bologna2000.com, 5 ottobre 2020
"Passa la Parola", Festival della Lettura giunto alla sua nona edizione, ha portato per due giorni a Modena, presso la Chiesa San Carlo, tante firme illustri della letteratura per ragazzi, a partire, tra gli altri, da Alessandro Sanna, primo Children's Laureate italiano, ambasciatore chiamato a svolgere attività di promozione e diffusione della letteratura e dell'illustrazione di qualità nel nostro paese e nel mondo, e Luigi Garlando, firma di punta della "Gazzetta dello Sport" che ci ha portato un romanzo su Dante.
Nella giornata di domenica 4 ottobre il Festival ha aperto con Francesco D'Adamo, altro grande autore della letteratura per ragazzi, sempre attento nella sua lunga carriera di scrittore ai temi sociali, che ha presentato il suo "Antigone sta nell'ultimo banco" (Giunti), un romanzo contro il razzismo, l'odio, l'indifferenza. Al Festival spazio anche per i giovani autori che scrivono per i giovani lettori con la voce intensa di Angela Tognolini che ha presentato il suo "Vicini Lontani" (Il Castoro) per capire che non siamo soli e che dobbiamo solo spostare il nostro sguardo sugli altri, e di Alessandro Q. Ferrari che, dopo il suo felice e premiato esordio con "Le ragazze non hanno paura" (De Agostini), ci conduce in un altro viaggio di formazione, di crescita dolorosa, con il suo ultimo libro "Devo essere brava" (De Agostini).
Passa la Parola domenica 4 ottobre ha accolto anche un incontro di formazione per insegnanti, bibliotecari, formatori, genitori e appassionati, sempre presso la Chiesa San Carlo a Modena e in collaborazione con Memo: Alice Bigli, ideatrice e fondatrice del festival dei ragazzi "Mare di libri", propone "La scintilla dell'utopia" (San Paolo). Nicola Cinquetti premio Andersen 2020 come miglior scrittore "per la capacità di modulare il proprio lavoro letterario...". e Alessandro Riccioni hanno portato al Festival un divertente scontro-incontro per giocare con i vari registri e le forme dello scrivere; Guido Sgardoli, uno dei più famosi e premiati scrittori italiani per ragazzi, ha chiuso il programma di appuntamenti del Festival presso la Chiesa San Carlo insieme a Manlio Castagna con cui ha scritto "Le Belve" (Piemme), per far capire agli adolescenti quanto la paura possa essere importante per crescere e per affrontare il "Male" che è intorno a noi.
Incontri con gli autori, letture e laboratori, incontri di formazione ma non solo: il programma di quest'anno del Festival ha dato spazio ad un evento molto importante, presso il Palazzo Dei Musei: nel pomeriggio di domenica 4 ottobre lettori, attori e danzatori delle scuole di danza affiliate CSI Modena hanno interpretato gli scritti dei detenuti e delle detenute della Casa Circondariale S. Anna di Modena raccolti nell'ambito del progetto di lettura e scrittura in carcere "A scuola in Carcere" a cura di CSI Modena e CSI Modena Volontariato.
"Ovunque si legge - spiega Emanuela Maria Carta, ideatrice del percorso e presidente CSI Modena Volontariato" è un percorso itinerante dove arte, danza, musica e lettura si fondono insieme portando l'esperienza toccante dei detenuti della Casa Circondariale S.Anna di Modena e degli studenti delle scuole superiori, dei loro scritti e racconti raccolti in questi anni. Abbiamo immaginato di portare ovunque la lettura dei loro testi, offrendo un momento di restituzione pubblica di quanto fatto insieme in tanti mesi di impegno e collaborazione.
Un momento di grande valenza sociale, di contrasto al pregiudizio e di dimostrazione di come la lettura e la scrittura possano essere fonte di unione e di crescita personale. Lo spazio ideale per questo momento è un luogo raccolto e suggestivo che non necessita di palchi e che prevede un percorso di profondo ascolto in un luogo fortemente rappresentativo del patrimonio culturale del nostro territorio".
