di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 settembre 2020
"Dopo trent'anni carcerato all'Asinara, che vuoi che siano poche ore in una bara", dice drammaticamente la struggente canzone di Daniele Silvestri ambientata, appunto, nell'ex carcere dell'Asinara, un'isoletta del mar Mediterraneo, vicina alla punta della Sardegna.
Dal dopoguerra, l'Asinara diventò a tutti gli effetti un'isola- carcere, famigerato suo malgrado negli anni 70 come "speciale" per i fondatori delle Brigate rosse. Poi, con la sanguinosa rivolta del 2 ottobre 1977 per protestare contro le sistematiche torture, il carcere venne temporaneamente dismesso negli anni 80 per poi riaprirlo dopo le stragi mafiose e quindi ai detenuti in regime di 41bis. Finalmente nel 1998 l'Isola venne liberata dal carcere e oggi è un luogo incontaminato dove la natura trova il suo spazio senza più avere le 11 diramazioni penitenziarie.
Parliamo di un Parco Nazionale con fascino misterioso e forza di una natura pressoché incontaminata, paesaggi aspri battuti dal vento, mare cristallino e un ecosistema unico al mondo. In questo splendido contesto, tra memoria e speranza come recita il sottotitolo dell'evento, nell'Isola "liberata" si celebrerà sabato prossimo, il 3 ottobre, una intera giornata dedicata alla giustizia e al carcere organizzata dalla Camera Penale di Oristano, presieduta dall'avvocata Rosaria Manconi, e dall'avvocata Monica Murru, già direttore della Scuola forense di Nuoro e con il patrocinio, tra i tanti, dell'Ente Parco e della Presidenza del Consiglio Regionale.
Un programma dei lavori fitto e oltremodo interessante che prevede nella mattinata una tavola rotonda sul tema "I tempi della pena: vite sospese", alla quale parteciperanno numerosi relatori fra i maggiori esperti nazionali di diritto penitenziario ed esecuzione penale. Saranno presenti anche i magistrati di sorveglianza Fabio Gianfilippi e Riccardo De Vito. A concludere la tavola rotonda sarà il Presidente dell'Unione Camere Penali Italiane Giandomenico Caiazza.
Nel pomeriggio, a cura dell'avvocata Monica Murru, ci sarà la presentazione del libro postumo di Mario Trudu "La mia Iliade". L'opera, che racconta la lunga carcerazione di quest'ultimo (ergastolano di Arzana deceduto in ospedale il 24 ottobre 2019 dopo oltre quarant'anni di reclusione), verrà rappresentata anche in chiave teatrale, con alcune parti portate in scena dall'attore Giovanni Carroni, accompagnato dal Coro polifonico di Nuoro e da alcuni musicisti del Conservatorio di Sassari.
Un evento importante quello organizzato dalla Camera Penale di Oristano. L'isola che ospitò anche Falcone e Borsellino prima che iniziasse il maxi processo (dovettero pagare anche il conto su richiesta dell'allora capo del Dap Nicolò Amato) è passata alla storia come l'Alcatraz italiana. Quando fu riaperta come risposta alle stragi mafiose, le sistematiche torture si inasprirono, tanto da ricevere una condanna anche dagli organismi internazionali.
Fu lì che venne portato Totò Riina dopo il suo arresto. Precisamente gli venne assegnata la cella di Cala d'Oliva, uno degli undici penitenziari dell'isola. Era soprannominata "la discoteca", ma non perché si ballava. La cella, senza finestre, era perennemente illuminata dalle lampade che il capo dei capi non poteva spegnere. In poco tempo Totò Riina si rese conto di essere finito in un luogo in cui sarebbe stato davvero isolato e sorvegliato 24 ore su 24. Senza un attimo di intimità, neanche all'interno del bagno. E con la luce sempre accesa, anche di notte. Vi rimase per 4 anni.
L'Asinara però riservava l'identico trattamento nei confronti di tutti gli altri detenuti. C'è la testimonianza dell'ex ergastolano ostativo Carmelo Musumeci che vi trascorse lunghi anni al 41bis. "Spesso le guardie arrivavano ubriache davanti alla mia cella ad insultarmi. Mi minacciavano e mi gridavano: "Figlio di puttana." "Mafioso di merda". "Alla prossima conta entriamo in cella e t'impicchiamo". Mi trattavano come una bestia. Avevo disimparato a parlare e a pensare. Mi sentivo l'uomo più solo di tutta l'umanità", narra Musumeci.
di Massimo Calandri e Erica Manna
La Repubblica, 30 settembre 2020
I cinque partecipano da anni alle attività del Teatro dell'Arca, nato dentro il penitenziario, hanno avuto l'autorizzazione del ministero e hanno passato il primo turno, ma il sindacato Uilpa contesta la trasferta a Roma. Ieri sono stati a Roma, a Cinecittà, per registrare una puntata di Italia's got talent.
