di Alberto Rizzo
Il Dubbio, 21 ottobre 2020
In seguito alla denuncia presentata alla Segretaria Generale del Consiglio d'Europa, da parte dell'Osservatorio per la Legalità Costituzionale, istituito presso il Comitato Popolare per la difesa dei beni pubblici e comuni Stefano Rodotà - composto da giuristi, avvocati, e professori universitari in discipline giuridiche, tra cui il Professor Ugo Mattei dell'Università di Torino - è giunta nelle scorse settimana la decisione in merito alle gravi violazioni dei diritti e delle libertà individuali garantite dalla Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), commesse dallo Stato Italiano durante la crisi sanitaria da Covid-19. Tutto nasce dall'esposto alla Segretaria Generale del Consiglio d'Europa, Marija Pejcinovic Buric, relativo alle violazioni non previamente notificate dal Governo italiano durante il lockdown, come invece previsto ai sensi della Cedu.
Il mancato rispetto dell'articolo 15 della Convenzione, infatti, imponeva la previa notifica della sospensione dei diritti fondamentali da parte del Governo italiano al Consiglio Europeo. Di qui, la decisione che ha condotto il Consiglio di Strasburgo ad imporre al nostro Paese il rispetto della stessa Convenzione. Da oggi, pertanto, gli italiani finalmente hanno un'arma giuridica internazionale per difendersi dalle violazioni delle proprie libertà e dei propri diritti fondamentali, in conseguenza delle misure di prevenzione che impattano sulla libertà dei singoli imposte dal Governo Conte, attraverso i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (D.P.C.M.).
La Convenzione Europea per i Diritti dell'Uomo, non essendo stata sospesa, resta vigente anche durante l'emergenza sanitaria, dando la possibilità agli italiani di chiederne l'applicazione e, quindi, di ricorrere contro eventuali e gravi violazioni perpetrate da parte del Governo italiano. La Segretaria Generale del Consiglio d'Europa ha dichiarato la piena vigenza della CEDU e ciò conferisce piena giurisdizione alla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo. Come noto, si tratta del Tribunale internazionale con sede a Strasburgo, in Francia. La Corte si compone di un numero di giudici pari a quello degli Stati membri del Consiglio d'Europa che hanno ratificato la CEDU.
Ogni persona fisica, ogni organizzazione non governativa o gruppi di privati che ritengano di essere stato vittima di una violazione da parte dello Stato di uno dei diritti e delle garanzie riconosciuti dalla Cedu, o dai suoi protocolli, può presentare ricorso davanti alla Corte Europea. Quest'ultima può essere adita per tutte le fattispecie che si sono create in fase di emergenza Covid-19, tramite ricorsi diretti alla tutela internazionale per il diritto alla vita, il diritto alla libertà, il diritto al rispetto della vita privata e familiare, delle libertà di pensiero, coscienza, religione, espressione, riunione ed associazione, il divieto di discriminazione, il divieto di abuso dei diritti.
Nel concreto, e solo per citare alcune fattispecie concrete, queste spaziano dalle misure di sicurezza tramite D.P.C.M. (trattandosi di norme di secondo livello) alle ordinanze regionali (trattandosi di mere norme amministrative), le quali non contraddicono soltanto il Decreto Legge 125/ 2020, l'articolo 85 del T.U.L.P.S. e la Legge 152/1975, ma anche la Legge 848/1955, la Legge 881/1977 e la Legge 145/2001, trattandosi tutte norme di primo grado nella gerarchia delle fonti del Diritto. In disparte, per il momento, la formulazione di qualsiasi considerazione in ordine agli aspetti economici della vita delle persone e delle imprese, essendosi verificati dei tracolli come conseguenza del lockdown, a seguito del quale - è immaginabile - la povertà ed i suicidi minacciano di provocare molte più vittime del virus.
di Vincenzo Musacchio*
Il Dubbio, 21 ottobre 2020
Stiamo accettando, subendo in religioso silenzio, la deroga a quei diritti e quelle libertà fondamentali ritenute fino a pochi mesi fa intoccabili. Ci sono state imposte misure restrittive spesso arbitrarie e incostituzionali, (il più recente: il divieto di "ora d'aria" per i bambini a scuola) scarsamente rispondenti a evitare il rischio pandemico da Covid-19. Si è arrivati a proporre addirittura l'ingresso in casa da parte delle forze dell'ordine per evitare assembramenti nel proprio domicilio o dimora. Deficienza giuridica e costituzionale allo stato puro!
