di Alessandro Ferrucci
Il Fatto Quotidiano, 7 ottobre 2020
Anna Ammirati è tra i protagonisti della serie tv di Rai1 sul carcere minorile di Napoli. "Sono nata in quella realtà". Il rovescio dei piani, non la sovrapposizione, è negli occhi di Anna Ammirati quando parla di "Mare Fuori", la serie tv di Rai1 dedicata ai ragazzi "ospiti" di Nisida, l'istituto di Pena Minorile di Napoli. "È stato un po'come ritrovare gli occhi dei miei compagni di viaggio quando da adolescente prendevo la Circumvesuviana per andare a scuola. E con il passare degli anni ho visto mutare i loro sguardi".
Lei nella serie interpreta Liz, un'educatrice non totalmente in grado di schermarsi da certe storie; storie che le invadono l'io, le relativizzano l'esistenza, affondano nel suo regresso. "Il focus è sul punto di vista dei ragazzi, delle loro famiglie, e il rapporto che si costruisce con gli educatori". Lei quella realtà la conosce bene. Tempo fa, per uno spettacolo teatrale, avevo bisogno di entrare meglio dentro certi meccanismi famigliari, dentro il sistema della delinquenza.
E...
Rifletto sulla responsabilità degli adulti; (silenzio) c'era un ragazzo che desiderava diventare barbiere, ma il fratello, boss del quartiere, glielo impedì con ogni mezzo seduttivo.
Un classico...
Ripenso a cosa gli gridava perché non era in grado di tenere in mano una pistola: "Ti devi far rispettare, non fare il ricchione".
È cresciuta da quelle parti...
A Torre Annunziata: non è stata una passeggiata, per fortuna sono nata in una famiglia solida e presente. È l'unica salvezza.
Altrimenti?
Come dicevo prima, per me la Circumvesuviana ha rappresentato lo schermo più nitido rispetto alla realtà che vivevo: già allora guardavo i compagni di viaggio e tentavo di andare oltre gli input esteriori.
Cioè?
Dalla seconda fermata i vagoni si riempivano di eroinomani, spacciatori, piccoli ladri: un'umanità varia e disperata. Tutti i giorni così. E alcuni oramai li conoscevo di vista, avevo imparato a decifrare i loro momenti bui, i tic, le nevrosi, i timori. Soprattutto gli occhi infossati.
Non mentono...
Lo sguardo da vivace e attento, magari in caccia di una preda, diventava arreso e diretto all'ineluttabile. Poi all'improvviso quegli occhi sparivano e non sapevo se erano morti o finiti in galera.
A un certo punto è andata a vivere a Roma: fuga o altro?
Entrambi gli aspetti: per un lungo periodo mi sono sentita in conflitto con la mia realtà d'origine; (sorride) quando ho letto Gomorra, non mi sono sconvolta come la maggior parte delle persone.
L'avranno presa per snob. Forse, in realtà per me era solo una fiction sulla mia infanzia. Rispetto a 30 anni fa, com'è cambiata Napoli e l'hinterland?
Si sono mostrificati di più; però a vedere dove sono nata ci sono tornata una sola volta.
È entrata in carcere, ha parlato con i ragazzi...
Un paio di volte e l'effetto è straniante, ho avuto la percezione di confrontarmi con persone che sbagliano non dei delinquenti assoluti da emarginare. L'approccio loro con lei. (S orri de) Molto vivace, con un paio di apprezzamenti colorati; ma era previsto, è un modo per incutere timore, o solo difendersi. In certi casi l'errore più banale è quello di scomporsi, mostrarsi offesi o superiori. Per gli attori a volte è complicato schermarsi. Invece in alcuni casi è importante trovare le forze per permettere alle emozioni di affrontare le nostre convinzioni: non si può sempre e solo restare degli spettatori partecipi.
Insomma, un po' è fuggita da lì...
Da ragazza? Quando mi presentai al provino per entrare all'accademia di teatro, temevo di non aver studiato alla perfezione. Io ci tenevo tantissimo e loro erano giustamente esigenti.
Quindi?
Durante il saggio capii che non stavo rendendo secondo le aspettative: decisi di simulare uno svenimento.
Funzionò?
Sì, salvo poi mandarmi via perché avevo accettato il ruolo da protagonista in un film di Tinto Brass (silenzio, sorride).
Ma?
Come dicono quelli bravi? Quella è tutta un'altra storia. Adesso mi interessa aiutare questi ragazzi che sbagliano.
di Massimo Congiu
Il Manifesto, 7 ottobre 2020
"Carcere, idee proposte e riflessioni" di Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti della Campania, per Rogiosi editore. Un libro che "racconta la storia di molti uomini rinchiusi, scoraggiati e abbandonati, ed è accompagnato dall'esperienza di molti operatori e volontari che toccano con le loro mani il terreno spinoso delle nostre strutture penitenziarie, con l'obiettivo di aiutarci a capire quanto sia difficile il loro compito".
"Carcere è l'anagramma di cercare", così Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti della Campania, esprime la sua visione delle pene detentive. Sfruttare il periodo di reclusione per andare alla ricerca di sé stessi, provare a ricostruire un dialogo intimo e riuscire, magari, a perdonarsi dopo aver elaborato i propri errori. Un percorso che risulterebbe agevolato da condizioni di detenzione rispettose della dignità umana. La pratica però ci dice che siamo ancora lontani, in Campania e nel resto del paese, dal realizzare questa situazione.
Carcere, idee proposte e riflessioni (Rogiosi editore, pp. 192, euro 12,50) contiene la quarantennale esperienza di Ciambriello a contatto con i carcerati, con i loro problemi e con quelli degli addetti che sono partecipi, insieme ai primi, delle numerose criticità esistenti nei nostri affollati istituti di pena. Sentimenti di rabbia, scoramento, la convinzione di non avere ormai più posto nel mondo di fuori animano spesso i detenuti; ma da qualche parte, tra di loro, alberga il rifiuto della rassegnazione e dell'idea che sia tutto finito, un rifiuto che va coltivato in funzione di una rinascita da cercare, per quanto difficoltosa e impegnativa.
