primalariviera.it, 16 settembre 2020
Con l'emergenza Covid era aumentato il numero di telefonate e anche videochiamate con Skype e WhatsApp, ora però si è tornati alla normalità. Una protesta pacifica si è svolta, nella tarda serata di ieri, da parte dei detenuti del carcere di Imperia a causa di una riduzione delle telefonate, così come previsto dall'ordinamento penitenziario, che durante l'emergenza Covid ne aveva concesse ulteriori in aggiunta a quelle di norma previste atte a favorire i colloqui sia telefonici che visivi, a distanza, anche con l'utilizzo di applicazione come Skype e WhatsApp.
Ora, però, che sono ripresi i colloqui con i parenti, si è tornati alla normalità. I detenuti hanno così iniziato a sbattere posate e altro materiale contro le grate della cella, provocando un rumore che si è sentito anche fuori dal penitenziario. "Purtroppo, sia a livello nazionale che regionale e locale - spiega il segretario regionale figure del Sappe Michele Lorenzo - e visti gli accadimenti drammatici durante l'emergenza sanitaria, la situazione delle carceri è esplosiva, gli istituti nazionali e soprattutto quelli liguri sono sovraffollati e tra questi spicca l'istituto di Imperia".
Afferma Fabio Pagani Uil-Pa penitenziari "Come ci era stato facile pronosticare, si allarga la protesta dei detenuti in molti istituti penitenziari. Dalle ore 21.50 circa di ieri per circa un'ora, una rumorosissima protesta con la battitura delle stoviglie è cominciata nel carcere di Imperia. In Liguria tra gli istituti gli istituti penitenziari di Imperia e Sanremo rischiamo il default ed è arrivata la manifestazione a suon di decibel anche a Imperia.
I detenuti non hanno digerito l'ordine del direttore di adeguare le telefonate all'Ordinamento Penitenziario, ovvero 1 a settimana in un Carcere che vanta un sovraffollamento esagerato di 100 detenuti presenti su una capienza di 69. La protesta si è conclusa con l'arrivo del comandante che in qualche modo è riuscito a placare gli animi".
di Carlo Alberto Romano
Corriere della Sera, 16 settembre 2020
Lutto nel giornalismo bresciano: è morto Marco Toresini, direttore della redazione bresciana del Corriere della Sera e del giornale dei detenuti "Zona 508".
Uso spesso, per i miei studenti del corso di Criminologia penitenziaria, un video documento registrato una decina di anni fa. Si tratta di una inchiesta, prodotta e presentata da una emittente bresciana che oggi non esiste più, nella quale alcune persone descrivono e valutano il loro contatto, per ragioni professionali, con il mondo del carcere. Una di queste persone è Marco Toresini, intervistato in rappresentanza di Z508, il periodico edito da Carcere e Territorio, redatto all'interno degli Istituti penali bresciani e del quale Marco fu per oltre un decennio il direttore responsabile.
Nei pochi minuti della sua intervista traspare perfettamente il modo di pensare e di lavorare di Marco: il linguaggio semplice e mai ambiguo, il riferimento concreto a un caso giudiziario famoso, in modo da far capire a tutti gli ascoltatori di cosa si stesse parlando, caso in quei giorni particolarmente citato, perché la persona condannata aveva appena acquisito un titolo di studio solitamente estraneo al perimetro carcerario.
Marco lamentava che tutti i titoli dei giornali riguardanti questa persona ne evocassero solo il passato, come un macigno impossibile da allontanare e schiettamente riconosceva le responsabilità, sul punto, della categoria professionale cui pure egli apparteneva. L'intervista proseguiva con la narrazione del primo approccio di Toresini al carcere: "...improvvisamente vidi davanti a me i volti di persone di cui avevo narrato le storie giudiziarie e capii che quelle persone stavano tentando di scrivere un'altra storia".
Ecco, senza enfasi ma con rara efficacia e, senza compiacimenti morbosi ma con grande sincerità, Marco in questo modo seppe spiegare il motivo della sua scelta; diventare Direttore di Z508 per raccontare altre pagine, dopo aver conosciuto la parte meno bella di molti racconti di vita.
Egli decise cioè di non voltarsi dall'altra parte, come tanti, troppi fanno, ma di aiutare chi avesse desiderato girar pagina, narrandola, o insegnando come narrarla. Una scelta certo non popolare, men che meno conveniente: ma la fatica di strappare tempo alla sua pur esigente professione non inquinò mai la qualità del suo apporto a 508. Una scelta vissuta con convinzione e serietà e al contempo assoluta umiltà, come traspariva dalle relazioni umane instaurate.
