di Emanuele Trevi
Corriere della Sera - La Lettura, 11 ottobre 2020
All'uscita delle "Mie prigioni" di Silvio Pellico, stampate a Torino nel 1832, si disse che quel libro avrebbe danneggiato gravemente l'oppressore asburgico. Era una previsione azzeccata, dal momento che lo stesso cancelliere Metternich avrebbe ammesso che le memorie di Pellico erano costate all'Austria molto più di una battaglia persa sul campo. Ma quella era un'epoca di invidiabile ottimismo. Oggi le prigioni come lo Spielberg sono sempre lì; quella che sembra essersi smarrita è la speranza. È questa la differenza abissale che, in tema di scritture carcerarie e di denuncia di soprusi e lesioni della dignità umana, separa il capolavoro di Pellico da un libro come Nessun amico se non le montagne (Add editore) di Behrouz Boochani, curdo iraniano che, perseguitato dal regime di Teheran, ha cercato scampo in Australia e si è trovato per 5 anni prigioniero sull'isola di Manus, in Nuova Guinea, detenzione riservata agli immigrati clandestini. Uno dei luoghi più notevoli della geografia contemporanea della vergogna che Boochani, privato non solo di computer e carta, è riuscito a descrivere, a futura memoria, inviando su WhatsApp migliaia di messaggi in persiano a un amico, che via via li ha tradotti in inglese.
Come si può facilmente intuire, più la libertà è conculcata più si fanno difficili le condizioni della scrittura in tutte le fasi, dalla prima concezione di un'idea alla trasmissione del manoscritto oltre le sbarre e alla pubblicazione. Con effetti che possono perpetuarsi anche dopo la morte dell'autore. Un caso esemplare sono i Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, che, immediatamente dopo la Liberazione, furono pubblicati da Einaudi con la supervisione di Palmiro Togliatti in un'edizione "tematica" che definire fuorviante è poco. Solo nel 1975, per merito di Valentino Gerratana, i manoscritti furono restituiti alla loro forma originaria, rivelando pienamente la ricchezza e l'irregolarità del metodo di pensiero di Gramsci. Ma a parte il caso delle vicende postume, ad accomunare le scritture carcerarie, c'è sempre la mancanza di un controllo totale dell'autore sull'opera.
Non c'è bisogno di avere letto Foucault per intuire che ciò che viene scritto in prigione è costantemente controllato, sottoposto a censura soprattutto se si tratta di lettere, eventualmente sequestrato e distrutto. C'è anche, d'altra parte, una ricchissima tradizione di espedienti di fortuna, dai più geniali surrogati della carta e dell'inchiostro ai sistemi per aggirare la solerzia dei più occhiuti guardiani. Le cartine di sigarette e i quadrati di carta igienica usati come fogli da Bobby Sands nel terribile carcere di Long Kesh sono solo due esempi di un'inesauribile ingegnosità che attraversa i secoli.
Chi fosse curioso dell'argomento (in fondo chiunque può finire, a torto o ragione, in gattabuia) potrà consultare un bel libro di Daria Galateria, uscito per Sellerio nel 2012: Scritti galeotti. Scrittori in catene dal Settecento a oggi. Ma quando si affrontano questi argomenti, non si può evitare di imbattersi, prima o poi, nell'ombra di Sade e del suo capolavoro, Le centoventi giornate di Sodoma. In Sade, ospite di tutte le prigioni più famose della storia di Francia, dove passò una buona metà della sua vita, il legame tra immaginazione e detenzione si fa stringente, come se l'una implicasse l'altra.
Bisogna considerare che il grande scrittore fu prigioniero - caso più unico che raro - di tutti i governi e i regimi che si susseguirono nella sua epoca tumultuosa. Arrestato nel 1777, ancora giovane, in conseguenza di una di quelle famose lettres de chevet che sono come il simbolo della monarchia assoluta, durante il Terrore fu rimesso dietro le sbarre dalla giustizia giacobina, e sfiorò la ghigliottina. Tornato per pochi anni in libertà, e resosi nuovamente colpevole di infamie come i romanzi dedicati a Justine e Juliette, fu riacciuffato dalla polizia napoleonica, e morì dopo Waterloo, nel manicomio di Charenton, in qualità di prigioniero del restaurato regime monarchico.
Ebbene, Sade è molto chiaro in proposito: la privazione della libertà ha la conseguenza di esacerbare e infiammare la sua immaginazione; la scrittura, che dell'immaginazione è il veicolo naturale, è il maggiore veicolo di contagio della perversione. Separando lo scrittore dai suoi simili, lo si trasformerà necessariamente in un pericolo pubblico, autore di ordigni verbali che prima o poi deflagreranno nella mente dei lettori, corrompendoli definitivamente. La prigione non è più una circostanza tra le altre nella vita dello scrittore, ma l'alambicco in cui si distilla un veleno capace di aggredire l'immaginario anche a secoli di distanza. È una teoria puntualmente verificata dai fatti relativi al manoscritto del capolavoro.
Nella sua cella alla Bastiglia, Sade trascriveva le Centoventi giornate, in calligrafia minuscola, su centinaia di foglietti che poi incollava a un rotolo facile da nascondere. Un lavoro sfibrante, da certosino del male, portato avanti a tappe forzate fino alla notte di inizio luglio del 1789 quando, pochi giorni prima che i rivoluzionari radano al suolo la Bastiglia, Sade viene prelevato e condotto altrove senza poter portare via nulla con sé.
Fino alla morte, rimpiangerà la perdita di quel manoscritto. Non poteva sapere che in realtà il prezioso manufatto non era sepolto tra le macerie della Bastiglia, ma aveva iniziato un viaggio clandestino nel tempo di cui poco si sa, ma che coinvolse di sicuro molte persone: funzionari di polizia corrotti, bibliomani, collezionisti... Fino a che, nel 1904, uscì a Berlino la prima edizione del libro più maledetto della letteratura occidentale, curato da uno psichiatra che si firmava per prudenza con uno pseudonimo.
A partire da Guillaume Apollinaire, che pochi anni dopo pubblicò il primo studio scientifico sull'opera di Sade, e arrivando almeno al Salò di Pasolini, si può affermare che Le centoventi giornate di Sodoma sono lo scheletro nell'armadio del Novecento, il modello assoluto di ogni estremismo letterario a venire.