Il percorso è stato realizzato con il patrocinio di Comune di Modena Assessorato alla Cultura, Circoscrizione 1, Gallerie Estensi, Musei Civici, Camera Penale Carl'Alberto Perroux di Modena, in collaborazione con le scuole di danza affiliate CSI: Ars Movendi Studio, Backstage, La Capriola, Libertas Fiorano, Officina Danza Studio, Tersicore e gli studenti del Liceo Musicale Carlo Sigonio di Modena. "Ringraziamo Comune e tutti i soggetti partner - conclude Emanuela Carta - per aver aperto le porte della città al carcere, per aver sostenuto l'evento e per aver creduto nel progetto.
Grazie ai detenuti e alle detenute per aver aderito al progetto, per averci accolto con entusiasmo e stima, per aver letto e per aver scritto delle loro fragilità, paure, gioie e speranze. Grazie agli insegnanti e ai ballerini delle scuole di danza CSI per aver dato corpo e vita ai testi. Grazie agli studenti del Liceo Musicale Sigonio per l'accompagnamento musicale agli scritti oltre ad avere partecipato con coraggio al progetto. Grazie infine a tutti gli studenti e gli insegnanti incontrati in questi anni fuori e dentro il carcere delle scuole ITI Fermi, Istituto Cattaneo, Liceo Sigonio e IPSIA Corni per aver creduto a questo percorso culturale e di crescita personale oltre che di grande valore civico. Non posso dimenticare infine i numerosi volontari del CSI che in questo bellissimo progetto sono stati elemento di raccordo e di continuità per lo sviluppo dello stesso e per il sostegno silenzioso e quotidiano dentro e fuori dal carcere".
Il Festival Passa la Parola prosegue con alcuni eventi collaterali nel mese di ottobre. Dall'8 al 23 di ottobre presso la Libreria Castello di Carta in via Belloi 1/B a Vignola si terrà l'evento collaterale "Pillole Sonore 100 Storie/100 candeline": in libreria si ascolteranno le pillole Emons Edizioni partecipando ad una divertente caccia al tesoro, per festeggiare i 100 anni di Gianni Rodari e i 15 anni della Libreria Castello di Carta. In collaborazione con Alir Associazione Librerie Indipendenti per Ragazzi (dal lunedì al sabato, orario d'apertura 10-12.30/16-19, giovedì pomeriggio chiuso).
Gli eventi collaterali includono anche i corsi sulla lettura ad alta voce, a pagamento a cura di Sara Tarabusi, per genitori, insegnanti, formatori e bibliotecari. Il corso base "Gocce di Voce" per genitori, insegnanti, formatori e bibliotecari è in programma il 21 e 28 ottobre dalle 18.00 alle 19.30 presso la Sede CSI Modena in via Del Caravaggio 71; il corso avanzato "Leggiamo, interpretiamo e animiamo" si terrà il 4, 11 e 18 novembre dalle 18 alle 19.30 sempre presso la Sede CSI Modena. I corsi si terranno anche nella versione on line su piattaforma Zoom; quello base il 20 e 27 ottobre, quello avanzato il 3, 10 e 17 novembre. Info e prenotazione dei corsi: 059 769731,
Passa la Parola è un progetto di promozione alla lettura ideato da Milena Minelli e Sara Tarabusi, Libreria indipendente per ragazzi Castello di Carta e CSI Modena. Il Festival si svolge con il contributo dei comuni di Modena, Castelnuovo Rangone, Savignano sul Panaro, Castelfranco Emilia, Vignola, Spilamberto, Castelvetro di Modena, main sponsor Bper Banca e Medica Plus. Con la collaborazione delle biblioteche dei vari territori coinvolti e in particolare per questa conclusione degli eventi a Modena con la collaborazione di Biblioteca Civica Antonio Delfini e con il sostegno di Conad. Partner di Passa la Parola: Musei Civici, Gallerie Estensi.
Si ringraziano: Fabian Negrin e Adriano Salani Editore per l'utilizzo dell'immagine; Memo, Multicentro Educativo Modena Sergio Neri (Memo come ente di formazione accreditato MIUR, rilascia gli attestati per la formazione del personale della scuola, su richiesta degli interessati (l'iscrizione, necessaria per richiedere l'attestato, si effettua on line sul sito di Memo nell'aria interattiva My Memo); Piemme, Emons Edizioni; Alir Associazione Librerie Indipendenti per Ragazzi; le bibliotecarie della Biblioteca dei Ragazzi della Biblioteca Civica Antonio Delfini di Modena; Fondazione Collegio San Carlo. Libreria del Festival a cura di Libreria per ragazzi Castello di Carta.
di Riccardo Noury*
Il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2020
Si potrebbe chiamare "effetto collaterale" del conflitto che va avanti da oltre cinque anni tra gli huthi, il gruppo armato yemenita, e la coalizione militare saudita-emiratina. Ma quell'espressione, anche in questo caso, non rende l'idea dell'inferno che hanno trascorso e stanno trascorrendo migliaia di famiglie di migranti etiopi, espulse dagli huthi a partire da marzo con lo scoppio della pandemia da Covid-19 e finite, non appena varcato il confine, nelle carceri saudite.