Scrive Ciambriello che il libro "racconta la storia di molti uomini rinchiusi, scoraggiati e abbandonati, ed è accompagnato dall'esperienza di molti operatori e volontari che toccano con le loro mani il terreno spinoso delle nostre strutture penitenziarie, con l'obiettivo di aiutarci a capire quanto sia difficile il loro compito". La funzione rieducativa della pena carceraria è sancita dall'art. 27 della Costituzione; in altri termini la pena non può essere considerata esclusivamente un castigo né può consistere in trattamenti contrari alla dignità umana. È la privazione di quest'ultima a ostacolare il principio costituzionale del recupero; essa ha luogo con i già citati fenomeni di sovraffollamento e con la scarsa quando non assente attenzione nei confronti di tutta una serie di problematiche e di disagi frequenti fra i detenuti. Tra essi quelli dovuti alla mancanza di dialogo, all'insufficienza del tempo dedicato alle attività di studio e apprendimento di un mestiere in funzione di un futuro reinserimento sociale, all'abbandono dei reclusi afflitti da problemi psichici, cose che negano qualsiasi prospettiva di recupero e cambiamento.
Quello dei suicidi in carcere, fenomeno in crescita l'anno scorso, è per l'autore del libro "l'epilogo che chiude la porta alla speranza". È la fine di una storia, una delle tante storie di umanità, sbagliata quanto si vuole ma sempre umana. E brani di queste storie, ricordi, sensazioni, sono raccontati brevemente nel libro da ex carcerati che ripensano a quegli interminabili pomeriggi nelle celle quando terminano le attività mattutine "e si spalanca il vuoto".
Nel libro le testimonianze di detenuti ed ex, spesso caratterizzate da sfumature agrodolci, si uniscono ai ricordi di Ciambriello, quelli degli anni '70 e dell'inizio del decennio successivo, epoca di grandi riforme in termini di gestione delle pene carcerarie con l'introduzione e l'ampliamento dei trattamenti alternativi alle misure puramente detentive e di cambiamenti sul piano della giustizia minorile.
Una stagione di speranze di cui è tuttora oggetto il pianeta carcere che l'autore descrive nella sua quotidianità dedicando ampio spazio alle figure d'ausilio e a quella del garante sempre più esposta a critiche strumentali provenienti dal giustizialismo bieco di certa parte politica. Presenti nell'opera contributi focalizzati su argomenti specifici: l'analisi della fenomenologia carceraria da parte di Celestina Frosolone, Liberare i minori, educare gli adulti di Anna Malinconico, le detenute madri di Anna Buonaiuto e il tema dei sex-offenders curato da Dea Demian Pisano, valide collaboratrici e compagne di viaggio del garante nonché studiose delle materie in questione.
Il libro invita a una riflessione su cosa sia oggi la detenzione ed è riassunto dall'anagramma della parola carcere che per Samuele Ciambriello "è un luogo in cui si cerca ancora: altre persone, una nuova identità, un sogno: un ritrovarsi insieme anche per risarcire, metabolizzare il dolore causato agli altri e alla stessa società" e magari anche a sé stessi, si potrebbe aggiungere.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 7 ottobre 2020
Esame veloce delle domande di asilo per chi elude i controlli o arriva da un Paese sicuro. Via le maxi multe alle ong ma non si chiude alla Libia. Più luci che ombre, ma queste ultime ci sono. La riscrittura dei decreti sicurezza di Matteo Salvini, varata lunedì notte dal consiglio dei ministri, manda definitivamente in soffitta le misure anti migranti volute dal leader della Lega, senza però arrivare a cancellare l'impostazione di fondo che vede ancora l'immigrazione come un problema di sicurezza. Al punto da fare dell'Italia una sorta di laboratorio nel quale sperimentare alcune delle misure inserite nel piano europeo su immigrazione e asilo presentato nelle scorse settimane a Bruxelles.
Un esempio di questa impostazione si trova all'articolo 2 del decreto ("Disposizioni in materia di procedure per il riconoscimento della protezione internazionale") che prevede la possibilità per le commissioni territoriali di esaminare le richieste di asilo "entro sette giorni dalla data di ricezione della documentazione" da parte della questura, arrivando a una decisione "entro i successivi due giorni". Una procedura accelerata che rischia di compromettere pesantemente il diritto di chiedere asilo e riservata a quanti presentano la domanda dall'interno di un Centro per rimpatri e a chi viene fermato alla frontiera per aver eluso i controlli (esclusi quindi i migranti tratti in salvo da una nave). Ma anche per chi arriva da un Paese ritenuto sicuro. Per queste categorie, la richiesta può essere valutata in tempi stretti e "direttamente alla frontiera o nelle zone limitrofe".
Un'altra questione riguarda le navi delle ong. Non ci sono più le maxi multe introdotte da Salvini per le navi che non rispettano il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane (la cui decisione torna al ministero dell'Interno solo per ragioni di sicurezza pubblica) e le sanzioni tornano a quelle previste dal codice della navigazione (tra 10 mila e 50 mila euro) ma potranno essere decise, grazie alla trasformazione del reato da amministrativo a penale, solo da un giudice al termine di un processo.
Nessuna sanzione però se il salvataggio viene comunicato al centro di coordinamento competente e al Paese di bandiera della nave ed effettuato "nel rispetto delle indicazioni della competente autorità per la ricerca e soccorso in mare". Punto controverso, quest'ultimo, visto che scritta in questo modo la norma non esclude che a fornire indicazioni su dove sbarcare i migranti possa essere anche la Libia, Paese verso il quale nessuna nave delle ong accetterebbe mai di dirigersi. Per quanto ammorbidita dal continuo riferimento al rispetto dei trattati internazionali, resta comunque l'impronta punitiva nei confronti delle navi umanitarie, molte delle quali ieri non hanno fatto mancare critiche al provvedimento.
Come si è detto nel nuovo decreto non mancano però gli aspetti positivi. Primo fra tutti l'estensione della protezione speciale a nuove categorie di migranti vulnerabili con la possibilità di convertire il permesso di soggiorno in permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Introdotto anche il divieto di respingimento o rimpatrio verso Paesi nei quali vengono compiute violazioni dei diritti umani
Altro punto di vera discontinuità con i decreti del precedente governo riguarda l'accoglienza dei richiedenti asilo. Il testo licenziato dal consiglio dei ministri prevede un nuovo sistema denominato Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) formato da due livelli: un primo, gestito dai prefetti, che si occuperà della prima assistenza, e un secondo gestito dai Comuni dove avviare l'integrazione e composto da centri piccoli con al massimo cento persone.
