di Errico Novi
Il Dubbio, 3 ottobre 2020
Ripartito alla Camera l'iter del ddl, per Pd e renziani "ormai è difficile far saltare il lodo conte bis". Bonafede non ridiscuterà neppure le sanzioni ai pm lenti bocciate dall'Anm.
Adesso si entra nel vivo. Anche se la riforma della giustizia è un po' come la giustizia spettacolo: fuochi d'artificio per le indagini, bassa intensità per il dibattimento in aula. E così adesso, dopo le scintille sulla prescrizione che prima del lockdown hanno fatto vacillare il governo, il ddl penale non è più una mina vagante.
di Giulia Merlo
Il Domani, 3 ottobre 2020
Il collegio disciplinare del Consiglio superiore della magistratura ha deciso: le intercettazioni ottenute con il Trojan sono "pienamente utilizzabili" nel procedimento disciplinare a carico del magistrato Luca Palamara. Si è conclusa così la fase di discussione e 1'8 ottobre si terrà l'udienza in cui la procura generale e la difesa di Palamara esporranno le loro conclusioni.
Ieri Palamara ha fatto sapere che interverrà per rendere dichiarazioni spontanee. L'udienza di ieri, che pure è durata solo un paio di minuti - il tempo di leggere il dispositivo che dichiarava utilizzabili le captazioni- ha avuto un piccolo colpo di scena.
Nella scorsa udienza, infatti, Palamara aveva rifiutato di rispondere alle domande dell'avvocato generale Piero Gaeta sul dopocena del 9 maggio all'hotel Champagne di Roma in cui si sarebbe deciso come pilotare la nomina del nuovo procuratore capo della Capitale, nella parte in cui riguardavano quanto registrato dai Trojan. Aveva però assicurato che non avrebbe "avuto difficoltà a rispondere quando verrà sciolto il nodo dell'utilizzabilità delle captazioni".
Un nodo che, per il collegio disciplinare, ieri sarebbe stato sciolto in favore dell'utilizzabilità. La procura ha chiesto di ascoltare nuovamente Palamara sulle questioni alle quali si era rifiutato di rispondere, ma il magistrato romano non ha voluto dire nulla di fronte alle domande di Gaeta.
La difesa ha intenzione di insistere sull'inutilizzabilità delle captazioni del Trojan e ha annunciato l'impugnazione dell'ordinanza. La ragione si intreccia in modo stretto con la posizione di Cosimo Ferri, il deputato di Italia viva e magistrato, a sua volta sotto procedimento disciplinare davanti al Csm.
Ferri era tra gli invitati al dopocena all'Hotel Champagne insieme a Palamara, Luca Lotti e cinque ex togati del Csm e anche il suo procedimento si fonda sulle intercettazioni ottenute con la microspia inserita nel cellulare di Palamara. Poiché Ferri è un deputato in carica, la captazione delle sue intercettazioni è sottoposta a un regime particolare.
Nel dettaglio: un parlamentare non può essere intenzionalmente intercettato senza l'assenso della sua camera di appartenenza. "Riteniamo che sul carattere casuale o meno della captazione dovesse pronunciarsi, per tutti, preliminarmente la Camera e infatti la procura, per la posizione di Ferri, l'ha interpellata.
Se, in ipotesi, la Camera negasse l'autorizzazione ad utilizzare, per Ferri, tali intercettazioni, ritenendole non casuali, il Csm o la procura generale dovrebbero proporre conflitto di attribuzione innanzi alla Corte costituzionale", spiega il difensore di Palamara, Stefano Giaime Guizzi.
Nel caso in cui la Corte affermasse che le intercettazioni non sono casuali e quindi neppure utilizzabili, Palamara - che nel frattempo potrebbe essere stato condannato - potrebbe proporre istanza per la revisione del giudizio di condanna. Quindi, secondo la difesa, la questione dell'inutilizzabilità non sarebbe ancora del tutto chiusa.
Per questo ha mantenuto la strategia iniziale: non far parlare Palamara sui fatti dell'hotel Champagne. Nonostante questo, la fase dell'acquisizione delle prove si è di fatto conclusa. Ora tocca ad accusa e difesa ricostruire i fatti, nei loro interventi conclusivi.
