di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 24 ottobre 2020
Nonostante l'emergenza Covid abbia bloccato o fortemente ridimensionato nei penitenziari le attività formative ed educative per evitare il diffondersi del contagio, il Polo Universitario del carcere torinese "Lorusso e Cutugno" non si è mai fermato.
E in questi giorni, come accade negli altri Atenei cittadini, sono riprese le lezioni anche per gli studenti detenuti grazie alla didattica a distanza. Non solo. Il Polo Universitario torinese, il primo nato in Italia nel 1998 grazie a un protocollo d'intesa tra Università degli Studi di Torino, Tribunale di Sorveglianza e Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria, è in procinto di firmare per l'Anno Accademico 2020-21 una convenzione con il carcere di Saluzzo che ospita detenuti in regime di Alta Sicurezza con lunghe pene da scontare e che hanno richiesto di iscriversi ai corsi universitari, come anticipa Franco Prina, ordinario di Sociologia giuridica e della devianza, delegato del rettore dell'Ateneo Torinese per il Polo Universitario per studenti detenuti e presidente della Cnupp (Conferenza nazionale delegati poli universitari penitenziari).
"Sono 13 i reclusi nel penitenziario di Saluzzo orientati ad iscriversi ai corsi di Diritto di impresa e Scienze dell'educazione ed altri 15 detenuti a Torino hanno chiesto di immatricolarsi. L'apertura di una succursale del Polo universitario torinese a Saluzzo", prosegue il sociologo Prina, "è un segnale incoraggiante e che speriamo contagi altri reclusi per dare un senso al tempo della detenzione e un'opportunità di formazione e riscatto attraverso lo studio e la cultura". All'inizio del 2020 erano 31 gli Atenei che, sull'esempio di Torino, sono presenti in vario modo in 82 istituti penitenziari italiani per un totale di 920 studenti detenuti immatricolati di cui 38 donne.
Il Polo Universitario torinese, fin dalla sua origine, si avvale di un contributo annuale da parte della Fondazione Compagnia di San Paolo che sostiene gli studenti (libri, materiale didattico, tasse ecc.): nell'anno accademico 2019-20 erano iscritti 46 studenti (34 italiani, 10 stranieri di cui due donne). Tra i corsi scelti dagli studenti ristretti Scienze politiche e sociali (il più gettonato), Sociologia, Scienze internazionali, Diritto per imprese e istituzioni, Giurisprudenza, Matematica, Beni culturali.
"Nonostante il lockdown della scorsa primavera", prosegue il delegato del rettore, "anche senza essere presenti fi sicamente, grazie agli educatori siamo riusciti a proseguire le lezioni, i colloqui con docenti e tutor e gli esami a distanza: per ora abbiamo ripreso alcune lezioni anche in presenza, ci auguriamo di poter continuare".
Il professor Prina evidenzia come recentemente nel carcere di Napoli Secondigliano, in occasione dell'incontro del Cnupp con il ministro dell'Università e della Ricerca Gaetano Manfredi e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis "abbiamo chiesto, come l'emergenza Covid sia l'occasione per potenziare la didattica on line nei Poli Universitari carcerari potenziando i collegamenti fra Atenei e Istituti di pena.
Inoltre abbiamo chiesto al Dap (Dipartimento amministrazione carceraria) di migliorare le condizioni dell'edilizia dei Poli per studenti detenuti facendo in modo che l'Università in carcere diventi un sistema sempre più strutturato con linee guida che valgano per tutti gli Istituti: i Poli non devono più sentirsi 'ospiti' a seconda se la direzione sia sensibile o meno all'istruzione universitaria ma devono diventare una delle tante opportunità messe in campo nei penitenziari perché si realizzi l'applicazione dell'articolo 27 della nostra Costituzione che sancisce che 'Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato'".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 24 ottobre 2020
"Questa articolazione ha provveduto a rimettere al prudente apprezzamento della Direzione la ripresa delle comunicazioni in video, a mezzo applicativo web, nel rispetto delle cautele inerenti l'ordine e la sicurezza". Fuori dal burocratese questo passaggio, contenuto in una lettera inviata dal Dap al garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, rappresenta uno spiraglio per la soluzione del caso dell'ergastolano A.G. al quale, da aprile, sono stati sospesi i colloqui attraverso videochiamate dopo una leggerezza commessa, non da lui ma dal fratello, durante un collegamento.
