di Iuri Maria Prado
Libero, 1 ottobre 2020
Lunedì scorso, qui intervistato da Pietro Senaldi, il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, dice che "bisogna smetterla con questa storia dei politici sotto schiaffo", perché "se uno non ha nulla da temere, non ha ragione di preoccuparsi".
Il giorno dopo, Nicola Cosentino - un politico che non avrebbe avuto nulla da temere, se non la giustizia che l'ha ingiustamente perseguitato - è assolto dalle accuse di maneggi mafiosi che l'hanno costretto in detenzione per quattro anni.
Mentre quell'uomo poi riconosciuto innocente stava in galera, magistrati con dimora abituale negli studi televisivi spiegavano che i politici a piede libero sono perlopiù colpevoli non ancora acciuffati; spiegavano che bisogna multare gli avvocati perché impediscono alla giustizia di funzionare permettendo così ai clienti di farla franca; spiegavano che bisogna finirla con gli appelli perché il primo grado basta e avanza; spiegavano che non c'è niente di male se un cittadino sta sotto processo per quindici anni e anzi è giusto inchiodarlo sulla panca degli imputati per trenta, per quaranta, per cinquant'anni: e ovviamente non bastava, perché nel ciclo di quelle requisitorie in favore di telecamera l'opinionismo togato si dava il cambio col ministro dell'onestà giudiziaria il quale, in affanno competitivo per la primazia forcaiola, dichiarava che non ci sono innocenti che finiscono in carcere.
L'autocrate che illustra i meriti del proprio regime e rivendica il giro di vite per proteggerlo dai dissidenti è meno tronfio, meno sfrontato, meno indecente di quell'apostolato giudiziario che reclama pene inasprite e galera per tutti e degrada a fisiologica inevitabilità la distruzione della vita dei tanti innocenti affidati alle buone cure dell'ingiustizia italiana. E per un caso di cui si sa qualcosa - perché, come questo Cosentino, si tratta di persona che aveva incarichi pubblici - di tantissimi altri non si sa proprio nulla perché in televisione non ci va l'innocente massacrato ma il responsabile del massacro, cioè il magistrato: e non per risponderne e chiedere scusa, ma per tenere comizio sulla magistratura eroica impegnata a far pulizia nella società corrotta.
L'esistenza di troppe persone è violentata dal capriccio, dall'arbitrio, quando va bene dall'errore giudiziario. Una giustizia così c'è da temerla eccome, e che uno può stare tranquillo se non ha fatto nulla di male è una specie di vergognoso sfottò.
di Vincenzo Iurillo
Il Fatto Quotidiano, 1 ottobre 2020
L'Ex sottosegretario ha ancora una condanna in primo grado per concorso esterno a 9 anni e una definitiva per corruzione. Fa bene Nicola Cosentino ad esultare per la seconda assoluzione in Appello, dopo due pesanti condanne in primo grado, da accuse varie di complicità con il clan dei Casalesi che si trascinavano da quasi dieci anni intorno a un centro commerciale mai realizzato a Casal di Principe. È giusto, legittimo e umano.
Fanno meno bene i cosentiniani e gli amici dell'ex sottosegretario di Berlusconi a provare a dipingerlo come una vittima "di un uso politico della giustizia" (Annamaria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato), e di "gogne mediatiche, sbattuto in un tritacarne giudiziario, letteralmente massacrato ed emarginato" (Amedeo Laboccetta, ex parlamentare Pdl).
Non rendono un buon servizio alla gioia, tutto sommato composta, di Cosentino che dopo il verdetto che ha cassato una condanna di cinque anni e mezzo, ha lamentato "nove anni di inferno" e si è detto felice "per la fine di un incubo". Parole che chiunque di noi avrebbe pronunciato al suo posto. Ma quando Bernini posta sui social che Cosentino "è stato assolto in appello da tutte le accuse di collusione con la camorra" scrive una cosa inesatta.