La partecipazione alla trasmissione di Italia Uno di un gruppo di detenuti del carcere di Marassi di Genova ha fatto infuriare il sindacato regionale di polizia penitenziaria della Uil, e provocato il tweet infuocato di Matteo Salvini: "Anziché investire in divise, dotazioni e mezzi e pagare gli straordinari agli agenti - scrive il leader della Lega - ecco come butta i soldi il governo: il sindacato Uilpa denuncia che la Polizia penitenziaria ha dovuto essere impiegata per la "gita" dal carcere di Marassi da Genova a Roma (con partenza alle 4 del mattino)".
E attacca: "Il tutto a spese dei contribuenti e con tutti i rischi di spostamenti di questo tipo in epoca Covid. Non ho parole". Salvini, sempre via social, annuncia interrogazioni parlamentari della Lega al ministro Bonafede per chiarire la vicenda, che definisce "scellerata e vergognosa". Dall'associazione Teatro Necessario Onlus che anima il teatro dell'Arca, palcoscenico costruito all'interno alla casa circondariale genovese e che da quindici anni porta avanti laboratori teatrali con i detenuti, trapela stupore e amarezza.
Lo spirito dell'iniziativa - sottolineano in teatro, dove con i detenuti hanno fondato la Compagnia Scatenati - è quello di focalizzare l'attenzione nazionale sull'importanza della riabilitazione: "Lo spostamento è stato autorizzato a livello ministeriale, e le spese di trasporto sono state sostenute dalla produzione".
I detenuti - cinque - che sono stati a Cinecittà per la registrazione della puntata partecipano da anni alle attività di Teatro necessario. La Onlus genovese è stata contattata dalla produzione di Italia's got talent, interessata al lavoro della compagnia e in particolare a uno dei loro primi spettacoli, quando i detenuti dicono addio alle proprie famiglie. È proprio questa la scena che hanno recitato davanti ai giudici del programma televisivo, provocando uno scroscio di applausi e ottenendo quattro "sì".
A far infuriare la sigla del sindacato di polizia penitenziaria è stato l'orario del trasporto e soprattutto il momento delicato a causa della pandemia. "La scorta è partita di notte - sottolinea Fabio Pagani, segretario ligure della Uilpa Polizia penitenziaria - in orario non previsto dalla normativa vigente e si è diretta verso la capitale in un momento che vede purtroppo il centrosud con casi di Covid19 in netto aumento".
"Il rischio da evitare in questo momento - continua Pagani - "è la movimentazione dei detenuti": "Non possiamo permetterci errori, altrimenti gli sforzi messi in atto fino a questo momento saranno inutili". La prossima puntata del talent è fissata per il 6 gennaio. Al teatro del carcere, la preoccupazione è che la polemica faccia saltare il trasferimento: "È un'occasione per sensibilizzare a livello nazionale sull'importanza di un carcere non punitivo ma riabilitativo".
di Antonio Pisani
anteprima24.it, 30 settembre 2020
Una delegazione dell'Onu ha fatto visita al Consorzio Asi di Caserta per valutare l'impatto di alcuni progetti realizzati dall'ente nel campo della sostenibilità ambientale e dell'integrazione socio-culturale, in particolare il piano "Mi riscatto per il futuro", che prevede l'impiego dei detenuti per lavori di pubblica utilità nell'Area di sviluppo industriale di Caserta.
La Presidente del Consorzio Asi Caserta Raffaela Pignetti ha guidato la rappresentanza dell'Onu - Unodc (l'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), composta da Flavio Mirella (Chief Co-financing and Partnership Section Unodc) e da Claudio La Camera (Senior Advisor Unodc); presente anche Vincenzo Lo Cascio del Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria), che ha spiegato, in relazione al progetto per l'impiego dei detenuti, che "la sede di Caserta è stata indicata come una delle più importanti d'Italia per la buona pratica che con questo progetto stiamo acquisendo".
