di Francesco Grignetti
La Stampa, 18 settembre 2020
Non è già più il momento dell'entusiasmo sulla tanto attesa riforma del Regolamento di Dublino. Le bozze della riforma, come elaborate dalla Commissione europea, appena hanno preso a circolare ai piani alti del governo italiano hanno fatto calare il gelo.
Già, perché se a parole si annuncia una rivoluzione, nei fatti non cambia granché. Il meccanismo escogitato a Bruxelles prevede infatti che il migrante da rimpatriare sarebbe comunque lasciato nel Paese di primo ingresso fintanto che il rimpatrio non scatta. Ovvero nei Paesi con lunghe coste affacciate sul Mediterraneo.
E se anche il rimpatrio sarà definito "europeo", o perché gestito dalla Commissione stessa attraverso l'agenzia comunitaria Frontex o perché gestito dai singoli Paesi europei per quote, alla fine il risultato sarebbe che il migrante non arriverà mai fisicamente nel Centro o nel Nord Europa. Il Mediterraneo, dal versante orientale alla Libia, è un nervo scoperto dell'Unione, e ieri, in preparazione del Consiglio europeo della prossima settimana, ne hanno parlato al telefono il premier Giuseppe Conte e la Cancelliera tedesca Angela Merkel.
Roma insomma, tiene alta la guardia, a partire da Dublino. Per questo, scoperto l'inghippo, gli sherpa diplomatici sono stati sguinzagliati per chiarire ai partner che l'Italia non arretra su un principio di fondo: dato che tutti i Paesi della Ue hanno recepito le Convenzioni internazionali sul soccorso in mare, questi soccorsi devono essere considerati essi stessi "europei".
Di qui, ne discenderebbe la conseguenza pratica che ad ogni sbarco i migranti vadano automaticamente redistribuiti nei diversi Paesi per quote prefissate e li, nel Paese dove sono ricollocati, vada esaminata un'eventuale richiesta di asilo. Se accettata, otterrebbero un permesso di soggiorno e di lavoro valido per l'intera Ue. Se rifiutata, scatterebbe il rimpatrio.
Resta da vedere a spese e cura di chi: si consideri che in media ogni rimpatrio costa circa 1.400 euro. E questo un meccanismo, detto pure Patto di Malta, su cui gli italiani (ma anche i greci, gli spagnoli, i maltesi) fanno molto affidamento. Visto da Bruxelles, però, il nuovo testo normativo appare lontano. E se la Commissione europea presenterà il 23 settembre la sua proposta, nelle capitali del Centro e Nord Europa di re distribuzione automatica e obbligatoria non se ne vuole sapere. Perciò dal governo italiano filtra che il 23 inizia un percorso, e che la trattativa sarà costruttiva, ma lunga e dura.
I Paesi di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria), con un basso numero di richiedenti asilo, sono infatti contrari all'introduzione di questo tipo di meccanismo di solidarietà. Ma è un ragionamento che vale praticamente per tutti i Paesi non in prima linea. Va ricordato che non serve l'unanimità per riformare il sistema comune di asilo, ma data la delicatezza del dossier si vogliono evitare colpi di maggioranza. E alla fine, per colpa della pandemia, anche la presidenza tedesca non riuscirà a produrre risultati.
di Francesco Semprini
La Stampa, 18 settembre 2020
Il premier conferma le indiscrezioni in un messaggio alla tv e auspica un nuovo governo entro un mese. Ma ci sono molti punti oscuri. Il capo del Consiglio presidenziale con sede a Tripoli e premier del Governo di accordo nazionale (Gna) della Libia, Fayez al Serraj, ha annunciato oggi in un video-messaggio rivolto alla nazione l'intenzione di dimettersi entro la fine di ottobre. "Condivido il desiderio sincero di cedere le mie responsabilità al prossimo esecutivo non più tardi della fine di ottobre", ha dichiarato Serraj. "Spero - ha proseguito il leader dell'esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale - che la commissione per il dialogo finisca il suo lavoro e scelga un consiglio presidenziale e primo ministro".
