di Filippo Rossi
L'Espresso, 4 ottobre 2020
Violenze, arresti e torture sono all'ordine del giorno. Ma le manifestazioni non si fermano. E dopo anni di silenzio i cittadini, con le donne in prima linea, chiedono libertà. Quando Dima sale in macchina accende subito l'autoradio: "Questa è la nostra canzone. È il simbolo della nostra rivoluzione. Si chiama Khochu Peremen". La canzone, scritta nel 1987 dal cantautore russo Viktor Tsoi significa "Aspettiamo i cambiamenti". Un messaggio forte allora, in un momento di grande subbuglio nell'impero sovietico quanto lo è oggi, nel mezzo delle manifestazioni della popolazione bielorussa che ha deciso di sfidare il governo del presidente Alexander Lukashenko, al potere dal 1996, chiedendo le sue dimissioni.
La macchina di Dima sfreccia per le strade di Minsk, la capitale. In città, tutto scorre normalmente. I ristoranti sono aperti, la gente passeggia. La sera i locali sono pieni e il traffico settimanale sembra normale. Ma è una calma apparente. L'applicazione criptata Telegram, usata da vari media e gruppi dell'opposizione per comunicare e organizzare le manifestazioni, mostra ciò che non sempre si vede. Video e foto sono postati quasi ogni minuto, immortalando le squadre speciali della polizia, gli Amon, che picchiano e catturano con la forza manifestanti per le strade. Filmare è sospetto e pericoloso. Solo telefonino. Bisogna fare estrema attenzione. Gli occhi del potere sono ovunque. La gente diffida molto di chiunque.
Da quando le rivolte sono cominciate lo scorso 9 agosto, il giorno delle elezioni presidenziali - alle quali Lukashenko ha ottenuto più dell'80% dei voti, secondo i dati del governo - i leader dell'opposizione sono fuggiti all'estero o sono stati incarcerati. Ogni giorno decine di persone sono state arrestate e picchiate. Spesso solo per essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. "Un mio amico era tutto blu sul corpo. Le sue gambe erano nere a causa delle botte che aveva ricevuto. Stava solo camminando per strada", commenta Karina, trent'anni, ex-modella professionista. Dalle passerelle di Milano alle rivolte di Minsk, ci vuole coraggio e motivazione. Le influencer e top model, come lei, stanno avendo un ruolo decisivo su Instagram, incoraggiando i propri follower a seguire le manifestazioni. "Il governo ha minacciato mia madre, una maestra, di perdere il lavoro, solo perché io combatto. Minaccia di togliere l'autorità parentale ai genitori che vanno alle manifestazioni con i bambini. Vogliamo la libertà". Karina ha le lacrime agli occhi. Ma non dispera. Nel suo tempo libero fa la volontaria, raccogliendo informazioni sulle persone che sono sparite. Sa benissimo il rischio che corre. "Ricevo molti messaggi di gente che dice che suo padre, madre o figlia sono scomparsi. Non posso restare indifferente vedendo i miei amici e i miei connazionali torturati e picchiati".
La violenza sembra essere la tattica governativa per fiaccare il morale dei manifestanti. "Dicono che sono morte solo quattro persone. Ma sono molte di più. È come una guerra", continua la top model. Non vede l'ora del weekend per protestare. In città non si parla d'altro. Nei ristoranti, nei bar, nelle strade. Molti bielorussi non hanno mai vissuto emozioni così forti.
"La risposta superficiale di Lukashenko al coronavirus e gli ennesimi brogli elettorali hanno contribuito a tutto questo", racconta Denis, 38 anni. "Ma è stata la violenza delle autorità a far esplodere la rabbia generale. Non pensavo che questo potesse accadere nel mio Paese. Per anni quasi nessuno ha avuto il coraggio di reagire. Questo però ci ha uniti come non mai".