I delegati Onu hanno valutato il "modello Asi Caserta" come best practice di sviluppo sostenibile e di cooperazione pubblico/privato. "L'esperienza di sviluppo che abbiamo trovato nell'area industriale della provincia di Caserta può essere promossa a livello internazionale - ha dichiarato Flavio Mirella - le strategie ambientali, sociali e culturali messe in piedi dalla governance del Consorzio rappresentano un esempio chiarissimo di come si lavora a progetti di sviluppo mettendo in rete le istituzioni". "Sono orgogliosa - ha detto Raffaela Pignetti - dell'interesse delle Nazioni Unite al modello di sviluppo su cui stiamo lavorando per la crescita del territorio con progetti per il potenziamento delle infrastrutture, la riqualificazione, la sostenibilità, l'integrazione socio-culturale".
di Nello Trocchia
Il Domani, 30 settembre 2020
"Sappiamo quello che è successo: sono entrati e li hanno riempiti di botte", dice un funzionario dell'amministrazione penitenziaria. La storia si ripete: nel 2000 a Sassari un caso analogo". "Sappiamo quello che è successo a Santa Maria, sono entrati e li hanno riempiti di botte", dice un funzionario dell'amministrazione penitenziaria che chiede l'anonimato. Per parlarne si affida ad un caso analogo, accaduto due decenni fa. "Ricorda quello che è successo a Sassari nel 2000?
Quel giorno fecero un macello, a Santa Maria Capua Vetere è accaduta la stessa cosa. Una figura indecente, oggi come allora".
Il 6 aprile, nel carcere Francesco Uccella, a Santa Maria Capua Vetere, trecento agenti della polizia penitenziaria sono entrati per una perquisizione straordinaria, finita con pestaggi e violenze. Alle denunce dei detenuti si è aggiunto un tassello importante, la presenza di video che documentano gli abusi, immagini che un testimone ha visto e rivelato e che sono agli atti nel fascicolo giudiziario.
Il funzionario è venuto a conoscenza di quello che è accaduto a Santa Maria e per raccontarlo richiama una vicenda ormai dimenticata ma che ha segnato profondamente la storia degli istituti di pena nel nostro paese: le violenze al San Sebastiano di Sassari. Vent'anni fa, in quell'istituto, decine di agenti della polizia penitenziaria entrarono in carcere per un trasferimento di detenuti, dopo una protesta per le condizioni carcerarie. Scattarono pestaggi e violenze. Il caso arrivò anche in parlamento, si celebrò un processo. Alla sbarra finirono agenti, direttore e provveditore. Poche le condanne, molti proscioglimenti per assoluzione e prescrizione. Era aprile, anche allora, precisamente il 3.
All'epoca l'Italia non aveva ancora introdotto il reato di tortura e il caso è arrivato, successivamente, in Europa. Il precedente in Sardegna La Corte europea dei diritti dell'uomo, nel 2014, ha condannato l'Italia per aver sottoposto i detenuti a trattamento inumano e degradante: pugni, colpi di bastone, sputi e calci.
Affrontando il caso di un detenuto, Valentino Saba, i giudici hanno anche ricordato i tempi lunghi del processo, il fatto che molti colpevoli siano stati prosciolti per prescrizione e i condannati abbiano avuto pene troppo leggere in rapporto ai fatti.
L'inchiesta sconvolse il mondo carcerario: un mese dopo, il 3 maggio del 2000, vennero eseguiti 82 ordini di custodia cautelare, dei quali 22 in carcere. Dalle ordinanze di arresto è emerso che durante il trasferimento una ventina di detenuti sono stati "trascinati con la forza, picchiati violentemente con calci, pugni, schiaffi, colpi di bastone e di manganello, inondati con secchiate di acqua gelata, costretti a denudarsi, subire le violenze senza potersi lamentare o muovere, salire sui mezzi dell'amministrazione seminudi, feriti, sporchi di sangue ed escrementi".
Vent'anni dopo ci risiamo. Schiene sfregiate, detenuti in ginocchio, traumi e una violenza inaudita. Il 6 aprile, nel carcere Francesco Uccella, in provincia di Caserta, è andato in scena un analogo film dell'orrore, due decenni dopo. Nei video ci sono immagini di detenuti inginocchiati, trascinati, picchiati da capannelli di quattro, cinque poliziotti.
Tra i detenuti pestati c'è anche un disabile; un altro, invece, è stato manganellato, messo in isolamento e, dopo un mese, è morto. Era già affetto da altre patologie. Un copione già visto, esattamente vent'anni fa. "Bisogna imparare dai propri errori. Sassari ha insegnato che quando ci sono situazioni di protesta bisogna intervenire, ma con la massima professionalità", dice ancora il funzionario.
"Mandare un contingente di agenti provenienti da altre carceri, come è accaduto al Francesco Uccella, è un errore madornale. Gli agenti che vengono da fuori sanno che in quel carcere non torneranno più e non si controllano. Alla fine da lì andranno via".
