di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 11 settembre 2020
Sono ben 33.842 i detenuti ammessi nel 2019 a scontare segmenti delle proprie condanne in forme di pena alternative al carcere, ma se ne parla solo quando qualcuno di loro evade o commette reati. C'è "Johnny lo zingaro", l'ergastolano Giuseppe Mastini, di cui parlano tutti perché è evaso da un permesso a Sassari. E poi ci sono però gli altri 33.842 (non) "Johnny lo zingaro", ammessi nel 2019 a scontare segmenti delle proprie condanne in forme di pena alternative al carcere, e di cui si parla appunto solo quando qualcuno di loro evade o commette reati, e solo per invocare allora il ritorno a una esecuzione interamente carceraria della pena.
Venerdì di Repubblica, 11 settembre 2020
Gherardo Colombo, ex magistrato del pool Mani Pulite, in un libro spiega ai ragazzi perché le regole vanno rispettate. E in questa intervista spiega che cambiare idea non è un reato.
di Nicola Quatrano
Corriere della Sera, 11 settembre 2020
Non mi è mai troppo piaciuta l'espressione "garantista", perché mi sembra voglia significare troppo, o troppo poco. Il giudice deve essere "garantista" a prescindere, è il suo mestiere. Se non lo è, non è un giudice "non garantista", semplicemente non è un giudice. Al contrario, il pubblico ministero e l'avvocato non devono essere "garantisti": entrambi sostengono una tesi, accusatoria o difensiva, e l'unico limite è il rispetto della legge e della deontologia; sarà poi il giudice "garantista" a decidere. I cittadini normali possono essere "garantisti" o meno, sono fatti loro. Qui il limite è soprattutto di ordine logico, perché l'esperienza di centinaia di processi finiti con il riconoscimento dell'innocenza di persone a suo tempo arrestate fa seriamente dubitare della ragionevolezza di chi oggi si accontenta di un avviso di garanzia o di una misura cautelare per bollare qualcuno come colpevole.
di Nicola Quatrano*
Il Dubbio, 11 settembre 2020
La definizione è bell'e che pronta, ed è "panem et circenses" (lat. "pane e giochi del circo") e ce la fornisce nientemeno che l'avvocato (ma soprattutto poeta) Decimo Giunio Giovenale, vissuto intorno al 100 dc. L'Enciclopedia Treccani ci informa poi che l'espressione (contenuta nella Satira X, 81) "sintetizza le aspirazioni della plebe romana nell'età imperiale; viene ripetuta talvolta, ironicamente o anche in senso polemico, con riferimento ad atteggiamenti analoghi, reali o presunti, del popolo o a metodi politici bassamente demagogici".
Cos'è il "panem" di oggi? Ma naturalmente i sussidi, quelli distribuiti a pioggia e fatti a debito. E i "circenses"? Lo spettacolo, elargito dal sistema mediatico, del "mostro" di turno che i bravi cittadini possono (eufemisticamente, per fortuna) fare a pezzi in quel Colosseo moderno che sono i social network.
E i media vi giocano un grande ruolo. Coi cronisti spediti in borgate frequentate solo per l'occasione, a caccia di commenti che possano aizzare ancor di più la furia popolare, messi a spulciare, con poliziesca diligenza, gli account del mostro di turno, alla ricerca di foto che lo ritraggano in atteggiamenti da bullo... quando non si ha la fortuna ritrovarselo ripreso con una pistola (vera o finta) tra le mani. Slurp... E va bene che nessuno più compra i giornali, e che bisogna pur inventarsi qualcosa per vendere, ma questa non è una buona ragione per mettersi a fare concorrenza a Facebook, una piattaforma che si nutre di rancore sociale e che venne creata, non a caso, da Zuckerberg, con l'idea di vendicarsi di una ragazza che lo aveva respinto e metterla alla berlina (così almeno ci racconta l'ex amico Ben Mezrich).
Quanto accaduto nei giorni scorsi a Colleferro non si sottrae al copione sperimentato già centinaia di volte. Il brutale assassinio del povero Willy Monteiro Duarte ha scatenato un'ondata di odio contro i presunti assassini, che mi pare abbia poco a che vedere con sentimenti di pietà per la vittima e solidarietà con la sua famiglia (chiusa peraltro in un dignitosissimo silenzio, pur essendo l'unica ad avere "diritto" a sentimenti di vendetta). I feroci commenti che appaiono sui media sociali, rilanciati da quelli più autorevoli, le animose richieste di pene esemplari prima ancora che i fatti vengano interamente chiariti, di esecuzioni senza processo, le imprecazioni contro i presunti assassini, manifestate con atteggiamenti bulleschi non diversi da quelli esibiti dai suddetti "mostri" nelle foto recuperate dai loro account, sembrano piuttosto evocare una feroce voglia di sangue, un desiderio di spettacoli cruenti degni del Circo Massimo (i "circenses", appunto). E non è questione che si risolva in termini di "garantismo" e "giustizialismo". C'è qualcosa di più e di più profondo. E si tratta, io credo, dell'uso che del "giustizialismo" viene fatto, che è un uso eminentemente politico.