La situazione giudiziaria dell'ex coordinatore campano di Forza Italia è ancora aperta e il bilancio complessivo non è affatto positivo. Il 28 ottobre infatti riprenderà il processo di secondo grado della madre di tutte le inchieste che lo riguardano. È l'appello alla condanna del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione camorristica. Una sentenza dell'autunno 2016 arrivata al termine di 141 udienze iniziate nel 2011, durante le quali sono stati ascoltati circa 110 testimoni, di cui 16 collaboratori di giustizia collegati in videoconferenza da luoghi protetti, tra cui l'ex reggente del clan Bidognetti Luigi Guida, Gaetano Vassallo, Anna Carrino, Franco Di Bona, ha messo nero su bianco che Cosentino fu il "referente politico nazionale" del clan.
Furono sentiti anche alcuni tra i leader della politica campana e nazionale, tra cui l'ex governatore della Campania Antonio Bassolino, in aula nel febbraio 2012 per rispondere a domande sulla gestione del commissariato per l'emergenza rifiuti. Il tutto è stato trasfuso in 648 pagine di motivazioni tra le quali spicca un passaggio chiave: le "specifiche risultanze probatorie - nonostante la difficoltà di ricostruire i fatti per il tempo decorso - sono particolarmente ricche e indicano il sostegno elettorale offerto all'imputato (Cosentino, ndr), sia dal gruppo Bidognetti, sia dal gruppo Schiavone".
Secondo i giudici "l'esito della verifica probatoria ex post non consente di dubitare che l'imputato abbia offerto un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario e casualmente efficiente al rafforzamento delle capacità operative del sodalizio (il clan dei Casalesi, ndr). Tale contributo si desume già dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia riferibili a epoca successiva al 1995 (le elezioni regionali, ndr) che indicano nel Cosentino un sicuro e affidabile riferimento politico e un punto di forza del clan".
Per carità, la sentenza non è definitiva e gli avvocati di Cosentino, Agostino De Caro e Stefano Montone, forti anche delle ultime due pronunce favorevoli, che minano la solidità delle presunte collusioni tra l'ex sottosegretario e la camorra, sono fiduciosi di avere ottimi argomenti per cancellarla. Ma fino ad allora le accuse più pesanti restano in piedi.
Altra lamentela ricorrente tra i cosentiniani: il presunto eccesso di carcerazione preventiva. Cosentino, perso nel 2013 lo scudo parlamentare, ha trascorso quattro anni tra prigioni e domiciliari. Un bonus che però si è giocato con la condanna, definitiva, a 4 anni per la corruzione di agenti di polizia penitenziaria che ne gestivano la custodia cautelare nel 2014 e gli concessero beni e favori di nascosto.
Quella volta Cosentino era in cella per accuse di estorsione aggravata nell' inchiesta sul business dei carburanti nel Casertano. Condannato a 7 anni e 6 mesi in primo grado, Cosentino è stato assolto in appello e in Cassazione. Lo misero in galera per reati rivelatisi infondati, e qui ne avrebbe commessi altri, accertati. Una beffa. Ognuno ne tragga le riflessioni che crede.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 1 ottobre 2020
Lo spazio minimo di tre metri che il detenuto deve avere a disposizione nella cella, va calcolato senza considerare gli arredi fissi come i letti a castello. Le Sezioni unite, con un'informazione provvisoria, anticipano la decisione invocata con l'ordinanza interlocutoria 14260/20.
La sentenza prende le mosse dal ricorso di un detenuto che chiedeva di essere risarcito per il trattamento inumano e degradante, come previsto dall'articolo 35-ter dell'Ordinamento penitenziario, a causa dello spazio nel quale era stato ristretto: al di sotto dei tre metri indicati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Un'istanza accolta dal magistrato di sorveglianza, ma contestata dal ministero della Giustizia- Dap, per la scelta di sottrarre dalla superficie calpestabile l'ingombro degli arredi.
Sul punto la giurisprudenza di legittimità si è spaccata, affermando le tesi dello spazio da calcolare al netto o al lordo. Secondo un orientamento va fatta una distinzione tra arredi fissi al suolo come letti a castello e armadi e quelli facilmente rimovibili come sgabelli, sedie e tavolini, che si potrebbero detrarre. Secondo l'indirizzo più favorevole al detenuto, lo spazio va considerato al netto, escludendo tutti i mobili senza distinzioni.
Il principio secondo la quale "pesano" solo gli arredi fissi come i letti a castello è giustificabile con la con la considerazione che questi sono utilizzabili solo per il riposo, mentre il letto singolo si può usare anche per leggere, sedersi o svolgere altre attività quotidiane. La scelta tra i diversi punti di vista, comporta il riconoscimento o meno del diritto al risarcimento per la violazione dell'articolo 3 della Cedu che vieta i trattamenti inumani e degradanti.