Denis si fa intervistare seduto sul sedile posteriore di una macchina. È notte. Mentre racconta, si avvicina un'auto della polizia. Bisogna scappare prima che sia troppo tardi. Potrebbe costare il carcere a tutti. "La popolazione ha condiviso, in silenzio e per anni il motto "meglio non peggiorare le cose". Ma ora le persone si sentono più libere di esprimere la loro opinione", commenta invece, sempre in macchina, il suo collega Tom, che di anni ne ha 36. Entrambi hanno testimoniato i primi giorni di proteste, dove la violenza della polizia ha raggiunto livelli altissimi, soprattutto nelle carceri: "La cosa peggiore era sentire le urla e il rumore dei manganelli e dei pugni abbattersi su altri prigionieri", ricorda Pavel, 35 anni, fotografo. A inizio agosto è stato portato nella prigione di Akrestina. Il trentottenne Maxim, collaboratore della tv indipendente Bel Sat, è stato vittima di tutto questo. Parla all'esterno di un bar nella via piena di locali notturni Oktoberskaya.
"Stavo filmando quando mi hanno arrestato, picchiandomi e portandomi in prigione ad Akrestina. Mi hanno legato le mani insieme ai piedi dietro la schiena, schiacciandomi. Più urlavo dal dolore più si innervosivano. Ho ancora degli spasmi alle gambe. Mi hanno messo per cinque giorni in una cella da 12 persone, dove però ne erano stipate 35". Altri prigionieri raccontano di sangue, gente con ematomi neri su tutto il corpo, costole rotte. Gente seviziata con manganelli.
La paura però non ha preso il sopravvento. La prova si vede nelle strade. Alle finestre e nei quartieri, sventola la bandiera a strisce bianca e rossa, la bandiera nazionale precedente a quella verde e rossa che Lukashenko ha introdotto nel 1995. I sostenitori del governo dicono che era usata dai collaborazionisti durante la guerra. C'è chi la cuce, chi invece affianca su uno stendino una maglietta di ogni colore. È il simbolo della resistenza, come la "v" fatta con il medio e l'indice, il segno di vittoria e di pace. Le donne marciano con delle rose in mano. Tutti hanno a cuore che questi moti restino pacifici.
Nei quartieri, ogni giorno, la gente si raduna nei cortili degli edifici o nei parchi. Famiglie, giovani e anziani cantano, mangiano e discutono. Tutti portano qualcosa, alcuni allestiscono bancarelle. È un momento di conforto. Dall'esterno, la polizia controlla. Grida con il megafono che gli assembramenti sono illegali. Ma la gente non sembra farci caso. "Combattiamo per il diritto legittimo di eleggere il nostro presidente", afferma Aleksej, presente a un concerto nel nuovo quartiere di Nowaja Barawaja, alla periferia della capitale, uno dei luoghi più sovversivi. "Meno male che i bielorussi si sono svegliati. Tutto questo ci ha uniti molto. E continuano a manifestare pacificamente".
Durante le manifestazioni però, il clima è differente. Il terrore di essere arrestati o picchiati è palpabile. Di fronte al Comune di Minsk, nel centro storico, migliaia di donne si radunano un sabato per chiedere le dimissioni del presidente. Come di consueto, tutto è organizzato su Telegram. Gridano, con un boato che mette i brividi già da lontano. Si mettono a braccetto per darsi forza. "Noi donne abbiamo deciso di scendere in strada per difendere i nostri uomini, che sono trattati con violenza brutale. Speriamo che a noi facciano meno male", afferma risoluta Irina, 32 anni. Passano solo 5 minuti, prima che la piazza sia accerchiata. Da alcuni minibus blu e altri van verdi, senza targa, scende di corsa uno squadrone di Amon con passamontagna neri, affiancati dai temuti Tihushniki, poliziotti in civile anche loro con volto coperto. Vederli all'opera è agghiacciante. La gente indietreggia. Sulle terrazze dei ristoranti i clienti fanno video per testimoniare.