Reintrodotta anche la possibilità per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe comunale e di chiedere una carta di identità valida tre anni, mentre scende da 180 giorni a 90 il periodo massimo di detenzione all'interno dei Centri per il rimpatrio, prorogabili di altri 30 se il migrante appartiene a un Paese con cui l'Italia ha sottoscritto un accordo per i rimpatri. Novità infine anche per quanto riguarda le domande di cittadinanza. I tempi di attesa di una risposta, fatti salire da Salvini fino a 48 mesi, scende a 36, mentre il termine fissato prima dei decreti sicurezza era di 24. Un altro punto su cui l'esecutivo avrebbe potuto mostrare maggiore coraggio. Scontata la reazione di Salvini, che ieri ha definito "decreti clandestini" il nuovo provvedimento e annunciato una raccolta di firme per bloccarlo.
di Susanna Ronconi
dirittiglobali.it, 7 ottobre 2020
Intervista a Gennaro Santoro. La pandemia ha avuto un impatto significativo anche nei molti luoghi della detenzione amministrativa - hotspot, Cpr fino alle navi quarantena - dove sono segregati i migranti. Cild, Coalizione Italiana Libertà e diritti Civili, ha analizzato nel Rapporto Detenzione migrante ai tempi del Covid la gestione della pandemia in queste strutture e le sue conseguenze in termini di diritti, diritto e condizioni delle persone che vi sono rinchiuse. Ne parla in questa nostra intervista redazionale Gennaro Santoro, avvocato di Cild ed estensore del Rapporto.
Per tutti noi, la limitazione della libertà per ragioni sanitarie deve rispettare alcuni criteri, per esempio dimostrarsi necessaria ed essere a tempo limitato, accompagnata da una informazione corretta, ecc. Come ha inciso sulle particolari condizioni dei migranti sbarcati in Italia l'ulteriore limitazione della libertà personale dovuta alla necessaria quarantena sanitaria? Si sono poste ulteriori e specifiche questioni di violazione dei diritti, per esempio sulle navi quarantena?
In realtà anche rispetto agli italiani e alle persone già presenti sul territorio italiano si pongono dubbi sull'esistenza di una informazione chiara rispetto all'obbligo dell'isolamento volontario (per tutti in fase lockdown; fuori da tale fase, per chi è stato in contatto con positivi o per chi rientra da determinati stati esteri), potendo lo stesso essere comunicato a voce da un operatore Asl. Tuttavia, essendo prevista una sola sanzione amministrativa in caso di violazione dell'isolamento fiduciario non si pongono grandi dubbi sulla violazione dell'art. 13 Cost e art. 5 Cedu. Si tratta di una limitazione della libertà di circolazione (e non di libertà personale).
Ciò posto, le navi quarantena in particolare (ma analogo discorso vale per l'isolamento fiduciario all'interno degli hotspot e altre strutture, di cui diamo conto nel report, dove far espletare la quarantena ai migranti appena sbarcati) pongono quesiti e profili problematici in quanto viene di fatto limitata la libertà personale (e non di circolazione) essendo evidentemente impossibile allontanarsi da tali navi durante l'espletamento dell'isolamento fiduciario. Invero fonti secondarie dell'ordinamento italiano ad aprile hanno creato una tenue base di legalità, almeno formale, di tale limitazione della libertà personale.
Il protrarsi della crisi sanitaria ha determinato le Autorità italiane a consentire l'utilizzo di navi per lo svolgimento della quarantena delle persone soccorse in mare e per le quali non è possibile indicare nel territorio italiano un cosiddetto Place of Safety (Pos) dal momento che il decreto interministeriale n. 150 del 7 aprile 2020 ha stabilito che "per l'intero periodo di durata dell'emergenza sanitaria [...] i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di place of safety [...] per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell'area Sar italiana". La possibilità di utilizzare navi come luoghi di quarantena per migranti è stata, dunque, espressamente prevista dal decreto del Capo della Protezione civile del 12 aprile 2020 con il quale il Capo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno è stato incaricato di provvedere all'assistenza alloggiativa e alla sorveglianza sanitaria delle persone soccorse in mare, prevedendo che, in tali situazioni, nel rispetto dei protocolli condivisi con il Ministero della Salute, possano essere utilizzate navi per lo svolgimento del periodo di sorveglianza sanitaria
Tuttavia, l'assenza di una convalida del trattenimento su queste navi, la differenza sostanziale del trattamento tra chi proviene da determinati stati esteri, ad esempio con visto o permesso (e posto in isolamento volontario per 14 giorni e chi vi arriva con barche di fortuna, pone forti dubbi quanto meno sulla parità di trattamento e il principio di non discriminazione. Ancora: dal punto di vista della salute pubblica e dell'efficacia di questa previsione, nessuna differenza c'è tra un italiano, uno straniero regolare e un irregolare che proviene dall'estero. Ne consegue che, per ragioni di logica prima ancora che di diritto, a tutti andrebbe applicato, da un punto di vista di prevenzione sanitaria, lo stesso trattamento.
Nel vostro Rapporto avete sottolineato come la proliferazione di luoghi di detenzione amministrativa dei migranti, rappresenti una giungla opaca con basi legali a dir poco incerte. Quando parlate della necessità di "una normativa di fonte primaria che riconosca chiaramente i diritti delle persone trattenute" a cosa pensate? Che vuoti deve colmare questa normativa e cosa soprattutto deve tutelare?
Per rispondere a questa domanda è necessario fare una premessa sull'attuale quadro normativo italiano sui luoghi della detenzione amministrativa e del trattenimento dei migranti. Preliminarmente è opportuno rammentare che per la Corte Edu è possibile la detenzione amministrativa di migranti irregolari. (art. 5 Convenzione Edu). Tuttavia, ai sensi dell'art. 5 della Convenzione perché tale detenzione sia legittima c'è la necessità (al pari del nostro articolo 13 della Costituzione) che vi sia una base legale, una legge che preveda tale forma di detenzione e una convalida di un giudice che certifichi che quella detenzione è giusta; infine, è necessario che vi sia un giudice al quale poter ricorrere per sostenere che quella detenzione è ingiusta e illegittima o per lamentarsi rispetto alle condizioni di detenzione.
