di Andrea D'Aurelio
ondatv.tv, 8 ottobre 2020
Si svolgeranno oggi alle ore 15, presso la Chiesa di Cristo Re a Sulmona, i funerali di Mariano Di Rocco, il detenuto sulmonese trovato morto nella cella del carcere di Castrogno dove stava scontano la pena definitiva per alcuni reati.
L'esame autoptico sul corpo senza vita di Di Rocco è stato svolto nella giornata di ieri dall'anatomopatologo, Giuseppe Sciarra, che ha effettuato tutti i prelievi del caso. All'autopsia ha preso parte anche il perito incaricato dalla parte offesa. Per l'esito degli accertamenti ci vorrà del tempo ma la Procura della Repubblica di Teramo, che ha aperto un'inchiesta sul caso dopo la denuncia contro ignoti presentata dalla madre, ha acquisito la cartella clinica dell'ultimo ricovero avvenuto circa un mese fa nell'ospedale di Teramo.
Quello dei magistrati è sostanzialmente un atto dovuto che serve però a ricostruire tutti i passaggi legati alla degenza ospedaliera del detenuto nonché ad approfondire il suo quadro clinico che, a detta della madre e dei suoi legali, non era compatibile con il regime carcerario. Da qui la denuncia e l'apertura di un fascicolo contro ignoti. Di Rocco aveva due anni e undici mesi di pene accumulate per furti, spacci e lesioni.
A febbraio 2021 avrebbe finito di scontare il suo conto con la giustizia. Ma il punto, come già hanno sottolineato i suoi avvocati Stefano Michelangelo e Paolo Vecchioli, è che in carcere non doveva proprio entrarci. Due istanze di scarcerazione non hanno trovato risposta.
In cella Di Rocco ci era finito dopo l'evasione dalla detenzione domiciliare, per aver perso cioè il bus per tornare a casa dopo il permesso accordato per una visita all'Aquila. E chi l'avrebbe detto che sarebbe stato il suo ultimo viaggio prima di quello più lungo che, per lui, comincia proprio adesso. Intanto la madre e i suoi familiari chiedono giustizia, che si vada cioè fino in fondo alla vicenda.
di Paolo Cittadini
Brescia Oggi, 8 ottobre 2020
L'allarme è scattato nelle scorse ore quando uno dei detenuti del Nerio Fischione è risultato positivo al Covid. Negativo ai primi due tamponi, la positività è emersa dopo il terzo controllo, quello fatto nelle scorse ore. Immediatamente nel penitenziario si è messo in moto il protocollo previsto in caso di positività e i detenuti del penitenziario cittadino sono stati tutti sottoposti ai controlli sanitari.
Dopo il "giro" di tamponi altri quattro detenuti sono risultati positivi al coronavirus. Una sorta di piccolo focolaio all'interno del penitenziario che la direzione ha subito provato a spegnere trasferendo i cinque detenuti risultati positivi a Milano nel carcere di San Vittore dove già nei mesi scorsi era stata allestito uno spazio per la popolazione carceraria risultata positiva.
di Marta Gasparon
Il Gazzettino, 8 ottobre 2020
La denuncia della Cgil sui due istituti veneziani di Santa Maria Maggiore e Giudecca. Un incontro all'esterno del carcere maschile di S. Maria Maggiore per fare il punto sulla situazione dei penitenziari veneziani.
Oltre che sui contenuti della campagna nazionale "Stare bene dentro", per migliorare le condizioni di lavoro della polizia penitenziaria. Una mattinata che prevedeva anche una visita alla casa della Giudecca - dove le detenute sono un'ottantina - sospesa per una positività al Covid.
"Una detenuta è arrivata dall'esterno, ma il tampone è stato eseguito solo dopo 7 giorni dall'ingresso - ha spiegato R.C., del coordinamento dell'istituto dell'isola - forse perché era asintomatica. Solitamente all'ingresso ogni detenuto viene messo in isolamento, fino al tampone. Quanto accaduto ha creato malcontento tra il personale".
