di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 3 ottobre 2020
Si è spento il fondatore della Comunità dei Giovani che fu anche cappellano del carcere. È morto a 87 anni don Sergio Pighi. Fu cappellano del carcere e fondatore della Comunità dei Giovani. "Don Sergio era un prete vero. Un pastore. Che ha sempre seguito le regole del gregge. Perché a noi le regole le danno i poveri", lo ricorda don Antonio Mazzi che di don Sergio era cugino e col quale era cresciuto. "Per me era un fratello. Lui era più obbediente di me, ma le regole canoniche le abbiamo sempre declinate agli ultimi".
"Don Sergio era un prete vero. Un pastore. Che ha sempre seguito le regole del gregge. Perché a noi le regole le danno i poveri". È stata una vita intessuta di quelle regole, "che noi, al contrario degli altri, riceviamo dal basso e non dall'alto", quella di don Sergio Pighi.
Se n'è andato l'altro giorno a 87 anni, quel salesiano che aveva scelto Verona come terra di missione in cui seminare quel pensiero, alquanto "rivoluzionario" degli "ultimi che per me sono i primi". In quel Vangelo personale che ha condiviso con quel cugino che è stato per lui un fratello. E anche un confratello. Hanno scelto lo stesso sentiero, don Antonio Pighi e don Antonio Mazzi. "E abbiamo condiviso la vita. Avevo 15 mesi quando mio padre morì - racconta don Mazzi - e il papà di Sergio mi venne a prendere in treno a Verona, tenendomi sempre in braccio. Siamo cresciuti insieme, più fratelli che cugini".
La famiglia di sangue e quella di fede, la famiglia dei Salesiani, per don Sergio e don Antonio, sono state le stesse. E identica è stata la parabola che ha tracciato la loro vita. Quella del Samaritano. Degli "eretici", dei "senzadio". Di quegli "ultimi" che per don Sergio erano l'incardi un Dio che non giudica, ma accoglie. Ha deciso di lasciare Verona, don Antonio.
E con Exodus quella parabola l'ha portata in giro per l'Italia. Don Sergio, invece, ha deciso di predicarla e di metterla in pratica nella sua città. Non prima di aver provato anche lui la vita degli "ultimi", facendo il clocard in alcune città. "Chi, come noi vive il disagio, non può fare una vita normale. Lui era più obbediente di me, ma le regole canoniche le abbiamo sempre declinate agli ultimi", continua don Mazzi.
Aveva scelto i carcerati, don Sergio. Diventando cappellano di quel Campone che negli anni Settanta brulicava di chi s'invischiava nella "Verona Bangkok d'Italia". "Fu il primo ad aprire una struttura per gli ex detenuti in via XX Settembre. E non fu per niente facile. Ma lui aveva capito che quelle persone non avrebbero avuto un futuro se non si fosse stato qualcuno ad accoglierle". È stato in quella struttura che don Pighi e monsignor Carlo Vinco si sono incontrati. "Ha sempre affrontato problemi difficili con passione, per tutta la vita. È stato una figura bella per la storia di questa città". Quella "passione" per un'umanità imperfetta ha portato don
Sergio a fondare nel 1972 la Comunità dei Giovani che con il Ceis e San Patrignano che nascevano negli stessi anni - divenne riferimento per chi dallo scannatoio della droga provava a uscire. È diventata una realtà nazionale, quella Comunità.
"Adesso spiega il presidente Paolo Fraizzoli - a Verona diamo lavoro a 50 persone, gestiamo il dormitorio del Camploy e una struttura per donne in Borgo Milano, facciamo progetti di comunità di strada, seguiamo 24 appartamenti dove vivono persone in difficoltà". Fino a 8 anni fa don Pighi era lì, nella sua Comunità. "Entrava in ogni stanza, faceva il giro dei dormitori. Salutava e diceva "vo in galera". In quel carcere di Montorio dove lo avevano soprannominato "don euro" perché aveva sempre una monetina per l'elemosina o il caffè. Ma non ha mai dimenticato il suo essere "prete", don Sergio. E con altri salesiani ha fondato quella parrocchia di
Santa Croce. La più grande della città. unica chiesa di Verona a non portare il nome di un santo. "Con don Sergio ha ricordato un altro salesiano, Francesco Cremon, "prete di strada" in Ciad - non mi veniva chiesto né di filosofia, né di alta teologia, ma di vivere alla giornata, di abitare la strada, di condividere case diroccate con giovani usciti di carcere, senza una famiglia, ingolfati di droghe, Di riscoprire insieme le piccole cose, i gesti di solidarietà condivisi, il perdono accordato e ricevuto, il mettere l'altro con la sua sofferenza al primo posto".
