di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 23 ottobre 2020
Sabato scorso da Brindisi era arrivato a Benevento. E qui, nella casa circondariale Capodimonte, aveva detto di trovarsi particolarmente bene al punto di voler chiedere il trasferimento in via definitiva. Martedì sera, però, è stato trovato impiccato nella cella che condivideva con un altro detenuto. Protagonista della vicenda è Salvatore Luongo, 22enne originario di Melito: è lui la nona persona a essersi tolta la vita in una prigione della Campania dall'inizio dell'anno a oggi. Ma per i familiari del giovane, che stava scontando una pena per piccoli reati, non si tratta di suicidio: "Salvatore stava benissimo - riferisce una zia - È stato sicuramente ucciso, bisogna far luce sulle sue ultime ore".
Stando al racconto dei parenti, Luongo era arrivato a Benevento per presenziare ad alcune udienze. Nel penitenziario sannita il 22enne era apparso su di morale. Anche la sua compagna aveva avuto questa sensazione nel corso della telefonata ricevuta alle 15 di martedì: "Quando si sono sentiti - racconta Rubina Vincolo, zia di Salvatore - mio nipote diceva di essere contento di trovarsi a Benevento. Era sicuramente positivo e ottimista"
Otto ore più tardi, alle 23, dal carcere sannita è però arrivata la notizia della morte di Luongo. "Ci hanno detto che si era impiccato - continua la zia - Che cosa è successo tra il pomeriggio e la sera? Vogliamo la verità sulla morte di Salvatore". Sono diversi gli elementi che inducono i familiari di Luongo a escludere l'ipotesi del suicidio. Al giovane, detenuto dal 2016 per piccoli reati, restavano da scontare pochi mesi di reclusione. A Benevento si era trovato subito a proprio agio. Ad agitarlo, però, sarebbe stato il compagno di cella che, secondo quanto riferito dallo stesso Salvatore ad alcuni parenti, lo avrebbe guardato "in malo modo".
Sulla morte del 22enne di Melito è stata aperta un'inchiesta e oggi i medici legali dell'ospedale San Giuliano di Giugliano sottoporranno la salma ad autopsia. Dall'esame potrebbero emergere indizi fondamentali per ricostruire gli ultimi istanti di vita di Luongo e la dinamica della sua morte. Se anche si trattasse di suicidio, il fatto sarebbe grave. Il motivo? Il gesto estremo di Luongo è il nono in Campania e il 47esimo in tutta Italia dall'inizio dell'anno a oggi. Segno che i reclusi nelle prigioni nazionali vivono troppo spesso momenti di difficoltà psicologica legati non solo al loro passato, ma anche alle disumane condizioni detentive: spazi esigui, sovraffollamento, igiene approssimativa, attività rieducative insufficienti e ridotti contatti con i familiari spingono chi si trova dietro le sbarre a compiere gesti estremi.
"Non conosciamo il cortocircuito che determina certe tragedie - commentano Samuele Ciambriello e Pietro Ioia, rispettivamente garante campano e napoletano dei detenuti - Certo è che il carcere è stato rimosso dal dibattito pubblico e ridotto a discarica sociale. E anche per questo chiediamo che venga fatta luce sulla morte di Luongo". Come si può rimediare? "Servono più figure sociali, più attività trattamentali, più occasioni di lavoro - concludono Ciambriello e Ioia - Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria può custodire e accudire i detenuti, ma per questi ultimi non c'è possibilità di rieducazione e di reinserimento sociale se mancano azioni positive da parte del territorio e degli enti locali".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 23 ottobre 2020
"Mio fratello non si è ucciso, ne sono certa, me l'hanno ammazzato in carcere. E poi hanno trattato la salma come quella di un cane". Il cuore di Concetta Esposito è straziato dal dolore per la morte di suo fratello Salvatore Luongo, morto in carcere a Benevento la sera del 20 ottobre. La famiglia si dispera mentre aspetta da tre giorni fuori all'ospedale di Giugliano. Si sono riunite lì tutte le donne della famiglia, le sorelle, la mamma, le zie, le cugine, per darsi forza in attesa dell'esito dell'autopsia che chiarirà le circostanze della morte di Salvatore ancora avvolte nel mistero. Certo è che un giovane di 22 anni è morto all'interno di un carcere.
Dal primo momento alla famiglia è stato detto che Salvatore si era suicidato impiccandosi nella sua cella. "Non avrebbe mai fatto una cosa del genere - dice Concetta tra le lacrime - Lui era un ragazzo forte. Poi il 20 pomeriggio ci siamo sentiti al telefono: abbiamo parlato e scherzato. Mi ha detto che nella sua cella c'era un bulgaro che lo guardava male senza parlare. Salvatore ne aveva timore. Aveva anche chiesto di cambiare cella". Salvatore era detenuto dal 2016 al carcere di Brindisi. Era momentaneamente stato trasferito in quello di Benevento per consentirgli di prendere parte a un'udienza. Si trovava lì da due giorni ma aveva raccontato alla famiglia di essersi trovato bene lì tanto da voler chiedere il trasferimento.