Ai redattori detenuti mai fece pesare la sua professionalità, e mai si fece condizionare dal pregiudizio verso alcuno di essi. In un momento storico in cui il linguaggio giustizialista torna a essere strillato e il pregiudizio ostile viene addirittura esibito, l'esempio con cui Toresini dette vita a un volontariato penitenziario di qualificata levatura, perché professionalmente orientato, e il tono sempre pacato con cui seppe e volle presentarsi, mancheranno molto. Al carcere, al giornalismo carcerario e a tutti coloro che, sul carcere, vorrebbero sentire narrare altre storie. Ciao Direttore.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 16 settembre 2020
Nella città lariana dove convivono due anime, quella inclusiva e quella che discrimina. Il ragazzo che piange lontano da tutti si chiama Mamadou: "La vedi questa camicia? Me l'ha regalata lui sabato mattina". La donna che tira manate contro la porta chiusa della casa parrocchiale, invece, è arrivata qui al confine fra Italia e Svizzera partendo dal Gambia: "I miei figli sarebbero morti di fame senza don Roberto". Sul gradino della chiesa di San Rocco la signora Patrizia Pederzoli, 51 anni, fissa il vuoto: "Sono uscita dal carcere due anni fa. Il don è stato l'unico ad aiutarmi. Mi ha trovato un posto per dormire e ogni mattina ci vedevamo qui per la colazione. Portava il caffè e i pasticcini. Io non credo ai preti, ma lui ti metteva il cuore in pace. Era un uomo dolce e anche molto bello, infatti due giorni fa gli ho detto: "Ma perché sei nato prete?". E lui mi ha fatto uno dei suoi sorrisi e io mi sono illuminata".
Su questo ramo del lago di Como viveva un prete coraggioso. Ma non faceva niente per ostentare il suo coraggio. Nato a Morbegno il 14 agosto 1969, don Roberto Malgesini aveva lavorato per tre anni alla Banca Popolare di Sondrio prima di entrare in seminario. Dal 2008 distribuiva cibo ai poveri davanti a questa piccola chiesa, cercava gli alcolizzati nei giacigli, parlava con le prostitute e con i migranti. "Non era un prete da combattimento, la sua forza era la mitezza", dice l'ex assessore alle Politiche sociali Bruno Magatti. Anche lui, come tutti gli altri, è venuto a piangere in questi giardinetti che raccontano la storia intera della città di Como. Qui c'erano otto panchine, ma ne sono rimaste due. Perché sei sono state tolte dall'amministrazione per evitare che troppi poveri si sedessero.
Le due città sono riconoscibili. Una chiude le fontanelle agli assetati, l'altra è la città di don Roberto. "Io avevo solo un paio di ciabatte - dice il signor Carlo Colombo -. Il don è andato a comprarmi le scarpe con la sua carta di credito. Lo so perché il giorno dopo mi è venuto incontro con il sacchetto e dentro c'era ancora lo scontrino. Faceva così con tutti. Se stavi male ti portava dal dottore, aspettava con te anche se non avevi prenotato".
Don Roberto aveva fatto così anche con il suo assassino, un uomo tunisino con problemi psichici. Lo aveva aiutato a trovare casa, gli aveva dato colazione ogni mattina. Gli aveva trovato l'avvocato per fare ricorso contro il decreto di espulsione. E adesso, che questa generosità è finita con le coltellate in mezzo alla strada, con la morte di don Roberto, la città è ancora più divisa. "C'è una zona d'ombra dove si muovono gli invisibili", dice l'ex assessore Magatti: "Sono persone che andrebbero prese in carico con delle politiche di inclusione, bisognerebbe uscire dalle ideologie e provare ad affrontare veramente le questioni. Non puoi usare il manganello, gli slogan e i divieti, non puoi rimuovere i problemi".
La spaccatura nel cuore di Como è diventata evidente nell'estate nel 2015, quando davanti alla stazione San Giovanni si è allargata la tendopoli dei migranti che cercavano di passare. Ma questa è una terra ricca e di frontiera, con i motoscafi Riva ormeggiati all'imbarcadero e la villa di George Clooney fra le attrazioni turistiche. Da tre anni governa il centrodestra. Anni di ordinanza come quella del natale 2017: "Vietato mendicare in forma dinamica. Vietato mendicare anche in forma statica, occupando spazi pubblici con l'utilizzo di cartoni, cartelli.
È altresì fatto divieto di bivaccare...". Ordinanza a cui seguì, il Natale successivo, quella contro i venditori di cianfrusaglie e i suonatori di strada. Qui i fascisti di "Veneto fronte skinhead" avevano fatto irruzione al chiostro di Sant'Eufemia dove si teneva una riunione dell'associazione "Como senza frontiere". Ed è la stessa città dove sette giorni fa l'assessore alle Politiche sociali Angela Corengia ha buttato via le coperte a un senzatetto. "Ma volevo solo disinfettarle", si è giustificata. Ci sarebbero 840 mila euro da spendere per politiche di inclusione, ma quei fondi non sono mai stati utilizzati. Il consiglio comunale sta discutendo in questi giorni se chiudere con una cancellata un porticato sotto cui trovano rifugio i migranti.