Anche il castello di Silling, dove si svolgono le atrocità del romanzo, è una prigione: anzi, con le sue porte murate è la quintessenza, l'idea platonica di ogni prigione. Circondato da mura impenetrabili, separato dai suoi simili da quattro governi diversi e accomunati solo dal ritenerlo un mostro, Sade più di ogni altro riuscì a trasformare le circostanze della sua vita in una via di conoscenza, e il suo talento artistico ne fece il più libero degli uomini.
di Simone Pitossi
agensir.it, 11 ottobre 2020
In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte che si celebra oggi, la Comunità di Sant'Egidio ribadisce il proprio impegno per l'abolizione di questa misura inumana e ingiusta, per la difesa della vita di ogni condannato e presenta il nuovo sito della campagna per un mondo senza pena di morte: nodeathpenalty.santegidio.org
La nuova piattaforma è fruibile su tutti i dispositivi (desktop, tablet e mobile) e vuole essere uno strumento che consenta di partecipare attivamente alla campagna, attraverso l'invio di appelli e petizioni, e la condivisione degli eventi online. In questo tempo di pandemia, si legge in un comunicato, "le condizioni di coloro che vivono già in estremo isolamento in carceri di massima sicurezza e spesso in attesa di esecuzione, sono divenute ancora più drammatiche, in ogni parte del mondo". La Comunità ha moltiplicato i propri sforzi per umanizzare la vita dei detenuti, "ed è significativo che nel momento in cui l'umanità si è confrontata con una condizione di particolare vulnerabilità, sia sensibilmente cresciuto il numero di coloro che hanno voluto impegnarsi in questa battaglia per la difesa della vita umana, sia con l'adesione sempre più massiccia agli appelli per i condannati a morte, sia nella richiesta di corrispondere con i detenuti".
Sant'Egidio, tra i fondatori della World Coalition Against the Death Penalty, segue con attenzione l'evoluzione ed accompagna gli sforzi dei Paesi, come la Repubblica centrafricana e il Kazakistan, che decidono di consegnare alla storia la pena capitale e guarda con fiducia alla prossima Assemblea generale Onu, a inizio dicembre, dove - dopo la pubblicazione di un rapporto specifico del segretario generale - sarà votata una nuova risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni, con una maggioranza che si preannuncia più ampia della precedente.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 11 ottobre 2020
Appello del Papa per la dignità dei detenuti. A dicembre il bando ritorna all'Onu. Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono chiamati oggi a lottare non solo per l'abolizione della pena di morte in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà".
Con queste parole, diffuse ieri via Twitter, papa Francesco si è unito alla celebrazione della Giornata mondiale contro la pena di morte. Una ricorrenza istituita diciotto anni fa dalla World coalition against death penalty (Wcadp), rete di oltre 150 Ong, e vari tra collegi di avvocati, autorità locali e sindacati. Il tweet di Francesco riprende esattamente quanto scritto al paragrafo 268 della nuova enciclica Fratelli tutti.
Nel testo, c'è proprio un'apposita sezione del settimo capitolo sulle condanne capitali e sul dovere delle società di tutelare i diritti dei prigionieri. Un appello più cruciale che mai in questo tempo di pandemia in cui "le condizioni di quanti vivono già in estremo isolamento in carceri di massima sicurezza e spesso in attesa di esecuzione sono divenuto ancor più drammatiche", come sottolinea la Comunità di Sant'Egidio, tra i fondatori della World coalition against death penalty. Al contempo, però, è cresciuto anche il numero di quanti si impegnano per il bando globale al boia, ha aggiunto la Comunità che, per l'occasione, ha lanciato la nuova piattaforma per la campagna abolizionista (nodeathpenalty.santegidio.org).
Alla pressione della società civile si somma quella della diplomazia mondiale e di numerosi organismi internazionali, come il pronunciamento della Corte africana dei diritti umani e dei popoli del 28 novembre 2019. Eppure - ha sottolineato Amnesty International -, da allora, Botswana, Egitto, Somalia e Sud Sudan hanno continuato a mettere a morte i prigionieri.
Un passo importante per arrivare alla moratoria universale è la prossima Assemblea generale dell'Onu di dicembre, in cui - dopo la pubblicazione di uno specifico rapporto del Segretario generale - ci sarà un nuovo voto al riguardo. Un forte appello ai governi affinché aderiscano è stato rivolto dall'Unione Europea e dal Consiglio d'Europa.
"Nel 2019, per il secondo anno consecutivo, nel mondo sono state registrate esecuzioni solo in venti Paesi. Un minimo storico, eppure si tratta di venti Paesi di troppo", hanno affermato l'alto rappresentante Ue, Josep Borrell, e la segretaria generale del Consiglio d'Europa, Marija Pejcinovic Buric.
di Enrico Calamai
Il Manifesto, 11 ottobre 2020
I "desaparecidos" dell'Europa opulenta nel nuovo millennio, vengono costantemente sorvegliati e seguiti nella loro discesa all'inferno, come sagome di un videogioco, in mare o nel deserto o nei lager. È vero, la revisione delle leggi sicurezza fatte approvare dall'allora Ministro dell'Interno Matteo Salvini rappresenta un primo passo di cui non si può non tener conto. Ben poca cosa, tuttavia, di fronte a quanto fatto, con semplicità e senza retorica, dal Governo Letta nel non lontano 2013/2014: l'operazione Mare Nostrum, che ha permesso, sia pure per poco, alla nostra Marina Militare di attuare conformemente al Diritto del Mare, salvando migliaia di vite umane.
Non sarà la revisione delle Leggi Salvini a fermare le morti, perché, come scritto da Fratoianni e Orfini nell'articolo pubblicato sul manifesto dell'8 ottobre, il fenomeno delle migrazioni è strutturale.
Per essere più chiari è l'altra faccia di una globalizzazione che meglio sarebbe definire neocolonialismo tendente alla globalità, in cui un Occidente sempre più armato ed aggressivo è, per il momento ancora, in grado di imporre i propri interessi a quegli Stati che non sono in grado di tutelare la propria sovranità e le proprie risorse, specie il petrolio. Ne risulta un mondo in cui Paesi sempre più ricchi sono circondati da miseria endemica e disastri ecologici, guerre e dittature, tentativi di proliferazione nucleare, come unico modo per tutelare la propria sovranità, terrorismo, che è la guerra dei poveri ma si presta anche ad ambigue derive securitarie, crisi da noi stessi provocate ed esodi biblici che di tutto ciò sono, per l'appunto, il portato strutturale.
I Paesi dell'Unione europea e della Nato affrontano il problema esternalizzando le frontiere e spingendole sempre più a sud, chiudendo i porti, frapponendo normative proibizionistiche che trasformano in res nullius la massa dei disperati che attraversano Medio Oriente e Africa, in viaggio verso la sponda sud del Mediterraneo.