La Sezione remittente ricorda che l'articolo 35-ter, è stato introdotto dopo la sentenza pilota Torreggiani, con la quale i giudici di Strasburgo hanno condannato l'Italia per il sovraffollamento carcerario. Un "rimedio" che prevede sia uno sconto di pena sia un ristoro in denaro per ogni giorno di carcere vissuto in condizioni non dignitose.
I giudici del rinvio ricordano che la mancanza dello spazio vitale dei tre metri, è un forte indizio di trattamento degradante ma non la prova matematica, in presenza di fattori compensativi come, la breve durata della detenzione o lo svolgimento di attività al di fuori della cella o all'aperto. Ma anche su questo punto la giurisprudenza di legittimità non è univoca. In alcune decisioni si afferma che i fattori compensativi sono rilevanti solo quando lo spazio a disposizione del detenuto è comunque di tre metri anche se ci sono altre disfunzioni, mentre per altre la compensazione c'è anche se lo spazio minimo è sotto lo standard.
Ma la di là dell'ambito di operatività, più o meno esteso, dei valori compensativi, la risposta delle Sezioni unite fuga i dubbi sul calcolo dello spazio minimo. Per il Supremo collegio "nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti "a castello".
Il Sole 24 Ore, 1 ottobre 2020
Edilizia - Abusi edilizi - Ordine di demolizione - Natura - Sanzione amministrativa - Effetti - Prescrizione - Esclusione. Essendo l'ordine di demolizione una sanzione amministrativa di natura ripristinatoria dell'assetto del territorio, che deve essere applicata, in quanto tale, a prescindere dalla sussistenza di un danno o dall'elemento psicologico del responsabile, non è soggetto alla prescrizione quinquennale stabilita dall'articolo 28 legge n. 689/1981, in quanto applicabile alle sole sanzioni amministrative pecuniarie di natura punitiva. Né l'ordine demolitorio può estinguersi per il decorso del tempo ex art. 173 cod. pen. stante che tale disposizione si riferisce solo alle pene principali.
• Corte di cassazione, sezione III penale, 21 settembre 2020 n. 26334.
Edilizia - Ordine di demolizione - Natura di sanzione amministrativa - Prescrizione - Esclusione - Riconducibilità alla nozione convenzionale di pena - Esclusione. In materia di reati concernenti violazioni edilizie, l'ordine di demolizione del manufatto abusivo non è sottoposto alla disciplina della prescrizione stabilita dall'art. 173 cod. pen. per le sanzioni penali, avendo natura di sanzione amministrativa a carattere ripristinatorio, priva di finalità punitive e con effetti che ricadono sul soggetto che è in rapporto col bene, indipendentemente dal fatto che questi sia l'autore dell'abuso. (In motivazione, la S.C. ha precisato che tali caratteristiche dell'ordine di demolizione escludono la sua riconducibilità anche alla nozione convenzionale di "pena" elaborata dalla giurisprudenza della Corte EDU).
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 15 dicembre 2015 n. 49331.
Edilizia - Ordine di demolizione - Prescrizione - Operatività - Esclusione. In tema di reati edilizi, l'ordine di demolizione del manufatto abusivo non è soggetto né alla prescrizione stabilita dall'art. 173 cod. pen. per le sanzioni penali, in quanto sanzione amministrativa, né alla prescrizione stabilita dall'art. 28 legge n. 689 del 1981 riguardante, infatti, unicamente le sanzioni pecuniarie con finalità punitiva.
• Corte di cassazione, sezione III penale, ordinanza 19 maggio 2011 n. 19742.
Edilizia - Abusi edilizia - Ordine di demolizione - Estinzione per decorso del tempo - Esclusione - Fondamento. L'ordine di demolizione del manufatto abusivo, impartito dal giudice ex art. 7 della legge 28 febbraio 1985 n. 47 con la sentenza di condanna per il reato di costruzione abusiva non si estingue per il decorso del tempo ex art. 173 cod. pen., atteso che quest'ultima disposizione si riferisce alle sole pene principali.