Tutti questi aspetti sono stati chiariti nella nota sentenza di condanna dello stato italiano nel 2016 nel caso Khlaifia. Ciò posto, nell'ordinamento italiano, mentre la privazione della libertà personale degli stranieri nei Cpr è astrattamente giustificata alla luce dell'art. 15, §1, della Direttiva 115/2008/CE (c.d. Direttiva Rimpatri), i cui principi sono stati recepiti nel diritto interno all'art. 14 d.lgs. 286/98, lo stesso non può dirsi per gli hotspot. Questi ultimi, infatti, letteralmente "punti di crisi" creati per la gestione dei flussi migratori eccezionali per dare sostegno agli Stati membri in prima linea nell'affrontare le fortissime pressioni migratorie alle frontiere esterne dell'UE, sono stati previsti per la prima volta da una fonte non normativa.
Più nello specifico: i centri Hotspot vengono introdotti in Italia dalla "Roadmap" elaborata dal governo ai sensi dell'Agenda Europea sull'immigrazione del maggio 2015. In funzione dalla fine del 2015, hanno ricevuto un parziale avallo giuridico con il decreto legge 13/2017 (così detto decreto Minniti). Il tempo di permanenza in tali strutture, di fatto, può variare da un giorno a settimane e, in casi eccezionali, si è protratto fino a quasi due mesi.
Formalmente e ufficialmente in tali luoghi è limitata la libertà di circolazione e non la libertà personale. Nella sostanza, invece, le persone non possono allontanarsi dagli hotspot e perdura l'assenza di una base legale di tale privazione stante la riserva di legge prevista dall'art. 13 della Costituzione e dall'art. 5 Convenzione Edu. Anche a seguito dell'entrata in vigore della legge 132/2018 (conversione in legge del così detto decreto Salvini), la convalida del trattenimento in tali strutture è formalmente circoscritta ai soli richiedenti asilo e, di fatto, tale forma di convalida non ha mai avuto luogo. Di conseguenza continua a non esistere una base legale e un giudice della convalida per la detenzione in tali strutture. In conclusione, la privazione della libertà personale negli hotspot e sulle navi quarantena non ha una base legale perché non c'è nessuna legge che prevede questa forma di privazione della libertà personale.
In molte occasioni durante la pandemia Cild, insieme a molte altre associazioni della società civile, ha denunciato come la detenzione nei Cpr fosse priva di basi legali, stante che la chiusura delle frontiere causa Covid-19 rendeva impossibile effettuare i rimpatri. Ha avuto qualche ascolto o effetto questa denuncia? E cosa sta avvenendo adesso che le frontiere sono (per lo più) aperte?
Come emerge dal Rapporto, l'effetto delle denunce di Cild e altre associazioni ha avuto l'effetto della sostanziale diminuzione delle presenze nei Cpr durante la fase del blocco dei voli. Ora si assiste a un nuovo aumento delle presenze, nonostante non si abbia notizia di rimpatrio di persone presenti nei Cpr stessi.
Quali sono le più importanti iniziative in campo o previste da parte delle associazioni? E la pandemia ha lasciato delle "lezioni apprese" che concorrono a ridisegnare l'agenda del movimento per la riforma delle leggi e delle politiche sulle migrazioni?
La partita più importante si gioca in Europa e in Italia. Nell'ambito del Consiglio d'Europa continua ad avere grande rilevanza sia il monitoraggio che il Comitato dei ministri sta effettuando sull'applicazione della sentenza Khlaifia, sia la pendenza di almeno 9 procedimenti innanzi alla Corte Edu relativi a detenzioni simili al caso Khlaifia per fatti avvenuti nel 2018, 2019 e 2020. In ambito italiano il Terzo settore e le associazioni giocheranno un ruolo importante nelle proposte di modifica dei decreti Salvini, che solo apparentemente vanno a colmare le lacune di cui alla sentenza Khlaifia. La pandemia ha solo amplificato l'inutilità della detenzione amministrativa, utile a parlare alla pancia degli elettori ma non a risolvere problemi. Bisogna continuare a sostenere che la detenzione in hotspot è illegittima, quella in Cpr dovrebbe essere limitata a 30-60 giorni ricorrendo maggiormente alle alternative alla detenzione.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 7 ottobre 2020
Si può dire che, con il decreto appena approvato, i migranti e i profughi tornino a essere quelle persone in carne e ossa che sempre sono state: l'esito ultimo di un mondo attraversato da iniquità e sperequazioni. I provvedimenti del precedente governo avevano collocato in una dimensione criminale le vittime di questa tragedia economica, ambientale e politica, riducendole a problema di ordine pubblico, a minaccia sociale e, infine, a fattispecie penale.
Dunque, il nuovo decreto costituisce un significativo atto di rinnovamento, che interviene su nodi cruciali dell'intero sistema. Viene ripristinata quella che era la protezione umanitaria, ora definita "speciale", per chi nel proprio Paese rischierebbe "trattamenti inumani o degradanti", e viene introdotto il divieto di espulsione in caso di violazione dei diritti umani nel luogo di origine; e in relazione al livello di integrazione raggiunto in Italia.
Pertanto, non si potrà rimpatriare, salvo motivi di sicurezza nazionale, chi si sia inserito nel tessuto sociale del nostro Paese. Coerente con questa impostazione è la norma che prevede la convertibilità dei permessi di soggiorno in permessi di lavoro per motivi di calamità, residenza elettiva, acquisto cittadinanza o apolidia, attività sportiva e lavoro artistico, confessione religiosa e assistenza ai minori.
Ancora in linea con un progetto complessivo di integrazione, si investe nuovamente sul Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), ora accessibile anche ai richiedenti asilo, ripristinando i servizi destinati all'inclusione, come l'assistenza sociale, quella sanitaria e psicologica, la mediazione linguistico-culturale, i corsi di italiano, i servizi di tutela legale e, per i rifugiati, quelli di orientamento al lavoro e alla formazione professionale. Si tratta di un passaggio decisivo.
La misura più sciagurata dei cosiddetti decreti Salvini era stata proprio il drastico ridimensionamento del sistema Sprar, che aveva sortito l'effetto di precipitare un numero crescente di stranieri in una condizione di marginalità, interrompendo un faticoso processo di inserimento sociale e incrementando l'insicurezza pubblica.