"Dopo averlo sentito al telefono ero serena quel giorno - continua Concetta - poi alle 23 ho ricevuto una telefonata da un numero anonimo. Mi dicevano che Salvatore era morto, che si era impiccato. Io non ci potevo credere. Mi hanno detto anche che la sera stessa la sua salma sarebbe stata portata all'ospedale Sangiuliano di Giugliano. Non sapevano dirmi nient'altro. Allora con la mia famiglia abbiamo iniziato a chiamare in continuazione al carcere per capire cosa fosse successo ma nessuno ci rispondeva. Siamo andati all'ospedale e la salma non c'era. Poi qualcuno ci ha risposto al telefono al numero del carcere e ci ha detto che forse ci avevano fatto uno scherzo perché mio fratello era nella sua cella e stava bene. Così stavamo per andare via quando abbiamo visto arrivare un carro funebre".
"Ci siamo avvicinati al carro e abbiamo chiesto di chi fosse la salma - continua il racconto Rubina Vincolo, zia di Salvatore - Gli autisti non lo sapevano. E non sapevano niente nemmeno all'ospedale: nessuno gli aveva detto che stava arrivando una salma da Benevento. Siamo rimasti fino alle 4 del mattino intorno alla bara senza sapere cosa fare e senza che nessuno ci dicesse cosa fare. Nemmeno i carabinieri sapevano".
"Possibile mai che un ragazzo che ci hanno detto essere morto in carcere a Benevento intorno alle 21, tre ore dopo sta già in obitorio a Napoli e nessuno sa niente? - dice Concetta - Non ce lo hanno nemmeno fatto riconoscere. Non c'è nemmeno una foto o una dichiarazione del carcere che dica cosa è successo. Volevano solo sbarazzarsene e sviare le indagini? Ci hanno detto che Salvatore è stato trovato morto con la cella aperta, un detenuto ha anche provato a salvarlo facendogli la respirazione bocca a bocca. Dove stava la polizia, perché nessuno sa niente o ha visto niente?"
Intanto la famiglia Luongo aspetta il risultato dell'autopsia anche se crede poco all'ipotesi del suicidio: "Al telefono mi aveva chiesto di portargli soldi e vestiti puliti e voleva sapere quando sarei andata a trovarlo. Uno che pensa di uccidersi qualche ora dopo chiede questo?". E fa un appello a tutti i detenuti: "Voi detenuti dite la verità, non vi nascondete, perché voi potete essere le prossime vittime. Com'è stato fatto a mio fratello lo fanno anche a voi. Vi prego se sapete qualcosa su mio fratello ditecelo anche in maniera anonima. Scriveteci una lettera per dirci com'è stato ammazzato mio fratello. Vi prego aiutateci! Io voglio la verità su mio fratello, mi devono dire perché è morto. Noi non ci fermiamo finché non sappiamo la verità".
di Isidoro Trovato
Corriere della Sera, 23 ottobre 2020
L'impresa rischia processo penale e risarcimento. Stando all'ultimo report Inail, a fine settembre le denunce di contagio sul lavoro da Covid-19 hanno superato le 54.000 unità (54.128) con un aumento di 1.919 denunce rispetto a fine agosto di cui 1.127 relative a infezioni avvenute in settembre e le altre 792 nei mesi precedenti, per effetto del consolidamento dei dati.
Questi dati riaprono il dibattito sulla necessità di uno scudo penale per i datori di lavoro adempienti, rispetto al tema delle misure di prevenzione. "Le norme vigenti, anche quelle ultimamente introdotte, non escludono la responsabilità penale del datore di lavoro, che vedrà riconosciuto il proprio comportamento lecito solo alla fine del relativo procedimento", commenta Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. "Le incertezze esistenti, su dove come e da chi avvenga il contagio, creano una situazione di grande disagio tra gli imprenditori. Ed è un problema non da poco. Per questo è urgente, considerando l'impennata dei contagi a cui stiamo assistendo, avviare una riflessione con le parti sociali per arrivare a una norma".
Rischi e interpretazioni dubbie della normativa - L'equiparazione fatta dall'articolo 42 del D.L. n. 18/2020 tra infortunio sul lavoro e contagio da Covid-19, meritevole di ricevere la copertura assicurativa Inail, potrebbe portare al coinvolgimento dell'imprenditore sul piano penale per i reati di lesioni o di omicidio colposo, nel caso di decesso. E questo anche nel caso che la responsabilità del datore di lavoro non sia oggettiva, ma abbia adempiuto a tutto quanto previsto da norme e regolamenti. Infatti, restano ancora molti i punti critici; tra questi, ad esempio, la verifica che il contagio sia effettivamente avvenuto in occasione di lavoro, considerando che il lungo periodo di incubazione del virus non permette di avere certezza sul luogo e sulla causa del contagio. Così come di escludere con sufficiente certezza l'esistenza di altre cause di contagio. Senza poi contare i casi dei soggetti asintomatici. Il tutto al netto di cause civili per risarcimento danni.