• Corte di cassazione, sezione III penale, sentenza 21 ottobre 2003 n. 39705.
di Lucio Boldrin
Avvenire, 1 ottobre 2020
Nel mio primo anno di servizio a Rebibbia comprendo ogni giorno di più che solo umanizzando questi luoghi di solitudine e di sofferenza si può accompagnare verso un vero recupero chi è privato momentaneamente della libertà personale.
Gli istituti di pena, per molti solo luoghi di emarginazione e di "sicurezza", possono divenire una vera e propria provocazione, uno stimolo, una sfida a interrogarci affinché il nostro mondo sia più misericordioso e più attento alle persone.
Accoglienza e recupero, senza puntare il dito contro chi ha sbagliato ma spalancando il cuore: ecco le strade per una vera trasformazione della persona. Penso che noi cappellani siamo chiamati ad aiutare i detenuti a scoprire la possibilità di cambiare, non come dovere ma come amore per le regole e come segno di rispetto nei confronti degli altri. È molto importante avere con i detenuti una relazione nella quale ci si riconosce reciprocamente.
La prima cosa è far vedere che le regole si possono rispettare e íl rispetto delle regole è vantaggioso soprattutto in carcere. E un passaggio fondamentale. Tuttavia, personalmente, non sono riuscito a dare una risposta a tanti interrogativi che mi hanno accompagnato in questo anno. Ad esempio: è giusto togliere un padre o una madre a un figlio piccolo, spedendoli in prigione, a causa di una condanna per rapina o per un reato minore divenuta definitiva dopo tanti anni, e di cui magari l'imputato è venuto a sapere per un casuale controllo della Polizia stradale?
Dov'è la giustizia nel dover lasciare un figlio e, talvolta, anche un lavoro trovato con fatica? Interrogativi che mi porto a casa ogni sera, pur tenendo conto delle esigenze di sicurezza per i cittadini e il rispetto per le vittime. Ascoltando ragazzi e adulti comprendo come molti vivano momenti difficili in prigione. Uomini che hanno assistito anche a dei suicidi, anni molto duri, momenti di grande sconforto, di desolazione e devastazione.
Il carcere è una prova più dura anche della malattia. Mentre un malato può rassegnarsi o sperare, infatti, in prigione si è sempre vigili con la mente, però ci si trova in un mondo parallelo. Fuori la vita continua, dentro il detenuto è come "parcheggiato". Una persona che è stata in cella porterà sempre quella cicatrice, ma è necessario trasformarla in qualcosa di positivo.
Il carcere va vissuto con dignità. Bisogna sapere accettare, rispettare le persone che fanno parte dell'istituto penitenziario, scontare la propria pena e capire gli errori, perché solo così si può andare avanti e non tornare indietro.
*Cappellano Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia
di Nello Trocchia
Il Domani, 1 ottobre 2020
Pd, Leu e +Europa Radicali chiedono al ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, di spiegare quanto accaduto il 6 aprile, nel carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere. Il 6 aprile, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, sono stati commessi abusi gravissimi sui detenuti. Il caso sollevato su queste pagine, attraverso la rivelazione dell'esistenza di video che documentano le violenze, è arrivato anche in parlamento.
Il Partito democratico ha presentato un'interrogazione parlamentare, firmata da Walter Verini, responsabile giustizia del Pd, e dai componenti democratici della commissione giustizia. I deputati chiedono, a seguito di quanto emerso, risposte al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
"Occorre in ogni caso che il ministro e il Dap, dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, per quanto di competenza, forniscano tutti gli elementi utili per avere un quadro della vicenda", si legge nell'interrogazione. Gli interroganti vogliono sapere dal ministero "di quali elementi conoscitivi disponga riguardo la vicenda esposta in premessa e se sia stata avviata un'inchiesta amministrativa per accertare le eventuali responsabilità, anche al fine di tutelare l'immagine del corpo della Polizia penitenziaria".
In quei giorni di aprile, dopo la protesta da parte dei detenuti preoccupati dal primo caso di contagio in carcere, è stata disposta una perquisizione straordinaria. Si è proceduto, così, al reperimento di personale proveniente da altri istituti di pena, come Secondigliano e Ariano Irpino. I16 aprile, infatti, sono intervenuti solo agenti provenienti da altre carceri e non, come erroneamente riportato dall'agenzia Ansa, personale del Gom, il gruppo operativo mobile che non è stato utilizzato nella perquisizione.
