palamara. Che punta il dito contro la segretaria generale del Csm Paola Pieraccini. Deve riferire, attacca Palamara "sulle verifiche disposte per riscontrare se vi sia stata, o meno, tale propalazione verso la carta stampata".
ansa.it, 16 settembre 2020
Niente detenzione domiciliare o differimento della pena causa "infermità" per Gaetano Riina, fratello del boss Totò: lo ha deciso il tribunale di sorveglianza di Torino, che ha respinto un'istanza del suo legale. Gaetano Riina, che ha 87 anni, è detenuto nel carcere delle Vallette, alle porte del capoluogo piemontese, con un fine pena che secondo quanto si apprende è fissato per il 2023.
Gaetano Riina è detenuto nel carcere delle Vallette in regime di alta sorveglianza. La pena che sta scontando gli è stata inflitta dalla Corte d'appello di Napoli per avere partecipato a un'associazione di stampo mafioso. Ha dei problemi di salute (è stato anche ricoverato per un mese nel reparto detenuti dell'ospedale Molinette) che, secondo una prima interpretazione della pronuncia del tribunale, sono state giudicate compatibili con la reclusione nella struttura torinese.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 15 settembre 2020 n. 25987. No all'applicazione retroattiva della norma che rivede le sanzioni per le violazioni tributarie se è peggiorativa rispetto al precedente trattamento. La Corte di cassazione, con la sentenza 25987 accoglie, sul punto, il ricorso del legale rappresentante di una Srl contro la condanna, con la quale la corte di merito aveva considerato integrato il reato solo sulla base dell'omesso versamento delle ritenute operate e non anche in funzione dell'avvenuto rilascio delle certificazioni di queste ai sostituti di imposta: circostanza quest'ultima non provata.
Per la Suprema corte la tesi della difesa è fondata, nel caso esaminato va, infatti, applicata la disposizione vigente all'epoca dei fatti, in base alla quale la condotta contestata non aveva rilevanza penale, e non il Dlgs 158/2015 (articolo 7, comma 1, lettera b).
Una norma che ha ampliato la rilevanza penale della condotta estendendola anche alla fattispecie in cui ci sia stata soltanto la dichiarazione del sostituto d'imposta, senza il rilascio delle certificazioni ai sostituti. Per i giudici di legittimità la norma ha infatti affermato la rilevanza penale di una condotta che prima era fuori da quel raggio d'azione. E l'introduzione di un trattamento penale deteriore limita l'applicabilità della norma ai soli comportamenti che si sono verificati dopo la sua entrata in vigore.
di Laura Ambrosi
Il Sole 24 Ore, 16 settembre 2020
Corte di cassazione - Sentenza 25991/2020 Penale. Legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente sui beni del trust se anche solo attraverso un ragionamento presuntivo si può dedurre che l'indagato abbia solo simulatamente trasferito i beni. Ad affermarlo la Corte di cassazione con l'ordinanza n. 25991 depositata ieri.
Il gip disponeva il sequestro finalizzato alla confisca nei confronti del legale rappresentante di una società in riferimento ad alcuni reati tributari. In esecuzione di tale provvedimento, la Guardia di Finanza sottoponeva a sequestro l'intero patrimonio di un trust costituito, per il tramite di una società. L'ente, in qualità di terzo interessato, proponeva richiesta di riesame eccependo l'illegittimità della misura perché disposta su beni non nella disponibilità dell'indagato sottoposto a procedimento penale.
Il tribunale del riesame confermava però il provvedimento nel presupposto che in atti la proprietà del trust appariva riconducibile all'indagato. Il trust ricorreva così in cassazione lamentando un'errata motivazione da parte del tribunale del riesame, oltre che un'illegittima applicazione della norma. Più precisamente, secondo la difesa, l'intestazione dei beni al trust e la nomina di un trustee estraneo comportavano la perdita di ogni potere di disposizione da parte dei conferenti.
La Suprema Corte, dopo aver rilevato l'inammissibilità del ricorso, ha fornito alcuni importanti principi sul punto. I giudici di legittimità hanno innanzitutto rilevato che il trust non può considerarsi "persona estranea" al reato, perché manca in radice la netta distinzione tra i patrimoni dell'ente rispetto alla sfera delle disponibilità del conferente. Nella specie, poi, dall'analisi dei fatti e degli atti emergeva che effettivamente l'indagato aveva delle dirette interessenze.
In particolare, l'iniziale soggetto incaricato della gestione, poi sostituito, era molto vicino all'indagato; l'entità dei conferimenti era sproporzionata rispetto alle finalità familiari, ed i movimenti di denaro e dei beni erano a beneficio della propria famiglia. Inoltre, tra i beni del trust c'erano anche le quote di una società che costituiva la "cassaforte" immobiliare dell'indagato, amministrata però da un prestanome privo di capacità manageriali. La Cassazione ha così affermato il principio secondo cui è legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di beni conferiti in un trust dall'indagato, se sussistono elementi presuntivi tali da far ritenere che sia stato costituito a fini meramente simulatori.
di Roberto Maggioni
Il Manifesto, 16 settembre 2020
Il sacerdote è stato accoltellato ieri mattina da un uomo senza fissa dimora con problemi psichici. La città, negli ultimi anni, è stata teatro di una destra sempre più violenta e aggressiva. Nella giunta comunale comanda la Lega anche se il sindaco è vicino a Forza Italia.
Per tutta la giornata si sono ritrovati lì, tra la chiesa di San Rocco e gli alberi dell'omonima piazza dove don Roberto Malgestini è stato ucciso a coltellate, uniti per l'ultima volta da questo prete "mite e buono", come lo descrivono tutti. Italiani, stranieri, ciascuno con le sue cicatrici dentro e fuori, c'è chi ancora vive in strada e chi si è lasciato i momenti più duri alle spalle. Don Roberto da oltre 30 anni aiutava chiunque avesse bisogno di una mano e lo conoscevano tutti a Como.