Ma Como è anche la città dove un prete mite e coraggioso incarnava il vangelo. "È morto nel giorno in cui ricorre l'anniversario della morte di don Pino Puglisi", ha detto il vescovo Oscar Cantoni. "I santi si ricorrono... Sono convinto che don Roberto sia stato un santo della porta accanto per la sua semplicità, per l'amorevolezza con cui è andato incontro a tutti". Piazza Duomo, ieri sera, era piena all'ora del rosario. La signora Giselle Mole, congolese, portava un fiore bianco per don Roberto: "Non ti chiedeva se credevi in dio, ti aiutava a portare la spesa a casa e ti salutava con un sorriso".
recensione di Vittorio Feltri
Libero, 16 settembre 2020
Il racconto della vita dietro le sbarre di un uomo che deve tenere a bada migliaia di detenuti, molti di loro disperati. Silvio Pellico, che scrisse Le mie prigioni, un capolavoro ottocentesco di cui si leggevano una volta alcune pagine nelle antologie scolastiche, non avrebbe mai immaginato un epigono persino letterario, situato però dall'altra parte della pena: quella del direttore di un penitenziario, anche se non proprio lo Spielberg.
In fondo, nella visione romantica e cinematografica, chi esercita questa funzione è assimilato a un boia più raffinato: è il super-aguzzino di "Ali della libertà", un arci-secondino che tiene lucide le apparenze di civiltà dell'inferno. Ho scelto un paragone simmetrico, citando Pellico, di certo esagerato, però ci sono singhiozzi di sofferenza e di umanità indimenticabili nel libro appena uscito di Giacinto Siciliano: "Di cuore e di coraggio - Memorie di un direttore di carcere" (Rizzoli, pp 273, € 18, e-book 9,99).
Non ritenevo possibile che un libro sui penitenziari di uno di questo mestiere potesse essere avvincente. Lo è stato per me dal punto di vista intellettuale ed emotivo. Siciliano, attuale responsabile del carcere di San Vittore, e in precedenza di quello gonfio di ergastolani e di capi mafiosi al 41bis, tra cui a suo tempo Totò Riina, di Opera (sempre a Milano), è riuscito a trascinarmi "dentro" in molti sensi, e costringerà chi vorrà fidarsi del mio consiglio a entrare dove si sente il clangore metallico delle serrature, ma soprattutto nell'esperienza viva (viva? Che vita è senza libertà?) di quel mondo.
E persino riconoscere la sua utilità, la possibilità che non sia l'università del crimine, un master per nemici accaniti della società, bensì un luogo dove rinascere, con fatica, strappi interiori, ma uscendo dalla spirale perversa di un'esistenza malvissuta. Utopia? Sogno di visionari? Ipocrisia? Lo pensano in tanti: sia quelli che sono contrari all'esistenza stessa delle carceri, e valutano soluzioni rieducative senza sbarre (chi è l'utopista, in questo caso?), sia chi è convinto che siccome un delinquente non cambia, tanto vale, nel periodo di detenzione, fargli vedere i sorci verdi, insomma che soffra il più possibile.
Detenuti cambiati - Siciliano racconta un'altra possibilità, la documenta con nomi e cognomi di detenuti cambiati nel profondo. Nessuna teoria ma, appunto, la sua personale vicenda. E che storia quella di Siciliano. Figlio d'arte ma trascinato in questa carriera per un caso che sa tanto di fato inesorabile. Nonno comandante delle guardie di un penitenziario, il padre direttore delle carceri più difficili, capace di soffocare rivolte, e perciò sotto scorta come ora capita al figlio Giacinto. Il quale, cresciuto nell'astanteria delle prigioni, racconta cosa gli capitava il mattino uscendo per andare a scuola. Scrive: "Siciliano boia devi morire". La scritta rossa con la stella a cinque punte delle BR era comparsa dalla notte al giorno sul muro del palazzo di fronte a casa dei miei nonni materni, nel quartiere Santa Rosa a Lecce. Ero un ragazzino". Ovvio volesse liberarsi da incubi simili. Voleva fare il notaio, uscire, andare lontano da quelle fortezze senza gioia. Fa il concorso per direttore di penitenziari per esercitarsi nel superare esami e assecondare un'amica che voleva compagnia nello studio, e si ritrova vincitore. Il numero uno. Un destino. Subito a Monza, vice di un grande maestro, Luciano Petruzziello "sempre con una sigaretta senza filtro in mano" a spiegargli una legge del carcere e forse della vita: "Il nemico, Giacinto, te lo devi tenere vicino". Giravano nella nebbia intorno alle mura della "loro" prigione, nel freddo e nella nebbia della Brianza, lui con un cappotto troppo leggero, balbettando dal freddo e scaldandosi nel fumo delle nazionali senza filtro del direttore.