La soluzione prospettata è palesemente incostituzionale perché viola l'articolo 14 della Costituzione che riconosce l'inviolabilità del privato domicilio. La tutela della salute e dell'incolumità pubblica sarà anche importante ma non basta a far sì che la polizia irrompa nelle abitazioni private in tal modalità. Una misura opportunamente stralciata. Una simile deroga è possibile nel nostro ordinamento costituzionale solo se il Parlamento dichiari lo stato di guerra e conferisca al Governo i poteri necessari per farvi fronte. Se non erro, non siamo in guerra. Nonostante questi obbrobri giuridici, tuttavia, c'è chi avrebbe accettato anche queste coercizioni per il senso diffuso di terrore e per il senso di responsabilità indotto.
Stiamo attenti a non abbandonare i porti sicuri offerti dallo Stato di diritto e dalla democrazia parlamentare per lidi molto meno sicuri e più pericolosi quali quelli che potrebbero condurci verso l'oclocrazia individualistica o oligarchica. È vero che durante uno stato di emergenza si debbano prendere decisioni rapide e per questo si possano aggirare verifiche e controlli ma è pur vero che le responsabilità e i poteri in tali circostanze non possano essere accentrati nelle mani di pochi o addirittura di uno solo.
La compressione di diritti costituzionalmente garantiti esige una "condicio sine qua non": l'assoluta trasparenza degli atti che riguardano l'emergenza in corso. L'unico mezzo per evitare l'arbitrio del potere pubblico e per tutelare i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini è la trasparenza degli atti pubblici o aventi valenza pubblica. Il cittadino ha diritto di conoscere, proprio in quanto tale, i fatti che portano a restrizioni dei propri diritti. Questa trasparenza caratterizza lo Stato di diritto rispetto all'autoritarismo individualistico, dove regna il segreto. Non siamo ancora né consci né preparati a comprendere questa nostra particolare condizione esistenziale. In nome del diritto alla salute non tutto è possibile, occorre sempre rispettare i principi costitutivi dello Stato di diritto e della democrazia rappresentativa.
Le restrizioni non possono non avere un tempo limitato alla durata dell'emergenza e sempre alla presenza delle garanzie democratiche e nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali contenute nella Costituzione. Se così non fosse, chi ci garantisce che una simile degenerazione non continui anche fuori dall'emergenza (o in uno stato di emergenza permanente) e simili storture siano usate non a fini di prevenzione del contagio ma per scopi politici occulti?
La migliore garanzia per tutti noi è che queste restrizioni provengano dal Parlamento e siano totalmente sottratte ai poteri del singolo e dei pochi in modo che si garantisca univocamente il monitoraggio, il controllo e il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini da parte delle autorità a ciò deputate: Parlamento, Capo dello Stato, Corte Costituzionale. L'oclocrazia non è fantasia o reperto archeologico del passato, è un vecchio strumento di governo che spesso si alimenta di disagi sociali profondi e di crisi ed emergenze continue. L'attuale crisi pandemica può essere terreno in cui possono germogliare semi che hanno attecchito non molti decenni fa. Magari oggi no, ma in futuro possiamo escludere questo rischio?
Secondo il compianto scrittore Andrea Camilleri c'è un forte rischio di "ritorno del fascismo", sia in Italia sia in diversi paesi dell'Europa. Camilleri scrisse di sentirsi alquanto preoccupato per ciò che sta avvenendo nella società e per la continua rassegnazione presente nella gente, che è sempre più schiacciata dalla crisi economica e finanziaria che sta interessando tutto l'Occidente. Meccanismi autoritari potrebbero tornare da un momento all'altro e i segnali attuali non vanno assolutamente ignorati o minimizzati. Non tutte le compressioni dei diritti della persona umana sono giustificabili perciò oggi più che mai vanno evitati gli individualismi che sono alla base della demolizione di una democrazia rappresentativa come la nostra.
