di Piero Sansonetti
Il Riformista, 29 settembre 2020
Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il 6 aprile scorso, è successo il finimondo. Una squadra di circa 300 guardie è entrata nella prigione, ha invaso le celle, ha picchiato selvaggiamente, torturato e umiliato centinaia di detenuti.
Perché? Per vendetta, dopo le rivolte nelle carceri di marzo. Il Domani ha pubblicato un articolo di Nello Trocchia nel quale un testimone oculare parla e racconta di come esista un video in mano agli inquirenti che documenta l'orrore e il punto altissimo di illegalità raggiunto. La Procura sta indagando. Benissimo. Però noi dobbiamo porre una domanda.
L'associazione Antigone - anche con articoli pubblicati sul Riformista - aveva denunciato in marzo il clima che si era creato nelle carceri. Aveva detto di avere ricevuto molte segnalazioni di pestaggi da parte delle guardie. Il ministro, dunque, sapeva cosa stava covando. Perché non ha fatto accertamenti? Perché non ha verificato? Perché non è intervenuto e ha lasciato che la situazione degenerasse del tutto fino ad arrivare all'orrore di Santa Maria Capua Vetere?
Non so se le forze politiche e i gruppi parlamentari avranno la forza e l'ardore per porre questa questione in Parlamento. Mettersi a difesa dei prigionieri non porta mai voti. Lo sa bene Salvini, che in giugno, quando il Riformista pubblicò le prime notizie sul pestaggio, commentò schierandosi nettamente dalla parte dei picchiatori. Intanto sulle carceri c'è un'altra novità. La Cassazione ha stabilito che lo spazio vitale minimo per ogni detenuto deve essere di 3 metri quadrati, esclusi i letti. Prima era di 3 metri, compresi i letti. Quindi ha di fatto raddoppiato lo spazio. Che ora, finalmente, è appena la metà di quello che la legge riserva ai maiali, che invece hanno diritto a sei metri quadrati, secondo le direttive europee.
La Corte di Cassazione ha stabilito qual è lo spazio minimo del quale deve disporre, nella cella, un detenuto. Tre metri quadrati. Letti esclusi. Ci sono migliaia di detenuti che vivono, oggi, in uno spazio molto più piccolo di quello deciso dalla Cassazione. Già questo è un trattamento contrario ai principi di umanità, e dunque contrario alla Costituzione, e dunque illegale.
Ma in fondo è piccola cosa se messo a confronto con quello che è successo in alcune carceri italiane - non sappiamo ancora quante e quali - nel mese di aprile. È successo che centinaia o forse migliaia di guardie hanno picchiato a sangue i detenuti. In un clima da Argentina di Videla. Noi avevamo denunciato in giugno quel che era successo a Santa Maria Capua Vetere il 7 aprile, e prima ancora, in marzo, avevamo denunciato quel che stava succedendo in altre carceri. Ci fondavamo sulle denunce raccolte dall'associazione Antigone.
Enzo Scandurra ha scritto il primo pezzo sul Riformista del 21 marzo. Quindi due settimane prima della spedizione punitiva nella prigione di S.M. Capua Vetere. Perché in quelle due settimane nessuno è intervenuto, ha indagato, ha accertato cosa stesse succedendo, ha impedito che la situazione degenerasse? Qualcuno chi? Le autorità, il Dap, magari il ministro.
Ieri la questione è stata ripresa dal Domani - il nuovo quotidiano di De Benedetti diretto da Stefano Feltri - con un articolo molto informato di Nello Trocchia che ha parlato con uno dei testimoni del pestaggio del 7 aprile. Il testimone è un detenuto che ora è uscito dal carcere e che non solo ha parlato di quello a cui aveva assistito direttamente, ma anche di quello che è stato ripreso dalle telecamere, e cioè di un filmato che ora è nelle mani della Procura e che dimostra che le denunce non erano affatto inventate.
Il Domani racconta dell'arrivo di circa 300 guardie, col volto coperto, e dell'irruzione nelle celle, e poi dei detenuti fatti spogliare, e poi picchiati a sangue, e poi fatti uscire nudi nel corridoio e fatti correre in mezzo a due file di guardie che li colpivano ancora coi pugni, i calci, le manganellate.
Vedremo cosa uscirà dall'inchiesta della magistratura. Per ora ci sono una cinquantina di indagati per tortura. Intanto cerchiamo di ricostruire la cronologia degli avvenimenti. L'8 marzo in diverse carceri italiani scoppia la rivolta. I detenuti protestano per le condizioni della prigionia, per lo stato di isolamento nel quale si trovano anche a causa del Covid che ha provocato la fine delle visite di parenti e l'interruzione di ogni comunicazione con l'esterno.