Il premier conferma così le indiscrezioni diffuse dalla stampa, sebbene fonti di Tripoli avessero smentito a La Stampa "dimissioni tout court" da parte del premier, pur confermando una certa stanchezza dopo quattro anni e mezzo alla guida dell'esecutivo. Persone vicine a Serraj sostengono che voglia lasciare l'incarico per andare a Londra, dove si trova la sua famiglia: "Il premier è sicuramente provato dalla guerra civile e dai successivi scontri di potere che ci sono stati negli ultimi tempi, come quello con il vice Ahmed Maetig che potrebbe essere la figura di transizione selezionata per il nuovo corso politico". Questo sul piano personale. Dal punto di vista politico la mossa è stata interpretata come una tattica volta ad ammorbidire le posizioni dei sostenitori regionali di Khalifa Haftar, tra cui l'Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, e facilitare i colloqui per unire la nazione nordafricana lacerata dal conflitto e da una perdurante interruzione della produzione di greggio.
Rimangono però dei punti oscuri, visto che il premier ha annunciato la consegna del potere "alla fine di ottobre, in modo da consentire alla commissione per il dialogo di poter lavorare". Tale dialogo, ha aggiunto Sarraj, deve terminare con la formazione di un nuovo consiglio di presidenza alla fine del prossimo mese. "Chiedo alla commissione di svolgere il proprio ruolo e di formare il potere esecutivo per garantire la transizione pacifica del potere", ha detto Sarraj, spiegando poi di voler restare al suo posto per il disbrigo degli affari correnti fino alla consegna del potere al nuovo premier. Il punto è che come ha spiegato il presidente dell'Alto consiglio di Stato (altro ramo legislativo con sede a Tripoli assieme al Parlamento di Tobruk) Khaled al-Mishri a Bouznika, in Marocco e a Ginevra in Svizzera si sono tenute "discussioni informali" i cui risultati "non sono vincolanti". Al-Mashri ha sottolineato come l'obiettivo primario sia di "porre fine a questa fase di transizione completando il percorso istituzionale attraverso il referendum sulla costituzione e le elezioni parlamentari e presidenziali".
E quindi con la formazione di un nuovo governo. E sottolinea che la sola strada per raggiungerlo sarà "un dialogo che metta fine alla divisione politica, unifichi le istituzioni ed elimini ogni interferenza e minaccia all'integrità dello Stato". Altrimenti occorre percorrere la strada indicata dal presidente di Tobruk, Aguila Saleh, divenuto nuovo interlocutore di riferimento della Cirenaica (dopo l'indebolimento di Haftar) e dall'Egitto, di emendare gli accordi costitutivi di Skhirat e formare un nuovo Consiglio presidenziale di tre membri, uno per ogni regione (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) e con sede a Sirte, previa approvazione dell'Alto consiglio di Stato e del Parlamento di Tobruk e recepimento in una risoluzione dell'Onu.
Percorso osteggiato da diverse parti. Nell'uno o nell'altro caso si tratta di iter che richiedono tempi lunghi, per di più tenendo conto dei disaccordi che dividono gli attori del dialogo intralibico. Appare pertanto molto ottimistica l'ipotesi di raggiungere il traguardo del nuovo esecutivo entro un mese e mezzo come indicato da Serraj. E per di più che ciò venga fatto esclusivamente dalla commissione di dialogo visto che in quella sede, sino a questo momento, non si è toccato nel merito l'ipotesi di un nuovo governo.
Ecco allora che il giallo permane: perché Serraj si è lanciato in un annuncio a scadenza con toni così perentori? Una delle ipotesi è che voglia allentare le tensioni che gravano su di lui per poi valutare come muoversi in prossimità della scadenza. Ammesso che si arrivi alla formazione di un nuovo governo (attraverso scorciatoie che sembrano poco probabili) potrebbe lasciare dando spazio a un nuovo premier. Se ciò non avvenisse potrebbe poi ripensarci e rimanere per il bene nazionale, adducendo la mancata formazione del nuovo esecutivo posta da lui stesso come condizione fondamentale alla sua partenza.
