di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 10 ottobre 2020
È ormai congenita l'incapacità del sistema, specie quando si tratta di cose importanti, di decidere e di far eseguire quanto deciso in tempi umani. Credo che da molto tempo nessun elettore italiano dia il suo voto a questo o quel partito nelle consultazioni politiche in base a ciò che esso promette nei suoi programmi; né, all'inverso, che nessun partito (al di là di qualche gesto simbolico di nessun effetto pratico come il testé modificato "decreto sicurezza" con il quale Salvini pretendeva di aver fermato il fenomeno migratorio) riesca realmente - anche quando gli capita di andare al governo - di fare qualcosa di significativo di quanto ha promesso.
Dando spesso l'impressione, peraltro, neppure di provarci. L'unica eccezione importante che mi viene in mente è quella dei 5 Stelle con il reddito di cittadinanza. Ma si è trattato per l'appunto di un'eccezione, verificatasi in seguito a due circostanze straordinarie: uno strepitoso successo elettorale e, per i grillini, la conseguente prima volta in assoluto al governo, per giunta in posizione di forza.
Deriva da quanto ho detto l'ormai congenita incapacità del sistema politico italiano, specie quando si tratta di cose importanti, di decidere e di far eseguire quanto deciso in tempi umani. Le cause sono conosciute, stra-conosciute da sempre, ma non si è mai trovato uno straccio di maggioranza o di governo che pensasse a porvi rimedio o ne fosse capace. Le enumero a titolo di promemoria:
a) la presenza costante di governi di coalizione (per loro natura rissosi), guidati da un primo ministro che in genere conta poco e non riesce ad avere il comando effettivo dell'attività dei dicasteri. Eper di più un premier che non può quasi mai sapere quanto durerà in carica (tutto ciò si deve al combinato disposto di una pessima seconda parte della Costituzione e di ancora "più pessime" leggi elettorali);
b) il numero spropositato di coloro che hanno titolo a prendere parte in un modo o nell'altro al processo decisionale: entità le più diverse titolari di pareri obbligatori, comitati interministeriali, tavoli di consultazione, conferenza stato-regioni, ecc. ecc.
c) la farraginosità esasperante di ogni genere di disposizione a cominciare dalle leggi, in genere preparate da uffici legislativi dei ministeri dove dominano schiere di legulei specializzati nel rendere complicate le cose, infarcirle di codicilli e clausole di ogni tipo, scriverle in un linguaggio ai più incomprensibile;
d) il governo occulto degli apparati burocratici di vertice, dominatori incontrastati dei regolamenti attuativi senza i quali quasi tutte le leggi non possono entrare in vigore (cioè padroni di farli, di farli subdolamente modificando in modo sostanziale le leggi suddette, o di non farli affatto rinviandoli alle calende greche);
e) infine, il controllo di legittimità sugli atti dell'amministrazione da parte del Tar, il ricorso al quale è ormai divenuto una prassi pressoché costante a proposito di ogni procedura, con una predilezione tutta particolare per quelle di appalto.
A questo elenco di ostacoli già di per sé imponente si aggiunge la povertà di visione, di coraggio e di statura della classe politica italiana degli ultimi vent'anni. In un regime come il nostro per decidere di fare qualcosa di importante e per riuscire ad avviarlo un uomo di governo o la sua maggioranza, infatti, devono avere il coraggio in certo senso di scommettere su se stessi.
Devono essere convinti cioè che quello che decidono di mettere in opera (e che naturalmente vedrà la luce o mostrerà i suoi effetti positivi solo dopo un tempo abbastanza lungo) si rivelerà però una cosa così indiscutibilmente positiva che comunque gli porterà, sia pure dopo qualche anno, un risultato di consensi, anche se allora essi non saranno più al potere.