La rivolta è molto dura, la polizia interviene, centinaia di detenuti vengono trasferiti coi cellulari, 14 di loro muoiono, in gran parte per l'uso esagerato dei farmaci raccolti nelle infermerie saccheggiate. 14 morti sono un numero enorme. Forse senza precedenti nel dopoguerra. Il ministro va in Parlamento e trascina via un discorsetto burocratico nel quale non spiega niente e sembra non cogliere la gravità di quel che è successo. Anche i gruppi parlamentari non appaiono molto colpiti da questa strage. In fondo - pensano - erano solo detenuti. I detenuti, oltretutto, sono in genere considerati colpevoli dalla gente perbene. Anche se la metà delle vittime - chissà se è lecito usare la parola vittima per un detenuto - erano in attesa di giudizio e dunque, forse, innocenti.
L'unico gruppo parlamentare che protesta un po' è quello di Renzi. Neppure Renzi, però, osa chiedere la rimozione del ministro, perché la rimozione del ministro potrebbe provocare la caduta del governo. Quindi chiede solo la cacciata del capo del Dap. Il quale, effettivamente, dopo qualche settimana sarà cacciato: però non sarà cacciato per la sua responsabilità nella morte di 14 persone, ma perché non ha impedito la scarcerazione, da parte dei tribunali di sorveglianza, di alcuni detenuti in cattive condizioni di salute o molto vicini alla fine della pena.
Da quel che si può capire, dopo la rivolta qualcuno decise che i detenuti andavano puniti. Bisognava dargli una lezione. E, secondo le denunce raccolte da Antigone, iniziano i pestaggi in diverse carceri. Nessuno si muove per accertare se è vero. Il ministero, al solito, dorme. Nessuno prende misure perché i pestaggi non si ripetano.
E così, nonostante gli allarmi lanciati, il 7 aprile si arriva all'episodio terribile di Santa Maria Capua Vetere. È probabile che a spingere le guardie a questa azione dissennata sia stato anche il clima che si era creato nell'opinione pubblica. La caccia al carcerato, l'ideologia della chiave delle celle da buttar via, l'auspicio che i prigionieri possano marcire e morire in cella. E di questo la responsabilità non è solo della politica e del governo.
Ma non ci si può fare niente: non è che puoi vietare ai giornali e alle tv di correre tutti appresso a Marco Travaglio e di provare a superarlo in amor di forca. La libertà di stampa ha tanti effetti collaterali, ma se non ci fosse sarebbe una tragedia superiore.
La politica invece deve rispettare certi limiti. Anche la politica populista. E non lo fa mai. Qualcuno adesso chiederà a Bonafede che provvedimenti intende prendere? Se darà retta ai filmati o preferirà allinearsi a Salvini che dopo le notizie sul pestaggio si era schierato al fianco dei picchiatori e contro la Procura che aveva aperto un'indagine?
Ma ora Bonafede dovrà rispondere anche su un'altra questione. E cioè lo spazio in cella per i detenuti del quale accennavamo all'inizio di questo articolo. È stato lui a porre il quesito alla Corte di Cassazione per sapere se i tre metri quadrati ritenuti lo spazio minimo per ogni detenuto (per ogni essere umano) dovessero essere considerati metri quadrati "liberi" e cioè interamente a disposizione del detenuto, o invece spazi occupati anche dai letti e dai mobili. La differenza è notevole, perché se pensate che comunque una branda occupa circa un metro quadrato e mezzo, e poi ci mettete il cucinino e l'armadietto, capite che i tre metri diventano un metro. E su questa idea del metro quadrato si basava il ministero per sostenere che il sovraffollamento non era fuorilegge. Ora questa idea cade, almeno in parte, perché la Cassazione ha stabilito che almeno il letto non può essere conteggiato nei tre metri. E Bonafede dovrà provvedere.
E l'unico modo per provvedere è bloccare l'uso selvaggio delle carcerazioni preventive (riducendole al minimo e cioè facendole rientrare nell'ambito della legge) e una misura di clemenza (amnistia e indulto) o almeno la scarcerazione delle migliaia di detenuti che devono scontare meno di un anno di galera. Sulla questione dei tre metri quadri come spazio minimo vitale - per concludere - trascrivo qui un post su Facebook dell'avvocata Maria Brucale che ho trovato particolarmente acuto:
Direttiva n. 2008/120/CE del consiglio del 18 dicembre 2008: "Il verro adulto deve disporre di una superficie libera al suolo di almeno 6 metri quadri. Qualora i recinti siano utilizzati per l'accoppiamento, il verro adulto deve disporre di una superficie al suolo di 10 metri quadri e il recinto deve essere libero da ostacoli". Il detenuto adulto può disporre di ben tre metri quadri e senza gli arredi saldamente fissi al suolo! E non può accoppiarsi. La sessualità del verro è un diritto, quella del detenuto no. Si potrebbe obiettare che dal verro verrà un maialetto che poi sarà porchetta, lardo, prosciutto, mortadella ecc. ecc. E, insomma, eccolo l'interesse sociale. Da un uomo trattato come uomo, cosa possiamo ricavare? Magari che se è entrato uomo non esca verro. O che se è entrato verro non esca cinghiale.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 29 settembre 2020
In questo Paese anarcoide la disapprovazione nei riguardi di tutto e tutti diventa una questione di identità. Non è tanto importante ciò che si disapprova ma l'atto stesso del disapprovare.
