ternitoday.it, 13 settembre 2020
Da Modena a Sabbione dopo i fatti di inizio marzo, la causa del decesso sarebbe da attribuire ad abuso di metadone e psicofarmaci. Macrì: inchiesta per chiarire le cause. Interrogazione del Pd in Senato.
Nei giorni in cui l'Italia stava precipitando nel lockdown per l'emergenza Coronavirus, nelle carceri d'Italia si accendeva la miccia della rivolta. Vennero coinvolti istituti penitenziari da nord a sud del Paese. Al Sant'Anna di Modena morirono cinque detenuti. Una trentina vennero trasferiti in altri istituti penitenziari. Tra questi, vennero registrati altri decessi: uno alla Dozza di Bologna e tre nell'istituto penitenziario di vocabolo Sabbione a Terni.
Il trasferimento avvenne "malgrado le disposizioni del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria fossero di prevenire qualunque forma di trasferimento per evitare contagi da Covid19. Questo provvedimento oggi sembra sia oggetto di accertamenti per violazione delle disposizioni dell'ordinamento penitenziario e dell'articolo 11 della Costituzione italiana che richiama il diritto alla salute ed alla cura, così come le normative della Corte europea dei diritti dell'uomo. Questa grave inosservanza - afferma il dottor Claudio Cipollini Macrì, presidente della Legal Consulting e amministratore del gruppo Onlus no profit Detenuti liberi - purtroppo ha portato a decessi".
"I detenuti sarebbero stati vittime di abuso di sostanze stupefacenti trafugate durante la rivolta - dice il senatore Franco Mirabelli, vicepresidente vicario del gruppo del Pd e capogruppo dem in commissione Giustizia al Senato - Credo che, al di là di tutto, lo Stato italiano debba chiarire, soprattutto per le famiglie delle persone decedute, cosa è accaduto. Va fatta luce sugli accadimenti di quei giorni e sulle eventuali responsabilità e per questo ho rivolto un'interrogazione al ministro della giustizia Bonafede".
Sulla vicenda, lo stesso Mirabelli ha presentato un'interrogazione sottoscritta anche dalle senatrici Cirinnà, Iori e Rossomando. "È necessario appurare se siano state eseguite le visite mediche necessarie al nullaosta per il trasferimento dei detenuti verso altri istituti e se sia o meno in corso un'indagine del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per chiarire come sia stato possibile che, nel carcere di Modena, i reclusi abbiano avuto accesso a metadone e psicofarmaci in quantità tali da risultare letali".
La Repubblica, 13 settembre 2020
Organizzato dall'Ong Nessuno Tocchi Caino: incontri, presentazioni di libri e manifestazioni. "Il viaggio della speranza" è il racconto per immagini, parole e atti dell'VIII Congresso di Nessuno tocchi Caino che si è tenuto nel Carcere di Opera a Milano nel dicembre del 2019.
di Giuseppe Belcastro*
Il Dubbio, 13 settembre 2020
La giustizia non è vendetta e i carnefici sono tali solo quando un altro dramma si è consumato, quello del processo. Esiste una barricata. Willy Montero Duarte sta su un versante; i suoi carnefici su quello opposto. A guardare l'immagine del sorriso che i media hanno diffuso subito dopo il drammatico assassinio, ti manca l'aria; specie se hai figli. E quando ti riprendi dall'apnea arriva, sorda, l'incredulità e con essa una rabbia crescente.
Il Resto del Carlino, 13 settembre 2020
In tre piccoli appezzamenti vengono coltivati prodotti della terra: "Un progetto di formazione sociale". Anche il carcere ha il suo giardino. Aperto nuovamente e solo per poche ore al pubblico in occasione della prima giornata di "Interno verde", lo spazio verde di via Arginone è un orto curato dagli stessi detenuti.
O meglio, sono ben tre orticelli: "La possibilità di lavorare la terra - ha spiegato la comandante della struttura Annalisa Gadaleta, nel corso della visita guidata e contingentata - rientra all'interno del progetto Galeorto, sin dal 2016, e insiste su tre spazi. Nonostante richieda un lavoro di sicurezza aggiuntivo, tutto il personale del carcere ne è entusiasta e lo sono anche i ragazzi che lo curano".
Come detto, ieri mattina anche i visitatori hanno potuto toccare con mano il lavoro che alcuni 'ospiti' della casa circondariale svolgono quotidianamente. Un operato che interessa una porzione di terra esterna alle mura perimetrali del carcere di circa 1,5 ettari, una invece interna alla struttura di oltre 3,5 ettari ed infine una terza, più piccola, dedicata all'attività vivaistica: in tutto, sono circa una ventina i detenuti impegnati nella produzione e raccolta di frutta e verdura.
Poi, i prodotti che si ottengono, vengono distribuiti a tutti gli altri reclusi. Se poi qualche particolare dono della terra abbonda, vengono chiamate in causa l'associazione Viale K, la Caritas o l'Emporio solidale Il Mantello.