L'accusa sosterrà che Palamara abbia abusato della propria posizione per condizionare l'attività del Csm: contestazioni che si basano totalmente sulle intercettazioni. Per questo la difesa ha puntato tutto sullo scardinamento della prova regina.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 3 ottobre 2020
La vicenda dell'ex sottosegretario Cosentino è il paradigma della malagiustizia italiana: processi infiniti che triturano vita e carriera delle persone oltre ogni limite costituzionale. Ma nessuno ne risponde. Ormai siamo assuefatti a vicende giudiziarie come quelle che hanno interessato l'onorevole Nicola Cosentino, detenuto in custodia cautelare per circa tre anni, espulso dalla politica e dalla vita pubblica, condannato in primo grado ad una pena molto severa, ed ora assolto, dieci anni dopo, "per non aver commesso il fatto".
Tra l'altro, leggo che si tratta della seconda assoluzione. Il ripetersi sempre più allarmante di vicende come questa dimostra che quella distorsione della vita democratica è da troppo tempo inoculata come un virus nelle radici del nostro sistema istituzionale. Lo capiremo, prima o poi?
Ormai siamo assuefatti a vicende giudiziarie come quelle che hanno interessato l'on. Nicola Cosentino, già sottosegretario in un Governo della Repubblica, parlamentare di lungo corso, arrestato con accuse gravissime, detenuto in custodia cautelare per circa tre anni, espulso dalla politica e dalla vita pubblica, condannato in primo grado ad una pena molto severa, ed ora assolto, dieci anni dopo, "per non aver commesso il fatto".
Tra l'altro, leggo che si tratta della seconda assoluzione. Ovviamente, i tifosi della forca permanente e i tenutari della contabilità delle disgrazie giudiziarie altrui ci tireranno fuori quel terzo o quarto processo in cui pende una condanna, o una richiesta di condanna, o una impugnazione del P.M., ma ragionare con costoro è del tutto inutile.
Solo dei fanatici irresponsabili possono non comprendere che qui in gioco, oltre naturalmente alla vita ed alla dignità delle persone, è la stessa credibilità della giurisdizione nel nostro Paese. Non bastano a riscattarla, purtroppo, giudici indipendenti e coraggiosi che sanno assumersi la grande responsabilità di assolvere a dieci anni di distanza, senza farsi condizionare da nessuna altra valutazione che quella dei fatti sottoposti al proprio giudizio. Non è per niente facile. Onore a loro e ai tanti loro colleghi che sanno garantirci questo, ma una giurisdizione che debba fare affidamento su virtù eccezionali - e in certi contesti quasi eroiche- del giudice, è una giurisdizione che ha già rinnegato sé stessa.
Le questioni che queste ormai ordinarie vicende di malagiustizia squadernano davanti ai nostri occhi sono evidentissime. Per prima, ovviamente, la durata irragionevole dei processi. Converrete che se un imputato impiega dieci anni per vedere riconosciuta la propria innocenza, a tutti potrete imputare responsabilità nel trascorrere impietoso del tempo fuorché alla sua attività difensiva. D'altronde, il principio costituzionale della ragionevole durata del processo è dettato a garanzia dell'imputato, non a contenimento o compressione delle sue garanzie difensive.
Quel comando costituzionale interroga dunque, ed innanzitutto, la durata delle indagini. Dal momento in cui l'Ufficio di Procura si assume la responsabilità di iscrivere qualcuno nel registro degli indagati, occorre individuare un termine di prescrizione dell'azione penale, ovviamente proporzionato alla gravità del reato ed alla complessità delle indagini. Le indagini devono avere una deadline temporale oltre la quale non deve essere possibile trascinarle.
Ed al contempo, una volta esercitata tempestivamente l'azione penale, occorre reintrodurre quell'elementare principio di civiltà, annientato dalla riforma Bonafede, che pone un termine di prescrizione del reato contestato. Se lo Stato non riesce a pronunciare entro un termine ragionevole una sentenza definitiva sulla colpevolezza o l'innocenza del cittadino che ha accusato, ha il dovere, il sacrosanto dovere, di rinunziare ad esercitare la propria potestà punitiva. Ciò che non può accadere è che sia la persona imputata a pagare, oltre ogni ragionevolezza, la inefficienza dello Stato. La indecente ubriacatura mediatica che ha accompagnato la riforma populista della prescrizione ha diffuso nella pubblica opinione la storiella grottesca degli "avvocatoni" che fanno prescrivere i reati.