Soprattutto gli uomini e si abbassa l'età - I casi mortali per contagio da Covid-19 sono pari a circa 1/3 del totale dei decessi denunciati all'Inail dall'inizio dell'anno. Ad essere colpiti sono soprattutto gli uomini (84,0%) e nelle fasce 50-64 anni (69,9%) e over 64 anni (19,4%), con un'età media dei deceduti di 59 anni. In quasi nove casi su 10 (89,3%) si tratta di lavoratori italiani, mentre tra gli stranieri le comunità più colpite sono quelle peruviana (17,6&), rumena (14,7%) e albanese (11,8%). Prendendo in considerazione il totale delle infezioni di origine professionale denunciate, il rapporto tra i generi si inverte - circa sette contagiati su 10 (70,7%) sono donne - e l'età media scende a 47 anni.
Nord sotto tiro - Dall'analisi territoriale il Nord resta sotto tiro. Entrando nello specifico emerge che più della metà delle denunce presentate all'Istituto (55,1%) ricade nel Nord-Ovest, seguito da Nord-Est (24,4%), Centro (11,9%), Sud (6,2%) e Isole (2,4%). Concentrando l'analisi esclusivamente sui casi mortali, la percentuale del Nord-Ovest sale al 56,7%, mentre il Sud, con il 16,0% dei decessi, precede il Nord-Est (13,8%), il Centro (11,6%) e le Isole (1,9%). La Lombardia si conferma la regione più colpita, con il 35,2% dei contagi denunciati e il 41,7% dei casi mortali. Tra le province, invece, il primato negativo spetta a quella di Milano, con il 10.8% del totale delle infezioni sul lavoro denunciate, seguita da Torino (7,8%), Brescia (5,4%) e Bergamo (4,6%).
Si riducono i contagi delle professioni sanitarie - Se la categoria dei tecnici della salute - con il 39,2% delle infezioni denunciate, oltre l'83% delle quali relative a infermieri, e il 9,5% dei casi mortali - si conferma la più colpita, seguita dagli operatori socio-sanitari (20,6%), dai medici (10,1%), dagli operatori socio-assistenziali (8,9%) e dal personale non qualificato nei servizi sanitari, dopo il lockdown l'incidenza delle professioni sanitarie sul totale dei contagi da Covid-19 si è progressivamente ridotta.
Guardando invece le attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale (ospedali, case di cura e di riposo, cliniche, residenze per anziani e disabili) con il 70,3% delle denunce e il 21,3% dei decessi codificati precede l'amministrazione pubblica (Asl e amministratori regionali, provinciali e comunali), in cui ricadono l'8,9% delle infezioni denunciate e il 10,7% dei casi mortali. Gli altri settori più colpiti sono i servizi di supporto alle imprese (vigilanza, pulizia e call center), il manifatturiero e le attività dei servizi di alloggio e ristorazione.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 23 ottobre 2020
La casa circondariale di Giarre (Ct) dispone, come molti altri istituti, di tenimenti (ndr vasti possedimenti terrieri) che da alcuni anni sono stati oggetto di rilancio delle attività penitenziarie agricole grazie a progetti che coniugano formazione e opportunità lavorative per le persone detenute. La posizione del carcere di Giarre- Istituto a Custodia Attenuata per Tossicodipendenti con due sezioni Media Sicurezza - sembra prestarsi particolarmente a un progetto di recupero dei terreni, sia per la sua favorevole posizione climatica, tra l'Etna e la fertile piana costiera del mar Jonio, sia per la ricchezza di prodotti agricoli tipici della zona: tra le eccellenze coltivate il Cavolo Trunzu di Acireale.
Il progetto Orto dei sogni in terra di Sicilia, oltre al ripristino agricolo dei terreni dell'istituto di Giarre ha, proprio per le caratteristiche del luogo, l'obiettivo ulteriore di valorizzare e far conoscere i prodotti del territorio. Contenuti e finalità del progetto sono stati regolati da un Protocollo d'intesa firmato nei giorni scorsi dalla direttrice pro tempore del carcere, Milena Mormina, dalla dirigente dell'Istituto Superiore Mazzei Sabin Tiziana d'Anna e dai rappresentanti dell'azienda Slow food Catania e delle Associazioni Mercati del Contadino Siciliano e Agriturist Sicilia.
L'accordo descrive anche gli impegni dei firmatari nelle varie fasi in cui si articola l'attività, dalla formazione delle persone detenute alla promozione e vendita dei prodotti. La Direzione dell'istituto individuerà i detenuti che hanno i requisiti - in termini di percorso rieducativo e durata della pena - per essere ammessi alla formazione e all'attività lavorativa interna ed esterna al carcere.