Oppure potrebbe lasciare comunque, ma a questo punto i meccanismi che regolano il consiglio presidenziale prevedrebbero un semplice passaggio di testimone con Ahmed Maeitg in quanto vicepresidente vicario. In quel caso tuttavia sarebbe inesatto parlare di nuovo governo, perché si tratterebbe dello stesso esecutivo di prima con un nuovo leader, il che farebbe risultare la sua scelta una contraddizione in termini rispetto all'annuncio fatto ieri.
di Barbara Spinelli
Il Dubbio, 18 settembre 2020
La sentenza contro i colleghi di Ebru Timkit conferma le anomalie del sistema giudiziario di Ankara. Il funzionamento del sistema giudiziario turco è talmente al di fuori delle regole procedurali pur ancora esistenti, che diventa difficile perfino riportare semplici notizie di cronaca giudiziaria. In particolare quando gli avvocati sono imputati, come nel caso del processo cosiddetto "Chd2", nei confronti dell'associazione degli avvocati progressisti, tra cui il presidente Selçuk Kozagaçli, ancora in carcere dal 2017 insieme ad altri 5 colleghi della stessa associazione, la defunta Ebru Timtik e l'altro collega che con lei era in sciopero della fame, Aytac Unsal, il quale, liberato, ha interrotto lo sciopero della fame e che ieri, per la prima volta dalla sua liberazione, ha dedicato due ore al ricevimento delle visite, inondato di affetto e di fiori da colleghi e conoscenti.
Già la liberazione di Aytac Unsal era stata alquanto anomala: il provvedimento con il quale veniva disposta la sua temporanea scarcerazione infatti utilizzava un termine tecnico che faceva riferimento all'esecuzione della pena, eppure in quel giorno nessuna sentenza definitiva da parte della Corte di Cassazione era stata depositata in cancelleria, pubblicata o notificata né agli imputati né ai loro difensori. Dunque il 3 settembre 2020 Aytac Unsal è stato liberato in esecuzione di una sentenza che è stata depositata, pubblicata e notificata ai difensori a distanza di oltre una settimana. Ma questa non è certo l'unica peculiarità che caratterizza la decisione.
La sentenza della Corte di Cassazione infatti sembra aver risentito delle raccomandazioni rivolte dal Presidente Spano nel corso della sua visita, in quanto, per la prima volta, accoglie la censura mossa dalla difesa degli imputati, secondo la quale per alcuni di loro (Naciye Demir, Özgür Yilmaz, Sükriye Erden) sarebbe stato violato il principio del ne bis in idem, essendo stati portati a giudizio con le stesse imputazioni per le quali già sono a giudizio nel processo "Chd1", iniziato nel 2013 e ancora pendente.
Per Barkin Timtik, la sorella di Ebru ancora detenuta, è stata disposta la cassazione con rinvio, in quanto anche Barkin, sulla base delle stesse prove, nel processo "Chd1" era stata accusata di appartenenza all'organizzazione terroristica ed invece nel processo "Chd2" di esserne una dirigente. Il fatto strano è che la Corte non si è limitata come avrebbe dovuto a cassare con rinvio, ma, stranamente e per la prima volta in questo genere di processi, è entrata nel merito quasi suggerendo alla Corte di Appello che la sua posizione dovrebbe essere stralciata e che andrebbe giudicata solo come appartenente all'organizzazione nell'ambito del processo ancora pendente.
Analogamente la Corte si è pronunciata nei confronti di Selçuk Kozagaçli, che al contrario di Barkin era stato dapprima accusato di essere dirigente dell'organizzazione e poi mero appartenente. Anche la posizione di Ezgi Cakir è stata rivista da partecipazione all'organizzazione terroristica a favoreggiamento della stessa. Per tutti gli altri imputati invece la condanna è stata confermata. Tra di loro, anche per Didem Baydar Ünsal, la moglie di Aytac, che dunque nei prossimi giorni rischia di essere ricondotta in carcere e di non potersi più prendere cura del marito durante la sua delicata convalescenza, per scontare la pena, 3 anni e 9 mesi.