Le testimonianze raccolte da Amnesty International, attraverso 12 interviste condotte tramite una app di messaggistica tra il 24 giugno e il 31 luglio di quest'anno, sono raccapriccianti: donne incinte (spesso a seguito di violenza sessuale subita in Yemen), neo-mamme e loro piccoli tutti ammassati in celle squallide e sovraffollate, detenuti incatenati l'uno all'altro e costretti a fare i loro bisogni sul pavimento, assenza di cure mediche per quelli che sono stati feriti dal fuoco incrociato lungo il confine.
Ci sono detenuti che indossano gli stessi vestiti che avevano al momento dell'espulsione dallo Yemen. "Qui è un inferno, è peggio della pandemia. Non ho mai visto niente del genere in vita mia. Non ci sono gabinetti, dobbiamo urinare in un angolo della cella, a poca distanza da dove dormiamo", ha raccontato Zenebe (non è il suo vero nome), detenuto nella prigione di Al Dayer. Sono tre i morti accertati da Amnesty International, che non ha potuto verificare il decesso di altri quattro detenuti. Si parla anche di bambini morti di malattie e di numerosi tentativi di suicidio.
Chi protesta chiedendo medicine, abiti puliti o acqua potabile viene picchiato dai secondini o torturato con le scariche elettriche. Amnesty International ha sollecitato le autorità saudite a rilasciare immediatamente tutti i migranti detenuti e ha chiesto al governo dell'Etiopia, i cui funzionari hanno visitato le carceri dove si trovano i loro connazionali e dunque un'idea se la sono fatta, di organizzare urgentemente i rimpatri. Nonostante le restrizioni dovute alla pandemia, tra aprile e settembre almeno 34.000 migranti etiopi sono rientrati nel loro paese, 3998 dei quali dalla stessa Arabia Saudita.
Pur riconoscendo che il governo di Addis Abeba dice il vero quando cita le difficoltà di allestire centri dove isolare in quarantena i nuovi arrivati, il rimpatrio di persone disperate e a rischio di morire da un momento all'altro nelle carceri saudite può e deve essere organizzato. Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, circa 2.000 migranti etiopi si trovano ancora sul lato yemenita del confine, senza che nessuno si prenda cura di loro.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Alessandro Farruggia
Il Giorno, 5 ottobre 2020
Sul tavolo dei ministri la modifica delle misure sugli sbarchi volute da Salvini. I grillini puntano a rivedere il testo, "ma non faremo barricate". L'ultima trincea del Movimento 5 Stelle è il tentativo di bloccare la reintroduzione della protezione speciale (ex protezione umanitaria) per i migranti. Il pressing pentastellato per cambiare il testo del ministro Lamorgese (che fu condiviso a fine luglio dai capidelegazione di maggioranza), è in atto da giorni, lo stesso capo politico Vito Crimi ne ha parlato sabato col premier Conte.
Ma fonti di palazzo Chigi dicono che, quando stasera il consiglio dei ministri affronterà la discussione del Dl che supererà i decreti Salvini, i grillini esprimeranno le loro riserve "con un approccio dialettico ma collaborativo", rimandando alla discussione parlamentare un eventuale aggiustamento. In altre parole, niente barricate.
"Il problema - assicura il responsabile sicurezza del Pd, Carmelo Miceli - è superato. Le modifiche raccolgono le osservazioni del presidente Mattarella e della Corte Costituzionale e vanno oltre, garantendo diritti, integrazione e sicurezza". La bozza del decreto, composto da 9 articoli, stabilisce che il divieto di transito nel mare territoriale alle navi delle Ong tornerà in capo al ministro dei Trasporti (che deciderà d'intesa con Interno e Difesa) e, per le Ong che violano il divieto di navigazione, le multe non saranno più elevate dai prefetti ma eventualmente solo dopo un processo vero e proprio per violazione dell'articolo 1102 del codice della navigazione nel quale potrà scattare anche il reato penale, con pene fino a due anni.