Il padiglione Nilo, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, quel giorno, è stato occupato militarmente dagli agenti, sono entrati in ogni cella, i detenuti sono stati picchiati sia all'intero che fuori, nei corridoi, lungo le scale fino all'area destinata all'ora d'aria. La svolta è arrivata dai video, ora agli atti dell'indagine giudiziaria, ai quali si aggiunge la verifica del contenuto dei cellulari, sequestrati agli agenti indagati, lo scorso 11 giugno. Uno dei detenuti pestati, lo scorso aprile, ha guardato i video durante l'interrogatorio a cui è stato sottoposto.
Oggi, da uomo libero, ha rivelato quanto ha subito e quanto ha visto in quelle immagini. Sono almeno un centinaio i video che riprendono gli episodi di violenza. Proprio partendo dalle rivelazioni di questi giorni, anche Erasmo Palazzotto, deputato di Leu, interroga il ministro della giustizia. L'interrogazione inizia da una considerazione: "Alla base di quella che all'interrogante appare una vera e propria spedizione punitiva ci sarebbe la ritorsione per le proteste nelle carceri di marzo a causa delle restrizioni previste per l'emergenza del Covid-19".
Palazzolo parla di una "totale sospensione dello stato di diritto ai danni di cittadini che si trovano sotto la custodia dello stato". In chiusura il deputato chiede al ministro "se era a conoscenza dei fatti esposti in premessa, viste anche le ripetute denunce da parte dell'Associazione Antigone circa il clima che si era creato nelle carceri già a partire dallo scorso mese di marzo e quali iniziativa di competenza ha adottato per verificare e accertare la veridicità di quelle denunce".
Ma soprattutto: "Quali iniziative intenda adottare (...) al fine di ricostruire le esatte responsabilità e la catena di comando che ha deciso e poi determinato quelle violenze ai danni di decine di detenuti". Un'interrogazione è stata presentata anche dal deputato di +Europa-radicale Riccardo Magi, che insiste su un punto chiave dell'intera vicenda: "Se il Dap abbia avviato, per quanto di competenza, delle indagini interne sui pestaggi illustrati in premessa, su quali aveva ricevuto una nota dall'associazione Antigone, prima che fosse avviate le indagini della magistratura, o se lo abbia fatto successivamente, e con quali esiti, anche in termini di accertamento delle responsabilità della catena di comando".
Domande alle quali dovrà rispondere il ministro della Giustizia, Bonafede, che, fino a questo momento, non ha rilasciato dichiarazioni sulla vicenda. Nessuna presa di posizione neanche da Matteo Salvini, leader della Lega, che 1'11 giugno andò a Santa Maria Capua Vetere per esprimere solidarietà agli agenti indagati per tortura, destinatari di un decreto di perquisizione. Quel giorno Salvini disse: "Se uno su mille sbaglia, paga, ma non si possono indagare e perquisire come delinquenti servitori dello stato".
Il Dubbio, 1 ottobre 2020
Il Garante: "Un carcere dove convivono denuncianti e denunciati. I detenuti mi dicono: continuiamo a vedere i nostri aguzzini tutti i giorni. Che facciamo?". Il Covid non è l'unico virus che minaccia l'incolumità dei detenuti. Nelle carceri si fa largo un altro e più pernicioso contagio: la sindrome della Dìaz.
Umiliate, picchiate, torturate, decine di persone ristrette si sono rivolte agli avvocati. Il 5 aprile a Santa Maria Capua Vetere c'è una rivolta. Il 6 mattina arriva il magistrato di sorveglianza e parla con i detenuti. Torna il dialogo, i disordini rientrano e lui va via. Nel pomeriggio tra le 15 e le 16 trecento divise della polizia penitenziaria entrano per una 'perquisizione straordinaria".
I quattro piani del padiglione Nilo sono occupati dai trecento agenti. È allora che ha inizio questa nuova Diaz, i detenuti trattati come bestie da macello. I malcapitati vengono fatti uscire dalle celle, una cella alla volta. E gli agenti iniziano a picchiarli. È una tonnara: gli agenti si dispongono a imbuto, nel corridoio. E in quel budello si incanala la carne umana: in fila, i detenuti passano attraverso spinte, calci, schiaffoni e manganellate.