Quale leggerezza? Durante la videochiamata autorizzata dalla direzione del carcere di Secondigliano, il fratello di A.G. ha inserito nella videocall anche la sorella e la mamma delle quali, in quell'occasione, non era prevista la presenza. Il fratello lo aveva fatto per tranquillizzare A.G. che, a causa della piena emergenza Covid, temeva per la salute dell'anziana madre e della sorella. Di qui la sospensione della telefonata e la sanzione: stop a tutti i colloqui. A.G. è siciliano e nel carcere di Secondigliano sta scontando una condanna definitiva all'ergastolo. Per un detenuto come lui, con la famiglia distante e senza la possibilità di poter sperare in una scarcerazione, le telefonate con i familiari sono l'unico ponte con la vita reale. Da quando è scattata la sanzione ad oggi sono trascorsi sei mesi.
Da allora ad A.G. sono concesse soltanto le telefonate a numeri fissi e con la figlia, che ha solo il cellulare, non parla da aprile. In questi mesi ha anche atteso una risposta da parte del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a cui, sia di proprio pugno sia attraverso il proprio legale e l'associazione Yairaiha, ha chiesto di ripristinare il suo diritto alla videochiamate spiegando che l'errore era stato commesso dal fratello "senza alcuna intenzione disonesta".
A.G. ha raccontato di non aver capito, al momento dei fatti, che il fratello aveva attivato un collegamento video multiplo. "Non ho alcuna cognizione di come funzionano questi apparecchi telefonici - spiega - visto che sono recluso da 26 anni. Quando sono entrato in carcere si usavano i telefoni a gettoni", scrive precisando come per lui la modernità si sia fermata al giorno in cui è entrato in cella.
Il 14 ottobre scorso il Riformista ha raccontato la storia di A.G., il 15 ottobre il garante della Campania Ciambriello ha scritto al Dap: "È dal mese di aprile che, per un mero errore del fratello, al detenuto non è consentita alcuna videochiamata, neanche con la figlia. Credo che il diritto alla videochiamata sostitutiva del colloquio visivo sia un diritto inalienabile e non può essere una punizione sine die. È giusto punire per un errore commesso, ma non con il diniego della possibilità di vedere a mezzo video le persone care". Inoltre, Ciambriello ha evidenziato che "il detenuto è in attesa di una risposta da diversi mesi e in questo senso già questi mesi di sospensione possono essere segnali di una afflizione già scontata". Il Dap ha risposto il 20 ottobre e ha comunicato che la ripresa delle comunicazioni in video del detenuto è stata rimessa "al prudente apprezzamento della direzione del carcere".
Il Messaggero, 24 ottobre 2020
Focolaio all'istituto di pena di vocabolo Sabbione. Tutto è cominciato lunedì scorso, quando un detenuto dell'alta sicurezza ha accusato i primi sintomi riconducibili al covid. Una volta accertata la positività dell'uomo la direzione del carcere ha attivato tutte le procedure previste e dai test svolti è emerso che sono venti i detenuti positivi.
Tutti ristretti nel circuito dell'alta sicurezza del penitenziario. "Per fortuna al momento non hanno una sintomatologia grave ma molto blanda" dice Antonio Marozzo, direttore del presidio sanitario dell'Usl presso la casa circondariale. Accertate le venti positività, nove delle quali erano riconducibili ai contatti del primo contagiato, a Sabbione si è subito provveduto a ricavare spazi per poter isolare i detenuti.