È almeno dal 2006 che ciò è tecnicamente impossibile. Ripeto: tecnicamente impossibile. Qualunque istanza, anche la più ragionevole e motivata (impedimento professionale del difensore, malattia o altro impedimento dell'imputato, sciopero, rinvio della udienza comunque richiesto ed ottenuto dalla difesa) determina la sospensione del corso della prescrizione. Inoltre, nel corso di questi ultimi 15 anni i termini prescrizionali dei reati, soprattutto quelli di maggiore allarme sociale, sono stati innalzati fino ad oscillare tra i 15 ed i 45 anni. Di fronte a questa semplice constatazione, i fanatici cantori della riforma populista della prescrizione farebbero bene a vergognarsi.
La seconda questione è altrettanto chiara ed impellente, e riguarda la constatazione che nessuno sia mai chiamato a rispondere di simili fallimenti giudiziari. Ci troviamo di fronte ad un potere tanto micidiale quanto del tutto irresponsabile. Lasciamo perdere, per un momento, la responsabilità civile e perfino quella disciplinare: ma è davvero mai possibile che chi ha imbastito e poi legittimato simili vicende giudiziarie non sia chiamato a risponderne nemmeno in termini di valutazione di professionalità, e dunque di carriera?
Molto spesso sono indagini che, oltre a maciullare la vita delle persone ingiustamente imputate, sono costate milioni e milioni di euro in intercettazioni, consulenze, impegno di personale e mezzi di polizia giudiziaria. Ebbene, è francamente incredibile che nessuno possa chiedere conto, in nessuna sede, nemmeno del denaro che è stato speso per avviare e svolgere quelle indagini poi dimostratesi infondate.
Se dovessimo individuare la distorsione più grave ed insidiosa per gli equilibri democratici di una società, non potremmo avere dubbi: un potere -amministrativo, legislativo, giudiziario- esercitato senza alcuna forma di responsabilità, nemmeno la più attenuata o indiretta.
Il ripetersi sempre più allarmante di vicende come quella da ultimo occorsa all'on. Nicola Cosentino dimostra per fatti concludenti che quella distorsione della vita democratica è da troppo tempo inoculata come un virus nelle radici del nostro sistema istituzionale. Lo capiremo, prima o poi?
*Presidente Unione Camere Penali Italiane
tgcom24.mediaset.it, 3 ottobre 2020
L?ex terrorista dei Pac chiede al Dap "una sistemazione degna di un Paese civile" denunciando il trattamento a Corigliano Rossano (Cosenza), che lui ribattezza "Guantánamo Calabro". "Oltre ad essere spiccatamente punitivo sotto tutti gli aspetti, il mio trasferimento a Guantánamo Calabro equivale ad una condanna all'isolamento ininterrotto, dato anche l'impossibile contatto con i membri dell'Isis o supposti tali". Lo scrive il terrorista dei Pac, Cesare Battisti, in una lettera scritta a mano, nella quale non esclude di riprendere per protesta lo sciopero della fame.
"Condizioni insostenibili" - Battisti ha fatto pervenire il suo documento al Dap, tramite l'avvocato Gianfranco Sollai, scrivendo dal carcere di Corigliano Rossano (Cosenza), dove è detenuto nel reparto di Alta sicurezza. "Voglio sperare che il Dap - scrive ancora nella sua lettera - trovi per me una sistemazione degna di un Paese civile, senza costringermi a riprendere lo sciopero della fame. Già che è preferibile finirla in un mese, con la gioia dell'ipocrisia nazionale, piuttosto che agonizzare un anno in condizioni vergognose e insostenibili".
"Restrizioni peggiori di Oristano" - "Dopo l'isolamento forzato di Oristano - si legge nel documento - sono qui sottoposto a un regime di gran lunga più restrittivo. Il mio spazio vitale è stato ridotto ai minimi termini di sopravvivenza. In un clima di estrema tensione e ordinaria intimidazione, sorvegliato a vista e costretto all'ozio forzato in una cella di un terzo inferiore allo spazio della precedente, sprovvista di suppellettili indispensabili. Mi è stato confiscato il computer impedendomi di fatto di svolgere la mia attività di scrittore e concludere il mio ultimo lavoro rimasto in memoria".