"Panem et circenses" sono strumenti di stabilità sociale, servono al Potere, danno sfogo a frustrazioni che potrebbero altrimenti pericolosamente dirigersi contro obiettivi più concretamente politici. E l'uso politico del giustizialismo tende inevitabilmente ad accentuarsi, quanto più ci si deve confrontare con una situazione di grave fragilità sociale e con una crisi economica senza facili vie di uscita, con un sentimento diffuso di incertezza, con la paura per le gravi fibrillazioni internazionali e i rischi di guerra. In questo quadro, la canea giustizialista costituisce un formidabile diversivo, ed è facilissima da governare: prende di mira persone in carne ed ossa, messe a disposizione dalla cronaca giudiziaria, esonerando i cittadini dalla fatica di analizzare le cause e di individuare i veri responsabili del disastro che stiamo vivendo.
Nei social network possiamo urlare tutta la nostra rabbia contro i catalizzatori di turno del rancore sociale, possiamo chiederne l'impiccagione o lo squartamento immediato, vendicandoci - tramite loro - di tutti i guai che ci assillano, illudendoci così di ottenere giustizia. Nel 1974, Heinrich Böll scriveva "L'onore perduto di Katharina Blum", un romanzo che prendeva di mira il giornale Bild. Nel racconto la donna, che diversamente forse dai due "mostri" di oggi era innocente, viene perseguitata da un giornalista a caccia di scoop, cinicamente pronto a piegare ogni verità alle esigenze di tiratura. Boll voleva stigmatizzare la stampa cosiddetta "scandalistica". Cosa farebbe oggi, che anche i giornali più autorevoli usano le stesse pratiche?
*Avvocato penalista ed ex magistrato
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 settembre 2020
La preoccupazione di Veronica Sposato, figlia di Giuseppe recluso a Prato in attesa di giudizio definitivo. Rigettate tutte le istanze presentate dagli avvocati.
Da tre anni è detenuto, in attesa di giudizio definitivo, in condizioni gravi di salute. Per i giudici però è compatibile con la detenzione. Eppure Giuseppe Sposato - attualmente recluso nel carcere di Prato - ha tre by-pass aortocoronarici, e con la coronaria destra in stenosi, è un soggetto diabetico in trattamento insulinico con una possibile e grave patologia neoplastica al colon. Un tumore che non si è riuscito a diagnosticare per la scarsa visibilità del campo oggetto d'indagine. In altri termini, la sonda non ha potuto avanzare nel suo percorso per esplorare completamente il colon per la presenza di qualche ostacolo, probabilmente dovuto alla presenza di qualche massa non meglio definita.
A tutto ciò, si aggiunge anche una relazione sanitaria del 22 luglio scorso che fa capire la gravità della situazione quando si afferma che "(..)Si tratta di paziente cardiopatico quindi con un rischio maggiore...", senza considerare quanto, invece - come scrivono gli avvocati Antonio Romeo del Foro di Palmi e Luca Cianferoni del Foro di Roma nella richiesta di appello cautelare contro il rigetto emesso dalla corte d'appello di Reggio Calabria - "risulta più chiaramente dalle consulenze della difesa, dalle quali non solo emerge il fondato sospetto che lo Sposato possa già essere ammalato di tumore al colon, ma anche sotto il profilo cardiaco, vengono evidenziate, dal professor Carlino, diverse allarmanti criticità che possono mettere l'appellante in serio pericolo di vita. Una tra le tante, la non eseguita rivascolarizzazione chirurgica della coronaria di destra, che sviluppa frequenti episodi di precordialgia".
Ma chi è Sposato? Un imprenditore nel settore edilizio di un centro della piana di Gioia Tauro, Taurianova. Una indagine della Dda di Reggio Calabria del 2017 lo ha tratto in arresto con l'accusa di essere uno dei capi di una organizzazione mafiosa. Una vicenda processuale complicata, anche perché una sentenza parallela, che riguarda un altro imputato (che secondo l'accusa faceva parte della medesima associazione mafiosa) non appellata dalla Procura di Reggio Calabria, quindi definitiva, ha, però, stabilito che quella organizzazione mafiosa non c'è.
Un giudice lo ha condannato in primo grado a 14 anni di reclusione, decidendo sul fascicolo della Procura col rito abbreviato. La sentenza è stata appellata e lui rimane, quindi, con la presunzione di innocenza.