In ogni caso le multe non saranno più monstre - i decreti Salvini prevedevano fino a un milione di euro e il sequestro della nave - ma potranno oscillare solo "dai 10mila a 50mila euro" e saranno limitate a quelle ong che operano senza coordinamento.
Il divieto di transito nelle acque territoriali, infatti, non può essere applicato "nell'ipotesi di operazioni di soccorso immediatamente comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle indicazioni delle autorità competenti". Punto qualificante del nuovo decreto è il nuovo "sistema di accoglienza e integrazione" che darà nuova vita alla rete Sprar-Siproimi e sarà strutturato su due livelli: uno per la prima accoglienza e un secondo diffuso sul territorio in piccoli centri gestiti dai Comuni ed allargati ai richiedenti asilo.
Il decreto allunga anche i termini obbligatori per il riconoscimento della cittadinanza italiana, che passano da 48 a 36 mesi. Vengono inoltre dimezzati i tempi di trattenimento nei Cpr (da 180 a 90 giorni) e, per gli aventi diritto, ridotti da 48 a 36 mesi i tempi massimi per ottenere la cittadinanza. Il nuovo decreto dà poi la possibilità per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe.
Su quest'ultimo punto si è pronunciata la Corte Costituzionale. Per i richiedenti asilo ci sarà anche la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità. Contro questa "controriforma" Lega e Fd'I promettono lotta dura in Parlamento.
di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 5 ottobre 2020
Il presidente Tebboune approfitta della pandemia, che ha costretto il movimento rivoluzionario a sospendere le manifestazioni, per far passare la revisione della costituzione e imprigionare i protagonisti dell'hirak. Il Covid ha costretto l'hirak, il movimento rivoluzionario algerino, a sospendere le proprie manifestazioni, dopo oltre un anno di mobilitazioni settimanali, mentre il regime di Tebboune ha approfittato della pandemia per promuovere il progetto di "Nuova Algeria", definizione scippata alla rivolta.
Il tentativo di smantellare il ventennale regime di Bouteflika attraverso una revisione della costituzione, dopo quella del 2008 con la quale l'ex presidente aveva cancellato il limite dei due mandati presidenziali, sarà sottoposta a referendum il 1 novembre. Il nuovo testo è stato definito senza dibattito, come senza dibattito sarà la campagna per il referendum dalla quale sono escluse le opposizioni.
La riduzione dei mandati presidenziali e parlamentari a due sembra l'unica concessione evidente a un movimento che era nato proprio contro il quarto mandato per Bouteflika. Il presidente Tebboune che - subito dopo la sua contestata elezione nel dicembre del 2019 - aveva definito "benedetto" l'hirak non è però andato incontro alle rivendicazioni della piazza che voleva e vuole un cambiamento di sistema e l'avvio di un processo costituente per costruire uno stato di diritto e non militare. Tra l'altro gli episodi di corruzione tra i militari non fanno che aumentare la diffidenza tra gli algerini che per decenni avevano coltivato il mito dell'Esercito nazionale di liberazione. Altri tempi.
Paradossalmente mentre la carta stabilisce una "costituzionalizzazione del movimento popolare del 22 febbraio 2019" il regime continua la sua implacabile repressione nei confronti dei sostenitori dell'hirak - una sessantina sono in carcere -, alcuni arrestati solo perché portavano la bandiera berbera. L'indipendenza della giustizia è uno dei temi all'ordine del giorno visto che finora ha operato in ottemperanza a regolamenti di conti con i fedeli a Bouteflika, includendo anche personaggi come il moujahid - combattente nella guerra di liberazione - Lakhdar Bouregaa o la leader del Partito dei lavoratori Louisa Hannoune, mentre resta in carcere preventivo - dal novembre scorso - Khalida Toumi, che fu ministra della cultura di Bouteflika. Lo scontro tra avvocati e magistrati è scoppiato nei giorni scorsi con due giorni di sciopero - il 30 settembre e 1 ottobre - delle toghe nere che hanno paralizzato la giustizia. È stata soprattutto la condanna del giornalista Khaled Drareni a due anni di carcere a provocare una reazione che finalmente ha raggiunto l'occidente, finora insensibile a una rivolta popolare e pacifica come non si è mai vista, non solo in Algeria. Ancora una volta è la libertà di stampa la vittima della rappresaglia di un regime che vuole confiscare il diritto di un popolo a decidere del proprio futuro. Ma i giornalisti algerini, che si riuniscono ogni settimana alla casa della stampa, affermano che "non abbasseranno le braccia".