Esattamente quello che è successo il 6 aprile. Sono trecento gli agenti che entrano e partecipano alla perquisizione straordinaria, disposta alla ricerca di oggetti e strumenti pericolosi. In buona parte, gli agenti vengono da altri istituti, arrivano lì tutti coperti, con foulard, mascherine e soprattutto caschi. "Gli errori sono due, il primo è quello che l'intervento non è stata fatto nell'immediato, ma soprattutto l'uso di personale già sottoposto a enormi carichi di lavoro", aggiunge il funzionario. Questo è un punto centrale.
A giugno, infatti, a Santa Maria Capua Vetere, si verificano delle proteste e, questa volta, si decide di fare intervenire il gruppo operativo mobile, il Gom. Come si giustifica l'intervento tardivo e perché non è stato coinvolto personale specializzato? Tra gli indagati c'è Antonio Fullone, provveditore regionale campano dell'amministrazione penitenziaria. Ha reperito le unità necessarie per l'intervento, non ha partecipato all'irruzione, ma è indagato per quella perquisizione.
"È una sciocchezza, non bisogna sempre usare sempre il Gom per quei tipi di intervento, non è una regola", dice, ma non vuole aggiungere altro perché c'è un'inchiesta in corso. Precisa solo che di quelle decisioni è stato costantemente informato l'allora vertice del Dap. All'epoca, il magistrato Francesco Basentini guidava il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, oggi è alla procura di Roma. Contattato al telefono, ha risposto con un messaggio: "Sono impegnato in procura, per le vicende penitenziarie, deve attivarsi presso il Dap".
Quando gli facciamo notare che era lui il capo del Dap, chiediamo se è stata avviata indagine interna e perché non è stato inviato il gruppo operativo speciale, non riceviamo più alcuna risposta. Sui fatti di Santa Maria Capua Vetere abbiamo chiesto conto al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il ministro non rilascia dichiarazioni, fanno sapere dall'ufficio stampa, perché è in corso un'indagine coperta da segreto.
Al momento, l'indagine è nella fase preliminare, con la notifica agli indagati di un decreto di sequestro e dell'avviso di garanzia. Decreti notificati, lo scorso 11 giugno, all'esterno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Perquisizione che aveva suscitato l'indignazione di Matteo Salvini, leader della Lega, che era intervenuto definendo quello "un giorno di lutto perché erano stati trattati servitori dello stato come delinquenti". L'ufficio stampa del leader della Lega non ha risposto alle richieste di commentare la vicenda.
di Giacomo Andreoli
Il Riformista, 30 settembre 2020
Il Garante dei detenuti per la Campania conferma: "Ci sono le immagini delle violenze". Diversi agenti denunciati sono ancora nel reparto? "Ci sono le immagini che provano le violenze. Forse gli agenti pensavano di restare impuniti, ma così non è". Sulla presunta spedizione punitiva degli agenti penitenziari contro i detenuti al carcere di Santa Maria Capua Vetere (nel casertano), il garante dei detenuti per la Campania, Samuele Ciambriello, non ha dubbi. Per lui lo scorso 7 aprile, dopo le violente proteste per le condizioni disumane dei carcerati aggravate dal Covid 19, il pestaggio c'è stato eccome e l'indagine "potrebbe allargarsi ad altri agenti".
Per ora si indaga per reati di tortura e abuso di potere: sono 57 gli agenti nel mirino dei magistrati della Procura locale. Agenti che erano alle dipendenze un comandante che, per triste ironia della sorte, si chiama Gaetano Manganelli. Secondo il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, si sarebbe trattato solo di una perquisizione straordinaria delle celle, ma i detenuti hanno sempre sostenuto altro, sorretti dall'associazione Antigone che pubblicava le sue denunce sulle irregolarità nelle carceri sotto Covid qui su Il Riformista già a marzo.
Un ex detenuto, testimone delle violenze, ha raccontato al quotidiano Domani di aver visto il video che sarebbe in mano ai pm, durante l'interrogatorio cui è stato sottoposto dopo l'uscita dal carcere: sono i fotogrammi probabilmente acquisiti dai carabinieri dalle telecamere di sorveglianza interne del carcere casertano. Immagini che si unirebbero al materiale proveniente dal sequestro dei telefoni di alcuni agenti.
Manganellate, schiene sfregiate, denti rotti, occhi gonfi e varie contusioni. Secondo il testimone gli agenti erano 300, provenivano per lo più da altre carceri e ne avrebbero fatte di ogni. Non solo: a quanto dice i detenuti avrebbero solo subito le botte, senza reagire, mentre alcune ricostruzioni a favore degli agenti parlavano di bastoni usati dai carcerati contro le forze dell'ordine. Tra chi è stato picchiato, sostiene, ci sarebbe anche un disabile sulla sedia a rotelle, un uomo legato a un clan perdente di camorra che i suoi compagni chiamavano lo zio.