"La sua eredità - conclude Paolo Fraizzoli - è quella di stare insieme portandosi dietro gli ultimi. E la cosa più difficile, ma anche la più stimolante: non perdere mai l'umanità". I funerali di don Sergio Pighi "di anni 87 di età, 71 di professione religiosa e 61 di ordinazione sacerdotale", come recita l'epigrafe, si terranno martedì alle 14,30 nella "sua" parrocchia, a Santa Croce.
abruzzoweb.it, 3 ottobre 2020
Fuori dalle celle per azioni di volontariato. "Mi riscatto per Sulmona" è il nome del progetto che vedrà impegnati detenuti del carcere di Sulmona in attività di lavoro volontario e gratuito a fini di utilità e solidarietà sociale. Un progetto che concretizza il dettato costituzionale, in base al quale alla pena che giustamente deve essere scontata per chi si macchia di reati aggiunge il precetto della rieducazione del detenuto, che, scontata la pena deve essere reinserito nella società, a pieno titolo.
"Finalmente, grazie all'adesione del sindaco di Sulmona Annamaria Casini e degli assessori Manuela Cozzi, Luigi Di Cesare e Salvatore Zavarella prende forma e a giorni sarà reso pratico il progetto" afferma Mauro Nardella, segretario della Uil Penitenziari.
"Sarà una vera simbiosi tra chi è deputato all'amministrazione del bene pubblico e chi, dopo aver sbagliato nella vita, vuole riscattarsi degli errori commessi - sottolinea l'esponente Uil - dietro l'impegno del Comune di assicurare la copertura assicurativa Inail ed Rc nonché la formazione necessaria prevista dal testo unico sulla sicurezza e salubrità dei luoghi di lavoro, la dotazione dei dispositivi di protezione e sicurezza e a consentire la consumazione di un pasto al sacco o presso esercizi commerciali convenzionati ai detenuti che presteranno l'attività lavorativa, ci sarà assicurato un contributo in ambiti quali l'assistenza alle persone in difficoltà (anziani, invalidi, diversamente abili); manutenzione ordinaria e la pulizia delle strade e delle piazze pubbliche; manutenzione e pulizia di siti di attrazione turistica e di luoghi o edifici appartenenti al patrimonio artistico e culturale della città; manutenzione e pulizia di parchi pubblici, del letto dei torrenti e dei fiumi e all'attività di protezione civile correlate alla gestione di emergenze per calamità o eventi di emergenza".
di Amedeo Junod
Il Riformista, 3 ottobre 2020
Il ministro Manfredi al Polo Universitario del Carcere di Secondigliano. "I poli universitari in carcere coniugano positivamente il diritto allo studio al diritto a ricominciare e ripartire. La certezza di ricominciare fa vivere il tempo della pena in maniera diversa".
È quanto ha sostenuto Samuele Ciambriello, Garante per la Regione Campania delle persone private della libertà, intervenendo ad un incontro seminariale sul tema del "Diritto allo studio per costruire il futuro", presso l'Istituto "Pasquale Mandato" di Secondigliano. All'evento hanno preso parte, tra gli altri, la Direttrice dell'istituto Giulia Russo e il Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria della Regione Campania Antonio Fullone.
Il Garante Ciambriello ha ricordato che "questo sarà il terzo anno di attività del Polo Penitenziario Universitario di Secondigliano, che conta ad oggi circa 70 studenti, e rappresenta ormai un fiore all'occhiello del Mezzogiorno". La Direttrice Giulia Russo sottolinea come il progetto sia "nato come una sfida per diventare una realtà che si sta consolidando giorno per giorno. L'impegno crescente dei detenuti è la dimostrazione di una risposta sentita: dare uno strumento che possa poi essere spendibile all'esterno è una realtà che stiamo toccando con mano".
A chiudere gli interventi sono stati il Sottosegretario di Stato per la Giustizia Andrea Giorgis e il Ministro dell'Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, il quale ha elogiato i risultati dell'Istituto: "Sono numeri importanti, un'esperienza coinvolgente per i detenuti, fortemente impegnati in questo processo formativo. Un'esperienza che va ulteriormente consolidata perché la formazione universitaria può essere una grandissima opportunità di riscatto, e rientra in una politica del Ministero che va nella direzione di maggiore inclusione e azione nella società da parte dell'università".
occhioallasicurezza.it, 3 ottobre 2020
La Fondazione Carisap (fondazione della Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno) ha promosso un corso di formazione rivolto a chi è detenuto presso la Casa Circondariale di Ascoli Piceno. Il carcere di Ascoli Piceno, nel comune di Marino del Tronto, è stato in passato "supercarcere": tra gli altri vi sono stati detenuti Alì Agca, Totò Riina, Pippo Calò, Renato Vallanzasca. Ora è destinatario del progetto promosso dalla Caritas Diocesana di Ascoli Piceno che, in collaborazione con la Cooperativa Ama Aquilone, si pone l'obiettivo di formare i detenuti con un corso di cucina studiato appositamente per loro.