La storia personale - Che cosa ha imparato Siciliano e che cosa comunica al lettore sulle carceri? Un attimo. Prima introduco un altro elemento, secondario fino a un certo punto rispetto al dibattito in corso sulla natura dell'istituzione carceraria, che è un chiodo conficcato nel fianco dell'autore, anzi proprio sulla bocca dello stomaco, e che penetra e strazia la sua coscienza. Siciliano ha vissuto, e ancora vive nell'intimo, una storia personale di tortura giudiziaria. Fu accusato nel 2006 di essere parte di una associazione che - facendosi beffe dei magistrati inquirenti - forniva informatori di mafia ai servizi segreti, sulla base di un protocollo detto Farfalla vigente tra la Direzione amministrativa penitenziaria e l'Aisi (l'intelligence interna).
Non ne sapeva nulla, mai letto e dunque mai praticato. Il direttore di San Vittore, oggi onorato da tutti - e giustamente -, sente ancora come una ferita insanabile il pubblico ministero che, mentre gli puntava il dito contro, ripeteva: "Lei è il disonore della sua amministrazione". Otto anni di processo, spese e offese, infine la prescrizione senza che il giudice decidesse su assoluzione o colpevolezza. Accettò la prescrizione, non poteva permettersi anni e ancora anni di tormento e la rovina economica per la sua famiglia. Non si dà pace. E questa esperienza personale di ingiustizia ha contribuito a farlo maturare, a rendergli più pulito lo sguardo su chiunque abbia davanti. Pure il più criminale dei criminali, gente che scioglie i bambini nell'acido dopo averli strozzati con cura? Pare di sì. Siciliano scrive: "La dignità di un uomo rimane un valore intoccabile anche in una cella". Ancora: "A me può anche far ribollire il sangue dentro, ma non posso non trattarlo da uomo. E un uomo fa sempre la differenza. Il detenuto che hai davanti è un uomo, non un pezzo di carta, non una sentenza, è una storia e un futuro. Con quell'uomo devo lavorare per valorizzarlo e dargli una possibilità, in modo che faccia tesoro degli errori e cerchi solo di migliorare".
Libertà - Sia chiaro. "Il carcere non è un posto bello". Non lo è per chi vi sconta la pena, e neppure per chi vigila sui detenuti. Lì infatti si comprime qualcosa senza cui la vita non è tale, e l'uomo è amputato di qualcosa di essenziale, il cui nome comincia per elle e finisce con l'accento sulla a: non ripeto la parola per non sciuparla. La gran parte delle persone ritiene che, rispetto al male fatto, e specie davanti a delitti efferati, questa privazione sia poca cosa, e sostiene che qualsiasi allentamento della morsa, e persino l'ora d'aria, siano regali ingiusti, secondo una morale che risuona nella famosa frase che Giacinto - viene naturale trattarlo con confidenza - cita e a cui replica: "Bisogna prendere le chiavi e buttarle via". Certo, sarebbe più facile dire sempre di no, mantenersi sulla difensiva, tenere il "nemico" alla larga, isolato, senza che abbia l'opportunità di poter cambiare. Questo però non è il mio compito, questo non è il dovere dello Stato. Se lavorassi al riparo da ogni possibile seccatura o rischio, sarei debole e lo sarebbe pure lo Stato che rappresento. E il carcere sì che si trasformerebbe in un'istituzione inutile, come ormai, purtroppo, sostengono in molti".
Ultimamente un magistrato che in cella ha contribuito a sbatterne tanti, Gherardo Colombo, in pensione riflessiva, è arrivato alla conclusione che non servano a nulla, peggiorano chi vi finisce e alla fine sono un pericolo per la società. Siciliano risponde: "Io, che sono un ottimista di natura, penso che il carcere, pur con tutti i suoi limiti, abbia un valore. Il carcere non è un posto bello, ma può funzionare. Per funzionare bene, la pena deve essere però utile e dignitosa". Per questo si dichiara contro "l'ergastolo ostativo", che toglie qualsiasi possibilità di pensare a un futuro diverso, fosse pure per un pomeriggio, per un'ora. Non è tempo perso, almeno non sempre, la prigione. Cita nomi e casi di gente rinata, senza alcuna convenienza per se stessi. E che lo hanno ringraziato per l'occasione data di incontrare un "servitore dello Stato" (stavolta l'espressione mi pare congrua), che, severo sulle regole della detenzione e sul rispetto scrupoloso delle norme, però sa che la pena è per la persona e non la persona per la pena, fosse pure il più malvagio degli assassini.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 16 settembre 2020
Intervista a Domenico Alessandro De Rossi, architetto. Si torna a parlare del carcere di Nola: si farà e quando? Ancora difficile trovare delle risposte. Ogni tanto riemerge in qualche discussione ma dal Dap ci dicono che dovrebbero essere ancora in fase di svolgimento le indagini geologiche sull'area e di progettazione preliminare. Il progetto però risale al bando ministeriale del 2017, elaborato dagli uffici tecnici del Dap, frutto del lavoro scaturito da quanto pensato e stabilito dai tecnici del Tavolo n. 1 degli Stati Generali dell'Esecuzione Penale "Spazio della pena: Architettura e Carcere" nel 2015.