Nel frattempo, proseguono le operazioni antiterrorismo e continuano gli arresti di avvocati ad Ankara ed in 7 altre province. È chiaro oramai che si tratta di eliminazioni mirate, per assicurarsi da parte del dittatore il controllo totale dell'avvocatura in vista delle prossime elezioni delle rappresentanze forensi. Va detto che non si tratta di semplici arresti, ma di arresti illegali ed eseguiti con metodi disumani e degradanti.
Illegali perché non avvengono previo avviso del Presidente dell'Ordine degli Avvocati ed in presenza sua e di un pubblico ministero, come vorrebbe la legge, e disumani perché gli avvocati non vengono prelevati nei propri uffici ma nella propria casa, prima dell'alba, mediante violente incursioni di poliziotti armati. Poi sono stati ammassati per oltre due ore in autobus di polizia, in piena violazione delle norme anticovid. Tra le avvocate arrestate c'erano anche una donna incinta e una donna che è stata trattenuta insieme alla sua bambina di 20 giorni.
Vengono in mente le parole del Presidente degli Avvocati contemporanei, Selçuk Kozagaçli, nel corso della sua arringa difensiva proprio al processo "Chd2": "Questi poliiziotti che qui in aula mostrano le loro armi non le stanno puntando contro di me ma contro di Lei, signor Giudice! Io non mi fido di Lei (non di certo di Lei personalmente) e non ho alcuna fiducia nel sistema, eppure non ho paura. Rimarrò in carcere tanto a lungo quanto sarà necessario. Il mio pensiero va ai giovani avvocati, e anche se solo l'1% di loro si comporterà come gli ho insegnato, allora potrò essere orgoglioso di quello che ho fatto... Sono più preoccupato per Lei, per la sua situazione. Non dimenticheremo quello che state facendo, nessuno di noi lo farà".
Il Sole 24 Ore, 18 settembre 2020
Sul fronte dello stato di diritto la situazione in Polonia si è seriamente deteriorata. Lo ha sottolineato ieri il Parlamento europeo, accentuando le pressioni sullo sfondo di un procedimento Ue che sí potrebbe concludere per Varsavia conta perdita di diritti di voto.
Dal momento in cui è salito al potere, nel 2015, il partito nazionalista Diritto e giustizia ha introdotto una serie di riforme giudiziarie a scapito dell'indipendenza dei tribunali, posti - secondo l'opposizione - sotto controllo diretto del governo. Nel 2017 la Commissione europea ha aperto un'inchiesta che finora non ha condotto a sanzioni. La risoluzione adottata ieri dall'Europarlamento "esprime profonda preoccupazione per il fatto che il problema dello stato di diritto in Polonia non solo non sia stato affrontato, ma si sia seriamente aggravato".
L'auspicio dell'opposizione in Polonia e di alcuni politici europei sarebbe vincolare il rispetto dello stato di diritto alla distribuzione dei fondi europei: in realtà Varsavia sarà uno dei maggiori beneficiari del prossimo budget. Ieri alcuni deputati hanno chiesto di ampliare la procedura Ue includendo i chiari rischi di violazioni sul fronte della democrazia e del rispetto dei diritti umani.
Ristretti Orizzonti, 18 settembre 2020
Ieri mattina Mauro Palma, presidente del Garante nazionale delle persone private della libertà, e Daniela de Robert, componente del Collegio, dopo un incontro in Prefettura a Palermo, si sono recati insieme al Capo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno, Prefetto Michele Di Bari, a bordo della nave "Rhapsody", dove sono attualmente in quarantena 868 persone migranti, tutte nei giorni precedenti appoggiate all'hotspot di Lampedusa. Di queste, 54 sono risultate positive asintomatiche e alloggiate nelle cabine di un apposito ponte dell'imbarcazione separato dagli altri ponti. Altre 814 persone sono invece in quarantena precauzionale di 14 giorni. La nave ha una complessiva capienza di oltre 2000 passeggeri e consente così il dovuto distanziamento.