Ma al di là dell'innocenza o colpevolezza, qui entra in campo il diritto alla salute. Sposato giace ora, gravemente malato, in carcere da quel giorno che è stato tratto in arresto. Come detto, soffre di gravi patologie e con un sospetto tumorale che però non è stato accertato perché non hanno potuto completare l'indagine con la sonda. L'allarme è alto ed i difensori propongono diverse istanze ai giudici per mandare a casa, a curarsi, il loro assistito. Ma puntualmente le istanze vengono tutte rigettate sul presupposto (offerto dalla direzione sanitaria del carcere dove il detenuto è imprigionato) che ogni cura viene garantita intra moenia e che il quadro clinico è assolutamente compatibile col regime carcerario.
Da ultimo, in data 22 luglio 2020, dopo le tante insistenze dei difensori, viene ripetuta una TC addome completo ed il referto, questa volta, non lascerebbe spazio a dubbi. Il medico esaminatore testualmente scrive "...sembra apprezzarsi nel tratto medio- distale del viscere, in fossa iliaca a sinistra, un restringimento concentrico del lume per un'estensione di 2-3 cm in rapporto ad irregolare ispessimento delle pareti: reperto di possibile natura neoplastica, non potendone escludere la natura funzione in rapporto alla scarsa distensione del viscere, e comunque meritevole di approfondimento diagnostico". Davanti ad un quadro così allarmante, la Relazione sanitaria del carcere di Prato mandata alla Corte di Appello di Reggio Calabria esclude le patologie neoplastiche e quest'ultima recepisce tale informazione per rigettare l'ennesima istanza.
Veronica, la figlia di Sposato, è preoccupata. Denuncia a Il Dubbio che suo padre dimagrisce progressivamente giorno dopo giorno e le ossa hanno preso il sopravvento sulla pelle. Un quadro allarmante, per questo i legali Romeo e Cianferoni hanno chiesto di anticipare l'udienza camerale per discutere della loro richiesta. Ovvero riformare l'ordinanza di rigetto che c'è stata il 28 agosto scorso e chiedere la sostituzione della misura cautelare con quella degli arresti domiciliari o ospedalieri presso un centro multi-specialistico di alto livello. La preoccupazione dei familiari è che si potrebbero prospettare due soluzioni: lasciarlo morire in carcere o mandarlo a casa o in un centro specializzato per curarsi se avrà il tempo per farlo. Ora si è in attesa della fissazione dell'udienza. Ai giudici spetta l'ultima parola.
di Simona Musco
Il Dubbio, 11 settembre 2020
Il penalista Romeo, ai domiciliari da luglio dopo una carcerazione di 18 mesi, solleva la questione di legittimità. Si trova ai domiciliari da luglio, dopo una carcerazione durata 18 mesi e terminata una volta stabilito in Tribunale che l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa era insussistente. Ma ora l'avvocato del foro di Torino Carlo Maria Romeo, 62enne di origini calabresi, ha deciso di "sacrificare" il procedimento in corso per tornare in libertà pur di affermare un principio di diritto.
E per farlo ha autorizzato i suoi difensori - Oreste Romeo e Stefania Nubile - a sollevare la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 34 comma II del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede l'incompatibilità alla funzione di giudice del Riesame del gip che abbia pronunciato il decreto di autorizzazione o proroga delle intercettazioni, per contrasto con gli articoli 3, 24, 25, 27 e 101 della Costituzione.
Romeo è stato condannato a 4 anni e 6 mesi per tentata estorsione e per aver fatto da intermediario di una cessione di 500 grammi di cocaina tra due suoi clienti l'avvocato nell'ambito dell'inchiesta antimafia "Geenna", reati per i quali si è sempre dichiarato innocente. Dallo scorso 23 luglio il penalista si trova ai domiciliari, dai quali si è rivolto al Tribunale della Libertà di Torino per ottenere la piena scarcerazione. Ma il presidente del Collegio feriale designato a trattare la questione - la giudice Loretta Bianco - ha in precedenza firmato come Gip il decreto di proroga di autorizzazione ad operazioni di intercettazione nel medesimo procedimento penale avviato nei confronti del penalista. Ruoli incompatibili, secondo i legali di Romeo.
E nonostante tale ipotesi di incompatibilità non sia espressamente prevista dall'articolo 34 del codice di procedura penale, la Corte costituzionale, soprattutto nei primi anni dall'entrata in vigore del codice Vassalli, si è già espressa su una questione analoga, dichiarando l'illegittimità costituzionale dell'articolo 34, comma II nella parte in cui non prevede, nel processo penale a carico di minorenni, l'incompatibilità alla funzione di gup del giudice che come componente del tribunale del Riesame si sia pronunciato sull'ordinanza che dispone una misura cautelare personale nei confronti dell'indagato o dell'imputato (sentenza 18/7/1998, numero 290). Una pronuncia che trova la sua ratio nel principio del "giusto processo" e che evidenzia come "la sostanziale duplicazione di attività decisionali" costituirebbe "ragione di pregiudizio "effettivo o potenziale per la funzione decisoria del giudice".