Operare in senso esattamente opposto, ampliando e rafforzando il sistema dell'accoglienza diffusa, basata sulla distribuzione degli stranieri per piccoli gruppi all'interno delle comunità locali, è la sola prospettiva capace di favorire la convivenza tra residenti e stranieri. E l'unica in grado di rendere l'immigrazione una reale opportunità sotto il profilo demografico, economico-sociale e culturale, riducendo per quanto possibile i conflitti interetnici.
Importante: l'attività delle Ong del soccorso in mare viene liberata dal pesante pregiudizio negativo che ne oscurava l'operato, riconoscendone - fatte salve alcune condizioni - il ruolo essenziale nel salvataggio dei naufraghi. Si tratta di una questione vitale. Non penso solo al richiamo a quella che viene definita la "legge del mare", mi riferisco all'irrinunciabile diritto-dovere al soccorso quale principio fondativo del vincolo di reciprocità, del legame sociale e della stessa comunità umana.
Insomma, il mutuo aiuto in stato di pericolo come l'atto costitutivo della nostra idea di società. Certo, il decreto presenta anche limiti e punti critici, come quello relativo ai tempi di conclusione della pratica per la richiesta di cittadinanza e quello che rende più rapide - quindi più sbrigative e superficiali le procedure di richiesta asilo alla frontiera. Ma resta la complessiva validità dell'impianto normativo.
Va detto, infatti, che il modello-Salvini, presentato come realistico e, perciò stesso, efficace, si è dimostrato fallimentare: esso inseguiva la distopia di una velleitaria fortezza-Italia, rivelatasi drammaticamente impotente a concludere accordi con i Paesi di emigrazione e a controllare sia gli sbarchi informali (quelli dei cosiddetti "barchini"), che i flussi da rotte diverse da quella del Mediterraneo.
Da oggi è possibile realizzare una politica dell'immigrazione più razionale, da collegare al negoziato - assai impervio - con l'Unione Europea, per un programma di effettiva e obbligatoria ricollocazione di chi sbarca in Italia. Per farlo, sarebbe bene superare le arretratezze e le pesanti cautele che ancora gravano sul testo del nuovo decreto. Uno slancio maggiore e un atto di fiducia negli italiani (e negli stranieri) non sarebbero segni di imprudenza, bensì di oculata saggezza.
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 7 ottobre 2020
Migrazioni, discriminazione e speculazione economica: con la rassegna "Internazionale a Roma" tornano i grandi temi dell'attualità. Riparte il cinema, dopo l'emergenza sanitaria prodotta dal Covid-19 e il relativo lockdown. Riparte con tutte le precauzioni del caso, suggerite da una situazione che risulta tuttora problematica.
E, dopo le asperità della pandemia e dell'isolamento, i sei film al centro della rassegna "Internazionale a Roma" - dal 6 all' 11 ottobre al Palazzo delle Esposizioni - offrono altrettanti spazi di riflessione sui temi dei diritti umani e dell'attualità più stringente, invitando a rifuggire comodi ripiegamenti solipsistici o giudizi di maniera. Curata da Cine Agenzia per Internazionale, la manifestazione, a ingresso libero fino a esaurimento posti con prenotazione obbligatoria, presenta pellicole di impegnati registi e documentaristi provenienti dalle realtà più diverse, come i tedeschi Carmen Losmann e Marc Wiese, l'austriaca Katharina Weingartner, gli statunitensi Ian Cheney e Sharon Shattuck, il cinese Zhou Bing e la danese Mira Jargil.
Tante le tematiche affrontate, tanti gli sguardi gettati su un presente inquieto. Si parte dal lungometraggio "Reunited" di Mira Jargil, che esplora le problematiche connesse alle migrazioni attraverso la storia di una famiglia siriana approdata in Occidente e delle infinite peripezie burocratiche che ne ostacolano il ricongiungimento.
Non mancano lavori incentrati sulle restrizioni delle libertà promosse da taluni governi - quella di stampa in primis - e sulle accese contestazioni che le accompagnano. In "We Hold The Line" di Marc Wiese, trova spazio la testimonianza del brutale regime del presidente filippino Rodrigo Duterte, fornita dalla giornalista Maria Ressa - scelta dalla rivista Time come persona dell'anno 2018 - e dai suoi colleghi della redazione del sito di notizie Rappler, che per la loro attività sono stati oggetto di campagne di discredito via web e di minacce alla professione e alla loro stessa incolumità. Recentemente arrestata, Maria Ressa è stata destinataria, sul Washington Post, dell'appello di 400 intellettuali al presidente americano Trump affinché convinca il regime di Manila a porre fine alle persecuzioni contro di lei.
"Hong Kong Moments" di Zhou Bing, dal canto suo, racconta la vita di sette cittadini di Hong Kong, diversi fra loro sia per estrazione sociale che per orientamento politico, durante i moti di protesta che, da oltre un anno, vedono contrapposti i movimenti a favore della democrazia da una parte e il governo della regione e la polizia dall'altra.
A far luce sulle criticità del sistema capitalistico contemporaneo e sul rapporto diretto tra crescita dell'economia e dei profitti e indebitamento delle persone ci pensa il documentario "Oeconomia" di Carmen Losmann, mentre la questione della discriminazione sessista - che dal venire escluse come destinatarie di mail importanti o vedersi assegnare laboratori di minuscole dimensioni può spingersi fino al livello di vere e proprie molestie sessuali - è affrontata, in "Picture A Scientist" del duo Ian Cheney e Sharon Shattuck, dal punto di vista della biologa Nancy Hopkins, della chimica Raychelle Burks e dalla geologa Jane Willenbring. Problema che, ovviamente, non attiene al solo ambito scientifico.
