di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 6 ottobre 2020
Fresco di stampa il libro a quattro mani di Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna che abbatte stereotipi e luoghi comuni con la chiarezza dei numeri e la forza dei fatti. "La pena come vendetta non è compatibile con uno Stato democratico".
Un viaggio lungo 150 pagine nel sistema carcere italiano, raccontato con linguaggio diretto e messaggi che lasciano poco spazio alle repliche mentre abbattono, uno dopo l'altro, come birilli, stereotipi e luoghi comuni. Parte dal nocciolo della questione "Vendetta pubblica - Il carcere in Italia", il libro, fresco di stampa, scritto a quattro mani dal presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze, Marcello Bortolato, e dal giornalista del Corriere della Sera, Edoardo Vigna. Pubblicato da Laterza Editori, già nel titolo il volume evidenzia lo scollamento tra la realtà e quello che in materia di esecuzione penale detta la nostra Costituzione "tra le pochissime al mondo ad aver inserito l'esecuzione della pena nel loro testo".
"Buttate via la chiave", "Alla fine in carcere non ci va nessuno", "Bella la vita: vitto, alloggio e tutto il giorno davanti alla tv", "Ci vorrebbero i lavori forzati": uno 'slogan' sviscerato in ogni capitolo, il libro passa ai raggi X gli aspetti salienti della vita dietro le sbarre, dal trattamento al lavoro, dal reinserimento all'affettività, dal diritto alle cure ai doveri dei detenuti, sottolineando che "il carcere è un po' come la temperatura e il meteo: la realtà è diversa dal percepito. È allora importante ricominciare a ragionare sui fatti concreti".
E di fatti concreti Marcello Bortolato, con la sua esperienza decennale nella magistratura di Sorveglianza, ha infarcito il libro, dimostrando, dati alla mano, che, ad esempio, "in Italia si rimane in carcere di più rispetto ad altri Paesi europei", a proposito di certezza della pena.
Dalle misure alternative al sovraffollamento che ha ricominciato a mordere, dal senso della pena alla vita intramuraria, dalla sfida quotidiana dei magistrati alla nuova emergenza dettata dal Covid, gli autori, partendo dal fatto che prima o poi tutti i detenuti (al di fuori di quelli condannati all'ergastolo) torneranno liberi, si chiedono "cos'è che vuole il cittadino? Vuole che una persona quando esce dal carcere sia migliore o peggiore di come è entrata?". Perché è "qui che entra in ballo il concetto stesso di sicurezza. Il suo significato profondo e vero. Se il delinquente viene rispettato e trattato come una persona, la comunità, prima ancora dello Stato, ha la ragionevole aspettativa che, una volta espiata la pena, non torni a delinquere. Ecco perché è importante il reinserimento, e le misure alternative e i benefici che sono a esso funzionali".
"Chi dice 'buttiamo la chiave' - sostengono gli autori - vuole invece una vendetta pubblica, in cui si ha la soddisfazione di vedere che, se uno ha fatto del male, soffre fino all'ultimo giorno della condanna" senza tenere conto del fatto che prima o poi tornerà libero. "Diciamolo forte e chiaro: la pena come vendetta non è compatibile con uno Stato democratico. E occuparci del carcere vuole dire occuparci dello stato di salute della nostra democrazia".
Sono 53.904 le persone detenute in Italia (al 30 aprile 2020), di cui poco più di due terzi in carcere con una condanna definitiva. 55 mila provvedimenti relativi a misure alternative concessi ogni anno, a fronte di 372 revoche (0,63 per cento dei casi), segno che, se si aggiunge lo 0,45 per cento dei detenuti che non rientrano dai permessi, "nel 98,92 per cento dei casi è andato tutto bene": cioè, la misura ha funzionato. Questa è la fotografia che il volume ci restituisce in tema di misure alternative e che ribadisce quanto "certezza della pena non debba significare solo certezza del carcere".
"Creare condizioni di vita più umane nelle carceri - concludono gli autori -, quindi più sicurezza per i cittadini, con risorse pubbliche non sprecate, ma impiegate costruttivamente in una prospettiva di reale reinserimento: ecco le vere scommesse per il futuro".
La Nazione, 6 ottobre 2020
Entro fine anno le riprese dello "Stabat Mater". Nuovo inizio e nuova fine prevista per il progetto promosso dall'associazione culturale Electra Teatro che prevede la realizzazione di un cortometraggio i cui attori-protagonisti sono i detenuti del carcere di Santa Caterina. Interrotto causa lockdown, il progetto ha quindi da adesso rivisto la propria scaletta, con la volontà di terminare le riprese entro dicembre 2020.
Il progetto, ricordiamo, gode dell'approvazione del Ministero della Giustizia, del sostegno della Fondazione Caript, Un Raggio di Luce, Ordine degli avvocati, Società della salute pistoiese, Misericordia e Fondazione Giorgio Tesi e vede la partecipazione di attori professionisti tra i quali Melania Giglio e Giuseppe Sartori, con la regia di Giuseppe Tesi che ha pensato la messa in scena dello 'Stabat Mater', dramma poetico tratto dall'opera "Madri" di Grazia Frisina.
Ma per vedere la luce il corto ha bisogno del sostegno di tutti: per partecipare con una donazione libera è possibile fare un versamento sull'Iban IT34T0760113800000009533944. Per ulteriori informazioni è possibile scrivere una mail all'indirizzo ufficiostampa.electra@gmail.
La Repubblica, 6 ottobre 2020
"Il governo del Myanmar dovrebbe porre fine urgentemente alla detenzione arbitraria e indefinita di circa 130.000 musulmani Rohingya in campi squallidi e violenti nello Stato di Rakhine". La denuncia un documento diffuso oggi da Human Rights Watch. Le recenti misure per "chiudere" apparentemente i campi sembrano progettate per rendere permanente la segregazione e il confinamento dei Rohingya e di diverse migliaia di musulmani Kaman, che le autorità hanno internato in campi di detenzione all'aperto sin dal loro spostamento in una campagna di pulizia etnica del 2012.
"Una prigione aperta senza fine". Il rapporto di 169 pagine, "Una prigione aperta senza fine": la detenzione di massa dei Rohingya in Myanmar nello Stato di Rakhine", documenta le condizioni disumane nei 24 campi e le strutture simili a campi nello Stato centrale di Rakhine. Gravi limiti ai mezzi di sussistenza, movimento, istruzione, assistenza sanitaria e cibo e riparo adeguati sono stati aggravati dall'ampliamento dei vincoli agli aiuti umanitari, da cui dipendono i Rohingya per la sopravvivenza. Queste condizioni hanno minacciato sempre più il diritto alla vita dei Rohingya e altri diritti fondamentali. I detenuti del campo devono affrontare tassi più elevati di malnutrizione, malattie trasmesse dall'acqua e mortalità infantile e materna rispetto ai loro vicini di etnia Rakhine. I conti di decessi prevenibili erano comuni. "Il campo non è un posto vivibile per noi", ha detto a Human Rights Watch un uomo Rohingya.