"Tuttavia quel progetto ministeriale è in netta contraddizione con le conclusioni degli Stati Generali e mal pensato dal punto di vista della territorialità, della capienza e sostanzialmente architettonico" ci dice l'architetto Domenico Alessandro De Rossi, cofondatore e vice presidente del Centro Europeo Studi Penitenziari, curatore di due libri "L'universo della detenzione" del 2011 e "Non solo carcere", del 2016 (Mursia ed.).
Architetto cosa critica di quel progetto?
Il principale e più grave sbaglio che determina poi a cascata ulteriori errori e problemi è dato dalla insostenibilità del gigantesco impianto che prevede ben oltre 1500 reclusi. La cultura più aggiornata e sperimentata oggi vede la capienza sostenibile dal punto di vista tecnico e gestionale intorno ai 300, 350 detenuti al massimo. La ormai consolidata carenza di integrazione politica, culturale e tecnica tra le diverse competenze destinate alla pianificazione del futuro della detenzione viene ancora in questo Paese a concepire mega impianti carcerari fuori scala, fuori misura, totalmente fuori da una concezione sistemica della detenzione come occasione di recupero del condannato, della sua integrazione e riqualificazione. Tra gli immani problemi di "sistema" che si presenteranno, qualora fosse portato ancora ottusamente avanti il programma, pensiamo solo alle migliaia di persone in visita ai detenuti, al personale della Polizia penitenziaria, agli addetti alla formazione, al personale tecnico e amministrativo. Anche dal punto di vista dei trasporti occorrerebbe una efficienza che non abbiamo in quelle aree né su ferro, né su gomma. Ultimo argomento, ma non meno importante, è quello riguardante il distanziamento fisico tra le persone detenute e circolanti a vario titolo nel carcere in presenza del Coronavirus.
Quali altri problemi rileva?
Sembrerebbe che il sottosuolo, come per altre parti del territorio in quella regione, sia inquinato da rifiuti tossici.
I progettisti, tenendo conto della prospettiva interna e dell'oppressione dei muri di cinta delle carceri tradizionali, vantano di aver pensato ad un carcere senza muri perimetrali.
Si tratta di una scelta stigmatizzata da molti e con vari argomenti, anche in occasione del dibattito tenutosi nel marzo 2017 all'Università degli Studi di Roma Tre. Alla presenza, tra gli altri, dell'allora Sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri emerse una aspra critica verso questa scriteriata scelta proprio avvalendosi di un mio articolo pubblicato su Polizia Penitenziaria. Da allora di Nola e del suo mostruoso carcere non se ne parlò più. Pochi giorni fa però è tornato a parlare bene del mega carcere l'architetto Luca Zevi, già coordinatore del tavolo n. 1 degli Stati Generali. Col tempo ha cambiato idea sul progetto e oggi sembrerebbe che coordini i lavori affidatigli dal Dap.
Quale sarebbe per lei il modello di carcere perfetto?
Il carcere perfetto è un ossimoro e l'architettura per quanto possa fare miracoli non può rendere accettabile ciò che in partenza è pensato male o voluto peggio. Ciò che occorre è ripensare l'esecuzione penale in tutt'altro modo dalla consuetudine nella quale il nostro Paese è immerso. Politiche contraddittorie, competenze settoriali, spoils system (quel perverso meccanismo in cui i dirigenti o i consulenti ricoprono il loro mandato finché rimane in carica il dirigente politico che li ha nominati) contrapposto al merit system, da sempre a parole auspicato ma raramente in Italia praticato. In Europa ci sono carceri ben fatti e che funzionano. Per paradosso, basterebbe copiare. Comunque studiare.
di Leonardo Martinelli
La Stampa, 16 settembre 2020
Un sondaggio rivela: il 55% della popolazione favorevole alla reintroduzione. E almeno 4 francesi su 5 vorrebbero "un vero capo" alla guida del loro Paese. "Bisogna reintrodurre la pena di morte": è quanto ritiene il 55% dei francesi, una quota record per il sondaggio condotto ogni anno in Francia dall'istituto Ipsos per il quotidiano Le Monde. Si tratta ormai della maggioranza della popolazione e di undici punti percentuali in più rispetto al 2019. Proprio la Francia è stato l'ultimo Paese europeo occidentale ad abolire la pena di morte nel 1981, dopo che François Mitterrand era diventato presidente, sotto l'impulso del ministro della Giustizia Robert Badinter, ancora oggi uomo simbolo di quella battaglia, che condusse per anni.
