di Nicola Fratoianni e Matteo Orfini
Il Manifesto, 8 ottobre 2020
Decreti sicurezza. Modifiche decisamente oltre le sacrosante indicazioni del Quirinale. Restano aperte molte questioni, a cominciare dal superamento della Bossi Fini e dallo Jus Soli. Finalmente il governo è intervenuto sui Decreti Sicurezza di Salvini. Al netto delle cose che ancora non ci piacciono, consideriamo questo primo passo un risultato importante, frutto della lotta dei molti che non si sono arresi e che, anche controcorrente, hanno continuato a battersi per un Paese più giusto e umano.
Come abbiamo detto molte volte, le politiche migratorie nel nostro Paese soffrono da anni una impostazione sbagliata, tutta concentrata sulla gestione di un'emergenza che non può più essere seriamente definita tale. Sia perché l'invasione più volte denunciata dalle destre non esiste nei numeri, sia perché l'immigrazione è e sarà un fenomeno e globale di natura strutturale. Da questo punto di vista, c'è il doppio effetto tra la Bossi Fini e i decreti di Salvini.
Tanto la Bossi Fini che di fatto ha cancellato ogni strumento di ingresso "legale" nel paese quanto i pessimi decreti sicurezza hanno prodotto un peggioramento significativo nel sistema di accoglienza e di protezione, alimentando l'irrazionalità di un sistema nel quale hanno prospettato corruzione, discrezionalità nelle scelte, e procedure d'eccezione.
A pagarne le conseguenze sono state decine di migliaia di persone migranti, ma anche di cittadine e cittadini italiani sulle cui comunità si sono scaricati gli effetti di questa gestione disastrosa.
Quanto al capitolo della ricerca e del soccorso in mare, i decreti Salvini sono intervenuti in modo assai peggiorativo in un contesto segnato negativamente dalle scelte degli ultimi governi. L'attacco alle Ong, combinato con l'abdicazione da parte dell'Italia e dell'Europa rispetto ai propri doveri di ricerca e soccorso, si è così dispiegato in pieno. Nello stesso tempo, l'implementazione della collaborazione con la Libia, e con la sua cosiddetta Guardia Costiera, ha fatto il resto.
È in questo quadro dunque, e nella più generale valutazione dei rapporti di forza, che va letto il risultato ottenuto nell'ultimo consiglio dei ministri.
Andiamo dunque per ordine:
1) Viene ripristinata la protezione umanitaria (anche se non si chiamerà così) nella stessa estensione del previgente articolo 5 comma 6 del TU, ovvero nel rispetto degli obblighi internazionali e costituzionali. Una vera terza forma di protezione riconosciuta come status di diritto soggettivo, non una concessione (come nella impostazione salviniana).
2) Non solo: la protezione speciale viene riconosciuta a chi ha un buon livello di integrazione sociale in Italia e la violazione del diritto alla vita privata e famigliare viene addirittura inserita nelle clausole di inespellibilità. Un avanzamento che non c'era mai stato.
3) Sulle operazioni di soccorso in mare, è ben vero che la formulazione trovata è frutto di compromessi ma non ci potrà essere nessuna interdizione all'ingresso e al transito nelle acque territoriali delle operazioni di soccorso in mare "comunicate" (non autorizzate) dall'organo di coordinamento dei soccorsi, il quale dovrà agire nel rispetto del diritto internazionale del mare e dello statuto dei rifugiati. Viene drasticamente ridimensionato l'ambito discrezionale della politica in questo campo (no a porti chiusi o aperti a piacimento del politico di turno)
4) La convertibilità dei permessi di soggiorno per protezione speciale, come per calamità o assistenza al minore, permette alle persone che si trovano in condizioni di soggiorno particolari di poter confluire nel più ampio canale delle migrazioni ordinarie. È la stessa logica del punto 2 ovvero si riconoscono e valorizzano i "percorsi di vita" delle persone"
5) Si chiude la pagina della concentrazione dei richiedenti asilo nelle caserme e simili e ritorna lo Sprar (oggi Sai) come unico sistema di accoglienza diffusa per richiedenti e rifugiati. Qui va detto che il testo è un po' carente perché ripristina una situazione ex-ante (ottobre 2018), ma non si sa come concretamente si assorbiranno i Cas (Centri di Accoglienza Straordinari). Su questo punto è evidente il carattere incompleto della riforma che va considerata come un primo passo da sviluppare.