Non solo, si è costruito un complesso sistema a tenaglia, attraverso il cosiddetto Processo di Rabat sulla sponda occidentale dell'Africa e il processo di Khartoum su quella orientale, di cui fanno parte dittature quali quella eritrea, sudanese, egiziana. È una riedizione del Piano Condor, che permetteva l'eliminazione dei cosiddetti sovversivi nell'America Latina degli anni '70 del secolo scorso.
Perché i migranti sono i destabilizzatori, i sovversivi di oggi e governi criminali vengono sostenuti, armati e finanziati affinché facciano il lavoro sporco di bloccarli in qualunque modo, prima che possano arrivare alle coste mediterranee e diventare percettibili dalla nostra pur ondivaga opinione pubblica.
E se capita che un'immagine buchi lo schermo, come nel caso del piccolo Alan Kurdi - nome da pronunciare con rispetto e cautela perché di vittima di violenza mediatica si tratta, oltre che della violenza sistemica che ne ha provocato la morte - ecco che le convulsioni emotive sconvolgono momentaneamente l'inerzia di un'opinione pubblica che la settimana successiva resterà piatta e inerte, di fronte alla notizia dell'affondamento di un barcone nella stessa zona con 4 bambini a bordo, questa volta non fotografati.
E che tutto sommato accetta senza particolare commozione che il Mediterraneo diventi l'area di confine a più alta mortalità al mondo, secondo le Nazioni Unite. Sappiamo ormai, perché ampiamente documentato, quanto avviene in Libia: torture, massacri, stupri, prelievo di organi, riduzione in schiavitù e utilizzo in guerra come carne da cannone, ma è soltanto un tassello del sistema.
Possiamo ben immaginare i metodi seguiti dai "diavoli a cavallo" incaricati in un primo tempo dal governo sudanese del genocidio in Sud Sudan e attualmente di dare la caccia e bloccare costi quello che costi migranti e richiedenti asilo. Possiamo anche ben immaginare quale sarà l'esito dei negoziati avviati recentemente in Tunisia dalla Ministra Lamorgese.
Si sta mettendo a punto un sistema concentrazionario a intensità variabile, sparpagliato a macchia di leopardo ma rispondente a un disegno unitario, in tutto l'enorme retroterra africano e mediorientale che fa capo al Mediterraneo, nel quale trattamenti inumani e degradanti di ogni tipo sono da tempo all'ordine del giorno e che se non bloccato potrebbe diventare il più grande sistema eliminazionista se non genocidario, della storia dell'umanità. Una cosa tuttavia è certa: quelli che diventano i desaparecidos dell'Europa opulenta nel nuovo millennio, vengono costantemente sorvegliati e seguiti nella loro discesa all'inferno, come sagome di un videogioco, in mare o nel deserto o nei lager. Poco o nulla può sfuggire al panottico costituito da schermi e attrezzature varie ad alta tecnologia, navi e aerei spia, satelliti e droni. E in un sistema democratico, quale è ancora il nostro, l'operato anche omissivo dei militari e dei governi a monte, aderisce e dà forma insieme al volere dell'elettorato.
No, la revisione dei cosiddetti "Decreti Salvini" non basta di fronte a tutto ciò; chissà cosa potremo dire se un giorno ci sarà una Norimberga a mettere in luce quanto in questo momento sta accadendo e, anzi, si sta facendo intorno a noi, grazie anche alla nostra neghittosa indifferenza: che non sapevamo?
agensir.it, 11 ottobre 2020
Si svolgerà venerdì 16 ottobre a Roma, presso la sede di Palazzo Maffei Marescotti, la cerimonia per il XIII Premio Carlo Castelli per la solidarietà. Il concorso letterario riservato ai detenuti delle carceri italiane è promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli, con il patrocinio di Senato della Repubblica, Camera dei deputati, Ministero della Giustizia e Università europea di Roma e con lo speciale riconoscimento della medaglia del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ai primi tre classificati la giuria assegna un "doppio" premio in denaro: una parte viene consegnata all'autore, mentre un'altra somma viene destinata ad un'opera di solidarietà. Così anche chi ha "sbagliato" nella vita e vive l'esperienza della reclusione ha la possibilità di compiere una buona azione. "Riteniamo che questo - afferma Antonio Gianfico, presidente della Federazione nazionale della Società di San Vincenzo De Paoli - sia uno stimolo per aiutare il recluso a riconciliarsi con il proprio vissuto e con la società".
Il tema della tredicesima edizione è: "Il mondo di fuori visto da dentro". "Viene da chiedersi come possa una persona ristretta in carcere percepire la realtà esterna" è la domanda che pone Claudio Messina, delegato nazionale carceri della Società di San Vincenzo De Paoli e ideatore del Premio Carlo Castelli: "La galera interrompe bruscamente una condizione di vita e ne determina un'altra piena di limitazioni e divieti, tagliando contatti esterni e causando grossi condizionamenti ed una forte regressione nello sviluppo della personalità e nelle relazioni".
Il Premio Castelli vuole esprimere vicinanza a coloro che hanno intrapreso un percorso di cambiamento, o di conversione, a chi ancora non se ne sente capace, nonché provocare una riflessione in tutte le persone che non vogliono vedere e sentir parlare di carcere.
Ai tre vincitori di questa edizione vanno rispettivamente 1.000, 800 e 600 euro, con il merito di finanziare anche un progetto di solidarietà. In aggiunta ai premi, a nome di ciascuno dei tre vincitori saranno devoluti, nell'ordine: 1.000 euro per finanziare la costruzione di un'aula scolastica nel Centro Effata di Nisiporesti (Romania); 1.000 euro per un progetto formativo e di reinserimento sociale di una giovane dell'Istituto minorile di Casal del Marmo (Roma); 800 euro per l'adozione a distanza di una bambina dell'India.
di Giovanni Belardelli
Corriere della Sera, 11 ottobre 2020
Indignazione negli Stati Uniti e nell'Unione Europea, in Italia nessuna reazione ufficiale e c'è anche chi frena. È passata sostanzialmente inosservata nel nostro paese l'ultima pesante condanna a tredici anni di carcere subita lo scorso 29 settembre da Yuri Dmitriev, storico russo e attivista dell'associazione Memorial. La sentenza ha sollevato le proteste degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, convinti che dietro la pretestuosa accusa di pedofilia rivolta al condannato si celi la volontà di colpire il suo lavoro in difesa della memoria delle vittime dello stalinismo. Nel 1997 Dmitriev fu tra coloro che scoprirono a Sandarmockh, nelle foreste della Carelia al confine con la Finlandia, oltre duecento fosse comuni nelle quali erano stati gettati i corpi di migliaia di persone appena giustiziate con un colpo alla nuca. Provenivano dalle isole Solovki, cioè dal primo campo per prigionieri politici fondato nel 1923 ai tempi di Lenin; nel 1937 si era deciso di chiudere il campo e di sopprimere tutti coloro che vi erano reclusi.