"Mi hanno portato via il computer" - E ancora: "A una mia richiesta, è stato provocatoriamente risposto che non risulta alle autorità una mia professione che implichi la disponibilità del computer o di altro materiale didattico. Come se non bastasse, mi è stata applicata una feroce censura. Questa non già per la supposta 'fitta attività epistolare eversiva' (sic), come pretende il vergognoso provvedimento, al quale nessuno può seriamente credere, bensì con il chiaro obiettivo di impedirmi di interagire con le istanze esterne, culturali e mediatiche, grazie alle quali starei guadagnando consensi democratici e garantisti, di fronte alla vendetta dello Stato".
dire.it, 3 ottobre 2020
Il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, interviene sui ritardi dell'amministrazione penitenziaria per assicurare una rete dati adeguata alla didattica a distanza. "Mentre in alcuni istituti penitenziari la programmazione dell'offerta scolastica è ancora largamente al di sotto delle necessità, la didattica a distanza sta incontrando grandi difficoltà.
L'amministrazione penitenziaria se ne sta occupando con grave ritardo, nonostante le sollecitazioni giunte da alcuni istituti penitenziari che hanno riscontrato problemi per la creazione di una rete dati di collegamento delle aule o per potenziare la rete esistente". È quanto ha dichiarato il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasìa, a margine del seminario "Polo universitario in Carcere: Diritto allo studio per costruire il futuro" che si è appena nell'istituto penitenziario di Secondigliano di Napoli. "L'amministrazione penitenziaria ha avviato solo a fine luglio il monitoraggio sulle esigenze di cablaggio e di dotazioni informatiche", ha aggiunto Anastasìa, il quale ha partecipato al seminario nella sua veste di portavoce della conferenza nazionale dei garanti territoriali.
Nel Lazio i detenuti iscritti alle università attualmente sono 133 (73 a Roma Tre, 19 alla Sapienza, 35 a Tor Vergata, cinque a Cassino, un iscritto all'università della Tuscia). Anastasìa ha ricordato che nel Lazio sono stati sottoscritti protocolli d'intesa tra l'ufficio del Garante dei detenuti, il Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria e le università di Tor Vergata, Roma Tre e Cassino, in base ai quali i detenuti sono esentati dal pagamento delle tasse universitarie e, tramite Disco, l'ente regionale per il diritto allo studio della Regione Lazio, gli studenti detenuti possono ottenere i testi universitari in comodato d'uso gratuito. Inoltre, con i fondi della legge regionale per i diritti dei detenuti, la Regione sostiene finanziariamente il tutorato didattico degli studenti detenuti attivato dalle singole università convenzionate.
di Angela Stella
Il Riformista, 3 ottobre 2020
"Ci hanno picchiato verso le quattro e mezzo, cinque del pomeriggio del lunedì", "sono venuti in trecento di loro. Hanno sfondato le celle e hanno preso 3 o quattro di loro. Intanto hanno detto "dobbiamo morire tutti". Ci sono ora due o tre ragazzi in coma, stanno cercando i loro familiari ma non li trovano. C'è gente a cui hanno fatto saltare i denti, gente con la testa rotta, le mani rotte, con fratture ovunque", "Ci hanno tolto tutti i diritti".
È rotta dal pianto la voce del detenuto che, nella registrazione della telefonata che il Riformista ha ricevuto e pubblicato anche sul sito, racconta a una familiare il pestaggio che si sarebbe consumato lo scorso 6 aprile nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Sulla vicenda è aperta una indagine da parte della procura locale, oltre cinquanta agenti di polizia penitenziaria sono sotto inchiesta per il reato di tortura e abuso di potere.
Nella telefonata il detenuto denuncia la sospensione delle videochiamate con i familiari: "Quelli aspettano cinque, dieci giorni che si tolgono i lividi?", dice. E prosegue: "Hanno dato manganellate a tutti quanti e fino a due minuti fa. Sono scesi ed io ero seduto su uno sgabello in cella e mi hanno picchiato di nuovo; è passata là una guardia, mi ha visto sullo sgabello e mi ha detto "Ah sei seduto, non ti alzi davanti a noi?". C'è gente che non si sa che fine abbia fatto; alcuni sono in ospedale per le botte che hanno preso, li piantonano in ospedale e non li fanno vedere a nessuno. È lì che devono andare a cercare".
