xIl Manifesto, 30 settembre 2020
La lettera aperta al Ministro Roberto Speranza promossa da Forum Droghe, Associazione Luca Coscioni, Società della Ragione, Cgil, Cnca, Lila, Meglio Legale, Fatti Segreti, La Casa di Canapa, Radicali Italiani e che in queste ore sta raccogliendo molte adesioni su Fuoriluogo.it. perché assuma una responsabilità politica.
Il Ministero della Sanità ha diffuso nei giorni scorsi una nota sulla cannabis terapeutica che ha creato il panico fra pazienti, medici e farmacisti italiani. Con alcune apodittiche affermazioni, assai discutibili, vengono dichiarate non legali le preparazioni di olio e capsule a base di cannabis terapeutica (le forme prescritte più frequentemente) nonché la loro spedizione dalle farmacie direttamente ai pazienti. Una scelta che non può essere affidata a un burocrate. Pubblichiamo il testo della lettera aperta al Ministro Roberto Speranza promossa da Forum Droghe, Associazione Luca Coscioni, Società della Ragione, Cgil, Cnca, Lila, Meglio Legale, Fatti Segreti, La Casa di Canapa, Radicali Italiani e che in queste ore sta raccogliendo molte adesioni su Fuoriluogo.it. perché assuma una responsabilità politica.
Al Ministro della Sanità, On.le Roberto Speranza
Abbiamo appreso con sorpresa dei contenuti della nota inviata lo scorso 23 settembre dalla Direzione Generale dei Dispositivi Medici e del Servizio Farmaceutico rispetto alle preparazioni a base di cannabis terapeutica. In effetti, quelli che nell'oggetto vengono definiti "chiarimenti" nel testo della nota diventano una complessiva messa in discussione dell'attuale sistema di prescrizione, realizzazione e distribuzione che con tanta fatica il nostro paese aveva costruito fra mille difficoltà. Un sostanziale passo indietro che mette a rischio la stessa continuità terapeutica.
In particolare troviamo una forte contraddizione rispetto al lavoro fatto in questi anni affermare, fra le altre cose opinabili, che:
- siano di fatto consentite solo le forme farmaceutico del decotto e della vaporizzazione e esplicitamente negare la possibilità di prescrivere resine e oli (omettendo che lo stesso Allegato tecnico per la produzione nazionale di sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis del DM 9/11/15 cita espressamente gli "estratti in olio o altro solvente", richiedendone la titolazione);
- i suddetti oli e resine siano presenti nella Tabella II del Dpr 309/90, dimenticando che questa rimanda a quella dei Medicinali, dove sono citati alla Sezione B "Medicinali di origine vegetale a base di Cannabis (sostanze e preparazioni vegetali, inclusi estratti e tinture)";
- sia negata la possibilità, in particolare in piena emergenza Covid19, della spedizione tramite corriere delle preparazioni, metodo peraltro utilizzato da moltissime persone, sia per la difficoltà ormai insostenibile di reperimento delle preparazioni per le note problematiche rispetto alle disponibilità, che per le difficoltà di spostamento che purtroppo caratterizza molti dei pazienti che utilizzano cannabis terapeutica.
È importante notare infine che le preparazioni a base di cannabis in olio sono prescritti da molti anni in Italia ed utilizzate, insieme alle capsule decarbossilate, in particolare per dosare con maggiore facilità e sicurezza la quantità di farmaco assunto. Inoltre la forma del decotto, che di norma viene preparato dallo stesso paziente con metodi casalinghi, è una forma "antica" che non garantisce in alcun modo sulla qualità e quantità del principio attivo estratto. Alla vigilia del voto sulla raccomandazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che chiede il riconoscimento formale, all'interno delle Convenzioni internazionali, dell'uso terapeutico della cannabis riteniamo che l'Italia non possa fare passi indietro rispetto a quanto conquistato dal 2007. Anche alla luce del Commento Generale sulla Scienza adottato dalla Nazioni Unite a maggio scorso, saremmo felici di poterle presentare di persona ulteriori argomenti a bilanciamento delle gravi limitazioni sopra ricordate che, se confermate, comporterebbero un attacco al pieno godimento del diritto alla salute nel nostro paese.
di Gene Bunin*
globalvoices.org, 30 settembre 2020
Poco più di dieci anni fa la struttura di via Dongzhan 1327, qualche chilometro a nord di una stazione merci abbandonata nella periferia settentrionale di Urumqi, Xinjiang, era circondata perlopiù da erba e alberi. Il 16 settembre 2009 è diventata ufficialmente la nuova sede della Prigione femminile dello Xinjiang, una mossa avvenuta sulla scia delle famigerate sommosse del 5 luglio [it], e non molto tempo dopo la struttura ha ricevuto quella che sarebbe diventata la sua prima detenuta di alto profilo - la scrittrice, moderatrice di un sito, e dipendente del governo Gulmire Imin [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione], condannata a vita in un processo a porte chiuse.