La pulizia etnica. "Il governo del Myanmar ha internato 130.000 Rohingya in condizioni disumane per 8 anni, tagliati fuori dalle loro case, terra e mezzi di sussistenza, con poche speranze che le cose migliorino", ha detto Shayna Bauchner, ricercatrice asiatica di Human Rights Watch e autrice del rapporto.
"Le affermazioni del governo che non sta commettendo i crimini internazionali più gravi suoneranno vuote fino a quando non taglierà il filo spinato e consentirà ai Rohingya di tornare alle loro case, con piena protezione legale". Gli abusi contro i Rohingya ammontano ai crimini contro l'umanità di apartheid e persecuzione, ha detto Human Rights Watch. La pulizia etnica e l'internamento dal 2012 hanno gettato le basi per le atrocità di massa dei militari nel 2016 e nel 2017 nello stato del Rakhine settentrionale, che equivalgono anche a crimini contro l'umanità e forse a genocidio.
Il rapporto si basa su oltre 60 interviste. Sono state realizzate con Rohingya, musulmani Kaman e operatori umanitari dalla fine del 2018. Human Rights Watch ha anche analizzato oltre 100 documenti e rapporti interni e pubblici del governo, delle Nazioni Unite e non governativi che mostrano il rifiuto calcolato da parte del governo nazionale e del Rakhine. Governi statali per migliorare la libertà di movimento o le condizioni di vita nei campi, inclusa la negazione di spazi adeguati o terreni adatti per la costruzione e la manutenzione dei campi. È come vivere agli arresti domiciliari ogni giorno. A loro viene negata la libertà di movimento a causa di restrizioni sovrapposte: politiche formali e ordini locali, pratiche informali e ad hoc, posti di blocco e recinzioni di filo spinato e estorsioni diffuse. Quelli trovati fuori dal campo sono soggetti a tortura e altri abusi da parte delle forze di sicurezza.
"Mettili all'angolo, recintali, confina il nemico". Le autorità hanno usato la violenza del 2012 contro le comunità Rohingya come pretesto per segregare e confinare una popolazione che aveva cercato a lungo di rimuovere dal paese, ha detto Human Rights Watch. Un ufficiale delle Nazioni Unite che all'epoca lavorava nello Stato di Rakhine descrisse l'approccio del governo nel 2012: "Mettili all'angolo, recintali, confina il 'nemico'". Le poche migliaia di buddisti Rakhine sfollati nel 2012 sono tornati alle loro case o si sono reinsediati.
Le promesse non mantenute del governo del Myanmar. Il governo ha annunciato nell'aprile 2017 che avrebbe iniziato a chiudere i campi. Nel novembre 2019, ha adottato la "Strategia nazionale per il reinsediamento degli sfollati interni (IDP) e la chiusura dei campi per sfollati interni", che ha affermato fornirebbe soluzioni sostenibili. Tuttavia, il processo ha comportato la costruzione di strutture permanenti vicino alle attuali posizioni dei campi, rafforzando ulteriormente la segregazione e negando ai Rohingya il diritto di tornare alla loro terra, ricostruire le loro case, recuperare il lavoro e reintegrarsi nella società del Myanmar. "Il governo e l'esercito di Aung San Suu Kyi hanno deliberatamente creato e mantenuto condizioni oppressive nei campi per rendere la vita invivibile per i Rohingya", ha detto Bauchner. "I governi stranieri e le Nazioni Unite devono rivalutare il loro approccio e fare pressioni sul Myanmar per fornire sicurezza e libertà ai Rohingya, mentre ritengono responsabili i funzionari responsabili di questo regime di apartheid".
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 6 ottobre 2020
La disuguaglianza si associa al rifiuto sempre più diffuso del progresso. Più che le promesse di una rapida crescita, serve un'analisi critica dei risultati raggiunti. Sono ormai diversi anni che la promessa di benessere garantita dalle società avanzate nella seconda parte del XX secolo stenta a compiersi per un numero crescente di persone.
Lo dimostrano i dati sulla disuguaglianza sociale che, già da molti anni prima del Covid, sono cresciuti un po' dovunque (anche se non mancano vistose differenze dovute alla efficacia delle politiche di contrasto da parte degli Stati nazionali). Ma non si tratta solo di una questione economica. Certo, le disuguaglianze alla fine si traducono in un differenziale di reddito.
Però la loro origini e le loro implicazioni (soprattutto quando tendono, come oggi, a diventare strutturali) sono ben più profonde: un percorso scolastico incompiuto, spesso causato da un retroterra familiare difficile; una provenienza territoriale da una delle tante periferie urbane o da una regione arretrata; una storia personale che si perde nelle tante possibilità di questo mondo e finisce per avvoltolarsi in una solitudine sempre più asfittica e malata.
Sta di fatto che c'è una quota crescente di persone, ormai deluse delle tante promesse tradite, che non crede più in parole come "progresso" o "crescita". Una sfiducia che nasce dalla sensazione di non essere più all'altezza di un mondo che diventa sempre più difficile e sfidante. Che si tratti di anziani affidati alla protezione di una pensione spesso misera o di giovani poco scolarizzati che sopravvivono con "lavoretti" che non permettono di costruire alcun curriculum, la sostanza non cambia.
Un senso di abbandono che fa perdere la speranza di poter avere ancora qualcosa da dire e fare in un'epoca come questa. E non senza ragione: riuscire a stare al passo della nostra società richiede un continuo adattamento che ha sì bisogno di uno sforzo personale, ma che ha soprattutto bisogno di contesti (affettivi, organizzativi, finanziari, istituzionali) che non sono certo alla portata di tutti.
Si potrebbe dire che la società del benessere, nel momento in cui volge al declino, produce una spinta reattiva - una pulsione di morte volta al tentativo (spesso disperato) di proteggere quello spazio di vita che si rischia di perdere - che, mentre rifiuta la modernità e tutti i suoi artefatti, trova espressione nella ricerca di un capro espiatorio su cui scatenare la propria rabbia. Sia esso l'immigrato avvertito come una minaccia o un potere occulto che, attraverso il Covid, vuole dominare il mondo.