Il corso si compone di una parte teorica in aula e una parte pratica in cucina. Nella prima parte del corso si impartiscono nozioni di igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro con un taglio specifico per i rischi nelle cucine, sia mediante slide teoriche, sia attraverso dei video proiettati in aula con situazioni specifiche di pericolo e loro risoluzione.
La seconda parte si compone di 60 ore di pratica con la presenza di una chef e un aiuto-chef. Al termine del corso di formazione verrà rilasciato un attestato di partecipazione al corso e attestati inerenti l'igiene e la sicurezza negli ambienti di lavoro. A.N.CO.R.S. sede Marche - San Benedetto del Tronto è stata scelta dalla Cooperativa Ama Aquilone per erogare la formazione in aula in quanto ritenuta seria e affidabile sotto i profili professionale e morale. Il corso è iniziato il 21 settembre e terminerà il 30 ottobre.
primonumero.it, 3 ottobre 2020
Detenuto nel carcere di Milano-Opera, è lui il vincitore della quarta edizione del concorso nazionale di scrittura "Scrittodicuore" che ha coinvolto gli istituti penitenziari di tutt'Italia.
Si chiama Alessandro ed è detenuto nel carcere di Milano-Opera: è lui il vincitore della quarta edizione del concorso nazionale di scrittura "Scrittodicuore" che ha coinvolto gli istituti penitenziari di tutt'Italia. La lettera per la figlia ha commosso ed emozionato la giuria tecnica che ha valutato i componimenti e decretato il primo premio per Alessandro con questa motivazione: "Commovente, profonda, vera, scritta con il coraggio di dare voce a un sentimento muto, che abbatte l'allergia alla parola che gira nella verità.
L'immagine del salice piangente e delle foglie che piangono, piangono per chi non sa farlo, piangono per chi non riesce a farlo o piangono solo negli angoli della solitudine. Amare è anche lasciar andare e liberare l'urgenza del salice".
'Scrittodicuorè è il concorso nazionale di scrittura destinato agli istituti carcerari italiani, nell'ambito della rassegna Scritti di cuore - l'amore e le parole per raccontarlo, promossa e organizzata dal Comune di Campobasso e dall'Unione Lettori Italiani con la direzione artistica di Brunella Santoli e con il partenariato della Direzione della Casa Circondariale di Campobasso nell'ambito di Ti racconto un libro 2020.
A selezionare le lettere, arrivate in centinaia da ogni parte d'Italia, ci ha pensato la giuria tecnica composta dagli scrittori Franco Arminio, Camilla Baresani e Pino Roveredo. La Giuria Giovani, composta da Salvatore Dudiez, Roberta Tanno, Elena Sulmona, Angelica Calabrese e Alessandro Tavano, tutti di età compresa tra i 18 e 32 anni, ha confermato la scelta del vincitore.
Sul secondo gradino del podio Edoardo, ospite nella Casa circondariale di Padova, per la sua lettera di consolazione dell'umanità, una vera e propria poetica del bene come mezzo per raggiungere l'immortalità sulla terra. Segnalata dalla giuria tecnica anche la lettera di Assia, ospite nella Casa di Reclusione "Giudecca" di Venezia, che parla dell'amore trovato proprio durante la reclusione, una testimonianza che fa sperare che in carcere sia possibile non solo ripensare la propria vita ma anche provare a immaginarne una completamente nuova.
"La premiazione del concorso - riferiscono gli organizzatori - ha rappresentato l'occasione per ritornare "dentro il Carcere" e riaprire un dialogo interrotto a causa della pandemia. Un modo per rinsaldare un legame tra il mondo esterno e chi un giorno dovrà farvi ritorno". Dopo la lettura di alcuni brani d'amore tratti anche dal repertorio musicale italiano da parte dell'attrice Palma Spina, nel teatro della casa circondariale di Campobasso si sono alternati gli interventi del Direttore del carcere Rosa La Ginestra, di Brunella Santoli Direttore Artistico dell'Unione Lettori Italiani e responsabile del concorso "Scrittodicuore", di Angelica Calabrese in rappresentanza della Giuria Giovani, del vicesindaco e assessore alla Cultura del Comune di Campobasso Paola Felice, e dell'assessore alle Politiche per il Sociale del Comune di Campobasso Luca Praitano. Tra i presenti anche una rappresentanza degli ospiti della Casa circondariale, che hanno letto alcune lettere selezionate dalla Giuria.
di Roberta Spadotto
Gente, 3 ottobre 2020
"C'è del buono pure in chi ha commesso i reati più efferati", dice Giacinto Siciliano. Ha trascorso 26 anni dietro le sbarre. Li ripercorre in un libro. Per chi sta fuori il carcere è solo un luogo di sofferenza. Se si passa davanti a San Vittore, che si trova nel pieno centro di Milano, si tende a distogliere lo sguardo, spinti dall'idea che oltre quelle spesse mura non circoli la minima speranza.