Gli Amon si fiondano sulle donne, le quali (anche anziane) cercano di togliere loro il passamontagna per identificarli. Un atto valoroso, perché chi lo fa è immediatamente arrestato e portato via con la forza. Insieme gridano, serrano i ranghi. Ma gli Amon sono più forti e hanno la meglio. Alcuni se la danno a gambe. Dall'altro lato si avvicinano gli Avtozag, i blindati militari per il trasporto dei prigionieri. "Fascisti!", urlano da lontano tutti. Dal traffico, una marea di auto suonano il clacson, mostrando la v con le dita. Decine di donne vengono caricate sui camion: destinazione Akrestina. La situazione si calma, ma poco dopo, a poche centinaia di metri, si rianima un altro corteo. Ancora le donne. Quelle che non sono state arrestate. Questa volta cominciano a marciare. Cantano "Lunga vita alla Bielorussia", uno slogan che fa impazzire l'élite del governo. Gli Amon, insieme ai Tihushniki, aspettano come ghepardi. Appena un piccolo gruppo di manifestanti si dirada, lo attaccano. "Sono mercenari, avanzi di galera che ricevono un lavaggio del cervello totale", commenta Olga, 34anni, casting director a Minsk.
Numerosi video testimoniano le brutalità. Togliere il passamontagna agli Amon è diventata una delle strategie principali della resistenza. Alcuni si sacrificano. Svelando la loro identità, un gruppo apposito su Telegram mostra i loro indirizzi di casa, il loro numero di telefono e la data di nascita. "Vogliamo sapere dove vivono le loro mogli, dove vanno a scuola i figli. Hanno paura di essere smascherati perché sono vulnerabili", commenta Nelly, una cittadina di 71 anni che partecipa ogni weekend alle manifestazioni. "A quanto pare ricevono almeno 8 mila dollari di stipendio. Conosco una signora che riceve un quarto del salario del suo ex-marito, uno di loro. Sono quasi 2 mila dollari", commenta invece Helen, sulla sessantina.
È domenica. Il giorno della grande manifestazione che ha luogo ogni settimana. Helen e Nelly si sfogano. La prima guida in direzione del monumento dedicato alla vittoria nella guerra - conosciuto come Stella - e difeso dall'esercito. "Io non voglio che i miei figli se ne vadano dalla Bielorussia perché non c'è libertà. Amiamo il nostro paese ma devono cambiare le cose - racconta Nelly, emozionatissima per quello che sta vivendo - Ne abbiamo abbastanza di Lukashenko, la violenza è troppa".
Alla manifestazione si radunano centinaia di migliaia di persone. L'appuntamento è alle 2 a Stella. Telegram serve da coordinatore, che sin dalla mattina riporta le notizie di numerosi arresti. Il governo lo sa e taglia la connessione a internet. La gente affluisce comunque. All'inizio, la polizia interviene. Decine di persone sono arrestate. Anche Max, il marito di Katerina. "I Tihushniki sono scesi dalla macchina e ci hanno caricati. Hanno preso mio marito picchiandolo". Katerina è in lacrime. 44 anni, è una delle attiviste più conosciute. Sempre in prima linea: "Sanno che stanno perdendo e diventano più violenti. Pensano che se ci picchiano non andremo più in strada ma questo non fa altro che rafforzarci". Dopo che suo marito è stato arrestato, si disperde tra la folla. Impossibile contattarsi.
La marcia vuole arrivare fino al quartiere di Drodzy, dove vive l'élite del paese. Si cammina per chilometri a ritmo di tamburi e slogan. Una piccola marcia su Versailles. La gente si traveste e sfoggia cartelloni provocatori: "Game over Sasha" (Lukashenko). Tutti gridano: "Vattene a fare in c**o e muori" oppure "Lukashenko Avtozag". Improvvisamente la polizia irrompe in mezzo alla folla. Bisogna fuggire. Tutti cercano di dileguarsi. Poi si radunano nuovamente, lanciando un boato per caricarsi. Un'onda indistruttibile. Alle porte di Drozdy, un battaglione di poliziotti con scudi elettrici e corazza, oltre che decine di Amon e Avtozag sono pronti ad attaccare. Il corteo retrocede pacificamente. Quando le persone cominciano a dileguarsi, bisogna fuggire ancora. È il momento più pericoloso. "Alle manifestazioni ci vado un po' in ritardo e me ne vado prima della fine, perché è in quel momento che gli Amon sono più attivi", racconta Olga, mentre cammina fra la folla.