La visita è stata resa possibile dalla cooperazione, oltre che del Ministro dell'interno, della Capitaneria di porto che ha accompagnato con una 'pilotina' la delegazione fino a sottobordo a un miglio e mezzo dal porto, e dell'Usmaf che ha provveduto alla fornitura degli adeguati dispositivi, alla sanificazione dei componenti della delegazione in entrata e in uscita. La Croce Rossa - che ha in carico la tutela sanitaria, nonché l'attivazione di mediazione culturale e di informazione, inclusa quella inerente la protezione internazionale delle persone ospitate - ha eseguito il tampone rapido alla delegazione.
A bordo della nave non sono presenti Forze di polizia, ma unicamente personale della Croce Rossa italiana e della Compagnia di navigazione. Le persone sono alloggiate in cabine a due letti (con uso singolo) o a quattro letti (con uso doppio o anche triplo nel caso di nuclei familiari). Le persone sono invitate a limitare le proprie uscite dalla cabina a quelle inerenti alla necessaria socialità, pur in un ambiente così peculiare, e in condizioni di mantenimento di necessarie distanze. I pasti sono serviti in cabina. L'assistenza medica è assicurata a bordo, salvo rari casi di ospedalizzazione per i quali è previsto il trasbordo in elicottero.
La delegazione ha visitato cabine e ambienti comuni di uno dei ponti dedicati alla quarantena precauzionale -modulo che si ripete uguale negli altri ponti-, intrattenendosi con alcuni migranti ospitati; ha visitato l'accesso alla zona riservata alle persone risultate positive, assistendo alle operazioni di sanificazione del personale che aveva finito il turno di lavoro in tale area. Inoltre, ha avuto colloqui personali, con l'aiuto dei mediatori culturali, con alcune persone di diverse aree geografiche di provenienza. La complessiva sensazione di dignità della sistemazione riscontrata e di professionalità degli operatori rende per le persone migranti l'attuale situazione non comparabile con precedenti sistemazioni provvisore in hotspot superaffollati e conferma la valutazione di assoluta accettabilità di tale soluzione che il Garante nazionale ha già avuto modo di esprimere in altre occasioni.
Ovviamente, tale valutazione va considerata nel contesto dell'eccezionalità e va sempre configurata l'effettiva possibilità che sarà successivamente offerta ai migranti di accedere, qualora ne siano accertati i requisiti, a tutte le modalità protettive e di aiuto all'inserimento che il nostro ordinamento prevede. Il Garante nazionale esprime il proprio ringraziamento e apprezzamento alla Ministra Luciana Lamorgese, al Capo Dipartimento Michele Di Bari e allo staff per gli sforzi compiuti per agevolare la visita.
di Francesca Paci e Francesco Semprini
La Stampa, 18 settembre 2020
Le autorità di Tobruk: "I pescherecci svolgevano la loro attività in un tratto di mare libico". È ancora giallo sugli equipaggi dei pescherecci italiani fermati in Libia orientale: l'unica cosa che appare chiara è la prova di forza del generale Haftar, l'escluso dal congelamento della guerra imposto da Mosca, Ankara e Washington, nei confronti di Roma.
"Appariranno presto davanti a un tribunale che dovrà giudicare il reato da loro commesso" dice a La Stampa il presidente della commissione Affari esteri del parlamento di Tobruk, Yusuf Al-Agouri. La spiegazione è quella fornita alle autorità italiane: "I pescherecci sono stati fermati mentre svolgevano attività nella zona economica esclusiva della Libia". Sulla carta quindi il caso è trattato secondo le vie ordinarie della Giustizia libica, ma la vicenda resta fumosa.