Non essendo sufficienti i quattro posti della sezione Covid che era stata allestita all'inizio della pandemia è stata adeguata la sezione d'accoglienza, che ospita gli altri 16 positivi. "La situazione è sotto controllo - aggiunge Marozzo - in queste ore stiamo facendo i test rapidi a gran parte del personale della polizia penitenziaria e in breve tempo testeremo tutti. Con l'utilizzo di test sierologici rapidi per step riusciremo ad avere il controllo totale". L'emergenza covid ha imposto il blocco di tutte le attività, da quelle scolastiche a quelle trattamentali, e degli ingressi.
cronachedigusto.it, 24 ottobre 2020
Dal 3 novembre 2020 su Kickstarter sarà lanciata la campagna di crowdfunding per il progetto "Occhiolini - Looking for a new life" di Mariagiulia Davide e Gabriele Narracci in collaborazione con Made in Carcere il social brand che si occupa di economia rigenerativa grazie al talento e alla generosità della sua fondatrice Luciana delle Donne.
Gli "Occhiolini", evocano un segno di intesa, uno strizzare l'occhio - non chiuderlo - a nuove possibilità. Dei taralli dolci realizzati con i migliori prodotti del territorio pugliese nati da un lungo lavoro di ricerca e sperimentazione che ha portato ad una ricetta inedita.
Dall'occhiello - dell'Istituto Penale per i Minorenni di Bari diretto da Nicola Petruzzelli - si è aperta una nuova prospettiva che promuove il superamento dei confini tra dentro e fuori i luoghi di detenzione, e mira a rieducare attraverso la formazione questi giovani in difficoltà. Un fortuito incrocio di competenze diverse quelle di Mariagiulia e Gabriele - laureati in economia e con diverse esperienze di consulenza alle spalle - e quello di Luciana da sempre in prima linea per il benessere sociale.
Il progetto "Occhiolini" concorrerà quindi a dare una nuova vita ai minori in stato di detenzione favorendone il reinserimento sociale attraverso l'esperienza del lavoro. Dopo 12 anni di attività, Luciana conferma quanto rilevato dalla statistica: l'80% delle persone che lavorano in carcere non vi tornano - un dato che esprime a pieno il benessere generato da progetti come questi per l'individuo e la collettività.
Questo, per Mariagiulia e Gabriele, rappresenta il punto di partenza per un progetto più ampio e di respiro internazionale. Il progetto di Luciana delle Donne ha già dimostrato di poter diventare un modello di impresa sociale scalabile sia sul territorio nazionale che all'estero.
Un progetto, dolce, che realizza più obiettivi attraverso un prodotto semplice e al contempo raffinato, in grado di conservare la tradizione e apportare innovazione stupendo il palato, ma un po' anche noi stessi. Sorprendiamoci nell'osservarci in grado di sospendere i giudizi e sederci tutti alla stessa tavola che dovrebbe essere sempre una tavola imbandita di buon cibo e sentimento. Il progetto Occhiolini, ben oltre il prodotto, mira proprio a questo ricordarci la "Joie de Vivre".
Un'idea originale per i regali di natale è decidere di sostenere il progetto "Occhiolini - Looking for a new life" - gustare un buon prodotto e rendersi consapevoli che con un semplice gesto di solidarietà è stata donata una seconda opportunità a qualcuno che nel mondo, forse un giorno incontreremo, e sapremo riconoscerlo dalla lealtà del suo occhiolino. Le prime 24 ore della campagna saranno ricche di sorprese e gadget doppi per darvi un benvenuto speciale. E tu, cosa aspetti a farci l'occhiolino?
di Cecilia Marzotti
sienanews.it, 24 ottobre 2020
Uno spiraglio e la volontà di rimettersi in gioco nonostante tutto. Parte da qui il desiderio di un gruppo di detenuti di Santo Spirito che stanno partecipando ad un ambizioso progetto che ha come obiettivo quello di avere una struttura per l'inserimento dopo la detenzione.