Non è così. Giacinto Siciliano, direttore della casa circondariale dal 2017, ha un'idea della carcerazione che si sposa perfettamente con l'articolo 27 della Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Siciliano si definisce "un servitore dello Stato" e ha il senso della legalità e del rispetto delle regole inciso nel Dna: prima di lui suo padre diresse San Vittore negli "anni di piombo" e suo nonno fu comandante degli agenti di custodia in diversi istituti di pena. Ma lui, se possibile, è andato oltre.
"Io credo che esista del buono in ogni persona, anche in chi ha commesso reati molto gravi", dice a Gente seduto alla scrivania del suo ufficio dentro il carcere, dove passa interamente le sue giornate e le sue notti (vive con la moglie e i tre figli in un alloggio interno). "Il mio dovere è quello di dare una possibilità: nessuno nega che chi sta qui abbia commesso reati anche efferati. Ma tutti noi siamo in divenire, io compreso, e chi ha sbagliato può imparare dai propri errori".
Per fare un bilancio della propria vita e della propria carriera professionale (26 anni passati da direttore di carcere, da Trani a Sulmona, passando dal carcere di massima sicurezza di Opera dove è stato 10 intensi anni) Giacinto Siciliano ha scritto il libro "Di cuore e di coraggio" (Rizzoli, 18 euro). "Ci vogliono cuore e coraggio", ci spiega, "per poter anche solo immaginare di trovare qualcosa di salvabile in un detenuto che si è macchiato di un crimine orrendo. Il mio compito è quello di sospendere il giudizio".
Siciliano lo ha fatto con tutti: ladri, assassini, mafiosi. "Ci sono volte che va bene, altre no". Uno dei suoi "fiori all'occhiello" è Francesco Squillaci, ergastolano dalla storia feroce, diventato poi pentito di mafia anche grazie al lavoro di recupero avviato durante la lunga detenzione a Opera sotto la direzione di Siciliano: un percorso fatto di "alti e bassi", corroborato da attività artistiche come i musical. Nel 2011 Siciliano autorizzò (per la prima volta nella storia penitenziaria italiana) 14 condannati a pene pesanti, tra i quali Squillaci, a uscire dal carcere per recitare nello spettacolo La luna sulla capitale in scena al teatro degli Arcimboldi.
"Avrebbero potuto evadere", dice Siciliano. "In tutti però prevalse il senso di squadra e del valore di quello che avevamo realizzato insieme. Quella volta vincemmo tutti". Certo, con alcuni detenuti è più difficile. "Totò Riina", spiega Siciliano che, a causa anche delle minacce ricevute dal boss mafioso scomparso nel 2017, vive sotto scorta, "non avrebbe mai abbassato le barriere". Di Olindo Romano, condannato con la moglie Rosa Bazzi per la strage di Erba del 2006, il direttore si lascia fuggire: "È diverso da come lo si immagina".
Ora, a San Vittore, tutto si svolge in modo diverso. "Qui la permanenza media dietro le sbarre è di 90 giorni", dice Siciliano, "dunque non si può fare con i detenuti un percorso a lungo termine". Il direttore conosce tutti i carcerati, o quasi. "Mi piace girare, parlo con loro, voglio conoscere". Sul suo tavolo c'è il foglio delle entrate e uscite quotidiane, circa 15 al giorno.
"A momento ci sono 872 uomini, 75 donne e due bambini. Riguardo all'annoso tema del sovraffollamento, si comincia a essere troppi quando la quota degli uomini è sopra le 850 unità". Ma il direttore non è un uomo che si sottrae alle sfide. "Vorrei portare la bellezza in questo luogo", dice. "Non parlo dell'estetica. Intendo più cura, più attenzione alle persone". Questo aspetto si è concretizzato durante la pandemia. "San Vittore, come un piccolo paese autonomo, ha dovuto riorganizzarsi", racconta.
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 3 ottobre 2020
Troppi non luogo a procedere, troppi casi in cui l'Italia non punisce come dovrebbe le violenze domestiche che si risolvono spesso in fase di indagini preliminari. Il comitato dei ministri del Consiglio d'Europa interviene sulla delicata questione e si dice "preoccupato" per l'elevato tasso di inchieste chiuse ancora prima di arrivare a processo.