Non è la prima volta che i libici trattengono dei pescherecci italiani, ma in genere si risolve tutto in poche ore, al massimo un paio di giorni. Da oltre due settimane invece, i dieci pescatori italiani partiti da Mazara del Vallo sono "in stato di fermo" insieme a dieci colleghi di altre nazionalità. Due di loro si trovano a bordo delle imbarcazioni e otto in una villa nei pressi di Al-Marj, la roccaforte di Haftar. Altro elemento chiave è la presunta richiesta di liberazione dei quattro calciatori libici detenuti in Italia perché condannati in appello nel 2015 con l'accusa di traffico di esseri umani e immigrazione clandestina. Per loro, fa sapere l'ambasciata libica a Roma, è stato esaminato il ricorso in Cassazione perché secondo l'attuale avvocato difensore gli imputati non sarebbero stati seguiti ed assistiti in modo continuativo dai predecessori. Come mai, allora, è stata avanzata la richiesta di scarcerazione prima della revisione del caso in terzo grado?
Si dice che tale richiesta sarebbe giunta dalla Cirenaica dove esiste un governo parallelo guidato dal 2014 dal primo ministro "orientale" Abdullah al Thani, il quale, tra l'altro, qualche giorno fa, ha presentato le sue dimissioni in seguito a una serie di proteste popolari. È la parte di Libia con perno su Bengasi su cui di fatto regna Haftar, la stessa che fa trapelare la notizia non confermata di una partita di stupefacenti trovata a bordo dei pescherecci durante i controlli. Un pretesto, si teme, sollevato da chi avrebbe interesse a utilizzare gli italiani come leva politica prima ancora che per lo "scambio dei prigionieri".
Il fermo è avvenuto nel giorno della quarta visita in dieci mesi del ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Libia, recatosi a Tripoli, a Qubba, dal presidente del parlamento di Tobruk Aguila Saleh, ma non da Haftar. Una scelta tarata sulla perdita di peso militare e politico del generale, spiegano fonti tripoline. Una scelta impugnata però adesso dall'uomo forte della Cirenaica che da un lato vuole mostrarsi ancora potente con Roma e dall'altro parla al suo popolo in ebollizione, giacché i calciatori libici detenuti in Italia appartengono a importanti clan locali.
Nella difficoltà di percorrere i canali diretti (giacché c'è un governo parallelo oltre a quello di Fayez al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale) Di Maio sta battendo le strade di Russia ed Emirati, sponsor principali di Haftar. "Sarà convocato presto un vertice di governo su questo tema" avverte il titolare della Farnesina incalzato, tra gli altri, dal deputato di Leu Erasmo Palazzotto, che parla di "un inaccettabile ricatto da parte dei libici". A dare manforte al ministro degli esteri c'è il collega della Giustizia, Alfonso Bonafede, originario di Mazara: "Di Maio si sta occupando personalmente della questione e confido nella veloce soluzione del caso ma per me è importante far sentire la mia vicinanza ai pescatori, miei concittadini".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 18 settembre 2020
Nel rapporto degli investigatori delle Nazioni Unite si afferma che le forze di sicurezza e i gruppi loro alleati hanno commesso "violazioni sistematiche dei diritti umani, compresi omicidi e torture". L'Onu accusa Nicolás Maduro di crimini contro l'umanità e chiede che venga processato dalla Corte internazionale dell'Aja.
Con un comunicato che esprime la sintesi di un duro e dettagliato rapporto steso da un gruppo di investigatori al termine di una lunga indagine nel Paese sudamericano, le Nazioni Unite affermano che le forze di sicurezza e i gruppi loro alleati hanno commesso "violazioni sistematiche dei diritti umani, compresi omicidi e torture che equivalgono a crimini contro l'umanità".
Lo scrive Reuters che assieme alla Bbc riporta ampi brani del rapporto che inchioda il presidente del Venezuela e i suoi ministri della Difesa e dell'Interno, Néstor Reverol e Vladimiro Padrino López, a pesanti responsabilità. La maggioranza delle esecuzioni illegali da parte di agenti statali", sottolinea il dossier, "non sono state oggetto di indagine e sottoposte a giudizio in Venezuela, un paese dove lo Stato di Diritto e le istituzioni democratiche hanno fallito".