Punti vendita dei prodotti provenienti dai tenimenti saranno messi a disposizione dall'Istituto Mazzei e dall'Associazione Mercati del contadino. Quest'ultima, insieme a Slow food, fornirà piante e sementi di prodotti tipici. Le attività di promozione delle iniziative, infine, saranno curate da Agriturist nazionale che individuerà anche canali di vendita dei prodotti nelle aziende associate.
Parte integrante del progetto la partecipazione degli allievi dell'IIS Mazzei Sabin alle fasi di formazione congiunta che potrà rappresentare un'occasione per gli studenti per conoscere gli strumenti tramite i quali nelle carceri si cerca di dare attuazione alla funzione rieducativa della pena stabilita dalla carta costituzionale.
di Marco Benvenuti
La Stampa, 23 ottobre 2020
Ancora un'iniziativa per manifestare vicinanza alla popolazione detenuta, soprattutto in un periodo difficile come quello dell'emergenza sanitaria. Questa mattina una delegazione della Camera Penale di Novara, composta dagli avvocati Lorena Fornarelli e Fabio Fazio, ha donato alcuni attrezzi ginnici al carcere di via Sforzesca, utili all'attività ricreativa e sportiva.
La consegna è avvenuta alla presenza del comandante del corpo di polizia penitenziaria e della responsabile dell'area trattamententale. L'attrezzatura è stata messa a disposizione dalla palestra "Vecchia Maniera" di Castelletto Ticino e verrà collocata nella palestra interna del penitenziario.
iltelegrafolivorno.it, 23 ottobre 2020
Visita a Pianosa del sottosegretario alla Giustizia Giorgis. Un sopralluogo sull'isola per verificare le modalità di attivazione del progetto Pon inclusione. È questo il motivo che ha portato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis nei giorni scorsi a visitare Pianosa. Ad accompagnare il viceministro c'erano il sindaco di Campo nell'Elba Davide Montauti e il direttore del carcere Francesco D'Anselmo.
Il Pon è un progetto che ha come obiettivo la formazione dei detenuti e il loro graduale inserimento nel mondo lavorativo con attività destinate al mondo dell'agricoltura che sarà realizzato grazie ai fondi messi a disposizione dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali con il cofinanziamento del Fondo sociale europeo. Tra Pianosa e Gorgona sono stati stanziati contributi per circa 1 milione e 300 mila euro.
"È stato un incontro positivo - spiega il sindaco Montauti - teso a risolvere alcune difficoltà di tipo tecnico. Con il sottosegretario Giorgis ci siamo focalizzati su alcuni aspetti strutturali fondamentali per la realizzazione del progetto Pon. C'è la volontà condivisa delle istituzioni coinvolte ad avviarlo in tempi brevi. È un passo importante per fare interventi che aiutino l'isola a superare lo stato di degrado. La nostra idea è costruire anche una rete di collaborazioni con le realtà agricole locali. Una sinergia che, considerando che, in base agli usi civici, buona parte di Pianosa appartiene alla comunità campese,. potrebbe portare sviluppo e lavoro nel nostro comune".
di Massimo Recalcati
La Stampa, 23 ottobre 2020
Sono sempre più numerose le voci intellettuali, più o meno nobili, da destra e da sinistra, che si sono alzate con vigore in queste ultime settimane allarmate non tanto per la seconda ondata del virus, ma per come la gestione sanitaria dell'epidemia stia generando il rischio di una vera e propria svolta totalitaria del nostro Paese.
La riduzione delle libertà individuali, lo svuotamento della democrazia parlamentare pregiudicata dal numero eccessivo di decreti legge, una legislazione sempre più asservita all'emergenza fanno temere per le sorti della nostra democrazia. La virata liberticida sarebbe sotto gli occhi di tutti: una dittatura sanitaria avrebbe preso il posto della nostra democrazia. Questo genere di letture appaiono ai miei occhi doppiamente colpevoli.
La prima colpa consiste nell'avallare una sottovalutazione della dimensione clinico-epidemica del Covid 19. È la colpa grave di chi vorrebbe rimuovere la morte, la malattia e la sofferenza che ci ha travolti in questi mesi. Solo questa colpa dovrebbe essere una ragione sufficiente per moderare i toni, essere più umili e più rispettosi nei confronti delle persone e delle famiglie colpite tragicamente dal morbo. Invocare la lettura generale dei movimenti d'insieme - per esempio la spinta ad una legislazione fondata sullo stato d'emergenza che dall'11 settembre in avanti sembra dominare la vita politica dell'Occidente - trascurando però la dimensione singolare della perdita e del dolore, rischia di essere espressione di un terribile vizio di fondo della politica: fare prevalere i discorsi generali-universali sulla considerazione della dimensione singolare della vita e della sua fragilità.
Per questa ragione un grande psicoanalista italiano come Evio Fachinelli di fronte alla misteriosa sparizione del corpo del leader comunista cinese Lin Piao caduto in disgrazia presso i fedelissimi di Mao all'interno del suo partito, insisteva nel chiedere sue notizie.