Al momento in cui avvenne la scoperta delle fosse comuni le autorità russe sembravano appoggiare questo tipo di ricerche e anche condividere lo spirito che le sosteneva: nell'ottobre 1997, sessantesimo anniversario della loro uccisione, alle vittime di Sandarmockh venne dedicata una cerimonia e poi un monumento, destinato però a restare il primo e l'ultimo del genere. Con l'arrivo al governo di Vladimir Putin la situazione doveva infatti mutare. Sempre più il passato sovietico (stalinismo compreso) veniva giudicato in modo sostanzialmente positivo in quanto rappresentava il periodo nel quale la Russia si era affermata come grande potenza mondiale. Questa rivendicata continuità tra la Russia di oggi e l'esperienza sovietica è tanto più forte in quanto incontra il gradimento di ampi settori dell'opinione pubblica da tempo interessata da un fenomeno di - come è stato chiamato - soviet nostalgia. La battaglia in difesa della memoria delle vittime del comunismo è dunque diventata difficile (l'associazione Memorial è stata considerata un "agente straniero") e viene direttamente combattuta da una storia ufficiale che cerca di offuscare la realtà oppressiva e criminale del regime comunista; ma diventa anche pericoloso voler documentare le uccisioni di massa avvenute in epoca staliniana.
La vicenda di Dmitriev si inserisce e si spiega in questo quadro. Arrestato nel dicembre 2016, veniva inizialmente prosciolto nel 2018, ma l'anno seguente un nuovo processo lo vedeva condannato a tre anni e mezzo di reclusione. Questo avrebbe voluto dire che, dato il periodo già trascorso in prigione, sarebbe uscito dal carcere il prossimo novembre. La nuova condanna pronunciata a fine settembre - un "fulmine a ciel sereno" l'ha definita Le Monde - viene dunque a impedire il ritorno in libertà di uno storico particolarmente impegnato nella difesa della memoria delle vittime del Gulag.
L'assenza in Italia di reazioni ufficiali al caso Dmitriev segnala un diffuso limite del nostro ceto politico sia - per quanto possa sembrare incredibile a trent'anni circa dalla fine dell'Urss - nel giudizio storico da dare del comunismo sovietico sia nell'atteggiamento da tenere verso la Russia di Putin. Sul primo versante il limite riguarda soprattutto la sinistra. Ricordo ad esempio che, quando un anno fa il Parlamento europeo approvò una risoluzione di condanna tanto del fascismo e del nazismo quanto dei regimi comunisti, l'Anpi protestò duramente ricordando come i sovietici fossero stati i "liberatori" dell'Europa (affermazione verissima e perfino ovvia, che dimenticava però come al contempo, all'interno dell'Urss e nei confronti dei regimi dell'Est, il potere sovietico avesse svolto anche un ruolo di oppressore e spesso di carnefice). Sul secondo versante, quello della posizione assunta nei confronti della "democratura" putiniana, si distinguono invece - in una sotterranea alleanza gialloverde - sia i Cinquestelle che la Lega. Pochi giorni fa, infatti, un documento del Parlamento europeo che chiedeva un'indagine internazionale sull'avvelenamento di Alexei Navalny ha ricevuto il voto contrario della Lega, mentre i rappresentanti del M5S si sono astenuti (insieme a quelli di FdI). Non stupisce dunque che, per una ragione o per l'altra, la sorte di chi come Yuri Dmitriev combatte per salvare le tracce delle vittime del comunismo interessi poco o nulla alla politica italiana, che pure non tralascia occasione per richiamarci (un po' ipocritamente, forse) al dovere della memoria.
di Floriana Bulfon
L'Espresso, 11 ottobre 2020
Il primo è stato ucciso e torturato dai servizi segreti, il secondo è detenuto da 240 giorni per aver pubblicato su Facebook dei post considerati contrari ad Al Sisi. Ma sono due personaggi scomodi per gli affari.
"Con l'Italia c'è un'esemplare collaborazione", assicura l'ambasciatore egiziano Hisham Badr al termine della cerimonia in cui tre grandi aziende italiane, Eni, Snam e Saipem, entrano nel comitato consultivo del forum che avrà sede al Cairo e si occuperà di rafforzare la cooperazione nel campo del gas. È accaduto pochi giorni fa ed è il segno che il dialogo energetico tra governo egiziano e italiano procede a gonfie vele. Del resto anche le fregate stanno già salpando verso le Piramidi. Amicizia e prosperità al servizio di interessi comuni, quelli che latitano davanti a Giulio Regeni e Patrick George Zaki. Due giovani calpestati nella loro disarmata vulnerabilità e stritolati dalle mani di un potere, quello di Abd al-Fattah al-Sisi, che limita la libertà delle persone, reprime il dissenso, fa scomparire gli oppositori.
Regeni è stato torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani ed è stato chiaro fin dall'inizio. Una gerarchia di ferocia e omertà l'ha costretto a un calvario e ha messo subito in moto la macchina dei depistaggi: la macabra messinscena organizzata per dare la colpa a una banda di balordi; i video registrati nella metropolitana la notte della sparizione restituiti, dopo lunghe trattative, frammentati e inutili; le celle telefoniche negate perché al Cairo si sa è prioritario tutelare la privacy.
Il risultato è che dopo oltre quattro anni e dodici incontri tra la procura di Roma e quella egiziana è stallo e l'ultima volta, in videoconferenza, il procuratore generale Hamada Al Sawi si è persino lanciato in una sequela di contro-domande per offendere la memoria del giovane ricercatore. Provocazioni continue, come l'aver restituito un paio d'occhiali, il portafoglio e un orologio facendo credere che fossero di Regeni. Erano solo "cianfrusaglie", hanno amaramente commentato i genitori.