Sarebbe un grave errore sottovalutare questo cambiamento del clima psicosociale, limitandosi a fare discorsi sul rilancio dell'economia. Non è che ciò non costituisca una parte della soluzione; ma a condizione di non dimenticare che l'esperienza quotidiana di questi mesi e degli ultimi anni dice per molti esattamente il contrario. È in questo contesto che si possono spiegare i negazionismi più assurdi, i populismi più radicali e le pulsioni violente che affiorano d'improvviso un po' dappertutto. Al fondo, cresce l'intolleranza nei confronti della stessa modernità.
Di questo risentimento diffuso hanno approfittato alcuni imprenditori politici e alcuni gruppi religiosi che proprio su questi sentimenti costruiscono il loro consenso. Dimostrando peraltro tutta la loro improvvisazione quando si trovano ad affrontare la prova del governo.
Non serve nemmeno una "ideologia". A differenza del passato non è tanto una propaganda sistematica quella che viene sviluppata quanto piuttosto la capacità di sfruttare le caratteristiche del web che, una volta diventato pane quotidiano di milioni di persone, sviluppa alcuni effetti che solo ora impariamo a conoscere: nessuna distinzione tra il vero il falso; creazione di comunità chiuse dove si ascoltano solo coloro che la pensano allo stesso modo. Col risultato che si prende per vero ciò che l'influencer di turno sostiene, a prescindere dalla realtà delle cose. Il Covid si innesta su questa situazione già creatasi nel decennio alle nostre spalle. Ora, quello che dobbiamo aspettarci è che questi sentimenti antimoderni siano destinati a crescere: perché è irrealistico immaginare che, per quanto possa essere veloce, l'uscita da questa crisi possa riuscire a contenere la disillusione e la rabbia diffuse.
Che fare allora? Per tentare di fermare questa spinta è necessario sviluppare un discorso che - facendo lo sforzo di ascoltare davvero le ragioni e i sentimenti di chi sta andando alla deriva - non si limiti semplicemente a promettere una pronta ripresa. Serve, piuttosto, riconoscere finalmente tutta una serie di inadeguatezze, di questioni irrisolte, di contraddizioni che il nostro modello di sviluppo si porta dietro. Non tutto quello che avevamo sperato di ottenere è stato effettivamente raggiunto, né tanto meno è stato messo a disposizione di tutti.
Per contrastare il rifiuto della modernità - cioè della scienza, della tecnica, dell'economia, della democrazia - è urgente sviluppare un approccio critico capace di apprezzare i successi ma anche di riconoscere le numerose distorsioni che le nostre società super avanzate hanno prodotto e continuano a produrre. Altrimenti, con la sua drammaticità, il Covid farà esplodere le tensioni. Senza questo approccio critico - che interpella la politica, ma anche le imprese, la scienza, la scuola, la religione - la difesa di principio di ciò che la nostra civiltà ha prodotto di buono rischia di rivoltarsi nel suo contrario.
di Rachel Knaebel*
comune-info.net, 6 ottobre 2020
Ma siamo proprio certi che la via della delega alle istituzioni per rispondere ai nostri bisogni di sicurezza e giustizia sia la migliore o comunque la sola possibile? L'esplosione della protesta contro il razzismo istituzionale seguita all'assassinio di George Floyd a Minneapolis ha riaperto con forza la discussione sulla polizia e le carceri nei movimenti degli Stati Uniti.
Questa intervista a Gwenola Ricordeau, femminista, docente di giustizia penale in California e autrice del libro "Pour elles toutes. Femmes contre la prison", presenta un punto di vista che offre molti e diversi spunti di riflessione, a partire dal netto rifiuto dell'uso strumentale delle donne per giustificare l'escalation di politiche punitive. Veniamo da decenni di inasprimento delle politiche penali contro la violenza sessuale, dice Ricordeau riferendosi alla situazione in Francia, il risultato sono 94 mila donne adulte ogni anno vittime di stupro o di tentativo di stupro.
Il fallimento è evidente. La giustizia penale indica e condanna un colpevole, in modo prettamente "ritorsivo", ma esistono davvero altre possibilità? Sì, per esempio tra molti e diversi popoli indigeni dell'America che chiamiamo latina, dove si mette maggiormente in gioco la "responsabilità comunitaria" e i procedimenti mirano proprio a "trasformare" la comunità. Ricordeau si rifà, per esempio, al concetto di giustizia "trasformativa" partendo dalle necessità della vittima - sicurezza, verità - per affrontare l'aggressore e lavorare perché sia implicato in un processo individuale e collettivo di riparazione e trasformazione che contribuisce a cambiamenti collettivi di valori e modi di agire. Certo, non sono trasformazioni praticabili dall'oggi al domani ma, se quel che conosciamo non funziona e meno ancora ci piace, potrebbe essere arrivato il momento di ragionarci un po' su
Sei femminista e vuoi abolire il carcere, il luogo dove si rinchiudono gli aggressori. Sono posizioni difficili da conciliare?
Sono più che "conciliabili". Il mio lavoro offre un'analisi femminista del sistema penale e di ciò che fa alle donne. Questo ci permette diverse osservazioni. In primo luogo, la maggioranza dei detenuti sono uomini, però la vita delle donne che li circondano, madre, sorella, compagna, figlia, è sempre influenzata da quest'incarceramento, specie attraverso tutte le forme di lavoro domestico che ci si aspetta da loro, incluso l'appoggio morale con visite, lettere, eccetera. Inoltre, se guardiamo chi sono le donne che sono in prigione, notiamo molte caratteristiche comuni anche ai detenuti uomini: sono in gran parte di origini popolari e provengono dalla storia di colonizzazione e migrazione. Però hanno ovviamente le loro particolarità. Un'ampia parte di loro è stata vittima di una violenza sessuale che ne ha modellato il corso della vita, l'isolamento sociale o i reati. E se si osserva la protezione che le donne possono aspettarsi dal sistema penale, si vede solo un palese fallimento. La sfida del mio libro è quindi mettere in discussione le maggiori correnti femministe che pretendono di fare affidamento sul sistema penale per esigere più condanne e sentenze più dure per gli uomini responsabili di violenza sessuale.
In che modo le politiche sulla criminalità contro la violenza sessuale rappresentano un fallimento?
Veniamo da decenni di inasprimento delle politiche penali contro la violenza sessuale per arrivare a 94.000 donne adulte che dichiarano, ogni anno, di essere state vittima di stupro o tentativo di stupro [in Francia]. Più di 550.000 vittime di aggressione sessuale ogni anno! Io lo chiamo un fallimento evidente. Non so come qualcuno possa ancora provare a farci credere che questo tipo di politica possa mai funzionare. A questo si somma il disastro in cui si trova la maggioranza delle vittime, dalla presentazione di una denuncia fino all'eventuale processo. Ciò che la detenzione di certi colpevoli di violenza sessuale permette oggi è solo la garanzia che non commetteranno aggressioni durante la condanna, ma questo non tiene conto della violenza sessuale commessa in carcere e dà la sensazione che non tutti i delitti restino impuniti. A mio avviso, è una consolazione molto magra in confronto alla dimensione di massa del crimine di violenza sessuale.