Il nostro è il Paese della critica personale, rabbiosa e denigratoria. Giudicando negativamente qualsiasi scelta politica o culturale ci si mette immediatamente su un piedistallo alto due metri, e da lì si guarda il genere umano con sufficienza. Naturalmente, stando così in alto e separati dal mondo, sarà difficile creare rapporti di affinità e simpatia con gli altri, che nel frattempo si stanno costruendo i loro piedistalli, sempre più alti e di difficile accesso.
Chi giudica e critica infatti si esenta da ogni responsabilità. La colpa degli insuccessi è sempre di qualcun altro: dello Stato prima di tutto, del Governo in carica, dei politici avversari, degli amministratori pubblici, dei giornalisti, degli intellettuali, degli insegnanti, dei sindacati e via di seguito. Mai che si ammetta di avere partecipato, se non addirittura provocato ciò che si disapprova. E naturalmente chi biasima e condanna pretende di farlo in nome di un popolo che nessuno sa in chi consista.
Finché questi battibecchi avvengono al bar, mentre si sorseggia un caffè, lo si può capire, ma quando a prendere le distanze da ogni scelta con sdegno e riprovazione sono proprio coloro che erano all'origine di quella scelta, salta fuori l'aspetto grottesco della protesta che si trasforma in pretesto. La mancanza di solidarietà, di sollecitudine, di senso della collettività fanno sì che diventi sempre più difficile governare. E la disaffezione nei riguardi della partecipazione etica si allarga a macchia d'olio.
C'è tanta vanità, tanta arroganza in questa pratica del giudizio superiore, in nome di una purezza allusiva. Tutti contro tutto, anche all'interno delle alleanze. Guai a mostrarsi comprensivo, a rispettare l'avversario, a cercare il dialogo. In nome di una purezza apodittica si buttano all'aria i possibili compromessi. Compromessi? Per carità! Chi è disposto ad accettare compromessi? Ma governare non vuol dire rispettare le diverse anime del Paese? Non vuol dire cercare un accordo su temi comuni che mirano al benessere della nazione?
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 29 settembre 2020
All'interno della quarta edizione della manifestazione "Scritti di cuore, l'amore e le parole per raccontarlo" è stato inserito un concorso di scrittura, "Scrittodicuore", riservato ai detenuti, organizzato dal Comune di Campobasso e dall'Unione Lettori Italiani con il partenariato della Direzione della Casa Circondariale di Campobasso nell'ambito della manifestazione "Ti racconto un libro 2020".
La cerimonia di chiusura della kermesse si terrà venerdì 2 ottobre a Campobasso, nel teatro della casa circondariale. Nel corso dell'incontro di venerdì saranno anche premiati gli autori delle più belle lettere d'amore dal carcere secondo le valutazioni delle giurie. Il concorso di scrittura era rivolto a persone detenute di tutti gli istituti penitenziari italiani. Quest'anno la partecipazione è stata molto ampia e gran parte delle lettere è stata scritta durante il periodo del lockdown. Agli scrittori Franco Arminio, Camilla Baresani e Pino Roveredo, che hanno fatto parte della giuria che ha valutato i testi sotto il profilo tecnico, è stata affiancata una giuria giovanile, composta dagli autori emergenti Salvatore Dudiez, Roberta Tanno, Elena Sulmona, Angelica Calabrese e Alessandro Taviano.
Dopo la sospensione delle attività per la pandemia, si è scelto di tornare per l'evento conclusivo di "Scrittodicuore" all'interno del carcere "dove la scrittura - spiegano gli organizzatori - diventa un importante strumento di contatto indiretto con l'esterno, veicolo fiduciario di una riflessione rispetto a sé stessi e rispetto agli 'oggetti' d'amore".
Nel corso dell'incontro l'attrice Palma Spina leggerà brani e poesie sul tema del concorso. Oltre a Rosa La Ginestra, direttrice della casa circondariale molisana, e Brunella Santoli, direttrice artistica dell'Unione Lettori Italiani, saranno presenti Angelica Calabrese, in rappresentanza della giuria giovani, Paola Felice, vice sindaca e assessora alla Cultura del Comune di Campobasso e Luca Praitano, assessore alle Politiche per il Sociale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 settembre 2020
"Sono stati proprio gli organizzatori a invitarmi a proporre un titolo da presentare nel programma ufficiale, ma poi improvvisamente hanno fatto un passo indietro con la scusa di non essere riusciti ad accogliere tutte le proposte arrivate".