Non tutti i bielorussi stanno manifestando contro il governo. Ci sono persone che sputano dai balconi sui manifestanti, appoggiano a spada tratta l'autorità. Sono soprattutto nostalgici dell'ex Unione sovietica. Secondo fonti, l'appoggio al presidente è ancora fra il 10% e il 20% della popolazione.
Peremen, il cambiamento, è nell'aria. "Il paradosso, è che dopo queste violenze la gente si sente più libera. È cambiato tutto rispetto a prima delle elezioni. Volevo andarmene ma ora resterò qui a far rinascere una nuova Bielorussia", conclude Pavel. È una sensazione speciale. "Vogliamo la libertà. Voglio vivere in un paese dove la gente sia felice. La violenza è l'arma dei deboli", tuona Katerina.
di Lucia Ghebreghiorges
L'Espresso, 4 ottobre 2020
Dal caso Suarez alla realtà degli italiani senza cittadinanza. Se un calciatore straniero può diventare cittadino in due settimane, perché degli italiani di fatto devono aspettare quattro anni? Il 3 ottobre in piazza a Roma per chiedere un cambio di passo al governo, che finora ha solo peggiorato le norme.
Passato il brivido delle regionali che minacciavano la tenuta della maggioranza, il centrosinistra torna a chiedere con più convinzione le modifiche dei decreti sicurezza lasciate in panchina durante l'estate in attesa di venti migliori. Il testo sembra infatti finalmente essere prossimo all'esame del Consiglio dei Ministri, come recentemente annunciato dalla stessa ministra Luciana Lamorgese.
A fronte di una notevole apertura alle modifiche relative al capitolo accoglienza e protezione umanitaria, per quel che riguarda la cittadinanza al momento si interviene solo con una riduzione da 48 a 36 mesi dei tempi di attesa per la valutazione delle richieste. Un anno di sconto, a fronte dei 2 anni previsti prima del decreto Salvini e con le altre misure sostanzialmente rimaste ancora in piedi, quali ad esempio l'aumento del contributo a 250 euro per la domanda e la possibilità di revoca della cittadinanza.
Proprio sulla riduzione dei tempi di valutazione della domanda è di questi giorni la lettera- appello del movimento Italiani senza cittadinanza indirizzata alla ministra dell'Interno, con chiaro riferimento al caso del calciatore Suarez: "Se un calciatore straniero può o 'devè diventare cittadino in due settimane, perché degli italiani di fatto devono aspettare quattro anni?". Nella missiva anche la richiesta di un ripristino ai 2 anni di attesa, giudicati più che sufficienti per l'esame della domanda.
Contestualmente si torna a parlare di riforma della legge sulla cittadinanza in seguito all'apertura del premier Giuseppe Conte a valutazioni sul caso. Inoltre, diverse realtà di figli dell'immigrazione lanciano un'iniziativa sul tema nella speranza di una stagione dei diritti più favorevole.
L'appuntamento è per il 3 ottobre con una manifestazione a Roma a piazza Santi Apostoli, promossa da diverse realtà: Nibi - Neri Italiani Black italians, Conngi - Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni italiane, Black Lives Matter Roma, Eritrea democratica e 6000 Sardine, a cui hanno aderito tante altre organizzazioni e personalità del mondo politico e della cultura. Una manifestazione, come dichiarano gli organizzatori, che ha l'obiettivo di chiedere una riforma della legge sulla cittadinanza ma anche l'abolizione dei decreti sicurezza e di contestare il Memorandum sulla Libia da poco rinnovato, in ricordo del tragico naufragio avvenuto il 3 Ottobre 2013 a Lampedusa.
Sono anni che si attende una riforma della Legge 91 e le modiche al decreto sicurezza in materia saranno un primo test sulla reale volontà di cambio di passo da parte del Governo. Iniqui sconti sulle tempistiche e trattative al ribasso non basteranno a chi attende un segnale molto diverso. Modifiche che sembrano dettagli corrispondono a limiti concreti e quotidiani per milioni di persone e non vi è più spazio per nuovi slogan quali ius soli o ius culturae se con l'altra mano si lascia che una legge venga pian piano peggiorata lontano dai riflettori.