Nonostante la continua attenzione internazionale, a Imin non sono state fatte concessioni negli anni a seguire, ed è stata anzi seguita da altre donne le cui modeste biografie appaiono in netto contrasto con la severità delle loro sentenze. Una di loro, Buzeynep Abdureshit, una ventisettenne i cui soli possibili "crimini" sono l'aver studiato in Egitto e avere un marito all'estero, nel 2017 è stata condannata a sette anni per "aver riunito folle per turbare l'ordine sociale".
In seguito, nel giugno 2019, la prigione è diventata la destinazione di Nurzada Zhumaqan e Erlan Qabden - entrambe donne di etnia kazaka sulla cinquantina, entrambe con problemi di salute, nessuna delle quali ha commesso alcun crimine identificabile. Le loro condanne? Rispettivamente 20 e 19 anni.
A parte la loro intrinseca crudeltà, queste recenti sentenze sono particolarmente preoccupanti perché probabilmente indicano la direzione verso cui sta andando la repressione nello Xinjiang. Mentre il mondo si concentra soprattutto sui campi di "rieducazione" nella regione, le statistiche dello stesso governo, alcune limitate indagini giornalistiche e nuove prove, presentate dai parenti delle vittime e dagli ex-detenuti nel confinante Kazakistan, suggeriscono che un numero inconcepibile delle persone detenute tra il 2017 e il 2018 stia ora ricevendo lunghe condanne e che venga trasferito nelle prigioni più grandi, come quella a Urumqi.
Per Aibota Zhanibek, la più grande delle figlie di Nurzada Zhumaqan e oggi cittadina kazaka, le notizie sono state particolarmente strazianti perché arrivate nel periodo di Capodanno - un periodo in cui molti in Kazakistan apprendevano che i loro parenti erano stati rilasciati dai campi in una ondata di rilasci di massa nel tardo dicembre 2018. Mentre molti condividevano la buona notizia, Zhanibek ha appreso che sua madre era stata condannata alla detenzione, come emerso successivamente, per aver "usato la superstizione per minare le forze dell'ordine" e "riunito folle per disturbare l'ordine sociale".
Erlan Qabden, un'infermiera di un'altra contea della stessa prefettura di Zhumaqan, era stata condannata per aver "usato l'estremismo per minare le forze dell'ordine" e "provocato litigi e creato problemi", accuse che - stando ai suoi parenti in Kazakistan - derivano dall'aver partecipato a una cerimonia di alzabandiera indossando un foulard.
All'ufficio dell'organizzazione Atajurt Kazakh Human Rights ad Almaty, dove Zhanibek si reca ogni settimana per richiedere il rilascio di sua madre [kk] davanti a una telecamera, la maggior parte dei visitatori che portano testimonianze e appelli non parlano più di campi - come facevano un anno fa - ma di prigioni. Anche se frammentarie e corrotte dalle dicerie, le informazioni ottenute parlando con poco più di una decina dei querelanti è sufficiente per individuare una tendenza comune: le lunghe sentenze, i mesi o addirittura gli anni trascorsi in detenzione prima del processo e il fatto che vengano presi particolarmente di mira gli uomini religiosi.
Lo studio statistico dei profili delle vittime - i cui dati provengono da migliaia di testimonianze video pubbliche [kk], raccolte da Atajurt e analizzate dal Xinjiang Victims Database - rende possibile corroborare alcune delle osservazioni qualitative su base quantitativa. Una comparazione delle vittime che risultano aver ricevuto condanne in prigione con quelle che risultano essere state rilasciate dai campi mostra che oltre il 90% delle persone condannate (e il 69% di quelle rilasciate) erano uomini, e più del 75% dei detenuti (27% dei rilasciati) si ritiene sia stato detenuto per motivi religiosi. Un'analisi di 311 vittime e delle relative pene detentive mostra una media di condanne di 11,2 anni, con pene lunghe 5 anni o più per l'89% delle persone, mentre uno studio di 65 vittime detenute per 2 o più mesi mostra che, per queste vittime, in media il periodo di detenzione prima del processo è durato approssimativamente 9 mesi, un anno o più per il 30% di loro.