Parole a cui si è aggiunta la denuncia di ciò che non va nella struttura, girano topi (la derattizzazione viene fatta, ma il problema si trascina da tempo) e mosche. Inoltre non c'è una differenziazione fra i bagni degli uomini e delle donne. I nostri spogliatoi sono angusti". "Il personale è carente e mancano rifornimenti", denuncia Gampietro Pegoraro, coordinatore regionale Cgil Polizia penitenziaria. Sigla sindacale che, oltre ad aderire a "Star bene dentro", si è fatta promotrice di una proposta per una nuova organizzazione del lavoro nelle carceri che prevede pure la formazione del personale "intorno al quale si sta investendo poco.
l 55% della popolazione del nostro istituto - ha detto, riferendosi alla casa circondariale maschile - è costituita da extracomunitari, per un totale di 217 detenuti. Il personale è stressato e non è formato sulla gestione dei conflitti che spesso nascono proprio da incomprensioni di lingua". L'ultima aggressione a S. Maria Maggiore la settimana scorsa, a un agente penitenziario che ha riportato 7 giorni di prognosi.
"Per tutelare il personale dovrebbero essere presi più provvedimenti per i detenuti aggressivi", ha dichiarato B.G., delegato Cgil della Casa circondariale. "E quelli con problemi psichiatrici avrebbero bisogno di cure specifiche" dice Franca Vanto, segreteria funzione pubblica, che aggiunge: "A S. Maria Maggiore ho visto laboratori che funzionano ma allo stesso tempo spazi inadeguati per la parte impiegatizia, indecorosi in un'epoca di digitalizzazione. Le risorse del Recovery Fund dovrebbero arrivare anche ai penitenziari". Inoltre sistemare due aree del carcere per recuperare spazio per il personale.
Corriere del Veneto, 8 ottobre 2020
Mancano le aree comuni, gli spazi attrezzati, i bagni e gli spogliatoi separati. Si finisce persino per usare come schedari vecchi frigoriferi. Era già un problema un anno fa, ora in tempi di pandemia rischia di diventare una miccia. E qualche esplosione, pur contenuta, c'è già stata.
Ieri mattina, davanti al carcere di Santa Maria Maggiore, Franca Vanto e Gianpietro Pegoraro della Fp Cgil, assieme ai delegati sindacali delle due case circondariali veneziane, sono tornati a chiedere maggiori investimenti. "Oggi ci sono 148 agenti e 220 detenuti solo qui nel carcere maschile - ricorda Pegoraro - C'è un cortile che può ospitare giusto trenta persone, due ali in fase di ricostruzione mai completate".
La mancanza di spazi collettivi si fa più pesante quando cresce l'insicurezza, come a causa del Covid-19. Il risultato sono anche le aggressioni, come quella della settimana scorsa ai danni di un secondino: "Abbiamo chiesto alla dirigenza come mai non abbia trasferito il detenuto, ci hanno risposto che hanno provveduto con misure disciplinari. Ma non è questo il protocollo".
Per "stare bene dentro", come recita il nome della campagna promossa dal sindacato, serve però anche maggiore impegno sulla formazione: "I detenuti fanno già molto qui, tra borse, magliette e altri prodotti - ricorda Vanto - Restituire loro il senso del lavoro, la dignità della retribuzione, è importante, ma è solo il primo passo. Poi serve anche maggiore preparazione per gli agenti, che spesso si trovano anche a dover gestire personale psichiatrico, magari senza esserne consapevoli. Con il Pon Metro i soldi ci sono, ora però bisogna decidere come spenderli al meglio".
di Roberta Merlin
Il Gazzettino, 8 ottobre 2020
È confermato: in via Verdi si insedierà il nuovo carcere minorile del Veneto, che lascerà l'attuale sede di Treviso. Tramonta così definitivamente l'ipotesi di ampliamento del tribunale negli spazi adiacenti, un tempo occupati all'ex carcere circondariale, traslocato lungo la Tangenziale Est.
Ad annunciarlo è il sindaco Edoardo Gaffeo, dopo mesi di interlocuzione con il Ministero di Grazia e Giustizia nel tentativo di evitare l'arrivo in città del Minorile. Il progetto però è ormai in stato avanzato: la precedente Amministrazione non è intervenuta per evitare che la struttura di via Verdi diventasse una nuova struttura detentiva dedicata ai minori e quindi la burocrazia ha fatto il suo corso.
I lavori per la realizzazione del nuovo carcere procedono e non possono essere fermati. La struttura ospiterà una quindicina di ragazzi che avranno la possibilità di seguire percorsi scolastico-educativi, ma anche attività sportive e professionali. Una parte della struttura sarà invece probabilmente dedicata ad un gruppo di detenuti in semilibertà.