"A seconda del ciclo delle stagioni - precisano dall'associazione Viale K presieduta da don Domenico Bedin - vengono prodotte più o meno tutte le varietà orticole, compreso il peperoncino e le cime di rapa; queste ultime, in particolare, sono molto apprezzate soprattutto dal personale che lavora all'interno del carcere. I macchinari necessari al lavoro sono stati donati o comprati grazie ai ricavi delle attività di volontariato: in questo modo l'orto diventa il mezzo, e non il fine, di un percorso formativo".
di Andrea Gianni
Il Giorno, 13 settembre 2020
Tassi di posti vacanti da record con picco del 38% in Corte d'Appello: "Valutiamo un'azione di protesta". Negli uffici del Tribunale di Milano dovrebbero esserci 735 dipendenti amministrativi in organico, ma in realtà quelli in servizio sono solo 548. Situazione peggiore nella Corte d'Appello, con 150 "amministrativi" su 242 previsti: 92 posti vacanti, un tasso di scopertura del 38%.
Numeri sul tavolo alla ripresa delle attività dopo la pausa estiva, in uffici giudiziari milanesi che, dopo l'emergenza sanitaria, stanno affrontando la sfida di arginare i contagi in spazi frequentati ogni giorno da migliaia di persone. E il problema della carenza di organico, che si trascina da anni, rischia di allungare ancora i tempi della giustizia. "Le assunzioni non sono sufficienti rispetto ai pensionamenti - spiega il segretario della Cisl-Fp Milano Metropoli, Giorgio Dimauro - le uscite superano sempre gli ingressi. Stiamo valutando eventuali azioni di protesta per mandare un messaggio forte al ministero della Giustizia, perché avvii un grande piano di assunzioni".
Azione che potrebbe coinvolgere sindacati, lavoratori e anche avvocati, mandando un segnale a Roma dal Palazzo di giustizia di Milano. Più di un anno fa, nel giugno 2019, i lavoratori dell'amministrazione giudiziaria avevano incrociato le braccia, per chiedere "risorse, riqualificazione e un grande piano di assunzioni". Anche perché, per effetto dei pensionamenti anticipati con quota 100 su un organico che ha un'età media superiore ai 50 anni, "la situazione già critica rischia di diventare "insostenibile".
Un anno dopo, in un 2020 segnato dall'emergenza sanitaria, secondo gli ultimi dati consultati dai sindacati, relativi allo scorso 30 giugno, "non è cambiato nulla". E il tasso di scopertura rimane più o meno lo stesso. Guardando al Tribunale, è ancora vacante il 25.4% dei posti in organico. Mancano all'appello 187 dipendenti, che secondo la pianta organica dovrebbero aggiungersi ai 548 attualmente in servizio. I tassi di scopertura più alti nelle file dei cancellieri di seconda area, con quasi la metà (42.7%) di posti vacanti.
Se la passano meglio gli assistenti giudiziari di seconda area (il tasso di scopertura è del 5%), o gli operatori giudiziari di seconda area (26.1%). In Corte d'Appello, invece, il tasso di scopertura medio arriva al 38%. Percentuale che si traduce in 92 posti vacanti e 150 in servizio su una pianta organica del personale amministrativo di 242 posti.
C'è solo un contabile di seconda area in servizio, ad esempio, su cinque previsti. Sono del tutto assenti gli assistenti tecnici, quando invece l'organico dovrebbe essere composto da sette persone. Mancano cancellieri, funzionari, operatori giudiziari. "Questi numeri - prosegue Dimauro - si ripercuotono sul funzionamento della giustizia, soprattutto in un momento delicato come quello che stiamo vivendo". Giovedì scorso i sindacati del pubblico impiego hanno incontrato il presidente reggente della Corte d'Appello, Giuseppe Ondei.
Sul tavolo il nodo del personale, il rientro negli uffici dopo mesi di lavoro a distanza, la necessità di prevenire occasioni contagio. Un allarme già scattato nei giorni scorsi, quando un magistrato della Procura generale è risultato positivo al coronavirus. Gli uffici sono stati sanificati ed è stato effettuato uno screening sulle persone entrate in contatto con lui. Non sarebbero emersi, dalle analisi, ulteriori contagi.
di Luca Di Bartolomei
L'Espresso, 13 settembre 2020
Pandemia e lockdown hanno messo a dura prova molti italiani, e tra loro tanti detengono legalmente un'arma. Un cocktail pericoloso sui cui serve intervenire ora. In un periodo eccezionale, come quello che stiamo attraversando, il Coronavirus è giustamente diventato il nemico numero uno degli italiani mettendo all'angolo le altre emergenze che prima riempivano giornali e tv.
In questa nuova fase però, affianco al Covid, la grande preoccupazione che emerge dalle risposte degli italiani è quella per la condizione economica. Il 47 per cento si dice seriamente preoccupato, il 44 per cento moderatamente preoccupato, il 7 per cento poco preoccupato e il 2 per cento per niente preoccupato. Gli italiani hanno paura per il proprio futuro, per il lavoro e per i risparmi. E ci sono molti più italiani armati rispetto a cinque anni fa: circa mezzo milione. Hanno destato particolare scalpore le parole del ministro dell'Interni Luciana Lamorgese che ha parlato di rischio di tensioni sociali in concreto perché a settembre-ottobre vedremo gli esiti di questo periodo di grave crisi economica.