La missione degli investigatori dell'Onu ritiene che la Corte Penale Internazionale, assieme ad altre istituzioni giuridiche nazionali, che avviarono uno studio preliminare in Venezuela nel 2018, dovrebbero processare i personaggi coinvolti. Gli esperti sono pronti a consegnare i dati che contengono i nomi degli ufficiali identificati dalle vittime.
"Il gruppo", spiega ancora il rapporto, "ha raggiunto motivi ragionevoli per credere che le autorità venezuelane e le forze di sicurezza abbiano pianificato e portato a termine violazioni dei diritti umani sin dal 2014". Tra queste gli assassinii e l'uso sistematico della tortura che, rileva la presidente del gruppo di investigatori Onu, Marta Valinas, "sono crimini contro l'umanità".
Maduro e il suo governo non hanno risposto alla diffusione del rapporto. Ma è probabile che lo faranno nelle prossime ore. Un'accusa così pesante, sollevata da un organismo internazionale che il presidente stesso aveva invitato in Venezuela per dimostrare che tutto andava bene e che le accuse dell'opposizione e degli espatriati erano solo calunnie, non può lasciarlo indifferente. Soprattutto ora che ha assunto un atteggiamento molto più disponibile ad un negoziato che porti a una pacificazione, ha rilasciato duecento prigionieri politici, ha ottenuto la partecipazione alle elezioni legislative fissate a dicembre di Henrique Capriles, esponente di spicco del dissenso, già due volte candidato alle presidenziali, sconfitto per un pugno di voti prima da Hugo Chávez e poi dallo stesso Maduro.
Il nuovo rapporto segue quello altrettanto critico, ma con diverse sfumature, realizzato dall'Alta Commissaria per i Diritti Umani dell'Onu Michelle Bachelet. L'ambasciatore venezuelano presso le Nazioni Unite Jorge Valero si è mostrato sorpreso dalle conclusioni della missione. "Avevamo ripreso i rapporti con la Bachelet e avviato un programma di visite nelle carceri", ha ricordato. "La relazione nuoce al dialogo in corso e va a sommarsi alle pesanti sanzioni imposte dal presidente Trump che stanno provocando sofferenza e morte al popolo venezuelano".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 settembre 2020
Nel lungo elenco del governo la richiesta di soldi per la costruzione di nuove carceri e nessuna richiesta di risorse per attuare una politica basata sulle misure alternative, salute e rieducazione. Di nuovo soldi per la costruzione di nuove carceri e lavoro gratuito, nessuna richiesta di risorse per attuare una politica basata sulle misure alternative, salute e rieducazione. Nel lungo elenco dei progetti stilato dal governo italiano per chiedere i fondi europei del Recovery Fund, ci sono anche quattro voci riguardanti il sistema penitenziario.
di Guido Salvini*
Il Dubbio, 17 settembre 2020
Non posso essere sospettato di simpatie o di indulgenza nei confronti di Cesare Battisti. Ho scritto in molti articoli che Battisti era un personaggio indifendibile e che il suo tentativo di dipingersi, per sottrarsi all'estradizione dal Brasile, come un innocente condannato dopo processi ingiusti e un perseguitato politico era risibile e poteva al più soddisfare gli intellettuali poco informati che lo avevano protetto.
Del resto di quella mancata estradizione in Italia alla fine perfino l'ex Presidente del Brasile Lula ha parlato come di un errore. Tanto è vero che, una volta giunto in Italia Battisti ha confessato tutti gli omicidi e i ferimenti per i quali era stato condannato dalla Corte d'Assise di Milano.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 17 settembre 2020
Elezione contesa. Mario Rosario Morelli alla guida solo per tre mesi. I giudici si dividono, necessari due scrutini. E lui annuncia già il suo successore. "Il mio successore al 99,9% sarà Giancarlo Coraggio". Non si ricorda un altro presidente della Corte costituzionale che, presentandosi nella tradizionale conferenza stampa che segue l'elezione, si sia preoccupato di annunciare già l'esito della prossima votazione. Se Mario Rosario Morelli, che ieri è diventato il 43esimo presidente della Corte, ha pensato di farlo è perché la sua è stata un'elezione particolare.
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