Dov'è il corpo di Lin Piao? Mentre i dotti commentatori di sinistra consideravano la sua scomparsa un'inezia, un riflesso del tutto secondario di una partita assai più ampia - quella della lotta interna al partito per avere la sua direzione - lo psicoanalista non indietreggia nel porre la sua fastidiosa ed emblematica domanda che ricorda all'universalismo astratto del discorso politico l'insopprimibilità della dimensione singolare dell'esistenza: dove è il corpo di Lin Piao? Lo stesso accade oggi, se si vuole, per coloro che denunciano nella legislazione d'emergenza una dittatura sanitaria di fronte alle sofferenze delle persone e delle famiglie colpite dal virus.
La seconda grave colpa riguarda l'intolleranza nei confronti dell'esperienza del limite che la gestione dell'emergenza sanitaria ha dovuto necessariamente riaffermare nella nostra vita individuale e collettiva. Questa intolleranza deriva direttamente da una concezione solo libertina della libertà che vive l'esperienza imposta del limite come l'esito liberticida di un suo abuso dittatoriale. Portare la mascherina, rinunciare alla movida, alla libertà di spostamento, alle feste con gli amici, insomma incontrare i limiti imposti dalla Legge all'esercizio effettivo della nostra libertà viene visto come un attentato autoritario nei confronti di nostri inalienabili diritti. La dittatura sanitaria colpisce al cuore la nostra libertà individuale.
Saremmo così tutti prigionieri di un regime che esercita un potere di controllo tanto abusivo quanto illimitato. La diagnosi biopolitica di Foucault sarebbe pienamente confermata. Quello che però così non si riesce a leggere è quanto l'esigenza della sicurezza e della protezione della vita non debba sempre avallare il fanatismo igienista del biopotere, quanto la solidarietà non necessariamente debba evolvere verso una compattezza totalitaria del corpo sociale, quanto l'esperienza del limite non sia solo una costrizione repressiva ma l'incontro con una alterità che ci educa a considerare la funzione virtuosa del suo trauma.
Affermare invece una libertà astratta che non è in grado di attraversare l'esperienza del limite significa sostenere il carattere illusorio dell'ideale di fronte ad un reale traumatico che non può essere negato. Dovremmo infatti ricordare che ogni negazionismo è l'aggiramento del lavoro atroce ma necessario del lutto rispetto, innanzitutto, alla nostra onnipotenza. Come insisteva a fare Fachinelli, dovremmo sempre chiederci dove sia il corpo di Lin Piao, non dimenticare mai il carattere singolare della vita, la sua fragilità senza scampo.
di Leonardo Clausi
Il Manifesto, 23 ottobre 2020
Giro di vite contro l'immigrazione: dal 1 gennaio "criminali" e homeless stranieri saranno deportati. Dopo i "criminali" stranieri, i senzatetto. Dal primo gennaio prossimo, una volta compiuto il periodo di transizione post-Brexit, gli appartenenti a entrambe le categorie che non godano dell'invidiabile privilegio di essere sudditi della corona saranno deportati - sì, deportati - nei rispettivi paesi di origine. O sarà loro vietato l'ingresso nel paese. È la nuova, umanitaria misura varata dalla titolare del dicastero dell'Interno Priti Patel: testé annunciata, attualmente al vaglio delle Camere e che sarà discussa il prossimo 4 novembre ai Comuni. L'ennesima stecca nella cacofonia sociale chiamata Brexit.
Poco importa che le misure saranno, a detta dello stesso ministero, applicate solo a coloro che rifiutino altri aiuti o si comportino ripetutamente in modo antisociale: che pratiche da seconda guerra mondiale come la deportazione (o il coprifuoco) diventino la "normalità" cui tutti agognano di questi tempi la dice lunga sulla tossicità etica e morale nella quale sguazzano i governi di tutta Europa, in un'epoca in cui l'economia recede e la pandemia galoppa. Tanto che viene da chiedersi come mai Patel e i suoi sgherri sprechino quest'inestimabile potenziale di manodopera gratuito anziché recludere i parassitari "continentali" nelle workhouses: sorta di galere dove si lavorava gratis e in cui erano molto pragmaticamente sbattuti i poveri ai bei tempi della "New" Poor Law (1834).
Il problema dell'essere senza fissa dimora, nel quinto paese più ricco del mondo, è endemico. Dei 300mila senza casa stimati nel 2017 dall'organizzazione umanitaria Shelter, circa 12mila sono quelli denominati dall'orrenda parola "barboni": gente che dorme sdraiata su pezzi di cartone, sotto i viadotti, in automobili e negli autobus notturni. Cifre del 2019 riportate dal Guardian stabiliscono l'incidenza di senzatetto di origine europea nel paese al 22% (extraeuropea al 4%), mentre a Londra le percentuali sono rispettivamente del 42% e del 7%: un autentico bendidio per la propaganda sovranista al potere. Ecco dunque la misura totalitaria annunciata dalla ministra, che cade altresì a fagiolo nel programma di sradicamento della homelessness del governo Johnson, ultimo della sfilza di governi tories cui si deve - in buona sostanza - lo stesso pastrocchio Brexit.