Si ritiene che molte delle persone condannate siano state trasferite in prigione dopo un periodo in una struttura detentiva pre-processo (kanshousuo [it]) - istituzioni tristemente famose per il loro abuso che, stando alle testimonianze degli ex-detenuti, sono luogo di estremi maltrattamenti e terribili condizioni di vita. Inoltre un certo numero di resoconti di testimoni oculari dà ragione di credere che le persone internate illegalmente nei campi di "rieducazione" della regione siano anche condannate mentre sono ancora nei campi.
Quattro ex detenuti kazaki, che hanno trascorso la maggior parte del 2018 nei campi, hanno dichiarato di aver visto o sentito parlare di "pubbliche udienze" all'interno delle "scuole". Due di loro, Ergali Ermek e un detenuto che - avendo scelto di mantenere l'anonimato - sarà qui chiamato "Ruslan", hanno entrambi dichiarato che le stesse persone che venivano condannate a più di 10 anni venivano poi trasportate nelle prigioni vere e proprie.
Un caso noto è quello di Zhiger Toqai, uno studente dell'Università Satbayev di Almaty, la cui detenzione è stata inizialmente denunciata dai parenti in Kazakistan e la cui condanna è stata confermata da Ruslan, suo ex compagno di cella al campo. In un'intervista pubblicata di recente, Rahima Senbai ha ricordato una pubblica udienza in cui sette donne avevano ricevuto una condanna per aver osservato l'iftar [it].
Per i malati e gli anziani, i lunghi periodi di detenzione equivalgono a delle condanne a morte, e mandano in frantumi non solo il morale dei parenti all'estero ma anche ogni finzione di un legittimo sistema penale in Xinjiang. Tuttavia in questa illegittimità c'è anche speranza, perché senza una fondazione solida né argomentazioni convincenti potrebbe essere più facile far revocare queste assurde condanne e rilasciare i detenuti - un fenomeno già osservato con i campi illegali.
Le storie di Ergali Ermek e Ruslan - entrambi condannati ma poi comunque rilasciati - sembrano dei primi esempi, come anche il caso di Gulbahar Haitiwaji, che sarebbe stata condannata a 7 anni nel dicembre 2018 ma a cui di recente è stato permesso di ritornare in Francia.
Con una sufficiente pressione e condanna da parte della comunità internazionale, non è impossibile che si schiudano persino le porte della Prigione femminile dello Xinjiang, permettendo a persone come Buzeynep Abdureshit, Nurzada Zhumaqan, e Erlan Qabden di godere di nuovo di un certo grado di libertà. E forse persino a persone come Gulmire Imin.
*Traduzione di Maria Alessia Nanna
Il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2020
"Con quella circolare del 21 marzo del Dap, che ha consentito a boss mafiosi di uscire dal carcere, il segnale di resa dello Stato è nei fatti. Ed è un segnale devastante, perché evoca, appunto, resa e arrendevolezza da parte dello Stato". Sono le parole del magistrato Nino Di Matteo, intervistato da Massimo Giletti per "Non è l'arena".
di Sara Mauri
linkiesta.it, 29 settembre 2020
La situazione nelle carceri è una faccenda seria, una questione che non va sottovalutata, perché come pensiamo o trattiamo i condannati delinea il nostro essere civili, il nostro essere persone all'interno di una comunità che pensa senza agire di pancia.
di Azzurra Barbuto
Libero, 29 settembre 2020
Più della metà dei carcerati soffre di disturbi psichici, ma i ministeri della Giustizia e della Salute non se ne interessano. A farne le spese sono anche gli agenti penitenziari. Non tutto il Covid viene per nuocere, almeno nelle carceri italiane dove il sovraffollamento era diventato cronico da lustri fino all'esplosione dell'epidemia e pure delle conseguenti rivolte dei detenuti che hanno condotto all'adozione urgente (e non priva di aspre polemiche) di provvedimenti volti a ridurre il numero dei detenuti, che nel giro di sei mesi è passato da 61.230 (dati del 29 febbraio 2020) a 53.921 (dati del 31 agosto 2020) unità a fronte di una capienza regolamentare di 50.574.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 settembre 2020
La Circolare del Dap non poteva determinare le misure adottate dai giudici di sorveglianza. "Con quella Circolare del 21 marzo del Dap, che ha consentito a boss mafiosi di uscire dal carcere, il segnale di resa dello Stato è nei fatti. Ed è un segnale devastante, perché evoca, appunto, resa e arrendevolezza da parte dello Stato". Sono le parole del magistrato Nino Di Matteo, intervistato domenica scorsa da Massimo Giletti per "Non è l'arena".