Il destino dunque di via Verdi è già segnato. Fermare l'arrivo del nuovo carcere, a questo punto, è davvero poco probabile. In particolar modo in questo periodo delicato per l'Italia, in quanto lo stop a un progetto esecutivo, ormai in stato avanzato, esporrebbe il Governo a cospicue perdite economiche dal momento che l'appalto per la sistemazione dell'ex casa circondariale è già stato affidato a un'impresa.
"Non sembra proprio sia possibile tornare indietro ha spiegato ieri il sindaco Gaffeo - Il Tribunale dunque non può essere ampliato nella sede attuale, è necessario individuare una nuova struttura. Siamo al lavoro per questo". Un piano B per realizzare il nuovo palazzo di Giustizia mantenendolo nel centro storico della città, per il momento, non c'è.
Anche infatti per l'ex Caserma Silvestri all'Amministrazione è stato risposto picche dal Demanio, proprietario dell'area che è stata già assegnata all'Archivio di Stato e Notarile. Il Comune ha un progetto per la realizzazione di un ampio parcheggio negli spazi esterni dell'ex caserma, ma non ci sarebbero metrature e presupposti per farci stare Tribunale e Procura. Insomma, la caccia di palazzo Nodari alla nuova sede del Palazzo di Giustizia, tramontata l'ipotesi dello stop all'ex carcere minorile, in questi giorni è ripartita ritmo serrato.
"La decisione di dove collocare il Tribunale è del Ministero spiega il sindaco - C'è comunque un dialogo aperto con Roma per cercare di trovare una sede idonea". Stralciata, nei mesi scorsi, anche l'ipotesi di collocare il palazzo di Giustizia in Commenda, cambiando la destinazione dell'ex Maddalena che si appresta ad essere riqualificato grazie al Bando Periferie. Per il futuro del Tribunale in città, le possibilità sembrano davvero risicate.
Tra le ipotesi che erano state avanzate dall'Ordine degli avvocati c'erano l'ex Questura, la sede dell'ex Banca d'Italia e piazzale di Vittorio. Il Ministero però, secondo quanto aveva spiegato mesi fa il presidente del Tribunale Angelo Risi, sarebbe alla ricerca di acquisire una sede unica per la realizzazione del Palazzo di Giustizia, in modo da liberare le attuali sedi in affitto disseminate in centro. Non solo. Il nuovo Tribunale dovrà essere facilmente raggiungibile da chi proviene anche dalla Bassa Padovana, dunque nella scelta un ruolo decisivo avrà sicuramente l'aspetto legato alla viabilità e alla possibilità di avere un ampio e comodo parcheggio.
padovaoggi.it, 8 ottobre 2020
"L'Università in carcere l'accesso allo studio delle persone in regime di detenzione" è il titolo dell'incontro in zoom (https://unipd.zoom.us/j/2328608956) che si terrà giovedì 8 ottobre alle ore 16 nell'ambito degli appuntamenti del Festival dello Sviluppo sostenibile.
Il progetto - L'Ateneo di Padova, attivo con il progetto Università in carcere dal 2003, principalmente nella Casa di reclusione di Padova, rientra tra i promotori della nascita della Conferenza nazionale dei delegati dei Rettori per i Poli universitari penitenziari, rete di Atenei costituitasi per garantire il diritto allo studio universitario alle persone in regime di detenzione. La Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari (Cnupp), istituita presso la Crui il 9 aprile 2018, rappresenta la formalizzazione del Coordinamento dei responsabili di attività di formazione universitaria in carcere. In questi anni un numero crescente di Università è impegnato a garantire il diritto allo studio agli studenti detenuti o sottoposti a misure di privazione della libertà personale. Sono attualmente 24 gli Atenei coinvolti, con attività didattiche e formative in poco meno di 50 Istituti penitenziari e circa 600 studenti iscritti.
La Cnupp in primo luogo intende svolgere attività di promozione, riflessione e indirizzo del sistema universitario nazionale e dei singoli Atenei in merito alla garanzia del diritto allo studio delle persone detenute o in esecuzione penale esterna o sottoposte a misure di sicurezza detentive. In secondo luogo, la Conferenza è organo di rappresentanza della Crui nel confronto con il Ministero della Giustizia (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità e loro articolazioni periferiche) e con ogni altra istituzione competente, per la definizione delle condizioni che, all'interno degli istituti penitenziari e più in generale per le persone in situazioni di limitazione della libertà personale, rendano fruibile tale diritto, in maniera omogenea e per tutti coloro che intendano esercitarlo.