La loro politica economica e sociale non avrà creato il problema - quello dei senza casa nelle grandi città britanniche è endemico, va avanti da decenni e ha caratterizzato anche il lungo periodo a guida laburista, negli anni Novanta - ma l'ha violentemente esacerbato, soprattutto con l'austerity e la cronica mancanza di alloggi popolari, ripetutamente promessi e mai costruiti in proporzione sufficiente. Diventa quindi molto più facile demonizzare l'altro, nel lavoro come nella sua mancanza, e applicare bovinamente la discriminazione nazionalistica anche alla devianza sociale: un "prima i britannici" affibbiato ai lavoratori e ai disoccupati come ai "malviventi" e ai senza fissa dimora. Evitando a bella posta di agire sulle cause del problema, concentrandosi piuttosto sull'eliminazione della sua visibilità.
C'è dunque poco da meravigliarsi, figuriamoci indignarsi. Simili provvedimenti non sono soltanto in linea con il naufragio ormai irrimediabile del modello neoliberale. Sono l'evoluzione, pedissequa e prevedibile, della retorica che aveva portato colei che aveva preceduto Patel in quello stesso ministero: Theresa May e il suo, ormai famigerato, "ambiente ostile". Un'ostilità che è ormai leitmotiv di queste società europee sempre più occhiute, ex-liberali, ex-liberiste, socialmente distanziate.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 23 ottobre 2020
Non aver compreso che il virus non ha sensibilità istituzionale, non conosce le linee di confine tracciate dalle autorità istituzionali, fa sì che i centri nevralgici del contagio, le città, le aree metropolitane, le grandi concentrazioni urbane siano state lasciate a sé stesse
Le città impotenti - Le città italiane vengono molto prima delle Regioni, entità amministrative e istituzionali costruite dalla legge e dai confini disegnati a penna, come gli Stati nazionali scaturiti dalla dissoluzione dell'Impero ottomano alla fine della Prima guerra mondiale. E se proprio si vuole tornate indietro, esistono da prima della fondazione del nostro Stato unitario.
Con la pandemia stiamo scoprendo che dal punto di vista sanitario le città, pur forti di una storia, di una cultura, di un'identità e persino di un orgoglio municipale (mentre non esiste, o è debolissimo, un orgoglio propriamente "regionale"), non contano nulla, mentre le costruzioni che di storia ne hanno quasi zero, le Regioni, dettano legge nel campo della sanità. Con il risultato paradossale che Milano conta la metà dei contagiati di tutta la Regione Lombardia, che lo stesso vale per Roma con il Lazio, per Genova con la Liguria, per Napoli con la Campania, ma Milano, Roma, Genova, Napoli e le altre città capoluoghi di Regione possono pochissimo nella battaglia contro il virus.
E se i piccoli centri, tutto sommato, sono più protetti da un sistema di medicina territoriale discutibile ma pur sempre meno distante, più presente, più riconoscibile, le metropoli travolte più drammaticamente dal contagio si smarriscono. I grandi centri urbani perdono il bandolo dei tracciamenti, abbandonano i cittadini nella solitudine e nell'impotenza, nella pandemia incontrollata, come dicono (tardivamente) gli stessi epidemiologi.
Non aver capito, dopo l'esplosione del marzo scorso, che la pandemia agisce secondo logiche straordinarie del tutto diverse dai periodi in cui la sanità è gestita in via ordinaria, e non aver compreso che il virus non ha sensibilità istituzionale, non conosce le linee di confine tracciate dalle autorità istituzionali, fa sì che i centri nevralgici del contagio, le città, le aree metropolitane, le grandi concentrazioni urbane siano state lasciate a sé stesse. Con una doppia conseguenza negativa, per le grandi città e per la provincia, trattate allo stesso modo e senza tener conto delle specificità, delle differenze, delle urgenze. Non ha nessun rapporto con la realtà trattare allo stesso modo, solo per fare degli esempi ma se ne potrebbero proporre mille altri, Milano e la provincia Sondrio, Roma e quella di Rieti, Napoli e quella di Benevento, Firenze come la Versilia, Palermo come Racalmuto, Torino come le Langhe e così via.
E se oggi si lamenta la mancanza di uniformità nazionale, la sensazione che ognuno vada per conto suo, è soprattutto perché questa differenziazione avviene in modo caotico, estemporaneo, senza programma, senza lucidità, senza chiarezza di obiettivi, in definitiva senza governo, mentre le differenze dovrebbero essere valorizzate proprio per una battaglia condotta con mezzi migliori contro il virus. I cittadini (appunto, si dice "cittadini") vivono in città dove il contagio è più favorevole perché nelle città, per definizione ci si incontra, ci si accalca, avvengono scambi, contatti, ci si sposta di più, si affollano i mezzi del trasporto pubblico.