vicenzapiu.com, 29 settembre 2020
A pochi giorni dal 30° anniversario della Carta di Treviso, la città veneta ha ospitato un confronto tra istituzioni e associazioni su infanzia e detenzione. Si è tenuto nel weekend infatti presso la sede di Telefono Azzurro a Treviso l'incontro su "Bambini e Carcere", un progetto attivo dal 1993, ideato e coordinato dalla Onlus con la collaborazione di una fitta rete di volontari sul territorio, per tutelare i bambini con uno o due genitori detenuti. Il 45% dei detenuti in Italia è genitore e sono 35 i bambini (0-6 anni) che vivono negli Istituti di prevenzione e pena con le proprie madri (dati Dap, 2020). Di seguito il resoconto dell'iniziativa.
di Barbara Pontecorvo
Il Sole 24 Ore, 29 settembre 2020
Dopo anni di approfondimenti e discussioni, il tema della riforma della Giustizia non ha ancora assunto la rilevanza necessaria ad attribuirgli il carattere di urgenza che merita. Per sollecitare un più incisivo dibattito pubblico e politico, occorre una puntuale valutazione dell'impatto che una corretta amministrazione della giustizia avrebbe sulla vita dei cittadini e del Paese.
Banca d'Italia ha stimato nel 2018 che le inefficienze ed i ritardi nella giustizia generino una perdita annuale pari all'1% del Pil nazionale. Questo dato già nell'anno successivo è stato stimato in misura maggiore, pari a quasi il 2% di incidenza sul Pil, con un sempre più crescente impatto sulla crescita. I dati Eurostat sulla spesa sostenuta per il funzionamento dei tribunali, indicano che l'Italia spende per i propri tribunali una cifra pari allo 0,33 per cento del Pil, con un altro effetto diretto sull'economia.
Gli effetti della giustizia inefficiente non si limitano alla mancata crescita o addirittura alla decrescita, ma hanno un effetto a cascata su occupazione (che si stima potrebbe crescere del 3% all'anno), sull'erogazione del credito e sulla percezione di maggiore sicurezza da parte di imprese e privati. La lentezza dei processi e la mancata percezione della certezza della giustizia sono drammaticamente percepiti sia in Italia che all'estero, in quest'ultimo caso scoraggiando nuovi investimenti nel Paese.
Una giustizia efficiente, viceversa, alimenterebbe la fiducia nei mercati e nelle relazioni economiche, garantendo maggiore equilibrio e stabilità nello sviluppo dell'economia. Per queste ragioni, la riforma della giustizia, sia in termini di adeguamento ai sistemi di altri Stati Europei, sia in termini di riduzione dei costi, è oggetto di una delle principali raccomandazioni che vengono rivolte all'Italia dall'Unione Europea ed alle quali quest'ultima subordina il finanziamento del Recovery Fund, attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che è il fulcro del Next Generation Eu.
Le risorse che vengono messe a disposizione per una riforma strutturale non devono diventare, però, una nuova occasione di investimento con un aumento strutturale dei costi, ma piuttosto un mezzo per l'efficientamento del sistema e la necessaria riduzione degli sprechi. Va compreso che il cronico e patologico ricorso ai Tribunali ed il ritardo della risposta giudiziaria non possono essere analizzati solo concentrando l'attenzione sul processo e sui codici, le cui norme possono essere smontate e ricomposte infinite volte alla ricerca di una combinazione migliore, ma devono essere inserite in un contesto cognitivo più ampio.
La riorganizzazione del lavoro degli uffici giudiziari, l'implementazione degli incentivi, l'elaborazione di nuovi strumenti di risoluzione extra-giudiziale delle controversie, l'elaborazione legislativa di mezzi di contrasto delle cause seriali, l'intervento sui compensi opportunistici sono solo alcuni spunti di elaborazione.
D'altro canto, la crisi della pandemia da Covid 19 ha fornito degli elementi di riflessione, tanto forzosi quanto interessanti, imprimendo un'accelerazione alla rielaborazione di alcune consolidate prassi e dei modelli di organizzazione. Lo smart working, la digitalizzazione dei processi, l'istruzione stragiudiziale all'interno del processo telematico sono tra i fattori di accelerazione più incisivi.