Un esempio su tutti: un ragazzo di 18 anni nato in Italia che chiede di acquistare la cittadinanza allo stato attuale deve pagare 250 euro. Prima del decreto Salvini ne pagava 200, e ancor prima del decreto Maroni non doveva pagare. Perché deve pagare se nato qui e come se non bastasse anche sempre di più a colpi di decreto? Sulla revoca della cittadinanza: perché un italiano di origine straniera che ha commesso un grave reato non deve essere considerato semplicemente un criminale come gli altri e può invece vedersi togliere la cittadinanza acquisita?
Con l'unica insufficiente modifica rispetto al tema, contenuta nella bozza del decreto immigrazione, bisogna aspettare 3 anni per esaminare una richiesta dopo altri 10 anni previsti per legge per poterla avanzare. È molto tempo, ancora troppo. La legge sulla cittadinanza ha subìto un accanimento, silenzioso, che si nasconde nei dettagli, mentre a gran voce vengono avanzate proposte di riforma che restano immobili. Chi lo vive non sa più come denunciarlo e resta imbrigliato nelle maglie della burocrazia, nella quale si nascondo precise scelte politiche. Ci sono stati soltanto peggioramenti negli ultimi anni, chi poteva ha modificato indisturbato questa legge. Solo non lasciando che ciò avvenga più si possono gettare le basi per un reale percorso di riforma della cittadinanza, tutto il resto è noia.
ildispaccio.it, 4 ottobre 2020
Nei giorni scorsi il Garante comunale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale Federico Ferraro, ha concluso una serie di visite istituzionali con i vertici delle Forze dell'Ordine di recente insediamento ai nei Comandi provinciali, per realizzare quella sinergia prevista dalla normativa tra il ruolo stesso di garante e le istituzioni locali.
Il Garante ha incontrato nel corso della settimana il nuovo Comandante Provinciale dei Carabinieri di Crotone, Tenente Colonnello Gabriele Mambor, ed il nuovo Comandante della Capitaneria di Porto, Capitano di Vascello Vittorio Aloi. Il Garante ha riscontrato una rilevante attenzione e sensibilità istituzionale verso le tematiche e le problematiche della detenzione carceraria e dei soggetti sottoposti a restrizione della libertà personale come anche degli ex detenuti; il garante esprime soddisfazione per la disponibilità riscontrata da parte delle istituzioni a valutare l'opportunità di attuare una risposta istituzionale verso i problemi delle persone recluse.
Per i detenuti ciò che costituisce aspetto primario è sicuramente l'iter formativo nel lavoro, finalizzato ad un ritorno in società attivo: occorre dunque acquisire durante la detenzione quelle competenze e abilità lavorative da spendere successivamente. È mia intenzione far partire, nonostante l'emergenza Covid delle iniziative progettuali in tal senso. La questione della formazione è aspetto a tutto tondo perché coinvolge la società nel suo complesso.
Gli incontri sono stati molto cordiali ed il garante comunale ha avuto modo di evidenziare la sussistenza, fin dal 2018, di un Protocollo d'intesa tra il Comando generale dei Carabinieri ed il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, finalizzato alla promozione di progetti formativi comuni, all'implementazione della cultura dei diritti umani fondamentali, nonché ad organizzare seminari e tavole rotonde per la condivisione delle esperienze e il miglioramento delle rispettive capacità d'intervento dei garanti e delle Forze dell'Ordine.
Si sta valutando anche l'opportunità di avviare incontri informativi e progettualità che guardino agli sbocchi lavorativi anche nell'ambito marittimo: parole chiave saranno formazione qualificata, quindi titoli spendibili e reinserimento nella nostra realtà. Occorre valorizzare il potenziale sviluppo della nostra città nell'ambito turistico, come portatore di sviluppo sociale, culturale ed economico.