In conclusione di rassegna, Katharina Weingartner esamina in "The Fever" il nodo fra organizzazioni internazionali, multinazionali farmaceutiche ed enti portatori di interessi di vario genere e grado, coinvolti da anni nella gestione della più grande emergenza sanitaria che l'Africa si sia mai trovata ad affrontare, la malaria, che persevera nel provocare più vittime di tutte le guerre e le altre malattie che imperversano nel pianeta. Se si scoprisse che una semplice pianta, a disposizione di chiunque, fosse in grado di combattere il paludismo e salvare mille vite al giorno? Come reagirebbero le multinazionali farmaceutiche? In tempi di coronavirus, nell'attesa spasmodica di un vaccino, sarebbe utile una riflessione puntuale su valori come correttezza ed equanimità, che dovrebbero garantire la distribuzione universale delle risorse e delle cure.
di Susanna Ronconi*
Il Manifesto, 7 ottobre 2020
Il Rapporto europeo sulle droghe, curato ogni anno dall'Emcdda- European Monitoring Centre on Drugs and Drug Addiction, quest'anno mostra una versione differente rispetto alle precedenti. Pubblica come sempre dati e trend sulle droghe più diffuse nell'Unione - consumi, mercati, trattamenti - ma è monca della sua parte strategica, inerente le politiche da adottare, quel capitolo Drug-related harms and responses, in cui si indicano le priorità di intervento, con un approccio di Riduzione del danno, un buon esempio anche per ripensare la carente Relazione al Parlamento del Governo italiano.
È vero che il Rapporto include la sintesi degli studi condotti sull'impatto della pandemia su consumi, mercato e servizi e relative lezioni apprese, però non c'è dubbio che la prospettiva sulle politiche manchi. Sarà che è in corso la valutazione dell'Emcdda da parte della Commissione, a 25 anni dalla sua nascita? E che questa valutazione possa mutare gli indirizzi del Centro? Peccato, comunque, soprattutto alla luce di una Strategia Europea 2021-2025 deludente e in discussione.
In ogni caso, i dati (relativi al 2018 e pochi al 2019) alcune cose le dicono.
Intanto, paragonando 2019 e 2020, i consumi nell'Unione (con però variazioni tra i paesi) sono stabili per tutte le sostanze, sia per la popolazione generale che per quella giovanile, non c'è nessuna impennata e nemmeno decrementi significativi: usa cannabis una volta nella vita il 27,2% degli europei (90 milioni), nell'ultimo anno il 7,6%, (+0,2) il 15% degli under 34 (+0,6); considerando l'ultimo anno, sono stabili Mdma (0,8% e 1,5% per gli under 34, +0,2%) e anfetamine (0,6% e 1,2%, +0,2%); sull'eroina non ci sono dati di prevalenza ma solo relativi all'uso ad alto rischio, che rimane stabile a 1,3 milioni, e ai trattamenti, con un aumento di 6mila casi. Infine la cocaina merita attenzione, perché se l'incremento è minimo (stabile l'uso nella vita, + 0,1% quello dell'ultimo anno e + 0,3% quello under34), e se è vero che dal 2014 è decisamente salita la richiesta di trattamento per uso problematico, dal 2017 è stabile se non, in alcuni paesi, in calo.
Perché allora questo allarme? Perché il focus è sul mercato, anzi sui sequestri, che sono cresciuti in maniera esponenziale (181 tonnellate, 138 nel 2017), e perché si osserva una particolare aggressività del narcotraffico: con la differenziazione delle rotte e con una politica di prezzi stabili e qualità migliore, che fa pensare a una offerta molto maggiore nel breve periodo. Il mercato è anche protagonista del secondo allarme Emcdda, la cannabis, per cui si segnala un aumento della potenza del Thc del doppio in 10 anni, aumento che riguarda però soprattutto la resina e molto meno la pianta.
In entrambi i casi - strategie di mercato e oscillazioni nella qualità - i dati sono utili e l'attenzione è necessaria, ma forse le previsioni andrebbero meglio mediate con uno sguardo sui consumi e sui consumatori, che hanno le loro strategie, apprendimenti e conoscenze, che fanno sì che maggiore disponibilità o maggiore purezza non debbano tradursi per forza in una profezia di danno conclamato. E anche le politiche sono una variabile di contesto che dovrebbe contenere i rischi da mercato illegale, le cui strategie e incontrollate variazioni impattano sulla sicurezza e la salute di chi consuma.
Il Rapporto 2020, con il grave limite della mancanza di una significativa parte sulle politiche, sembra suggerire una rinnovata centralità della riduzione dell'offerta (come del resto fa la nuova Strategia), contraddicendo se stesso, a leggere i trend stabili dei consumi: tonnellate di cocaina e cannabis nelle mani delle polizie europee non hanno avuto alcun effetto. Non è tempo di pensare a politiche alternative?
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 7 ottobre 2020
Proprio quando si riparla di decreti sicurezza, un caso tragico getta pesanti ombre sulla gestione dell'immigrazione. Si tratta della scomparsa di Abou, un ragazzo di 15 anni, migrante della Costa d'Avorio, sbarcato dalla nave quarantena Allegra, in rada a Palermo, e deceduto presso l'ospedale Ingrassia del capoluogo siciliano i primi giorni di ottobre.
Per questo ieri sera si è svolta una fiaccolata organizzata dal Forum Antirazzista di Palermo, per ricordare Abou e mostrare vicinanza "a tutte le persone che sono costrette dopo viaggi ed esperienze terrificanti e dopo le torture e le violenze in Libia a subire respingimenti, odio e rifiuto da parte della nostra Unione europea. Vogliamo dare l'abbraccio che Abou ha cercato e non ha ricevuto".
Tutto comincia l'8 settembre scorso quando la nave della Ong spagnola Open Arms salva e carica a bordo 83 naufraghi partiti da Zuara in Libia. Da quello che è stato ricostruito in quei momenti sembra accertata la presenza di un ragazzo proveniente dalla Costa d'Avorio. I medici di Emergency riscontrano casi di scabbia "problemi di malnutrizione e scabbia. Un altro ragazzo presenta una lesione da decubito sulla natica sinistra a causa di tutto il tempo passato seduto nelle prigioni libiche". Due giorni dopo, mentre la Open Arms è in attesa di un porto dove sbarcare, altre 87 persone vengono tratte in salve e l'11 settembre se ne aggiungono ben 116 fino a raggiungere 276. Dopo che Malta e Italia rifiutano un attracco sicuro, il 18 i migranti vengono trasbordati sulla nave Allegra per la quarantena. La cosa non avviene in modo tranquillo, 126 persone tentano la fuga gettandosi in acqua, altre 140 rimangono a bordo ma la situazione è tragica. La quarantena inizia in condizioni di salute precarie a causa delle torture subite in Libia e dalle privazioni del viaggio.