Per queste ragioni, il raggiungimento di obiettivi fondamentali per imprimere un progresso, quali, fra tutti lo smaltimento dell'arretrato giudiziale (che confina il nostro Paese fuori dagli standard dei Paesi G7 secondo la Banca Mondiale), deve essere demandato non solo al dibattito giuridico, che ha certamente il compito di valutare gli effetti del progresso stesso sui diritti fondamentali dei cittadini, primi fra tutti i diritti costituzionali, ma va inquadrato anche nel più vasto contesto dei settori dell'economia e dell'innovazione.
La letteratura economica ha già da tempo chiarito il nesso tra il funzionamento del sistema giudiziario e la crescita economica nel medio-lungo periodo, chiarendo i motivi di causa ed effetto. Ma quello economico non è l'unico settore di impatto. L'innovazione, attraverso il reperimento di soluzioni efficaci e senza precedenti, è anch'esso un tema strutturale del Paese, nel quale si registrano drammatici ritardi. Se si potesse ragionare non più per compartimenti, ma facendo dialogare esperti dei diversi settori (quali appunto giustizia, economia ed innovazione), si potrebbero raggiungere risultati sostenibili nel medio e lungo termine, con benefici ad osmosi in tutti i settori. Infatti, non basta prefiggersi un obiettivo, senza valutarne l'impatto in tutti i settori strategici ai quali è legata la crescita ed ai quali è vincolata la decrescita. Trasformare uno dei principali fattori di decrescita e disinvestimento nel nostro Paese in un'occasione di ammodernamento e competitività rappresenta oggi una delle sfide più grandi.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 29 settembre 2020
Il magistrato, che rischia la radiazione, non risponde alle domande dell'accusa: "le intercettazioni sono inutilizzabili". "Non invoco pietà e di comprensione non ne ho mai avuta". "Io non ho mai fatto accordi con l'onorevole Luca Lotti per scegliere un procuratore di Roma che lo agevolasse nella sua vicenda processuale", si difende Luca Palamara davanti alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, dove rischia la radiazione dall'ordine giudiziario.
L'ex componente dell'organo di autogoverno dei giudici prova a sostenere che la famosa riunione notturna all'hotel Champagne dell'8 maggio 2019 nella quale lui, Lotti e l'altro deputato renziano Cosimo Ferri, insieme a cinque consiglieri del Csm (poi dimissionari) discutevano strategie e alleanze per la nomina del nuovo capo degli inquirenti romani, fu un incontro poco più che casuale. Niente trame occulte, niente summit segreti con il deputato-imputato Lotti. Il quale, secondo Palamara, quando raggiunse nottetempo quel drappello di magistrati nemmeno sapeva che si sarebbe parlato della scelta del successore di Giuseppe Pignatone, fresco di pensione.
Spartizioni e mercanteggiamenti tra correnti - "Allora perché - chiede il vice-procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta, rappresentante dell'accusa - appena arrivato Lotti si dedica al conteggio dei voti, e dice "si vira su Viola", o "si arriva a Viola", "com'è che quello non vota Creazzo?", "io vi consiglio di chiudere tra il 27 e il 28 maggio"?".
Palamara non risponde, rifugiandosi dietro l'inutilizzabilità (reclamata da lui e dal collega-deputato Ferri, anch'esso sotto procedimento disciplinare) delle intercettazioni con un parlamentare: "Non avrò difficoltà a spiegare quando la Camera avrà sciolto la riserva sulla questione posta dall'onorevole Ferri". Quindi per ora non spiega. E cerca di riportare l'attenzione - come fa da mesi, ad ogni occasione - sull'andazzo generale di spartizioni e mercanteggiamenti delle nomine che comprendevano tutte le correnti e molti altri componenti del Csm.
Le conversazioni con il deputato-imputato - Cita una conversazione con un ex consigliere, sempre sul procuratore di Roma, ma un componente della disciplinare, il "laico" Emanuele Basile, lo interrompe: "Visto che all'hotel Champagne, a un certo momento, avete cominciato a parlare del nuovo procuratore, e lei sapeva che Lotti era un imputato proprio della Procura di Roma, non ha pensato che fosse opportuno fermarsi?".
Palamara torna a ripararsi dietro lo stesso muro: "Risponderò dopo la decisione della Camera sulle intercettazioni". Poi prova ad alzare e allargare il tiro: "Lotti si trovava in una situazione simile anche quando frequentava l'attuale vicepresidente del Csm David Ermini, della cui nomina ho discusso anche con lui, e questo può avermi portato a sottovalutare il problema".