In questo contesto un capitolo ancora da comprendere sono le conseguenze sulla stabilità psicologica delle persone più fragili (o di quelle il cui equilibrio è più compromesso) del lungo lockdown. Ma stando ai risultati dei primi studi che iniziano a uscire emergerebbero difficoltà e conseguenze che allungano inquietanti ombre sul futuro. Un'analisi della fondazione Veronesi su dati di Open Evidence ha messo a confronto le diverse reazioni all'emergenza tra Italia, Spagna e Regno Unito. È emerso che in Italia il 41 per cento della popolazione sarebbe potenzialmente "a rischio salute mentale" a causa di vari fattori di vulnerabilità socio-economica (tale percentuale sale al 46 per cento in Spagna ed al 42 nel Regno Unito).
Uno studio condotto dall'Università dell'Aquila in collaborazione con l'Università di Roma Tor Vergata (pubblicato per ora sulla piattaforma MedRxiv) rivela come il 37 per cento degli intervistati presentino sintomi da stress post-traumatico. Durante il lockdown - prosegue la ricerca - c'è stato un aumento di richieste di trattamento dei disturbi d'ansia legati alla paura del contagio, al timore di uscire o di rimanere isolati. Adesso, invece, ci troviamo di fronte a un aumento di stati depressivi e d'ansia legati alla crisi economica.
"Non è più accettabile che persone in cura per depressione o con problemi psichici possano detenere legalmente armi da fuoco a causa di leggi che tutelano la privacy dei possessori di armi invece dell'incolumità di famigliari, amici e conoscenti. In Italia è ancora troppo facile ottenere una licenza per armi. Se davvero vogliamo prevenire omicidi e delitti è urgente rivedere le norme a cominciare dalle comunicazioni tra medici, questure e prefetture". A dirlo è Gabriella Neri a dieci anni esatti dall'omicidio di suo marito, Luca Ceragioli e di Jan Hilmer, rispettivamente direttore e responsabile amministrativo dell'azienda "Gifas Electric" di (Lucca). Luca e Jan furono freddati con una pistola regolarmente detenuta per "uso sportivo" da un ex dipendente, affetto da conclamati problemi psichici.
Come purtroppo dimostrano i tre casi di omicidio (femminicidio) e suicidio che si sono succeduti la scorsa settimana a Borgotaro, Aprilia e Carmagnola, le armi legalmente detenute sono lo strumento più usato per commettere omicidi di famigliari, parenti e conoscenti.
Un ampio studio pubblicato lo scorso anno dall'istituto Ricerche Economiche e Sociali Eures dal titolo "Rapporto su caratteristiche, dinamiche e profili di rischio dell'omicidio in famiglia" documenta che le armi da fuoco sono lo strumento più frequentemente utilizzato anche negli omicidi nell'ambito di prossimità.
Lo scorso dicembre con Gabriella e Giorgio incontrammo il ministro Roberto Speranza al quale chiedemmo di attivarsi perché in via regolamentare e d'accordo col Ministro Lamorgese si potesse impedire a chi sostiene trattamenti farmacologici per problemi psichici anche temporanei di poter girare armato. Considerata la crisi che abbiamo davanti dovrebbe essere una priorità per tutti.
di Silvia Nugara
Il Manifesto, 13 settembre 2020
Martedì 15 nell'ambito della Milano Movieweek. In collaborazione con Mimmo Sorrentino e il suo progetto al carcere di Vigevano "Educarsi alla libertà". Lo chiamano "teatro partecipato" per sottolineare il legame con il metodo etnografico dell'osservazione partecipata o partecipante in cui chi osserva, pur rendendosi consapevole del proprio posizionamento, entra in contatto con la singolarità dell'altro, prova a mettersi nei suoi panni, ad avvertire emozioni e sentimenti di chi ha di fronte. È a questo metodo che Mimmo Sorrentino, drammaturgo e regista teatrale, impronta il suo lavoro con le comunità che incontra e con cui costruisce percorsi creativi, laboratori e performance pubbliche.
Si tratta di una pratica di scrittura collettiva che nasce dal dialogo e dal confronto con l'alterità, da un'etica della collaborazione che riconoscendo distanze e prossimità consente di dare vita in gruppo a qualche cosa che non potrebbe nascere dal singolo. Nel 2014, Sorrentino ha iniziato a lavorare al progetto "Educarsi alla libertà" che, insieme a un gruppo di detenute nella sezione di alta sicurezza del carcere di Vigevano, ha avuto come esito tre spettacoli: L'infanzia dell'alta sicurezza, Sangue e Benedetta. Il film-maker Bruno Oliviero ha seguito questa esperienza e ne ha tratto un film, Cattività, scritto con Sorrentino stesso e Luca Mosso. Il film sarà proiettato in prima visione martedì 15 al Teatro Franco Parenti nell'ambito della Milano Movieweek in collaborazione con il festival Film-maker.