L'Egitto tace anche in merito alla rogatoria partita nell'aprile 2019. Chiede informazioni su cinque uomini dei servizi di sicurezza e pone dodici quesiti, alcuni emersi da importanti testimonianze come quella del keniota che ha ascoltato un poliziotto della National Security raccontare di aver partecipato al sequestro o quelle molto attendibili di un testimone individuato nel corso delle indagini difensive dall'avvocato della famiglia Regeni. I magistrati italiani Sergio Colaiocco e Michele Prestipino hanno poi specificato che "per consentire la prosecuzione delle indagini preliminari", servono le generalità complete dei cinque indagati per il sequestro. Colonelli, maggiori e un generale devono eleggere domicilio in Italia, un passaggio tecnico ma fondamentale. Nulla da fare, resta solo un silenzio assordante. Tanto che la Procura di Roma a dicembre, quando scadono i termini dell'indagine preliminare, dovrà decidere in solitudine se chiedere il rinvio a giudizio anche se la mancata notifica degli atti potrebbe rappresentare un problema per lo svolgimento del processo.
Altro che garanzie sul caso di Giulo Regeni: il cdm prima di ferragosto ha autorizzato l'esportazione di due fregate sottratte alla Marina italiana, tra le proteste dei militari. E ora i conti non tornano tra Fincantieri, Leonardo e gli altri fornitori per le armi chieste da Al Sisi
"Da parte nostra c'è la forte volontà di conseguire risultati definitivi nell'inchiesta sull'omicidio Regeni", aveva assicurato il presidente Al-Sisi. Di più: "Giulio è uno di noi". E invece il ritorno dell'ambasciatore Giampiero Cantini, considerato una resa sulla verità nel bel mezzo delle ferie agostane, e il susseguirsi di visite governative al cospetto del generale-dittatore non ci hanno restituito risposte ma hanno solo aumentato i profitti delle relazioni economiche. Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio chiarisce la linea: "l'ambasciatore non si ritira perché è con i contatti diplomatici che si ottengono risultati". Ne è meno convinto Erasmo Palazzotto, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulla morte del giovane friulano: "i risultati sono stati insoddisfacenti. Ci sarà un momento in cui il governo sarà costretto a decidere".
Dovrà prendere coscienza che obbedendo ai dittatori non si fa l'interesse nazionale. Stabilire che rapporti tenere con un paese dove negli ultimi giorni sono state imprigionate quasi trecento persone, più di 50 minori, che considera il social TikTok un pericolo per la moralità. Dove si muore nelle mani dello Stato o si scompare inghiottiti nel buio.
Arresti, condanne e torture sono ormai prassi comuni. A migliaia sono finiti in carcere, "prigionieri di coscienza" come Zaki, studente egiziano dell'Università di Bologna. Da 240 giorni è rinchiuso nel maxi complesso carcerario di Tora alle porte del Cairo. Accusato, dopo aver pubblicato dei post considerati antiregime, di "incitazione alla protesta e al terrorismo". Pochissime le visite permesse, censurate molte delle lettere spedite e ricevute, una detenzione preventiva che viene prolungata di volta in volta. Il 26 settembre è saltata l'udienza, forse ci sarà il 7 ottobre. La giustizia usata per sfinire la rete del dissenso.
"Zaki paga il prezzo del suo attivismo per i diritti umani" spiega Riccardo Noury di Amnesty International che insieme a una rete di associazioni, studenti, comuni e cittadini continua a chiedere la sua liberazione. Per il regime però ogni appello dell'Italia è considerato un'indebita ingerenza. L'Egitto mostra i muscoli, tanto che l'ambasciata a Roma si è rifiutata persino di accogliere le oltre 150mila firme raccolte a sostegno della richiesta di scarcerazione.
Zaki spera di poter raggiungere presto i suoi colleghi, di frequentare di nuovo l'università. "Sto bene, un giorno tornerò libero e tornerò alla normalità e ancora meglio di prima", ha scritto in una lettera alla famiglia. I suoi genitori, come quelli di Regeni, continuano con forza e dignità a chiedere risposte. Insieme a loro si stringe una comunità che si ribella al mancato rispetto dei diritti umani e all'omertà. Perché il complice più stretto e efficace di un regime che si scaglia su prede indifese è il silenzio.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 11 ottobre 2020
Il Covid favorisce teorie del complotto e diseguaglianze sociali. E crea terreno fertile sia per Al Qaeda che per i suprematisti bianchi. Parola di Ali Soufan, l'uomo che identificò la mente dell'attentato alle Torri Gemelle. Che mette in guardia contro la tortura: produce solo bugie.
Nel 2002 Ali Soufan, allora agente del FBI, vola in Afghanistan per interrogare Abu Zubaydah, catturato con un gruppo di sospetti qaedisti dopo uno scontro a fuoco in Pakistan. È l'inizio della guerra al terrore americana post 11 settembre. Soufan gli chiede di confermare l'identità di uno jihadista coinvolto negli attentati contro le ambasciate statunitensi del 1998, e accidentalmente mostra al detenuto una fotografia di Khaled Sheik Mohammed che era nell'elenco dei ricercati FBI. Zubaydah per nominarlo usa uno pseudonimo che Soufan conosceva bene. Era il nome per identificare uno dei fedelissimi di Bin Laden, ma non aveva ancora un nome e un volto a cui collegarlo. Fino all'incontro con Zubaydah. È stata la prima conferma che Khaled Sheik Mohammed fosse un membro di Al Qaeda e la mente dell'attentato alle Torri Gemelle.
Nel 2011 Soufan decide di raccontare quegli anni in un libro di memorie, ma la CIA censura gran parte del racconto per "motivi di sicurezza nazionale". Oggi, dopo nove anni e una lunga causa legale, "The Black Banners: How Torture Derailed the War on Terror After 9/11" è stato ripubblicato con i contenuti declassificati. È la prima volta che un libro di un funzionario dell'intelligence americana viene censurato e i documenti successivamente declassificati. Abbiamo raggiunto Soufan al telefono nella sua abitazione di New York.
Vorrei partire da una domanda personale, all'ex agente FBI e al cittadino americano. Che effetto le ha fatto vedere il suo libro finalmente privo di strisce nere che oscuravano interi paragrafi?
"È stato un grande momento. Sfogliare il libro senza parti censurate era il senso di una battaglia legale durata nove anni. Volevo che i lettori conoscessero la verità su quel periodo, l'inefficacia della tortura negli interrogatori, che sapessero come sono stati ingannati. È stata una battaglia per la verità e una vittoria per la trasparenza".