Il toto-nomine sulla Procura di Roma - Quello di Ermini è uno dei nomi che Palamara pronuncia più spesso nella sua autodifesa, insieme all'ex procuratore Pignatone ("Anche con lui ho frequentato Lotti e ho discusso della sua successione") e altri magistrati, per dimostrare che lui era amico di tutti, parlava con tutti, riceveva richieste da tutti; e che sulla Procura di Roma c'era un continuo totonomine. Con l'accusa questo c'entra poco, e Gaeta contesta le divagazioni: "Con tutta la comprensione giuridica e umana... qui non si fanno comizi né talk-show". Palamara sbotta: "Io non invoco pietà, non faccio comizi e comprensione umana non ne ho avuta".
Le richieste dell'accusa e l'arringa difensiva - Il presidente della disciplinare, Fulvio Gigliotti, chiarisce all'incolpato che dovrebbe rispondere alle domande, per le "dichiarazioni spontanee" ci sarà un altro momento, ma lui insiste: "Io devo poter spiegare. Io per le nomine parlavo con tutti i magistrati e con i rappresentanti di tutte le correnti, ma non ho mai barattato la mia funzione, né volevo danneggiare qualche collega. Forse non ho focalizzato certi rapporti nella giusta maniera, e sull'opportunità di certe frequentazioni oggi farei valutazioni diverse, ma a passare per un traffichino o un corrotto davanti a voi non ci sto!". La prossima settimana potrebbero già arrivare le richieste dell'accusa, l'arringa difensiva e altre eventuali dichiarazioni di Palamara. Poi la sentenza.
Corriere di Bologna, 29 settembre 2020
Aveva 40 anni ed era in attesa di giudizio per furto e resistenza a pubblico ufficiale il detenuto albanese che si è tolto la vita alla Dozza nella notte tra sabato e domenica. L'uomo si è impiccato mentre il compagno in cella con lui al piano giudiziario dormiva e non si è accorto di niente. In carcere da qualche mese, nelle ultime ore aveva chiesto e ottenuto di parlare con la famiglia. Per il garante bolognese dei detenuti, Antonio Ianniello resta "l'urgenza" di "rendere più incisiva l'attuazione del piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere".
Comunicato del Garante
Nel corso dell'anno 2019 si sono consumati due suicidi di persone detenute presso il carcere di Bologna e nel primo weekend dell'autunno di questo anno giunge ancora una volta la tragica notizia di un altro suicidio riguardante un uomo straniero che si trovava da alcuni mesi in custodia cautelare, alloggiato in una cella condivisa.
Oggi come allora risulta sempre all'ordine del giorno l'urgenza di elaborare strategie che possano rendere più incisiva l'attuazione del Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie in carcere, le cui indicazioni devono essere tradotte nei protocolli operativi locali, tra il singolo Istituto Penitenziario e la competente Azienda Sanitaria, costituendo il piano locale di prevenzione. Complesso è lo sforzo dei vari operatori in un contesto detentivo nel quale è ridotta la sostenibilità dei numeri relativi alle presenze in carcere, risultando spesso la coperta troppo corta.
Il Piano nazionale - si legge - offre spunti essenziali che mettono al centro la formazione degli operatori locali, in particolare quelli a più diretto contatto con la quotidianità detentiva in un quadro di condivisione del complesso degli interventi fra area penitenziaria e area sanitaria, e pone anche l'accento sul potenziale ausilio che può giungere dalle stesse persone detenute, adeguatamente formate a offrire vicinanza e supporto sociale ai soggetti a rischio con l'obiettivo di tentare di costruire interventi concreti per presidiare le (non poche) situazioni che possono essere potenzialmente stressanti in un contesto di privazione della libertà personale.
In questo senso - continua il comunicato stampa - pare particolarmente interessante il progetto - di cui si è appreso recentemente - avviato dall'Azienda Usl di Modena: il progetto Peer supports coinvolge 13 persone detenute selezionate e ritenute in grado di poter assicurare una funzione di sostegno per le altre persone a rischio, avendo il compito di allertare i medici e gli operatori penitenziari quando sorgano situazioni di allarme circa lo stato emotivo-psicologico della persona. Se la sperimentazione modenese risultasse efficace, sarebbe auspicabile, ricorrendone i presupposti, valutare l'opportunità di esportare il progetto anche nel territorio bolognese".
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