E che glielo porterà in misura maggiore che se quell'uomo di governo e la sua maggioranza avessero deciso d'impiegare le stesse risorse nella distribuzione di mance e mancette d'immediato ritorno elettorale. Il guaio è che perché ciò avvenga sarebbe necessario, come ho detto, un universo politico diverso da quello italiano. Nel nostro Paese, infatti, da tempo governare non è sinonimo di fare o di cambiare le cose, bensì di occupare la maggior parte possibile di luoghi di potere con relativa distribuzione di nomine e di prebende, mentre essere parlamentari non vuol dire frequentare la Camera o il Senato ma essere invitati nei talk-show televisivi.
È così che l'Italia si è fermata. È così che si trova da almeno due decenni immersa nella palude del non decidere/non fare, delle decisioni che quando pure ci sono ci mettono poi un secolo a tramutarsi in realtà operanti. Non c'è un elettore, sono convinto, il quale non pensi, ad esempio, che il nostro sistema giudiziario vada profondamente cambiato, che la nostra Pubblica Amministrazione per come essa è attualmente organizzata costituisca sempre un esempio di inefficienza e troppo spesso un ostacolo alla vita e alle attività dei cittadini.
Non c'è elettore, sono convinto, il quale non pensi che il nostro sistema scolastico e universitario nonché l'intero sistema della ricerca abbia bisogno di essere ripensato da cima a fondo, che l'ordinamento regionale così com'è non funziona; che il sistema attuale di accertamento tributario finisce per favorire l'evasione fiscale, che in una grande parte del Paese le condizioni dei trasporti urbani, dello smaltimento e del trattamento dei rifiuti, delle periferie invochino interventi radicali e urgenti. Ebbene, potrà apparire stupefacente ma per nessuna di tali questioni si ha notizia che qualche partito abbia un'idea concreta di come cambiare davvero le cose, abbia un'ipotesi appena appena dettagliata di una nuova legislazione. Nulla.
Sono anni che il nostro sistema politico e di governo appare dominato da una sostanziale inerzia. E questo - in una società civile come quella italiana, vivacissima e piena di energia a livello molecolare, ma a livello generale incapace di aggregarsi per forza propria intorno a indirizzi di vasta portata, priva di una vera tradizione di movimenti collettivi dal basso - ha un effetto sostanzialmente paralizzante. Non a caso da anni il Paese è fermo. L'assenza di una guida che solo la vera politica può assicurare è la più certa premessa per il declino dell'Italia.
mediterranews.org, 10 ottobre 2020
Per la prima volta online, venerdì 16 ottobre 2020 la tredicesima edizione del Premio "Carlo Castelli" per la solidarietà, concorso letterario riservato ai detenuti delle carceri italiane promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli.
Si svolgerà venerdì 16 ottobre 2020 a Roma, presso la sede di Palazzo Maffei Marescotti in via della Pigna 13/A, la cerimonia di premiazione del XIII Premio Carlo Castelli per la solidarietà. Il concorso letterario riservato ai detenuti delle carceri italiane è promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli, con il patrocinio di: Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Ministero della Giustizia e Università Europea di Roma e con lo speciale riconoscimento della medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Media Partner: Pontificio Dicastero per la Comunicazione (Radio Vaticana, Vatican Media e Osservatore Romano), TV2000 e Radio InBlu. L'evento verrà trasmesso in diretta su Facebook e Youtube a partire dalle ore 18.00
Come ogni anno, anche per questa edizione sono giunti elaborati da numerosi istituti di pena di tutta Italia. Ai primi tre classificati la giuria assegnerà un "doppio" premio in denaro: una parte verrà consegnata all'autore, mentre un'altra somma verrà destinata ad un'opera di solidarietà. Così, anche chi ha "sbagliato" nella vita e vive l'esperienza della reclusione, avrà la possibilità di compiere una buona azione. "Riteniamo che questo - afferma Antonio Gianfico, Presidente della Federazione nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli - sia uno stimolo per aiutare il recluso a riconciliarsi con il proprio vissuto e con la società".