Se si guarda ai risultati dell'inchiesta, la quota dei favorevoli cambia sensibilmente secondo l'orientamento politico. Tra i simpatizzanti dell'Rn (Rassemblement National, il partito di Marine Le Pen) è l'85% ad approvare la pena di morte e il 71% fra quelli dei Repubblicani, la formazione della destra neogollista (qui il balzo in avanti rispetto all'anno scorso è stato di 23 punti percentuali). Negli altri partiti globalmente "solo" il 39% è favorevole, ma forte è la progressione tra chi ha il Pcf (Partito comunista) e Lfi (La France Insoumise, la, gauche radicale) come formazioni di riferimento (complessivamente 31 punti percentuali in più sul 2019).
Quanto alle categorie professionali, quelle dove la percentuale dei favorevoli al ritorno alla pena di morte è più alta sono gli operai (68%), gli impiegati (60%) e i pensionati (55%). Non solo: almeno quattro francesi su 5 vorrebbero "un vero capo" alla guida del loro Paese. Sì, l'82% ritiene che "la Francia ha bisogno di un vero capo per rimettere ordine". Si tratta di tre punti percentuali in più rispetto all'anno scorso. Tale affermazione è convalidata dal 97% sia dei simpatizzanti dell'Rn che dei Repubblicani. Ma anche dall'80% di quelli del Pcf e di Lfi considerati assieme (33 punti percentuali sopra il livello del 2019). Infine, è l'88% dei francesi a considerare che "l'autorità è un valore troppo spesso oggi criticato". Pure in questo caso si tratta di un record. Per quanto riguarda la pena di morte, la quota più alta precedentemente registrata era stata del 52% dei francesi, nel 2015, dopo gli attentati di Charlie Hebdo e dell'Hyper Cacher. L'ultimo giustiziato (con la ghigliottina) in Francia risale al 1977: fu Hamida Djandoubi, un tunisino residente nel Sud della Francia, che aveva selvaggiamente torturato una donna, prima di ucciderla. Quattro anni dopo Parigi avrebbe finalmente abolito la pena di morte. Lo aveva già fatto la Spagna nel 1978 e, prima ancora, la Germania nel 1949 e l'Italia nel 1948. Ufficialmente il Regno Unito l'abolì solo nel 1998, ma l'ultima esecuzione era stata effettuata nel 1964.
di Alessandra Ghisleri
La Stampa, 16 settembre 2020
Nei numeri del sondaggio di Euromedia Research cambiano le preoccupazioni più diffuse nel Paese: al primo posto c'è il lavoro. Affermare che l'Italia è un Paese in emergenza non è una rilettura dell'attualità. Anche prima della pandemia Covid-19, non è passato un giorno senza un racconto su una nuova situazione critica: affrontare la pandemia significa dunque affrontare anche tutte le carenze mai risolte nella nostra storia, che finiscono per amplificare a dismisura le urgenze. Lavoro e disoccupazione, sanità, istruzione sono tornati nel ranking delle priorità degli italiani a discapito di sicurezza e immigrazione, malgrado gli sbarchi delle ultime settimane.
Questo continuo ritorno dei medesimi argomenti stimola il ragionevole dubbio che la politica non affronterà con serietà i problemi. Anzi, resterà fedele a una comunicazione che aiuta, insieme alle iperboli del linguaggio, a rimandare e rinviare le scelte complicate. Abbiamo compreso che di volta in volta, e di anno in anno, il vero spartiacque sulle promesse della politica e le attese del popolo sono le elezioni. Nazionali o locali, sono un ottimo stimolo per riscuotere garanzie pregresse o per rimettere "in bolla" antichi equilibri disarmonici.
Tuttavia manca sempre il saper osare e scommettere sul futuro, il coraggio di reagire per uscire dall'ordinario. Così in attesa di comprendere l'esito del voto alle regionali e al referendum sul taglio dei parlamentari di domenica e lunedì prossimi, gli italiani si trascinano svogliatamente persuasi che il significato del voto si stia inaridendo.