*Giurista, professore di diritto penale
di Elia De Caro
Il Manifesto, 21 ottobre 2020
Mentre nel mondo si legalizza, in Italia si reprime: le novità introdotte dal nuovo decreto sicurezza della ministra Luciana Lamorgese. Il nuovo decreto sicurezza contiene interventi criticabili in materia di ordine pubblico espandendo i concetti di decoro e (in)sicurezza urbana e incrina il principio di presunzione di innocenza e quello di rieducazione della pena. Sono tante le disposizioni introdotte censurabili.
Il cuore nevralgico di tali interventi si rinviene però nell'aggravamento dei divieti di accesso a determinati luoghi per persone che siano state denunciate per il reato di cui all'art.73 DPR 309/90 ovvero detenzione ai fini di cessione a terzi di sostanze stupefacenti. Si aggravano i dispositivi introdotti nel nostro ordinamento dagli art. 13 e 13 bis del decreto Minniti su decoro e sicurezza urbana.
Quelle norme prevedevano che nei confronti delle persone condannate con sentenza definitiva o confermata in grado di appello nel corso degli ultimi tre anni per la vendita o cessione di sostanze stupefacenti per fatti commessi nelle immediate vicinanze di scuole, università, locali pubblici o aperti al pubblico, il Questore potesse disporre il divieto di accesso a tali locali o esercizi analoghi specificatamente indicati e il divieto di stazionamento nelle immediate vicinanze degli stessi. Il divieto aveva una durata da 1 a 5 anni e la sua violazione comportava la sanzione amministrativa da 10 a 40.000 euro e la sospensione della patente da 1 a 6 mesi (art 13 DL 14 n.2017).
L'art 13 bis in modo similare prevedeva analoga possibilità da parte del Questore di imporre tale divieto di accesso e di stazionamento vicino a determinati locali pubblici o di pubblico intrattenimento per chi fosse stato condannato anche con sentenza confermata in appello per delitti contro la persona e il patrimonio e per il reato di cui all'art 73 DPR 309/90 negli ultimi tre anni in occasione di gravi disordini avvenuti in pubblici esercizi. In questo caso il divieto poteva avere una durata dai sei mesi ai due anni. La violazione di tali divieti era punita con la reclusione da sei mesi a un anno e la multa da 5 a 20.000 euro.
Con la nuova formulazione introdotta dalla ministra Lamorgese viene ampliata la platea dei destinatari di tali ordini includendovi anche le persone che siano state solo denunciate negli ultimi tre anni per il reato di cui all'art 73 laddove commesso presso i luoghi sopra indicati. La violazione di tale divieti non è più sanzionata in via amministrativa ma integra un reato con pene dai sei mesi ai due anni di reclusione e la multa da 8 a 20.000 euro.
Parimenti i provvedimenti di cui all'art 13 bis ora possono essere adottati nei confronti di persone anche solo denunciate per reati contro il patrimonio se commessi nel corso di gravi disordini e qualora dalla loro condotta possa derivare un pericolo per la sicurezza. Scompare in questo caso il riferimento all'art.73 ma viene previsto che per chi ha riportato una condanna anche in via non definitiva per tali reati contro il patrimonio, possa essere disposta tale misura pur se non si sono verificati disordini in occasione del reato ascritto. Per chi è stato posto in stato di arresto o fermo convalidato tale divieto può essere esteso anche all'intera provincia e senza dover far riferimento ad un pericolo per la sicurezza pubblica. Vengono aumentate le pene previste per la violazione di tali divieti e portati da sei mesi a due anni di reclusione e con la multa da 8 a 20.000 euro. Viene infine introdotta una modalità di contrasto al traffico di stupefacenti consistente nella formazione di un elenco di siti web che debbano ritenersi utilizzati per la commissione di reati in materia di stupefacenti con la previsione di un sistema di filtraggio da parte dei provider che ne inibisca l'accesso agli stessi. La violazione di tale disposto comporta una sanzione amministrativa da 50 a 250.000 euro. La morale è banale. Nel mondo si legalizza, in Italia si reprime.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 21 ottobre 2020
Le associazioni per la tutela dei diritti umani si mobilitano per chiedere una svolta a Riad. Si sono aperti ieri i lavori "virtuali" del summit Women 20, l'engagement group ufficiale del G20, quest'anno presieduto dall'Arabia Saudita, che ha il compito di avanzare proposte e raccomandazioni sulla parità di genere ai leader delle principali economie mondiali.