Di questo avevano parlato con il vescovo e un libero professionista prima che il Covid bloccasse tutto e per questo cercavano appoggi con persone (commercianti, artigiani, studenti, responsabili di cooperative, eccetera) che del carcere non conoscono nulla e spesso ne hanno paura. Dallo scorso marzo tutto chiuso e poi lentamente il progetto è ripartito e naturalmente il gruppo è in parte cambiato e diminuito sensibilmente di numero per mantenere le dovute distanze durante gli incontri del sabato mattina.
Non sarà più possibile guardare in faccia le persone che a suo tempo erano state invitate e allora come fare? La voce si può far sentire anche tramite la scrittura e così hanno scelto di affidare i loro desideri, speranze e aspirazioni alla carta e ad una penna. La prima persona a cui si sono rivolti è stato proprio il vescovo Augusto Paolo Lojudice. Una breve missiva nella quale ribadiscono quanto già gli era stato detto sette mesi fa. Un periodo lungo e lo diventa ancora di più per quanti sono in carcere e non possono abbracciare i loro familiari. I mezzi messi a disposizione dalla direzione di Santo Spirito hanno in parte alleviato la pesantezza e la tristezza di 210 giorni lontano da tutto e tutti, ma non è bastato. Nonostante le difficoltà il progetto inserito nella scrittura collettiva e i passi già fatti e quelli che verranno saranno raccontati in un diario. Uno spiraglio per toccare con mano il progetto, sì ambizioso, ma fattibile se quanti stanno oltre le sbarre lo volessero. Un sogno? A volte i sogni si possono avverare.
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 24 ottobre 2020
Vito, 18 anni: una prof mi ha fatto scoprire il talento: "Mio padre è in carcere, voglio sia orgoglioso di me". "Cosa vuole dire il contatto diretto con una insegnante che ti sorride in classe e giorno dopo giorno ti convince che hai talento e che vale la pena studiare, io lo so...". Vito di Lonardo è un ragazzone di Quarto Oggiaro: "Se in quel periodo delle scuole medie fosse capitata la didattica a distanza - prosegue - non credo mi avrebbero agganciato. Sarebbe stato tutto diverso".
Vito riavvolge il nastro della sua storia. Ha 18 anni, all'epoca ne aveva 13. "Bocciato, randagio e sbandato, mi facevo onore solo nel calcio", ammette. Il padre da tanto tempo in carcere, la mamma grande lavoratrice con cinque figli cui badare. In seconda media incontra la nuova docente di musica della classe. "Arrivata la prof Patrizia Roca, è cambiato qualcosa.
Andavo male in tutte le materie ma quando mi ha avvicinato al flauto, che non avevo mai suonato in tutti quegli anni, in pochi giorni ho ottenuto molto. Avevo risultati migliori degli altri. La prof - ricorda - mi faceva sedere sempre vicino a lei, me la cavavo benissimo anche con il pianoforte".
Ad un certo punto si era fissato che voleva iscriversi ad un progetto musicale pomeridiano che si svolgeva nella sua scuola, la Trilussa. Con enormi sacrifici la mamma, per il suo compleanno, gli regala una pianola e acconsente a iscriverlo al corso. Vito si fa conoscere subito, ha un incredibile talento. I maestri iniziano a dargli lezioni gratis e l'associazione Punto Luce, con le Acli e Save the Children, riesce a fargli avere una sorta di borsa di studio.
Intanto, a 16 anni, Vito esordisce anche in serie A nel calcio a cinque. Pian piano recupera fiducia in sé stesso. Un giorno un esperto chiamato dal docente Giovanni Todaro gli porge un corno, strumento che il ragazzo non aveva mai visto, spiega due trucchi e semplicemente gli dice: "Suona". Sembra una cosa incredibile, ma lui davvero suona. Restano tutti a bocca aperta. Lo aiutano a prepararsi all'esame per d'ammissione al Conservatorio: entra con 9,50, tra i migliori in assoluto.