Il Manifesto, 4 ottobre 2020
Decine di intellettuali europei, maghrebini e africani, dal filosofo Etienne Balibar al magistrato Domenico Gallo allo storico Achille Mbembe, al fianco del movimento di protesta algerino. L'insurrezione pacifica del popolo algerino per la conquista delle libertà democratiche, iniziata nel febbraio 2019, ha mostrato un grande senso di responsabilità, optando in marzo 2020 per la sospensione delle manifestazioni per evitare la propagazione dell'epidemia di Covid-19. Perseguendo lo scopo di costruire un migliore avvenire per il paese, il movimento detto Hirak ha agito coerentemente con i suoi obiettivi di libertà, le sue aspirazioni per la difesa dei diritti umani, e la sua strategia pacifica, nell'interesse superiore della nazione.
Gli attori della protesta sanno però che per raggiungere i loro obiettivi bisogna continua a mobilizzare pacificamente la maggioranza delle Algerine e degli Algerini per sconfiggere un sistema politico che nasconde, dietro una facciata civile et delle elezioni manipolate, la tenaglia del comando militare sulla vita politica, economica e sociale.
Invece di seguire la via della saggezza e il senso elevato di responsabilità della popolazione insorta, invece di rispondere alle sue legittime aspirazioni, i dirigenti algerini, preoccupati unicamente dalle lotte intestine per il potere, assemblano delle tabelle di marcia illusorie che non hanno altro obiettivo che salvaguardare un sistema politico rifiutato dalla maggioranza della popolazione.
Per rispondere alle aspirazioni espresse dal popolo insorto nel febbraio 2019, è necessario liberare le scene politiche e mediatiche dalla sorveglianza dei servizi di sicurezza. È necessario intraprendere, nel dialogo con tutte le forze vive del movimento pacifico detto Hirak, une transizione democratica reale, in grado di assicurare uno Stato di diritto, garante delle libertà individuali e collettive.
La negoziazione col movimento sociale impone la liberazione immediata di tutti i detenuti politici e/o d'opinione gettati in prigione da dei giudici sottomessi, con dei capi di imputazione che nulla hanno a che fare con la loro lotta per i diritti umani e le libertà democratiche. La condanna iniqua dei giornalisti Khaled Drareni e Abdelkrim Zeghilèche a due anni di prigione è l'ennesima prova dell'esistenza di una giustizia asservita. La pena ricevuta da Khaled Drareni, punito per avere esercitato con onestà, responsabilità e impegno il suo lavoro di informazione è una delle più pesanti pronunciate contro un giornalista dall'indipendenza nazionale nel 1962.
La lotta del popolo algerino per la conquista dei suoi diritti legittimi merita la solidarietà attiva di tutte le donne e di tutti gli uomini che credono con fermezza nella giustizia e nella libertà. Nel manifestare la nostra solidarietà a questa lotta, noi:
- denunciamo la politica repressiva condotta dal regime algerino contro il movimento pacifico e responsabile detto Hirak, speranza di liberazione e emancipazione civiche;
- esigiamo la liberazione immediata e senza condizioni di Khaled Drareni e di tutti i detenuti politici e/o d'opinione;
- incoraggiamo le diverse istanze europee e internazionali a esigere dallo Stato algerino il rispetto di tutti i trattati e le convezioni di difesa dei diritti umani da lui ratificati;
- chiediamo solennemente al capo dello Stato algerino di far rispettare, realmente, i diritti e le libertà delle cittadine e dei cittadini, come stabilito dalle convenzioni internazionali ratificate dall'Algeria. Per adesioni:
di Francesco Petronella
Il Fatto Quotidiano, 4 ottobre 2020
"Torture continue, mesi passati al buio in un buco". Riad Avlar ha 41 anni, è turco e fa l'attore, ma metà della sua vita l'ha passata nell'inferno delle carceri della Siria di Assad. Catturato quando era solo uno studente di 19 anni con una fumosa accusa di spionaggio, ha trascorso buona parte degli anni di detenzione a Saydnaya, una prigione siriana che Amnesty International ha definito una "macelleria umana". Era lì nel 2008, quando una rivolta dei detenuti fu soffocata nel sangue. Oggi la sua storia e altre simili prendono forma nella pièce teatrale Y-Saydnaya, per la regia di Ramzi Choukair. Riad, che porta sul corpo i segni delle torture subite, ci ha raccontato la sua storia.
Chi era Riad prima della prigione e chi è diventato dopo?