Un altro detenuto, malato, le avrebbe prese per essere poi messo in isolamento e morire un mese dopo. Il caso, ora, si fa politico e rischia di diventare una bomba per la maggioranza: ieri il Partito democratico ha presentato un'interrogazione al ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, già nell'occhio del ciclone nei mesi scorsi per la gestione delle carceri durante l'emergenza coronavirus. Prima firma del responsabile dei temi giudiziari Walter Verini. "Il ministro è a conoscenza dei fatti riportati?" chiedono i dem, riprendendo quanto scriveva il Direttore del nostro giornale Piero Sansonetti, nell'editoriale di ieri. Il Pd domanda anche "se sia stata avviata un'inchiesta per accertare le eventuali responsabilità".
Tutto questo, perché, conclude l'interrogazione, "le difficili condizioni nelle quali gli agenti svolgono quotidianamente il loro lavoro non possono in alcun modo giustificare, ove fossero confermati, simili gravissimi episodi". Durissimo il deputato di LeU Erasmo Palazzotto. "Nel carcere è successo qualcosa di spaventoso - ha scritto in una nota - Una totale sospensione dello Stato di Diritto. Quelli massacrati sono cittadini sotto la custodia dello Stato. Garantire la loro dignità e incolumità è compito delle Istituzioni. La funzione del carcere, è bene ricordarlo, è quella di riabilitare e reinserire i detenuti nella società. Quanto accaduto invece ha a che fare con l'annientamento della persona".
Intanto, denuncia Ciambrello, "presunte vittime e agenti denunciati sono ancora nello stesso reparto, faccia a faccia tutti i giorni. Una circostanza che tiene il clima in carcere costantemente teso". Per questo, aggiunge: "Non capisco perché il Dap non intervenga con i trasferimenti di detenuti o poliziotti". Ma Giuseppe Moretti, presidente del sindacato degli agenti, l'Uspp, smentisce: "Gli agenti prestano servizio esclusivamente nei settori esterni all'area detentiva".
redattoresociale.it, 30 settembre 2020
L'uomo, di origini albanesi, aveva 40 anni. Da alcuni mesi era in custodia cautelare. Garante comunale: "Serve formazione per gli operatori locali. Puntare anche a progetti di peer supports di Modena, dove 13 detenuti supportano le persone giudicate a rischio".
Tra la notte di sabato e domenica, un detenuto albanese di 40 anni si è tolto la vita nella Casa circondariale Rocco D'Amato. Si trovava da alcuni mesi in custodia cautelare, in attesa di giudizio per furto e resistenza a pubblico ufficiale. Il compagno che con lui condivideva la camera detentiva non si sarebbe accorto di nulla. Nelle ultime ore aveva chiesto e ottenuto di parlare con la propria famiglia. La notizia arriva da Antonio Ianniello, garante comunale dei detenuti.
"Nel corso del 2019 - scrive in una nota - si sono consumati due suicidi di persone detenute presso il carcere di Bologna e nel primo weekend dell'autunno di quest'anno giunge ancora una volta la tragica notizia di un altro suicidio riguardante un uomo straniero che si trovava da alcuni mesi in custodia cautelare, alloggiato in una cella condivisa.
Oggi come allora risulta sempre all'ordine del giorno l'urgenza di elaborare strategie che possano rendere più incisiva l'attuazione del Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, le cui indicazioni devono essere tradotte nei protocolli operativi locali, tra il singolo Istituto penitenziario e la competente Azienda sanitaria, costituendo il piano locale di prevenzione. Complesso è lo sforzo dei vari operatori in un contesto detentivo nel quale è ridotta la sostenibilità dei numeri relativi alle presenze in carcere, risultando spesso la coperta troppo corta".
Ianniello, poi, avanza una proposta: "Il Piano nazionale offre spunti essenziali che mettono al centro la formazione degli operatori locali, in particolare quelli a più diretto contatto con la quotidianità detentiva in un quadro di condivisione del complesso degli interventi fra area penitenziaria e area sanitaria, e pone anche l'accento sul potenziale ausilio che può giungere dalle stesse persone detenute, adeguatamente formate a offrire vicinanza e supporto sociale ai soggetti a rischio con l'obiettivo di tentare di costruire interventi concreti per presidiare le (non poche) situazioni che possono essere potenzialmente stressanti in un contesto di privazione della libertà personale". Il riferimento del garante è un progetto avviato dall'Azienda Usl di Modena.