Grida alla censura Marcello Baraghini, storico editore border line fondatore di Stampa Alternativa. È lui a guidare la protesta contro la decisione del festival romano della letteratura "Insieme" di escludere il libro di Mario Trudu "La mia Iliade. Un'odissea di quarant'anni a inseguire la vita" dal programma ufficiale delle presentazioni.
"Insieme" è un grande festival del libro a ingresso gratuito per tutti che si terrà dall'uno al 4 ottobre, nato con l'obiettivo di restituire luoghi di incontro a tutti gli appassionati di libri e letteratura. "Come Strade Bianche di Stampa Alternativa - spiega l'editore Baraghini - saremo presenti con uno stand a questo evento, perché offre accesso gratuito ai lettori, a differenza degli storici saloni del libro".
Denuncia sempre l'editore che sono stati, poi, proprio gli organizzatori a invitarlo a proporre un titolo da presentare nel programma ufficiale. "Eppure - denuncia hanno fatto un passo indietro, quando ho scelto questo potente e provocatorio testo di Mario Trudu, pastore sardo ed ergastolano ostativo, morto mesi fa per un male senza aver avuto la possibilità di farsi curare all'esterno del carcere, dopo 40 anni di detenzione estrema. Un libro che ha suscitato interesse in molti ambienti culturali". Un rifiuto, secondo l'editore di Stampa Alternativi, senza plausibili motivazioni, con la scusa di non essere riusciti ad accogliere tutte le proposte arrivate.
"Per questo - sottolinea Baraghini - parliamo di censura politica e culturale. Hanno accolto domande giunte l'ultimo giorno utile, e, sebbene la nostra richiesta di chiarimenti, ad oggi non è arrivata risposta dagli organizzatori".
Quella di Mario Trudu che, poco prima di morire, consegna il manoscritto a Francesca de Carolis, giornalista che lo ha seguito per anni nei suoi pellegrinaggi nelle carceri, è una storia scomoda, che si intreccia con la denuncia di una carcerazione senza spiragli.
"Oggi - conclude Baraghini - seppelliamo Trudu una seconda volta. L'appello ora va ai lettori che credono in una letteratura lontana dal perbenismo delle scuole di scrittura, dall'impersonale conformismo dello storytelling: veniteci a trovare per rafforzare il patto di complicità tra editore, autore e lettore, per riscrivere insieme le regole del mercato editoriale. Un dialogo che parte da una letteratura di sangue, che urla dal carcere, che resiste, pulsa e vive tra gli ultimi, i dimenticati, i reietti, i confinati, come Mario Trudu, per arrivare al futuro editoriale e culturale".
Ricordiamo che l'ultimo libro di Trudu è purtroppo postumo. La sua è una tragica vicenda raccontata anche su queste pagine de Il Dubbio. Muore dopo quaranta anni di carcerazione senza l'alito di uno spiraglio, nell'ottobre dello scorso anno.
L'ultimo respiro lo ha emesso nell'ospedale di Oristano, dove era stato ricoverato quando ormai era troppo tardi, nonostante le sollecitazioni, le richieste, le denunce perché, ammalato da tempo, ricevesse le cure necessarie, e in una struttura adeguata. I "no", le "distrazioni", le lentezze sono stati l'ultimo accanimento nei suoi confronti. Di Mario Trudu, l'editore Marcello Baraghini si era da subito innamorato, fin da quando, ormai quasi una decina d'anni fa, la giornalista Francesca de Carolis gli aveva portato i primi manoscritti.
A proposito del suo ultimo libro, come ricorda De Carolis, Trudu conosceva a memoria il poema omerico, ne aveva registrata una versione anche in lingua sarda e, potenza liberatoria dell'immaginario, lo vediamo attraversare le mura delle sue prigioni e incontrare i protagonisti di quel mondo in cui "gli eroi erano eroi veri, non erano fatti di cartone come lo sono oggi", dove "il nemico lo dovevi affrontare mano a mano, dovevi lottare corpo a corpo, dovevi avere le palle, mentre oggi con una pistola ti può uccidere un qualsiasi vigliacco".