Quando sono stato catturato ero un ragazzino che muoveva i primi passi nella vita. Quando son finito lì dentro ho imparato cos'è davvero, la vita. Quando sono uscito ho capito la differenza tra la bellezza della libertà e l'oppressione della prigionia.
Cosa ricordi della rivolta del 2008?
Un gruppo di detenuti ha preso il controllo di un braccio della prigione. La polizia carceraria e poi l'esercito ci hanno assediati. Abbiamo passato cinque mesi senza elettricità e senza servizi igienici. Facevamo i bisogni dappertutto.
C'è stato un momento di speranza durante la tua vita in carcere?
La visita di mio fratello è stato il primo momento in cui mi sono sentito meglio dopo 15 anni di prigionia. Era la prima volta che vedevo un mio familiare. Ero traumatizzato, come chiunque finisca in prigione in quel modo. Ricordavo un bambino che lanciavamo in aria per farlo ridere, mi ritrovai davanti un uomo coi baffi. Fino ad allora non sapevo nulla. Anche l'accusa nei miei confronti, il motivo per cui ero lì dentro, non mi erano chiari. Non sapevo niente del mondo esterno, di quello che succedeva a mia madre.
Non sapevi di cosa eri accusato?
Per i primi 17 anni di prigionia non ho saputo perché mi trovavo lì. Pensavo fosse solo perché avevo relazioni con la Turchia. Quando nel 2011 scoppiò la rivoluzione in Siria, nella prigione di Saydnaya fu stabilita una corte marziale e il mio dossier fu spostato da un tribunale all'altro. Solo in quel momento seppi di cosa ero accusato ufficialmente.
Come avvenne il tuo arresto?
Tredici persone furono prese e sbattute in prigione solo perché turche. Era il periodo in cui a Damasco aveva trovato asilo Abdullah Öcalan (leader curdo del Pkk, considerato un gruppo terroristico da Ankara, ndr). Bastava essere turchi per essere sospettati di spionaggio.
Sei stato detenuto solo a Saydnaya?
Sono stato prima nella prigione dei servizi di intelligence per dieci anni. Poi fui trasferito a Saydnaya e dopo diversi anni alla prigione centrale di Adra, a Damasco. Un complesso che ospitava 15 mila persone. Dopo lo scoppio della rivoluzione, periodo 2011-2012, c'erano celle con 110 persone in uno spazio destinato a 10. Avevamo due coperte e 75 centimetri di spazio a testa. Dal modo in cui torturavano i nuovi arrivati si capiva benissimo che là fuori stava succedendo qualcosa.
Com'era la "giornata tipo" in prigione?
Qualche volta ci permettevano di leggere libri, ma la maggior parte del tempo si passava nel nulla tra un interrogatorio e l'altro. I primi mesi di prigionia li ho passati al buio, in un buco. Ho imparato a distinguere tonalità di nero che prima non credevo neanche esistessero. Non avevo idea di che aspetto avesse la mia faccia. Contavo i giorni con i ritmi dei miei aguzzini: dopo che mi interrogavano e torturavano mi riportavano in cella e mi davano da mangiare. Solo così capivo che era ora di pranzo. Dopo un po' smisi di tenere il conto e di voler sapere se era giorno o notte. All'inizio uccidevo formiche e scarafaggi che mi camminavano addosso, ma alla fine siamo diventati amici.
Come si svolgevano gli interrogatori?
Questi (indica tre cicatrici sull'avambraccio sinistro, ndr) sono i segni delle torture che subivo ogni volta. Mi colpivano con oggetti duri, pungoli, mi picchiavano per farmi confessare quello che volevano sentirsi dire. La tortura peggiore era quando non mi lasciavano dormire e mi portavano in uno stanzino legandomi mani e piedi passandomi una corda intorno al collo. Era terribile.