Si chiama Peer supports e coinvolge 13 persone detenute selezionate e ritenute in grado di poter assicurare una funzione di sostegno per le altre persone a rischio, avendo il compito di allertare i medici e gli operatori penitenziari quando sorgano situazioni di allarme circa lo stato emotivo-psicologico della persona. "Se la sperimentazione modenese risultasse efficace - conclude Ianniello - sarebbe auspicabile, ricorrendone i presupposti, valutare l'opportunità di esportare il progetto anche nel territorio bolognese".
Sull'accaduto è intervenuto, interpellato da Repubblica Bologna, anche Francesco Borrelli, dirigente del sindacato della Polizia penitenziaria Sappe: "Il detenuto era ospitato al primo piano, nel reparto infermeria, dov'era stato trasferito a sua tutela dopo aver avuto problemi con dei connazionali. Alla Dozza abbiamo oggi 730 detenuti, siamo in sovraffollamento. E c'è una carenza di organico degli agenti. Grazie alla professionalità degli agenti, evitiamo tantissimi tentativi di suicidio. Ma serve anche una dotazione idonea".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 settembre 2020
Amnesty International India ha annunciato la sospensione di tutte le sue attività dopo che il governo ha ordinato il congelamento dei conti bancari dell'associazione: l'ennesimo atto di una caccia alle streghe nei confronti delle organizzazioni per i diritti umani che operano nel paese, basata su accuse infondate e fabbricate.
L'accanimento mostrato dal governo negli ultimi due anni nei confronti di Amnesty International non è affatto causale. Le costanti intimidazioni da parte di varie agenzie governative, tra cui quella che si occupa di fisco, sono la risposta alle richieste di trasparenza e accertamento delle responsabilità e alle denunce sulle gravi violazioni dei diritti umani nella capitale Delhi e nel Jammu e Kashmir. Per un movimento che non ha mai fatto nulla se non alzare la voce contro l'ingiustizia, quest'ultimo attacco equivale a congelare il dissenso.
La persecuzione nei confronti di Amnesty International India era iniziata il 25 ottobre 2018, quando un gruppo di funzionari dell'agenzia delle Entrate aveva fatto irruzione nella sede centrale dell'organizzazione, chiudendo gli ingressi e trattenendosi per 10 ore alla ricerca di documentazione contabile che era disponibile pubblicamente o era stata già trasmessa alle autorità competenti.
Erano stati coinvolti anche diversi donatori di Amnesty International India che, dopo aver ricevuto lettere di richiesta di informazioni, avevano cessato di finanziare l'associazione. Nel giugno 2019 ad Amnesty International India era stato impedito di tenere una conferenza stampa per presentare il suo rapporto sulle violazioni dei diritti umani in Jammu e Kashmir. Il 15 novembre dello stesso anno c'era stato un nuovo raid negli uffici dell'associazione e, in questa occasione, anche nell'abitazione del direttore generale. Il 15 aprile 2020 la direzione di polizia per i reati informatici dello stato di Uttar Pradesh aveva chiesto a Twitter di fornire informazioni sull'account di Amnesty International India.
Dura la reazione di Julie Verhaar, segretaria generale ad interim di Amnesty International: "È un giorno vergognoso per l'India: una potenza emergente, uno stato membro del Consiglio Onu dei diritti umani, la cui Costituzione contiene impegni per i diritti umani, cerca di ridurre al silenzio chi chiede giustizia. Molti dei nostri colleghi hanno perso il lavoro grazie all'azione del governo indiano. Continueremo a dare loro il massimo sostegno e a chiedere al governo di Delhi di porre fine a questa vergognosa repressione nei confronti di coloro che stanno dalla parte dei diritti della popolazione indiana".
di Federica Valcauda
Il Manifesto, 30 settembre 2020
Il piano di azione sulle droghe 2021-2025 presentato ieri a Strasburgo torna all'approccio "Low & Order". Contro la cannabis. Nel 2018 sono state sequestrate 181 tonnellate di coca, un livello mai raggiunto prima. Impennata di consumi di "bianca" malgrado nel continente circoli molto più hashish.
Ieri il Consiglio d'Europa ha presentato agli Stati membri l'Agenda e il piano di Azione sulle droghe per il 2021-2025. Si tratta di un testo che ha un valore strategico e di indirizzo per le politiche sulle sostanze stupefacenti, e per questo già nelle settimane scorse Forum droghe ed altre associazioni avevano inviato al governo italiano dei suggerimenti per portare a quel tavolo proposte efficaci e basate sulle evidenze scientifiche e nel rispetto dei diritti umani.