"Pensavano di aver aggirato le telecamere, invece ci sono delle riprese", dice Samuele Ciambriello, Garante per i detenuti della Campania. C'è un video. E così trovano conferma le denunce dei famigliari. Antigone le mette insieme e va in Procura, come ci riferisce l'avvocato Simona Filippi.
"Sono arrivate decine di segnalazioni. Abbiamo depositato cinque esposti tra fine marzo e aprile, una mole importante. Normalmente se ne facevano due l'anno. Quest'anno cinque in un mese, un lavoro che implica per ciascun caso tantissime notizie, testimonianze, video e foto. Nel caso di Santa Maria Capua Vetere la distanza temporale tra le proteste e le rappresaglie è stata la più procrastinata nel tempo".
Un passaggio-chiave, perché l'art. 41 della legge penitenziaria dice che l'uso della violenza non è consentito, a meno che non sia indispensabile per prevenire o impedire un atto di violenza. Deve essere contestuale all'eventuale rivolta. Nel caso di Opera la reazione è stata immediata. A Santa Maria C.V. vanno il 6 aprile, a un giorno di distanza dai disordini.
Un pestaggio organizzato su cui adesso la Procura di Caserta ha aperto un fascicolo. Il garante Ciambriello ricostruisce per il Riformista: "Iniziarono a telefonarmi i famigliari dei detenuti, concitati. Il 9 aprile mandai al Procuratore capo una serie di segnalazioni di abusi. Da quel giovedì inizio ad ascoltare direttamente venti detenuti del padiglione Nilo, che sono in isolamento. Mando una seconda lettera per dire alla Procura che le notizie sono gravi. E chiedo ai famigliari di firmare le denunce. Avevano paura, ma l'hanno fatto. La Procura è andata diverse volte a raccogliere notizie. E sono state prese le immagini della videosorveglianza, che contrariamente a chi voleva manometterle, hanno ripreso alcune sequenze".
Un detenuto trasferito dopo il pestaggio a Poggioreale ha chiamato ieri Ciambriello. Gli inquirenti gli hanno mostrato il video della mattanza: "Ti riconosci?" "Sono quello in ginocchio vicino al muro, lì è quando mi colpiscono con il manganello. Mi hanno spaccato i denti".
Ha riconosciuto i picchiatori. Ha fatto i nomi. Quali? "Si sono mossi i gruppi speciali, i Gom". Sono i gruppi organizzati mobili che intervengono per risolvere le grane importanti. "È un carcere dove convivono denuncianti e denunziati. Che facciamo? A me lo dicono i detenuti: continuiamo a vedere i nostri aguzzini tutti i giorni. Abbiamo parlato con la Procura, ma tutti i giorni viviamo a contatto con le persone di cui abbiamo fatto i nomi".
"I Gom si allenano per menare le mani, fanno esercitazioni come le teste di cuoio. Inquietanti. Lavorano nei reparti 41bis, di loro tutti hanno paura e nessuno parla", ci racconta Pietro loia, garante detenuti di Napoli. A lui, due giorni dopo il pestaggio, i detenuti mandano foto raccapriccianti da Santa Maria Capua Vetere, carcere degli orrori dove non è mancato il morto: Lamine H, 28 anni, algerino, deceduto lo scorso 4 maggio, in isolamento.
Era stato picchiato anche lui? Non si hanno notizie dell'autopsia, che pure era stata disposta. Ma d'altronde, aggiunge l'avvocato Filippi, di Antigone, "c'è un problema legato ai medici carcerari: ci sembra sempre che i riscontri si facciano con il contagocce e controvoglia. Non sono rari i casi in cui il medico si rifiuta di refertare le lesioni derivanti dalle violenze dietro le sbarre. Perché fanno parte di una catena di complicità".