Incontri che, come lui stesso scrive, "mi hanno accompagnato e reso meno insopportabili i decenni passati chiuso dentro queste mura". Un peccato questo passo indietro da parte del festival "Insieme", perché un libro così andava presentato per far comprendere il suo valore letterario a un pubblico ignaro della violenza dell'ergastolo ostativo che può abbattersi verso quelle persone che nel frattempo sono cambiate, hanno fatto i conti con i propri sbagli e pronti per vivere nel mondo libero per contribuire addirittura a migliorarlo.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 29 settembre 2020
Di Maio frena e parla di "trattativa in corso", ma l'intesa è già firmata. E il nuovo testo avrebbe il via libera dei Comuni. L'ultima motivazione, non ufficiale, per giustificare l'ennesimo slittamento riguarda ovviamente Matteo Salvini. Sabato il leader della Lega sarà a Catania per l'udienza preliminare sul caso della nave Gregoretti e la scadenza per ora si annuncia soprattutto come un evento mediatico, con il Carroccio che ha organizzato tre giorni di iniziative nel capoluogo etneo sotto il titolo "Gli italiani scelgono la libertà". Chiaro che a palazzo Chigi non c'è nessuna voglia di offrire a Salvini l'ennesima occasione di cavalcare lo spauracchio dell'immigrazione attaccando il governo che ha cancellato i decreti sicurezza.
Per questo nonostante le continue pressioni di Pd, LeU e Iv, la messa in soffitta definitiva dei provvedimenti anti immigrazione potrebbe slittare ancora, almeno fino alla prossima settimana, al "primo consiglio dei ministri utile" come va ripetendo ormai da troppo tempo il premier Conte.
Potrebbe, perché Salvini a parte, che di certo non ha bisogno di pretesti per attaccare il governo giallorosso, la vera incognita è rappresentata come al solito dal Movimento 5 stelle. L'accordo sul nuovo testo destinato a sostituire i decreti salviniani è stato firmato davanti alla ministra dell'Interno Lamorgese alla fine di luglio da tutti i rappresentanti della maggioranza, compreso il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera Giuseppe Brescia del M5S. Parlando però domenica sera alla trasmissione "Che tempo che fa" Luigi Di Maio ha fatto finta di non saperlo: "C'è una discussione politica in corso su una modifica, dialogando troveremo una soluzione", ha detto l'ex capo politico del Movimento.
Parole che rappresentano un salto indietro nel tempo, a prima dell'estate, e che hanno fatto suonare più di un campanello d'allarme nell'esecutivo dove una presa di distanze dei dissidenti pentastellati metterebbe in crisi la tenuta del governo, specie al Senato dove i numeri sono sempre traballanti. "Non c'è nessuna marcia indietro", assicuravano ieri i parlamentari 5 Stelle più governisti. "Con l'arrivo dell'inverno gli sbarchi diminuiranno e il governo ha stretto un accordo con la Tunisia per aumentare il numero dei rimpatri, quindi non c'è bisogni di rassicurare quanti, tra noi, sull'immigrazione sono più vicini alla Lega".
Un incoraggiamento all'esecutivo perché acceleri i tempi potrebbe arrivare presto dagli Enti locali. Alla fine di luglio la bozza del nuovo decreto è stata inviata per consultazione all'Anci e dai Comuni starebbe per arrivare un giudizio positivo sul provvedimento. A convincere i sindaci sono soprattutto la possibilità per i richiedenti asilo di potersi iscrivere di nuovo alle anagrafi comunali e il ripensamento del sistema di accoglienza che coinvolge i Comuni. Misure che, come è stato spiegato al viceministro dell'Interno Mauro Mauri nella Conferenza sull'immigrazione che si è tenuta a luglio, permettono a quanti sono stati spinti verso una condizione di irregolarità dai decreti Salvini di tornare visibili, permettendo così una maggiore sicurezza nei territori. L'unico dubbio riguarderebbe il numero di richiedenti asilo da accogliere. Nel decreto si fa riferimento a una generica "capienza massima" senza specificare a cosa si riferisce, se a quella dei centri di accoglienza oppure alla capacità di accoglienza di ogni singolo Comune in base alla sua popolazione. Intanto nel Mediterraneo si continua a morire. Alarm Phone ha denunciato ieri come solo nel mese di settembre si sono registrati sei naufragi nei quali hanno perso la vita quasi 200 persone.
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 29 settembre 2020
Ancora un rinvio dell'udienza. Amnesty International: il governo si muova. Sette mesi senza Patrick. L'infinita agonia dello studente egiziano dell'Alma Mater recluso in carcere dal regime di Al Sisi per il suo impegno in favore dei diritti umani, si allunga ancora. L'ennesima udienza in Egitto che deve decidere della sua sorte è stata rinviata al 7 ottobre. Gli amici e gli studenti ricordano che il suo master è iniziato senza la sua presenza. mentre Amnesty International incalza il governo: "Ora rimetta Zaki nella sua agenda".