C'è un aneddoto curioso che racconta bene che tipo di persona fosse. Prima di ieri mattina di lui in rete non si trovava neanche una fotografia, le redazioni dei giornali locali ne hanno scovate un paio cercando a fondo nei propri archivi. "Perché don Roberto era così, sempre presente nell'aiutare chi aveva bisogno, ma in modo discreto e riservato", raccontano le persone che lo hanno conosciuto o hanno lavorato con lui, come Fabio Cani, portavoce dell'associazione Como Senza Frontiere. "Lui costitutivamente non voleva mai apparire, agiva sempre al centro delle cose ma sempre come se lui non ci fosse". Mai alla ricerca di clamori mediatici, schivava le polemiche andando dritto per la sua strada, letteralmente, perché la strada era diventata la sua parrocchia vera, dove incontrava e aiutava i bisognosi. E lì è stato ucciso ieri mattina poco dopo le 7, a pochi metri dal portone della canonica, in quella piazza San Rocco oggi spoglia persino delle panchine, fatte togliere dalla giunta di destra per impedire ai poveri di utilizzarle. Don Roberto aveva fatto sistemare anche dei bagni chimici in quella zona, ma l'amministrazione fece togliere anche quelli. Persino la fontanella comunale a un certo punto smise di far zampillare acqua, sempre per mano dell'amministrazione comasca.
Don Roberto è stato ucciso a coltellate da una di quelle che persone a cui ogni mattina portava la colazione e una parola di compagnia, un tunisino senza fissa dimora di 53 anni con problemi psichici, raccontano dalla Caritas, e con in tasca un decreto di espulsione datato aprile e poi sospeso a causa del blocco dei voli per Coronavirus. Per la Lega che governa la città e per il suo capo Matteo Salvini tanto è bastato per dare addosso al clandestino. Cosa abbia spinto l'assassino di Don Roberto a tirargli quelle coltellate fatali non lo sappiamo, la polizia proverà a dare una risposta al folle gesto, l'uomo si è costituito spontaneamente alla caserma dei Carabinieri subito dopo aver ucciso il prete.
Di certo però c'è che Don Roberto era stato lasciato solo, quando non apertamente ostacolato, dall'amministrazione comasca guidata dal sindaco Mario Landriscina. Como in questi anni è diventata un laboratorio politico per la destra, una città storicamente ricca, cattolica e conservatrice, che si è riscoperta con la crisi dei rifugiati del 2016 città di confine. Su posizioni anti-accoglienza questa maggioranza ha vinto le elezioni comunali del 2017. È una giunta dove comanda la Lega, anche se il sindaco appartiene ad un'area più vicina a Forza Italia. Una giunta di destra incalzata da destra da Fratelli d'Italia. In questi tre anni la si ricorda per aver allontanato i poveri dal centro città sotto Natale, per aver tagliato sull'accoglienza, per non essere stata capace di condannare in modo netto il blitz del Veneto Fronte Skinhead contro l'associazione Como Senza Frontiere. Come fossimo in un romanzo distopico di Philip Dick, Como è stata anche la prima città italiana a sperimentare la sorveglianza con il riconoscimento facciale, le telecamere di ultima generazione in grado di tracciare e riconoscere i volti delle persone. Almeno fino allo stop imposto dal garante per la privacy.
Una città, Como, dove però i reati di strada sono in calo, come testimonia la Questura nei suoi rapporti annuali. L'ultimo episodio che ha sollevato polemiche è stata la coperta tolta a una persona senza fissa dimora e gettata in un prato dall'assessora ai servizi sociali Angela Corengia durante le operazioni di pulizia di un'area in cui dormono una decina di persone. Da tempo le associazioni che si occupano di diritti umani chiedono all'amministrazione di aprire un dormitorio, ma la Lega vorrebbe risolvere il problema recintando l'area. "È una tragedia che nasce dall'odio che monta in questi giorni ed è la causa scatenante al di là della persona fisica che ha compiuto questo gesto", ha commentato il direttore della Caritas comasca Roberto Bernasconi. "O la smettiamo di odiarci o tragedie come questa si ripeteranno". Dice ancora il direttore della Caritas ricordano don Roberto: "La città non ha capito la sua missione".
Le Associazioni del terzo settore incrociavano il prete continuamente. Oltre al ricordo commosso della persona, chiamano in causa la politica. "Sentiamo il dovere di accusare le istituzioni che dovrebbero esistere per evitare queste tragedie e per contrastare odio e violenza", ha scritto Como Senza Frontiere richiamando l'amministrazione comunale alle sue responsabilità politico-amministrative. "Perché don Roberto è stato lasciato solo dalle istituzioni nel compito vitale di dare aiuto alle persone costrette a vivere in strada in una delle città più ricche del mondo?
Perché le istituzioni non hanno aiutato e curato un uomo psichicamente instabile nonostante la Como solidale abbia più volte e da anni chiesto di affrontare il problema della fragilità psicologica e psichiatrica di chi vive in strada? Perché chi governa Como ha irresponsabilmente ampliato la disperata guerra tra poveri?". Tra gli amici di don Roberto c'era Luigi Nessi, un consigliere comunale della sinistra comasca che andava due volte a settimana a consegnare le colazioni insieme al prete ucciso. "Era una figura così mite - ricorda a Radio Popolare - seguiva queste persone tutto il giorno, da mattina a sera. Spero che questo sacrificio faccia riflettere la città di Como". È l'auspicio che tanti a Como stanno esprimendo in queste ore così tristi.
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