Le conclusioni emergono dalla decisione dell'organo esecutivo di Strasburgo che ha esaminato, nell'ambito della cosiddetta procedura d'esecuzione delle sentenze della Corte europea dei diritti umani, le informazioni fornite dal governo italiano per rimediare alle carenze che hanno condotto alla condanna del Paese nel 2017 sul caso Talpis, l'uomo - Andrei Talpis, ora in prigione per una condanna all'ergastolo - marito di Elisaveta, che ha ucciso il figlio diciannovenne Ion e ha tentato di uccidere anche la donna.
I giudici di Strasburgo stabilirono all'epoca che, nonostante le ripetute denunce presentate da Elisaveta, le autorità non avevano preso le misure necessarie a proteggerla dalla violenza del marito e che questo aveva favorito un aumento dell'aggressività. Nella decisione resa nota ieri, il comitato dei ministri, pur esprimendo "soddisfazione per gli sforzi continui delle autorità, che dimostrano la volontà di prevenire e combattere la violenza domestica e la discriminazione di genere", hanno chiesto al governo di attuare una serie di misure e fornire entro marzo informazioni su quanto fatto ma anche dati statistici.
In particolare Strasburgo ha sollecitato all'Italia la creazione rapida di "un sistema completo di raccolta dati sugli ordini di protezione, e fornisca anche dati statistici sul numero di domande ricevute, i tempi medi di risposta delle autorità, il numero di ordini effettivamente attuati". Inoltre il governo dovrà fornire informazioni sulle misure prese, o che intende prendere, per garantire che le autorità competenti attuino una valutazione e una gestione adeguata ed effettiva dei rischi legati al ripetersi e all'aggravarsi degli atti di violenza domestica, e quindi dei bisogni di protezione delle vittime.
Già nel 2017 lo stesso caso era costato all'Italia una condanna della Corte europea dei diritti umani. Le motivazioni erano state quelle di non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere la donna e suo figlio dagli atti di violenza del marito. La sentenza era stata la prima da parte della Cedu impartita all'Italia per un reato relativo al fenomeno della violenza domestica.
Quanto concluso dal Consiglio d'Europa non sembra però lontano dalla realtà. Perché - come spiega la professoressa Flaminia Saccà, ordinario di Sociologia politica dell'università della Tuscia, capofila di un progetto che si chiama Step, Stereotipo e pregiudizio - "non esiste un dato totale, non è dato sapere quanti siano i casi di violenza in Italia, né quanti arrivino a condanna o a processo". Lo studio che sta svolgendo in collaborazione con Differenza donna, su un bando del Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio, verrà presentato nei prossimi giorni. Ma quello che è emerso con grande evidenza è "che non esiste un database delle sentenze".
"Ci sono archivi parziali - sottolinea - dove si trovano solo alcune sentenze di primo e secondo grado. È digitalizzata unicamente la Cassazione, ma i casi che arrivano fino al terzo grado sono pochissimi, perché le donne, molto spesso, rinunciano a fare opposizione. Subiscono una forte pressione sociale, economica, spesso connotata dalle minacce.
Chi non è assistita dai centri antiviolenza è molto sola. Dopo un lavoro di ricerca - conclude Saccà - abbiamo reperito 180 sentenze che sono pochissime, perché il fenomeno è decisamente più ampio. Ci deve essere una falla in questa raccolta di dati. Nel 2017 gli omicidi, la violenza sessuale, lo stalking, i maltrattamenti in casa e la riduzione in schiavitù risultano essere stati un po' meno di 15 mila. L'ultimo rapporto dell'Istat è addirittura del 2014, ma il dato rilevato parlava del 31,5 per cento di donne che aveva subito violenza per mano maschile. Numeri molto alti che non trovano riscontri nelle condanne. Va detto: è come se l'Italia ignorasse il fenomeno della violenza di genere".
di Giulia Merlo
Il Domani, 3 ottobre 2020
Dopo l'assoluzione di primo grado. La procura di Massa ha fatto ricorso in appello contro la sentenza di assoluzione a Marco Cappato e Mina Welby. Il tesoriere e la co-presidente dell'associazione Luca Coscioni erano finiti sotto processo per aver aiutato Davide Trentini, malato di sclerosi multipla, accompagnandolo in Svizzera, per fare ricorso al suicidio assistito nell'aprile del 2017.
Lo scorso 28 luglio, la corte d'Assise li aveva assolti "perché il fatto non sussiste" per l'ipotesi di istigazione al suicidio e "perché il fatto non costituisce reato" per l'ipotesi di aiuto al suicidio. Il pm, invece, aveva chiesto la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione. Cappato e Welby hanno preso atto "con rispetto" della decisione della procura e hanno puntato il dito contro il parlamento: "La grave responsabilità di quanto sta accadendo è tutta del parlamento italiano che non ha ancora fornito risposta ai due richiami della Corte costituzionale".