Una voce risuona dal palcoscenico: chiama Riad. "Khamsa Da'ai", risponde lui: cinque minuti. È il momento di andare in scena, lo spettacolo deve cominciare. "Y-Saydnaya" è un florilegio di storie di tanti altri Riad. Parla di Rami, finito in carcere per aver raccontato una barzelletta sull'accento del presidente Assad mentre prestava il servizio militare e che oggi lotta con una sindrome schizofrenica dovuta al trauma della prigionia. Ma l'opera racconta anche la storia di Renè-Shevan:,omosessuale figlio di un cristiano e di un'ebrea, finito nelle spire del sistema detentivo siriano dove viene violato, percosso e umiliato. E anche di Hend, comunista finita in carcere negli anni ottanta solo per aver distribuito dei volantini.
di Nicola Nicoletti
Avvenire, 4 ottobre 2020
"Spiego ai giovani detenuti, ragazzini provenienti dalle periferie del Chiapas, da famiglie immerse nell'illegalità che, completati gli studi, avranno le porte dell'Università aperte per iniziare una vita diversa". Dal 2005 l'italiana Gonna Giacomello, docente dell'Università Autonoma del Chiapas (Unach) e collaboratrice dell'associazione Equis Justicia para las Mujeresgrazie, grazie alla legge del Sistema Integrale di Giustizia Penale per adolescenze i giovani nelle carceri messicane.
Una missione che sta continuando nonostante la pandemia. Attraverso la piattaforma Zoom assieme a una collega argentina, Corina si collega in videochiamata ogni venerdì per seguire l'istruzione media e superiore dei giovani reclusi.
"Sono ragazzi soli, senza una guida o una persona amica che possa ascoltarli", spiega mentre prepara le relazioni dei suoi incontri. Giacomello dopo la maturità, si è laureata in Inghilterra in Relazioni internazionali, poi è volata in Messico per studiare all'Unam, la più grande università del Paese e infine ha raggiunto il Chiapas come osservatrice internazionale sulla condizione di vita femminile. In Messico ha iniziato ad accompagnare le donne incarcerate, cercando di ascoltare la loro voce: ora, con la pandemia, lo fa grazie al Web, realizzando con i giovanissimi che vivono nel Centro di internamento Villa Crisol e Tapachula, relazioni insostituibili. "Qui, in celle spesso sporche e sovraffollate, vivono adolescenti dai 16 ai 20 anni. Poveri, lontani spesso da beni indispensabili come l'acqua e un cibo decente e il nostro aiuto è l'unica sponda per loro", conclude.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 3 ottobre 2020
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha più volte ribadito che, in materia di sovraffollamento carcerario, si ha violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - divieto di tortura e di trattamento inumano e degradante - quando vi è insufficienza di spazio personale a disposizione dei detenuti e, in particolare, se non vi è fruibilità di almeno tre metri quadrati di superficie pro capite.
dire.it, 3 ottobre 2020
Il punto sulla situazione nelle carceri a sei mesi dallo scoppio della pandemia nel XXI congresso Simspe - Società Italiana di Medicina e Sanità nei Penitenziari. La pandemia di Covid-19 ha colpito anche le carceri, provocando diversi effetti. Fortunatamente i casi di Covid-19 sono stati sporadici e non particolarmente critici.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 ottobre 2020
Dopo sei mesi i parlamentari si accorgono dei fatti accaduti nel carcere casertano. Ora fioccano le interrogazioni parlamentari sui pestaggi di Santa Maria Capua Vetere, ma solo a distanza di sei mesi dai fatti già denunciati dalle pagine de Il Dubbio (il 12 e 14 aprile scorso) tramite ricostruzioni dei familiari e interviste a chi è stato percosso. Il ministro della giustizia tace, ma anche il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 3 ottobre 2020
Cosa c'entra il processo a Salvini, che si apre oggi a Catania, in una città blindata e invasa dai giornalisti di tutto il mondo, con i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dei quali da diversi giorni si occupa un gruppo ristrettissimo di giornali, tra i quali il nostro, e qualche raro programma Tv? C'entra molto.
- Nessun dietrofront sulla prescrizione, i giochi della riforma penale sono già fatti
- La decisione del Csm: "I Trojan sono utilizzabili". Ma Palamara non risponde
- Quanto male fanno quei Pm alla giustizia!
- Cesare Battisti annuncia sciopero della fame: "In questo carcere condizioni vergognose"
- Lazio. Il Garante: "Scuola e università in carcere, lezioni in forse"