Conclusione, secondo la difesa di Romeo, non distante da quanto si sta verificando nel caso del penalista. "È davvero singolare che nello svolgimento dell'ordinaria attività giudiziaria non si tenga conto alcuno del fatto che la Consulta, già da tempo, abbia statuito che i sopra menzionati provvedimenti implicando giocoforza una valutazione nel merito dell'ipotesi accusatoria, finiscono per minare in radice l'imparzialità del Gip, che nelle sue successive valutazioni si troverebbe ad essere condizionato "dalla cosiddetta forza della prevenzione, e cioè da quella naturale tendenza a mantenere un giudizio già espresso o un atteggiamento già assunto in altri momenti decisionali dello stesso procedimento"", afferma Oreste Romeo. Da qui la decisione di sollevare la questione di legittimità, un atto non indolore, in quanto determinando la sospensione del procedimento in materia di libertà personale si tradurrebbe in un ulteriore allungamento dei tempi prima di poter eventualmente tornare in libertà. Ma Carlo Maria Romeo "è intenzionato a sacrificare il proprio interesse processuale per combattere comunque una battaglia di civiltà giuridica che riguarda tutti i cittadini - continua il fratello. Oggi, in Italia, l'unica certezza che la "Giustizia" sembra poter assicurare è solo quella della custodia cautelare in carcere, applicata con facilità e leggerezza tali da minare le fondamenta della democrazia".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2020
Negati gli arresti domiciliari all'accusato di mafia giovane e senza patologie. Non è servito all'accusato di associazione mafiosa, detenuto in via cautelare, sottolineare il rischio carcere in periodo Covid-19 per ottenere gli arresti domiciliari. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 25831 della Quinta sezione penale, depositata ieri, ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo tra l'altro che non esiste il pericolo di una violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo in merito alla tutela contro trattamenti inumani e degradanti nei confronti di chi si trova in una situazione di restrizione fisica in carcere nel tempo della pandemia.
La difesa aveva messo in evidenza come l'accusato del reato previsto dall'articolo 416 bis del Codice penale fosse detenuto nel carcere di Voghera, in una delle zone cioè a maggiore rischio Covid-19, ricordando le condizioni di promiscuità sostanziale in cui vivono tutte le persone lì incarcerate, la presenza di casi di contagio accertati fra i detenuti del reparto, compresolo stesso cappellano, poi deceduto.
La Corte ha respinto la richiesta di sostituzione della detenzione con gli arresti domiciliari, ricordando innanzitutto le valutazioni già critiche del riesame che aveva messo in luce l'assenza di documentazione sui casi di contagio segnalati, valorizzando invece la giovane età del detenuto e la mancanza di particolari e gravi patologie.
Per la Cassazione è solo "paradossale" la tesi difensiva per cui l'emergenza sanitaria renderebbe la permanenza in carcere di per sè pericolosa in modo insostenibile per qualsiasi detenuto, a prescindere da età o stato di salute o anche dalle concrete condizioni di carcerazione perchè queste sarebbero comunque incompatibili con le condizioni di distanziamento che il sovraffollamento cronico degli istituti di detenzione impedisce. Di più, la Corte dà merito al Governo di avere messo in campo tutte le misure possibili per fronteggiare la pandemia sia in termini generali, con il lockdown nazionale, sia nelle carceri con le misure indirizzate a favorire gli arresti domiciliari per i detenuti con non più di 18 mesi di pena residua ancora da scontare. Inoltre, per la sentenza a riprova dell'attenzione dello Stato ci sono anche le polemiche scoppiate proprio per la collocazione agli arresti domiciliari di molti detenuti in presenza di concreti pericoli per la loro salute. E a riprova della bontà delle scelte fatte dal Governo, ci sono i nmeri che attestano una significativa minore diffusione del contagio nelle carceri, rispetto a ospedali e residenze anziani.
di Angela Stella
Il Riformista, 11 settembre 2020
Intervista a Gian Domenico Caiazza. "Il clima è quello tipico di un Paese che ha smarrito la cultura civile e liberale. L'avvocato, in un contesto imbarbarito dai processi che si svolgono parallelamente sui media, diventa un ostacolo alla giustizia sommaria, quindi da minacciare ed eliminare": così Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane, commenta le minacce di morte ricevute da Massimiliano e Mario Pica, legali di tre indagati per la morte di Willy Monteiro Duarte.
Avvocato Caiazza com'è possibile che un avvocato venga minacciato nell'esercizio della sua funzione?