Ma è possibile la giustizia fuori dal sistema penale?
La "giustizia" o il "sistema penale" è il sistema che si suppone debba "impartire giustizia" quando si commettono crimini o violazioni della legge. La polizia e il carcere sono parte di questo sistema. A partire da qui possiamo fare diverse osservazioni. Prima di tutto, la giustizia non è sempre giusta. In base all'origine sociale, etnica o del genere, i rischi di essere processati, condannati o arrestati non sono gli stessi. Neanche le vittime sono uguali nel sistema di giustizia penale: a seconda dell'aggressore e delle sue caratteristiche, non tutte le vittime hanno le stesse possibilità di ottenere una condanna.
Va ricordato che il sistema penale conosce solo una piccola parte dei comportamenti problematici e delle trasgressioni sociali. Per due motivi. Primo, per definizione, il sistema di giustizia è interessato solamente ai fatti che vengono definiti "violazioni della legge" o "reati". In secondo luogo, spesso scegliamo di non coinvolgere il sistema giudiziario penale nelle nostre dispute o quando ci viene fatto del male. La giustizia impartita dal sistema penale è essenzialmente punitiva e retributiva, nel senso che si basa sull'identificazione del colpevole e sul pronunciamento di una sentenza che rappresenterà una forma di "compenso" al male subito dalla vittima. Ma esistono altre concezioni di giustizia, in particolare non punitive, una giustizia "riparativa" o una "trasformativa".
Su che principi si basano?
La giustizia riparativa si basa sul rimediare piuttosto che castigare, anche la giustizia trasformativa si oppone alle strategie punitive. Considera che esistono responsabilità individuali ma anche condizioni sociali che permettono di commettere determinate azioni. Le pratiche di giustizia trasformativa che si sono sviluppate in Nord America a partire dall'anno 2000 partono da una critica della giustizia così come è imposta dal sistema penale. Inizialmente furono concepite e sperimentate all'interno di comunità, di circoli statunitensi radicali che di fatto non potevano aspettarsi "giustizia" dal sistema penale.
Di conseguenza è tra le minoranze etniche e le comunità queer che si sono sviluppate queste pratiche, in particolare in risposta alla necessità di giustizia riguardo la violenza contro le donne. Sono pratiche comunitarie, cioè le persone coinvolte dipendono dalle situazioni in esame. Significa anche che la "responsabilità comunitaria" è centrale e che i procedimenti mirano a "trasformare" la comunità. La giustizia penale indica e condanna un colpevole, la giustizia trasformativa partendo dalle necessità della vittima - sicurezza, verità - affronta l'aggressore e lavora perché sia implicato in un processo individuale e collettivo di riparazione e trasformazione. E contribuisce a cambiamenti collettivi di valori e modi di agire.
Nel tuo libro parli di "populismo penale", che cosa significa?
L'espressione "populismo penale" è stata usata dagli inizi del 2000 nel mondo anglofono. Indica il modo in cui le politiche penali, basate sull'aumento dei movimenti di vittime e di sentimenti reazionari, utilizzano la necessità di sicurezza della popolazione per giustificare politiche sempre più repressive che non hanno un reale effetto sul numero di crimini e delitti.
Analizzando le politiche penali, si osserva che negli ultimi decenni, in Francia come nella maggioranza dei paesi occidentali, le donne sono state usate per giustificare politiche sempre più punitive. La causa della donna si usa come pretesto per creare nuove categorie di reati e delitti, per l'allungamento delle pene, ma anche per innovazioni penali come il braccialetto elettronico o campioni sistematici di Dna. Le politiche penali in materia di violenza sessuale, violenza domestica o prostituzione intesa come "schiavitù sessuale" hanno la pretesa di "salvare" le donne processando certi uomini. Riassumendo, non dovremmo accontentarci di guardare ciò che le politiche penali fanno intendere di fare -proteggere le donne- ma dovremmo analizzare quali effetti hanno sulle donne e sulla violenza contro le donne in particolare.
Pensi che una parte del femminismo abbia perso interesse per il destino delle donne detenute o che hanno una persona cara in carcere?
Il femminismo dominante raramente ricorda le donne che sono in carcere. Eppure anche le detenute affrontano il patriarcato e questo influisce nelle loro vite in molti modi. Molte donne detenute sono state vittime di violenza sessuale; solo questo dovrebbe bastare per richiamare l'attenzione delle correnti femministe. Il patriarcato, per le detenute, è anche non essere uomini separati dai propri figli perché in carcere o per specifiche sentenze giudiziarie. Sono molto più accusate le donne in carcere di essere "pessime madri" che i detenuti di essere "cattivi padri". In carcere è diverso anche il trattamento di uomini e donne, il che rientra in una minore offerta formativa o lavorativa per le donne, o una sessualità più controllata rispetto agli uomini. Dovremmo parlare anche della salute sessuale e riproduttiva delle donne in carcere, delle indegne condizioni di detenzione delle donne trans nelle carceri maschili.
Il carcere non capita a chiunque. Le donne incarcerate e quelle che hanno familiari detenuti non sono "chiunque". In alcuni ambienti la detenzione di qualcuno che amiamo è un'esperienza relativamente comune. Ignorando le donne detenute e quelle che hanno familiari in carcere, certe correnti femministe mostrano le origini sociali delle donne che ne fanno parte e la forma di emancipazione a cui aspirano. Al contrario, movimenti che si definiscono femminismo popolare, pensati dalle e per le donne razzializzate, come l'afrofemminismo, riflettono e implementano una sorellanza che non si ferma dietro le porte delle carceri.
Pensi che i movimenti abolizionisti del carcere non considerino abbastanza il tema della violenza sessuale e contro le donne?
Questi movimenti sono molteplici, specialmente in termini di strategie e di espressioni politiche. Ad esempio negli Stati Uniti ci sono movimenti di donne abolizioniste vittime di violenza, come l'organizzazione Survived and Punished di New York. Sono abolizioniste esattamente perché hanno subito quel tipo di violenza, perché hanno vissuto sulla loro pelle il sistema penale con la sua impostazione punitiva, e perché credono in altri tipi di approcci, sia per sopravvivere che per finirla con questa violenza. In Francia i movimenti abolizionisti sono stati a lungo insensibili alle lotte femministe, in particolare al tema della violenza contro le donne. Penso che questo stia cambiando man mano che sempre più femministe si interessano alle analisi femministe del sistema penale e agli approcci abolizionisti. Il collettivo afrofemminista Mwasi ha una linea abolizionista fin dalla nascita.