La macchina da presa di Oliviero segue le prove, i laboratori preparatori, il dietro le quinte e le messe in scena in istituti penitenziari, all'università statale di Milano, alla scuola di teatro Paolo Grassi, al teatro Palladium a Roma, alla Primavera dei Teatri a Castrovillari. Vediamo le detenute lavorare con impegno e poi condurre a propria volta seminari con ospiti esterni al carcere, incontrare il pubblico ammirato e commosso, diventare protagoniste di un percorso di presa di coscienza ed emancipazione catalizzato dall'arte. L'alta sicurezza, spiega un cartello a inizio film, è un regime detentivo che si applica agli appartenenti alla criminalità organizzata per separarli dagli altri detenuti e limitarne i rapporti con l'esterno.
Partecipare al laboratorio è dunque per le donne coinvolte un'occasione rara di contatto con un mondo agognato ma anche difficile da affrontare. In una scena, due detenute-attrici sono sedute in un camerino di fronte a una parete di specchi e una dice: "Ci stiamo godendo lo specchio anche se l'immagine che vediamo non ci convince, è troppo realistica". Confrontarsi con il mondo esterno significa infatti trovarsi di fronte all'immagine di sé riflessa nello sguardo del mondo che può essere difficile da riconoscere e accettare.
Ma l'incontro con il mondo esterno è solo l'ultimo passo di un percorso a tappe che inizia con la condivisione della propria storia all'interno del gruppo condotto da Sorrentino che in una scena spiega: "Ho chiesto loro di raccontarmi la loro infanzia e poi mi sono inserito con la mia scrittura nello iato tra ciò che avevano detto e ciò che non sapevano di aver detto". Se la traduzione della propria parola singolare in testo da porgere alla collettività è già un'esperienza "drammatica", che permette a ciascuna di osservarsi come dall'esterno, il dispositivo teatrale fa un ulteriore passo avanti, mescola le carte e affida ogni racconto alla voce di una compagna-attrice: "Interpretare la storia dell'altra è viverla", dice una di loro con lo sguardo di chi, attraverso il rispecchiamento e la reciprocità, ha vissuto una rivoluzione della coscienza. Ogni donna racconta la propria perdita dell'innocenza, parte dal registro mitico dell'infanzia per poi passare al piano tragico delle morti a cui ha assistito. Non tutte ce la fanno ad affrontare fino in fondo un percorso che scava nel profondo, che costringe ciascuna a riconoscersi prigioniera di un carcere interiore fatto di vincoli con uomini violenti e logiche aberranti del crimine organizzato.
Qualcuna lascia, qualcuna invece si aggrappa alla possibilità offerta dall'arte come ad un'ancora di salvezza e respira aria nuova. In Cattività, il cinema si mette al servizio del teatro e il teatro al servizio di donne decise a riconquistare la propria umanità.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 13 settembre 2020
La polizia contro gli sfollati di Moria che chiedevano di essere trasferiti sulla terraferma. Lacrimogeni e idranti contro pietre. Poliziotti in tenuta antisommossa contro disperati costretti a contendersi perfino una bottiglia d'acqua ma proprio per questo decisi a tutto pur di lasciare l'isola di Lesbo.
La rivolta era nell'aria e non poteva essere altrimenti. Dopo la quarta notte passata dormendo all'aperto, senza potersi lavare e mangiando quello che hanno potuto rimediare grazie agli sforzi delle ong, i profughi dell'ex campo di Moria ieri si sono scontrati duramente con la polizia. Sui cartelli innalzati dai manifestanti le parole d'ordine che hanno scandito la protesta e che non avrebbero potuto essere più chiare: "Libertà" e "Vogliamo lasciare Moria". Il sogno di lasciarsi alle spalle l'isola diventata ormai una prigione - e per molti di coloro che ieri si sono scontrati con la polizia lo è ormai da anni - per essere trasferiti sulla terraferma.
La stessa richiesta - il trasferimento dei profughi sulla terraferma - avanzata anche dal segretario generale dell'Onu Antonio Guterres. È chiedere troppo? Sì per il governo di Atene, deciso a non cedere a quella che è solo una necessità dei profughi ma incapace di gestire la mole di richieste di asilo così come non è stato capace di approntare un piano per fronteggiare l'emergenza coronavirus nei campi. Unica soluzione proposta: il prolungamento all'infinito del lockdown accompagnato da una forte limitazione della possibilità per i profughi di muoversi. Da qui la voglia di libertà dei manifestanti.
Ieri intanto sono cominciati i lavori per realizzare il nuovo campo profughi che sorgerà in un'area recintata non distante dal porto. Atene aveva promesso che Moria non sarebbe stata riaperta, ma nonostante nei giorni scorsi l'Unione europea abbia promesso finanziamenti per evitare che il nuovo campo si trasformi in un altro inferno per migliaia di uomini, donne e bambini, nulla garantisce che possano ripetersi gli errori visti in passato.
Con più di undicimila persone in strada, tra le quali migliaia di bambini, per adesso verranno allestiti soli tremila posti. "Sarà data priorità alle famiglie, con tende per sei persone. Il processo di ricollocazione comincia oggi", ha assicurato un portavoce del ministero dell'Immigrazione.