L'evento - All'appuntamento di giovedì 8 ottobre partecipano il Presidente della Cnupp, Franco Prina dell'Università degli Studi di Torino, e la delegata al Progetto patavino, Francesca Vianello dell'Università di Padova, infine daranno testimonianza della propria esperienza tutor e studenti del progetto padovano che sono stati coordinati dall'ufficio Servizi agli studenti dell'Ateneo.
Festival dello Sviluppo Sostenibile. Il Festival dello Sviluppo Sostenibile, promosso dall'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis) in sinergia con un'importante rete di partner, è la più grande iniziativa a livello nazionale per la promozione dei temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale. Il Festival, realizzato con il coinvolgimento della comunità accademica e la collaborazione del Comune di Padova, ha un ricco cartellone di iniziative su scala locale e nazionale: convegni, workshop, mostre, spettacoli e molto altro.
Si propone di coinvolgere cittadini, imprese e istituzioni nella costruzione di un background culturale ed economico che consenta l'attuazione dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite e il raggiungimento, a livello nazionale, dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Le iniziative proposte sono pensate per coinvolgere il grande pubblico prevalentemente attraverso l'utilizzo di piattaforme online, consentendo così il rispetto delle norme sanitarie prescritte per il contenimento dell'epidemia. Ulteriori info web: ilbolive.unipd.it/it/event/luniversita-carcere-laccesso-studio-persone-regime
di Riccardo Lichene
Corriere del Trentino, 8 ottobre 2020
Ogni mese a Trento scrittori e registri, obiettivo fare da ponte tra città e detenuti. "Liberi da Dentro è un'attività di rete che vuole mettere insieme le realtà di volontariato che si preoccupano del fatto che in questa città c'è un carcere e che viene percepito dalla popolazione come qualcosa a sé stante e non integrato alla città". Così Alberto Zanutto, presidente della Scuola di Preparazione Sociale di Trento vuole descrivere il progetto "Liberi Dentro", composto da una serie di iniziative per avvicinare il carcere alla cittadinanza. "Noi lavoriamo sulla cultura - continua - non ci occupiamo di strategie di gestione legate alla giustizia ma siamo motivati dall'idea che è necessaria una giustizia riparativa: giuste pene e giusti modi di sopportare queste pene. In questo senso noi lavoriamo affinché le persone rielaborino l'esperienza in termini narrativi e partecipino a laboratori di lavoro teatrale piuttosto che letterario e quindi possano maturare consapevolezza del perché della loro esperienza nell'ottica di un reintegro con la città".
A causa del Covid gli eventi di quest'anno (il progetto è alla sua terza edizione) non potranno svolgersi con pubblico, studenti e detenuti insieme ma ogni singola iniziativa sarà ripetuta tre volte: nella casa circondariale, nelle scuole e con la cittadinanza di Trento. "L'evento che più ci piace citare è quello che faremo venerdì (domani, ndr) alle 20.30 al teatro San Marco (per iscriversi è necessario prenotarsi sul sito ndr) ovvero la presentazione di un film realizzato con la Corte Costituzionale che si è presa l'impegno di andare in alcuni istituti correzionali per trovare chiavi di lettura alternative alla gestione tradizionale delle carceri.
Possiamo intervenire per trasformare il modo tradizionale di gestire le carceri che tende a separarle di netto dalla cittadinanza. Lì ci sono relazioni, lì ci sono persone e lì c'è anche fame di cultura e ricostruzione dei propri profili personali". Da ottobre a giugno 2020 è in programma un evento culturale al mese ed è già confermata la presenza di scrittori di punta come Marco Malvaldi, Annalisa Graziano e Adolfo Ceretti.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 8 ottobre 2020
È necessario un clima di collaborazione e gli italiani meritano di essere trattati come un popolo adulto. Adesso l'importante è non perdere la testa, parlare poco e chiaro, individuare regole semplici e farle rispettare; e soprattutto evitare la guerra di tutti contro tutti, governo e Regioni, maggioranza e opposizione, Pd e 5 Stelle.
Nei momenti più gravi della nostra storia, la forza morale e la capacità di resistenza degli italiani hanno spesso dovuto sopperire all'inadeguatezza delle classi dirigenti. È accaduto durante le due guerre mondiali; meno nella Ricostruzione, quando gli sforzi dei nostri padri furono assecondati da una generazione politica che seppe unirsi per scrivere la Costituzione e poi, nella sua parte cattolica e liberale, compiere la scelta atlantica e reggere l'urto della guerra fredda.