Qual è la differenza tra abolizionismo penitenziario e abolizionismo penale?
L'espressione "abolizionismo penale" designa correnti di pensiero e movimenti che, dagli anni 70, hanno avuto come obiettivo l'abolizione del sistema penale e quindi delle sue principali istituzioni, ovvero le carceri, i tribunali e la polizia. Le lotte contro il carcere sono quindi parte dell'abolizionismo penale. Da parte mia, mi riferisco all'abolizionismo penale più che all'abolizionismo penitenziario. Condivido alcune analisi che mostrano che il carcere potrebbe scomparire per molte ragioni: da un punto di vista capitalista non è redditizio e potrebbe essere sostituito con l'uso di tecnologia di vigilanza che non comprometta l'ordine sociale. Mirare al sistema penale nel suo insieme invece che solamente al carcere mette in luce una posizione politica essenzialmente rivoluzionaria che attacca il capitalismo e il suprematismo bianco.
I movimenti per abolire la polizia stanno riacquistando slancio negli Stati Uniti, rafforzati dalle proteste contro la violenza delle forze dell'ordine. È un fenomeno nuovo o si trova invece in diretta continuità con le richieste di abolire il carcere?
Come ho già accennato l'abolizionismo penale ha come obiettivo abolire il sistema penale per intero, il carcere quanto la polizia. Per ragioni strategiche alcuni movimenti scelgono di focalizzarsi più specificamente su una sola istituzione, che sia la polizia, il carcere... ma la prospettiva politica è identica. Le lotte contro il carcere spesso sono state l'aspetto più noto dell'abolizionismo penale. Oggi l'idea di abolire la polizia si sta estendendo ben oltre i circoli abolizionisti. Dalla metà dei primi anni 2000, sulla scia di Black Lives Matter è emersa una distinzione sempre più netta tra i movimenti che lottano "contro la violenza della polizia" e quelli che lottano "per abolire la polizia".
Qui le lotte antirazziste giocano un ruolo centrale?
Negli Stati Uniti le lotte abolizioniste sono chiaramente schierate come lotte contro la supremazia bianca, quindi contro il razzismo del sistema giudiziario. Non tutti i movimenti antirazzisti sono abolizionisti; alcuni pensano che si possa riformare il sistema, che serva polizia appartenente alle minoranze, che si debbano responsabilizzare gli agenti perché usino meno forza e non adottino comportamenti razzisti. Gli abolizionisti continuano ad essere in minoranza. Tuttavia, decenni di politiche penali razziste e la portata dei crimini commessi dalla polizia contribuiscono a far sì che un numero crescente di persone non creda più negli atteggiamenti riformisti.
Qual è il ruolo del femminismo nel movimento per l'abolizione della polizia?
Una delle critiche da muovere alla polizia è il suo ruolo nella violenza contro le donne, per non parlare dei poliziotti che perpetrano questo tipo di violenza e che rappresentano una percentuale maggiore in questa professione più che in altre. La critica si può portare a differenti livelli. Prima di tutto si può criticare la polizia perché protegge solo determinate vittime, le "vittime buone", perché maltratta le vittime, non interviene quando chiamata, arresta tutti indiscriminatamente quando sono chiamati a intervenire a seguito di un'impugnazione per violenza di genere, eccetera. Però i movimenti femministi e abolizionisti stanno formulando critiche più profonde al ruolo della polizia. Al giorno d'oggi il ricorso alla polizia e al sistema penale spesso sembra ovvio per lottare contro la violenza sessuale. Eppure è un sistema profondamente razzista che incide in modo sproporzionato sulle classi lavoratrici.
Esistono anche posizioni abolizioniste nei movimenti Lgbt, basate sull'assunto che la polizia non sempre agisce realmente contro la violenza omofobica?
Le correnti maggiori di questi movimenti non vogliono essere abolizionisti. Tuttavia esiste una tradizione molto forte di critiche e pratiche abolizioniste nelle comunità Lgbt. Questo sia per la mancanza di protezione che tali comunità possono aspettarsi dal sistema penale, dalle forme di molestie che subiscono da parte della polizia e dalla loro maggiore criminalizzazione rispetto al resto della popolazione.
Anche la giustizia trasformativa è vista come un'alternativa alla polizia?
L'applicazione di procedimenti di giustizia trasformativa elimina la necessità della polizia. Ma non è in termini di "un'alternativa" che dobbiamo pensare alla giustizia trasformativa. Come tutte le pratiche che si sviluppano da una prospettiva abolizionista, vuole soprattutto contribuire a costruire un mondo dove i nostri bisogni di sicurezza e giustizia, che oggi deleghiamo alla polizia, siano ottenuti collettivamente.
*Traduzione di Leonora Marzullo
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2020
La 27esima reporter attualmente nelle celle di al-Sisi. Basma Mostafa si trovava a Luxor per indagare sulle azioni compite dalle forze di sicurezza nel corso delle proteste post-20 settembre. Sabato pomeriggio, di lei si sono perse le tracce. Aggiornamenti sono arrivati solo nel pomeriggio di domenica, quando sono state comunicate le accuse a suo carico: unione ad un gruppo terroristico e pubblicazione di notizie false.
"Poco fa sono stata fermata da un poliziotto, ha voluto vedere i miei documenti, ha fatto delle domande, poi mi ha lasciato andare, però continua a seguirmi". Sono queste le ultime parole scambiate al telefono tra Basma Mostafa, giornalista egiziana di 30 anni e suo marito, Karim Abdelrady, avvocato, sabato mattina. Erano circa le 11,30, da quel momento, e fino a domenica pomeriggio, di lei si sono perse le tracce, svanita nel nulla.
Come spesso accade in Egitto, la National Security ha fermato, prelevato, tenuto nascosta e portato la reporter davanti al Procuratore del Cairo per la convalida dell'arresto con le accuse di unione ad un gruppo terroristico e pubblicazione di notizie false (caso 959 del 2020) e l'annuncio del primo rinnovo della detenzione, fissato per i canonici 15 giorni. Un copia/incolla di quanto accaduto a Patrick Zaki all'inizio del febbraio scorso e a centinaia di egiziani indigesti al regime.
La Mostafa si trovava a Luxor, la capitale dei faraoni, per un reportage giornalistico. Nell'ultima settimana la città lungo il Nilo, 700km a sud del Cairo, è stata teatro di una vera e propria sommossa legata alle proteste post-20 settembre che hanno costretto la Sicurezza Nazionale egiziana a un vigoroso dispiegamento di forze per riprendere il controllo e sedare i focolai di rivolta. Un episodio, su tutti, ha suscitato scalpore: l'uccisione a sangue freddo di un uomo che aveva tentato di difendere suo padre aggredito in casa durante un blitz della polizia.