6) Sulla riduzione dei tempi di trattenimento nel Cpr c'è un passo avanti ma purtroppo l'impianto radicalmente sbagliato della normativa sulla detenzione amministrativa (sia i presupposti che le modalità del trattenimento e i diritti dei trattenuti) non viene in alcun modo modificato. Si tratta di una questione su cui occorre continuare a battersi.
7) Ugualmente rimangono in piedi "procedure di frontiera" e procedure accelerate con scarse garanzie e rischio di loro indebita ed estesa applicazione. Su questo campo bisognerà mettere ancora mano a una riforma effettiva.
Come si vede, le modifiche sono andate decisamente oltre le pur sacrosante indicazioni del Quirinale. Nello stesso tempo, è chiaro che restano aperte molte questioni, a cominciare dal superamento della Bossi Fini e dallo Jus Soli. Noi, continueremo a batterci in questa direzione.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 8 ottobre 2020
Qualche passo avanti, ma le Ong sono deluse per la mancata abolizione delle penali per chi soccorre i naufraghi: l'impianto di Salvini è rimasto. Soddisfatti, un po', ma molto lontani dal sentirsi appagati. Quei "decreti Salvini", il mondo solidale avrebbe voluto che fossero abrogati e non semplicemente "riformulati". A dar conto di questo sentire comune è un delle "icone" del movimento pacifista: padre Alex Zanotelli. "Un piccolo passo in avanti ma è davvero troppo poco contro i decreti Salvini, un distillato di razzismo di Stato", afferma all'Adnkronos il missionario.
"Sono grato per questo piccolo passo in avanti e in discontinuità ma è ancora troppo poco - spiega padre Zanotelli - Siamo ancora lontani da una politica migratoria verso queste persone che non sono migranti, ma profughi e rifugiati che fuggono da guerre, violenze di ogni genere, hanno diritto all'accoglienza". "Basterebbe leggere l'enciclica del Papa Fratelli tutti per capire quanto siamo lontani. Salvare vite umane è quello che dovrebbe fare lo Stato e che non fa. È grave che rimanga dentro questa roba, non è tollerabile, bisogna urlarlo con forza", aggiunge Zanotelli.
"Il problema grave è che non è possibile continuare a trattenere le navi delle Ong nei porti per futili ragioni. Anche in questo periodo, tra ci il 14 e il 24 settembre, sono morte 200 persone in mare. C'è ancora una politica che non può essere accettata bisogna dirlo con chiarezza. Ancora più grave poi continuare a finanziare la Guardia costiera libica".
"In termini generali, sebbene con tanto ritardo, apprezziamo che si sia proceduto alla revisione di norme che in molti casi erano state smentite stessa magistratura, come nel caso del divieto di iscrizione anagrafica, e che si siano voluti superare i rilievi minimi espressi a suo tempo dal presidente della Repubblica", dice Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia, ma, aggiunge "desta molta preoccupazione la riformulazione della norma relativa alle sanzioni. Contestiamo l'idea che si debba rispettare il requisito della non violazione del codice della navigazione per non incorrere in multe e carcere. Salvare vite umane non dovrebbe essere considerato reato in alcuna circostanza".
Sulla linea di padre Zanotelli è Giorgia Linardi, la portavoce di Sea Watch, che a Huffpost dice: "Perché introdurre multe per un illecito mai verificatosi?". Per la portavoce di Sea Watch "il nuovo decreto non doveva essere pensato sulla base dell'impianto salviniano, noi infatti avevamo chiesto al governo di partire da basi del tutto diverse. Con Salvini erano stati fatti due passi indietro, ora è stato fatto un passo in avanti, di fatto però si rimane un passo indietro rispetto alla situazione di partenza di due governi fa, che comunque non era ottimale". Sulla stessa lunghezza d'onda è Mediterranea Saving Humans APS, secondo cui con il nuovo decreto "si è optato per una modifica, e non per l'abolizione che avrebbe reso più giustizia sulla valutazione sull'obbrobrio culturale e giuridico, che erano quei decreti".