Il futuro dell'Algeria è estremamente incerto. I mesi della pandemia hanno fortemente condizionato la situazione economica - già fortemente penalizzata dalla caduta dei prezzi degli idrocarburi - e sociale per la diminuzione del potere di acquisto della popolazione. Il relativo controllo del Covid è stato ottenuto con misure drastiche di confinamento: a fine settembre le frontiere algerine sono ancora chiuse, i trasporti aerei, marittimi e di collegamento tra wilaya restano sospesi, il sistema educativo non sarà ripreso prima dell'inizio di novembre. Il confinamento in casa dalle 23 alle 6 è stato prorogato fino a fine novembre nelle zone più colpite dal virus, comprese Algeri e Orano. I settori più colpiti dal confinamento sono: costruzioni, lavori pubblici, trasporti, commercio.
Le misure adottate dal governo per far fronte all'impatto del Covid sull'economia hanno portato a un deficit record del bilancio dello stato che supera il 15 per cento del Pil. Sarebbe questa, secondo economisti algerini, la causa della mancanza di liquidità. Le lunghe code davanti agli uffici postali proprio per mancanza di liquidità si sono sommate ad altri problemi come la mancanza di acqua e l'interruzione della fornitura di energia elettrica. Problemi, questi ultimi, attribuibili, secondo le ipotesi del governo, a "sabotaggi" e sui quali è stata aperta un'inchiesta. La difficoltà ai collegamenti internet ha contribuito a rendere più difficile l'isolamento.
In questa situazione la fuga in avanti del presidente Tebboune che vorrebbe accreditare l'immagine di una "Nuova Algeria" con il referendum sulla revisione della costituzione che prevede un rafforzamento dei suoi poteri, organizzato nonostante le restrizioni del Covid, non convince. La costituzione "non risolverà la crisi politica, senza il rispetto della sovranità popolare, proseguendo con la sua politica antipopolare che ha portato il paese al fallimento", sostiene un documento delle forze del Patto per l'alternativa democratica (Pad). L'opposizione alla nuova costituzione non riguarda tanto i contenuti ma la violazione degli stessi che il regime continua a perpetrare, come il rispetto della libertà di stampa e di opinione.
Anche la scelta della data è oggetto di contestazione: il 1 novembre, data dell'inizio della guerra di indipendenza, è patrimonio storico di tutti gli algerini e non può essere usurpata dal regime, sostiene l'opposizione. A rendere ancora più ambiguo l'intento del presidente sono gli altri appuntamenti del 1 novembre: Tabboune parteciperà all'inaugurazione della grande moschea di Algeri voluta da Bouteflika. Non solo viene strumentalizzata sia la religione che la rivoluzione algerina, ma si vuole celebrare un'opera che è il simbolo della corruzione, della dilapidazione di denaro pubblico (da 1 a 3 miliardi di euro, a seconda delle fonti) dei tempi di Bouteflika. È questa la "nuova Algeria"?
di Giovanni Bianconi e Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 4 ottobre 2020
Prima udienza del processo a Salvini. Il pm chiede il proscioglimento, ma saranno sentiti Conte e alcuni ministri. Era pronto a fare lunghe "dichiarazioni spontanee" a sua difesa, l'imputato Matteo Salvini. Ma dopo che il giudice Nunzio Sarpietro è entrato in camera di consiglio e ne è uscito ordinando di fatto un'anticipazione dell'eventuale processo per sequestro di persona, con la convocazione di sei testimoni e l'acquisizione di una gran mole di documenti, l'avvocata Giulia Bongiorno ha deciso di rinviare il discorso.