Alla tre giorni partecipano oltre 80 esperte di Ong, aziende, istituzioni accademiche, che discutono come "realizzare le opportunità del XXI secolo" per tutti e per tutte. Per l'Italia parlerà domani Linda Laura Sabbadini, pioniera delle statistiche di genere, che sarà Chair della presidenza italiana il prossimo anno. Le organizzazioni per i diritti umani non chiedono un boicottaggio, come quello che diversi sindaci - di Londra, Parigi, New York, Los Angeles - hanno deciso per il summit delle città, l'Urban 20, tenuto nell'anniversario dell'assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul.
Amnesty International e Human Rights Watch però invitano le partecipanti a parlare chiaro: avete "l'opportunità e la responsabilità" di chiedere il rilascio delle attiviste per i diritti delle donne che si trovano in carcere a Riad, non "fatevi usare" e incoraggiate riforme significative. Il volto di questa campagna è quello di Loujain Al Hathloul, una di 17 attivisti per i diritti umani - quindici donne, due uomini - arrestati nel 2018 (mentre il Regno metteva in atto riforme come la guida dell'auto per le donne) con l'accusa di minare la stabilità con l'assistenza economica di "entità straniere" e sovvertire le tradizioni nazionali e religiose. Cinque di loro restano in prigione: Samar Badawi, Naseema al-Sada, Nouf Abdulaziz, Maya'a al-Zahrani e la stessa Loujain che secondo i familiari è stata sottoposta a torture e aggressioni sessuali. Sua sorella Lina chiede su Twitter alle partecipanti al W20: "Per favore, chiedete il suo rilascio". E a Riad: "Liberate i prigionieri di coscienza, se volete provare che il Regno è cambiato".
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 21 ottobre 2020
Una spettacolare azione che confermerebbe la saldatura tra Isis e ribelli ugandesi dell'Adf. Un problema in più per un'area della Repubblica democratica del Congo in cui operano già un centinaio di milizie fuorilegge. Più di mille detenuti sono fuggiti ieri dalla prigione centrale di Kangbayi a Béni, nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), in seguito a un attacco rivendicato dall'Isis.
Le circostanze di questa spettacolare azione non sono ancora chiare. L'attacco è avvenuto martedì 20 ottobre intorno alle 4 del mattino. "La postazione militare presente nei pressi del carcere è stata attaccata - ha dichiarato il sindaco di Béni, Modeste Bakwanamaha, all'agenzia Afp - gli aggressori erano in gran numero e solo un centinaio degli oltre 1400 detenuti non ha approfittato dell'attacco per fuggire". Nel pomeriggio di ieri lo Stato Islamico ha rivendicato l'attacco, in una dichiarazione ufficiale rilasciata dalla sua "agenzia stampa" Amaq, secondo quanto riporta il sito di Site Intelligence.
Nell'aprile del 2019 Daesh aveva rivendicato, sempre attraverso Amaq, il suo primo attacco nella Repubblica Democratica del Congo colpendo la caserma militare di Bovota, nella provincia del Nord Kivu al confine con l'Uganda, che aveva causato la morte di 5 militari. Da allora il gruppo jihadista ha rivendicato la responsabilità di altre operazioni sul suolo congolese, anche se secondo numerosi analisti non è ancora certa "la sua reale presenza nel paese". In un rapporto del novembre 2018, il Congo Study Group ha indicato connessioni tra Isis e uno dei principali gruppi di ribelli presenti nell'area: le Forze democratiche alleate (Adf), un gruppo armato vicino all'Islam salafita, nato a metà degli anni 90 nel vicino Uganda per cercare di rovesciare il regime di Kampala
Attraverso l'analisi dei video di propaganda e dei numerosi attacchi - con la morte di oltre duemila civili dal 2017 - gli esperti hanno stabilito che "il gruppo ha aderito allo Stato Islamico insieme ad altri gruppi jihadisti, raggruppati nella Madina Tauheed Wau Mujahedeen (Mtm), con una bandiera simile a quella usata da Al-Shabaab e Boko Haram".