Anche quello che stiamo vivendo è un tornante della storia. I numeri di ieri confermano che la seconda ondata sta arrivando. E colpisce anche Regioni dal sistema sanitario fragile, che la prima ondata aveva risparmiato. Le crisi da arginare sono due, strettamente collegate: quella sanitaria e quella economica. Si tratta di trovare norme di comportamento che evitino di sovraccaricare ospedali e terapie intensive, senza deprimere ulteriormente i consumi e di conseguenza la produzione e il lavoro.
Non è semplice. Ma alcune cose le abbiamo imparate. Il virus sarà meno letale, ma non è affatto "clinicamente morto"; anzi. Le mascherine servono: al chiuso e anche in caso di assembramenti all'aperto. I test rapidi sono necessari se vogliamo tenere aperte le scuole. Tracciare i contatti resta fondamentale, ma lo è anche mettere in sicurezza - ad esempio negli alberghi purtroppo vuoti di turisti stranieri - le persone positive al virus che non hanno bisogno di essere ricoverate, ma non possono neppure restare a casa a rischio di contagiare i familiari.
Soprattutto, è necessario costruire un clima di collaborazione. Già i virologi litigano di continuo, in tv e su Twitter. Ministri e amministratori dovrebbero proprio risparmiarci lo stesso spettacolo. Il voto regionale ha premiato la continuità: campani e pugliesi di destra hanno votato De Luca ed Emiliano; veneti e liguri di sinistra hanno votato Zaia e Toti; gli elettori hanno chiesto esperienza e protezione. Vale per l'opposizione, che dovrebbe respingere la tentazione di sottovalutare l'allarme e gridare al liberticidio per una mascherina. E vale per il governo, che sbaglierebbe a confondere il generico consenso dei sondaggi (in particolare per il premier) in una licenza in bianco a decretare per quattro mesi su ogni dettaglio.
Gli italiani, con le consuete eccezioni, hanno dimostrato maturità e senso di responsabilità. Meritiamo di essere trattati come un popolo adulto. Niente panico, e niente litigi inutili. Se stavolta la classe politica sarà all'altezza di medici, infermieri, forze dell'ordine, operai, insegnanti e di tutti gli italiani - e più ancora le italiane - che hanno tenuto vivo e fatto ripartire il Paese, allora lo spirito del 2020 sopravvivrà anche a un autunno che si annuncia durissimo.
di Daniele Menozzi
Il Foglio, 8 ottobre 2020
La terza enciclica di Papa Francesco - "Fratelli tutti", firmata ad Assisi sulla tomba del Poverello il 3 ottobre scorso - costituisce una riepilogazione dei temi che Bergoglio ha sviluppato nel corso di sette anni di governo della chiesa universale. Non a caso ne appaiono tessuto connettivo le citazioni di suoi precedenti interventi. Sono ben 180! Non manca però una linea unitaria.
Il Pontefice intende offrire, dopo il fallimento della proposta di neo-cristianità evidenziata dalle dimissioni di Benedetto XVI, una nuova via per restituire alla chiesa la capacità di rendere attrattivo il messaggio evangelico a uomini contemporanei che continuano a guardare con indifferenza al cristianesimo. Questa via trova il criterio sintetico di presentazione nel modello offerto dalla parabola del "buon samaritano".
La sua spiegazione costituisce uno degli aspetti più interessanti del documento, giungendo a una conclusione paradossale, ma per il credente, inquietante e stimolante a un tempo: "Il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. Una persona di fede può non essere fedele a tutto ciò la fede stessa esige, e tuttavia può sentirsi vicina a Dio".
Il criterio generale si sfrangia poi nell'articolazione di una serie di atteggiamenti con cui i cattolici possono tradurre, in relazione ai problemi del mondo attuale la disinteressata fratellanza che il samaritano ha manifestato per l'altro, per quanto da lui "diverso", che si trova in condizioni di sofferenza. Ciascuno di essi meriterebbe un'analisi puntuale. Qui se ne prende in considerazione soltanto uno, che peraltro ha un ruolo cruciale sia nell'insegnamento di Francesco che nella società contemporanea: la questione della guerra e della pace. Il Papa ripropone sulla questione l'analisi già avanzata in precedenza.