A 18 anni Vito di Lonardo è iscritto alla facoltà di Agraria e in contemporanea al Conservatorio. Non solo: gioca a calcio a cinque tra i giovani di serie C1. "Mio padre non lo vedo mai ma vorrei che sapesse, che mi dicesse ti voglio bene e sono contento di quello che fai - sorride.
Lui è stato fortissimo come calciatore". Nel minuscolo bilocale popolare dove vive con mamma e fratelli non apprezzano le sue esercitazioni, quindi per suonare va tutti i giorni in parrocchia. Agli amici che sottovalutano l'importanza delle lezioni in aula, dice: "La salute è fondamentale, ma anche l'istruzione è una priorità. Salva i cittadini dalla svogliatezza, dalla devianza, dalla rassegnazione e dalla paura".
di Valentina Marotta
Corriere Fiorentino, 24 ottobre 2020
Era rinchiuso a Sollicciano, dopo la condanna a 30 anni per aver freddato con tre colpi di pistola l'ambulante senegalese Idy Diene, sul Ponte Vespucci, il 5 marzo 2018. Roberto Pirrone a 66 anni aspettava in cella il processo in Cassazione ma si è ammalato di cancro ed è morto lo scorso 20 agosto all'ospedale di Careggi ma la notizia è stata resa nota ieri. "Portatemi via, non ho più voglia di vivere. Voglio andare in carcere ... almeno lì ho un piatto caldo tutti i giorni". Quella mattina di marzo, l'ex tipografo si consegnò alla polizia dopo aver ucciso Diene. Camminava sul ponte Vespucci con la pistola in tasca deciso a farla finita, ma il coraggio gli mancò.
Rivolse la beretta su una vittima innocente, dopo aver risparmiato altri passanti che aveva incrociato: una mamma brasiliana che spingeva la figlia in passeggino, una coppia di amiche giapponesi, un giovane e un anziano. Sparò due colpi. L'ambulante senegalese, 54 anni, cadde a terra, ferito e il pensionato gli diede il colpo di grazia.
La comunità senegalese scese in piazza per esprimere il proprio dolore e sdegno contro il razzismo. Ma la Procura non contestò l'aggravante dell'aggressione dettata dall'odio razziale. Pirrone fu condannato in primo grado, con rito abbreviato a 16 anni. In appello, un anno fa, la pena fu raddoppiata: i giudici riconobbero l'aggravante dei futili motivi. Un'aggravante ritenuta ingiusta da Pirrone che contava sulla decisione della Cassazione per ottenere uno sconto di pena. Ma è morto prima.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 ottobre 2020
Francesco Smeragliuolo era ad alto rischio suicidio, i legali della sua famiglia si sono opposti alla richiesta di archiviazione. Detenuto nel carcere di Monza il ventiduenne Francesco Smeragliuolo con problemi di tossicodipendenza, era un soggetto ad alto rischio e per tale ragione doveva essere sottoposto a sorveglianza a vista. Così, purtroppo, non è stato. Infatti è stato ritrovato morto in una cella non sua. Gli avvocati Daniel Monni e Alessandro Ravani, come già riportato da Il Dubbio, hanno presentato una denuncia presso la procura di Monza integrandola con il reato di condotta omissiva visto che la sorveglianza risultava assente.
Il pm ha chiesto l'archiviazione - Ma il pm, qualche giorno fa, ha fatto richiesta di archiviazione senza indagare sulla notizia di reato denunciata. Nell'opposizione alla richiesta di archiviazione, l'avvocato Monni fa presente che le condotte omissive e attive dell'amministrazione penitenziaria devono essere oggetto di attenta attività d'indagine. Parliamo del reato contemplato nell'articolo 572 del codice penale. Una notizia di reato che, però, è rimasta lettera morta con la richiesta di archiviazione.