Per questo e per tutto il resto, Basma aveva deciso di scendere a Luxor ed effettuare un reportage per conto del sito web di notizie Almanassa News. Una giornalista in prima linea, Basma Mostafa, fondamentale in passato per smascherare il più grande depistaggio costruito dalle autorità egiziane per allontanare i sospetti attorno al rapimento, alla detenzione, alle torture e al barbaro assassinio di Giulio Regeni, tra il 25 gennaio ed il 3 febbraio del 2016. Il regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi, dopo aver tentato di derubricare l'omicidio di Regeni con una serie di panzane colossali (un incidente stradale, un regolamento di conti in ambito sentimentale ecc.), aveva bisogno di una ricostruzione credibile per discolparsi del crimine nei confronti di un cittadino italiano ed europeo. Per questo organizzò un'incredibile montatura, piazzando i documenti di Giulio Regeni nell'appartamento di una famiglia del Cairo, considerata una banda di criminali senza scrupoli e organizzando un falso scontro a fuoco: un'autentica carneficina, 5 morti, tra cui un giovane tassista, anch'egli completamente estraneo ai fatti. Era il 26 marzo del 2016. Pochi giorni dopo fu proprio lei l'autrice dello scoop e a raccontare la tragica messinscena, ridando almeno dignità a 5 innocenti, familiari compresi, e mettendo le autorità egiziane con le spalle al muro.
Da quell'episodio le indagini, seppur con tutti i limiti dimostrati nel tempo, partirono davvero indirizzandosi sui servizi segreti egiziani. Con quello scoop per Basma Mostafa iniziò anche un lungo e travagliato rapporto con le autorità. Arrestata con l'accusa, tanto per cambiare, di aver diffuso false notizie, si leggeva nel capo d'imputazione, a proposito dell'intervista ai familiari delle vittime innocenti. Negli anni successivi, una volta rimessa in libertà, i problemi sono continuati. All'inizio dell'emergenza pandemica coronavirus, Mostafa è stata prelevata in strada dalla polizia a Downtown Cairo, nel cuore della capitale, mentre stava intervistando delle persone che protestavano davanti al ministero della Sanità. Interrogata per alcune ore nel commissariato di zona, la giornalista è stata rilasciata in serata.
In Italia i giornalisti con la schiena dritta rischiano la vita per smascherare il malaffare e subiscono le minacce della criminalità organizzata, in Egitto lo Stato non solo evita qualsiasi tutela, ma anzi punisce cronisti, blogger e tanti altri cittadini solo perché raccontano la realtà di un Paese iniquo. Le carceri egiziane sono state e sono piene di giornalisti arrestati, per la quasi totalità dei casi, con la sola colpa di svolgere il proprio dovere. Stando al Committee to protect journalists (Cpj), un'organizzazione con sede negli Stati Uniti, i rappresentanti dei media egiziani antiregime rinchiusi nelle prigioni del Paese nordafricano sono attualmente 26. Tra i casi più eclatanti quello di Khaled Dawoud, arrestato alla fine di settembre 2019 nell'ondata repressiva messa in atto dal governo egiziano dopo le proteste di piazza esplose in tutto il Paese e fomentate dall'imprenditore/attore Mohamed Alì. Dawoud, noto giornalista ed ex leader del Partito al-Dustour, è ancora recluso nel carcere di Tora.
Il 20 maggio scorso, ad Alessandria d'Egitto, è toccato alla giovane reporter ed attivista dei diritti umani Shaymaa Sami, arrestata per aver diffuso e pubblicato false notizie, anche attraverso i social, ma soprattutto per aver preso parte ad un gruppo terroristico. Con lei nello stesso periodo sono finiti in manette altri colleghi, Sameh Hanin, Haitam Mahgoub, il fotografo Moatez Abdel Wahab, Mostafa al-Aasar. Ci sono poi altri professionisti molto conosciuti in Egitto come Esraa Abdel Fattah, Solafa Magdy e Mohamed Salah anch'essi in prigione.
Poche settimane fa è toccato ad un altro giovane cronista, Islam Kahly, finire in prigione mentre stava lavorando. Kahly stava raccogliendo notizie sulla morte sospetta di un giovane commerciante nel Governatorato di Giza fermato dalla polizia, portato in caserma e poi ritrovato cadavere in strada. Infine il caso Mada Masr, il sito di notizie antiregime per eccellenza, oscurato dal governo, ma in grado di dribblare la censura. La sua tenace direttrice, Lina Attalah, pochi giorni fa è stata inserita nella lista dei 100 Personaggi più influenti al mondo dalla rivista americana Time. Il 23 novembre scorso un suo giornalista, Shady Zalat, è stato prelevato in casa e di lui si sono perse le tracce per oltre 24 ore. La mattina successiva la Sicurezza Nazionale, dopo un raid nella redazione di Doqqi (lo stesso quartiere dove viveva Giulio Regeni), ha portato al commissariato di Giza la stessa Attalah e altri due colleghi, Rana Mahmoud e Mohamed Hamama. In serata il rilascio dei tre e, in contemporanea, il ritorno a casa di Zalat, scaricato lungo la ring road del Cairo. Un chiaro avvertimento da parte della Sicurezza Nazionale, successivo alla pubblicazione su Mada Masr, il giovedì precedente, della notizia secondo cui il primogenito del presidente al-Sisi, Mahmoud, era stato demansionato: da vertice del Gis, il servizio di controspionaggio interno, a funzionario diplomatico presso l'ambasciata egiziana a Mosca.
di Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 6 ottobre 2020
Zingaretti: via le norme di Salvini. E dopo il caso di Willy arriva il daspo per la movida violenta. Le multe alle Ong vengono notevolmente ridotte. Potranno essere comminate solo all'esito di un processo, e non a discrezione del prefetto, passeranno da un massimo di un milione di euro ad un massimo di 50 mila euro. C'è anche lo stop alla confisca della nave (a condizione che gli equipaggi informino le autorità italiane a ogni intervento di salvataggio), il ritorno della protezione speciale per chi, tornando nel proprio Paese, rischierebbe "trattamenti inumani o degradanti", la convertibilità in permesso di soggiorno per motivi di lavoro di alcune tipologie di permessi (quali ad esempio "per protezione speciale, per calamità, per residenza elettiva"). E tempi più brevi per ottenere la cittadinanza italiana.