Unica nota positiva è l'apertura fatta dai dieci Paesi che hanno accettato di farsi carico dei 400 minori non accompagnati che si trovavano a Moria. I bambini verranno trasferiti in Francia, Germania, Olanda, Belgio, Finlandia Lussemburgo, Slovenia, Croazia, Portogallo e Svizzera (che non fa parte dell'Ue). Un primo passo importante, ma del tutto insufficiente a far fronte all'emergenza. Che l'Unione europea dovrebbe fare di più lo ha detto anche Olaf Scholz, vicecancelliere e ministro della Finanze tedesco, per il quale la disponibilità ad accogliere profughi dalla Grecia arrivata finora dagli Stati membri "non è all'altezza delle necessità". Germania inclusa, che secondo Scholz "deve dichiarasi pronta ad accogliere più richiedenti asilo da Lesbo".
Il primo a rispondere è stato il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, con parole che però vanno in tutt'altra direzione rispetto a quella auspicata da Scholz: l'Austria non accoglierà gli sfollati di Moria, ha detto infatti il leader del Partito Popolare. "Rischiamo di commettere gli stessi errori fatti nel 2015", ha spiegato. Una posizione in contrasto da quella espressa dai verdi, suoi partner di governo, ma che invece rischia di diventare la linea lungo la quale si attesterà la maggior parte degli Stati membri.
di Fabrizio Gatti
L'Espresso, 13 settembre 2020
Due uomini d'affari e la Doha Bank del Qatar saranno processati con l'accusa di aver finanziato le stragi. La causa intentata con una class action di persone costrette a scappare del paese per la guerra civile.
I fratelli siriani Moutaz e Ramez al-Khayyat hanno percorso la storia in senso contrario. Mentre milioni di connazionali lasciavano le loro case impoveriti dalla guerra civile per sbarcare in Europa, loro consolidavano il proprio impero in Qatar. Una crescita inarrestabile grazie ai contratti miliardari per le infrastrutture e gli stadi che ospiteranno i Mondiali di calcio nel 2022, ma anche grazie alla benevolenza della famiglia al-Thani, da sempre al comando del piccolo Stato affacciato sul Golfo Persico.
I soldi non hanno colore, né confini. Così oggi almeno cento profughi di quelle ondate umanitarie accolte da mezza Europa hanno citato in tribunale a Londra i due fratelli e la Doha Bank, il più grande istituto bancario dell'emirato: Moutaz e Ramez al-Khayyat, oggi importanti uomini d'affari di 37 e 36 anni, sono accusati di avere finanziato su larga scala l'organizzazione terroristica Jabhat al-Nusra in Siria attraverso triangolazioni con Turchia e Libano che, sempre secondo le contestazioni, la potente banca avrebbe dovuto denunciare e bloccare.
I due ricchi imprenditori e Doha Bank smentiscono categoricamente ogni coinvolgimento. Ma intanto, tutti insieme, sono chiamati davanti all'Alta Corte di Inghilterra e del Galles a rispondere dei danni fisici, psicologici e morali inflitti ai profughi da jihadisti e combattenti, affiliati fino al 2016 alla rete di Al Qaeda, per poi perseguire gli stessi obiettivi dell'Isis nella fondazione di uno stato islamico. L'appello per aderire alla causa civile viene esteso ora ai rifugiati siriani oggi residenti in Italia, Svizzera e nel Sud Europa.
Quanti hanno perso le loro case, i propri familiari o sono stati costretti a fuggire per colpa di Jabhat al-Nusra sono invitati a contattare il team legale all'indirizzo
La prima richiesta di risarcimento, non ancora quantificata, è stata depositata nel 2019 davanti all'Alta Corte di Londra, dove sia i fratelli al-Khayyat sia la banca sono titolari di ingenti proprietà. Ma c'è ancora tempo per estendere il numero delle parti offese e quindi delle testimonianze sui danni subiti. Il caso è stato affidato al famoso legale Ben Emmerson, avvocato con il grado di consigliere della regina, già relatore speciale alle Nazioni Unite dal 2011 al 2017 per i Diritti umani e l'Antiterrorismo e difensore di Julian Assange contro la richiesta di estradizione in Svezia.
"Sto agendo per conto delle vittime", spiega a L'Espresso l'avvocato Emmerson, "chiedendo un giudizio di responsabilità contro quegli interessi che hanno finanziato l'organizzazione per commettere atrocità. Questo non comprende soltanto i finanziatori internazionali e le banche, ma anche le multinazionali che hanno pagato tangenti o tasse ai terroristi, per continuare le attività commerciali in parti della Siria sotto il controllo dello Stato islamico. È inutile sconfiggere l'Isis sul campo di battaglia senza inseguire i loro sostenitori finanziari ed è quello che ora stiamo cercando di fare. Lo scopo non è solo ottenere risarcimenti per questi crimini indicibili, ma anche dissanguare l'economia terroristica della sua linfa vitale e privare gli sponsor di Stato dei vantaggi politici che hanno percepito".