Per concludere che: "È l'impianto politico culturale nel suo complesso che andrebbe radicalmente cambiato, a partire dallo sblocco delle navi della società civile che rimangono in porto mentre la gente continua a morire in mare". Per Action Aid sono ancora diversi gli aspetti fortemente critici che restano del vecchio impianto dei decreti sicurezza: "Le multe alle Ong, la criminalizzazione del soccorso in mare e l'iter che scatta al momento dell'ingresso delle persone straniere".
Per Emergency, che pure rimarca gli aspetti positivi dei decreti modificati, "rimane però ancora sospeso un punto cruciale: il testo non affronta la questione dei rimpatri verso i cosiddetti "Paesi di origine sicuri", una lista di 13 Paesi stilata dal ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, che include zone in cui è dimostrato che persistano persecuzioni nei confronti delle donne, delle minoranze sessuali, etniche, religiose e politiche, nonché violenze legate al fenomeno della tratta.
Nonostante questa riforma rappresenti un passo in una direzione di maggior rispetto dei diritti umani - sottolinea Emergency - siamo ancora lontani da una riforma organica volta a gestire le migrazioni come un fenomeno strutturale e non più emergenziale o di ordine pubblico, istituendo canali legali e sicuri per l'ingresso nel nostro Paese. Serve costruire un nuovo modello, che rompa sia con la logica della legge Bossi-Fini e dei decreti Salvini, sia con l'impostazione securitaria delle politiche dell'Unione Europea, stabilendo norme per ingressi regolari e corridoi umanitari per garantire un'alternativa sicura ai viaggi organizzati dai trafficanti di essere umani".
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 8 ottobre 2020
Quest'anno, il 42% dei giovani arabi ha preso in considerazione l'idea di emigrare dal proprio Paese, di andarsene perché non vede prospettive. Un sondaggio condotto in 17 Nazioni di Medio Oriente e Nord Africa tra quattromila ragazze e ragazzi tra i 18 e i 24 anni rivela questa realtà allarmante.
Quando si dice votare con i piedi: durante quest'anno, il 42% dei giovani arabi ha preso in considerazione l'idea di emigrare dal proprio Paese, di andarsene perché non vede prospettive. Un sondaggio condotto in 17 Nazioni di Medio Oriente e Nord Africa tra quattromila ragazze e ragazzi tra i 18 e i 24 anni rivela questa realtà allarmante.
Realizzato da Asdaa-Bcw, una delle maggiori agenzie di comunicazione della regione, il survey si compone di una parte di base, condotta tra il 19 gennaio e il 3 marzo scorsi, cioè prima dell'inizio della pandemia, e un supplemento - Covid-19 Pulse - tra il 18 e il 26 agosto. Nel dettaglio, il 15% dei giovani intervistati ha "attivamente" cercato di emigrare e un 27% ha "considerato" di farlo. Un altro 25% ha risposto di poterci pensare in futuro e solo il 32% dice "Non lascerei mai il mio Paese".
Diviso per regione: ha provato o considerato di emigrare il 13% dei giovani del Paesi del Golfo Persico, il 47% di quelli del Nordafrica, il 63% di quelli del Levante (Giordania, Iraq, Libano, Territori Palestinesi, Siria, Yemen). È molto più di un disagio. Le proteste popolari del 2019 in Algeria, Libano, Iraq e Sudan raccolgono un sostegno tra i giovani arabi ben superiore all'80%. Il 77% ritiene che nel proprio governo ci sia corruzione (per il 44%, "diffusa").
L'87% degli intervistati (metà ragazze, metà ragazzi) si dice preoccupato dalle prospettive dell'occupazione e il 51% non ha fiducia nella capacità del proprio governo di combattere la disoccupazione: la pandemia ha peggiorato la situazione del mercato del lavoro, è l'opinione diffusa. Tanto che il 35% dei giovani dice di avere al momento, 2020, debiti personali, un salto notevole dal 21% del 2019.
Interessante che il 64% delle donne dica di godere nel proprio Paese degli stessi diritti degli uomini, che il 25% sostenga di averne di più e solo l'11% consideri di averne meno. Su un piano più politico, il Paese che attrae maggiormente come luogo di emigrazione sono gli Emirati Arabi Uniti, graditi dal 46%, seguiti dagli Stati Uniti al 33%, dal Canada e dal Regno Unito al 27%.