E non c'è solo il caso campano. Si parla di tortura anche a San Gimignano: "Ci siamo costituiti, sono indagati cinque agenti carcerari e il medico che ha omesso di refertare", aggiunge il legale dell'associazione Antigone. "In tutto al momento seguiamo sedici procedimenti pendenti per violenze in carcere. Fascicoli dentro ai quali ci sono lesioni, violenze Tisi che, violenze psicologiche e tortura. Un reato che si sta iniziando a integrare adesso".
bitquotidiano.it, 1 ottobre 2020
Il Consiglio comunale di ieri l'ha votata all'unanimità. La Città di Biella ha confermato Sonia Caronni come Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà. In carica da aprile 2016, è stata confermata ieri con voto unanime del Consiglio comunale. Il Garante regionale Bruno Mellano, ringraziando il sindaco di Biella Claudio Corradino, esprime soddisfazione per una nomina che conferma l'indiscutibile valore della Garante e dà ulteriore impulso alla Rete dei garanti piemontesi, unica in Italia perché dotata di un Garante per ogni città sede di carcere.
Il Covid non ha fermato l'azione dei Garanti territoriali: quelli piemontesi si riuniranno martedì 6 ottobre per fare il punto della situazione sui singoli istituti e sugli interventi progettuali in corso. La riunione sarà da remoto per le limitazioni dovute all'emergenza sanitaria in corso. Inoltre, tutti Garanti territoriali delle persone private della libertà si riuniranno a livello nazionale nella loro Assemblea Annuale il 9 e 10 ottobre a Napoli, presso la sede del Consiglio regionale della Campania.
Mellano, che sarà impegnato nella sessione tematica relativa a "Reinserimento sociale e accoglienza delle persone private della libertà" ha dichiarato che "sarà un'ottima un'occasione di scambio e confronto tra tutti coloro che a vari livelli territoriali ricoprono un importante ruolo di garanzia.
Prevenzione sanitaria, lavoro, istruzione e reinserimento sociale sono solo alcuni dei temi che affronteremo con la convinzione che la ripartenza post Covid del mondo del carcere non possa prescindere da un'attiva partecipazione al dibattito da parte di tutte le componenti del mondo dell'esecuzione penale, dalla magistratura di sorveglianza, ai decisori politici, passando per l'Amministrazione penitenziaria, i Garanti e la comunità penitenziaria nella sua interezza".
di Gabriele Giannetto
italiachecambia.org, 1 ottobre 2020
Favorire il reinserimento socio-lavorativo dei detenuti del carcere di Siracusa, di giovani immigrati e altre persone svantaggiate attraverso attività legate alla promozione e valorizzazione della diversità naturale e culturale della Sicilia. È questa la missione de L'Arcolaio, cooperativa che costruisce percorsi di cambiamento e riscatto.
Uno dei primi incontri durante il tour di Sicilia che Cambia è stato con l'Arcolaio, una cooperativa sociale di tipo B nata nel 2003 per favorire percorsi di integrazione socio-lavorativa dei detenuti attraverso la gestione di un'attività produttiva all'interno del carcere di Siracusa.
In una calda giornata di fine luglio abbiamo incontrato Maksim Coshman. Maksim è di origini ucraine e durante il suo percorso detentivo ha iniziato una collaborazione con la cooperativa, inizialmente all'interno del carcere di Siracusa e oggi, in regime di semi libertà, come socio e responsabile del laboratorio. Prima di visitare i luoghi della trasformazione e confezionamento dei prodotti, abbiamo fatto un giro nel campo di aromatiche curato dalla cooperativa.
Nonostante il caldo, il paesaggio era molto suggestivo, l'odore delle erbe aromatiche travolgente e con piacere ci siamo immersi nelle storie di Maksim Coshman e Bruno Buccheri, responsabile della produzione, che ci attendeva già sul posto. Con lo scopo di affiancare e promuovere la funzione rieducativa della struttura detentiva dal 2003 la cooperativa ha avviato diversi progetti. Inizialmente si è dedicata alla produzione di pane biologico, ma dopo aver incontrato alcune difficoltà commerciali ha scelto la realizzazione biologica di paste di mandorla e di altri dolci tipici della tradizione siciliana.
Nel 2005 viene creato il marchio registrato "Dolci Evasioni" e viene sviluppato un packaging dedicato. I prodotti Dolci Evasioni, senza glutine e con una filiera solidale, negli anni hanno conquistato il mercato nazionale attraverso i negozi specializzati di biologico, le botteghe del commercio equo e i Gas (gruppi di acquisto solidale). Dal 2010 L'Arcolaio gestisce la cucina detenuti e la preparazione dei pasti per i detenuti della Casa Circondariale, ma offre altri servizi come la preparazione di catering in occasione di feste private, eventi e manifestazioni.