Quando i quotidiani britannici hanno pubblicato la notizia, Richard Whiting, rappresentante della filiale di Londra di Doha Bank ha smentito le circostanze: "Riteniamo che le accuse sostenute contro l'istituto siano infondate". Lo stesso dichiarano le aziende di Moutaz e Ramez al-Khayyat. Gli avvocati di Doha Bank hanno presentato un'istanza per trasferire il procedimento in Qatar. Altre cause legali contro istituzioni del ricco emirato sono state nel frattempo avviate negli Stati Uniti.
Per evitare ritorsioni da parte delle cellule di al-Nusra, sia in Europa sia ai parenti eventualmente rimasti in Medio Oriente, l'Alta Corte di Londra ha emesso un ordine di anonimato: con questo provvedimento viene protetta l'identità dei ricorrenti che può quindi essere conosciuta soltanto dai giudici e dai difensori, ma non può essere rivelata agli accusati o resa pubblica.
Non tutti i profughi siriani (o curdi) possono comunque aderire: "Il procedimento è aperto ai rifugiati ora residenti in Europa che sono rimasti feriti, e/o hanno subito perdite, e/o sono stati sfollati dal Fronte al-Nusra. Sono ovviamente consapevole che molti profughi hanno lasciato la Siria per varie ragioni. Ma i ricorrenti nella nostra causa sono soltanto le persone che ricadono in questa categoria", spiega un assistente legale, incaricato di svolgere le indagini per conto degli esuli siriani.
È l'ennesima accusa che colpisce l'emirato del Qatar, già alle prese con le inchieste sulla corruzione nella campagna per ottenere i prossimi Mondiali di calcio. Doha Bank, che come i fratelli al-Khayyat comunque ribadisce l'infondatezza delle contestazioni, è guidata da parenti stretti dell'emiro al potere, il quarantenne Tamim bin Hamad al-Thani. Secondo i profughi che hanno presentato ricorso all'Alta Corte, i manager della banca non potevano non sapere o altrimenti avrebbero dovuto controllare meglio le attività delle filiali. Da lì sarebbero state prelevate le ingenti somme di denaro contante: soldi da consegnare, alla fine della triangolazione, a corrieri che a loro volta li avrebbero fatti entrare nelle zone controllate da Jabhat al-Nusra attraverso i confini turco e libanese. Senza quel denaro, sostiene l'accusa, i jihadisti non avrebbero avuto la possibilità di armarsi e quindi di infliggere sofferenze e lutti alla popolazione, costretta poi a emigrare.
Moutaz e Ramez al-Khayyat sono alla loro seconda vita. La prima è cresciuta all'ombra del potere di Damasco, con legami fin dentro le strette cerchie del regime di Bashar al-Assad, grazie anche al padre imprenditore e alle parentele importanti della famiglia. Ma quando nel 2012 in Siria la rivolta contro Assad diventa definitivamente una guerra civile, con la risposta armata dell'esercito e la costituzione delle milizie, i fratelli al-Khayyat sono già ricchi imprenditori al sicuro in Qatar. E da lì, come ricostruisce nel 2015 un'inchiesta della prestigiosa rivista americana "Foreign policy", sostengono la rivoluzione partecipando anche a una donazione per l'invio di medici oltre le prime linee: si mobilitano alcuni tra i più importanti esuli, rivela l'articolo, "compresi due dei più ricchi siriani di Doha... la cui impresa di costruzioni "UrbaCon Trading and Contracting" aveva vinto appalti come la costruzione di infrastrutture per i Mondiali 2022".
A Doha si racconta che i fratelli al-Khayyat non abbiano trovato ostacoli sia per la loro bravura negli affari, sia per l'amicizia di Moutaz con la donna più potente del mondo arabo: Mozah bint Nasser, 61 anni, seconda delle tre mogli di Hamad bin Khalifa al-Thani, a capo del ricchissimo Stato dal 1995 al 2013, e madre dell'attuale emiro. Il catalogo on line della società di costruzioni dei due fratelli elenca l'Abdullah Bin Khalifa Stadium di Doha, i nuovi hotel di lusso che ospiteranno squadre e spettatori dei Mondiali come lo Sheraton e l'Hilton, il resort sull'isola artificiale di Banana Island, il nuovo aeroporto internazionale dell'emirato, il monumentale centro commerciale Mall of Qatar, grattacieli, ponti, scuole. Le infrastrutture simbolo portano la loro firma.
Da anni il Qatar viene accusato da alcuni Paesi arabi di aver finanziato il terrorismo jihadista e i movimenti islamisti nei conflitti regionali, dallo Yemen alla Libia, e di intrattenere relazioni fin troppo amichevoli con l'Iran. Questa volta non è la Casa Bianca a sostenerlo, anche perché gli Stati Uniti occupano nell'emirato, con la Royal Air Force britannica, la base aerea più armata del Golfo. Lo dichiara invece una coalizione che comprende Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita, unico Stato confinante con il Qatar e non certo illibato per quanto riguarda i rapporti con gruppi jihadisti. Questi governi dal giugno 2017 non hanno più rapporti commerciali con il regno degli al-Thani. Ma per un Paese ricco di gas e petrodollari, l'embargo è solo un grattacapo passeggero.