In questo Paese si confonde il diritto sacrosanto all'indignazione e al volere giustizia per fatti così orrendi ed insensati con la giustizia sommaria, che porta ad emettere sentenze sulle responsabilità individuali prima che lo facciano i giudici. Lo si fa poi senza conoscere i fatti o conoscendoli parzialmente, e considerando pregiudizialmente le posizioni difensive come irrilevanti. Il punto di vista dell'indagato diviene sempre non credibile per definizione: non mi riferisco al caso di Colleferro in particolare, si tratta di un atteggiamento costante. In più qui c'è la pretesa di dare giudizi di responsabilità sulla base della tipologia di persone coinvolte. Nel caso di cui stiamo discutendo gli indagati hanno determinate caratteristiche sociali, culturali, comportamentali, fisiche: si pensa che ciò abbia una ricaduta automatica nel giudizio di responsabilità. Bisogna invece lasciare fare il mestiere di giudice a chi lo deve fare ed evitare di pronunciarci prima che lo facciano loro. In questo clima è coerente che il difensore venga minacciato: osa rappresentare una realtà diversa da quella prevalente, e per questo viene rappresentato come complice del proprio assistito.
Le minacce agli avvocati purtroppo sono aumentate negli ultimi anni...
In Italia è cresciuta enormemente la deriva populista e giustizialista, c'è insofferenza verso le regole del Diritto. È sempre più diffusa l'idea che i temi della giustizia penale debbano essere affrontanti dal punto di vista della pancia della pubblica opinione. Se questa è la regola prevalente, allora cresce anche il pericolo per gli avvocati di fare il loro mestiere. Nel momento in cui scriviamo ancora non ho letto messaggi di solidarietà del Ministro Bonafede verso gli avvocati minacciati. E se non erro non ci sono state neanche in passato per episodi simili. Bonafede esprime un punto di vista politico e culturale, quello che lo ha portato a diventare Ministro, che appartiene a quelle dinamiche populiste di cui stiamo parlando.
Lei su Facebook ha scritto: "Sarà bene che tutti voi leoni da tastiera, ma ancor di più voi cronisti, editorialisti, opinionisti, scatenati in questi giorni - con qualche eroica eccezione - nel pronunciare sentenze definitive di condanna, vi ficchiate in testa una volta per tutte che in dubio pro reo è la regola fondativa della Giustizia penale"...
La qualità della comunicazione giornalistica ancora una volta insegue la pancia, cerca consensi facili e avalla questo desiderio di giustizia sommaria. La responsabilità è quindi principalmente dei mezzi di informazione che dovrebbero saper discernere, ma anche della politica che cavalca qualunque occasione nella quale si possa incontrare il consenso.
Un'altra polemica di cui ci siamo occupati in questi giorni è quella riguardante la magistratura di sorveglianza, dopo l'evasione di Johnny lo Zingaro...
I magistrati di sorveglianza hanno forse il compito più delicato dell'intero sistema giudiziario, che è quello di lavorare sulla fase di recupero sociale del detenuto. Di provvedimenti come quelli per Giuseppe Mastini ce ne sono migliaia al giorno: però si dà la notizia dell'unico caso in cui qualcuno non rientra dal permesso, celando il fatto che per altri migliaia di casi invece procede tutto regolarmente. Si fornisce così un messaggio squilibrato e falso. È fisiologico che tra le persone che si avvicinano a scontare la pena in forma diversa da quella carceraria ci sia qualcuno che venga meno al suo impegno. Mettere in croce i magistrati di sorveglianza perché una irrisoria percentuale di detenuti sfugge al sistema è sintomatico di quel clima di cui discutevamo.
Il Garante Palma ricordava nell'ultima conferenza stampa che i suicidi in carcere sono in aumento. Se la stessa attenzione riservata ai giudici di sorveglianza venisse indirizzata anche verso questa problematica sarebbe importante...
Certo, appunto. Vede la grande responsabilità dell'informazione? Tutto dipende da quale notizia scegli di dare: se decidi di raccontare solo di quell'uno su mille che non rientra in carcere sottrai alla riflessione collettiva il problema dei suicidi non solo dei detenuti ma anche degli agenti penitenziari.
Questa polemica segue a quella dei "boss e mezzi boss" ancora in detenzione domiciliare. Abbiamo chiesto al Ministero della Giustizia di conoscere quando sarebbe giunto il loro fine pena, per quali reati sono detenuti e quando e perché si è aperto il fascicolo con la richiesta di detenzione domiciliare. Ci hanno detto che è impossibile perché è un lavoro immane...
Questo è il problema: non si parla dei fatti ma si procede per allusioni. È bastato che il Dap facesse una indagine approfondita per venire a sapere che il numero degli scarcerati si era dimezzato. Sarebbe anche interesse del Ministro in questo momento avere un quadro preciso e rispondere a queste vostre richieste. Si capirebbe che il concetto di "boss e mezzo boss" è qualcosa di ridicolo. Sappiamo benissimo che in alta sicurezza ci sono anche semplici corrieri alle associazioni criminali: persone che devono sicuramente scontare la loro pena ma che sono a tutto concedere di medio calibro criminale.