Via, poi, le norme speciali introdotte con il decreto Salvini che assegnavano al ministro dell'Interno specifiche competenze, prima disciplinate dal codice di navigazione. Ritorna, quindi, al ministero delle Infrastrutture la titolarità di determinare il divieto o la limitazione del transito di navi, fermo restando che il Mit dovrà concertare le proprie decisioni con il Viminale e con il ministero della Difesa, informato il presidente del Consiglio. Insomma "né porti chiusi né aperti", è la sintesi del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, "ma solo una disciplina più coerente con la Costituzione, la sicurezza e il diritto di protezione dei migranti".
Sono molte le novità approvate ieri dal governo che cancellano o modificano i due decreti sulla sicurezza, per la parte relativa ai migranti, adottati da Matteo Salvini nel 2018 e nel 2019. Dopo i rilievi di Mattarella e della Consulta, il Cdm ha approvato un testo articolato in dodici articoli, che in parte reintroduce la vecchia normativa in parte apporta delle novità. Si prescrive ad esempio il divieto di espulsione e respingimento nel caso in cui il rimpatrio determini, per l'interessato, il rischio di tortura, il rischio di essere sottoposto a trattamenti inumani. Si introduce poi una nuova fattispecie di divieto di espulsione che consegue al rischio di violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare. Nelle suddette ipotesi, è previsto il rilascio di permesso di soggiorno per protezione speciale, le cui procedure vengono accelerate.
Si interviene anche in materia di iscrizione anagrafica, prevedendo il diritto all'iscrizione e anche i casi in cui deve essere rilasciata una carta d'identità. Si prevede la convertibilità dei permessi di soggiorno in motivi di lavoro, mentre gli stranieri potranno essere trattenuti nei Centri di permanenza non più 180 giorni ma 90, mentre rischieranno l'arresto e il processo per direttissima nel caso di danni arrecati al Centro. Il decreto prevede anche un "daspo" per la movida violenta, dopo l'omicidio di Willy Monteiro Duarte, e una norma per contrastare la vendita di droga tramite i siti web. "I decreti propaganda di Salvini non esistono più" dice il segretario del Pd Nicola Zingaretti. "Ora si garantisce legalità, solidarietà, giustizia, umanità. Non si rimandano indietro i migranti che se tornano nel loro Paese rischiano la vita". Duro il giudizio del leader della Lega: "Non era la priorità di questo Paese".
di Sabrina Ardizzoni
Il Manifesto, 6 ottobre 2020
La violenza domestica in Cina non è regolamentata dalla legge e le donne vittime di attacchi da parte dei coniugi non vengono tutelate: se un marito maltratta o ammazza la moglie, viene trattata come "questione famigliare," una cosa privata, e non come reato a tutti gli effetti. Il 1 ottobre, giorno di Festa Nazionale in Cina, anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, il Presidente cinese Xi Jinping ha celebrato il venticinquesimo anniversario delle Nazioni Unite. In particolare, ha voluto presenziare, via video, alla cerimonia di UN Women.
Trattandosi anche del venticinquesimo anniversario dalla Quarta Conferenza Mondiale delle Donne che si è tenuta a Pechino dal 4 al 15 settembre 1995, il Presidente Xi ha voluto confermare il suo contributo di 10 milioni di dollari alla causa femminile, rimarcando che "La parità tra uomo e donna è alla base della politica nazionale cinese".
Proprio in questi giorni, però, un caso di violenza domestica sta scuotendo l'opinione pubblica: Lamu, una contadina di una etnia di minoranza tibetana Aba, residente in un villaggio nella provincia Sud-occidentale del Sichuan, al confine con il Tibet, è morta dopo essere stata data alle fiamme dal marito. Su Douyin, il Tik Tok cinese, Lamu era seguita da migliaia di followers. "Lamu non era una star, era una donna lavoratrice", dice uno dei commentatori online. Era una giovane di campagna che viveva, pur con i suoi problemi, serenamente nel suo villaggio. Aveva aperto un account su Douyin, ma non per denaro- non aveva più di 1000 RMB, circa 100 euro -, bensì per cercare solidarietà e uscire dall'isolamento del villaggio.
Dopo il matrimonio, a 19 anni, il marito, un coetaneo conosciuto fin dall'infanzia, era diventato violento e lei era riuscita a divorziare da lui, dopo la nascita di due figli. Di fronte alle minacce di lui di portare via i bambini, Lamu ha ceduto, e l'ha risposato. Anche la morte della madre, unica difesa nei confronti del marito, l'ha costretta a ridiventare moglie di questo uomo violento.
Lamu ha continuato a postare video di se, gioiosa e sorridente, su Tik Tik, mentre in tuta da ginnastica raccoglieva le verdure e le erbe delle montagne, o preparava da mangiare sul fuoco a legna, dentro la tenda dove beveva lo tsampa, la bevanda salata di orzo e burro di yak, tipica dei pastori tibetani, o danzando in abiti tradizionali per i suoi followers.
I suoi raccolti, le sue ricette, le sue danze, venivano registrate senza trucco e senza filtri, e questo, in un mondo - quello dei social - in cui nessuno vuole mostrare come è, attirava le simpatie di molti. Quando il 14 settembre, durante una diretta, quel marito che lei aveva allontanato e poi ripreso, l'ha assalita, cosparsa di benzina e bruciata, migliaia di fans la stavano seguendo. Lo schermo si è oscurato e si sono sentite solo le urla e i rumori di una tragedia in divenire. Attraverso un crowdfunding la famiglia ha raccolto migliaia di euro per pagare le cure ospedaliere. Ma ogni trattamento si è rivelato inutile.
La sua morte è diventato un caso che ha suscitato una riflessione molto partecipata e ha toccato il tema delicato della violenza famigliare. I suoi fans si chiedono: come si comporterà la legge nei confronti di questo marito? Il marito verrà condannato a morte? Nell'ultimo anno nella società cinese molte voci si sono alzate contro la violenza famigliare. Vogliono che la violenza domestica sia considerata un reato perseguibile, alla stregua della violenza fuori dalle mura di casa. "No alla violenza famigliare! La violenza in casa è violenza e basta", si legge molte volte tra i commenti.
La violenza domestica in Cina non è regolamentata dalla legge e le donne vittime di attacchi da parte dei coniugi non vengono tutelate: se un marito maltratta o ammazza la moglie, viene trattata come "questione famigliare," una cosa privata, e non come reato a tutti gli effetti.
Molte volte le donne vittime di violenza non denunciano, spesso vengono indotte dagli stessi famigliari a desistere, ma anche quando denunciano, troppo spesso i persecutori non vengono puniti. Un commentatore su Weibo scrive: "se qualcuno del villaggio l'avesse protetta, se avesse trovato una legge, uno stato, pronto a difenderla da questa violenza, Lamu sarebbe ancora qui. La sua unica speranza sarebbe stata quella di lasciare il villaggio, andarsene coi suoi figli". Già, perché per molte donne di campagna, vittime di violenza, l'unica speranza è quella di lasciare tutto e diventare anonime comparse in una città qualsiasi della Cina, dove lavori come una schiava per pochi soldi e dove il vento delle colline del Sichuan con l'odore delle sue erbe non rimane che un offuscato ricordo.