La potenza araba emergente nella regione è individuata dal 39% nell'Arabia Saudita e dal 34% negli Emirati. Tra i Paesi non arabi il 46% vede emergere gli Stati Uniti, il 20% la Turchia, il 16% la Russia, il 14% l'Iran. Gran tensione attorno al Mediterraneo.
di Gianpaolo Contestabile
Il Manifesto, 8 ottobre 2020
Intervista a Manuel Rozental, attivista di Pueblos en Camino, sul clima da guerra civile in Colombia. In 4 anni assassinati mille attivisti, compreso Paciolla: "Ucciso perché era come noi".
Nelle ultime settimane un nuovo picco di violenza si è abbattuto contro la popolazione colombiana che dall'inizio della crisi sanitaria cerca di resistere all'emergenza del Covid-19 e alla repressione che colpisce i leader sociali e i giovani che si ribellano alla corruzione del governo. Omicidi selettivi, massacri e spari sui manifestanti stanno generando un clima da guerra civile che rappresenta solo l'ultima ondata di violenza che, dalla firma degli Accordi di Pace del 2016 ad oggi, ha ucciso più di mille attivisti ed attiviste sociali. Tra i territori più colpiti c'è la regione del Cauca dove si è sviluppata una delle resistenze indigene più importanti del paese e un modello di governo autonomo e alternativo alla violenza dello Stato e dei gruppi armati. Abbiamo intervistato Manuel Rozental, attivista dell'organizzazione Pueblos en Camino, che proprio dai territori del Cauca tesse alleanze con altre lotte comunitarie e in difesa della terra del Paese e del continente.
Come si interpreta questa nuova ondata di violenza e in che modo si vincola con gli scandali giudiziari che stanno travolgendo l'establishment politico colombiano?
L'ex-presidente Uribe Vélez è la personificazione di un sistema di potere che si sostiene grazie all'appropriazione dei terreni per produrre cocaina e che con la scusa della guerra alle Farc ha creato organizzazioni paramilitari che sono diventate gigantesche strutture del traffico di droga.
Grazie al controllo sui partiti politici e sulle elezioni questo modello può assicurarsi sia il potere legale che quello illegale per generare ingenti profitti e transazioni economiche verso il Nord. Tutto questo viene messo a rischio ora, nel momento in cui Uribe Vélez potrebbe essere finalmente processato e l'intera struttura che lo sostiene inizia a sentirsi minacciata. Come conseguenza ricominciano ancora una volta gli omicidi selettivi e i massacri. Se si cerca di comprendere le stragi che stanno avvenendo in diverse parti del territorio provando a identificarne gli artefici si rischia di cadere nella trappola dell'establishment che spinge a focalizzarsi sugli esecutori materiali.
Quando invece ci si domanda chi sono coloro che beneficiano di quest'ondata di violenza diventa perfettamente chiaro che uccidere giovani e commettere massacri ogni giorno sia un meccanismo per generare terrore nella popolazione e legittimare l'uso della forza pubblica. Nessuno ha le informazioni e la capacità di agire in questa maniera se non le autorità statali legate ai militari, ai paramilitari e ai narcotrafficanti che vogliono controllare i territori. Siamo di fronte a una strategia mafiosa e fascista volta a soggiogare l'intero territorio nazionale con la forza del terrore, in particolare nelle regioni dove ci sono maggiori risorse naturali e dove sta crescendo la resistenza dei processi di autonomia territoriale.
Quale ruolo giocano le Farc in questa nuova fase del conflitto?
Quando le Farc hanno firmato gli Accordi di Pace pensavano di poter diventare immediatamente un partito politico con una forza elettorale di massa, ma il popolo non gli ha mostrato sostegno e anche in termini elettorali non hanno ottenuto un risultato significativo. In altre parole, il sostegno politico di cui godono le Farc è molto debole e, in questa situazione di tremenda vulnerabilità, sono state attaccate violentemente. Da un lato vi è il mancato rispetto degli Accordi di Pace e dall'altro gli ex-combattenti vengono chiamati banditi e assassini nonostante abbiano avuto il coraggio di riconoscere i crimini di guerra commessi durante il conflitto. Lo Stato invece, e chi detiene il potere economico in Colombia, non ha riconosciuto nessuno dei suoi crimini. Si è quindi alimentata una strategia di persecuzione e isolamento ai danni delle Farc che si è sommata al problema delle lotte interne all'organizzazione. Di conseguenza il partito delle Farc ha subito un processo di indebolimento e isolamento impressionante che ha portato coloro che hanno guidato il processo di pace, come per esempio Iván Márquez, a riprendere le armi ingrossando le fila delle dissidenze armate.