Ha sempre sostenuto che le censure imposte dalla CIA fossero un abuso di potere per nascondere l'inefficacia delle Enhanced Interrogation Tecquiques (EIT) (le pratiche di tortura) utilizzate negli interrogatori.
"La tortura è stato un tema enorme della politica americana. L'idea era: se attraverso la tortura otteniamo informazioni utili a tutelare la sicurezza nazionale, allora la tortura è accettabile. Il punto è che le opinioni erano basata non su fatti, ma su una falsa narrazione. L'intero racconto della guerra al terrore è stato inquinato e corrotto, distorcendo le opinioni delle persone. Ora è finalmente possibile sapere cosa è accaduto in quei mesi nella stanza degli interrogatori. I lettori sapranno che abbiamo ottenuto informazioni per sventare altri attentati con metodi tradizionali. Non con la violenza. E sapranno che la violenza ha prodotto menzogne. Per paradosso, nascondere i contenuti di Black Banners e declassificarli ora, è la dimostrazione che abbiamo sempre sostenuto la verità. Si cancella ciò che si teme, non ciò che è inoffensivo".
Può spiegare quali informazioni, tra le tante, siano state censurate?
"Dettagli sulla guerra al terrore e i fallimenti di quel percorso. Il resoconto dell'interrogatorio di Zubaydah, la nostra conversazione durata di fatto dieci giorni. L'identificazione di Khaled Sheik Mohammed come mente dell'attacco alle Torri Gemelle, o le informazioni su José Padilla, accusato di voler organizzare negli Stati Uniti un attacco terroristico con una bomba radiologica. Nel 2005 la CIA sostenne di aver ottenuto le rivelazioni grazie alle "tecniche di interrogatorio avanzate", alla tortura, la verità è che sono state ottenute con tecniche tradizionali. Quando la CIA ha interrotto l'accesso all'FBI la tortura è diventata sistematica, nelle forme del waterboarding, della privazione prolungata del sonno. Oggi i lettori possono valutare autonomamente che quelle tecniche abbiano portato più disastri che successi".
Lei ha sempre sostenuto di opporsi alla tortura perché non funziona, perché non avrebbe reso l'America più sicura, diventando al contrario strumento di reclutamento. Penso alle immagini di Abu Graib. Gli Stati Uniti oggi sono un paese piu' sicuro di 19 anni fa?
"Dipende. Molte cose sono state sistematizzate e regolate per scongiurare pericoli di un altro attacco. Da questo punto di vista ritengo che abbiamo avuto successo. Ma se osserviamo le piste globali della minaccia jihadista sono molto meno ottimista. Al-Qaeda è più potente di quanto non fosse dopo l'11 settembre, quando contava circa 400 membri. Oggi vanta circa 40.000 membri in tutto il mondo e conserva la capacità di reclutare e agire in suo nome in Sahel, in Libia, Yemen, Somalia, Siria. Tatticamente abbiamo vinto, ma strategicamente abbiamo fallito. Non abbiamo saputo imporre una narrazione alternativa né trovare soluzioni per le instabilità di questi paesi. E al Qaeda ne approfitta.
"The management of savagery" era la strategia qaedista del 2004: la violenza è tutto e la gestione della ferocia porterà al controllo del territorio. È ancora così?
"Decisamente. Fase uno, sconvolgere l'ordine locale, regionale e internazionale con attacchi terroristici. Fase due: impedire a chiunque di riempire i vuoti di potere e quindi indebolire lo stato. Fase tre: controllare il territorio. Oggi al Qaeda sta implementando la Fase Due in vaste aree, dal Sahel appunto, al Medio Oriente. E lo fa in assenza di una diplomazia e una strategia statunitense".
Recentemente ha detto che la diplomazia un tempo consistesse nel dialogo con i nemici e oggi all'opposto, sia diventata l'esercizio di parlare solo con gli amici. Gli Stati Uniti si stanno ritirando da molti scenari delicati. Che Medio Oriente si sta modellando e quali sono le responsabilità americane?
"Francamente stento a vedere una strategia diplomatica in Medio Oriente. Ho l'impressione che si stia creando una regione con fattezze più simili a quelle che precedevano la prima guerra mondiale, basti pensare alle energie che la Turchia sta mettendo nel Mediterraneo con ambizioni egemoniche. Osservando la capacità dell'Iran di avvantaggiarsi dei paesi indeboliti, come lo Yemen, la Siria, il Libano, o l'Iraq, per influenzare l'equilibrio regionale, è evidente che la regione attraversi una condizione peggiore di quella che viveva prima della guerra in Iraq del 2003. E questo senza dubbio dipende dall'indebolimento degli Stati Uniti. Stiamo gridando al mondo: lasciamo la regione, ce ne andiamo, togliamo le tende. Gli altri si organizzando, cercano di capire su quale carta puntare perché sanno di non poter piu' contare su quella americana".
Eppure Trump ha rivendicato I suoi successi nella lotta al terrore. Mi riferisco all'uccisione di al Baghdadi e di Soulemani.
"È necessario distinguere le due cose. L'uccisione di Baghdadi è senza dubbio legittima, ha inflitto atrocità al mondo. Sull'omicidio di Soulemani le valutazioni sono molto diverse. Ammetto che il mondo sia migliore senza di lui, eppure quell'omicidio si trascina molti ma. Innanzitutto è evidente che la sua morte non abbia portato stabilità, dopodiché se la nostra sola strategia è chiamarci fuori dalla regione, mentre quella iraniana è esserci, la nostra uscita di scena sarà inevitabilmente usata come segno di una vittoria iraniana. Per gli iraniani equivale a dire: Soulemani è vendicato. Dovremmo avere una strategia di lungo termine basata sui nostri valori e i nostri interessi. La verità è che in venti anni di guerra al terrore abbiamo troppe volte contraddetto quei valori apparendo ipocriti agli occhi del mondo, e continuiamo a farlo".
Vede un'America indebolita?
"Molto, sì. Il punto è che la debolezza americana rischia di influenzare la sicurezza globale, ho sempre pensato che la nostra leadership fosse una pietra angolare della sicurezza e la stabilità del mondo, e lo abbiamo dimostrato negli ultimi 70 anni. Sono stati commessi errori? Certo. Ma ho l'impressione che invece di imparare dagli effetti nefasti di quegli errori li stiamo peggiorando".
Vede corrispondenze tra l'amministrazione Bush - penso alle falsità sull'efficacia della tortura - e l'atteggiamento dell'amministrazione Trump verso l'intelligence, sulle elezioni del 2016 ad esempio?