Proprio in quelle prime settimane di isolamento, Moutaz e Ramez al-Khayyat diventano eroi nazionali. Per risolvere la penuria di latte, yogurt e formaggi organizzano un ponte aereo da Australia e Stati Uniti per trasferire nell'emirato quattromila mucche. Così, dopo appena un mese, garantiscono la produzione di circa un terzo del fabbisogno quotidiano di latte fresco, per una popolazione di due milioni e mezzo di abitanti e un reddito medio tra i più alti al mondo. La North Farm della società Baladna, che come le altre imprese degli al-Khayyat fa capo alla Power International Holding, è oggi un allevamento intensivo ultra automatizzato in mezzo al deserto.
I rifugiati siriani che per primi hanno avviato la causa a Londra sono consapevoli che i fratelli al-Khayyat e Doha Bank respingono le accuse e annunciano azioni legali di risposta: "Per questa ragione", aggiungono nel loro appello, "c'è da aspettarsi che la denuncia venga vigorosamente contestata. Ogni dichiarazione deve essere provata. Ogni ricorrente deve dimostrare che lui o lei hanno sofferto le ferite e le perdite che dichiarano di aver subito". Se la richiesta venisse accolta, sarebbe un precedente per i profughi di tutto il mondo: punire ovunque sotto il profilo economico governi, multinazionali, famiglie, signori della guerra che con le loro ricchezze trasformano la vita tranquilla di milioni di persone in un bagno di sangue.
di Alessandro De Pascale
L'Espresso, 13 settembre 2020
Serve a evitare che chi usa stupefacenti muoia ed è l'approccio che funziona meglio. Ma in Italia, anche se la legge lo prevede, l'ideologia repressiva impedisce che venga adottata davvero. Lo scorso 6 luglio, a Terni, due adolescenti non sopravvivono alla notte. Flavio e Gianluca, 15 e 16 anni d'età, dopo aver trascorso la serata insieme ed essere rientrati nelle loro case, muoiono entrambi nel sonno per insufficienza cardiaca. A ucciderli, la probabile assunzione di un mix di sostanze psicoattive. Tra le poche certezze, l'acquisto in strada di metadone da un 45enne in cura presso il locale Servizio per le tossicodipendenze (SerT): un boccettino per 15 euro.
Il metadone è un farmaco oppioide creato dalla Germania nazista nel pieno della Seconda guerra mondiale (il brevetto è del 1941) che i tedeschi trasformano in un successo commerciale solo a partire dagli anni Sessanta, quando negli Stati Uniti i medici iniziano a impiegarlo come sostituto dell'eroina per il trattamento della dipendenza da oppiacei. Nel sistema sanitario italiano arriva vent'anni dopo, per far fronte alla cosiddetta "epidemia di eroinomani" che, partita dagli Usa, dilagava allora in tutto l'Occidente.
Non è la prima volta (e probabilmente non sarà nemmeno l'ultima) che qualcuno muore per aver assunto metadone come sostanza da sballo ricreativo ceduta da altri. Si tratta di un nuovo fenomeno: quello degli "shottini" di metadone, venduti in strada al pari di quelli di amaro, grappa o rum per pochi euro. Nel 2018, ad esempio, a rimetterci la vita era stato un 22enne di una famiglia della Roma bene. Due anni dopo, un ragazzino di 17 anni a Genova e un 19enne a Pisa. Giusto per citare gli ultimi casi.
In seguito alla tragica morte dei due adolescenti a Terni, il prefetto della città, Emilio Dario Sensi, ha riunito un tavolo tecnico con magistratura e forze dell'ordine per valutare "ulteriori possibili strategie di contrasto al fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti". Mentre sul fronte politico, l'assessore alla Sanità della Regione Umbria, Luca Coletto, già sottosegretario alla Salute in quota Lega nel primo governo Conte, ha promesso che in Parlamento arriverà una "modifica della norma che prevede l'erogazione del metadone nei SerT su base settimanale". Mettendo a rischio il diritto di cura delle quasi 90 mila persone che nel 2018 (ultimi dati governativi disponibili) risultavano in trattamento farmacologico contro la dipendenza da eroina presso questi servizi.
C'è stato poi il quotidiano La Nazione, che ha convocato un forum su giovani e droga nel quale il vicesindaco di Perugia, il pediatra Gianluca Tuteri, anche lui leghista, ha chiesto di usare "il pugno duro" contro la "piaga delle sostanze d'abuso", ipotizzando di "costringere" chi si presenta in ospedale anche solo con un'intossicazione da alcol a prendere parte ad un progetto di recupero.
"Lanciamo allarmi, parliamo di emergenza ma non pensiamo di mettere in condizione i giovani di non morire, fornendogli tutti i servizi e le informazioni necessarie per potersi difendere", commenta Stefano Vecchio, presidente di Forum Droghe, associazione che dal 1995 si batte per la riforma delle politiche sulle droghe. "I ragazzi che hanno acquistato quel metadone non avevano nessuna informazione", continua questo psichiatra che lavora sul tema dal 1982, "perché quando una sostanza è considerata un farmaco si pensa sia esente da pericoli. È mancata loro l'informazione sulle caratteristiche, la composizione, su tutti i possibili rischi. Questo è un pilastro molto semplice di una politica pragmatica ed efficace sulle droghe: si chiama Riduzione del danno (Rdd)".