La colpa del parlamento Nella sua sentenza interpretativa del 2019 sul caso del suicidio assistito di dj Fabo, la Consulta aveva infatti parlato di "indispensabile intervento del legislatore" per una revisione dell'articolo 580 del codice penale, che prevede cinque anni di reclusione per chi "determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione".
I giudici costituzionali hanno ritenuto "non punibile" chi agevola l'esecuzione del suicidio, nel caso in cui il proposito si sia "formato autonomamente e liberamente" in un paziente "tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli". Pur sollecitando un intervento delle camere, dunque, la Corte ha fissato le condizioni soggettive del paziente che rendono non punibile l'aiuto al suicidio.
Questa sentenza è stata alla base dell'assoluzione in primo grado anche per il caso Trentini, perché la corte d'Assise ha ritenuto che le quattro condizioni indicate dalla Consulta per la non punibilità del reato si fossero verificate anche in questo caso. "C'è stata istigazione" Di diverso avviso la procura, che ha basato l'appello su due elementi: per quanto riguarda l'istigazione, ha ritenuto che l'aiuto prestato a Trentini sia stato di agevolazione fisica concreta; Cappato e Welby inoltre avrebbero rafforzato l'idea di suicidarsi nel malato.
Il pm, infatti, ha scelto un'interpretazione restrittiva della sentenza costituzionale e sollevato dubbi sul fatto che Trentini fosse tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. La procura ritiene che il "trattamento vitale" sia tale solo se il paziente è completamente dipendente da una macchina per sopravvivere, e così non era nel caso di Trentini.
"La sentenza della Corte costituzionale ha delineato i criteri per i quali, in futuro, l'assistenza al suicidio non è più reato. Per i casi pregressi, come quello di dj Fabo e Trentini, ha stabilito che spetta al giudice di merito valutare se sussistono situazioni "sostanzialmente equivalenti" alle condizioni indicate", spiega Francesco Di Paola, avvocato difensore di Cappato e Welby.
Nel caso di Trentini, la difesa ha sostenuto che Davide si trovasse in una situazione sostanzialmente equivalente a quella di essere tenuto in vita da una macchina, anche se non sarebbe morto istantaneamente se il suo respiratore fosse stato spento.
A questa tesi ha dato ragione la sentenza di primo grado. Davide Trentini era capace di intendere e di volere, era malato di sclerosi multipla, quindi una malattia irreversibile, che gli provocava insopportabili dolori. "Noi abbiamo dimostrato che, in linea con la sentenza costituzionale, il trattamento di sostegno vitale non può essere inteso restrittivamente. Anche perché, da un punto di vista medico, nemmeno dj Fabo sarebbe morto immediatamente se spente le macchine, ma avrebbe potuto sopravvivere anche alcune settimane", ha detto Di Paola.
"Rifaremmo tutto e siamo pronti a rifarlo, anche se il prezzo da pagare dovesse un giorno essere quello di finire in carcere", è stato il commento di Cappato e Welby. Intanto, però, il parlamento è ancora immobile sul tema del fine vita. L'iter della legge sull'eutanasia è iniziato a gennaio 2019, ma è ancora fermo nelle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera, perché non c'è accordo sul testo base tra le forze politiche di maggioranza.
Con le Camere ferme al palo, la sentenza della Consulta diventa l'unico appiglio giuridico che offra una bussola costituzionalmente orientata per valutare i casi di suicidio assistito. In attesa del prossimo malato incurabile che sceglierà di chiedere aiuto all'associazione Luca Coscioni e del prossimo processo.
di Eleonora Camilli
redattoresociale.it, 3 ottobre 2020
Dalla protezione "speciale" ai tempi per la cittadinanza, fino alle multe alle ong che salvano persone in mare. Ecco le modifiche ai Decreti Sicurezza che approderanno al prossimo Consiglio dei ministri. Conte: "Garantire protezione e sicurezza a tutti".
Scompare la parola "sicurezza", si parla di "immigrazione e protezione internazionale". Torna l'umanitaria, che si chiamerà "protezione speciale", si ripensa l'accoglienza in chiave più inclusiva, si passa da quattro a tre anni per le pratiche di cittadinanza e non ci sono più le maximulte per le ong, che avranno un importo più basso e necessiteranno dell'intervento di un giudice per l'applicazione. Arrivano lunedì in Consiglio dei ministri le modifiche ai decreti sicurezza (convertiti nella legge 132) voluti dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini. Il testo, pronto già da luglio, era stato congelato in vista delle elezioni regionali e del referendum di Settembre. Ma ora, con un risultato elettorale favorevole, il Governo ha deciso di ritirare fuori dal cassetto la bozza di modifica e portarla in discussione al prossimo Consiglio dei ministri di lunedì 5 ottobre. Il nuovo decreto si chiamerà "Disposizioni in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, nonché in materia di diritto penale".