Le nuove proposte Ue, infatti, sembrano voler abbandonare l'approccio equilibrato tenuto finora per un forte ritorno alla centralità dell'approccio "Law & Order". Inoltre, tendono verso un grave depotenziamento delle politiche sociali e sanitarie. Nel frattempo in Italia il ministero della Salute ha diffuso alcuni "chiarimenti" sulla somministrazione di cannabis medica che di fatto vietano le prescrizioni di olii ed estratti (pur prescritti da 5 anni a questa parte) ed eliminano la consegna a domicilio di farmaci cannabinoidi.
Eppure, suggerimenti chiari su come procedere sulle politiche sulle sostanze in Europa sono arrivati, solo pochi giorni fa, dall'Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Emcdda). Che nella sua Relazione annuale lancia un nuovo allarme: "Nel 2018 (sono i dati dell'ultima rilevazione, ndr) la quantità di cocaina sequestrata nell'Unione Europea ha raggiunto livelli mai registrati in precedenza". Il 2018 si è caratterizzato per il sequestro di 181 tonnellate di cocaina (erano 138 nel 2017), evidenziando pertanto un costante aumento della presenza di questa sostanza, in particolare negli ultimi tre anni. I Paesi europei che hanno raccolto i dati in merito segnalano un aumento della presenza di residui di cocaina nelle acque reflue, l'aumentato in purezza della sostanza e un aumento di nuovi utenti presi in carico dalle strutture nell'ultimo anno, secondo le segnalazioni di 17 Paesi.
La Germania è il Paese con il numero più alto di utenti presi in carico, seguita dall'Italia, che risulta essere luogo non solo di approdo della sostanza che viene smistata all'interno della nazione, ma anche esportata all'estero. Le problematicità che si riscontrano a livello europeo, secondo i dati forniti dall'Emcdda, sono relative all'assiduità del consumo: il 27% dei soggetti in trattamento fa uso giornaliero di cocaina ed il 34% fa un uso che varia dai 2 ai 6 giorni. Il consumo medio di cocaina all'interno dell'Unione europea è maggiore rispetto al consumo di cannabis, nonostante circoli più cannabis che cocaina all'interno del continente - stando ai numeri dei sequestri e dei consumatori.
I dati del nostro paese rispetto a quelli recentemente forniti dall'Ue rispecchiano in qualche modo la situazione generale: nel 2019 i sequestri di cocaina sono aumentati del 127,61% rispetto all'anno precedente. È il dato più elevato dal 2010 ad oggi (rilevazioni della Direzione centrale per i Servizi antidroga). Con questi numeri, è il suggerimento delle associazioni, l'Unione Europea deve assolutamente cambiare l'approccio proibizionista fino ad ora adottato con le politiche sulla droga. Anche l'Italia dovrebbe intraprendere un altro percorso: la legalizzazione della cannabis è un primo passo per liberare i consumatori dal monopolio della criminalità organizzata.
Se togliere parte del profitto alle mafie è fondamentale, evitare che le persone si avvicinino alle piazze di spaccio lo è altrettanto. Ed oggi i consumatori di cannabis sono obbligati dallo Stato a farlo, arrivando così più facilmente al contatto anche con altre sostanze, senza peraltro ottenere alcuna informazione sulle stesse. L'invisibilità dietro cui si nasconde la "neve", che arriva a fiocchi sempre più consistenti nel continente europeo, ha due motivazioni principali: la repressione quasi esclusiva sulla cannabis, che in Italia impegna le forze dell'ordine in una "war on drugs" sostanzialmente solo ad una sostanza che sempre più Paesi stanno invece legalizzando. E la potenza delle narcomafie organizzate in una rete di alleanze che nel tempo cambiano, mutano, ma restano in un modo o nell'altro solide nel loro obiettivo: fare profitto. Solo per fare un esempio: dopo un grande sequestro di sostanze stupefacenti avvenuto nel 2017 a Gioia Tauro, le rotte di approdo si sono immediatamente diversificate: negli ultimi anni infatti, sempre secondo l'Emcdda, Belgio, Spagna e Paesi Bassi sono diventati i Paesi in cui sono stati effettuati il maggior numero di sequestri, e il 78% dei sequestri di cocaina.
Che fare, dunque? Intanto avere una strategia comune, basata sulla cooperazione internazionale tra Stati, nell'ottica di un'iniziale depenalizzazione del consumo delle sostanze. E poi provare ad affrontare il tema in modo scientifico, e implementare delle strategie di riduzione del danno, non solamente fisico ma anche mentale: il giudizio che si scaglia sui consumatori e su chi sviluppa un abuso toglie dignità alla persona. Mentre oggi c'è più che mai bisogno di portare al centro la libertà facendo informazione. Solo da qui può partire un'educazione alla responsabilità individuale.