Il tema della tredicesima edizione è: "Il mondo di fuori visto da dentro". "Viene da chiedersi come possa una persona ristretta in carcere percepire la realtà esterna" è la domanda che pone Claudio Messina, Delegato nazionale carceri della Società di San Vincenzo De Paoli ed ideatore del Premio Carlo Castelli: "La galera interrompe bruscamente una condizione di vita e ne determina un'altra piena di limitazioni e divieti, tagliando contatti esterni e causando grossi condizionamenti ed una forte regressione nello sviluppo della personalità e nelle relazioni".
Dai racconti dei detenuti emerge proprio la consapevolezza di vivere in un "tempo sospeso", l'ansia di non sapere se, una volta scontata la pena, fuori ci sarà ancora qualcuno ad attenderti, una casa, un lavoro. Ma, dagli elaborati emerge anche un altro sentimento: la paura. Tutti noi, che viviamo nel "mondo di fuori", durante il lock down, siamo rimasti in qualche modo "reclusi" nelle nostre abitazioni ed abbiamo sperimentato sensazioni di isolamento e clausura. Come avranno vissuto, i detenuti, la pandemia vista "da dentro"?
Puntando all'essenza della narrazione, stimolando soprattutto la spinta interiore che la persona è capace di sentire e di esprimere, il Premio Castelli vuole significare vicinanza a coloro che hanno intrapreso un percorso di cambiamento, o di conversione, a chi ancora non se ne sente capace, nonché provocare una riflessione in tutte le persone che non vogliono vedere e sentir parlare di carcere.
Ai tre vincitori di questa edizione vanno rispettivamente 1.000, 800 e 600 euro, con il merito di finanziare anche un progetto di solidarietà. In aggiunta ai premi, a nome di ciascuno dei tre vincitori saranno devoluti, nell'ordine: 1.000 euro per finanziare la costruzione di un'aula scolastica nel Centro Effata di Nisiporesti (Romania); 1.000 euro per un progetto formativo e di reinserimento sociale di una giovane dell'Istituto minorile di Casal del Marmo (Roma); 800 euro per l'adozione a distanza di una bambina dell'India.
Queste le opere premiate:
La paura di decidere chi essere - Colombo Stefania (C.R. Milano Bollate). Quello che vedo dall'aldiquà - Ziri Elton (C.R. Vigevano - PV)Il buco della serratura - Spiridigliozzi Marcello (C.R. Roma Rebibbia)
Inoltre, la Giuria del Premio Carlo Castelli ha conferito dieci segnalazioni di merito ai migliori elaborati pervenuti da vari istituti penitenziari. Le opere finaliste sono raccolte e pubblicate in un volumetto intitolato "Spazi vicini Vite distanti" edito da Anthology Digital Publishing scaricabile al link: https://anthologydigitalpublishing.it/book/spazi-vicini-vite-distanti-premio-castelli-per-detenuti-carcere
ladige.it, 10 ottobre 2020
Al via, ieri, la terza edizione del progetto "Liberi da dentro", un'iniziativa promossa dalla Scuola di partecipazione sociale (Sps), in collaborazione con diverse realtà associative e istituzionali della città di Trento. Nata con l'obiettivo di costruire un ponte tra carcere e città, la manifestazione culturale cerca di favorire una riflessione ampia sul ruolo rieducativo della pena e sull'importanza di un'idea di giustizia ripartiva che sostenga la responsabilità sociale e la costruzione di relazioni sicure.
All'interno del programma, ancora in via di definizione, vi sono laboratori, corsi e spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche e letture. Tutte le iniziative sono pensate per coinvolgere, in modo parallelo, la cittadinanza, gli studenti degli istituti secondari di secondo grado e la popolazione carceraria della casa circondariale di Spini di Gardolo, a Trento.
L'appuntamento inaugurale della rassegna, che poi si concluderà nel giugno del 2021, prevede la presentazione del film "Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri", di Fabio Cavalli. All'evento, al teatro San Marco, di via San Bernardino (ore 20.30), interverrà anche la giudice della Consulta Daria de Pretis.