tuttosanita.com, 4 ottobre 2020
La pandemia di Covid-19 ha colpito anche le carceri, provocando diversi effetti. Fortunatamente i casi di Covid-19 sono stati sporadici e non particolarmente critici. "Dopo le proteste iniziali e gli inevitabili timori che le carceri divenissero una polveriera, le norme previste dal Dpcm dell'8 marzo per gli istituti penitenziari hanno consentito di limitare i contagi: i casi sintomatici dei nuovi ingressi sono stati posti in isolamento; i colloqui si sono tenuti in modalità telematica; sono stati limitati i permessi e la libertà vigilata - evidenzia il professor Sergio Babudieri, direttore Scientifico Simspe - Società Italiana di Medicina e Sanità nei Penitenziari - tuttavia, con questa seconda ondata il virus si è diffuso in diversi ambiti, ben oltre ospedali e RSA che erano stati i principali incubatori del virus in primavera: di conseguenza, adesso qualsiasi nuovo detenuto va in un'area di quarantena e viene sottoposto a tutti i consueti protocolli, secondo un filtro analogo ai triage degli ospedali".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 4 ottobre 2020
Quello che si apre sarà l'anno accademico dei primi laureati detenuti in Campania e delle iscrizioni cresciute, in tre anni, da 77 a 106. Un risultato che premia l'impegno della Federico II, dell'amministrazione penitenziaria regionale e del garante campano dei detenuti. Un risultato che è il frutto di un progetto avviato dal ministro dell'Università Gaetano Manfredi quando era rettore dell'università federiciana e che sarà sostenuto per il futuro.
di Antonio Polito
Corriere del Mezzogiorno, 4 ottobre 2020
Per l'ex ministro Nunzia De Girolamo, che si dimise alla notizia dell'indagine, chiesta una condanna a 8 anni e 3 mesi. A volte ritornano. Come degli zombie, da un passato più o meno remoto, riaffiorano brandelli di processi dimenticati, o che credevi finiti, abbandonati, prescritti. Siamo ormai così assuefatti ai processi mediatici, ai giudizi emessi nella fase delle indagini, sulla base di mere ipotesi accusatorie, come se ordinanze di custodia cautelare o provvedimenti del tribunale della libertà fossero già sentenze, che poi quando arrivano al dibattimento sono già morti per l'opinione pubblica, e non fanno più notizia.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 4 ottobre 2020
"Una cabina di regia con il compito di uniformare sull'intero territorio regionale le metodiche e le procedure per garantire a tutti i detenuti il diritto allo studio, che vuol dire poter costruire il futuro da dentro per il fuori. Sapendo che il diritto allo studio si coniuga con il diritto a ricominciare, anche per i diversamente liberi".
Questa la proposta di Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti, intervenuto durante l'incontro nella casa circondariale Pasquale Mandato di Secondigliano, sull'importanza del polo universitario in carcere e il diritto allo studio per i reclusi. Proposta lanciata alla presenza del ministro dell'Università ed ex rettore della Federico II Gaetano Manfredi. In Campania ci sono molti diplomati che vivono dietro le sbarre: sono 514, che se adeguatamente supportati potrebbero continuare gli studi e conseguire una laurea.
Oggi la nostra regione ospita 6.428 detenuti, 69 dei quali sono laureati, 40 risultano essere privi di titolo di studio e 282 sono analfabeti. Due anni fa nel carcere Pasquale Mandato è stato inaugurato il Polo universitario penitenziario regionale per i detenuti della Campania e le richieste di iscrizione ai vari corsi di studio non sono tardate ad arrivare: sono circa 50 i detenuti che si sono immatricolati per l'anno 2018-2019 e studiano per conseguire la laurea in Sociologia, Giurisprudenza, Scienze politiche e c'è stata una maggiore richiesta per la facoltà di Economia, Lettere moderne e Scienze gastronomiche.
Per l'anno in corso, invece, sono state 54 le richieste di immatricolazione che, sommate a quelle dell'anno scorso, fanno salire a 111 il numero di reclusi impegnati nello studio. Nel resto del Paese, invece, a fronte di una popolazione carceraria di circa 61mila persone, sono 796 i detenuti studenti, iscritti in 30 università e nel 25 per cento dei casi dediti a discipline politico-sociologiche.