Ancora un'udienza di rinnovo della detenzione preventiva senza che Patrick Zaki si sia potuto difendere davanti a un giudice dalle accuse di istigazione al terrorismo che gli vengono rivolte. Sabato scorso avrebbe dovuto tenersi una nuova udienza al Tribunale del Cairo, ma dopo aver atteso invano, gli avvocati dello studente egiziano hanno scoperto che, a causa di una tentata evasione di condannati a morte dal carcere di Tora, per motivi di sicurezza non è stato accompagnato in Tribunale e la custodia cautelare gli è stata rinnovata per l'ennesima volta fino al 7 ottobre. Stavolta non si tratta di Covid ma - almeno ufficialmente - della tensione creata da un sanguinoso tentativo di evasione da parte di quattro condannati a morte che hanno ucciso un ufficiale di polizia e due reclute del prima di essere abbattuti dai secondini nel complesso carcerario dove è detenuto anche Patrick.
In Italia intanto da più parti arriva l'appello al governo ad alzare il tiro della protesta per interrompere l'agonia del giovane, iscritto al master in studi di genere dell'Alma Mater, che va avanti da ormai otto mesi. "Questi giorni che ci separano dal 7 ottobre sono giorni in cui Amnesty International chiede al governo di rimettere nella propria agenda il nome di Patrick Zaki" è la strigliata di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia che esorta anche i parlamentari italiani a prendere "iniziative". "Continuiamo a insistere. Teniamo alta la pressione su Zaki. Non molliamo" ha scritto ieri su Twitter l'ex premier Enrico Letta.
L'ambasciatore italiano al Cairo Giampaolo Cantini ha inviato la scorsa settimana un intervento scritto al nostro ministero degli Esteri per ricordare che "monitora attentamente il caso nell'ambito del monitoraggio europeo e continua a seguire l'esito delle udienze", confidando di "riprendere a presenziare fisicamente" quando la pandemia di coronavirus "lo permetterà".
Ma la senatrice 5 Stelle Michela Montevecchi, membro della commissione Diritti Umani, ha ricordato che il garante egiziano dei diritti umani non ha mai risposto a una lettera del 12 giugno in cui gli si chiedeva "che si attivasse per richiedere la liberazione di Patrick al più presto. Auspichiamo - aggiunge Montevecchi - dunque una risposta".
E ieri amici e compagni di studi che animano da febbraio la campagna social per la liberazione del 28enne, sono tornati a ribadire la richiesta. "Oggi, lunedì 28 settembre, inizia l'anno accademico presso l'Università di Bologna, dove Patrick avrebbe dovuto conseguire la sua laurea postuniversitaria" hanno scritto su Facebook. Patrick "è un brillante accademico, è sempre stato una voce per chi non ha voce e ha fatto in modo di promuovere i valori umanitari. Ha chiesto in ogni visita e in ogni lettera dei suoi studi - sottolineano - è la cosa che lo preoccupa di più".
Sinistra universitaria, invece, chiede al sindaco Virginio Merola di "farsi portavoce con l'aeroporto Marconi affinché venga affisso all'ingresso lo striscione che chiede la liberazione per Patrick e perché venga disposta l'interruzione dei voli da e per l'Egitto". "Se il governo non ha il coraggio - l'affondo -, che parta da Bologna la battaglia per il rispetto dei diritti umani".
Il Dubbio, 29 settembre 2020
La manifestazione a un mese dalla morte dell'attivista turca nelle prigioni di Erdogan. Domenica ricorreva il trigesimo dalla morte di Ebru Timtik, la collega turca morta dopo 238 giorni di sciopero della fame, che ha dato la propria vita per il diritto ad un giusto processo, motivo per cui da pochi giorni è stata insignita, insieme alla sorella Barkin ancora in carcere, del premio internazionale Ludovic Trarieux, per gli avvocati difensori dei diritti umani nel mondo.
L'Ordine degli Avvocati di Bologna ha seguito da vicino le vicende di Ebru, intervenendo più volte per chiedere la sua liberazione e quella degli altri colleghi come lei detenuti, nominando Ebru membro della Commissione di studio sui diritti umani ed anche indirizzando nel mese di luglio un'istanza alla Corte di Cassazione per supportare la richiesta presentata dai suoi difensori quando le condizioni di salute sue e di Aytac Ünsal, a causa dello sciopero della fame, si erano aggravate. Purtroppo la decisione è arrivata solo dopo la conclusione delle ferie giudiziarie, un lasso di tempo troppo lungo, durante il quale il cuore di Ebru ha ceduto.
Nell'immediatezza della sua morte l'Ordine degli Avvocati di Bologna ha firmato, insieme ad altri Ordini ed Associazioni forensi di tutto il mondo, il necrologio per la collega pubblicato su due quotidiani turchi, ricordato Ebru con un comunicato stampa e con l'apposizione di questo pannello commemorativo fuori dai locali dell'Ordine.