Il "coprifuoco", eventualmente, deve concentrarsi lì, perché lì, nelle metropoli, è più utile, allenta la morsa della calca, e infatti in Francia, che pure ha una storia molto meno "policentrica" fondata sulle mille città, Emmanuel Macron ha imposto il coprifuoco dalle 21 solo in alcune concentrazioni urbane e non nella grande provincia.
I problemi nascono perché c'è una eccessiva distanza tra la realtà, cioè la centralità della citta nella pandemia e il disegno politico-amministrativo che assegna alle Regioni la competenza sanitaria. È un'autonomia monca perché non tiene conto della realtà, della storia, della società così com'è effettivamente e come si sta rivelando nella battaglia contro il virus.
E i ritardi, le inefficienze, le inadempienze sanitarie diventano ancora più deleterie, e letali, se i presìdi sociali sono lasciati sguarniti. Le code apocalittiche per i tamponi avvengono nelle grandi città, i vagoni della metropolitana a si riempiono nelle grandi città, anche i treni dei pendolari si dirigono prevalentemente verso le grandi città, e forse fa eccezione in parte la Lombardia, che ha un territorio fortemente più antropizzato che altrove. Ma che potere hanno i sindaci per prender misure radicali senza disporre del minimo controllo sull'apparato sanitario? Le città sono il centro della vita reale, ma il governo delle strutture sanitarie, nel picco della tempesta pandemica, risiede altrove. Il caos di questi giorni, così drammatico, nasce anche da qui.
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 23 ottobre 2020
"Il carcere è un'esperienza di una durezza incredibile. Nel reparto che ho frequentato a lungo i detenuti stavano venti ore su ventiquattro chiusi dentro la loro cella, in otto stipati in uno spazio di piccolissime dimensioni. Uno di loro mi diceva sempre: "quando siamo in galera, siamo tutti quanti dei lupi travestiti da pecore"
"Non ci interessava entrare nel merito dei singoli episodi di violenza per fornire una spiegazione diversa o proporre addirittura una verità nuova rispetto a quella descritta nei procedimenti giudiziari, ma volevamo produrre riflessioni approfondite, cercando punti di vista originali rispetto a quelli consueti".
"Testimoni di violenza", pubblicato di recente da Donzelli Editore, è infatti il frutto di incontri periodici che lo psicoterapeuta Giovanni Starace ha portato avanti per più di un anno con un gruppo di detenuti di un reparto di massima sicurezza del carcere di Poggioreale, allo scopo di approfondire la vita affettiva, le relazioni interne ai clan, il mondo interiore degli affiliati: tutto ciò che di solito sfugge alle cronache. Tra gli altri libri dell'autore, ricordiamo: "Il racconto della vita. Psicoanalisi e autobiografia" (Bollati Boringhieri, 2004), "Gli oggetti e la vita" (2013) e "Vite violente" (2014), entrambi editi da Donzelli.
Come è nato questo libro?
Avevo già scritto un articolo sulla storia di un trafficante e sui meccanismi di identificazione che questi aveva avuto con un importante boss della camorra. Il direttore di Poggioreale, che aveva letto i miei scritti, mi aveva invitato a parlarne alle guardie carcerarie, agli educatori, al personale e a tutti i presenti interessati. Hanno partecipato una trentina di persone, vi fu un interessante dibattito. Nel momento dei saluti, il direttore, persona molto affabile e intelligente, mi chiese se avessi voglia di collaborare a qualche altra iniziativa e io risposi che avrei avuto bisogno di tempo per pensarci, anche se, mentre lo dicevo, già sapevo che avrei accettato. Elaborai un piccolo progetto relativo a un gruppo di autobiografia, riservato a una decina di detenuti per un totale di sei incontri e successivamente, in base a come sarebbe andato, avrei deciso come proseguire. Così è nato questo libro.
In che modo il modello offerto ai giovani dai cosiddetti reclutatori si sovrappone e a volte confligge con quello proposto dalla figura paterna - di cui lei rileva spesso l'assenza - e la figura materna?
Parliamo spesso di ambienti degradati segnati da grande indigenza. Le figure genitoriali, cui i ragazzi sono affettivamente legati, non offrono tuttavia meccanismi convincenti di identificazione. I padri sono spesso disoccupati o impiegati in lavori occasionali, nel qual caso portano a casa un reddito molto esiguo. Una volta che si presentano figure di riferimento con cui identificarsi ricche, potenti, vincenti e rispettate, queste esercitano un grande richiamo. Questi giovani sanno a cosa vanno incontro ma preferiscono rischiare, complice anche quel tipico senso di onnipotenza adolescenziale che li spinge a pensare che non succederà mai loro quello che succede agli altri (cosa che invece puntualmente avviene).
Matteo a un certo punto dice: "Una persona diventa tanto più potente quanto più è invisibile". Da cosa deriva il carisma del capo?