Che cosa sia accaduto in quel giorno di aprile nel padiglione Nilo del carcere campano lo stabilirà la magistratura. A noi resta il compito di non spegnere l'attenzione su quello che potrebbe delinearsi, come ha detto il Presidente dell'Associazione A Buon Diritto, Luigi Manconi, ieri a Omnibus, come una "azione di rappresaglia militare" di alcuni agenti di polizia penitenziaria nei confronti di diversi detenuti che chiedevano solo rassicurazioni nel pieno dell'emergenza sanitaria da Covid-19.
Il condizionale è d'obbligo, soprattutto quando si tratta di fatti accaduti al di là di quel muro che divide i presunti buoni dai presunti cattivi, dove spesso vittime e carnefici si scambiano i ruoli, e dove è difficile trovare testimoni. Per fortuna che esistono le telecamere di sorveglianza, i cui video ora sono al vaglio della magistratura: potrebbero confermare quanto già testimoniato da numerosi detenuti che hanno raccontato di brutali pestaggi da parte degli uomini della Polizia Penitenziaria entrati nelle celle a volto coperto e muniti di manganello.
La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma ciò, crediamo, non impedisca al Ministro Alfonso Bonafede, responsabile politico dell'amministrazione penitenziaria, di pronunciarsi in base a quanto emerso fino ad oggi. La stessa cosa vale per il capo del Dap Bernardo Petralia. Della riservatezza mediatica di Petralia non ci stupiamo: da quando è al vertice del Dap non ha ancora rilasciato interviste o dichiarazioni di rilievo, se non andiamo errati. Per quanto riguarda il Ministro Bonafede siamo un po' stupiti, o forse no, da questo suo silenzio.
Anche Pd, Leu e +Europa, con diverse interrogazioni parlamentari, hanno chiesto chiarimenti, ma al momento nessuna risposta. Eppure il Ministro già in passato ha rilasciato dichiarazioni, sempre con la dovuta premessa "Sono casi che verranno vagliati dalla magistratura e non entro nel merito", relativi a fatti di cronaca. Tuttavia in questo caso c'è un assordante silenzio.
Certo, l'indagine preliminare non è conclusa e si potrebbe obiettare che non sarebbe opportuno pronunciarsi in una fase così embrionale, ma c'è un problema politico più generale dietro la vicenda: cosa è accaduto nelle carceri nel periodo del lockdown, quando anche quattordici detenuti hanno perso la vita? Esiste o no un problema strutturale all'interno degli istituti di pena?
E poi va ricordato che in circa 22 mesi sono emerse, "attraverso documentazioni e indagini, altre nove vicende simili relative ad altrettanti istituti penitenziari", come ha ricordato sempre Luigi Manconi. Ieri abbiamo contattato gli uffici di Bonafede e Petralia per chiedere una dichiarazione ma nulla ci è stato risposto, se non informalmente che entrambi "non intendono esporsi essendoci accertamenti della magistratura in corso e che da parte del ministero c'è la massima attenzione nei confronti della vicenda".
"Ci hanno tolto tutti i diritti", diceva il detenuto nella drammatica telefonata pubblicata sul sito del Riformista. "Se io voglio scrivere a casa non posso. È come se non esistessimo più: non siamo più detenuti ma prigionieri. Io li porto in tribunale, non ho mai fatto una denuncia, ma questa volta hanno esagerato". Quanto ancora bisogna aspettare perché le istituzioni battano un colpo e dicano - non a noi giornalisti in cerca di una dichiarazione - ma alla popolazione, ai cittadini che il carcere non è una cantina sociale di cui nessuno si occupa ma un problema della collettività?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 ottobre 2020
Denunciate ai carabinieri, e raccontate al Dubbio, i pestaggi subiti nel carcere di Viterbo da Valerio Mazzarella costretto a sopportare ancora provocazioni. Silenzio tombale sull'ennesimo presunto pestaggio rivelato da Il Dubbio che sarebbe avvenuto al carcere Mammagialla di Viterbo. Un silenzio da parte delle autorità che espone il detenuto - ancora recluso lì - ad eventuali ripercussioni.
La compagna, Alessia, raggiunta ieri da Il Dubbio, è preoccupata. Nonostante l'esposto, il detenuto ancora non è stato sentito dalla procura. Lui stesso denuncia di ricevere minacce verbali e ha paura di rifinire nella cella d'isolamento. Vale la pena ricordare cosa è accaduto. Parliamo di Valerio Mazzarella, 41 anni, che è stato trasferito a Mammagialla da Rebibbia lo scorso 2 marzo. "I primi episodi mi vengono comunicati a partire dal 25 marzo - si legge nell'esposto che Alessia ha presentato ai carabinieri- quel giorno, poco prima del cambio di guardia, quattro agenti prelevavano Mazzarella Valerio dalla propria cella per portarlo in una stanza dove iniziavano a picchiarlo".