Qualche anno fa chiedemmo anche di sapere quante sono le misure cautelari richieste dal pubblico ministero rispetto a quelle effettivamente disposte dal gip. Anche questo dato è impossibile da conoscere...
Non glielo diranno mai, forse il Ministero neanche conosce questi dati perché non riesce a raccoglierli.
O forse non vogliono darceli perché ci permetterebbe di avere un quadro più completo e attendibile dei meccanismi di funzionamento dell'istituto delle misure cautelari...
Forse non vogliono raccogliere questi dati o forse non gli vengono trasmessi dalla Procure o dagli uffici del gip. Qui c'è un problema generale di accesso ai dati dell'amministrazione giudiziaria. Si tratta di uno dei temi a cui vogliamo dedicare la nostra iniziativa nei prossimi mesi. Lo dissi già nel mio programma elettorale: crediamo che i dati statistici non siano una proprietà riservata del Ministro di Giustizia ma siano dati che devono essere facilmente e chiaramente accessibili alla pubblica opinione, ai giornalisti, alle associazioni, ai partiti politici. Non riusciamo ad avere informazioni neanche con le interrogazioni parlamentari. Si tratta di un fatto assurdo che non ha nulla a che fare con la riservatezza: non chiediamo nomi e cognomi, o posizioni individuali ma dati statistici. Sapere quante sono le misure cautelari richieste e quelle concesse deve essere un dato alla portata di mano di tutti. Questa deve essere una grande battaglia di civiltà.
Del caso Battisti cosa pensa? La Cassazione ha confermato per lui l'isolamento...
Non conosco i dettagli del caso ma dico che Battisti deve godere dei diritti di tutti i detenuti, come umanità della pena in quanto essa non è una vendetta.
Ieri l'Ucpi ha organizzato una conferenza stampa "Per Ebru, per Aytac, per la difesa dei diritti umani in Turchia". Forse tutto questo sarebbe stato evitabile se la Turchia fosse nell'Unione Europea...
Questa è un'antica battaglia radicale, possiamo dire visionaria, che forse avrebbe modificato questa storia. Purtroppo oggi abbiamo una Turchia dove i diritti fondamentali sono fortemente messi in discussione e dove gli avvocati sono veramente in pericolo. Ricordo che la collega turca che è morta in carcere - perché non si abbia l'idea che siamo sideralmente lontani dalla Turchia - era stata arrestata per concorso esterno, per favoreggiamento di una associazione terroristica della quale non faceva parte. Né più né meno che il concorso esterno nel reato dei propri assistiti con cui abbiamo iniziato questa intervista. Questo è un fatto allarmante verso il quale le nostre cronache giudiziarie sono del tutto estranee.
di Luca D'Auria*
Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2020
Il resto è pura polemica da social. Sono naturali e comprensibili le doglianze dei parenti delle vittime di Cesare Battisti alla notizia che al terrorista ed ex latitante sia stata concessa la liberazione anticipata. Ma quanto è accaduto dal punto di vista giuridico, e cioè il riconoscimento della "buona condotta" con conseguente riduzione, nel computo finale, della pena da scontare, è non solamente un fatto preveduto dalla legge e dunque perfettamente in linea con l'ordinamento, ma anche umanamente giusto.
Non ha nulla a che vedere con il concetto abusato di "certezza della pena" e una sua presunta violazione.
Anche per questo principio, al pari di quanto accade con quello di legalità, un traguardo dell'evoluzione del diritto subisce, nel linguaggio della polemica senza fine, una metamorfosi radicale così da trasformarsi in un grimaldello concettuale per soddisfare il desiderio del "pugno duro" e del giustizialismo facilone. Finché esisterà la Costituzione e non saranno promosse consultazioni popolari per "ridurre il numero delle garanzie" (vedasi il tormentato capitolo sulla prescrizione) la pena deve continuare ad essere finalizzata alla rieducazione del condannato (e questa è una conquista decisiva dello Stato di diritto).
Chi è contrario a questa lettura della punizione dovrebbe andarsi a rileggere un po' di storia del pensiero giuridico e rendersi conto di come andavano (e potrebbero ancora andare) le cose prima dell'introduzione del dogma per cui la pena non è una vendetta rusticana, ma deve porre come scommessa decisiva la "guarigione della società" (per parafrasare Durkheim). Ripeto: l'unica presa di posizione umanamente comprensibile è quella dei parenti delle vittime (anche se temo che questo umanissimo dolore venga strumentalizzato dal tentativo dei media di fomentare frizioni sociali).
Il resto è pura polemica da reti sociali: un mondo dove, in nome di un ulteriore travisamento tipico della contemporaneità, viene proiettato il concetto di libera espressione di parola verso l'abuso di parola e dei commenti più estemporanei, provocatori e, assai spesso, privi di fondamento tecnico (giuridico se si discute di questioni di diritto, medico se di medicina e così via).