*Campagna Meglio Legale
perugiatoday.it, 30 settembre 2020
Dal 7 all'11 ottobre torna per la sua sesta edizione il PerSo - Perugia Social Film Festival. L'appuntamento dedicato al cinema documentario, luogo di analisi e riflessione sul contemporaneo e sui linguaggi cinematografici, metterà in scena il meglio delle produzioni internazionali del cinema del reale. Cinque giorni di proiezioni ad ingresso gratuito, tre categorie di concorso, eventi speciali fuori concorso e workshop.
Ad assegnare il PerSo Short Jail, il premio per il miglior cortometraggio, sarà una specialissima giuria, formata dai detenuti della Casa Circondariale di Perugia-Capanne. Un progetto nato insieme al festival, nel 2015, e che negli anni ha coinvolto oltre 45 tra detenute e detenuti del carcere perugino. Le visioni nel penitenziario precederanno il festival e si terranno il 2, 3 e 5 ottobre, presso la sala polivalente all'interno della struttura.
Si tratta di un percorso che prevede una fase di formazione dove vengono attivate riflessioni sia sul piano tematico e di costruzione della storia, sia sul piano delle tecniche e dei linguaggi. Quest'anno per ovvie ragioni la presenza in carcere si è interrotta nei mesi del lockdown ed è potuta riprendere solo nel mese di settembre.
Perciò, i percorsi di formazione che negli ultimi anni avevano previsto visioni durante diversi mesi dell'anno, per garantire un approccio più completo al cinema del reale, non si sono potuti avviare. Per questa ragione, in via eccezionale, sono stati coinvolti nuovamente i detenuti formati per la giuria 2019 (naturalmente quelli ancora in stato di detenzione a Capanne).
Durante la giornata del 5 ottobre ci sarà la votazione e la stesura delle motivazioni del premio. Saranno realizzate anche delle interviste ai detenuti che poi saranno proiettate in sala durante la cerimonia di premiazione del festival, l'11 ottobre. Differente. Non indifferente, questo il claim che riassume lo spirito del PerSo. Il festival, che si è ritagliato nel giro di pochi anni un posto importante nel panorama dei concorsi a livello internazionale, presenterà 8 film in anteprima nel concorso principale, il PerSo Award, e 9 cortometraggi internazionali nel concorso PerSo Short.
di Federica Cravero
La Repubblica, 30 settembre 2020
Il plico intercettato al tribunale di sorveglianza. Immediato il collegamento con il contestato arresto di Dana Lauriola. Il movimento prende le distanze: "Che noia, rituale prevedibile". Solidarietà da Salvini.
Sono stati recapitati ieri mattina con la posta due proiettili inviati a Elena Bonu, giudice che aveva respinto la richiesta di misure alternative all'attivista e portavoce dei No Tav, Dana Lauriola, che nei giorni scorsi è andata in carcere. La busta è stata spedita al tribunale di sorveglianza. Gli investigatori della Digos sono al lavoro. Alla giudice è arrivata la solidarietà del leader leghista Matteo Salvini: "La mia solidarietà e vicinanza al giudice Elena Bonu: ogni atto di intimidazione, minaccia e violenza va sempre condannato".
La busta che conteneva i due proiettili calibro 9x21 non ha mittente né un messaggio di rivendicazione ma sembra evidente il collegamento con la lotta contro l'alta velocità che ha caratterizzato la militanza di Dana Lauriola, condannata a due anni di carcere per aver partecipato a una manifestazione in cui al grido di "Paga Monti" erano state alzate le sbarre al casello dell'autostrada Torino-Bardonecchia e fatto passare le auto senza pagare il pedaggio. Una giudice "conosciuta per il suo sadismo". Così un sito antagonista, alcune settimane fa, definiva Elena Bonu, il magistrato del tribunale di sorveglianza di Torino cui è stata indirizzata una busta con proiettili. Il testo era un commento alla decisione di non concedere a Dana Lauriola misure alternative alla detenzione dopo una condanna.
"Che noia. Puntuale come una cambiale arriva la busta con il proiettile, un rituale inutile e prevedibile che ci annoia a livelli incredibili". Con questo intervento sui social il movimento No Tav prende le distanze dall'invio di una busta con proiettile a un giudice del tribunale di sorveglianza di Torino. "Ci annoiano - è il testo - i fantomatici postini al pari dei giornalisti che dopo tutto questo tempo fanno ancora articoli sulla busta e sul calibro. Ci sarebbe da ridere se non fosse la noia a prevalere in queste situazioni".
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