Il racconto durante le videochiamate - Il tutto, sarebbe avvenuto - secondo quanto ha riferito alla compagna tramite videochiamata e lettere - senza alcun reale motivo se non le legittime richieste riguardanti la vita penitenziaria che il detenuto avrebbe rivolto agli agenti.
"Richieste - continua il racconto di Alessia nell'esposto- peraltro, puntualmente disattese. In quella occasione, due agenti lo tenevano e due lo picchiavano lasciando segni evidenti sulla testa, in particolare, un taglio profondo ad oggi tramutatosi in evidente cicatrice. Pur essendo stato medicato è da verificare se sia stato refertato e se ciò risulti nella cartella clinica".
Alessia sarebbe venuta a conoscenza dei fatti denunciati sia tramite la corrispondenza intrattenuta col compagno, sia tramite le conversazioni Skype autorizzate durante le quali ha potuto vedere i postumi del pestaggio. Non sarebbe stato l'unico. "Il 12 agosto 2020 - si legge sempre nell'esposto - lo hanno messo in isolamento in una cella vicina all'infermeria, una stanza piccola e sporca, maleodorante con escrementi sulle mura".
Lì gli avrebbero consentito di fare solo mezz'ora d'aria al giorno. Il 13 agosto il detenuto avrebbe ricevuto l'ennesima irruzione notturna, da parte dei soliti 3-4 agenti. "Lo hanno colpito alla testa per cui, ad oggi, sono quattro le cicatrici evidenti", si legge sempre nell'esposto. "Lui chiede - continua il racconto verbalizzato dai carabinieri - di poter parlare con gli psicologi e di essere sottoposto a visita medica, ma gli viene negato. Mi fa sapere di sentirsi sepolto vivo e che ogni giorno gli fanno rapporti disciplinari per fatti non accaduti per provocare la sua reazione".
La compagna Alessia ha chiesto aiuto - Alessia riferisce al Dubbio che il suo compagno avrebbe cercato di denunciare tutto ciò ma non sarebbe stato preso in considerazione. Anzi, i pestaggi si sarebbero infittiti. "Violenze sempre più raccapriccianti come quando gli hanno ustionato le mani con piccoli pezzi di plastica incandescente. Il giorno dopo sono comparse sulle sue mani vesciche - racconta la donna - che io ho potuto vedere personalmente il 22 agosto tramite colloquio visivo via Skype".
Il detenuto ha chiesto ad Alessia, nelle loro rapide chiamate telefoniche, di denunciare questi fatti e di esporre che "oltre alla violenza fisica c'è anche quella psicologica perché gli agenti lo istigano per indurlo a reagire magari compiendo gesti irreparabili come già accaduto con un altro detenuto il quale si è tolto la vita".
Da ricordare che, quando ha saputo dal compagno che sarebbe stato pestato dagli agenti a più riprese, Alessia si è messa subito in moto e tramite una ricerca su internet ha contattato l'attivista dei diritti umani Pietro Ioia, ex detenuto e ora garante dei detenuti del comune di Napoli. Si è attivato subito e le ha consigliato di mettersi in contatto con l'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, la quale già nel passato si è mossa per un caso analogo accaduto proprio nell'oramai famigerato penitenziario di Viterbo, conosciuto non a caso per essere un "carcere punitivo".
Un istituto penitenziario finito al centro della cronaca per casi di strani sucidi e diversi presunti pestaggi di recente attenzionati dall'autorità giudiziaria. Però, nonostante la denuncia, il detenuto ancora non è stato sentito dall'autorità. Nessuna interrogazione parlamentare. Ma soprattutto nessuna risposta da parte del Dap che dovrebbe attivarsi, anche con una indagine interna e magari tutelare il detenuto che è ancora lì, in una condizione di oggettiva vulnerabilità.
di Angiola Petronio
Corriere di Verona, 3 ottobre 2020
Si è spento il fondatore della Comunità dei Giovani che fu anche cappellano del carcere. È morto a 87 anni don Sergio Pighi. Fu cappellano del carcere e fondatore della Comunità dei Giovani. "Don Sergio era un prete vero. Un pastore. Che ha sempre seguito le regole del gregge. Perché a noi le regole le danno i poveri", lo ricorda don Antonio Mazzi che di don Sergio era cugino e col quale era cresciuto. "Per me era un fratello. Lui era più obbediente di me, ma le regole canoniche le abbiamo sempre declinate agli ultimi".