"Il nostro intento - hanno spiegato i promotori Alberto Zanutti, Daniela Ranzi e Aaron Giazzon - è quello di mettere al centro un tema che spesso tende ad essere dimenticato, nonostante riguardi tutti da vicino. Crediamo sia importante che la cittadinanza abbia una conoscenza reale del mondo del carcere, e che sia consapevole della necessità di percorsi di pena gestiti in chiave rieducativa, con un coinvolgimento diretto e responsabile del territorio".
Tra le iniziative che interesseranno studenti e detenuti, vi è la realizzazione di un audiolibro, letto dagli studenti, che poi andrà a completare, assieme ad altri volumi presentati durante la rassegna, la biblioteca del carcere del capoluogo. Le attività laboratoriali entreranno in tutte e otto le sezioni del penitenziario (interessando almeno 15 detenuti per sezione), mentre le classi interessate al percorso potranno iscriversi liberamente. Per quanto riguarda gli incontri con gli autori, invece, sono previsti iniziative con Marco Malvaldi, coautore di "Vento in scatola" con Glay Ghammouri, Annalisa Graziano e Adolfo Ceretti.
"Recupero e reinserimento - ha concluso l'assessore Mariachiara Franzoia - sono temi che ci riguardano da vicino. L'attività culturale rappresenta un'occasione per fare prevenzione e promuovere la legalità". Il programma completo è disponibile sul portale www.sps.tn.it, mentre è possibile iscriversi all'attività attraverso posta elettronica (
Corriere Adriatico, 10 ottobre 2020
Allerta nel carcere di Pesaro, per la presenza di alcuni detenuti contagiati dal Covid - 19: si tratta di tre "ospiti" appena trasferiti nel carcere di via Burla a Parma. I tre uomini sono risultati positivi al tampone fatto all'arrivo nel penitenziario emiliano, dopo il trasferimento. Ora sono stati messi in isolamento. Gli agenti della Polizia penitenziaria venuti a contatto con i contagiati prima del loro trasferimento verranno sottoposti al tampone, per escludere la presenza di altri contagi all'interno del carcere.
di Andrea Morigi
Libero, 10 ottobre 2020
Dopo due anni di sequestro in Mali e pochissime notizie sugli ostaggi, si è rivelato determinante l'intervento della Francia. Appena padre Pier Luigi Maccalli e Nicola Chiacchio, giunti ieri nel primo pomeriggio all'aeroporto di Ciampino, mettono piede sul territorio italiano, fanno appena in tempo a ricevere il benvenuto dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio che vengono caricati su un'automobile che li conduce in una caserma del Ros dei Carabinieri dove i magistrati li ascoltano per ricostruire la dinamica dei loro sequestri.
Per entrambi, comunque, pare si sia rivelato decisivo l'intervento della Francia, presente con le proprie truppe in Mali, sul nuovo governo locale. I negoziati che hanno condotto al rilascio di quattro ostaggi, fra i quali la cooperante francese Sophie Petronin e l'ex ministro Soumaila Cissé, detenuto dai terroristi islamici da sei mesi, si sono conclusi con la liberazione contestuale da parte delle autorità maliane di 180 prigionieri jihadisti nel fine settimana.
Gli italiani riferiscono i dettagli della loro prigionia, che si è protratta per due anni, cadenzata da trasferimenti da uno Stato all'altro e "lunghi spostamenti che duravano diversi giorni, anche a bordo di barche e moto, attraversando il Burkina Faso per arrivare fino in Mali". Non avevano percezione del rischio di essere sgozzati, anzi, il religioso sottolinea che "siamo stati trattati bene tanto che il 20 maggio scorso, in occasione del mio compleanno, ho ricevuto in regalo una radio grazie alla quale abbiamo potuto avere notizie sulla diffusione del coronavirus in Europa".
Pochi i momenti drammatici: "Non abbiamo ricevuto particolari minacce di morte, ma il momento peggiore è stato quando Luca Tacchetto (il padovano tornato libero lo scorso marzo dopo 15 mesi di sequestro in Mali, ndr) è riuscito a fuggire dopo un primo tentativo fallito. A quel punto siamo stati incatenati per alcuni giorni agli alberi ma poi la situazione si è tranquillizzata".