Il Dipartimento dipendenze della Asl che dirige Vecchio è stato uno dei primi in Italia, peraltro in un Meridione troppo spesso indicato come fanalino di coda in termini di servizi e prestazioni sanitarie offerti, ad aver istituzionalizzato questa pratica spostandola dal terzo settore direttamente all'interno del servizio pubblico. Come del resto prevede la legge, da tre anni a questa parte. Assieme a lotta al narcotraffico, riduzione della domanda, cura e riabilitazione, la Riduzione del danno fa parte della cosiddetta "politica dei 4 pilastri" europea in materia di droghe. Anche in Italia, questa pratica è entrata a far parte dal 2017 dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) che le Regioni sono tenute a garantire allo Stato nell'ambito del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Il problema è che, per ora, resta un diritto mancato.
L'ultima relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze (con dati fermi al 2018), contiene i risultati dei questionari inviati alle 20 Regioni italiane dall'Osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze di Lisbona (Emcdda) sui servizi di Rdd attivi in Italia. E cioè di quelli finalizzati ad entrare in contatto con i consumatori precoci, ricreativi o occasionali, che sfuggono ai servizi tradizionali deputati alle dipendenze. I risultati ci dicono che nella maggior parte delle regioni italiane le attività di Rdd risultano demandate, oltre che ai citati SerT, a "servizi di salute mentale, strutture residenziali (comunità terapeutiche e/o strutture ospedaliere)", persino alle "farmacie". In altre parole, nel nostro Paese sono ancora merce rara gli operatori professionali che incontrano i consumatori per fare orientamento, fornire generi di prima necessità, materiali sterili, informazioni sulle sostanze o accompagnamenti in comunità, attraverso le unità di strada che intervengono direttamente nei luoghi del divertimento o che operano nei drop-in (la loro versione stanziale).
"Sono state "nozze coi fichi secchi", visto che è rimasto tutto come prima: in assenza di finanziamenti da parte di Stato e Regioni la Rdd resta a buon cuore delle singole aziende sanitarie o dei singoli gruppi di privato sociale", denuncia Paolo Jarre, un altro medico che da quasi quarant'anni si occupa dei problemi che derivano dall'uso di droghe e oggi direttore del Dipartimento patologia delle dipendenze della Asl Torino 3, periferia ovest del capoluogo piemontese. A Terni, l'unità di strada che faceva Riduzione del danno ha smesso di operare oltre 6 anni fa. "La nostra attività non è mai stata finanziata dalla Asl, ma sempre e solo con progetti comunali a scadenza", rivela Marco Coppoli, uno degli operatori sociali che vi lavorava. "Quindi non appena ingranavi, iniziando a lavorare, si arrivava a scadenza e i fondi finivano".
Questo tipo di approccio non giudicante, a detta degli operatori che lo praticano, è in grado di ridurre le vittime e far comprendere dinamiche della piazza e nuovi stili di consumo. Il tutto, in un mercato della droga in continua evoluzione: a dicembre 2019, secondo l'Ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite (Unodc), sul mercato erano arrivate ben 950 Nuove sostanze psicoattive (Nps).
"La maggior parte dei giovani cerca lo "sballo" a tutti i costi, con quale sostanza poco importa", continua Coppoli, "e il problema è che qui, tra le droghe pesanti, l'eroina è quella che si trova più facilmente. Ecco perché serve fare informazione con la Rdd". Nemmeno il progetto regionale di Rdd, finanziato direttamente dal governo quando l'Umbria era in vetta alle macabra classifica delle morti per overdose, è più attivo. Si chiamava "Notti Sicure in Umbria" e univa tutte le unità di strada presenti sul territorio per interventi nei grandi eventi del divertimento con postazioni chillout, primo soccorso, spazio informativo, ristoro e servizio di drug checking (analisi rapida delle sostanze).
"A fine 2018 la Regione aveva stanziato dei fondi per un progetto analogo sull'intero territorio umbro", denuncia Andrea Albino, referente dei servizi di Riduzione del danno della cooperativa sociale perugina Borgorete. "Ma il solito macchinario burocratico ha fatto sì che ancora non sia partito, perché il passaggio con il quale la dirigenza della Asl 1 doveva affidare i fondi al terzo settore, e quindi al privato sociale che avrebbe dovuto occuparsene, materialmente si è perso".
Ecco perché il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca), rete attiva con i suoi associati su tutto il territorio nazionale fin dal 1980, è intervenuta nel dibattito sul caso Terni per chiedere alle istituzioni "meno repressione (...) il rispetto dei Lea (...) e della nostra lunga storia e delle professionalità acquisite nel tempo e dai più riconosciute, riportando l'attenzione sulle politiche di prevenzione, educazione e Riduzione del danno". L'unica, a loro dire, in grado di salvare delle vite e cercare di prevenire l'insorgere di consumi problematici.
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