"Don Sergio era un prete vero. Un pastore. Che ha sempre seguito le regole del gregge. Perché a noi le regole le danno i poveri". È stata una vita intessuta di quelle regole, "che noi, al contrario degli altri, riceviamo dal basso e non dall'alto", quella di don Sergio Pighi.
Se n'è andato l'altro giorno a 87 anni, quel salesiano che aveva scelto Verona come terra di missione in cui seminare quel pensiero, alquanto "rivoluzionario" degli "ultimi che per me sono i primi". In quel Vangelo personale che ha condiviso con quel cugino che è stato per lui un fratello. E anche un confratello. Hanno scelto lo stesso sentiero, don Antonio Pighi e don Antonio Mazzi. "E abbiamo condiviso la vita. Avevo 15 mesi quando mio padre morì - racconta don Mazzi - e il papà di Sergio mi venne a prendere in treno a Verona, tenendomi sempre in braccio. Siamo cresciuti insieme, più fratelli che cugini".
La famiglia di sangue e quella di fede, la famiglia dei Salesiani, per don Sergio e don Antonio, sono state le stesse. E identica è stata la parabola che ha tracciato la loro vita. Quella del Samaritano. Degli "eretici", dei "senzadio". Di quegli "ultimi" che per don Sergio erano l'incardi un Dio che non giudica, ma accoglie. Ha deciso di lasciare Verona, don Antonio.
E con Exodus quella parabola l'ha portata in giro per l'Italia. Don Sergio, invece, ha deciso di predicarla e di metterla in pratica nella sua città. Non prima di aver provato anche lui la vita degli "ultimi", facendo il clocard in alcune città. "Chi, come noi vive il disagio, non può fare una vita normale. Lui era più obbediente di me, ma le regole canoniche le abbiamo sempre declinate agli ultimi", continua don Mazzi.
Aveva scelto i carcerati, don Sergio. Diventando cappellano di quel Campone che negli anni Settanta brulicava di chi s'invischiava nella "Verona Bangkok d'Italia". "Fu il primo ad aprire una struttura per gli ex detenuti in via XX Settembre. E non fu per niente facile. Ma lui aveva capito che quelle persone non avrebbero avuto un futuro se non si fosse stato qualcuno ad accoglierle". È stato in quella struttura che don Pighi e monsignor Carlo Vinco si sono incontrati. "Ha sempre affrontato problemi difficili con passione, per tutta la vita. È stato una figura bella per la storia di questa città". Quella "passione" per un'umanità imperfetta ha portato don
Sergio a fondare nel 1972 la Comunità dei Giovani che con il Ceis e San Patrignano che nascevano negli stessi anni - divenne riferimento per chi dallo scannatoio della droga provava a uscire. È diventata una realtà nazionale, quella Comunità.
"Adesso spiega il presidente Paolo Fraizzoli - a Verona diamo lavoro a 50 persone, gestiamo il dormitorio del Camploy e una struttura per donne in Borgo Milano, facciamo progetti di comunità di strada, seguiamo 24 appartamenti dove vivono persone in difficoltà". Fino a 8 anni fa don Pighi era lì, nella sua Comunità. "Entrava in ogni stanza, faceva il giro dei dormitori. Salutava e diceva "vo in galera". In quel carcere di Montorio dove lo avevano soprannominato "don euro" perché aveva sempre una monetina per l'elemosina o il caffè. Ma non ha mai dimenticato il suo essere "prete", don Sergio. E con altri salesiani ha fondato quella parrocchia di
Santa Croce. La più grande della città. unica chiesa di Verona a non portare il nome di un santo. "Con don Sergio ha ricordato un altro salesiano, Francesco Cremon, "prete di strada" in Ciad - non mi veniva chiesto né di filosofia, né di alta teologia, ma di vivere alla giornata, di abitare la strada, di condividere case diroccate con giovani usciti di carcere, senza una famiglia, ingolfati di droghe, Di riscoprire insieme le piccole cose, i gesti di solidarietà condivisi, il perdono accordato e ricevuto, il mettere l'altro con la sua sofferenza al primo posto".