La pandemia ci ha posto di fronte a una seria minaccia, che ha fatto emergere i punti di forza e di criticità del nostro sistema sanitario. Il lockdown ha messo lo stop a tutte le attività produttive e commerciali, facendo implodere le certezze su cui ognuno di noi aveva pianificato il proprio futuro. La sospensione delle lezioni con lo smart working ha stravolto, nel bene e nel male, la quotidianità delle famiglie. E allora, in una situazione così trasfigurata, gli elettori si chiedono: perché la politica non si arma di coraggio e non pensa più solo a sopravvivere a sé stessa, ma a reagire?
Gli italiani hanno ben compreso che il quadro economico e sociale del nostro Paese è oggettivamente complicato e allo stesso tempo nebuloso, tuttavia le loro speranze vanno in un'unica direzione: il ritorno a una - per quanto anomala - stabilità. Il 65 per cento, pur riconoscendone lo sforzo e l'impegno, ritiene insufficienti le misure del Governo, dando la colpa alle politiche economiche nazionali. I dati ci dicono che, nonostante la crisi, molti sono i Paesi in Europa che hanno pianificato una fase di crescita, mentre l'Italia rimane ancorata agli ingarbugli burocratici che rallentano le nostre imprese e, senza un'efficace riforma della giustizia civile, ne bloccano anche gli investimenti dall'estero. In tutto ciò un lavoratore su due si dice fortemente preoccupato per la sua situazione lavorativa.
Covid-19 è arrivato in una condizione sociale già caratterizzata da forti diseguaglianze, che nella percezione comune erano già sentite dalla crisi del 2008. Oggi il timore di una società non meritocratica che possa generare nuove barriere sociali, unitamente alle criticità nel conciliare i nuovi tempi di vita dettate dalla diffusione del virus, si unisce al timore che al termine del "Cura Italia", previsto per la fine di dicembre 2020, ci sia uno shock strutturale e organizzativo aziendale che produrrà nuova disoccupazione. Così il tema delle diseguaglianze rimane in primo piano perché il rischio di generare una società con delle divisioni tra lavoratori pubblici garantiti e lavoratori privati con scarse assicurazioni per il futuro è molto forte. Mentre i risparmi aumentano e i consumi diminuiscono, l'Italia rimane fanalino di coda anche nelle nascite. Da sempre ciò che muove l'uomo nelle sue scelte sono gli obiettivi che portano a un miglioramento e a una completezza della propria vita. Ma se fare un figlio diventa principalmente un vincolo di investimento economico e non più un'immensa risorsa di gioia... Siamo una società molto povera e con un futuro incerto.
comune.fi.it, 16 settembre 2020
Campagna di Crowdfunding per la realizzazione del disco In/Out. Tempo Reale promuove la realizzazione del nuovo disco dei detenuti dell'Orkestra Ristretta ensemble musicale di Sollicciano dal titolo "In/Out". Il progetto discografico nasce per celebrare una serie di incontri e contatti avvenuti negli anni tra musicisti militanti del centro e detenuti membri dell'Orkestra ed è sostenuto da Regione Toscana, Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze in collaborazione con Ministero di Giustizia e Casa Circondariale di Sollicciano.
All'incisione partecipano i musicisti toscani collaboratori del centro: Andrea Gozzi, Lorenzo Lapiccirella, Stefano Rapicavoli, Federico Pacini (Bandabardò), il compositore Francesco Giomi, Michele Lombardi (Scaramouche) e il Coro multietnico Confusion che suoneranno insieme ai detenuti e al direttore Massimo Altomare. Per realizzare il cd è stata lanciata una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal basso attiva dal 14 settembre al 15 ottobre. Per sostenere i detenuti e aiutarli a realizzare il loro progetto discografico è possibile fare una donazione a questo link:
https://www.produzionidalbasso.com/project/in-out-il-nuovo-disco-dell-orkestra-ristretta-del-carcere-di-sollicciano/. È possibile seguire la campagna anche su Fb (@temporealefirenze e @orkestraristrettasollicciano) e su Instagram (@temporeale e @orkestraristretta).
di Riccardo Lo Verso
livesicilia.it, 16 settembre 2020
Diversi casi fra il personale del Nucleo traduzioni del carcere Pagliarelli di Palermo. I numeri non sono ancora noti, ma ci sono diversi agenti di polizia penitenziaria contagiati dal Coronavirus. Il problema è serio. Si tratta dei componenti del Nucleo traduzioni che accompagnano i detenuti nei tribunali per partecipare alle udienze o durante i trasferimenti.
Ed è, infatti, al Tribunale di Palermo, nell'aula 24 dei nuovi edifici giudiziari, che stamani il giudice per l'udienza preliminare Clelia Maltese ha dovuto rinviare un processo con 40 detenuti per traffico di sostanze stupefacenti perché gli imputati non sono stati tradotti al Palazzo di giustizia.