Samuele Ciambriello durante l'incontro ha sottolineato anche le criticità da risolvere al più presto: pochi fondi per l'acquisto di attrezzature tecnologiche e libri di testo, mancano spazi e volontari dediti all'insegnamento, c'è una scarsa attenzione da parte dei magistrati di sorveglianza sia sulla possibilità di includere la promozione dell'istruzione nel "piano trattamentale" sia sui benefici degli studenti che frequentano l'università. Infine, ci sono tempi troppo lunghi per gli spostamenti del detenuto al Polo universitario e occorre rivedere l'esclusione delle donne dagli studi. Tutto questo incide sul diritto allo studio dei reclusi.
Come agire? "Serve una stretta collaborazione tra Regione e università. Bisogna garantire più ore ai tutor, valorizzando i cultori della materia, il cuore dei poli universitari dovrà essere rappresentato dalle biblioteche - ha spiegato il garante regionale dei detenuti - e occorre organizzarsi per continuare la formazione anche in tempo di pandemia".
Tutto questo per consentire a chi vive in cella di potersi istruire. Perché studiare vuol dire conoscere e conoscere permette anche di decifrare la realtà che si ha attorno, di avere strumenti nuovi per viverla e di riflettere sugli errori commessi in vista del reinserimento nella società. Lo scopo della detenzione, d'altra parte, dovrebbe essere proprio questo.
di Massimo Malpica
Il Giornale, 4 ottobre 2020
La sentenza sancisce una "disuguaglianza" fra i pm e la difesa. Ed esplode la polemica. Accusa e difesa sono pari davanti al giudice, ma a dirla tutta l'accusa è un po' più pari. La conclusione paradossale, e uno schiaffo in più al principio della parità delle parti processuali, arriva con la sentenza 16458 della terza sezione della Corte di Cassazione penale che ha respinto il ricorso di una signora barese condannata per aver demolito un rudere in zona con vincolo paesaggistico ricostruendo poi un nuovo fabbricato.
Solo che la donna, nel ricorso, lamentava come la corte d'Appello che l'ha condannata avesse ignorato la sua consulenza di parte (che definiva l'intervento come ristrutturazione) aderendo invece in pieno alla perizia disposta dal pm. Ed eccoci al punto. Perché la Cassazione, nella sentenza, rimarca proprio come non sia censurabile la sentenza di condanna oggetto del ricorso per essersi allineata alle conclusioni del perito del pubblico ministero, e mette nero su bianco che "pur costituendo anch'esse il prodotto di un'indagine di parte, devono ritenersi assistite da una sostanziale priorità rispetto a quelle tratte dal consulente tecnico della difesa".
Chiaro? Il consulente tecnico incaricato dal pm gode dunque di una maggiore attendibilità, stando alla pronuncia della Cassazione che ha dichiarato inammissibile il ricorso. E ha affermato un precedente inquietante che fa a cazzotti, appunto, con il principio della parità delle parti. La sentenza, peraltro, insiste sul punto, definendo più avanti gli accertamenti del consulente del pm portatori di "una valenza probatoria non comparabile a quella dei consulenti delle altre parti del giudizio". Il tutto proprio perché il pm, argomenta la Terza sezione della Cassazione, sarebbe super partes, avendo "per proprio obiettivo quello della ricerca della verità", un obiettivo discutibile, nella pratica che secondo la Suprema corte è "concretamente raggiungibile attraverso una indagine completa in fatto e corredata da indicazioni tecnico scientifiche espressive di competenza e imparzialità", e al quale prosegue la sentenza, dovrebbe allinearsi anche il lavoro del consulente nominato dal pm, "dovendosi necessariamente ritenere che si operi in sintonia con tali indicazioni". Insomma, i giudici salentini che hanno condannato la donna, per la Cassazione, bene hanno fatto a fidarsi della perizia del consulente del pm senza verificare gli abusi denunciati con un ulteriore accertamento peritale, "del tutto inutile per l'accertamento dei fatti e per la speditezza del processo".
Peccato che il pm "super partes" dovrebbe in realtà rimanere una parte del processo, e che l'obbligo di acquisire elementi anche a favore dell'indagato da parte del pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari è, nella pratica, piuttosto trascurata. Tanto che questa pronuncia apre una pericolosa breccia nel già fragile principio che vorrebbe il contraddittorio tra le parti nel processo svolgersi in condizioni di parità. Mentre si parla tanto di riforme nel campo della giustizia, sarebbe cosa buona che i giudici della Suprema corte non certificassero come dato assodato - oltre che condivisibile, a leggere la sentenza - lo squilibrio nel processo tra accusa e difesa.
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