Un via crucis in carcere - Nell'opposizione si ripercorre tutta la via crucis del ragazzo incarcerato. Egli era conosciuto dall'equipe del carcere di Monza, noto anche, e soprattutto, per i dolori acuti dovuti dalla sua patologia. Come si legge nell'opposizione, "nel susseguirsi dei giorni intercorrenti dal 2.05.2013 - data di ingresso in carcere - al 8.06.2013 - data del decesso - Francesco aveva, in numerose e ricorrenti occasioni, mostrato la propria sofferenza e chiesto aiuto ma, ciononostante, non venne ascoltato".
In effetti, le sue richieste di aiuto sono scalfite nel suo diario clinico: con crescente insistenza, infatti, il ragazzo riferiva il proprio malessere, le proprie fobie, il forte senso di nodo alla gola, ansia non controllata e idee di morte. Il 28 maggio del 2013, quindi qualche giorno prima della sua morte, Francesco arrivò addirittura a compiere gesti autolesivi e riferì di averlo fatto, perché "non ce la faceva più".
L'altissima sorveglianza che non è mai arrivata - Immediatamente dopo questo episodio, è stato richiesto un regime altissima sorveglianza nei suoi confronti. Ma, di fatto, mai attuato. La prova, d'altronde, è da ritrovare proprio nel momento in cui è stato ritrovato morto. Quel tragico giorno dell'8 giugno 2013, Francesco si trovava in una cella diversa dalla propria privo di adeguata sorveglianza: il personale del 118, non a caso, giunse all'interno della cella numero 606 solo un'ora dopo il crollo del ragazzo a terra. Nell'opposizione all'archiviazione, l'avvocato Monni sottolinea il fatto che Francesco, negli ultimi 37 giorni della sua vita, ha vissuto in uno stato di grave sofferenza psicofisica, con tanti di gesti autolesivi.
La madre testimonia che, all'ultimo colloquio, Francesco risultava notevolmente dimagrito rispetto a quando aveva fatto ingresso in carcere. La salma è risultata piena di escoriazioni e lo screening biologico ha evidenziato la presenza di diversi psicofarmaci. Perché chiedere l'archiviazione senza nemmeno indagare visto la notizia di reato?
Ricordiamo che recentemente la Corte europea di Strasburgo ha condannato l'Italia per il suicidio di un detenuto avvenuto 19 anni fa. Il motivo della condanna? Le autorità non hanno garantito il "diritto alla vita" che obbliga lo Stato non soltanto ad astenersi dal provocare la morte in maniera volontaria e irregolare, ma anche ad adottare le misure necessarie per la protezione della vita delle persone sottoposte alla sua giurisdizione. Lo stesso diritto, quello alla vita, che doveva valere anche per Francesco.
"Difficile spiegare a una madre - spiega a Il Dubbio l'avvocato Daniel Monni - questa richiesta di archiviazione. Potrei dirle, usando parole di altri ben più illustri, che la giustizia si manifesta solo a chi ci crede e, conseguentemente, con fatica, con perseveranza, con lo scorrer del tempo. In realtà, però, l'iscrizione di una notizia di reato non è stata accompagnata dalle indagini. Non vorrei tristemente dirle che la giustizia è un atto di fede". Parole amare, ma è quello che è accaduto. Lo Stato vorrebbe archiviare, i suoi familiari no.
di Giuseppe Abbatepaolo*
gnewsonline.it, 24 ottobre 2020
Il progetto "Teatro in carcere", realizzato nella casa circondariale di Potenza, invita a riflettere sui limiti imposti dal carcere e dal tempo che stiamo vivendo. Che si tratti dei limiti insuperabili posti dalle mura di un istituto penitenziario che contengono e racchiudono oppure dei limiti psicologici dei detenuti desiderosi di inventarsi un "altrove" diverso e più accogliente oppure quelli di ognuno di noi quando pensiamo il carcere come un tabù, possono essere visti come un sottile gioco di specchi.