La grande illusione di una maggiore democraticità delle società di oggi, fondate sulla possibilità di "dire tutto su tutto da parte di tutti" sarebbe vera se questa sorta di diritto "di tribuna" venisse esercitato - non dico con competenza - ma almeno con il rispetto delle forme espressive del rispetto e dell'educazione. Come già accennato in altri post, la società al tempo dei social si forgia intorno al linguaggio del turpiloquio dei concetti che, oramai, non investe solamente alcuni ribelli (ben venga questa categoria quando è portatrice di idee innovative) ma diviene la via normale di esprimersi.
In questo senso la vicenda di Cesare Battisti non differisce certamente da tutte le altre. Forse è addirittura più roboante, in quanto fa gioco reinventare un'attualità sociale a fatti storicamente datati, rispetto ai quali coloro che ne parlano con veemenza poco o nulla ne sanno. In questo quadro generale mi sono chiesto se, sfruttando un presunto diritto di cronaca, non siano i giornalisti stessi a creare e ricreare polemiche e contrasti per alimentare un capitolo nuovo della tanto gustosa e vertiginosa pop justice di cui spesso scrivo nei miei post.
La vicenda dell'ex terrorista Battisti - dati i suoi trascorsi di rivoluzionario di estrema sinistra - fa gioco in questa realtà politico-sociale in cui la nuova fenomenologia mediatica della destra del XXI secolo è caratterizzata da tratti linguistici che vengono raccontati come "chiari" e "rivolti alla gente" quando, assai spesso, sono piuttosto caratterizzati da toni che ricordano un "pugno nello stomaco" (seppur vengano costantemente conditi da ideologie familistiche, legalitarie e patriottiche). In verità Cesare Battisti non è libero e certamente non lo potrà essere per numerosissimi anni.
La liberazione anticipata per buona condotta consiste nella decurtazione di un numero di giorni fissi ogni semestre che verranno scalati dal "fine pena" (cosiddetto "mai" nel gergo carcerario, nel caso di un ergastolano). I drammatici errori e gli orrendi delitti di cui si è macchiato Battisti hanno trovato lo Stato capace di reagire, seppure in ritardo e dopo una lunga latitanza. Una volta che è stato raggiunto questo scopo, e cioè la carcerazione, Cesare Battisti è diventato un detenuto come ogni altro (condannato all'ergastolo). Finché la giustizia ha un senso i suoi principi non devono subire rivolgimenti, e anche la liberazione anticipata è un principio che deve essere assicurato per consentire a chi ha "sbagliato" di redimersi. Questo è un principio che ha le proprie radici nel messaggio cristiano e proprio chi difende quei valori con forza e orgoglio dovrebbe farsi primo portatore di questi valori.
*Avvocato e docente di Diritto
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 11 settembre 2020
Nessun motivo di sicurezza però viene lasciato in isolamento. La legge, pare, dice così. Perché? È perfido e merita la vendetta. La Cassazione ha deciso che Cesare Battisti deve restare in isolamento. Perché? Perché le leggi italiane, a quanto pare, lo permettono. Cioè permettono che una persona sia messa in condizioni di detenzione contraria ai principi di umanità. Non mi sembra esagerato usare la parola "tortura": se qualcuno decidesse che devo stare nella cella di una prigione, isolato, senza poter vedere nessuno, senza poter mai parlare con gli altri detenuti, io penserei che mi stanno torturando.
Dice l'articolo 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". È chiaro che tenere una persona, condannata all'ergastolo, e per di più in cattive condizioni di salute, per mesi e mesi, forse per anni, in isolamento, vuol dire imporgli una pena contraria al senso di umanità e che non tende a educarlo. E quindi che tenere in isolamento una persona per mesi o anni è in contrasto con l'articolo 27 della Costituzione. Però la Cassazione ha stabilito che non è in contrasto con le leggi speciali degli anni 80 e 90, varate per combattere il terrorismo e la mafia in un periodo di particolare estensione e violenza di questi due fenomeni.
Il fenomeno terroristico (interno) in Italia è scomparso nel secolo scorso. I reati per i quali è stato condannato Cesare Battisti risalgono a più di 40 anni fa. Non esiste neanche l'ombra della necessità dell'isolamento per motivi di sicurezza. L'isolamento è stabilito solo come pena aggiuntiva, di evidente ferocia. La decisione della Alta Corte pone ora l'Italia nell'elenco dei paesi dove la tortura è ammessa e non è riconosciuta la Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1948.