Nel 2014, con il sostegno della Fondazione di Comunità Val di Noto, di cui l'Arcolaio è socio fondatore, viene avviato il progetto di agricoltura sociale Frutti degli Iblei. Vengono così introdotte nuove categorie di prodotti, come erbe aromatiche, sali aromatizzati e ortaggi essiccati attraverso il recupero di terreni incolti e il coinvolgimento di altre categorie di persone svantaggiate (principalmente giovani e donne immigrate).
La cooperativa l'Arcolaio, passo dopo passo, è riuscita ad ampliare la sua rete di contatti sul territorio locale e nazionale che le hanno consentito di crescere e rafforzarsi e acquisire una notevole visibilità. Tra gli obiettivi principali della cooperativa c'è l'inserimento degli ex detenuti nel mondo del lavoro, Buccheri infatti definisce il ruolo della cooperativa un "trampolino di lancio" che consenta a tutti, una volta fuori l'istituto penitenziario, di avere un'altra possibilità.
L'Arcolaio, quindi, offre concrete alternative a persone svantaggiate, come detenuti o immigrati, creando un modello economico basato sul rispetto dell'ambiente e la solidarietà. Le paste di mandorla e le erbe aromatiche, rigorosamente biologiche, uniscono un'ottima qualità e genuinità, a un grande valore sociale. L'Arcolaio rappresenta un piccolo, ma prezioso frammento della Sicilia solidale, equa e inclusiva, attenta alla valorizzazione delle persone e delle risorse del territorio.
di Silvia Bini
La Nazione, 1 ottobre 2020
Si trattava di un'udienza da remoto proprio per contenere il rischio contagi, ma avvocato e detenuto sono stati costretti a stare a meno di un metro di distanza per essere ripresi dalla telecamera in collegamento con il tribunale. Due avvocati in quarantena in attesa di tampone. È il bilancio dell'udienza di convalida in carcere di un detenuto risultato positivo al Covid.
A darne notizia è la Camera penale che prende una dura posizione contro le scarse misure di sicurezza che sono state adottate durante l'udienza. Tanto più che si trattava di un'udienza da remoto proprio per contenere il rischio contagi. Il problema è tanto banale quanto assurdo: avvocato e detenuto sono stati costretti a stare a meno di un metro di distanza per essere ripresi dalla telecamera in collegamento con il tribunale.
"Decisiva è stata la circostanza - spiegano la nota inviata dalla Camera penale - che il difensore, nel carcere di Prato, sia stato seduto accanto al detenuto a meno di un metro per poter essere ripreso dalla telecamera del computer durante lo svolgimento a distanza dell'udienza". In questo caso specifico ad aggravare la situazione c'è il fatto che il detenuto fosse risultato positivo al tampone effettuato nel centro di accoglienza per migranti dal quale si era allontanato.
"Qualcuno avrebbe dovuto segnalare che l'uomo era già risultato positivo ad un controllo, quanto meno sarebbero state adottate delle misure precauzionali adeguate", interviene Gabriele Terranova. "È intollerabile che gli avvocati debbano essere pesantemente esposti al pericolo di contagio mentre assolvono alla loro funzione - prosegue - e tanto più che ciò accada proprio al fine di consentire, con mezzi evidentemente inappropriati, la celebrazione dell'udienza a distanza, che comprime i diritti delle parti proprio per prevenire - evidentemente in modo inappropriato e non per tutti - il rischio di contagio".
Il bilancio è pesante: attualmente un avvocato penalista si trova in quarantena in attesa di accertamenti così come una collega (anche lei presente all'udienza) costretta a restare in isolamento in attesa dell'esito del tampone che per fortuna è risultato negativo. Quanto accaduto mette in luce le carenze del sistema e impone una riflessione: "Lanciamo un allarme perché si provveda a mettere in campo dei correttivi, non è ammissibile che sia messa a rischio la salute - prosegue Terranova - Basterebbe ad esempio che per le udienze da remoto venissero utilizzate due telecamere così da permettere di mantenere le distanze, oppure con il giudice presente tutti avrebbero potuto stare a debita distanza. Quanto accaduto, aggravato dalla mancata comunicazione al penitenziario dello stato di salute del detenuto risultato positivo al Covid, creano molto sconcerto e timori".