"L'amministrazione vuole modellare la percezione dei fatti. Questo vale per la gestione della pandemia o per la situazione al confine messicano, o per i rapporti con l'Iran o i sauditi. Oggi viviamo la continuazione del passato. La politicizzazione dell'intelligence non è iniziata con Trump. Esisteva prima, Trump ne ha solo tratto vantaggio. Dopo l'11 settembre il 70% dell'opinione pubblica americana credeva che Saddam Hussein fosse coinvolto negli attacchi perché c'era una campagna coordinata, atta a far credere che fosse così. L'intelligence otteneva informazioni con la tortura, le informazioni erano false, ma davano forma alla narrazione che serviva a quell'amministrazione. Così chiunque era favorevole alla tortura. È il sistema intero che crea un circolo vizioso di menzogne e disinformazione. Se non ci battiamo per la trasparenza e per l'obbligo di rispondere dei propri errori, lo vivremo ancora e ancora.È necessario punire chi ha mentito, così ci penserà due volte a mentire di nuovo".
Il Coronavirus ha modificato le vite di tutti e inevitabilmente cambierà anche le strategie dei gruppi terroristici, come pensa che si modellerà il terrorismo del futuro?
"La pandemia è un'opportunità per i fondamentalismi. Gli estremismi religiosi così come il suprematismo bianco vedono nella crisi da Covid un modo per rafforzare e promuovere le loro ideologie. La pandemia produrrà una crescente instabilità e disparità sociale. Se a questo uniamo la proliferazione di disinformazione e teorie del complotto, è facile immaginare un terreno fertile per gruppi terroristici di varia natura. I gruppi religiosi dipingeranno la crisi come una volontà superiore, reclutando in nome di una interpretazione rigida dei testi. Penso a gruppi come i talebani, al Shabab o quel che resta e si sta ricompattando dell'Isis. Dall'altro lato i gruppi di destra rafforzeranno la narrativa populista dei confini rafforzati per evitare contaminazioni e altre epidemie. La conseguenza naturale sarà un'ondata xenofoba".
Alcuni mesi fa il New Yorker ha rivelato che lei è stato avvertito dalla CIA di una minaccia da parte di al Qaeda sostenuta dai Sauditi, questo mentre era al centro di una campagna online e di intimidazione con gli stessi protagonisti della tragica vicenda di Jamal Khasoggi. Lei era amico di Khasoggi, si batte per fare giustizia per la sua morte. Può dirci di più sulle minacce ricevute?
"Non posso dire molto perché ci sono indagini in corso. Non abbiamo trovato collegamento tra le minacce di al Qaeda e la campagna di disinformazione dei sauditi, certamente le coincidenze sono singolari. E le somiglianze con il caso Khashoggi lampanti. Stesse parole, stesse frasi per augurarmi la morte, stessi account social che minacciavano Jamal. La verità non ha molti fan e io ho tanti nemici. Non mi faccio intimidire, se lo facessi avrebbero vinto loro".
Abbiamo iniziato la nostra conversazione con una domanda personale, vorrei concluderla con un'altra domanda personale. È spaventato?
"Sarò totalmente onesto. No. Diciamo che se dopo più di vent'anni al Qaeda e i sauditi sono così interessati al mio lavoro è perché il mio lavoro li disturba e li ostacola, segno dunque che sono nel giusto. Mi alleno a non pensare nei termini della paura quanto nei termini della giustizia".
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 11 ottobre 2020
In molte nazioni lo stato di emergenza è usato per reprimere la stampa. Dall'inizio della pandemia, il presidente della Tanzania John Magufuli nega che nel suo Paese ci sia un problema sanitario. Magufuli, che è stato eletto cinque anni fa in elezioni considerate libere dalla comunità internazionale, sta usando la mano dura contro giornalisti e medici che osano contraddire la sua non-gestione dell'emergenza, e molti media del Paese si sono visti ritirare le licenze per aver criticato l'operato del governo.
In Sierra Leone, il presidente Julius Maada Bio ha imposto lo stato di emergenza per un anno, e così pure sta facendo l'Egitto del generale al Sisi, prolungando di fatto una condizione che va avanti fin dal colpo dí stato contro l'ex presidente Morsi. In molti Paesi dell'America latina l'esercito è tornato per le strade per far rispettare le misure di protezione sanitaria, mentre in Stati come le Filippine o il Vietnam una serie di leggi contro "le fake news" stanno fornendo ai governi il pretesto per far tacere giornalisti e attivisti. La pandemia è una tempesta sanitaria difficile da domare, ma è anche uno stress test per la democrazia nel mondo.
"La crisi ha imposto la necessità di misure straordinarie per proteggere la salute dei cittadini, e questo è sacrosanto, ma bisogna stare attenti a che queste misure - come lo stato di emergenza - vengano introdotte attraverso processi democratici e subito rimosse una volta che la pandemia sarà passata", ci dice Alberto Fernandez Gibaja, senior Programme Officer dell'Idea, International Institute for Democracy and Electoral Assistance di Stoccolma, un'organizzazione intergovernativa che supporta i Paesi nelle loro transizioni verso la democrazia e ogni anno analizza lo stato di salute delle libertà nel mondo.
Il 16 ottobre al Festival della partecipazione di Bologna, Gibaja presenterà i dati dell'ultimo global monitor dell'organizzazione. La fotografia che gli studiosi hanno scattato in questi ultimi otto mesi non è rassicurante. La pandemia sta mettendo a dura prova "la libertà di espressione e la sicurezza personale nel mondo": mentre i governi democratici infatti usano divieti e restrizioni per cercare di arginare l'epidemia, la stessa viene usata da regimi autoritari o democrazie illiberali per concentrare i poteri, silenziare i critici, rafforzare gli apparati di sorveglianza, scavalcare i Parlamenti.
Su 163 Paesi presi in considerazione dal rapporto, più della metà, 97, hanno fatto ricorso a poteri emergenziali, con percentuali che arrivano al 63,33% degli Stati in Europa e all'84% nelle Americhe, ma mentre "le democrazie stanno usando strumenti democratici per arrivare all'approvazione degli stati di emergenza, questo non succede nei regimi autoritari o nei Paesi che sono a metà strada tra democrazia e autocrazie", dice Gibaja. Circa il 70% degli Stati nel mondo ha imposto il lockdown, e una percentuale ancora più alta, il 90%, ha chiuso le scuole, con conseguenze gravi per il welfare e l'uguaglianza di genere.