Abou è tra loro e il suo stato psico-fisico peggiora velocemente. I suoi compagni si allarmano e chiamano urgentemente un medico che visita il ragazzo. Il referto è chiaro: "Mi riferiscono - afferma il personale sanitario, che (il ragazzo ndr) non parla e non si nutre da circa tre giorni. Il paziente è apiretico, apparentemente disorientato, poco collaborante... all'ispezione sono visibili numerose cicatrici verosimilmente conseguenti a torture subite in carcere... il paziente lamenta dolore in sede lombare bilaterale. Si sospetta un coinvolgimento renale conseguente a stato di disidratazione".
I medici riferiscono anche che il quindicenne rifiuta di bere e qualsiasi terapia gli venga proposta. Il 29 settembre si dichiara necessario lo sbarco e il ricovero urgente. Arrivato in ospedale il 30, è riscontrata la negatività al Covid ma viene curato per polmonite, inoltre è certo uno stress post traumatico, denutrizione e disidratazione. Abou entra in coma e muore due giorni dopo.
Intanto è stato aperto un fascicolo a seguito di una denuncia ed è stata sequestrata la cartella clinica. Sarà quindi la Procura di Palermo a coordinare le indagini sulla morte del minore non accompagnato. Il tutore Rossella Puccio e il legale Michele Calantropo, autori dell'esposto hanno commentato così la loro decisione: "Noi abbiamo rappresentato tutti i fatti, inclusi quelli più anomali a partire dal fatto che i minori non accompagnati devono avere sempre un tutore, anche su una nave quarantena, che è pur sempre territorio italiano".
di Francesco Mezzapelle
primapaginamazara.it, 7 ottobre 2020
"Difficile soluzione in pochi giorni. I pescatori italiani saranno sottoposti a un procedimento da parte della Procura generale competente e saranno giudicati secondo la legge dello Stato libico". Lo ha detto il generale Khaled al-Mahjoub, portavoce dell'autoproclamato Esercito Nazionale Libico guidato da Khalifa Haftar in un'intervista esclusiva rilasciata a "Quarta Repubblica", il programma di approfondimento politico ed economico condotto da Nicola Porro in onda ieri sera su Rete Quattro. In studio vi era anche la moglie di uno dei 18 pescatori detenuti da più di 30 giorni nel carcere di El Kuefia, a 15 km sud-est di Bengasi; i pescherecci, "Antartide" e "Medinea", sequestrati nella serata del primo settembre a 35 miglia dalla Libia, sono ormeggiati nel porto della stessa capitale cirenaica.
Il portavoce dell'LNA ha annunciato che "sarà la Procura Militare a occuparsene perché il reato è stato commesso durante uno stato di emergenza". Rispondendo alla domanda sulle condizioni degli 8 pescatori italiani e di altri 10 di diverse nazionalità sequestrati ormai da trentaquattro giorni, ha dichiarato: "le loro condizioni di salute sono ottime, sono in carcere a Bengasi ed è noto che noi abbiamo cura dei nostri detenuti.
Hanno buon cibo, li trattiamo nel rispetto dei diritti umani. Mi risulta che abbiano avuto modo di avere dei contatti con i loro familiari. Certo, sono sotto indagine, ma non gli succederà niente al di fuori di quanto prevedono le procedure di legge. Voglio chiarire che noi non arrestiamo nessuno se non viene violata la legge e i marinai italiani hanno violato le acque territoriali ed economiche della Libia. La verità che il popolo italiano dovrebbe conoscere è, che questa non è la prima volta, ci sono state numerose precedenti violazioni. Continue".
Proseguendo, il il generale Khaled al-Mahjoub ha aggiunto: "I marinai italiani sono stati sottoposti a normali procedure di legge, nei loro confronti non c'è stata e non c'è nessuna persecuzione. Non siamo una milizia, noi siamo un'autorità e un esercito e li abbiamo consegnati alla Procura generale, competente per questo tipo di reato.
È stata aperta un'indagine di polizia seguendo le procedure legali al fine di salvaguardare i loro diritti. Sarà dato un incarico a un avvocato per la loro difesa, questo nel caso in cui non ne verrà nominato uno da parte del loro Stato". Ha aggiunto: "Riguardo alla droga, sono stati sequestrati dei materiali che dovranno essere analizzati dalle autorità competenti. Spetta agli inquirenti verificarlo e prendere provvedimenti. I pescatori italiani saranno sottoposti a un procedimento da parte della Procura generale competente e saranno giudicati secondo la legge dello Stato libico".
Poco dopo, via messaggio, Al-Mahjoub invia una precisazione alla giornalista nel quale ha scritto: "sarà la Procura Militare a occuparsene perché il reato è stato commesso durante uno stato di emergenza". Rispetto all'indiscrezione nella quale il generale Haftar avrebbe richiesto in cambio, per la liberazione dei pescatori italiani, uno scambio con quattro libici condannati in Italia, il portavoce ha risposto: "Non esiste nessuna dichiarazione ufficiale in tal senso, però possono esistere degli accordi riguardanti lo scambio tra detenuti o tra persone condannate. Se poi in futuro verrà preso un provvedimento di rilascio in tal senso, questo non significa necessariamente che faccia parte di trattative diverse".
Infine, in merito alla presunta trattativa tra Italia e l'autoproclamato Stato libico per il rilascio dei pescatori italiani, Al-Mahjoub ha precisato: "Sono in corso certamente dei contatti. Il Governo italiano ha contattato il nostro comando generale, sicuramente abbiamo discusso della questione. Ci sono delle procedure che devono fare il loro corso. Si tratta di questioni legali, quindi è difficile che si risolva in pochi giorni. Pensiamo che la questione andrà avanti, c'è un percorso di giustizia da seguire".
Nel frattempo a Mazara del Vallo si vivono giorni di grande preoccupazione fra i familiari dei 18 pescatori sequestrati. Da alcuni giorni madri, padri, mogli, figli, che non hanno notizie dei marittimi dalla loro partenza, occupano pacificamente l'aula consiliare "31 marzo 1946"; non sono mancati i momenti di tensione quando sabato scorso hanno bloccato le strade limitrofe al Palazzo comunale. Adesso si pensa ad una grande manifestazione organizzata che possa coinvolgere l'intera cittadinanza con un ulteriore appello al Governo italiano per una più rapida soluzione della vicenda.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 7 ottobre 2020
Il ragazzo, della Costa D'Avorio, aveva solo 15 anni. Dopo il salvataggio in mare inizia a star male, ma viene portato su una nostra nave quarantena. E quando arriva all'ospedale Cervello di Palermo è troppo tardi. Abou è morto di stenti, di botte, lasciato nelle mani di una morte che gli era dipinta in faccia, nel corpo. Sarebbe bastato guardare. Non c'erano occhi per un mucchio d'ossa, talmente folle che si era messo in testa di compiere la grande impresa a 15 anni.