Realizzato grazie alla collaborazione culturale e rieducativa tra la Compagnia Teatrale Petra diretta da Antonella Iallorenzi e la Direzione del carcere di Potenza rappresentata dalla direttrice Maria Rosaria Petraccone, il progetto convoglia in un unico momento creativo ed emozionale il teatro, il carcere e la società civile, per proporre una visione 'altra' della tradizionale concezione detentiva, non più luogo di vergogna e privazioni ma contesto in rado di promuovere nuove forme di conoscenza, di riscatto e di incontro.
Lo spettacolo-saggio dei detenuti del laboratorio diretto da Philippe Barbut in programma oggi nella sala teatro del penitenziario di Potenza si interroga su questi temi, al centro ora più che mai di accesi confronti e dibattiti pubblici, proponendo un originale mix tra esperienza teatrale vissuta e partecipazione della comunità esterna. Contemporaneamente, infatti, gli interpreti potranno "uscire all'esterno" attraverso la proiezione dello spettacolo, in diretta streaming, sulle mura esterne del carcere.
E allora il gioco di riflessi diventa ancora più coinvolgente, sollecitando a pensare il superamento dei confini e delle barriere che separano i due mondi, quello "normale" e quello "penitenziario", e invitando lo spettatore a varcare la soglia del carcere senza timori e pregiudizi.
Petraccone si è dichiarata entusiasta dell'evento: "Riprendo le stesse parole della compagnia teatrale e lo ritengo un evento doppiamente speciale perché da un lato è un modo per dare concretezza all'azione di superamento del limite rappresentato dalle mura del carcere e dall'altro è un modo per affrontare e vincere i timori e le limitazioni di questo tempo di emergenza sanitaria". La direttrice che, con un certo orgoglio, ha sottolineato la capacità di riuscire a fare squadra e realizzare eventi di tale portata, ha ringraziato la Compagnia Teatrale Petra per l'impegno profuso nel progetto, reso possibile grazie anche e soprattutto alla collaborazione fattiva del personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, al personale dell'area educativa e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione dell'evento.
*Referente della Comunicazione del Prap Puglia e Basilicata
di Milena Gabanelli
Corriere della Sera, 24 ottobre 2020
Siamo in una sorta di federalismo di fatto, ma senza regole, dove spesso prevale il più forte. Non in termini di capacità progettuale o operativa ma di peso politico. Di fronte ad una pandemia che si diffonde nel Paese in maniera non uniforme, è Di fronte ad una pandemia che si diffonde nel Paese in maniera non uniforme, è evidente la necessità di misure di prevenzione e cura mirate, pertanto la cooperazione tra Stato, Regioni e Comuni è indispensabile.
Lo scenario più efficace dovrebbe prevedere misure specifiche e circoscritte, inserite tuttavia in contesto solido di visione e coordinamento nazionale. Di fronte all'emergenza estrema che stiamo affrontando, continuiamo invece ad assistere ad un confuso e persistente conflitto istituzionale e scarico di responsabilità. Le Regioni conoscono i problemi del loro territorio, e se valutano di isolare una zona, la decisione non può essere presa autonomamente, perché quella zona poi la devi cinturare, e le forze di polizia le dispone il prefetto, che risponde al Ministro dell'Interno.
Le questioni sono strettamente connesse alla salute pubblica, e in sanità la competenza è delle Regioni. Vuol dire che devono provvedere al buon funzionamento degli ospedali, incrementare la medicina del territorio, organizzare con i comuni il trasporto pubblico in sicurezza, individuare tempestivamente i focolai, provvedere al tracciamento dei contagi. Ma ci sono misure che coinvolgono anche la sicurezza pubblica, e le Regioni non hanno forze di polizia. Da qui i conflitti, e il consueto scaricabarile. Siamo in una sorta di federalismo di fatto, ma senza regole, dove spesso prevale il più forte. Non in termini di capacità progettuale o operativa ma di peso politico.