Molte vicende sono occorse durante questo mese dalla morte di Ebru: il collega Aytac Ünsal è stato liberato temporaneamente e si sta riprendendo, e questa è l'unica cosa che ci rinfranca perché purtroppo le altre informazioni che ci giungono dalla Turchia sono tutte negative: la condanna in via definitiva di Aytac e di tutti gli altri colleghi dell'associazione degli avvocati progressisti con lui coimputati, le indagini nei confronti dei colleghi che hanno esposto lo striscione per commemorare Ebru al balcone dell'Ordine degli Avvocati di Istanbul, l'arresto nella notte dell' 11 settembre di 47 colleghi ad Ankara, illegalmente prelevati dalle loro case.
Si avvicina poi la data delle elezioni forensi ed il rischio concreto che si paventa, a causa della nuova legge approvata in luglio sulla moltiplicazione degli Ordini forensi in ogni distretto, è che l'indipendenza dell'avvocatura e di chi la rappresenterà possa essere seriamente compromessa. Questi accadimenti ci confermano la gravità della situazione in Turchia ed il grado di esposizione dei nostri colleghi, e dunque la necessità che la voce dell'avvocatura italiana si levi alta e forte non solo per commemorare Ebru ma per chiedere giustizia per lei, per verificare le responsabilità di chi non le ha garantito cure mediche immediate che, come è avvenuto per Aytac, avrebbero potuto salvare la sua vita, per tutte/ i coloro che ancora sono detenuti in Turchia ai quali non vengono garantiti i diritti fondamentali, per tutte/ i coloro a cui viene negato un giusto processo, per chiedere con forza l'impegno di tutte le Istituzioni affinché la Turchia, che fa parte del Consiglio d'Europa, si impegni a garantire nei confronti di tutti, inclusi gli oppositori politici, le persone indagate per terrorismo ed i detenuti, i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
È questa l'occasione per ribadire con forza la richiesta di liberazione della Collega iraniana Nasrin Sotoudeh, detenuta dal dicembre 2018 e condannata alla pena di 38 anni di reclusione e 148 frustate per essersi opposta al regime iraniano assumendo la difesa delle donne apparse in pubblico senza velo, condotta da Lei stessa posta in essere, battendosi per la democrazia ed il rispetto dei diritti umani.
È anche l'occasione per nuovamente richiedere allo stato egiziano di liberare lo studente Patrick Zaki, privato della libertà al rientro in patria per un periodo di vacanza, e per chiedere al Governo italiano di porre in essere a tal fine ogni utile azione in vista della prossima udienza che si terrà il 7 ottobre, affinché Patrick possa fare ritorno nella nostra città per proseguire il master che stava seguendo all'Università.
Il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Bologna
Il Comitato pari opportunità dell'Ordine degli Avvocati di Bologna
di Zeffiro Ciuffoletti*
Il Dubbio, 29 settembre 2020
La proposta della presidente della Commissione europea affondata dal "Gruppo di Visegrad". La questione migratoria costituisce, da anni, il fattore di maggiore conflittualità sociale e politica sia all'interno degli Stati dell'Unione europea, sia nel quadro, sempre più delicato, delle relazioni fra i diversi paesi membri. La prova sta nell'incrocio fra la revisione dei decreti Sicurezza prevista dal governo giallorosso, ma sempre rinviata, il processo all'ex ministro degli Interni Salvini, per il "presunto" sequestro dei migranti sulla nave Gregoretti, davanti al tribunale di Catania e la discussione per il Piano migranti presentato dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Il "Piano", in realtà, sembra un "piano inclinato" che sta affondando sotto i colpi dei paesi del gruppo Visegrád, che hanno manifestato le loro critiche alla stessa Presidente von der Leyen. Viktor Orbán ha dichiarato che l'approccio di base del piano che dovrebbe superare l'infelice accordo di Dublino, dichiarato defunto dalla stessa Angela Merkel, è lo stesso. Un approccio che si preoccupa solo di gestire l'accoglienza, senza porre dei freni all'immigrazione. Mancano nel Piano serie politiche di contenimento dell'immigrazione irregolare e poca chiarezza fra il trattamento dei profughi e dei migranti economici.
In realtà il Piano, anche sull'onda dei pericoli della pandemia, sembrava dovesse rottamare gli astratti principi di Dublino. In effetti riafferma i principi di solidarietà, anzi, in casi particolari, li dovrebbe rendere addirittura "obbligatori". Parla di soluzioni distributive "precise e prefissate" per i migranti. Poi si prevedono negoziati in Africa e accordi di rimpatrio in cambio di aiuti economici. Cose in sé assai importanti, ma inficiate da una sorta di ipocrisia perbenista.