Mentre in rete si levano commenti come "I punti oscuri della società sono i problemi della legge; dobbiamo parlare con forza della violenza domestica", Xi Jinping, che ha dichiarato di voler "prendersi cura delle donne che vivono in condizioni di povertà, delle donne anziane, disabili e di gruppi con fragilità" e anche di "eliminare la discriminazione, il pregiudizio e la violenza nei confronti delle donne, in modo tale che la parità di genere possa diventare veramente un codice di condotta e uno standard di valori comuni per tutta la società," ha ora una vera occasione di dimostrare la sincerità del suo impegno.
La Repubblica, 6 ottobre 2020
Sono bambini e adulti con disagi mentali. Il reportage della Bbc fa luce sui maltrattamenti riservati ai più deboli nel Paese africano, dove chi ha un disagio mentale invece di essere curato da uno psichiatra (che non c'è) viene legato, maltrattato e allontanato. Picchiati, bruciati, lasciati a morire di fame. È il trattamento riservato ai bambini e a chi ha disturbi mentali in Nigeria. Ne racconta la drammaticità e la vasta diffusione, la Bbc, con un focus sul Nord del Paese. L'ondata di casi, documentata, ha lasciato i nigeriani sotto shock. Alcuni adulti sono stati trovati legati con catene di ferro intorno alle caviglie, e obbligati a nutrirsi, dormire e defecare nello stesso posto.
Un uomo di 32 anni è rimasto in queste condizioni per 7 anni. I suoi genitori lo hanno incatenato nel garage nello Stato di Kano a Nord-Ovest. Quando è stato liberato, a stento camminava. Un altro uomo di 55 anni è stato trovato con una gamba legata a un tronco di legno con un gancio. È stato rinchiuso in quel luogo per 30 anni. Chi lo ha messo in salvo lo ha portato al Rogo Hospital dove gli è stata diagnosticata "una psicosi e comportamento irrazionale".
Lo stigma della malattia mentale, l'ignoranza, l'attaccamento alle tradizioni, impediscono alle famiglie di aiutare queste persone fragili. Il disagio è considerato un tabù. In Nigeria la presenza psichiatrica ogni 100 mila abitanti è pari allo 0,5%, per un totale in tutto il Paese di 300 professionisti. La popolazione nigeriana arriva a 200 milioni e si stima che le persone con problemi mentali siano 30 milioni.
Lo scorso 24 agosto è stato annunciato un provvedimento che dà segnali incoraggianti. Sadiya Umar Farouq, ministra degli affari umanitari, della gestione dei disastri e dello sviluppo sociale, ha annunciato l'approvazione di una Commissione nazionale sulla disabilità, con cui la ministra si augura di "occuparsi dignitosamente di quei 30 milioni di fratelli e sorelle con problemi mentali".
Un altro capitolo riguarda i bambini. A metà agosto è stata resa pubblica una brutta storia di maltrattamenti, ai limiti del sadismo. Un bambino di 11 anni è stato rinchiuso in un pollaio nello Stato di Kebbi, a Nord-Ovest. I responsabili sono il padre e la matrigna, che hanno continuato la loro vita in una casa normale, e che adesso stanno in carcere. "Dopo il caso di Kebbi, abbiamo iniziato a ricevere segnalazioni. Quello che abbiamo notato è che i bambini che hanno subito abusi non vivevano con le loro madri", ha detto Haruna Ayagi alla Bbc, capo di Human Rights Network (Hrn), un'organizzazione non governativa coinvolta nel salvataggio di 12 persone, sette delle quali bambini, solo in agosto, nello stato di Kano.
Due bambini sono stati messi in salvo ad Abuja, la capitale. Erano chiusi in un bagno. E lì dovevano rimanere, legati, fino a che la matrigna non tornava dal lavoro. Le matrigne sono una realtà sociale molto diffusa al Nord, dove si pratica la poligamia e dove gli uomini possono decidere di divorziare semplicemente dicendo "Voglio il divorzio". I bambini vengono tolti alle loro madri biologiche.
Una legge federale del 2003 protegge i diritti dei bambini e riconosce allo Stato il diritto di sottrarlo alla famiglia se questa lo maltratta. Purtroppo, dei 36 Stati, 11, soprattutto al Nord, incluso Kano, non hanno ancora approvato la legge. La definizione di bambino fino al raggiungimento dei 18 anni, impedirebbe il matrimonio. In molti credono che raggiunta la pubertà i bambini sono pronti per il matrimonio.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 6 ottobre 2020
È dal 2014 che l'amministrazione Modi ostacola le attività delle organizzazioni filantropiche e umanitarie che ricevono finanziamenti dall'estero. Non è un momento facile per le organizzazioni che si occupano di diritti umani nel mondo. La pandemia da coronavirus ha monopolizzato l'attenzione generale e non pochi Paesi ne stanno approfittando per reprimere il dissenso.
Il caso più clamoroso è quello dell'India dove il 29 settembre Amnesty International ha annunciato la sospensione di tutte le attività dopo che il governo aveva ordinato il congelamento dei suoi conti bancari. Non era mai successo prima che l'Ong chiudesse i battenti in uno Stato di questa grandezza e, per giunta, una democrazia. "È un giorno vergognoso per l'India: una potenza emergente, uno Stato membro del Consiglio Onu dei diritti umani, la cui Costituzione contiene impegni per i diritti umani, cerca di ridurre al silenzio chi chiede giustizia" aveva commentato Julie Verhaar, la segretaria generale ad interim di AI.
Nel 2018 il ministero dell'Interno aveva cancellato le licenze di 20 mila Ong. Il 25 ottobre dello stesso anno un gruppo di funzionari dell'Agenzia delle Entrate aveva fatto irruzione nella sede centrale di AI alla ricerca di documentazione contabile già resa pubblica. Nel giugno 2019 all'organizzazione umanitaria era stato impedito di tenere una conferenza stampa sulle violazioni dei diritti umani in Jammu e Kashmir. Il 15 novembre dello stesso anno c'era stato un nuovo raid negli uffici dell'associazione e nell'abitazione del direttore generale. Poi il congelamento dei conti e l'inevitabile chiusura. Il risultato non sembra aver appagato il premier Modi che ha anche inasprito il Foreign Contribution Regulation Act (Fcra) varato nel 2010 per limitare le attività dei gruppi critici. Nel mirino anche le associazioni cristiane, accusate di antinazionalismo.
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