Il capo è tale innanzitutto in quanto è riuscito a sbaragliare i suoi rivali diventando il dominus incontrastato della sua zona. Gode di ricchezze inestimabili, al punto da potersi permettere di bruciare in una notte migliaia e migliaia di euro al gioco d'azzardo. Per questioni più che altro legate alla sicurezza, il capo non si vede mai, tranne nel momento in cui viene arrestato o ucciso. Per via di tale invisibilità, acquisisce un maggiore carisma, diventando una sorta di presenza autorevole che aleggia nel paese. Sa tutto di tutti - in quanto tutto gli viene riferito - ma gli altri non sanno niente di lui.
Anche lo spazio stesso acquisisce una forte valenza psicologica. Potrebbe parlarci dell'identificazione di interi quartieri con i clan?
Pur trattandosi di un mondo dove le regole vengono fatte e poi contravvenute, è tuttavia sempre vivo il tentativo di imporle. I clan fondano la propria attività sullo spazio che è di loro pertinenza, che controllano e si tramandano di generazione in generazione: cambiare quartiere vuol dire anche cambiare clan di riferimento. Ogni quartiere, a seconda del capo, ha le sue regole: in alcuni di essi, possono anche essere vietati lo spaccio di droga e le estorsioni.
C'è un'ambiguità comunicativa di fondo nel codice della criminalità organizzata?
Una volta dichiarate, i contendenti credono nelle regole che si sono dati. In certe occasioni, tuttavia, mentre viene dichiarata una regola, coloro che la stipulano sanno già che la infrangeranno alla prima occasione utile. Ciò avviene spesso nelle alleanze: quando due figure legate a clan diversi stringono un comune accordo per uccidere un terzo incomodo, subito dopo ciascuno dei due si ingegna su come far fuori l'alleato stesso. Si tratta di una procedura molto frequente.
Cosa comporta a livello psicologico l'esperienza della reclusione che può valere come credenziale per venire successivamente reclutati?
La detenzione produce spesso una conseguenza psicologica molto particolare, ovvero la dissociazione. Gli individui in carcere cambiano, in quanto se dovessero tenere insieme la vita da recluso e quello di uomo libero rischierebbero di impazzire. Il carcere è di una durezza incredibile. Nel reparto che frequentavo, i detenuti stavano venti ore su ventiquattro chiusi in cella. In otto, in una cella di piccole dimensioni. Uno dei detenuti mi diceva: "Quando siamo in carcere, siamo tutti lupi travestiti da pecore". Gli aspetti più violenti vengono lasciati fuori e dentro la prigione si cerca, per quanto possibile, di convivere in maniera civile. Per alcuni affiliati, tuttavia, una volta usciti dal carcere, è molto difficile riuscire ad affrancarsi dal clan di appartenenza. La memoria della reclusione diventa presto lontana e si ritorna a delinquere. L'essere stati in carcere rappresenta sicuramente una credenziale, in quanto vuol dire che non si ha tradito e si ha acquisito una tempra sufficiente per poter poi venire reclutati a livelli più alti.
Che incidenza ha la violenza - o le varie forme di violenza - nella regolazione dei rapporti criminali?
Si sa benissimo che chi trasgredisce un patto va incontro a una risoluzione violenta e i rapporti gerarchici molto marcati sono segnati dalla violenza: chi non sia attiene alla gerarchia richiama su di sé una sanzione violenta, prima minacciata e poi agita. La violenza è il regolatore fondamentale e ultimo dei rapporti nella criminalità, in quanto, a differenza del mondo civile, non esistono altri meccanismi sanzionatori.
Nel fenomeno rappresentato dalla cosiddetta paranza dei bambini la gerarchia viene meno?
Quello della paranza dei bambini è un fenomeno che perdura, anche se penso che adesso si sia un po' attenuato. Ho parlato dell'argomento con i detenuti del mio gruppo e la mia interpretazione era che i padri, morti o carcerati, avevano liberato uno spazio consistente, abbassando di fatto l'età di appartenenza e, addirittura, di dirigenza dei clan. I miei interlocutori non erano del tutto d'accordo con me, in quanto molti di questi giovani non necessariamente appartenevano a dei clan ma erano delinquenti sciolti che emulavano i comportamenti dei criminali adulti. Non avevano altro che riferimenti idealizzati dei capi clan e quindi agivano in modo spontaneo ed esibizionista, tanto che la maggior parte di loro è finita in galera o è stata uccisa.
Molte di queste persone percepiscono lo Stato solo nelle sue componenti repressive. A suo avviso, cosa bisognerebbe migliorare?
Esiste, al riguardo, una molteplicità di iniziative sul territorio, dal doposcuola al teatro ai progetti patrocinati da parrocchie e organizzazioni cattoliche. Sarebbe tuttavia necessaria un'azione straordinaria dello Stato in termini di creazione di occupazione, di investimenti in loco. Bisogna inoltre ricordare che lo Stato è declinato nelle sue diverse articolazioni territoriali, che comprendono Comuni e Province e le pertinenze ad essi collegati (trasporti, infrastrutture, ecc...). Per migliorare sarebbe quindi necessario il concorso di tutte queste articolazioni statali.
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