L'esempio più emblematico è quello della scuola. La competenza è nazionale. Nella prima fase dell'epidemia il presidente delle Marche Ceriscioli decide autonomamente di chiuderle. Ceriscioli è in uscita, si sa già che non sarà ricandidato, il governo impugna il provvedimento, e vince. Le scuole riaprono, per essere richiuse qualche giorno dopo, e in tutta Italia, con un provvedimento governativo. Seconda ondata: De Luca, rieletto trionfalmente a settembre, la scorsa settimana chiude le scuole. Il governo ha fatto un attacco durissimo a De Luca, il ministro Azzolina ha usato parole che rasentano il disprezzo, ma non impugna.
Tema immigrazione: la competenza è nazionale. Nel mese di giugno Musumeci dirama una direttiva ai prefetti siciliani (non potrebbe farlo senza averlo prima concordato con il Ministro dell'Interno) intimando loro di procedere ad una distribuzione dei migranti giunti in Sicilia sull'intero territorio nazionale. Il governo fa finta di niente e non impugna.
È tuttavia costretto a farlo quando lo stesso Musumeci ordina la chiusura dei centri d'accoglienza in Sicilia. Vince al Tar, e a quel punto vengono fatte le navi quarantena per liberare Lampedusa dal sovraccarico. Tema chiusura dei confini regionali: non essendo l'Italia uno Stato confederale non ci sono confini da chiudere. Ed in ogni caso la limitazione della libertà di movimento, in situazioni di ultima emergenza, spetta allo Stato nazionale, non ai presidenti di regione poiché ci vuole un'attività di polizia per cui le Regioni non hanno le competenze nè i mezzi.
E qui viene la questione del controllo del territorio. L' ultimo dpcm delega ai sindaci la chiusura di zone delle città ritenute preoccupanti per la diffusione della pandemia. Giustamente chi meglio di loro sa dove si annidano i focolai? Quindi possono fare le ordinanze, mandare i vigili a chiudere le piazze con le transenne, ma è poco più di un'operazione di facciata perché per rendere efficace il controllo occorre un altro calibro di forza, e la competenza non è nè regionale nè comunale. Il Sindaco può partecipare al Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, ma la responsabilità esclusiva è del prefetto e quindi dello Stato nazionale. Per la precisione il ministro dell'interno è Autorità Nazionale di Pubblica Sicurezza. Nessun altro lo è.
Nemmeno il Presidente del Consiglio. Eppure il ministro dell'Interno non fa parte di alcuna cabina di regia governativa sulle misure anti Covid. Né di quella con i poteri legali, nè quella dei cosiddetti capi delegazione.
Per il contenimento del Covid è stato istituito un Comitato Tecnico Scientifico che fa le proposte, ma poi si attuano quelle a cui i partiti danno il via libera. Il ministro Lamorgese è l'unico ministro tecnico, che non rappresenta un partito, e per questo tenuta fuori dalle decisioni e consultazioni. Ora, con le tensioni esplose, Lamorgese si è impegnata - di sua iniziativa - ad aprire un canale con gli enti locali. Sarebbe stato opportuno coinvolgerla prima di firmare il Dcpm. Sta di fatto che il governo non si assume la responsabilità di fare misure restrittive perché sono impopolari, delegando gli enti locali, che sono anatre zoppe. Così si alza la tensione fra Presidenti di Regione e i sindaci, fra Fontana e la Azzolina.
Addirittura il presidente della Campania chiede il lockdown nazionale. Per arrivare al paradosso del sindaco di Borgosesia che ha deciso di denunciare chi denuncia gli assembramenti. Un quadro di caos istituzionale dove nessuno fa ciò che gli compete e di cui il Paese ha bisogno, mentre i contagi si impennano e ancora non si capisce perché sia così complicato fare i test rapidi, già disponibili da mesi e autorizzati dal Ministro Speranza.