Il Nucleo è composto da 160 agenti, che fanno base al carcere Pagliarelli, ma che gestiscono i trasferimenti per e da altri penitenziari. La stragrande maggioranza degli agenti è in quarantena. Tutto il personale è stato sottoposto a tampone. Così come tutti i detenuti entrati in contatto con gli agenti. Al momento non ci sarebbero contagiati nella popolazione carceraria.
I casi, il cui numero è imprecisato, è circoscritto finora soltanto agli agenti. Sono scattate tutte le procedure per garantire la sicurezza dei detenuti e proteggerli. Così come si sta cercando di ovviare al forzato calo di organico per garantire la presenza nei processi. La notizia, che si è diffusa in fretta fra tanti addetti lavori e avvocati, in serata ha trovato conferme.
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 16 settembre 2020
Dove c'era una discarica sono sorti un maneggio e una fattoria aperti alla città. I detenuti di massima sicurezza dalle loro finestre non lo vedono ma appena oltre l'altissimo muro di cinta dove si scontano le pene più aspre, lì dove finora c'erano solo la discarica e la spazzatura del carcere di Opera, sono sorti un grande maneggio, una fattoria didattica e un ranch dal nome evocativo: "Freedom" (libertà).
In quel luogo chi è ancora in cella ma quasi alla fine del percorso e quelli che si sono guadagnati speciali permessi potranno imparare l'arte del maniscalco, dell'artiere e del sellaio, professioni richiestissime e utili per il reinserimento in società. Non solo: si prenderanno cura degli animali e contribuiranno ai corsi che verranno attivati con l'aiuto di tutti. "È un progetto unico a Milano e forse anche in Italia. Il maneggio, aperto alla città, avrà prezzi popolari e sarà attento ad accogliere in particolare ragazzi che hanno bisogno e persone con disabilità", anticipa il direttore del penitenziario Silvio Di Gregorio.
Il lockdown ha innescato qualcosa di inimmaginabile solo pochi mesi fa. Mentre il carcere era completamente chiuso verso l'esterno, all'interno si è formata una squadra di volontari che ha dato anima e cuore al progetto. Da una parte si sono prestate le "Giacche verdi", Onlus attiva con i cavalli all'Idroscalo, dall'altra una trentina di membri della Polizia penitenziaria dello stesso carcere: "Nel loro tempo libero, durante quei mesi tristissimi di lockdown e poi in estate, hanno portato materiali, pulito, progettato, montato con incredibile dedizione e umanità", spiega il comandante Amerigo Fusco, deus ex machina e ideatore.
Il percorso è in salita, in particolare con le restrizioni dettate dal Covid, ma tutto è pronto per il lancio il 3 ottobre. Sono arrivati da un sequestro collegato alla 'ndrangheta a Fino Mornasco una decina di cavalli. Due asinelli sono sardi e un terzo reduce da un campo nomadi dove era maltrattato e denutrito. Corrono sul terreno Peppa e George, maialini thailandesi donati da un agriturismo, e con loro il lama cucciolo Miglio. E poi pavoni, decine di tartarughe e sessantaquattro pappagalli delle specie più diverse. Marco e Beppe, in regime di libertà ristretta, sono i primi detenuti introdotti: entrambi padri e nonni, sono in carcere da decenni. Il primo si è formato con le "Giacche verdi" all'Idroscalo e dicono sia diventato un perfetto maniscalco: sarà il primo ad aiutare ad Opera, dove sta finendo di scontare la sua pena. L'altro è diventato invece tutt'uno con l'asinello che era stato maltrattato al campo nomadi: "Lo ha fatto rinascere, l'animale si è affezionato moltissimo e lo segue ovunque, quasi come un cane, il che mette anche in difficoltà chi lo deve governare", scherza Di Gregorio.
Se il lockdown ha portato qualcosa di buono, forse è proprio questo: ha fatto da collante all'interno di un carcere famoso per la sua rigida gerarchia e alimentato una certa comunicazione orizzontale tra gli ambienti. Questo ha generato una vitalità nuova, solidale e speranzosa: "Il nome Freedom scelto per il ranch evoca la libertà come riconquista potenzialmente accessibile a tutti - dice. Quella parola vorrebbe dare coraggio anche a chi è ancora nel mezzo del cammino di rieducazione e ai detenuti cui sono preclusi i permessi ma ce la stanno mettendo tutta".
Anche Giuseppe Scabiola delle "Giacche verdi" ricorda il contributo di Fondazione Cariplo e getta il cuore oltre l'ostacolo: "Al maneggio in abbiamo una lunghissima lista d'attesa, dirotteremo parte delle richieste verso Opera". Chi penserebbe, tra le altre realizzazioni, che la fontana da cui zampilla l'acqua era un depuratore delle fogne destinato al macero? E a dicembre il progetto potrebbe allargarsi ancora.
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