Gli hanno mentito tutti: le leggende berbere, la costellazione dell'aquila, le stelle. Sarebbe bastato solo un po' di cura, di umanità, per trasformare in realtà le favole di una speranza bambina. Abou è arrivato in Italia in un tempo sbagliato, il peggiore fra tutti i tempi passati per chi ha bisogno di un rifugio. Solo chi è convinto di essere immortale attraversa l'inferno di fuoco del Sahara, sopravvive all'inferno di botte della Libia, e affronta la distesa di sale verde del Mediterraneo.
E Abou aveva affrontato tutto con serenità: la sete, la fame, le torture. Aveva vinto il deserto, le offese, il mare. Un bambino può abbattere i mostri peggiori, quello che non riuscirà mai a sconfiggere è il cinismo. E Abou, con i suoi 15 anni, non lo poteva sapere che deserto, torture, mare, sono niente. Che il mostro dei mostri è l'egoismo umano.
Abou aveva solo 15 anni, era partito dalla Costa D'Avorio perché sognava di raggiungere l'Europa, ma il suo viaggio è terminato in un ospedale palermitano dove ha perso la vita dopo aver trascorso circa un mese in mare, a bordo prima della Open Arms e poi della nave quarantena Allegra. Viaggiava da solo il piccolo Abou; aveva lasciato il suo Paese per cercare una vita migliore da noi, ma nel suo tragitto ha trovato forse un centro di detenzione libico e dopo sicuramente la morte. E allora perché e come è morto il piccolo Abou? Ieri intanto è stata formalizzata al commissariato Porta Nuova di Palermo la denuncia presentata da Alessandra Puccio, tutrice di Abou, assistita dall'avvocato Michele Calantropo che ci dice: "Noi abbiamo chiesto di capire perché questo ragazzo è morto; la cartella clinica è stata sequestrata e domani (ndr oggi) alle 13:30 ci sarà il conferimento dell'incarico al medico legale per l'autopsia.
La relazione autoptica potrebbe essere depositata anche fra 60 giorni. Quindi è presto per fare qualsiasi tipo di valutazione. Spetterà alla procura ricostruire quanto successo e accertare eventuali responsabilità". Ma proviamo a ricostruire questa drammatica vicenda, grazie anche ad una nota di Open Arms ed Emergency: il calvario europeo di Abou inizia il 10 settembre scorso, quando l'imbarcazione su cui viaggiava è stata soccorsa.
I superstiti, partiti da Zuara, in Libia, avevano trascorso tre giorni in mare ed erano stremati. Si presume che abbiano passato prima del tempo in una prigione libica per poi essere venduti ai trafficanti di esseri umani. Secondo il medico di Emergency, presente a bordo, al momento del salvataggio "Abou non riportava sintomi particolari, se non una forte denutrizione, comune alla maggior parte delle persone che erano sulla sua barca.
Il 17 settembre, verso le 21, il ragazzo ha iniziato ad avere la febbre e un forte dolore lombare: è stato subito condotto nell'ambulatorio della nave, dove è stato sottoposto al test per il Covid-19 che è risultato negativo. Lo staff medico lo ha reidratato per via endovenosa, gli ha somministrato del paracetamolo e una terapia antibiotica, ipotizzando una possibile infezione alle vie urinarie. Quando il ragazzo ha lasciato l'ambulatorio, la febbre era scesa".
C'è da precisare, sottolineano da Open Arms, che "secondo lo staff medico, le cicatrici presenti sugli arti di Abou non sembravano riconducibili a torture o maltrattamenti recenti; sempre secondo quanto riportato da un amico che faceva da interprete, si trattava di lesioni molto vecchie che risalivano al periodo dell'infanzia". Intanto in quei giorni Open Arms, dopo due salvataggi e con 276 persone a bordo, aveva chiesto ripetutamente - ma invano - uno sbarco sicuro alle autorità maltesi.
Stessa cosa avveniva con l'Italia che però poi il 18 settembre ha concesso il trasbordo dei migranti sulla nave Allegra, in rada a Palermo. Abou è quindi stato trasferito con ancora la flebo al braccio: "al momento dello sbarco, Abou sembrava stare meglio, era salito sul rhib con le sue gambe e comunicava sia con lo staff, sia con gli altri ragazzi", conclude Open Arms. Cominciava così la quarantena. Il 28 settembre l'ivoriano viene visitato dal medico della Croce Rossa da cui sembra emergere invece un'altra versione, secondo i dettagli di un referto che l'Agi ha avuto modo di leggere: "all'ispezione sono visibili numerose cicatrici verosimilmente conseguenti a torture subite in carcere in Libia (questo dato viene riferito da un compagno di viaggio)".
Se Abou sia stato torturato recentemente sarà quindi l'autopsia a stabilirlo. Quello che pare sicuro è che il 29 settembre "le condizioni generali del paziente appaiono peggiorate. I compagni -prosegue il documento riferiscono che si rifiuta di bere, arrivando a sputare l'acqua che gli viene offerta. Rifiuta terapia di qualsiasi tipo: il paziente necessita urgentemente di ricovero in struttura adeguata per studio approfondito di apparato urinario e reintegro alimentare per stato di grave malnutrizione e denutrizione volontaria".
Il medico chiede lo "sbarco urgente" del ragazzo. Il 30 settembre Abou lascia la nave e viene portato in ambulanza all'ospedale Cervello: i tamponi covid risulteranno nuovamente negativi, ma viene ricoverato per "polmonite" e per un forte stress post-traumatico oltre a un grave stato di denutrizione e disidratazione volontaria.
Poi il coma e il trasferimento alla Rianimazione dell'Ingrassia dove troverà la morte. Ieri sera il Forum Antirazzista ha organizzato una fiaccolata a Palermo per "ricordare Abou, manifestare vicinanza a tutte le persone che sono costrette - dopo viaggi ed esperienze terrificanti e dopo le torture e le violenze in Libia - a subire respingimenti, odio e rifiuto da parte della nostra Unione europea".
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