"Volevamo farlo nel weekend ma c'è il silenzio elettorale, ci sono dei ballottaggi e quindi è stato opportuno rinviare. La revisione era uno dei punti programmatici di questo Governo, anche alla luce delle osservazioni del presidente della Repubblica", ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. "Dobbiamo garantire protezione e sicurezza a tutti". Al momento della firma dei decreti sicurezza, nell'agosto del 2019, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella aveva infatti fatto dei rilevamenti, in particolare sulle multe, fino a un milione di euro per chi salva vite in mare e sulla parte del decreto che si riferiva alle manifestazioni. Non solo, ma contro i cosiddetti dl Salvini si è espressa anche la Consulta che ha dichiarato incostituzionale vietare l'iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo. Secondo il pronunciamento, nella misura si rileva una "irrazionalità intrinseca" poiché la misura rende più difficile "il perseguimento delle finalità di controllo del territorio dichiarate dal decreto sicurezza". Inoltre, la Consulta ha rilevato disparità di trattamento: "rende ingiustamente più difficile ai richiedenti asilo l'accesso ai servizi ad essi garantiti".
La "protezione speciale" che sostituisce l'umanitaria - Da tempo la società civile, e in particolare le organizzazioni che si occupano di tutela dei diritti di migranti e rifugiati, hanno chiesto l'abrogazione dei decreti sicurezza. Ma il Governo ha sempre parlato di modifiche. Il Movimento 5 stelle, in particolare, che quei decreti li ha scritti insieme alla Lega, non vuole fare troppi passi indietro. E, nonostante le modifiche siano ormai concordate, sta provando ancora a negoziare sul reintegro della protezione umanitaria, che si chiamerà "speciale" e che contemplerà una serie di casi. Nello specifico, il nuovo decreto Immigrazione prevede 8 articoli.
La protezione speciale (che sostituisce l'umanitaria) verrà rilasciata previo parere della commissione territoriale. "Non sono ammessi il respingimento o l'espulsione di una persona verso uno stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani e degradanti - si legge nel testo -. Nella valutazione si tiene conto anche dell'esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani". Non sono ammessi inoltre i respingimenti in "violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per regioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblico".
Si torna all'accoglienza inclusiva - Per la parte che riguarda l'accoglienza l'aspettativa da parte delle organizzazioni è in gran parte soddisfatta perché c'è, nei fatti, un ritorno alla centralità del sistema pubblico dei comuni anche per i richiedenti asilo. Il decreto sicurezza aveva, infatti, precluso la possibilità di essere accolti negli Sprar ai richiedenti protezione.
Il nuovo sistema, detto Siproimi era destinato solo a chi aveva già ottenuto lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria, e ai minori non accompagnati. Nella bozza di modifica si specifica invece che "gli enti locali che prestano servizi di accoglienza per i titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati, che beneficiano del sostegno finanziario di cui al comma 2, possono accogliere nell'ambito dei medesimi servizi, nei limiti dei posti disponibili, anche i richiedenti protezione internazionale e i titolari dei permessi di soggiorno". Vengono reinseriti anche i servizi di assistenza sanitaria, i corsi di lingua e di orientamento legale e formativo.
Dall'amministrativo al penale: il nodo delle maximulte alle ong - Il nodo più controverso riguarda le multe alle ong che operano per il salvataggio in mare e che con il decreto sicurezza bis potevano arrivare a un milione di euro. Nella proposta di modifica non si incorre in divieti se si opera il soccorso e lo si comunica immediatamente al centro di coordinamento competente e allo Stato di bandiera. Nei casi di inottemperanza e di ingresso forzoso in acque territoriali l'illecito da amministrativo diventa penale, e per la sanzione si fa riferimento al Codice della navigazione (multe di 516 euro e due anni di carcere).
Anche se la sanzione pecuniaria potrebbe essere aumentata da 10mila a 50mila euro. Una modifica che, se in parte, assicura la garanzia di un giudice nella verifica dell'illecito, per le ong rimane una forma di criminalizzazione del soccorso in mare. "Si paga solo se si è colpevoli, e dunque se la magistratura avrà un approccio garantista non dovremmo temere nulla. Ma per noi non ha alcun senso puntare alla magistratura per una legge che non dovrebbe esistere.