La Cassazione ha detto di sì: la tortura in Italia esiste ed è legittima. Può essere applicata anche per pura vendetta, non solo per esigenze investigative (cosa che avviene assai spesso) o di sicurezza. E dunque Cesare Battisti deve restare in regime di isolamento nel carcere duro di Oristano, non rompere le scatole, accettare democraticamente la sua pena, rischiare la vita perchè costretto a un vitto non compatibile con le sue condizioni di salute, e per di più pagare 3000 euro di ammenda per avere osato chiedere l'applicazione della Costituzione. La Cassazione ha stabilito che né la Cassazione né la dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo hanno la prevalenza sulle leggi speciali italiane. Varate per altro, come leggi di emergenza, al tempo della lotta armata, prima che la lotta armata si concludesse, nel secolo scorso.
È così, niente da fare. Battisti sta scontando una pena all'ergastolo (sebbene in più occasioni la stessa Corte Costituzionale abbia messo in discussione la pena perenne) per alcuni reati gravissimi (omicidio) per i quali è stato condannato in contumacia (e con processi svolti in modo francamente assai discutibile e conclusi sulla base delle accuse dei pentiti) commessi circa 40 anni fa, quando alcuni dei giudici che oggi decidono su di lui non erano ancora nati o andavano alle elementari. Ha vissuto all'estero, latitante, per 37 anni, poi è stato arrestato dalla polizia boliviana e consegnato all'Italia.
Per molti anni, prima le autorità francesi e poi quelle brasiliane, avevano negato l'estradizione perché avevano giudicato i processi italiani irregolari, e quindi irregolari le condanne. Battisti si è sempre dichiarato innocente, fino a quando è stato catturato. Poi, qualche mese dopo l'arresto - molto esibito dai ministri dei 5 Stelle e della lega che all'epoca governavano beatamente insieme, ispirati agli stessi principi giustizialisti che li spinsero a dichiarare ai giornalisti: "marcisca in carcere".
Battisti rese invece un'ampia confessione davanti ai magistrati. La confessione ricostruì tutta la sua vicenda esattamente negli stessi termini nei quali l'avevano ricostruita le condanne. Neanche un dettaglio diverso. In questo modo, a norma di legge, Battisti ottenne la possibilità di essere ammesso ai benefici carcerari e agli eventuali sconti di pena che non sono ammessi per i condannati non pentiti e non rei confessi. La confessione, però, finora non è servita a molto. Battisti ha chiesto che finisca l'isolamento e quindi di poter scontare la pena in un regime carcerario normale, ma gli hanno detto di no.
Ha chiesto una alimentazione compatibile con le sue condizioni di salute, ma gli hanno detto di no. L'altro giorno ha iniziato uno sciopero della fame e delle medicine, per rivendicare i suoi diritti - cioè i diritti che spettano agli esseri umani e che spesso vengono riconosciuti anche ai viventi non umani - senza che nessuna autorità ne prendesse atto e ottenendo - come ha osservato Iuri Maria Prado proprio qui sul nostro giornale - contumelie e insulti da una buona parte del mondo politico, soprattutto da parte della destra garantista. (Garantista? diciamo così: garantista...).
Ora la Corte di Cassazione ha stabilito che le sue richieste sono contro la legge. E che Battisti può restare lì dov'è. Rivalutando in questo modo, e sdoganando, e dando valore giuridico alle dichiarazioni di Matteo Salvini delle quali abbiamo scritto poche righe fa: "Marcisca in carcere".
Nessuno può sperare che qualcuno si muova per difendere i diritti di questo detenuto, che da sempre è stato indicato, qui in Italia, come il male assoluto. Recentemente è stato scaricato, in modo un po' goffo, anche dall'ex presidente Brasiliano Lula. Persino gli intellettuali italiani e francesi, che qualche anno fa avevano speso qualche parola a suo favore, e contro i processi sommari che si svolgevano in Italia degli anni ottanta, sono tutti spariti.
Ora però la Cassazione pone un problema che va oltre la stessa sorte di Battisti (il cui destino e la cui vita, comunque, non possono essere abbandonati al disinteresse generale): la legittimità di regimi carcerari che possono essere paragonati alla tortura. A me è capitato varie volte, per esempio, di discutere con alcuni magistrati "rigorosi" del 41 bis.
Mi è successo di farlo anche con un monumento della magistratura come Giuseppe Pignatone, qualche anno fa. Pignatone mi ha detto: "Il 41 bis è solo un regime di sicurezza che serve a impedire che i capi della mafia (o del terrorismo) continuino a dirigere le loro organizzazioni". Dunque, motivi di sicurezza. Di protezione della società. Pignatone si è sempre rifiutato di chiamare il 41 bis "carcere duro" (cosa che invece fa, con una certa disinvoltura, il meno sofisticato Gratteri). Ecco, c'è qualcuno al mondo che può immaginate che ci sia il rischio che Battisti, dal carcere, diriga la lotta armata? Siccome non c'è, la teoria Pignatone ora svanisce. La Cassazione ha proclamato il diritto alla vendetta e alla ferocia.
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