Sono due casi diversi, che hanno condiviso la prigionia soltanto negli ultimi sei mesi ma entrambi invisibili. Il religioso, appartenente alla Società delle missioni africane, scompare la sera del 17 settembre 2018 dalla sua parrocchia di Bomoanga, diocesi di Niamey, in Niger. Il religioso ha spiegato agli inquirenti e ai carabinieri del Ros di essere stato venduto da uno del posto che aveva avuto contatti con la missione Bomoanga, a circa 150 chilometri dalla capitale del Niger. I pastori Fulani furono avvertiti che "il bianco era tornato". "Arrivarono con sei moto - ha detto Maccalli parlando dei suoi rapitori - e mi portarono via".
Da allora, su di lui cala un silenzio interrotto soltanto dalle preghiere della sua congregazione religiosa e dei fedeli. Per l'opinione pubblica è uno sconosciuto, diversamente da altri ostaggi. Tanto che la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre si mobilita per far luce sulla vicenda, chiedendo una maggiore pressione sociale sugli apparati di sicurezza per facilitare la liberazione dei nostri connazionali.
Il sequestro viene gestito da tre gruppi, tutti appartenenti alla galassia jihadista legata ad Al Qaeda. Il primo composto da pastori Fulani, il secondo da sequestratori di origine araba e l'ultimo da Tuareg. Comunque non sI hanno notizie finché lo scorso 6 aprile il quotidiano cattolico Avvenire non pubblica un video della durata di 24 secondi, ricevuto dai rapitori, nel quale compare il sacerdote, che si presenta fornendo la prova di esistenza in vita.
"Mi chiamo Pier Luigi Maccalli, di nazionalità italiana, oggi è il 24 marzo". A sorpresa, nel filmato compare anche un altro ostaggio, un uomo che dice: "Mi chiamo Nicola Chiacchio. Sono di nazionalità italiana".
Mentre è stata ricostruita, attraverso la sua famiglia e i confratelli, la vicenda di padre Maccalli, originario di Madignano, in provincia di Cremona, restano infatti piuttosto misteriose le circostanze relative a Chiacchio.
Nemmeno il suo rapimento risulta alle cronache, finché l'uomo - di cui non si conoscono né l'età né la provenienza, ma si sa solo che si tratta di un viaggiatore - affiora nel video. Nessuno pare averne denunciato la scomparsa, alimentando così il mistero che avvolge la sua persona. Di lui non è disponibile nemmeno un profilo social, se non un breve diario di escursioni in bicicletta risalente al 2004.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 9 ottobre 2020
Le ultime persone che sono entrate nella pubblica amministrazione con il ruolo di direttore penitenziario lo hanno fatto nel 1996. È stata l'ultima volta che qualche giovane da poco laureato ha dedicato il proprio impegno a studiare le leggi che regolamentano la pena, a ragionare sulla gestione delle carceri, a immaginarsi in quel difficile ruolo provando entusiasmo per quel possibile suo futuro. Sono 24 anni che non viene bandito un nuovo concorso. Ventiquattro anni nei quali i direttori più anziani sono andati in pensione, gli istituti sono rimasti senza gestione, il personale è inevitabilmente invecchiato perdendo parte dell'energia iniziale.
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 9 ottobre 2020
Dall'inizio dell'anno si sono tolti la vita 45 detenuti, 27 i decessi per cause da accertare. La frequenza di suicidi in carcere è 20 volte superiore rispetto alla popolazione libera, ma nei palazzi si fa finta di nulla.
di Antonio Massari
Il Fatto Quotidiano, 9 ottobre 2020
Prima era solo un illecito, ora invece è reato. C'è chi ha lanciato un pallone. Chi ci ha provato con un drone. E chi con formaggio e salame. Nel solo biennio 2019-2020 sono entrati nelle nostre carceri ben 2.725 microcellulari. Un'impennata notevole se consideriamo i dati del triennio 2016-2018: rispettivamente 149, 252 e 502 apparecchi recuperati all'interno dei penitenziari. Il dato più grave riguarda la tipologia di detenuti che ha avuto accesso a questi telefoni. Per i detenuti in regime di media sicurezza si contano 1.420 telefoni nel 2019 e 1.036 nel 2020.