Dopo la Seconda guerra mondiale gli sforzi di costruire una pacifica convivenza internazionale - che hanno trovato nella Carta delle Nazioni Unite la formulazione di regole che avrebbero dovuto assicurarla - si sono rivelati inefficaci. Lungi dall'essere un fantasma del passato, come si era sperato, la guerra non solo continua a essere presente, ma si stanno creando le condizioni per una sua proliferazione. Non siamo in presenza di tanti circoscritti conflitti locali, alla fine controllabili senza catastrofiche conseguenze, bensì a una vera e propria Terza guerra mondiale, per quanto "a pezzi". In questa situazione quale deve essere il comportamento del cristiano che voglia essere coerente con l'insegnamento del Vangelo?
Bergoglio ricorda che un'indicazione fondamentale era venuta dall'enciclica Pacem in terris pubblicata da Giovanni XXIII nel 1963. Davanti alla minaccia di distruzione della vita sul pianeta che sarebbe inevitabilmente scaturita da un conflitto nucleare tra le superpotenze che se ne contendevano il dominio, affermava che la guerra non era più uno strumento idoneo a ristabilire la giustizia nelle relazioni internazionali. In tal modo Roncalli rapportava alla situazione del mondo bipolare la millenaria teologia della "guerra giusta". Essa prevedeva che era lecito ai cristiani ricorrere alla violenza delle armi per ristabilire un diritto, ma solo nella misura in cui gli inevitabili mali provocati dalla guerra fossero inferiori al bene derivante dal ristabilimento della giustizia. La Pacem in terris prendeva atto di una nuova realtà: nessun diritto si sarebbe potuto ripristinare in un mondo distrutto dalle bombe nucleari. Proclamava perciò l'intrinseca immoralità dei conflitti nell'èra atomica. Tuttavia lasciava ancora aperta la possibilità di una "guerra giusta". Per legittima difesa.
Francesco nota che nel successivo catechismo della chiesa cattolica si sono approfondite le modalità con cui il ricorso alla violenza delle armi poteva assumere una piena legittimità morale. Tuttavia l'esperienza degli ultimi decenni ha ormai dimostrato che si è fatto un uso eccessivamente disinvolto di quella giustificazione etica della guerra: si sono moltiplicate guerre - via via definite "umanitarie", "preventive", "difensive" - che in realtà hanno comportato mali e disordini più gravi dei mali che avrebbero voluto eliminare. Davanti a questa situazione la conclusione del Papa è perentoria: "Oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile 'guerra giusta'. Mai più la guerra".
Nessuna guerra oggi ha giustificazione etica. L'affermazione è sostenuta da una nota in cui, attraverso la citazione di un passo di sant'Agostino, si mostra come questa asserzione corrisponda perfettamente all'insegnamento di colui che ha iniziato a elaborare la dottrina della legittimità morale del ricorso alla violenza bellica.
L'abbandono della teologia della guerra giusta non lascia però passivo il cristiano di fronte all'attuale proliferare dei conflitti. Ricorrendo a citazioni sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, Papa Francesco ricava che egli vi si immerge come operatore di pace. In altre occasioni - in particolare nel messaggio per la Giornata della pace del 2016 - aveva sostenuto che per il credente il metodo della non violenza rappresenta la via evangelica con cui affrontare le guerre. Ma, pur senza esplicite dichiarazioni, il modello del "buon samaritano" porta a questo stesso risultato.
di Marco Palombi
Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2020
I porti semi-aperti, le piazze del tutto chiuse. Potremmo riassumere così le modifiche ai decreti Sicurezza del Conte 1 nel 2018 e 2019 varate lunedì sera dal Conte 2: alcune modifiche hanno cioè riguardato le scelte sull'immigrazione, nessuna quelle sulla repressione del dissenso e della conflittualità sindacale che erano l'altro cuore delle norme predisposte da Matteo Salvini (ma certi decreti di Marco Minniti e alcune parti di quello di ieri dimostrano che c'è una certa continuità sul tema nei governi italiani d'ogni colore).
Le vittime. Per capire di che si parla, serve qualche esempio. Lunedì prossimo, davanti al Tribunale di Nuoro, ci sarà un presidio convocato dall'associazione "Libertade"; dentro invece il Gup deciderà se rinviare a giudizio 12 pastori accusati di blocco stradale (durante una manifestazione di febbraio 2019 avevano versato latte per strada dai loro camion). A Prato, a dicembre 2019, 21 operai della tintoria industriale Superlativa hanno ricevuto multe fino a 4mila euro sempre per blocco stradale: lavoravano in condizioni assurde e non ricevevano stipendio da 7 mesi.