"La sua eredità - conclude Paolo Fraizzoli - è quella di stare insieme portandosi dietro gli ultimi. E la cosa più difficile, ma anche la più stimolante: non perdere mai l'umanità". I funerali di don Sergio Pighi "di anni 87 di età, 71 di professione religiosa e 61 di ordinazione sacerdotale", come recita l'epigrafe, si terranno martedì alle 14,30 nella "sua" parrocchia, a Santa Croce.
abruzzoweb.it, 3 ottobre 2020
Fuori dalle celle per azioni di volontariato. "Mi riscatto per Sulmona" è il nome del progetto che vedrà impegnati detenuti del carcere di Sulmona in attività di lavoro volontario e gratuito a fini di utilità e solidarietà sociale. Un progetto che concretizza il dettato costituzionale, in base al quale alla pena che giustamente deve essere scontata per chi si macchia di reati aggiunge il precetto della rieducazione del detenuto, che, scontata la pena deve essere reinserito nella società, a pieno titolo.
"Finalmente, grazie all'adesione del sindaco di Sulmona Annamaria Casini e degli assessori Manuela Cozzi, Luigi Di Cesare e Salvatore Zavarella prende forma e a giorni sarà reso pratico il progetto" afferma Mauro Nardella, segretario della Uil Penitenziari.
"Sarà una vera simbiosi tra chi è deputato all'amministrazione del bene pubblico e chi, dopo aver sbagliato nella vita, vuole riscattarsi degli errori commessi - sottolinea l'esponente Uil - dietro l'impegno del Comune di assicurare la copertura assicurativa Inail ed Rc nonché la formazione necessaria prevista dal testo unico sulla sicurezza e salubrità dei luoghi di lavoro, la dotazione dei dispositivi di protezione e sicurezza e a consentire la consumazione di un pasto al sacco o presso esercizi commerciali convenzionati ai detenuti che presteranno l'attività lavorativa, ci sarà assicurato un contributo in ambiti quali l'assistenza alle persone in difficoltà (anziani, invalidi, diversamente abili); manutenzione ordinaria e la pulizia delle strade e delle piazze pubbliche; manutenzione e pulizia di siti di attrazione turistica e di luoghi o edifici appartenenti al patrimonio artistico e culturale della città; manutenzione e pulizia di parchi pubblici, del letto dei torrenti e dei fiumi e all'attività di protezione civile correlate alla gestione di emergenze per calamità o eventi di emergenza".
di Amedeo Junod
Il Riformista, 3 ottobre 2020
Il ministro Manfredi al Polo Universitario del Carcere di Secondigliano. "I poli universitari in carcere coniugano positivamente il diritto allo studio al diritto a ricominciare e ripartire. La certezza di ricominciare fa vivere il tempo della pena in maniera diversa".
È quanto ha sostenuto Samuele Ciambriello, Garante per la Regione Campania delle persone private della libertà, intervenendo ad un incontro seminariale sul tema del "Diritto allo studio per costruire il futuro", presso l'Istituto "Pasquale Mandato" di Secondigliano. All'evento hanno preso parte, tra gli altri, la Direttrice dell'istituto Giulia Russo e il Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria della Regione Campania Antonio Fullone.
Il Garante Ciambriello ha ricordato che "questo sarà il terzo anno di attività del Polo Penitenziario Universitario di Secondigliano, che conta ad oggi circa 70 studenti, e rappresenta ormai un fiore all'occhiello del Mezzogiorno". La Direttrice Giulia Russo sottolinea come il progetto sia "nato come una sfida per diventare una realtà che si sta consolidando giorno per giorno. L'impegno crescente dei detenuti è la dimostrazione di una risposta sentita: dare uno strumento che possa poi essere spendibile all'esterno è una realtà che stiamo toccando con mano".
A chiudere gli interventi sono stati il Sottosegretario di Stato per la Giustizia Andrea Giorgis e il Ministro dell'Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, il quale ha elogiato i risultati dell'Istituto: "Sono numeri importanti, un'esperienza coinvolgente per i detenuti, fortemente impegnati in questo processo formativo. Un'esperienza che va ulteriormente consolidata perché la formazione universitaria può essere una grandissima opportunità di riscatto, e rientra in una politica del Ministero che va nella direzione di maggiore inclusione e azione nella società da parte dell'università".
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