Per molti bambini non andare a scuola significa rinunciare all'unico pasto del giorno: succede in Somalia, Afghanistan, Yemen. Per le bambine l'impatto può essere anche più duro. Se c'è un solo computer in casa, molte famiglie spesso scelgono che sia il bambino e non la bambina a usarlo. "Rischiamo di perdere molti dei progressi fatti nell'uguaglianza di genere a scuola a causa della pandemia". Ma sono soprattutto la libertà di espressione e la sicurezza personale dei cittadini a essere sotto pressione.
In molti Paesi come il Vietnam, lo Sri Lanka, il Marocco, i governi stanno usando le leggi contro le "fake news" per perseguire i critici. In altri è la sicurezza personale ad essere a rischio. Spiega Gibaja: "Ci sono paesi come il Niger in cui la polizia ha usato una forza eccessiva per reprimere le proteste contro la creazione di un cordone sanitario intorno alla capitale Niamey, ma violenze sono state registrate anche in Kashmir, in India".
In diversi Stati dell'America Latina, "che hanno un passato di repressione militare, i governi stanno facendo ricorso all'esercito per far rispettare le misure". Per i regimi autoritari la crisi del Covid è un campo di battaglia politico, "l'occasione per stigmatizzare la democrazia come debole, servono volontà, disciplina e solidarietà.
di Domenico Quirico
La Stampa, 11 ottobre 2020
Per certe figure umane accade come per i luoghi affascinanti, ti vien voglia di fermarti a oltranza, di metterci vita e radici, per riporre con calma quanto ti danno di fatica, di opere e di fuochi da non lasciar morire lungo la china degli anni e delle stagioni. Parlo di due degli ostaggi liberati in Mali, il missionario italiano Pier Luigi Maccalli e la cooperante francese Sophie Petronin.
Nei luoghi africani dove i due, da anni, svolgono la loro milizia della fraternità quotidiana, applicata, pressante, Bamoanga in Niger quasi al confine con il Burkina Faso, e Gao in Mali dove il grande fiume si slarga a ventaglio lucente e opera la piccola ong che si occupa dei bambini malnutriti, la gente ne ha festeggiato la liberazione come se fossero persone di famiglia. Compagni di vita: non bianchi, occidentali, stranieri.
Non conta per loro che lui sia cristiano, "infedele" e lei convertita all'Islam (per questo insolentita dalla destra francese al trucido belare: traditrice, rimandatela indietro!). Risuonano, anche Oltralpe, assonanze con quanto accaduto in Italia per un altro ostaggio, Silvia Romano. Anche lei cooperante. Sono due punti della terra, Bamoanga e Gao, dove uomini afflitti guardano scorrer la sabbia; dove sono necessari rinforzi urgenti, quotidiani di misericordia e supplementi di carità affinché la Storia non sia solo pessima e torva. Dovremmo chiederci il perché di questa gioia. La risposta è che queste due figure rappresentano quello che loro, gli africani, vorrebbero fossimo noi, l'Occidente che si aspettano di vedere, incontrare, amare. Perché vivono una storia che è anche la loro. Uomini e donne che vengono per tendere la mano, per aiutare, alla pari, la loro difficile traversata nella miseria, nella corruzione, nella violenza identica praticata dai presidenti e dai ribelli.
Un Occidente che non propone modelli da copiare, si offre e non chiede nulla, né conversioni di anime né contropartite economiche o scambi di utilità politiche. Che impara la loro lingua e non impone la propria, che indossa le stesse vesti, mangia lo stesso cibo, patisce la stessa fatica sotto il firmamento immenso. Che dopo quattro anni di prigionia tra i jihadisti, a 75 anni, dice: "Abbiamo tutti delle prove da attraversare".
E quella frase anche loro potrebbero sillabarla, abituati come sono agli insistenti, inesorabili, arroganti facitori d'ingiustizia. Non fraintendiamo: non parlo di piccole storie da catechismo, figurine incastrate nel presepio. La santità, anche quella laica, è eccezione e non modello. Basta guardarli i due ex ostaggi per sentirne la stoffa: non volti macerati dalla disciplina dell'anima, che impone subito, con l'odore della naftalina, abissali smarrimenti a noi abituati alle piccole diserzioni quotidiane. Sono, il prete e la cooperante, forti, lei con un sorriso malizioso, e la voglia di ricominciare subito.
Parliamo semmai di politica, sì di politica internazionale, di strategia pratica per impedire che il terzo mondo diventi, come sta accadendo, una immensa retrovia di jihad fanatiche. Gli uomini e le donne che transitano accanto a Pier Luigi Maccalli e Sophie Petronin, sono abituati ad un altro Occidente. Quello dei notabili politici in mercedes che vengono a stringere le mani dei loro presidenti e dei loro ministri ingolfati in mille traffici, soperchierie e ladrocini; e che dopo una nuotata nell'acqua santa della cooperazione e della democrazia approdano subito nelle terre basse degli affari. Promettono sviluppo e modernità, e loro si domandano: sì ma quando?
Sono abituati alle facce degli uomini di affari che scendono a firmar contratti, comprano le loro disgraziate ricchezze a prezzo di favore, dando una mancia ai complici locali. Osservano la cooperazione che stazza tonnellaggi da multinazionale, che non vedono in faccia perché vive blindata nei suoi fortilizi sicuri e distribuisce aiuti con la indifferenza con cui si elargisce un premio di produzione o un'elemosina.
Sono abituati a incrociare nelle piste di polvere occidentali in tuta mimetica, marziani affardellati di giubbotti, mitra, visori, congegni elettronici, che si muovono su mezzi da fantascienza. Vengono a portare "sicurezza", a dar la caccia al "nemico". Ma il nemico parla la stessa lingua, hanno lo stesso dio, veste allo stesso modo. Già. Chi è il nemico? Le immagini prendono significati diversi. Le didascalie si intorbidano. L'Occidente, un'altra volta dopo il colonialismo, confonde, delude.
Ci sono momenti in cui cosa bisogna fare lo si capisce di più, con estrema nitidezza. Nel Sahel, per l'ennesima volta, ci si batte per conquistare, prima che un territorio, i cuori e le menti. I jihadisti schierano il kalashnikov e dio, la fede e la voglia di vendetta, parossismi e corrosioni. Ha funzionato in altri luoghi, funziona purtroppo anche qui. Noi schieriamo forze speciali, elicotteri, droni, denaro, alleati impresentabili, vaghe promesse, il virus del: ti aiuto Africa se mi dai le basi e le materie prime. Non basta. Ci vogliono esempi semplici e chiari: come questi due ex ostaggi.
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