Dopo le sanzioni ci furono scontri con la polizia durante un corteo di solidarietà coi lavoratori multati: per quello la questura diede il foglio di via a due sindacalisti dei Cobas sulla base di una legge del 1931 inasprita dal governo Gentiloni (i Daspo urbani cari a Minniti e poi a Salvini). Il Tar toscano, fortunatamente, annullò poi il provvedimento, come fece in un caso analogo il Tribunale di Bologna: è un pezzo, uno dei meno inquietanti, della vertenza Italpizza di Modena, dove sulla base dei decreti sicurezza - ma non solo, va detto - vanno a processo 67 lavoratori (il conto arriva ben oltre 300 se si aggiungono i processi per le vertenze Alcar Uno, Emilceramica, Bellentani, Gls, eccetera).
Dl Sicurezza/1. E allora cosa c'era nei decreti Sicurezza di Salvini che non è stato toccato? Intanto la reintroduzione nel 2018 del reato di blocco stradale su strada ordinaria (da uno a sei anni), che era stato depenalizzato negli anni Novanta: per questo vanno a processo i pastori sardi. Per di più il leghista s'inventò di sana pianta le multe per il blocco stradale realizzato "con il proprio corpo" (è il caso di Prato). Di fatto, può diventare reato improvvisare un picchetto fuori da una fabbrica. Sempre nel primo decreto Sicurezza c'erano anche un aumento delle pene per l'occupazione di edifici e terreni, a non dire - alla voce "decoro" - la resurrezione del reato di "esercizio molesto di accattonaggio" depenalizzato nel 1999 dopo una parziale dichiarazione di incostituzionalità.
Dl Sicurezza/2. Nel decreto Sicurezza bis (estate 2019) la componente anti-sindacale è persino più estesa. Quel testo, ad esempio, ha trasformato una serie di comportamenti finora puniti con contravvenzione in "delitti": rischia fino a 12 mesi di galera il promotore di un corteo in cui qualcuno compia i reati di devastazione e danneggiamento e la stessa condanna pende sul capo di chi partecipa a un corteo non autorizzato.
Di più, si arriva al paradosso che diventa "delitto" usare caschi o altri mezzi per non farsi riconoscere, ma solo durante una manifestazione: se succede altrove resta contravvenzione. Tra le altre cose, il decreto Sicurezza bis ha creato pure un nuovo reato: il lancio di "cose, razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l'emissione di fumo (...) ovvero bastoni, mazze, oggetti contundenti o, comunque, atti a offendere" (cioè tutto quel che si può lanciare) è oggi punibile anche con due anni di carcere.
Il dl giallorosa. Tra i provvedimenti del genere "viva la repressione" ce n'è solo uno modificato dal Conte 2. Un articolo del decreto Sicurezza bis (peraltro peggiorato in Parlamento) esclude a priori - dio solo sa perché - il fatto che i reati di violenza, minaccia o oltraggio a "un pubblico ufficiale nell'esercizio delle proprie funzioni" possano essere "non punibili per la lieve entità del fatto" come moltissimi altri reati, furto compreso. Di questa previsione, che era al vaglio della Consulta, si lamentò Sergio Mattarella al momento della promulgazione.
Ebbene da ora la tenuità del fatto resta comunque esclusa a priori, ma solo in caso quei reati siano rivolti a "un ufficiale o agente di pubblica sicurezza" o a "un ufficiale o agente di polizia giudiziaria nell'esercizio delle proprie funzioni". Insomma, dire "cretino" a un carabiniere o a un poliziotto in servizio (e a "un magistrato in udienza", categoria negletta nella prima formulazione) sarà sempre reato, mentre restano senza questa fondamentale tutela i controllori delle FS, i vigili urbani e altri occasionali pubblici ufficiali assortiti, tra cui ci piace citare i parlamentari.
- Immigrazione, si volta pagina grazie a chi non si è mai arreso
- Zanotelli: "Chi salva vite non può essere multato. Il razzismo di Stato resta nei decreti"
- Se i giovani arabi vogliono fuggire
- Colombia. Mario Paciolla, abitante del nostro oblio
- Stati Uniti. Esce su cauzione il poliziotto che causò la morte di George Floyd