di Rita Bernardini
Il Riformista, 9 ottobre 2020
I cellulari rinvenuti nei penitenziari? In UK hanno risposto mettendo il telefono in ogni cella. Da noi nessuna cura per le relazioni affettive, solo repressione. Decine di migliaia di genitori detenuti non possono abbracciare i propri figli, anche minori, da quando è scoppiata la pandemia da coronavirus, cioè da otto mesi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 ottobre 2020
Oggi e domani a Napoli l'assemblea annuale della conferenza dei Garanti territoriali. Oggi e domani, nella sede della Regione Campania a Napoli, si svolgerà l'assemblea annuale della Conferenza dei garanti territoriali delle persone private della libertà. Diversi i temi in agenda, a partire dall'emergenza covid tra prevenzione, diritto alle relazioni familiari e didattica.
"L'appuntamento dei garanti è un momento di grande importanza per il mondo carcerario e della privazione della libertà. Anche nel nostro paese i casi di positività al Covid tornano a crescere, proprio mentre in carcere riprendono alcune attività e un barlume di vita normale. Individuare il giusto bilanciamento tra le necessità di prevenzione del virus e la garanzia di un minimo di attività e di relazioni con i familiari resta la sfida più difficile a cui spero che l'appuntamento annuale dei garanti territoriali possa portare un contributo concreto di conoscenza e di esperienza".
Così dichiara il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, nell'annunciare Conferenza dei garanti territoriali. A presiedere l'assemblea sarà il Garante della Campania, Samuele Ciambriello, mentre la relazione introduttiva sarà affidata proprio ad Anastasìa, in qualità di portavoce della Conferenza.
Del Consiglio regionale del Lazio (che ha istituito il Garante dei del Lazio con la legge regionale 31/2003) interverrà il vicepresidente Devid Porrello, per i saluti istituzionali. Parteciperanno, tra gli altri, il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Giorgis, il capo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralìa, la capo dipartimento Giustizia minorile e di comunità, Gemma Tuccillo. L'assemblea si concluderà sabato alle 13 con l'intervento del presidente dell'Autorità garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma.
Stamane alle 11, dopo i saluti istituzionali e la relazione introduttiva di Anastasìa (il quale è anche garante dei detenuti dell'Umbria), nel pomeriggio si svolgeranno quattro sessioni di lavoro, con la partecipazione dei garanti territoriali e dei rappresentanti di associazioni, sindacati e dell'amministrazione penitenziaria.
Due sessioni parallele toccheranno i temi legati all'emergenza Covid- 19 nelle carceri. Altre due sessioni riguarderanno la funzione rieducativa della pena in contesti di criminalità organizzata e il reinserimento sociale e l'accoglienza delle persone private della libertà. Alla giornata di domani parteciperanno tra gli altri Giuseppe de Cristofaro, sottosegretario all'Università, Giovanna del Giudice, Ornella Favero, Antonietta Fiorillo, Riccardo Polidoro, Alessio Scandurra.
La Conferenza rappresenta i garanti territoriali nei rapporti istituzionali con le autorità competenti e collabora con il Garante nazionale. La sede operativa è presso il Garante dei detenuti del Lazio.
Tra i compiti previsti dal proprio regolamento, la Conferenza dei garanti elabora linee- guida per la regolamentazione, l'azione e l'organizzazione degli uffici dei garanti territoriali, monitora lo stato dell'arte della legislazione in materia di privazione della libertà, effettua studi e ricerche, organizza eventi di dibattito e promuove occasioni di confronto e di formazione comune dei garanti territoriali, esercita ogni forma di azione ritenuta opportuna per la risoluzione delle problematiche relative alla privazione della libertà, elabora documenti comuni ai fini dell'unitarietà dell'azione dei garanti territoriali e promuove l'istituzione di nuovi garanti a ogni livello.
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