Esistono inoltre un certo numero di fazioni che nel nome delle Farc hanno intessuto legami con il narcotraffico e cercano di sottomettere con l'uso della forza e delle armi la popolazione civile, i movimenti sociali e le autonomie pur non avendo nessuna legittimità politica. A ciò si aggiungono diverse azioni terroristiche e di guerra che vengono attribuite ai dissidenti delle Farc ma esiste il sospetto che in realtà siano compiute dai paramilitari o dall'esercito dato che sono loro coloro che ne beneficiano. Ci troviamo quindi in una situazione di guerra tra diversi attori e le Farc, che in questo momento non possono contare con una forza politica importante soprattutto perché gli Accordi di Pace non sono stati rispettati e continuano a essere violati.
Personalmente credo che non siano stati rispettati proprio per alimentare questo scenario di guerra permanente tra i gruppi insurrezionali, tra le altre fazioni armate e tra i narcotrafficanti, e di conseguenza per legittimare il modello mafioso e fascista di occupazione del territorio e di guerra totale.
Qual è il ruolo delle Organizzazioni non governative e delle Nazioni unite in questo contesto?
C'è una grande varietà di organizzazioni non governative in Colombia e anche se gran parte delle Ong hanno buone intenzioni, si tratta di un settore istituzionale parastatale che finisce per smantellare i processi di resistenza e autonomia in cambio di risorse e progetti in aree specifiche. In alcuni casi denunciano violazioni dei diritti umani in determinati territori ma in generale non sono in grado di fare un'analisi e promuovere una strategia che consenta e incoraggi l'organizzazione e l'autonomia delle popolazioni.
Ci sono eccezioni a questa regola, ma questa è in linea di massima la norma. Le Ong ti assumono per il tuo impegno nelle lotte sociali ma quando sei dentro ti scontri con i limiti legati alle risorse economiche e l'orientamento politico di chi le finanzia e ti dirà che lavorerai solo in questo settore, solo con queste persone e solo con questo preciso obiettivo. Queste limitazioni si scontrano con le logiche territoriali regionali delle popolazioni e dei loro processi e finiscono per creare divisioni.
Le Nazioni Unite sono entrate come organizzazione multilaterale dopo la firma degli Accordi di Pace e hanno una presenza gigantesca per quanto riguarda l'osservazione del processo di pace e la smobilitazione e il reintegro degli ex-combattenti. Come dimostrato dall'inchiesta sul caso Mario Paciolla però, all'interno delle Nazioni Unite e di tutto il processo di osservazione, ci sono una serie di questioni che limitano l'autonomia dell'Onu nell'adempiere alla sua missione di difendere il processo di pace.
Ad esempio Claudia Juieta Duque ha rivelato che una persona che ricopriva un'alta carica dell'intelligence militare stava ricevendo tutti i rapporti interni secretati che le Nazioni Unite producono sul processo di smobilitazione. Ci sono quindi una serie di cose che non sono note e che frustrano molte brave persone che lavorano all'interno delle Nazioni Unite e che non possono essere rese pubbliche perché se le Nazioni Unite abbandonassero questo processo gli ex-combattenti smobilitati rimarrebbero senza nessun tipo di protezione.
Come si inserisce il caso di Mario Paciolla in questo contesto?
Molte persone credono che il caso di Mario Paciolla sia importante solo perché Mario era uno straniero, mentre non viene prestata altrettanta attenzione ai colombiani che vengono uccisi quotidianamente. Ma questo è ingiusto oltre che sbagliato. Mario Paciolla rappresenta come pochi tutte quelle persone meravigliose con cui sentiamo un certo tipo di connessione che viene dal cuore e dalla vita stessa, quel tipo di persone che non credono nella nazionalità italiana, colombiana, francese, ecuadoriana o qualunque essa sia, ma credono che la vita debba essere costruita prendendoci cura gli uni degli altri, riconoscendoci, essendo critici e autocritici e costruendo alternative concrete di fronte a ciò che sta accadendo.