Interrogato su questo argomento da France 24, il presidente congolese Félix Tshisekedi ha dichiarato che "l'Adf ha aderito alla logica terroristica sostenuta dallo Stato Islamico e che la maggior parte dei prigionieri liberati dalla prigione di Béni erano combattenti di quella formazione". "La minaccia e i rischi di collegamenti tra gruppi armati ribelli nell'est del paese e gruppi jihadisti - ha continuato Tshisekedi - è ormai una realtà perché il nostro paese è diventato terreno fertile per lo Stato islamico, a causa della povertà diffusa e delle numerose rivolte nelle regioni di Béni e Butembo in particolare".
Per la Repubblica democratica del Congo, la posta in gioco è alta. La presenza di Daesh sul suo suolo rappresenterebbe un'ulteriore problema oltre alle numerose fazioni ribelli, almeno un centinaio, presenti sul territorio, fattore che potrebbe giustificare un maggiore sostegno operativo da parte degli oltre 15mila caschi blu della missione di pace Monusco.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 ottobre 2020
Ma possono convivere, in carcere, detenuti anarchici e terroristi islamisti nella stessa sezione di alta sicurezza? La risposta ovvia è no, ma purtroppo è ciò che accade nelle carceri italiane. A chiedere un ripensamento di tali sezioni, tra l'altro definite da nessuna norma, ma solo dovuto da atti amministrativi, è l'autorità del Garante nazionale delle persone private della libertà.
di David Allegranti
Il Foglio, 20 ottobre 2020
Nel 2020 le prigioni italiane continuano a essere un posto molto brutto. I detenuti non rischiano soltanto di patire le conseguenze dell'emergenza sanitaria (il carcere si trova a suo agio con il lockdown, che lo rende ancora più impermeabile), ma anche le violenze della polizia penitenziaria. Questa è quantomeno l'accusa a carico di 5 agenti nel carcere di Ranza, a San Gimignano, per fatti risalenti al 2018. All'epoca c'era ancora ministro dell'Interno Matteo Salvini, che solidarizzò con gli agenti accusati del reato di tortura, senza minimamente porsi qualche domanda sull'accaduto.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 20 ottobre 2020
Mi dite che cosa c'entra con gli estremisti da cui era pure stato minacciato quando in Francia aveva manifestato contro il velo? Per il garante Palma le sezioni antiterrorismo sono un "sistema da rivedere". Un anno e mezzo da detenuto modello nel carcere di Oristano, con la conquista di novanta giorni di liberazione anticipata e due provvedimenti positivi del giudice di sorveglianza che attestano il suo comportamento esemplare. Questo il passato prossimo. Ma, da quando Cesare Battisti è stato trasferito in Calabria, a Rossano, la sua vita è diventata un inferno. Sarà il suo brutto carattere o sarà la sua capacità di fare valere i propri diritti. O non sarà invece la nuova linea Petralia-Tartaglia, i dirigenti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria che stanno portando nelle carceri la logica della loro cultura "antimafia"?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 ottobre 2020
Il ministro della Giustizia lo ha ritenuto il fiore all'occhiello del sistema penitenziario, tant'è vero che lo ritroviamo nell'elenco dei progetti stilato dal governo italiano per chiedere i fondi europei del Recovery Fund. Parliamo del progetto di reinserimento socio-lavorativo in lavori di pubblica utilità rivolti ai detenuti. Lavori non retribuiti, ma svolti a titolo volontario.
di Carmelo Musumeci
agoravox.it, 20 ottobre 2020
Invece di liberalizzare le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi, il legislatore italiano ha creato un nuovo reato, ma chi è quel prigioniero che non rischierà quattro anni di carcere per sentire la voce dei propri figli? Con la nuova legge, una telefonata che fuori costa pochi centesimi in carcere potrebbe costare quatto anni di carcere: in questo modo i nostri legislatori pensano di evitare che i telefoni entrino in carcere. Non sanno quanto si sbagliano, rischiano solo di riempire le carceri, perché quando sei murato in una cella, solo e disperato, una telefonata con la donna che ami o con una persona cara, ti salva la vita.