Primo nel non distinguere i migranti dai rifugiati, che sono minoranza. Poi quelli che arrivano per terra o coi barchini o quelli con le Ong, che costituiscono un problema molto serio, come dimostra il caso di queste ore della nave Alan Kurdi, respinta dalla Francia e dirottata in Sardegna tra aspre polemiche. Infine si parla di ricollocamenti "obbligatori" dei migranti che in realtà non saranno accettati, come si è visto subito per il rifiuto dei soliti "cattivi", i paesi di Visegrád. Viene il sospetto che a mettere insieme la notizia della nave della Ong, Alan Kurdi, con 125 migranti a bordo, e la notizia del respingimento della stessa nave da parte della Francia verso le coste italiane (Sardegna), si stia consumando il solito gioco dei finti buoni che si nascondono dietro i cattivi e, diciamolo pure, i fessi che sarebbero gli italiani.
Con ogni probabilità, mentre il Piano della von der Leyen affronterà un lungo itinerario di compromessi, in Italia la revisione dei decreti Sicurezza servirà a rifinanziare il sistema Sprar e le società che garantiscono i servizi, e un rilancio delle Ong davanti alle coste italiane. Trovare un equilibrio fra solidarietà vera e sicurezza è difficile. Ma non si può ignorare, questa è l'ultima ipocrisia, che il traffico dei migranti dalla partenza all'arrivo, spesso, molto spesso, è in mano a delle organizzazioni criminali.
Sappiamo che molte Ong sono navi battenti bandiera di paesi membri dell'Unione europea. Ong che sono spesso finanziate dalla stessa Unione europea per il lavoro umanitario che stanno svolgendo. Vorrei fare una proposta semplice e non provocatoria. Ogni nave delle Ong, che salva emigranti nel Mediterraneo, si dovrebbe attrezzare per portare i naufraghi nei paesi di cui batte bandiera. Politici di buona volontà e giuristi dovrebbero affrontare la questione che, allo stato attuale, fa dell'Italia il paese obbligato ad accogliere tutti i migranti, insieme con la Grecia e con Malta.
*Storico
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 29 settembre 2020
Esperti indipendenti dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno chiesto al governo della Nigeria di rilasciare immediatamente il cantante Yahaya Sharif-Aminu, 22 anni, condannato a morte per blasfemia lo scorso 10 agosto da un tribunale della Sharia nella provincia di Kano, in Nigeria, dopo aver condiviso una canzone che aveva scritto ed eseguito tramite un gruppo WhatsApp. Dopo la condanna, una folla di persone si è radunata nei pressi dell'abitazione della famiglia del cantante dandola alle fiamme e sollevando minacce di morte nei confronti dello stesso e dei suoi familiari.
"Siamo profondamente preoccupati per la grave mancanza di un giusto processo nel caso di Sharif-Aminu, in particolare per quanto riguarda le notizie secondo cui sarebbe tenuto in isolamento e non avrebbe avuto diritto ad un avvocato durante il suo processo iniziale, un processo che non è stato aperto al pubblico", hanno affermato in un comunicato. Gli esperti chiedono che la condanna a morte venga annullata e che le autorità garantiscano l'incolumità e il diritto a un giusto processo dell'imputato in attesa dell'appello contro il verdetto.
"Siamo anche seriamente preoccupati per la sicurezza di Sharif-Aminu, alla luce delle minacce di morte contro di lui" hanno aggiunto gli esperti. Per l'Onu l'espressione artistica di opinioni e credenze attraverso canzoni o altri media - compresi quelli in grado di offendere la sensibilità religiosa - va protetta in conformità con il diritto internazionale. La relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti culturali, Karima Bennoune, ha affermato che l'applicazione della pena di morte "per espressione artistica o per la condivisione di una canzone su Internet è una flagrante violazione della legge internazionale sui diritti umani, così come della Costituzione della Nigeria", e ha invitato le autorità nigeriane ad adottare "misure efficaci per proteggere Sharif-Aminu sia durante la detenzione che dopo il suo rilascio".
di Pietro Senaldi
Libero, 28 settembre 2020
Nicola Gratteri: "La forza dei clan è il basso profilo. Imprenditori e politici usano i boss calabresi come un'agenzia di servizi". C'è un magistrato che è riuscito a diventare famoso pur non cavalcando le correnti, anzi denigrandole pubblicamente. Naturalmente anche lui è un pm, ma atipico; al punto che viene accusato di essere un giustizialista non dai politici ma dai propri colleghi. Nicola Gratteri sta provando a fare con la 'ndrangheta in Calabria quello che Borsellino e Falcone tentarono con la mafia a Palermo. Ha la fortuna, a differenza dei due procuratori siciliani, che il governo e l'opinione pubblica si limitano a ignorarlo, anziché mettergli i bastoni tra le ruote.