Attraverso il suo sentire e il suo cuore Mario, il poeta, non ha mai voluto apparire o sostituirsi alle persone con cui lavorava, anzi, Mario voleva imparare, ascoltare e partecipare, e lo ha fatto. L'omicidio di Mario ci dimostra cosa si nasconde dietro la perversità degli omicidi di leader sociali e nelle stragi di giovani. Mario non era uno straniero che ci è venuto ad aiutare, Mario è stato un compagno che si è innamorato delle persone che lottano per l'autonomia, che credono in questo territorio e che sono state costrette ad abitare nell'oblio. Mario è un abitante dell'oblio, è andato a vivere in quell'oblio pieno di memorie ed è proprio per averlo vissuto e averci creduto fino in fondo che lo hanno perseguitato, lo hanno emarginato e lo hanno ucciso. Mario è la nostra poesia, Mario è la nostra parola e Mario non è qualcuno che viene da fuori. Non è uno qualsiasi che è stato ucciso, Mario è uno di noi, uno che fa parte di quel mondo che verrà dove le barriere che ci allontanano scompariranno. Questa morte fa molto male e fa male perché lo Stato normalmente non osa toccare persone straniere, ma Mario aveva smesso di essere straniero, era diventato territorio, era diventato autonomia, era diventato pace. Per questo lo hanno ucciso, perché questo è quello che stanno uccidendo in Colombia.
Il Giornale, 8 ottobre 2020
È Derek Chauvin, il poliziotto incriminato per la morte di George Floyd, un omicidio che per settimane ha scatenato proteste in tutti gli Stati Uniti e anche all'estero, ha ottenuto la libertà su cauzione dietro il pagamento di un milione di dollari.
L'agente era detenuto in isolamento nel carcere di massima sicurezza di Oak Park Heights, Minnesota, in attesa del processo. Ed è l'uomo che ha scatenato il movimento di protesta "Black Lives Matter", che chiede maggiore tutela per i diritti degli afroamericani negli Usa. Con una mossa simbolica ieri Amnesty International ha consegnato oltre un milione di firme da tutto il mondo al ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr chiedendo giustizia per Floyd: "Il governo degli Stati Uniti sembra più attaccato allo status quo, caratterizzato da pratiche di polizia razziste e mancanza di responsabilità, che non ad ascoltare l'appello globale per la giustizia e la fine della violenza della polizia razzista", ha dichiarato Julie Verhaar, segretaria generale ad interim di Amnesty International.
"Floyd è stato ucciso nel corso di un arresto, mentre era disarmato e ammanettato, quando un poliziotto gli ha premuto un ginocchio sul collo per otto minuti". Intanto emerge che andranno a processo i coniugi Mc Closkey, la coppia scesa in strada armata a difesa della propria casa a St. Louis, mentre i manifestanti antirazzismo marciavano nella loro strada privata.
L'immagine aveva fatto il giro del mondo e i due erano diventati i nuovi idoli dei conservatori e l'icona del diritto americano a portare le armi. Adesso, a tre mesi e mezzo di distanza da quel 28 giugno, è arrivata l'incriminazione. Mark e Patricia Mc Closkey, lui 63 anni, lei 61, verranno processati per uso illegittimo di armi da fuoco: lui imbracciava un fucile d'assalto, lei una pistola, a difesa della loro proprietà, temendo che i manifestanti di Black Lives Matter, scesi in strada per protestare dopo la morte dell'afroamericano George Floyd, potessero devastare la loro casa.
Le indagini hanno accertato che la manifestazione era pacifica e che i Mc Closkey non erano in pericolo. Il caso ha un valore nazionale perché affronterà il tema dei limiti sull'uso di armi, in un Paese in cui è possibile acquistare un Ak-47 al supermercato. Il governatore dello stato del Missouri, il repubblicano Mike Parson, ha già annunciato che, nel caso i Mc Closkey venissero condannati, lui concederà subito la grazia.
Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2020
Il Cairo affibbia altri 45 giorni di detenzione a Patrick Zaki, il ragazzo egiziano che studia a Bologna, in prigione da 8 mesi. L'ennesima presa in giro di al Sisi. Resterà in carcere altri 45 giorni Patrick Zaki. A decidere di prolungare ancora la custodia cautelare dello studente egiziano dell'Università di Bologna fermato al Cairo a febbraio è stata una "Corte d'Assise riunitasi presso la Facoltà di sottufficiali a Tora", secondo quanto riferito dal suo avvocato, Hoda Nasrallah. Zaki, accusato di propaganda sovversiva su Facebook e istigazione alla violenza, è in attesa di una decisione che viene continuamente rimandata.
L'ultima volta era il 27 settembre, due settimane fa, quando il legale del giovane aveva riferito che il Tribunale del Cairo aveva ulteriormente posticipato la sentenza. "Occorre veramente un impegno serio da parte del governo italiano, che riesca a far uscire Patrick da questo incubo, perché è inimmaginabile che possa andare avanti a oltranza questo meccanismo di rinvio della scarcerazione per chissà quali presunti supplementi di indagine, basati sul nulla", è l'appello all'esecutivo di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. "Non possono rimanere solo Amnesty, gli studenti, gli amici di Patrick, l'Università di Bologna e gli enti locali a portare avanti questa campagna", ha detto Noury per cui l'ennesima mancata scarcerazione "è una notizia pessima".
Per Amnesty a questo punto "la cosa urgente è, con le piazze di Milano, Roma e Torino, di far sapere a Patrick che non è solo e che c'è una solidarietà fortissima intorno a lui". Il timore, infatti, è per lo stato non solo fisico, ma anche mentale del giovane studente egiziano recluso da più di sette mesi.
La famiglia, che ha potuto incontrarlo solo a fine agosto, l'ha trovato dimagrito e molto preoccupato. Al ragazzo non sarebbero mai state consegnate neanche le lettere della famiglia, mentre di quelle scritte da lui alla madre ne sarebbero arrivate solo due. "Il governo chieda il rispetto dei diritti umani come condizione delle relazioni bilaterali con l'Egitto", ha esortato il sindaco di Bologna, Virginio Merola. "Non rassegniamoci".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 ottobre 2020
Introdurre i telefonini in carcere diventa reato, c'è l'aggravante per quanto riguarda il 41bis e nello stesso tempo si valorizza la figura del Garante nazionale delle persone private della libertà dandogli potere di delega. Inoltre l'attuale collegio presieduto da Mauro Palma viene prorogato per un periodo di due anni oltre la scadenza naturale. Parliamo delle misure introdotte nel nuovo decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri.
di Liana Milella
La Repubblica, 7 ottobre 2020
Da uno a quattro anni la pena. Finora era solo un illecito disciplinare. Incredibili storie per introdurre telefonini e carica batterie in cella. Uno "sfizio" di Bonafede, il "manettaro" Alfonso Bonafede come lo considerano i suoi nemici, oppure una non più rinviabile necessità? Parliamo del nuovo reato - l'ha creato lunedì notte il Consiglio dei ministri su proposta del Guardasigilli di M5S - per punire chi introduce un cellulare in carcere e anche per chi lo possiede. Pena salata, da uno a quattro anni.
Ristretti Orizzonti, 7 ottobre 2020
Emergenza Covid-19: prevenzione, diritto alle relazioni familiari e didattica. Tra i temi trattati anche la funzione rieducativa della pena in contesti di criminalità organizzata. Venerdì 9 e sabato 10 ottobre, nella sede della Regione Campania (Centro direzionale isola C3) a Napoli, si svolgerà l'assemblea annuale della Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà.
di Giulio Petrilli
Il Riformista, 7 ottobre 2020
Dovrebbe essere scontato che un cittadino messo in carcere e poi assolto sia risarcito, ma in Italia non è così. Oggi alle 10 a Montecitorio sit-in per portare avanti una battaglia di democrazia. Abbiamo dato appuntamento oggi a Roma, alle ore 10 davanti Montecitorio, per il diritto al risarcimento dei cittadini che hanno subito una ingiusta detenzione.
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