Il decreto sicurezza bis dovrebbe essere abrogato, perché è stato utilizzato per introdurre modifiche pericolose al codice di procedura penale volte solo a giustificare la possibilità di criminalizzare le ong e ledere i diritti delle persone" sottolinea Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch. Anche per Riccardo Gatti, portavoce di Open Arms nei fatti la "criminalizzazione delle ong continua, anche se in maniera meno violenta". "Il fulcro non è la quantità della multa in sé, che sia un milione o 50mila euro, ma il preconcetto di base, l'atteggiamento criminogeno che rimane - sottolinea. Si parte da presupposti non reali e dimostrati come infondati per continuare ad attaccare le ong".
La questione della cittadinanza - Il testo di modifica prevede che il tempo di permanenza all'interno dei Cpr diminuisca da 180 a 90 giorni e "prorogabile di altri 30 giorni quando lo straniero sia cittadino di un Paese con cui l'Italia non ha sottoscritto gli accordi in materia di rimpatri". Ed elimina la parte relativa alla revoca della cittadinanza in caso di condanne per terrorismo. Per quanto riguarda i tempi, il decreto Salvini aveva allungato da due a quattro anni il periodo della richiesta di cittadinanza per naturalizzazione e matrimonio. Nel nuovo decreto i tempi si accorciano di un anno, a trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 3 ottobre 2020
Oggi la "Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione" per ricordare i 368 morti davanti alle coste dell'isola siciliana. Iniziative e protese in molte città. Ci sono anniversari che invece di ricordare il passato riflettono il presente in uno specchio. Il 3 ottobre 2013, a poche miglia da Lampedusa, un barcone carico di migranti si ribaltò. Si salvarono in 151.
Altri 368 persero la vita. Venti i dispersi. Le persone avevano già indossato i vestiti buoni custoditi durante il viaggio per il momento dell'arrivo in Europa. 360, giovani e giovanissimi, erano eritrei in fuga dal regime di Iasaias Afewerki. Il naufragio causò una grande commozione. Dieci giorni dopo partì l'operazione Mare Nostrum: marina e aeronautica militare salvarono 100.250 persone in 382 giorni.
Tra il 14 e il 25 settembre 2020 davanti alla Libia sono annegate almeno 190 persone. Lo ha documentato in un rapporto Alarm Phone, ma di loro sappiamo pochissimo. Le nuove stragi fanno meno notizia e destano minore commozione. Sta soprattutto in questo l'importanza delle mobilitazioni odierne, in quella che dal 2016 è la "Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione".
La piazza centrale è a Lampedusa, promossa dal Comitato 3 ottobre nella campagna "Siamo tutti sulla stessa barca". Dalle 8 studenti, abitanti e rappresentanti istituzionali marceranno verso la Porta d'Europa, monumento alla memoria dei migranti morti in mare. Nel luogo del naufragio sarà poi deposta una corona di fiori. Ci sarà anche il sindaco Totò Martello che ieri ha incontrato a Montecitorio il presidente della Camera Roberto Fico.
Iniziative sono previste in molte città: Roma (piazza Santi Apostoli, ore 15.30); Milano (piazza dei mercanti, ore 16); Palermo, Padova e Brescia (mattina); Catania, Pescara, Modena, Cesena e Trento (pomeriggio). "Il governo italiano interrompa il blocco delle navi umanitarie", con questo slogan manifesteranno le Ong attive in mare ma al momento bloccate a terra: Mediterranea, Sea-Watch, Medici Senza Frontiere e Open Arms.
Con un documento congiunto chiedono all'esecutivo Pd-5S: riconoscimento del soccorso in mare; fine del blocco di navi e aerei della società civile; assegnazione di un porto sicuro entro 24h a chiunque compia un salvataggio; riattivazione di un meccanismo europeo di soccorso. "In Europa c'è una linea "laburista" che non è alternativa ai sovranisti, ma usa parole suggestive per coprire la terribile strategia degli accordi con i libici e della criminalizzazione delle Ong", dice Luca Casarini di Mediterranea.
Alla giornata prenderanno parte anche i sindacati. "Manca un progetto per salvare vite umane e continuano a esistere norme che scoraggiano le organizzazioni umanitarie", dicono dalla Cgil. Per la rete #IoAccolgo il governo italiano deve intervenire nella discussione sul Patto europeo migrazioni e asilo per ribaltare la logica di chiusura ed esternalizzazione, introdurre vie legali d'accesso, riformare Dublino secondo le indicazioni dell'Europarlamento e promuovere un programma europeo di salvataggi. Ieri anche l'Onu ha alzato la voce per chiedere un'azione urgente contro il dramma del Mediterraneo. L'alto commissario per i diritti umani Michelle Bachelet ha parlato di un "fallimento del sistema di governance della migrazione, che non mette al centro i diritti di migranti e rifugiati".
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